Autore: Massimo Lizzi

  • Israele: cosa è andato storto?

    Israele: cosa è andato storto? di Omer Bartov.

    Omer Bartov, storico israeliano della Shoah e docente alla Brown University, dove tiene un corso molto apprezzato sull’Olocausto e la Nakba, sostiene che il feroce attacco israeliano a Gaza costituisca un genocidio. Vive negli Usa da oltre trent’anni e la distanza dagli eventi gli ha permesso, dice, di vedere ciò che in Israele molti rifiutano di riconoscere. La sua presa di posizione, espressa in un saggio sul New York Times del 2025, gli è costata amicizie e rapporti personali.

    Nel nuovo libro, Israel: What Went Wrong? (Israele: cosa è andato storto?), presentato sul Guardian, Bartov ricostruisce la trasformazione del Paese. Da uno Stato che prometteva “piena uguaglianza di diritti” a un progetto segnato da colonialismo d’insediamento ed etnonazionalismo. La sua analisi nasce da una biografia intrecciata con la storia israeliana. Genitori sionisti, servizio militare in più fronti, una carriera accademica dedicata allo studio dei genocidi e della memoria della Shoah.

    Bartov denuncia l’uso politico dell’Olocausto, divenuto a suo giudizio una “enorme foglia di fico” che alimenta vittimismo, arroganza e autoassoluzione. Non minimizza gli orrori dello sterminio nazista, ma critica il modo in cui è stato impiegato per giustificare politiche oppressive. A suo avviso, il sionismo originario conteneva due anime: una liberatrice, volta a proteggere un popolo perseguitato, e una coloniale. Dopo il 1948, la scelta del nuovo stato di non adottare una costituzione, di non definire i confini e di non riconoscere i diritti dei palestinesi ha fatto prevalere la seconda.

    Pur rifiutando l’etichetta di “anti-sionista”, Bartov respinge con forza la versione di sionismo oggi dominante in Israele. Sa che la sua critica appare insufficiente a molti palestinesi e loro sostenitori, che leggono l’intera storia israeliana come un progetto che mirava fin dall’inizio alla eliminazione del popolo palestinese. Egli considera questa visione riduttiva, ma ammette che descrive ciò che il sionismo è diventato.

    Il libro dedica ampio spazio alla “colpa originaria” della fondazione di Israele: l’incapacità dei fondatori di tradurre in norme vincolanti i principi della dichiarazione d’indipendenza. Se David Ben-Gurion avesse scelto una costituzione e una carta dei diritti, sostiene Bartov, Israele avrebbe potuto evolvere in una democrazia liberale compiuta.

    Nonostante il quadro cupo, intravede una via d’uscita. Un modello di confederazione tra due Stati sovrani, israeliano e palestinese, con confini simili a quelli del 1967 e libertà di movimento reciproca. Un’idea oggi remota, mentre Gaza è ancora in macerie e la guerra continua. Ma che potrebbe diventare inevitabile se gli Usa riducessero il sostegno militare a Israele. L’opinione pubblica americana, sia democratica sia repubblicana, sta infatti diventando sempre meno filoisraeliana.

    Bartov osserva che denunciare l’antisemitismo ha perso efficacia. In parte perché l’influenza dei donatori filo-israeliani sulla politica statunitense, come la campagna di Israele per convincere gli Usa a dichiarare guerra all’Iran, è innegabile. In parte perché l’accusa di antisemitismo è diventata vuota, a causa della sua flagrante strumentalizzazione come “strumento per mettere a tacere le persone. Paradossalmente, scrive, lo stato di Israele, che voleva essere la risposta definitiva all’antisemitismo, è divenuto “la migliore scusa per gli antisemiti”, poiché la sua condotta allontana anche molti dei suoi storici alleati.

    Il prezzo personale per Bartov è alto. L’ultimo viaggio in Israele, nel 2024, lo ha turbato: la normalità quotidiana gli sembrava insostenibile mentre, a pochi chilometri, si consumava una tragedia. Molti amici si sono allontanati. Il libro uscirà in molte lingue, ma non in ebraico: gli editori israeliani non lo vogliono. Lo considerano un intellettuale che giudica da lontano, “in una stanza con l’aria condizionata”.

    Eppure, se il pubblico israeliano non è in grado di leggere Bartov, come può sperare di comprendere in Israele ciò che lui ha compreso così chiaramente negli Usa? Speriamo che il libro abbia presto una traduzione anche in italiano.


    What went wrong in Israel?
    A genocide scholar examines ‘what Zionism became’
    Aaron Gell – The Guardian, Tue 21 Apr 2026
    https://www.theguardian.com/

  • Sudan 2026: la crisi alimentare in cinque punti

    La crisi alimentare in Sudan

    Il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze Armate sudanesi e le Rapid Support Forces ha prodotto la più grande crisi umanitaria e di sfollamento del mondo. Nel 2026, 33,7 milioni di persone necessitano di assistenza, il numero più alto a livello globale, 3,3 milioni in più rispetto al 2025. Il 41% della popolazione soffre di insicurezza alimentare acuta; la carestia è confermata in più aree.

    Il ciclo della fame e la stagione dei raccolti a rischio. Da settembre 2025, la carestia è confermata a El Fasher, nel Darfur settentrionale, e a Kadugli, nel Kordofan meridionale. Oltre 4,2 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta, di cui 800.000 in forma grave. La stagione principale dei raccolti inizia a giugno: intervenire ora è l’unica via per evitare un ulteriore deterioramento.

    I finanziamenti si esauriscono. Il piano umanitario 2026 richiede 2,9 miliardi di dollari. Ad aprile 2026, è finanziato solo al 16,2%. La FAO necessita di 99 milioni di dollari per sostenere 1,5 milioni di famiglie: finora ha ricevuto soltanto 5 milioni dal governo italiano.

    La produzione agricola crolla. La FAO stima la produzione cerealicola per la stagione 2025/26 a 5,2 milioni di tonnellate: un calo del 22% rispetto al 2024 e del 19% sotto la media quinquennale. L’agricoltura impiega i due terzi della popolazione, ma infrastrutture, scorte e mercati sono stati distrutti o resi inaccessibili dal conflitto.

    Il bestiame è una risorsa vitale trascurata. Il settore zootecnico, stimato in 115 milioni di capi tra bovini, ovini, caprini e cammelli, ha subito danni enormi: epidemie, riduzione dei pascoli, crollo della copertura vaccinale. La FAO ha vaccinato 7,3 milioni di animali dall’inizio del conflitto, raggiungendo però solo circa il 6% del patrimonio zootecnico nazionale.

    La crisi rischia di essere dimenticata. Mentre altre emergenze monopolizzano l’attenzione internazionale, il Sudan scivola fuori dai radar. La FAO prevede di raggiungere 7,5 milioni di persone tra marzo e dicembre 2026 e chiede con urgenza 75 milioni di dollari per sostenere la produzione agricola e proteggere il settore prima che il conflitto vanifichi i progressi costruiti in generazioni.

    Il messaggio è semplice: ogni settimana di ritardo restringe la finestra per salvare la stagione agricola. L’assistenza all’agricoltura di emergenza è, secondo la FAO, lo strumento più efficiente e diretto disponibile, a condizione che i fondi arrivino.


    Five things you should know about Sudan’s food crisis
    Why Sudan’s agrifood system is under severe strain in 2026

    Jazirah State, Sudan.
    15/04/2026 Rome – www.fao.org

  • Marwan Barghouti, il prigioniero che Israele tortura e non vuole liberare

    Marwan Barghouti, il prigioniero che Israele tortura e non vuole liberare

    Marwan Barghouti sta a Nelson Mandela come i palestinesi oppressi dall’occupazione israeliana stanno ai neri sudafricani oppressi dall’Apartheid. È, infatti, da 24 anni il più famoso prigioniero palestinese nelle carceri israeliane. Il leader più popolare tra i palestinesi, l’unico capace di unire tutti i partiti del suo popolo nella lotta nazionale per la liberazione dall’occupazione israeliana.

    Il Mandela palestinese

    Barghouti fu arrestato dall’IDF a Ramallah nel 2002 e condannato da un tribunale israeliano nel 2004. Si era al culmine della seconda intifada, e l’IDF accusava il leader palestinese di aver ordinato attacchi che causarono la morte di civili israeliani. Ma il processo fu denunciato da Amnesty International e dall’Unione Interparlamentare per gravi irregolarità: confessioni di altri detenuti ottenute sotto coercizione, una prova chiave contenuta in un verbale di interrogatorio che Barghouti aveva rifiutato di firmare, e la violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta di processare nel proprio territorio persone prelevate da un territorio occupato. Un tribunale che giudica un parlamentare eletto di un popolo sotto occupazione non esercita giustizia neutrale.

    Nel 2002 Nelson Mandela, il primo presidente sudafricano eletto democraticamente dopo la fine dell’apartheid, disse al suo avvocato Khader Shkirat: “Quello che sta succedendo a Barghouti è esattamente quello che è successo a me. Il governo ha cercato di delegittimare l’African National Congress e la sua lotta armata mettendomi sotto processo”.

    Da uomo libero potrebbe essere il partner ideale per un accordo di pace e coesistenza israelo-palestinese, perché condivide la prospettiva due popoli, due stati. Per lo stesso motivo, i governi della destra israeliana continuano a tenerlo prigioniero, rifiutano di negoziarlo nelle trattative sugli scambi di prigionieri, e non solo.

    Le torture in carcere

    La sua famiglia e il suo avvocato affermano che Marwan Barghouti continua a essere vittima di abusi e violenze nelle carceri israeliane. Tre settimane fa, le guardie carcerarie sono entrate nella sua cella, nel carcere di Megiddo, e lo hanno costretto a terra, ripetutamente aggredito, aizzandogli contro un cane da guardia. È stato poi picchiato durante un trasferimento carcerario. Una settimana fa, nel carcere di Ganot, è stato pestato selvaggiamente e lasciato sanguinante per più di due ore, negandogli le cure mediche.

    Non sono episodi isolati. Da due anni e mezzo, ossia dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Marwan Barghouti è stato posto in isolamento, nonostante lui non abbia relazione con quell’atto terroristico, anzi abbia stigmatizzato il coinvolgimento di civili tra le vittime. In questo periodo è stato più volte aggredito e picchiato dalle guardie. Durante un pestaggio, gli hanno rotto quattro costole e provocato lesioni alla testa.

    Le visite dei familiari al carcere sono vietate e la famiglia teme per la sua vita, da quando ha ricevuto la notizia secondo cui è stato picchiato fino a perdere i sensi da otto guardie carcerarie israeliane. Alcuni ex detenuti rilasciati in seguito a un accordo di cessate il fuoco hanno fornito prove dell’aggressione.

    L’anno scorso, Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale e leader dell’estrema destra israeliana, ha condiviso un video sui social, in cui lo si vede apostrofare e umiliare Marwan Barghouti nella sua cella. Il leader palestinese, riapparso così in pubblico dopo tanti anni, è apparso invecchiato, dimagrito, emaciato, praticamente irriconoscibile.

    La condizione dei prigionieri palestinesi

    La condizione degli altri prigionieri palestinesi, se possibile, è ancora peggiore. Nell’insieme sono 9.560 persone, detenuti per “ragioni di sicurezza”. Tra questi, oltre 3.500 sono trattenuti in detenzione amministrativa, cioè imprigionati senza essere condannati e senza sapere di cosa sono accusati.
    Dal 7 ottobre 2023, le agenzie dell’ONU e le organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno segnalato un aumento delle denunce di abusi e violenze contro i prigionieri palestinesi. Tra cui, percosse sistematiche, violenze sessuali, fame e gravi negligenze mediche.

    Il Servizio penitenziario israeliano (IPS) nega le accuse. Afferma di non essere a conoscenza di nessun “incidente” di questo tipo e che, per quanto ne sa, atti simili non si verificano nelle sue strutture. Un suo comunicato dichiara che tutti i detenuti ricevono cure mediche in conformità con il giudizio professionale dei medici e nel rispetto delle linee guida del Ministero della Salute.

    Ma a settembre la Corte Suprema israeliana ha stabilito che le carceri israeliane non fornivano cibo a sufficienza ai detenuti palestinesi e ha ordinato il miglioramento delle condizioni di detenzione.

    Il silenzio dell’Europa

    Eppure le condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi, documentate dall’ONU e da numerose ONG, non trovano posto in nessuna dichiarazione, nessuna iniziativa dei governi europei né dell’Unione Europea. Dovrebbero invece accendere i riflettori su questa situazione: riconoscere i detenuti come prigionieri politici, arrestati nel contesto di un’occupazione militare; esigere che siano trattati nel rispetto dei diritti umani, come del resto dispone la stessa Corte Suprema israeliana; pretendere la liberazione di tutti coloro che sono detenuti senza condanna.

    E chiedere, in particolare, la liberazione di Marwan Barghouti: per ragioni umanitarie, perché un uomo di 66 anni viene aggredito, picchiato e lasciato sanguinante nelle celle israeliane. E per ragioni politiche, perché senza di lui una pace giusta tra israeliani e palestinesi è difficile da immaginare.


    Prominent Palestinian prisoner Marwan Barghouti assaulted three times in a month, family says
    Yolande Knell, Middle East correspondent, BBC, 15 Apr 2026
    https://www.bbc.com/

    Palestinian leader Marwan Barghouti facing ‘escalating abuse’ in Israeli jails
    ‘Palestine’s Mandela’ suffers three recent attacks including assault where prison guards set a dog on him, lawyer says
    Emma Graham-Harrison in Jerusalem Wed The Guardian 15 Apr 2026
    https://www.theguardian.com/

  • L’Ungheria ha scelto l’Europa: sconfitta la democrazia illiberale

    L'Ungheria ha scelto l'Europa: sconfitta la democrazia illiberale

    Possiamo essere contenti della sconfitta di Viktor Orban in Ungheria. Anche se i fascisti e qualche rossobruno ci dicono il contrario, perché il vincitore è di destra. C’è la controprova: entrambi sono delusi, perché il loro candidato preferito ha perso. Loro, come noi, sanno riconoscere che esistono destre diverse: sovranisti-populisti e liberal-conservatori; il partito dei patrioti e il partito popolare.

    La sconfitta di Orban è la sconfitta di tutti coloro che hanno fatto campagna elettorale per lui. Con un video, un intervento, una presenza attiva, da Trump e Vance a Netanyahu, passando per Meloni, Salvini, Le Pen, Abascal, Weidel. Insieme all’autocrate ungherese ha perso l’internazionale nera. Questo indica che altri risultati simili sono oggi più probabili. La sconfitta di Netanyahu nelle elezioni israeliane dell’ottobre 2026, quella di Trump nelle elezioni di midterm a novembre 2026 negli Stati Uniti, e quella di Meloni nel 2027 in Italia.

    Ciò che distingue la destra sovranista-populista non è l’estremismo dentro una continuità, che può scolorire fino ai più moderati. È il non riconoscersi nella democrazia liberale, la democrazia costituzionale. Questa destra quasi si stupisce quando viene accusata di essere antidemocratica. Perché pensa di sostenere la democrazia: non mette in discussione le elezioni, i parlamenti, il pluralismo dei partiti. Cioè, il principio democratico del potere della maggioranza. Anzi, gli attribuisce un valore assoluto.

    E proprio qui cominciano i guai, perché in una società democratica non esiste solo la maggioranza. Esistono le minoranze, le future generazioni, il rapporto con gli altri paesi. Nelle democrazie liberali, perciò, il potere della maggioranza è temperato dai principi costituzionali, dai diritti delle minoranze, dai trattati internazionali, dallo stato di diritto, nel quale anche chi esprime la volontà della maggioranza è sottoposto al primato della legge. I sovranisti-populisti al potere credono invece di essere essi stessi la legge. Questa non è un’accusa avversaria: lo stesso Orban, nel 2012, ha definito il suo sistema di governo “democrazia illiberale”.

    Sotto questo aspetto, la sconfitta di Orban non costituisce una fisiologica alternanza di governo, ma una transizione di regime. Non cambiano solo i ministri. Dovranno cambiare anche le principali figure istituzionali di garanzia e i principali dirigenti dello stato e della televisione pubblica, perché il Fidesz ha occupato tutti i gangli del potere, fondendo partito, governo e istituzioni.

    Per realizzare una transizione di regime pacifica, una figura di destra, un ex membro del regime, è più adatta di una chiara alternativa progressista, come potrebbero essere democratici, socialisti e verdi. Perché è più rassicurante per quell’elettorato che ha sostenuto Orban, ma oggi ne è deluso, persone anche tradizionaliste, che vogliono cambiare, ma senza saltare nel buio. Per loro, occorre non un rivoluzionario, ma un traghettatore. È lo stesso schema che ha funzionato nella transizione spagnola dopo Franco, e più di recente in Polonia con il ritorno di Tusk. In entrambi i casi, figure interne al sistema hanno reso possibile un passaggio che forze apertamente alternative avrebbero reso più traumatico.

    Peter Magyar ha proposto il limite dei due mandati per le cariche di governo. Non è un limite giusto in assoluto, ma nel contesto di certi paesi e in certi momenti storici può essere opportuno. L’eccessiva longevità di un governo, mentre dimostra il suo consenso popolare, diventa spesso causa di corruzione e degenerazione. E favorisce quella fusione tra partito e istituzioni che ha caratterizzato il regime di Orban. Il ricambio di personale politico e istituzionale è di per sé una cosa buona.

    Non sappiamo come si comporterà il vincitore: se presterà fede alle sue promesse di rendere di nuovo autonome le istituzioni, la magistratura, la stampa, di reintegrare l’Ungheria nell’Unione Europea, o se col tempo si trasformerà in un nuovo Orban, considerando il punto di partenza popolare e liberal-conservatore, che fu del Fidesz. Ma per ora l’Ungheria ha scelto l’Europa e lo stato di diritto. E questa scelta, compiuta con un’affluenza record di quasi l’ottanta per cento, è il fatto politico di maggior rilievo, per il quale possiamo essere molto contenti.

  • Razionamento energetico: se i governi non decidono, deciderà l’aumento dei prezzi

    Razionamento energetico. Se i governi non decidono, deciderà l'aumento dei prezzi

    A fronte della crisi energetica provocata dalla guerra israelo-americana contro l’Iran e dal blocco iraniano dello Stretto di Hormuz, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha raccomandato un piano d’azione immediato. Le stesse raccomandazioni sono state disposte dall’Unione Europea.

    Per limitare il consumo di greggio, i governi devono intervenire sulla mobilità. Abbassare i limiti in autostrada di almeno 10 km/h (risparmio stimato: 290.000 barili/giorno dalle auto e 140.000 dai camion). Estendere lo smart working fino a tre giorni a settimana per azzerare gli spostamenti non essenziali. Istituire domeniche senza auto, rendere gratuiti o economici i trasporti pubblici e incentivare la micro-mobilità (bici e camminata). Alternare l’uso delle auto tramite targhe alterne, potenziare il car sharing e evitare i voli in aereo laddove esista un’alternativa su ferrovia ad alta velocità. Per limitare il consumo di metano le linee sono altrettanto nette. Stop definitivo ai contratti con la Russia e sostituzione del gas con fonti rinnovabili o nucleare. Accelerare l’installazione di pompe di calore e regolare i termostati; ridurre il riscaldamento di solo 1°C garantirebbe un risparmio nazionale di circa 10 miliardi di metri cubi l’anno.

    Nonostante le indicazioni dell’AIE e della UE, i governi europei sembrano prigionieri dell’attendismo. La speranza che la guerra finisca presto, le scorte accumulate e il timore di contraccolpi elettorali frenano l’adozione di misure di austerity. I reduci dell’opposizione alle restrizioni in tempo di pandemia già sollecitano ribellioni contro quello che definiscono il prossimo “lockdown energetico”.

    Il nodo resta la gestione della crisi energetica. Se la guerra e il blocco di Hormuz dovessero perdurare, ciò che i governi non decideranno per decreto verrà imposto brutalmente dal mercato. In assenza di un piano statale di razionamento controllato, il prezzo del gas e il costo del barile aumenteranno a livelli insostenibili. Non servirà una legge per fermare le auto se la benzina toccherà i 4 euro al litro, sarà l’impossibilità finanziaria a svuotare le strade.

    La differenza, però, è l’equità. Un piano statale può proteggere i servizi essenziali (ospedali, scuole, fasce deboli). Il libero mercato, invece, garantisce il consumo solo a chi ha grandi disponibilità economiche, condannando il resto della popolazione a un taglio netto dei beni primari. Senza una transizione guidata, il rischio è quello di passare da una crisi energetica a un collasso sociale caotico e violento.

  • Il fermo di Rima Hassan e la torsione dello Stato di diritto

    Rima Hassan, eurodeputata di France Insoumise (Lfi) è stata messa in stato di fermo (garde à vue) con l’accusa di apologia di terrorismo. La custodia può durare fino a 48 ore. Il provvedimento è scattato dalla denuncia presentata a fine marzo da Matthias Renault, deputato del Rassemblement National, contro un tweet (poi cancellato) o un retweet, che riprendeva una frase di Kozo Okamoto, militante dell’Armata Rossa Giapponese responsabile dell’attentato all’aeroporto di Lod nel 1972 (26 morti). Nel messaggio si leggeva: “Finché ci sarà oppressione, la resistenza non sarà solo un diritto, ma un dovere”. Durante la perquisizione dell’eurodeputata sono state rinvenute nella sua borsa modiche quantità di Kat (foglie masticabili energizzanti) e CBD. Rima Hassan è nata apolide in un campo profughi palestinese in Siria, è una delle attiviste in solidarietà con la Palestina più in vista di Francia. Ha partecipato a due missioni della Freedom Flotilla nel tentativo di rompere l’assedio alla Striscia di Gaza.

    Il fermo dell’eurodeputata in Francia implica violare o forzare le regole che governano l’immunità parlamentare. I deputati del Parlamento europeo godono di due tipi di protezione. Nel territorio di ogni altro Stato membro sono esenti da ogni provvedimento di detenzione e da ogni procedimento giudiziario. Sul territorio nazionale nel proprio Stato godono delle stesse immunità riconosciute ai membri del Parlamento del loro Paese. Essendo Rima Hassan una cittadina francese in Francia, ad essa si applica il regime dei parlamentari francesi, regolato dall’Articolo 26 della Costituzione francese. In Francia, l’immunità riguarda l’irresponsabilità e l’inviolabilità. Un parlamentare non può essere perseguito per le opinioni o i voti espressi nell’esercizio delle sue funzioni. In questo caso, il tweet personale o il messaggio sui social network non è stato considerato dai giudici come un atto legato alle funzioni parlamentari. Nessun parlamentare può essere arrestato o privato della libertà per reati penali senza l’autorizzazione dell’ufficio di presidenza della propria camera, salvo il caso di condanna definitiva o la flagranza di reato. Per non chiedere la revoca dell’immunità al Parlamento Europeo prima di procedere al fermo, polizia e magistratura hanno considerato il retweet alla stregua di un “reato flagrante” o continuo.

    Invece, secondo il giurista Benjamin Morel, nel caso dell’eurodeputata Rima Hassan mancherebbero tutti i presupposti per il superamento dell’immunità. Non c’è la flagranza, il reato contestato riguarda un tweet pubblicato giorni prima e poi cancellato. Manca l’autorizzazione, il Parlamento Europeo non ha votato alcuna revoca dell’immunità per questo caso. Nessuna condanna, il procedimento è solo alle fasi iniziali. Per queste ragioni, i leader di France Insoumise (Lfi) sostengono che il fermo sia un atto di “polizia politica”. Le autorità hanno proceduto al fermo ignorando le procedure costituzionali per scopi mediatici o repressivi, contando sul fatto che l’accusa di “apologia di terrorismo” crea un clima di urgenza tale da giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, il superamento delle garanzie parlamentari.

    Oltre a violare l’immunità parlamentare, il fermo di Rima Hassan è criticato perché viola il principio di proporzionalità. La citazione in sé (“La resistenza è un dovere”) è una frase che, decontestualizzata, appartiene alla retorica di molti movimenti di liberazione o resistenza storica, inclusa quella francese. Tuttavia, la legge francese sull’apologia di terrorismo è diventata estremamente severa e soggettiva. Il reato non punisce solo l’istigazione a compiere atti violenti, ma anche il presentare sotto una luce favorevole un individuo o un’organizzazione che ha compiuto atti terroristici. Per la procura, citare Kozo Okamoto equivale a richiamare una figura legata a un massacro di civili, il che, secondo questa lettura, basta a configurare il reato. Però, lo strumento del fermo nasce per evitare che l’indagato inquini le prove; impedire che scappi; evitare che si accordi con dei complici. Nel caso di un tweet, o retweet, le prove sono digitali e già acquisite. Non c’è rischio di fuga per un’eurodeputata nota, né complici con cui accordarsi per nascondere un post già pubblico. L’uso del fermo di 48 ore per un reato d’opinione online appare così una pena anticipata o un atto intimidatorio, piuttosto che una necessità investigativa.

    Dal 7 ottobre 2023, la Francia ha adottato una linea di “tolleranza zero” sull’apologia di terrorismo, che si presta alla deriva autoritaria. Centinaia di persone (sindacalisti, attivisti, studenti) sono state fermate per post sui social o slogan durante le manifestazioni. Trattare un tweet come un “reato flagrante” per saltare il passaggio parlamentare della revoca dell’immunità è un artificio giuridico pericoloso. Se passa il principio che ogni post online è una “flagranza”, l’immunità parlamentare di fatto smette di esistere nell’era digitale.

    All’origine del fermo di Rima Hassan c’è la denuncia di Matthias Renault (Rassemblement National). Questa denuncia fa parte di una strategia. Il partito di Marine Le Pen ha ribaltato la sua immagine storica da movimento accusato di antisemitismo a “difensore” di Israele contro quello che definiscono “islamo-gauchisme”. Usare la magistratura per colpire gli avversari di La France Insoumise (LFI) permette loro di criminalizzare l’avversario politico e presentarsi, paradossalmente, come i garanti dell’ordine repubblicano. Sebbene la legge sull’apologia di terrorismo sia stata inasprita negli anni dai governi di centro post-2015, è vero che l’estrema destra ha spinto per interpretazioni sempre più restrittive.

    La maggioranza di Macron e la destra hanno votato norme che rendono l’apologia di terrorismo un reato quasi automatico per certe espressioni riguardanti il conflitto in Medio Oriente. Il sistema politico ha creato una legislazione d’emergenza che ora viene applicata come legislazione ordinaria, permettendo alle procure di agire con una velocità e una durezza inedite per i reati d’opinione. Il fatto che il sistema (polizia e magistratura) si presti è l’aspetto più inquietante per la tenuta democratica. In Francia, i pubblici ministeri sono legati gerarchicamente al Ministero della Giustizia. Una direttiva politica che chiede massima fermezza su “antisemitismo” e “apologia di terrorismo” si traduce in un aumento dei fermi e delle inchieste contro gli attivisti solidali con i palestinesi.

    Il rinvenimento di Kat e CBD nella borsa di Hassan (dettagli usati per screditare moralmente l’indagato) suggerisce una perquisizione meticolosa, tipica di quando si vuole trovare qualcosa per appesantire la posizione di un soggetto scomodo. La criminalizzazione del dissenso funziona per sovrapposizione: si colpisce l’attivismo solidale con i palestinesi, si usa l’accusa di antisemitismo per screditare chi critica Israele, e si piega la norma sull’apologia di terrorismo fino a farne uno strumento penale contro l’opinione. Quando la legge permette di equiparare la citazione di un personaggio storico controverso al terrorismo attivo, e quando il resto del sistema politico, il centro macroniano e la destra classica, accetta questa deriva per isolare la sinistra radicale, si verifica quella che molti giuristi definiscono una “torsione” dello Stato di diritto.

  • Magistratura: Italia, anomalia positiva

    Magistratura: Italia, anomalia positiva

    Una semplificazione retorica a favore del SI propone una immagine con due elenchi di paesi. Nel primo elenco vige la separazione delle carriere in magistratura. Si tratta di Germania, Spagna, Portogallo, Austria, Paesi Bassi, Svizzera, Belgio, Svezia, Danimarca, Regno Unito, Norvegia, Canada, Stati Uniti, Giappone. Nel secondo elenco vige una sola carriera. Si tratta di Cina, Iran, Russia, Turchia, Bolivia, Egitto, Pakistan, Bangladesh, Iraq, Nigeria, Venezuela, Arabia Saudita, Marocco, Algeria. Il messaggio implicito, talvolta esplicito, della semplificazione è questo: i paesi democratici separano le carriere dei magistrati, i paesi autoritari e le democrazie più deboli, invece, le unificano. L’Italia è un’anomalia, che deve uniformarsi agli altri paesi democratici.

    Questo contrasto per associazione suggerisce un falso rapporto di causa ed effetto: la separazione delle carriere contribuisce alla democrazia, le carriere unificate contribuiscono all’autoritarismo. In verità, i regimi autoritari sono tali, non perché le carriere sono unificate, ma perché sono unificati i poteri dello stato sotto il potere politico. Il punto è la sottomissione di tutta la magistratura al governo. Quindi, il problema di separare le carriere di una magistratura integralmente sottomessa neppure si pone. Nei paesi democratici, invece, i poteri dello stato sono separati e distinti: l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario. In questo assetto, il potere politico cerca di sottomettere almeno la magistratura requirente (i pubblici ministeri), per arginare le indagini della magistratura nei riguardi del potere politico e degli interessi che rappresenta, in ambito economico, sociale, militare.

    Tuttavia, questi rapporti nell’equilibrio dei poteri dello stato sono motivo di tensione e danno luogo a strutture diverse. Non sempre la separazione delle carriere impedisce in assoluto il passaggio dal ruolo di giudice a quello di pubblico ministero e viceversa. Questo è possibile in diversi paesi del primo elenco.

    L’Italia rappresenta un’anomalia si, ma un’anomalia positiva, perché è il modello più avanzato tra le democrazie. In quanto, in Italia tutta la magistratura è autonoma dal potere politico, anche il pubblico ministero.

    Questo assetto fu deciso dai costituenti proprio in reazione al fascismo, esperienza non vissuta da altre democrazie. La resistenza dei governi centristi e dei settori più conservatori e reazionari della società si espresse nella riluttanza ostruzionistica a cedere il controllo sulla magistratura. Prima del CSM, era il Ministro della Giustizia a decidere carriere, trasferimenti e sanzioni dei magistrati; istituire l’organo di autogoverno significava per la politica perdere un’importante leva di influenza. Così, solo il 24 marzo 1958 venne approvata la legge ordinaria (Legge 195/1958) che regola la composizione e il funzionamento del CSM e solo nel 1959 il CSM potè insediarsi ufficialmente e iniziare la sua attività.

    D’altra parte, la mancata epurazione del dopoguerra fece si che dopo il 1945, quasi tutti i magistrati che avevano servito sotto il regime rimanessero al loro posto. I vertici della Cassazione e i gradi superiori erano occupati da giudici che avevano fatto carriera durante il ventennio. Questa “vecchia guardia” era legata a una visione gerarchica e autoritaria, poco incline ai valori democratici e sociali della nuova Costituzione. Per tutti gli anni ’50, molti giudici sostennero che le norme costituzionali (come la libertà di sciopero o di espressione) fossero solo “programmi” per il futuro e non leggi immediatamente applicabili. Questo permise loro di continuare a usare il Codice Rocco (di epoca fascista) per reprimere il dissenso politico e le lotte sindacali. Questi stessi magistrati erano diffidenti nei confronti dell’autonomia della magistratura. Abituati a un sistema in cui il Ministero della Giustizia controllava promozioni e stipendi, molti magistrati vedevano nell’indipendenza del CSM un pericolo per la loro carriera piuttosto che una garanzia di libertà.

    Questa mentalità iniziò a cambiare solo alla fine degli anni ’50 con l’ingresso in carriera dei cosiddetti “giudici ragazzini” (la prima generazione post-fascista), che spingeranno per l’attuazione della Costituzione. Le donne sono potute entrare in magistratura solo nel 1963. La magistratura associata (le famigerate correnti) e i cosiddetti pretori d’assalto, quei giudici che iniziano ad applicare la Costituzione e le leggi per tutelare i diritti dei cittadini, dei lavoratori, dei consumatori, emergeranno solo negli anni ‘60 e ‘70.

    È a partire da questo risveglio democratico della magistratura, che negli anni ‘70, ‘80, ‘90, si eprimerà nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata e alla corruzione politica, che la classe politica inizia a porsi il problema di riformare la magistratura, traendo anche spunto da alcuni pretesti giusti, come il superamento del processo inquisitorio del Codice Rocco. Ma con il fine sostanziale di arrivare al controllo delle procure.

    La separazione delle carriere esiste già “di fatto” in Italia (grazie alla riforma Castelli/Mastella del 2006/2007 e poi alla riforma Cartabia del 2022), che ha reso quasi impossibile il passaggio tra le funzioni. Se il passaggio è già rarissimo, inferiore a quello dei paesi del primo elenco, perché insistere su una riforma costituzionale? Perché l’obiettivo non è separare le funzioni, ma separare gli organi di autogoverno (i CSM) e farli eleggere a sorte. In modo che i PM diventino una potenziale facile preda. Il sorteggio che dovrebbe dissolvere le correnti, dissolverebbe anche la capacità di resistenza collettiva della magistratura requirente alle pressioni della politica.

    La separazione dei CSM modificherebbe il principio di obbligatorietà dell’azione penale (Art. 112 Cost.) come proposto da diversi disegni di legge del centrodestra. In Italia, il PM deve indagare su ogni notizia di reato. Se il PM venisse separato e indebolito nel suo organo di autogoverno, il passo successivo potrebbe essere quello di dare al Parlamento o al Governo il potere di decidere le “priorità” dell’azione penale. Trasformando così la posizione dell’Italia davvero in una anomalia negativa, più prossima alle democrature che alle democrazie.

  • CSM, l’alternativa al potere delle correnti e al sorteggio

    CSM, l'alternativa al potere delle correnti e al sorteggio

    Le correnti nella magistratura sono rappresentate solo come un male. Eppure, in qualsiasi corpo professionale numeroso, è naturale che si formino aggregazioni per affinità culturale, metodologica o valoriale. Succede nei partiti, nelle università, negli ordini professionali. Le correnti della magistratura hanno anche avuto una funzione storica positiva: hanno prodotto dibattito culturale, riviste giuridiche, elaborazione dottrinale. Magistratura Democratica negli anni Sessanta e Settanta, per esempio, ha contribuito a formare una generazione di giudici con una visione moderna dei diritti.

    La critica alle correnti non dovrebbe riguardare la loro esistenza, ma la loro degenerazione in macchine di potere interno. Il punto di rottura è quando una corrente smette di essere un’associazione di idee e diventa uno strumento per gestire nomine, promozioni e incarichi direttivi in una logica di scambio. È quello che il caso Palamara ha reso pubblico in modo particolarmente crudo: telefonate, accordi, “pacchetti” di nomine concordate tra correnti avversarie.

    Il meccanismo che ha incentivato la spartizione è strutturale: il CSM ha potere diretto sulle carriere, e chi siede nel CSM è eletto da colleghi che aspirano a promozioni. Il conflitto di interessi è incorporato nel sistema: l’elettore è anche il potenziale beneficiario delle decisioni dell’eletto. In questo contesto, le correnti diventano naturalmente agenzie di intermediazione tra chi vota e chi decide.

    Il sorteggio non è la soluzione, e nemmeno l’unica alternativa disponibile. Esistono correttivi che attaccano il problema nel punto giusto, cioè il nesso tra chi vota e chi viene premiato dalle decisioni dell’eletto. La legge Cartabia del 2022 ne ha già adottati alcuni, e questo dimostra che la strada delle riforme strutturali è praticabile, senza bisogno di ricorrere al sorteggio.

    Il più diretto è l’incompatibilità post-mandato: se i membri del CSM fossero ineleggibili a qualsiasi incarico direttivo per un lungo periodo dopo la fine del mandato, il legame tra voto e carriera personale si spezzerebbe. Chi siede nel CSM non avrebbe nulla da guadagnare personalmente dalle nomine che decide. È una misura semplice, verificabile, e difficile da aggirare. Più complessa ma complementare è la predeterminazione dei criteri: definire per legge i parametri di selezione per ogni incarico direttivo riduce il margine discrezionale del CSM e, con esso, il valore dello scambio politico. Non elimina la discrezionalità, ma la costringe entro confini più stretti. Infine, rendere pubblici non solo le decisioni ma i verbali integrali delle discussioni interne ridurrebbe lo spazio per gli accordi informali. La trasparenza è un deterrente imperfetto, ma reale. La pubblicità dei verbali costringerebbe i membri del CSM a motivare le nomine in base a quei criteri, rendendo verificabile lo scarto tra regola e decisione.

    Il sorteggio aggira questo problema senza risolverlo, i correttivi descritti sopra lo affrontano, imperfettamente, ma nel punto giusto. Tuttavia, agiscono tutti all’interno di una logica che lascia intatta la struttura degli incentivi personali di chi siede al CSM. È per questo che la riforma del sistema elettorale, da sola, non basta: può cambiare chi siede al CSM e con quale legittimità, ma non cambia con quali incentivi opera. Le due dimensioni, come si elegge il CSM e con quali incentivi opera, sono distinte e vanno affrontate in parallelo, non in alternativa.

    Sul piano elettorale, anche qui la Cartabia ha già mosso nella direzione giusta, introducendo collegi territoriali e candidature individuali. Prima della riforma, il magistrato votava sostanzialmente una corrente, che decideva chi mandare al CSM. Il candidato doveva alla corrente la candidatura e, una volta eletto, anche la fedeltà. La combinazione più robusta tra i correttivi elettorali resta quella tra collegio uninominale, divieto di liste bloccate e incompatibilità post-mandato.

    Il collegio uninominale non elimina il legame con la corrente, sarebbe ingenuo sostenerlo. L’esperienza dei sistemi politici mostra che l’uninominale tende a rafforzare le coalizioni, perché un candidato senza appoggi organizzati difficilmente batte l’uomo di punta di un blocco strutturato. Ma cambia la natura del legame: in un collegio uninominale la corrente non può imporre un candidato debole coprendolo con i voti di lista. Deve scegliere qualcuno che vinca sul territorio, il che significa qualcuno con reputazione personale, riconoscibilità, prestigio professionale. Il mandato resta legato alla corrente, ma la corrente è costretta a competere sulla qualità del candidato invece che sulla forza dell’apparato. È uno spostamento di incentivi, non una rottura. Ed è già molto.

    Il divieto di liste bloccate agisce in modo complementare: anche in un sistema proporzionale, spostare il potere dalla corrente-organizzazione al singolo candidato significa che la corrente può ancora sostenere qualcuno, ma non può imporlo. Il candidato deve essere riconoscibile e votabile dai colleghi in quanto persona, non in quanto tessera.

    Ci sono limiti reali. In collegi molto piccoli il rischio opposto è il clientelismo locale: la corrente nazionale viene sostituita dalla rete di relazioni personali del distretto. E il candidato forte in un collegio uninominale tende a essere quello con maggiore visibilità o anzianità, non necessariamente il più adatto al governo della magistratura. Sono rischi noti, gli stessi che esistono nelle elezioni politiche. Non annullano la proposta, ma impongono attenzione nella calibrazione dei collegi, che dovrebbero essere abbastanza ampi da rendere insufficiente la sola rete di conoscenze personali.

    Questi limiti confermano che il sistema elettorale da solo non basta. Il problema di fondo è altrove.

    Un CSM senza potere sulle carriere non è una riforma: è una resa. La magistratura, per essere autonoma dall’esecutivo, deve potersi governare, e governarsi significa anche decidere chi avanza, chi ottiene un incarico direttivo, chi viene valutato e come. Sottrarre quel potere decisionale significherebbe consegnarlo altrove: a criteri burocratici che non catturano la qualità reale, o peggio, a un controllo politico esterno incompatibile con l’indipendenza del potere giudiziario. Il problema non è la discrezionalità in sé, ma una discrezionalità non vincolata da criteri trasparenti e esercitata da chi ha un interesse personale nell’esito.

    Il problema non è che il CSM decida. È che chi decide lo fa con incentivi distorti: deve la propria elezione alle correnti, e le correnti devono la propria forza alle carriere che controllano. Spezzare questo circolo non richiede di svuotare il CSM, ma di fare in modo che chi vi siede non abbia nulla di personale in gioco nelle decisioni che prende. Incompatibilità post-mandato, criteri predeterminati, trasparenza delle discussioni, sistema elettorale che premi il candidato invece della tessera: nessuno di questi correttivi è risolutivo da solo, ma combinati aggrediscono il problema da lati diversi.

    È una soluzione più complessa del sorteggio, ma più onesta e più coerente con l’idea di una magistratura davvero autonoma.

  • CSM, il sorteggio contraddice il merito

    CSM, il sorteggio contraddice il merito

    La riforma costituzionale della giustizia sceglie di eleggere i CSM per sorteggio e non per votazione. Perché il sorteggio, a differenza della votazione, consentirebbe di eleggere magistrati liberi dall’influenza delle correnti. I magistrati così scelti sarebbero comunque persone qualificate, perché estratti a sorte da un corpo di funzionari tutti abilitati e preparati. I magistrati sorteggiati, liberi dall’influenza delle correnti, potrebbero finalmente decidere nomine e promozioni basate sul criterio del merito e non della fedeltà. Però, la motivazione del sorteggio e il suo scopo sembrano contraddirsi.

    Per sostenere il sorteggio nella elezione del CSM, i promotori del SI alla riforma devono affermare che la magistratura sia un corpo di funzionari interscambiabili e di alto livello. Altrimenti affidarsi al caso sarebbe un azzardo molto rischioso. Tuttavia, per sostenere la necessità di una selezione basata sul merito e non sulla fedeltà, devono affermare l’esatto opposto. Ovvero che esistano profonde differenze tra magistrati “bravi” e “incompetenti” e che il sistema attuale, poiché condizionato dalle correnti, non sia in grado di distinguerli.

    Se i magistrati sono tutti bravi, il sorteggio non è un problema. In tal caso neppure esiste come problema il criterio del merito nella selezione di nomine e promozioni. Invece, se i magistrati non sono tutti bravi, allora esiste il problema di selezionare i più meritevoli. Ma in tal caso l’elezione per sorteggio è un’avventura.

    In realtà, il sorteggio per la composizione del CSM elimina solo il potenziale legame tra l’eletto e una corrente che lo sostiene. Ma il sorteggio di per sé non produce merito nella selezione di nomine e promozioni; al limite produce neutralità statistica. Una volta estratti a sorte i membri del CSM, questi dovranno comunque decidere chi promuovere a incarichi direttivi (Procure, Presidenze di Tribunale). Il rischio, paradossalmente, è che membri estratti a sorte e privi di esperienza ordinamentale finiscano per affidarsi ancora di più ai pareri burocratici degli uffici ministeriali, o, peggio, tornino a logiche di scambio informale non più mediate dalle correnti “ufficiali”, quindi persino meno decifrabili e più opache.

    I sostenitori del SI sovrappongono in questo modo due momenti diversi. La selezione dei controllori (il CSM), che si vorrebbe fare a sorte. La valutazione dei controllati (i magistrati ordinari): Che si vorrebbe fare per merito. La falla logica sta nel credere che un organo scelto dal “caso” sia automaticamente più incline o più capace di valutare il “merito” rispetto a un organo scelto per elezione. Se il problema è la lottizzazione delle cariche, il sorteggio la interrompe, ma non garantisce affatto che i criteri di scelta diventino improvvisamente scientifici o legati all’efficienza.

    Il sorteggio viene presentato come una “cura miracolosa” che, eliminando la politica interna (le correnti), sprigiona automaticamente il merito. È un’ipotesi suggestiva ma priva di riscontro empirico. Il merito richiede criteri di valutazione oggettivi, investimenti e trasparenza, non la rimozione del metodo elettivo. Se i magistrati sono tutti bravi il sorteggio è innocuo ma il merito è un falso problema; se non lo sono, il merito è un problema reale ma il sorteggio è la soluzione sbagliata.

  • L’attacco di Usa e Israele contro l’Iran

    L'attacco di Usa e Israele contro l'Iran

    L’attacco militare congiunto di Usa e Israele contro l’Iran può essere sostenuto per una ragione particolare: l’auspicabile caduta del regime degli Ayatollah e dei Pasdaran. Non a caso, è la giustificazione politica dell’attacco. La Repubblica Islamica è odiosa. Reprime nel sangue e nel carcere migliaia di oppositori e manifestanti. Precipita il paese nella più grave crisi economica, al netto delle sanzioni. Appoggia organizzazioni terroristiche, per la propria protezione, senza offrire alcuna prospettiva di liberazione ai popoli oppressi. A cominciare dal popolo palestinese, che per la dissennata strategia stragista di Hamas, è stato esposto allo sterminio di massa da parte dell’IDF. La caduta degli Ayatollah e dei Pasdaran in Iran vorrebbe dire, nella speranza, la fine della repressione interna, l’inizio di una nuova stabilità regionale, l’affermazione dell’emancipazione femminile. Tuttavia, anche mettendo da parte il giudizio sui leader attaccanti, esistono delle ragioni di ordine generale che giocano contro l’intervento.

    La prima è la ragione umanitaria. È molto difficile che l’aggressione militare israelo-americana all’Iran, un paese di 90 milioni di abitanti, possa essere chirurgica. Mirata a distruggere solo l’apparato del regime e della sua industria militare, senza colpire al tempo stesso la popolazione e le infrastrutture civili. Già questa mattina, un attacco aereo ha colpito la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran. Il bombardamento ha fatto decine di vittime tra le bambine. Altri missili sono caduti nelle aree residenziali di Teheran, nel quartiere di Narmak, provocando morti e feriti tra i civili.

    I costi umani della guerra israelo-americana contro l’Iran potrebbero diventare più pesanti della repressione interna e allo stesso tempo aggravare la repressione. Di fronte all’aggressione esterna, il regime può dichiarare lo stato di emergenza totale, sospendere ogni residuo diritto e utilizzare la “difesa della patria” come scusa per eliminare fisicamente i dissidenti sopravvissuti, etichettandoli come collaborazionisti del nemico. La sofferenza estrema (mancanza di elettricità, acqua, ospedali sovraccarichi e internet disconnessa) rischia di trasformare la rabbia dei cittadini verso gli Ayatollah in risentimento contro chi sgancia le bombe dal cielo, alienando proprio quelle persone che l’operazione dichiarava di voler “liberare”.

    In secondo luogo, gioca contro l’intervento una ragione politica. Le precedenti guerre in Medio Oriente depongono a sfavore. Dal 2003 al 2011, in Iraq, la rimozione di Saddam Hussein ha distrutto l’apparato statale, ma ha portato a un decennio di guerra civile settaria e alla nascita dell’ISIS. Nel 2011, in Libia, l’intervento NATO ha rimosso Gheddafi, ma ha lasciato il Paese frammentato tra milizie rivali, trasformandolo in un hub per il traffico di esseri umani e armi. Dal 2001 al 2021, in Afghanistan, vent’anni di occupazione e miliardi di dollari spesi, si sono risolti con il ritorno al potere dei Talebani e la fuga precipitosa degli eserciti Nato.

    A differenza di altri contesti, l’Iran ha una struttura di potere estremamente stratificata. Se i vertici del regime cadessero domani sotto i bombardamenti, non ci sarebbe un’opposizione unica e pronta a governare. Il rischio è una lotta intestina tra fazioni dei Pasdaran, minoranze etniche, resistenza nazionalista. Il collasso creerebbe un’onda d’urto in tutto il Medio Oriente. Milioni di persone si sposterebbero verso la Turchia e l’Europa, superando di gran lunga i numeri della crisi siriana. Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e la distruzione delle infrastrutture petrolifere iraniane potrebbero mandare l’economia globale in recessione.

    Infine, gioca contro l’intervento una ragione giuridica, che non è solo formale, ma ha significato per il mantenimento della pace nel mondo. L’ attacco di Usa e Israele contro l’Iran è un’aperta violazione del diritto internazionale. I precedenti interventi in Medio Oriente avevano tentato, anche solo ipocritamente, di costruire una copertura legale con il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la costruzione di una coalizione internazionale. Oggi, l’attacco all’Iran ignora sfacciatamente l’ONU e il diritto internazionale, dando così un ulteriore formidabile contributo alla destabilizzazione dell’ordine mondiale. Che di violazione in violazione, di guerra in guerra, può precipitare in un conflitto globale.

    Il conflitto in Ucraina, quello a Gaza e ora l’attacco all’Iran non sono più crisi isolate. L’Iran è un fornitore chiave di droni per la Russia; un attacco a Teheran è percepito da Mosca come un attacco indiretto ai propri interessi vitali. Si tratta di conflitti alimentati dalle stesse alleanze di interessi e dalle stesse contrapposizioni ideologiche e militari. La terza guerra mondiale a pezzi di cui parlava Francesco, man mano che si aggiungono altri pezzi, sempre più pesanti e coinvolgenti gli interessi delle grandi potenze, può finire per unificarsi in una sola grande guerra.