
Le intercettazioni israeliane della Global Sumud Flotilla in pieno giorno, al largo di Cipro, sono un fatto semplice da descrivere e difficile da giustificare. Navi civili, in acque internazionali, sono state abbordate da forze armate di uno Stato che non esercita alcuna giurisdizione su quel tratto di mare. Nel diritto internazionale, questo si chiama violazione della libertà di navigazione. Tutto il resto, blocchi, manuali, risoluzioni, affiliazioni politiche, viene dopo.
Eppure Israele e i suoi sostenitori tentano di costruire una cornice giuridica che renda l’operazione non solo comprensibile, ma addirittura legittima. È un esercizio fragile, che si regge su tre puntelli: il Rapporto Palmer del 2011, il Manuale di Sanremo del 1994, e la presunta affiliazione della Flotilla a Hamas. Nessuno dei tre, preso sul serio, regge il peso che gli si vuole attribuire.
Il Rapporto Palmer viene spesso citato come se fosse una sentenza dell’Aja. Non lo è. È un documento redatto da un panel nominato dal Segretario generale dell’ONU, senza mandato giudicante e senza valore vincolante. Lo stesso rapporto chiarisce che non attribuisce responsabilità legali e che le sue conclusioni sono frutto di un compromesso politico.
Il suo giudizio sulla “legittimità” del blocco di Gaza è stato contestato dall’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, dalla Commissione d’inchiesta del Consiglio per i Diritti Umani, dal Comitato internazionale della Croce Rossa, da numerosi esperti di diritto internazionale. Tutti questi organismi hanno definito il blocco una forma di punizione collettiva, vietata dal diritto internazionale umanitario. Citare il Rapporto Palmer come fonte normativa significa ignorare la gerarchia delle fonti e la natura stessa del documento.
Il Manuale di Sanremo è un testo di studio, non un trattato. Riassume il diritto consuetudinario applicabile ai conflitti navali, ma non crea obblighi. Anche assumendo, per ipotesi, che il blocco di Gaza sia legittimo, il Manuale impone condizioni precise: il blocco non può affamare la popolazione civile; deve permettere il passaggio degli aiuti essenziali; deve essere proporzionato; deve essere effettivo e non discriminatorio.
La realtà documentata da ONU, Croce Rossa e ONG è opposta: gli aiuti vengono sistematicamente limitati, rallentati o respinti. Il blocco produce effetti devastanti sulla popolazione civile. È difficile conciliare tutto questo con i criteri di Sanremo.
C’è poi un punto decisivo: anche un blocco legittimo non autorizza l’uso della forza in acque internazionali. L’intercettazione deve essere necessaria, proporzionata e legata a un rischio immediato. Abbordare una nave civile a centinaia di chilometri da Gaza non soddisfa nessuno di questi criteri.
L’accusa secondo cui la Flotilla sarebbe “affiliata a Hamas” e la tesi che essa rappresenti un “successo propagandistico per Hamas” sono argomenti politici, non giuridici. Il diritto del mare non consente di fermare navi civili in acque internazionali sulla base di sospette simpatie politiche degli organizzatori, né sulla base di calcoli di opportunità strategica. La Global Sumud Flotilla è un’iniziativa internazionale, con partecipanti europei, parlamentari, attivisti e ONG. Anche se non lo fosse, il punto non cambierebbe: le opinioni politiche non autorizzano l’uso della forza contro civili.
La Risoluzione 2803, adottata dal Consiglio di Sicurezza nel novembre 2025 all’indomani del cessate il fuoco a Gaza, nasce per dare legittimità al meccanismo di aiuti voluto dall’amministrazione Trump, il cosiddetto Board of Peace. Incoraggia l’uso di canali coordinati, ma non vieta missioni indipendenti, non conferisce a Israele poteri speciali e non modifica il diritto del mare. Soprattutto, non autorizza l’uso della forza contro navi civili. La Flotilla nasce proprio dal fallimento di quei canali “coordinati”, che la stessa risoluzione implicitamente riconosce come insufficienti.
Anche ammettendo (senza concederle) tutte le premesse israeliane, blocco legittimo, organizzatori discutibili, canali ONU preferibili, resta un fatto che non si può aggirare: navi civili sono state abbordate con la forza in acque internazionali da uno Stato che non ha alcun titolo per farlo. È una violazione della libertà di navigazione. Una violazione del diritto internazionale. Un precedente pericoloso.
L’abbordaggio in acque internazionali è già una violazione della libertà di navigazione. Ma ciò che è accaduto dopo è ancora più grave: la marina israeliana ha arrestato gli equipaggi della Flotilla, per essere deportati e detenuti in Israele. Le testimonianze degli attivisti arrestati nelle missioni precedenti, incluse quelle del settembre 2025 e di due settimane fa, oggetto di cause legali in corso, riferiscono di abusi fisici e psicologici.
Israele esercita così poteri di polizia e di giurisdizione su civili stranieri che non si trovavano in territorio israeliano né in acque sotto il suo controllo. Effettua arresti extraterritoriali senza alcuna base giuridica riconosciuta. Procede a detenzioni come se quei civili fossero entrati illegalmente in Israele, quando in realtà sono stati portati in Israele contro la loro volontà. Nel diritto internazionale, questo configura una forma di sequestro extraterritoriale.
L’arresto e la deportazione non sono quindi un effetto collaterale dell’abbordaggio: sono la prova che Israele ha esercitato un potere che non aveva, aggravando la violazione della libertà di navigazione con la violazione diretta dei diritti fondamentali delle persone coinvolte.








