Elly Schlein vuole Matteo Renzi nel campo largo. Dal punto di vista logico-matematico ha ragione. Centrodestra e centrosinistra sono dati in pareggio. Per pochi punti, l’uno può prevalere sull’altro. Italia Viva vale circa il 3%, che forse potrebbe valere qualcosa di più se attraesse gli elettori di “sinistra” o “anti-destra” delle altre formazioni centriste. Quelli non convinti dall’eventuale avventura solitaria di Calenda e Marattin. Oltre il dato percentuale, conta il dato politico-culturale: Italia Viva nel centrosinistra rappresenterebbe l’area “riformista”. L’idea stessa di campo largo mira ad allargare il più possibile il campo democratico contro la destra, come un fronte nazionale o costituzionale. Perché Matteo Renzi non dovrebbe farne parte? La valutazione contraria ha le sue buone ragioni.
La prima è che il 3% renziano potrebbe essere neutralizzato, o addirittura superato in negativo, dalla quota di antirenziani che il campo largo perderebbe se comprendesse Italia Viva. Una parte della sinistra identifica Renzi con politiche istituzionali e sociali di destra. Dal tentativo di abolire il Senato per rafforzare i poteri dell’esecutivo, all’abolizione dell’articolo 18 con il Jobs Act, che ha aggravato la precarizzazione del lavoro.
Ma quel che è deleterio in Renzi, oltre le sue politiche, e che lo distingue da molti leader di sinistra moderati, è il profilo retorico e antropologico. Un modo di porsi che risulta provocatorio e antipatico verso la sinistra. Il 19 giugno, alla festa Fiom di Bologna, il giornalista Marco Damilano ha chiesto a Schlein, Conte e Fratoianni se la foto del campo largo non andasse allargata anche a Renzi: la platea ha risposto con un boato di no, prima ancora che i tre potessero rispondere.
Ciò detto, il leader di Italia Viva ha problemi soprattutto con il M5S, il principale partito di opposizione al governo Renzi tra il 2014 e il 2016. Renziani e grillini si sono sempre reciprocamente percepiti come avversari principali. Lo stesso Renzi è stato l’artefice della caduta del secondo governo Conte.
Qui arriviamo al secondo motivo. Se Italia Viva fosse numericamente decisiva per la vittoria del campo largo, potrebbe poi diventare determinante per la stabilità del suo governo. Questo richiede una grande fiducia in Matteo Renzi. Ma l’esperienza insegna a non averne. Renzi ha costruito la sua fortuna politica scardinando le carriere altrui.
Nel 2011-2013, ha debuttato come rottamatore, in particolare contro D’Alema. Nel 2014, ha fatto cadere il governo di Enrico Letta per prendere il suo posto a Palazzo Chigi. Dopo le elezioni del 2018 ha impedito a priori ogni tentativo di alleanza tra PD e M5S, favorendo la formazione del governo giallo-verde. Nel 2019, dopo il comizio di Salvini al Papeete, ha ribaltato completamente la sua prospettiva, favorendo l’alleanza tra PD e M5S, salvo poi, una volta nato il governo giallo-rosso, lasciare il partito e fondare Italia Viva. Una scissione senza neppure un casus belli, dato che il PD di Zingaretti si era ancora una volta adeguato alla sua linea, per mantenere l’unità del partito, anche a costo di smentire se stesso.
L’obiettivo dichiarato da Renzi era replicare l’operazione di Macron con En Marche contro il Partito Socialista francese: cannibalizzare il PD attraendone l’elettorato riformista. Non gli riuscì, ma quando, nel 2023, arrivò alla segreteria Elly Schlein, Renzi tornò ribadirlo, convinto che ora i riformisti del PD sarebbero transitati in massa verso Italia Viva. Due anni prima, nel 2021, tolse la fiducia al governo Conte, affinché i fondi del PNRR fossero gestiti da un governo tecnico di unità nazionale, rimettendo così in gioco la destra nella gestione delle risorse. Nel 2022 tentò l’alleanza organica con il solo Calenda, per poi affossarla nel 2023 quando venne al dunque il nodo del partito liberaldemocratico unificato. Oggi vediamo Renzi aver maneggiato nel dividere Vannacci da Salvini, per tentare di mettere in crisi tutto il centrodestra.
Cosa lascia pensare che l’iperattivismo tattico di Renzi si fermi dopo un’eventuale vittoria del campo largo, con lui stesso in posizione determinante? Questo leader resta fondamentalmente un democristiano, tale è la sua origine, convinto che l’Italia si governi dal centro. Che a Palazzo Chigi sieda Elly Schlein o Giuseppe Conte, Renzi continua a preferire lo schema del governo Draghi. Cosa gli impedirebbe di agire per tornarci? Se sarà Conte a guidare il governo, troverà in Renzi un avversario naturale. Se sarà Schlein, le risulterà forse umanamente più compatibile, ma già da mesi Renzi promuove pubblicamente, come alternativa a lei, la leadership della sindaca di Genova Silvia Salis.
Forse Elly Schlein vede in un campo largo così eterogeneo, con rivalità irrisolte, la condizione ottimale per porsi come punto di equilibrio. Ma questa posizione potrebbe costarle un impiego di tempo ed energia molto logorante, specie se i due leader, Conte e Renzi, non le riconoscono la necessaria autorità, e anzi vedono in lei chi occupa il posto che spetterebbe a loro. Per tutte queste ragioni, il campo largo farebbe meglio a fare a meno di Renzi. Sarebbe un campo solo un po’ più stretto. Ma almeno sarebbe un campo sminato.
Esiste l’idea che il successo di Roberto Vannacci sia provocato dall’enfatizzazione mediatica promossa dai suoi stessi avversari. La cosa giusta da fare sarebbe ignorarlo, per non regalargli pubblicità. Questa mossa presuppone il controllo totale della comunicazione politica. Basti ricordare che il generale ha guadagnato i primi titoli sui giornali quando il suo libro auto pubblicato “Il Mondo al contrario” era ormai in testa alla classifica dei libri più venduti su Amazon. Il testo veicolava luoghi comuni reazionari sulle donne, gli omosessuali, i migranti. Il suo prodotto era cresciuto da solo e, con o senza l’aiuto dei media, sarebbe cresciuto ancora, come molti anni prima, nell’oscurità mediatica, era cresciuta la Lega di Umberto Bossi.
Se i media canalizzano e accelerano questo tipo di prodotto è perché intercettano una massa critica di risentimento nel Paese. Se non ci fosse, il solo sovraccarico mediatico non potrebbe reggere a lungo la promozione di un fantoccio. Nell’interazione tra quel tipo di leader e i media, il vantaggio è reciproco. Il leader divulga il suo messaggio, il media ottiene audience. Si discute se Lilli Gruber sia stata efficace nell’intervistare Vannacci, ma per lei è andata bene comunque, perché ha fatto il 10% di share. Con un altro leader non le sarebbe riuscito. L’enfatizzazione mediatica non ha il potere di spingere un peso morto. Se questo leader ha successo vuol dire che, nonostante o in forza delle sue idee mortifere, è un fenomeno vitale. Ignorarlo equivale a fare lo struzzo.
Se torna utile per dividere la destra
Secondo retroscena giornalistici, Matteo Renzi avrebbe spinto il generale Vannacci a uscire dalla Lega e fondare Futuro Nazionale. Se il nuovo movimento rimane fuori dal centrodestra, gli sottrae voti e avvantaggia il centrosinistra. Invece, se entra nel centrodestra lo radicalizza, facendogli perdere i voti di centro; anche così avvantaggerebbe il centrosinistra. Sul piano tattico sembra intelligente, sul piano strategico potrebbe non esserlo. Futuro Nazionale può indebolire anche il centrosinistra, sottraendo voti al M5S. Il PCI non ha mai perseguito la divisione della DC, perché la considerava una diga antifascista. Il centrodestra non è la DC, ma al peggio non c’è mai fine. Destabilizzare la parziale istituzionalizzazione del centrodestra potrebbe generare dei mostri. Il modello renziano è Nigel Farage che ha cannibalizzato il partito conservatore in Gran Bretagna. Ma Nigel Farage ha già provocato la Brexit e in un prossimo futuro potrebbe conquistare Downing Street.
I ragionamenti intorno a Vannacci trattano di una forza del 5%. Ma questa forza, che oggi ha superato la Lega nei sondaggi, può scalare il centrodestra. Abbiamo già visto, tra il 2013 e il 2022, che i populismi italiani, passati per la prova del governo, possono travasarsi da uno all’altro. Da Forza Italia al M5S alla Lega a Fratelli d’Italia. Entro le elezioni del 2027, Futuro Nazionale può diventare la nuova forza assorbente del populismo. Quando i populisti italiani vanno al governo si danno una patina di moderazione istituzionale, diversamente da Trump, Orban, Milei, che anche al potere continuano a recitare la retorica originaria.
Così, la parte di elettorato delusa dal governo Meloni, invece di rifluire nell’astensione, può rivolgersi a Vannacci. Adesso che il ritorno degli eredi del fascismo al governo è stato sdoganato da una rassicurante figura femminile come Giorgia Meloni, l’estrema destra può ridarsi una leadership più virile e consona alla propria subcultura. Così, se a destra ci sarà l’accordo o meno, dipenderà anche da questo conflitto. Se FdI valuterà di poter meglio difendere il proprio primato tenendo il generale fuori o dentro la coalizione. Fuori, può far perdere il centrodestra, dentro può scalarlo.
L’effetto rincorsa
Intanto, gli slogan di Futuro Nazionale arretrano il dibattito pubblico in senso autoritario, razzista e sessista. La remigrazione non è solo respingimenti e rimpatri, è la deportazione collettiva di immigrati ormai integrati, di seconda generazione, persino cittadini italiani. Il suo modello è l’ICE di Trump. Limitarsi a sfidare Vannacci sul piano pratico “Come lo fai?” è pericoloso. Si rischia di dargli ragione in termini valoriali “Si, andrebbe fatto, ma non si può” e di spingere lui e la destra a dimostrare che invece si può, spostando sempre un po’ più in là la soglia della crudeltà e della violazione dei diritti umani. Tutta la politica migratoria europea e italiana degli ultimi trent’anni somiglia alla storia della rana bollita. Negare il femminicidio, le quote rosa, valorizzare la libera scelta della casalinga ridà fiato al maschilismo revanschista. Lega e FdI saranno indotti a riaccentuare i loro tratti fascistoidi per reggere la concorrenza.
Il movimento di Vannacci e la radicalizzazione di una parte del centrodestra nell’insieme saranno forse solo una minoranza. Ma possono essere una minoranza determinata che si aggrega, si mobilità, trova una esplicita legittimazione e rappresentanza politica. È una parte ampia di società italiana per la quale il fascismo ormai è attraente e quel che eventualmente non attrae può essere metabolizzato. Non è scontata la fuga dei moderati, in Italia i cordoni sanitari sono saltati da molto tempo. Troppe persone soffrono la vecchiaia, la solitudine, la povertà materiale ed esistenziale. Quando parliamo dell’integrazione degli immigrati di altre culture, spesso trascuriamo che la nostra stessa società tende alla disintegrazione sociale e culturale.
Il maschilismo esiste sia a destra, sia a sinistra. Con questa differenza: un maschilista di sinistra è incoerente, un maschilista di destra è coerente. Perciò, il maschilismo come bandiera identitaria può funzionare solo a destra.
Succede così che al lancio di una formazione politica di estrema destra come Futuro Nazionale, il suo leader, Roberto Vannacci, voglia qualificare l’iniziativa anche con dichiarazioni maschiliste. Per esempio: il femminicidio non esiste, esiste solo l’omicidio; le quote rosa vanno abolite, le persone devono essere elette solo per il merito e non per il sesso; le donne devono essere libere di scegliere di dedicarsi interamente ai figli, alla famiglia, alla casa; indicare Giorgia Meloni con le ginocchiere davanti a Trump e Netanyahu, o definirla cortigiana, non è sessista, è solo una sfumatura di linguaggio. Fare affermazioni di questo tipo funziona come catalizzatore di un atteggiamento subculturale ostile al femminismo, al pari di altre affermazioni che possono coalizzare gli anticomunisti, i razzisti, i novax.
Queste affermazioni travisano la neutralità. Il femminicidio non indica il sesso della vittima, ma il movente dell’assassino: giustiziare la donna che viola il codice patriarcale di possesso e subordinazione. Le quote rose non eleggono donne incompetenti, ma arginano le quote blu: l’elezione sproporzionata di uomini favoriti dall’essere maschi, già integrati in reti e cooptazioni maschili, che premiano il merito della fedeltà e dell’affinità al capo. Molte casalinghe, soprattutto nel Mezzogiorno, sono tali, non per libera scelta, ma per mancanza di lavoro, asili nido e servizi sociali. Oberate dal carico di cura familiare, senza reddito e previdenza, sono a rischio di subalternità e violenza economica contro ogni loro libera scelta. La caricatura della cortigiana o delle ginocchiere, non è una sfumatura di linguaggio, ma il solito attacco contro una donna, che allude al corpo, la sottomissione sessuale, la moralità. Impensabile contro un uomo. Seppure fosse pensato, diverso sarebbe l’effetto nell’immaginario pubblico.
La forza di questi travisamenti non sta nella logica, ma nella capacità di offrire una contro-narrazione facile a un pubblico che si sente minacciato dal cambiamento sociale. Ogni volta che qualcuno deve spiegare perché “femminicidio” è un termine utile, perché le quote rosa non sono un’ingiustizia contro gli uomini, perché una rappresentazione può essere sessista, la spiegazione è già sconfitta. Nel ring della comunicazione politica social-mediatica, chi spiega perde contro chi afferma. Perché la spiegazione è percepita come complicata, pedante, professorale, politicamente corretta, un’arrampicata sugli specchi. L’affermazione secca, invece, suona come verità semplice, schietta e coraggiosa. È il principio dell’asimmetria della stronzata: l’ammontare di energia necessario per confutare una sciocchezza è un ordine di grandezza superiore a quello necessario per affermarla e diffonderla. La contro-narrazione di destra afferma e diffonde che il maschilismo non è oppressione, ma resistenza.
Cosa significa puntare su slogan maschilisti? Futuro Nazionale è stimato al 5%. Se il maschilismo esplicito, pur minoritario, in declino, copre un’area più ampia, sul 30%, il margine di crescita diventa notevole. Una ipotesi più inquietante è quella del riflusso culturale. Aggredire concetti che sembravano acquisiti misura i riflessi della società. Se la reazione è debole, se l’indignazione rimane confinata nel progressismo, mostrarsi maschilisti non è più un suicidio politico. La provocazione normalizza il tabù: una volta pronunciata la frase irricevibile, la volta successiva diventerà discutibile, e quella dopo sarà considerata “una posizione come un’altra”. In un altra ipotesi, il maschilismo è un cuneo nel centrodestra per sfidare e logorare la sua leadership femminile. Se davanti alle provocazioni maschiliste, Meloni tace, rischia di sembrare debole o complice; se reagisce, rischia di allinearsi alla retorica di sinistra. La risposta individualista “io non sono come le altre” può precluderle la solidarietà femminile.
Meloni ha usato il codice penale per fare incontrare la destra e i diritti delle donne. Utero in affitto reato universale. La sovrapposizione tra la destra, per la famiglia naturale, e parte del femminismo, contro la mercificazione e la rottura della relazione materna, è blindata dall’asse con il Vaticano. Femminicidio reato autonomo punibile con l’ergastolo. La legge non previene, ma interviene quando il sangue è già versato, tuttavia l’impianto simbolico regge. Così, l’irruzione contro il concetto di femminicidio mina il secondo ponte normativo tra destra e consenso femminile. Il terzo ponte, la legge contro la violenza sessuale incentrata sul consenso, in linea con la Convenzione di Istanbul, era già stato impedito da Salvini. La riforma, non si limitava a punire il mostro, ma toccava il nucleo del potere maschile, il controllo sul corpo femminile e la fine della giustificazione della “zona grigia”, quindi i reazionari si sono ricompattati contro.
Quale potrà essere la reazione delle donne? Di recente, abbiamo assistito a paradosso: le femministe di destra. Esponente di spicco è la ministra Eugenia Roccella. L’origine del fenomeno sta nella crescita e nelle divisioni del femminismo. La sinistra, pur con il suo modo evitante, è sembrata schierarsi con le ideologie della parità, queer e transfemministe, isolando quel femminismo radicale gender-critical, no gpa, sensibile alla causa delle madri separate. La destra si è appropriata della retorica del femminismo radicale. Ed è parsa difendere la differenza sessuale, il valore della maternità, il potere generativo delle donne, l’inviolabilità e indisponibilità del corpo femminile. Ha così offerto una casa politica alle femministe radicali, che si sono sentite alienate dalle derive più fluide e post-moderne della sinistra. Se le femministe a sinistra da sempre agiscono conflitti, le femministe a destra sono parse finora abbastanza allineate.
C’è poi una questione che va oltre il rapporto tra i sessi: il rapporto con gli immigrati stranieri, in particolare di origine africana e mediorientale. Una parte delle donne femministe vede gli immigrati maschi come portatori di valori patriarcali più arretrati. Soprattutto i musulmani, associati al velo islamico e percepiti come una minaccia diretta ai diritti e alla libertà delle donne. Una manifestazione di questo orientamento sono le femministe filoisraeliane, nonostante il genocidio di Gaza. Il conflitto israelo-palestinese è da loro depoliticizzato: smette di essere una disputa su terra, occupazione militare e autodeterminazione. Viene ridefinito come la prima trincea di uno scontro di civiltà tra l’Occidente libero e democratico e l’Islam oscurantista.
Così, non è scontata la reazione delle donne al maschilismo revanchista nostrano. Sia perché le donne, oltre a essere donne, sono anche altre cose e s’identificano con la nazionalità, la classe sociale, la religione, l’ideologia politica e culturale. Sia perché, nel rapporto con la diversità, può tornare in auge il nucleo fondamentale di quel meccanismo che ha indotto le donne, per migliaia di anni, a dare un sostegno anche solo parziale al patriarcato. Ossia, l’avere paura di un gruppo di uomini e chiedere la protezione di un altro gruppo di uomini. Il maschilismo degli uomini più familiari appare più tollerabile. Il generale Vannacci, in effetti, si presenta come un uomo della famiglia naturale.
La proposta di una tassa patrimoniale apre la discussione sulla redistribuzione della ricchezza, perché in Italia e nel mondo occidentale la ricchezza è sempre più concentrata. Il 10 per cento della popolazione possiede il 60% della ricchezza. La apre anche sulla funzione sociale di una ricchezza sempre più derivata dalla finanza e sempre meno investita in economia reale. Quindi, tassare il patrimonio può ridurre la diseguaglianza e incoraggiare gli investimenti.
A questa proposta, però, si oppongono tre obiezioni. 1) Tassare i grandi patrimoni porta pochi introiti, quindi è una misura inutile. 2) Se tassi i grandi patrimoni, questi si trasferiscono all’estero, quindi è una misura controproducente. 3) Se tassi i grandi patrimoni, questo è solo l’inizio, poi vorrai tassare anche i patrimoni del ceto medio, quindi è una misura che minaccia il risparmio, invece di aiutare gli italiani a formarsene uno.
Ma, se tassare i grandi patrimoni sopra i due milioni di euro con un’aliquota dell’1% porta pochi introiti, si potrebbe alzare l’aliquota. Tuttavia, cosa vuol dire pochi introiti? Anche un gettito di soli 5-10-15 miliardi, in un discorso di finanza pubblica, sarebbe utile per realizzare delle cose o per evitare dei tagli sociali importanti. Quante sono le tasse che portano poco gettito? Cosa vorrebbe dire eliminarle tutte insieme, perché tanto ciascuna incassa poco?
Poi, se tassare i grandi patrimoni, provoca il trasferimento all’estero, si può immaginare di tassare la cittadinanza, come negli Usa, quindi il proprietario italiano che trasferisce all’estero i suoi beni, in quanto cittadino italiano verrebbe comunque tassato dall’Italia. Bisogna, inoltre, vedere se una tassa all’1% vale la pena e la spesa di trasferire i propri patrimoni all’estero. Senza considerare che solo i patrimoni liquidi sarebbero trasferibili, non quelli immobili. La stessa misura adottata da un paese può essere adottata da altri paesi, e un coordinamento europeo può inibire la fuga di capitali.
Infine, se tassi i grandi patrimoni poi vorrai tassare anche i patrimoni medi e piccoli. Questo è ciò che avviene già con l’IMU, la tassa sul bollo auto, il canone RAI, imposta di bollo sui conti correnti e depositi titoli. Sono tasse regressive proporzionali al bene posseduto e non alla ricchezza complessiva. È proprio l’escludere le grandi ricchezze dalla tassazione che obbliga lo stato a tassare il ceto medio e i lavoratori. Più si adotta un principio di progressività fiscale, più è possibile ridurre le tasse per chi ha meno.
L’effetto concreto delle tre obiezioni è quello di chiudere la discussione: i super ricchi, i grandi patrimoni, la grande proprietà privata non si toccano. Ma questo nel tempo sarà sempre meno sostenibile, se non al prezzo di una sempre maggiore instabilità sociale. Perché l’Italia ha un debito pubblico sempre più grande e una spesa pubblica che non può ridursi, perché la popolazione invecchia e la quota degli anziani cresce in proporzione alla quota degli adulti e dei giovani. Inoltre, l’Italia, come gli altri paesi europei, vuole aumentare la spesa militare. Come si sostiene tutto questo se non recuperando l’evasione e, soprattutto, ripristinando il principio della progressività fiscale?
La paura dei migranti o l’interesse a sfruttarli sono all’origine della maggior parte dei problemi di sostenibilità dell’accoglienza. O meglio, della sua mancanza. Più rastrelli, imprigioni, respingi, rimpatri, più produci clandestini, degrado, conflitti. Di fronte all’immigrazione, che ci piaccia o meno (e a me non dispiace), è meglio farsi concavi che convessi.
Ogni essere umano che voglia spostarsi da un territorio all’altro deve poterlo fare. I capitali si spostano per tutto il mondo alla ricerca degli investimenti migliori. Le merci si spostano alla ricerca del miglior acquirente. Anche i lavoratori devono potersi spostare alla ricerca della migliore offerta di lavoro. Gli esseri umani hanno più motivi per volersi spostare. Alcuni fuggono dal peggio. Di fatto sono cacciati dalla guerra, la dittatura, la miseria, i cataclismi. Altri desiderano il meglio. Sono attratti dalla libertà e dal benessere e vogliono contribuirvi. Noi, italiani ed europei, siamo sia paesi di emigrazione, sia paesi di immigrazione. Così come lasciamo andare i nostri abitanti nativi, possiamo accogliere come nuovi abitanti gli immigrati stranieri.
Nel linguaggio della paura, questa idea viene mostrificata come immigrazione incontrollata o immigrazione clandestina. Ma questi caratteri negativi (incontrollata e clandestina) non sono prodotti da chi vuole arrivare, ma da chi vuole respingere. Tutta l’immigrazione, indipendentemente dal suo flusso, può essere controllata, se si è disposti a garantire le vie d’accesso legali, a registrare chi arriva, a organizzare la redistribuzione volontaria dei migranti tra i paesi europei e, all’interno dei paesi, tra le regioni, le province, le città, i villaggi.
Una parte dei nuovi arrivati può essere impreparata. Allora, noi possiamo investire nella loro formazione scolastica e professionale, per avere nuovi lavoratori, professionisti, imprenditori qualificati. I costi non devono spaventare. L’OCSE e la Banca Mondiale documentano il contributo fiscale netto positivo dell’immigrazione regolare nel medio periodo. I costi verrebbero quindi ripagati dalla ricchezza prodotta dagli immigrati e sarebbero comunque equivalenti o persino inferiori ai costi della macchina dei respingimenti e dei rimpatri forzati. Con la differenza che genereremmo lavoro, cultura, benessere e potremmo essere orgogliosi della nostra civiltà e della sua capacità di accogliere e integrare, invece di generare morte, prigionia e sofferenza, per poi doverci vergognare del nostro imbarbarimento chiuso in una fortezza dal benessere declinante, assediata da moltitudini di disperati.
La macchina dei respingimenti e dei rimpatri produce ciò che vuole combattere: la clandestinità di massa. Con tutti i problemi sociali che comporta: degrado urbano, conflitti comunitari, caporalato. Respingere significa decine di migliaia di morti in mare, decine di migliaia di prigionieri nei campi di concentramento nelle frontiere esternalizzate. Mafie che lucrano nel traffico di esseri umani. Questa politica violenta ha la sua logica perversa. Il razzismo garantisce, non l’esclusione dei migranti, ma l’esclusione dai diritti, quindi lavoratori schiavi. Offre manodopera sottopagata a un blocco sociale di padroncini e di consumatori di prodotti a basso prezzo e offre un capro espiatorio a quel pezzo di società più frustrata, che trova momentaneo sollievo nel prendere a calci qualcuno.
All’interno degli stati, le persone si muovono liberamente da una città all’altra, da una regione all’altra, i cambi di residenza, di domicilio, di lavoro, sono registrati e nessuno vede in questo una immigrazione incontrollata. Nessuno teme che la città più ricca debba accogliere tutti gli abitanti delle città più povere. Lo stesso succede nell’Unione Europea, nelle confederazioni sovranazionali, negli Stati Uniti. Perché non dovrebbe succedere lo stesso a livello di tutte le nazioni e di tutti i continenti? Non ci sono motivi razionali per volerlo impedire. C’è solo la paura o l’interesse dello sfruttamento. Il razzismo imbarbarisce quelle società che vogliono sottomettere i barbari o difendersi dal loro fantasma. Ma sappiamo già come va a finire: alla fine vincono i barbari. E io, comunque, faccio il tifo per loro.
L’elezione di Manuel Minervini, comunista di 36 anni, a sindaco di Molfetta, con la lista del PRC, la più votata del campo largo, le discussioni che ne sono seguite, mi ha riportato alla mente la vicenda del suo partito, a cui sono stato legato per lungo tempo e che forse rimane, affettivamente, ancora il mio partito.
Sono stato iscritto a Rifondazione Comunista dal 1991, anno della sua fondazione, al 2009, l’anno della Federazione della Sinistra (Prc-Pdci). Smisi di tesserarmi, non perché consumai una rottura, ma per esaurimento. Non fu neanche una decisione: saltai una riunione, poi un’altra, mi scordai di rinnovare la tessera e piano piano mi allontanai, come una barchetta alla deriva. Ero sempre comunista, e lo sono ancora, ma non avevo più il senso dell’identità. Non c’era più un partito con cui identificarmi (anzi, ce n’erano ormai troppi, tanti piccoli partiti comunisti) e meno che mai uno stato: l’Urss era caduta nel 1991, senza che poi sembrasse né realistico, né bello restaurarla. Ma ricordo il dolore, la notte del 25 dicembre 1991, nel vedere la bandiera rossa ammainarsi per sempre dal Cremlino.
Nel 2009, 2010, non ero più uomo di partito, né seguace di una ideologia, il comunismo lo mantenevo come un ideale, un orizzonte etico. I social appena nati mi aiutarono con l’effetto specchio. Osservavo i profili che postavano foto e messaggi celebrativi di altri movimenti: il PSI di Craxi, il PRI di La Malfa e Spadolini, la Democrazia Cristiana di De Gasperi, Fanfani e Moro, il Partito Radicale di Pannella. Non volevo essere l’equivalente comunista di questi qui. C’era un contrasto stridente e grottesco tra la statura grande che veniva ricordata e la statura piccola che lo ricordava, pur innalzandosi sui tacchi della nostalgia. Quali che fossero, bisognava riappropriarsi delle proprie reali dimensioni. Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer. La genealogia era finita. Proclamarsi eredi, continuatori, addirittura rifondatori, era da presuntuosi o da impostori.
La Rifondazione alludeva non solo alla rifondazione di un grande partito comunista di massa, ipotesi già molto improbabile, ma persino alla rifondazione del pensiero, la cultura, la teoria comunista. Un’impresa che avrebbe richiesto l’opera di nuovi giganti dello spessore di Marx, Engels, Lenin, Gramsci e di condizioni storiche paragonabili a quelle che li avevano prodotti. Noi eravamo guidati da bravi dirigenti un po’ in là con gli anni: Cossutta, Garavini, Libertini, Salvato, Serri, poi Magri, Castellina e Bertinotti. Superiori a molti leader di oggi, ma inferiori a quell’impresa. Per tacere del personale politico a livello locale. Parlo di Torino. I più bravi avevano meno potere, tipo Ferrero, Turigliatto, Papandrea o Artesio, Sestero, Montalto. Avevamo come segretario Marco Rizzo, oggi aspirante leader rosso-bruno. Un tale gli ha scritto: i compagni che lottavano con te trent’anni fa, ora si vergognano. Io mi vergognavo già trent’anni fa.
Rifondazione era una scelta di cuore, la testa si adattava. Poi non c’erano belle alternative. Il Partito democratico della sinistra (PDS) era blairiano. I verdi e la Rete erano piccoli movimenti di collocazione incerta, i verdi erano pure divisi in due. Però, avremmo potuto rappresentarci per quel che eravamo: un partito di resistenza comunista, in difesa degli interessi di una classe operaia in declino, che non aveva più il senso di nessuna missione storica e dei nuovi lavoratori precari la cui organizzazione era tutta da inventare. Ricordo, a scapito del PRC, alcuni punti deboli strutturali: l’organizzazione del partito, la collocazione nel sistema politico, la rappresentanza sociale, la cultura politica e il rapporto con il passato.
Il PCI era una struttura centralizzata governata con il centralismo democratico. La linea politica era una sintesi o una decisione a larga maggioranza, le minoranze dovevano adeguarsi e non potevano organizzarsi in correnti. Il PRC era un assemblaggio di correnti. Voleva essere come il PCI togliattiano, ma in realtà era come il PSI pre-craxiano. Il centralismo democratico veniva fatto calzare a un frazionismo esasperato, come la scarpetta di Cenerentola alle sorellastre. Risultato: un susseguirsi di spaccature e scissioni.
Quando il PRC nacque nel 1991, c’era ancora la cosiddetta “prima repubblica” con il sistema elettorale proporzionale, poi abolito nel 1993 dal referendum Segni. Dal 1994, il sistema elettorale diventa maggioritario e per il PRC inizia l’eterno dilemma, che segnerà ogni congresso: ci collochiamo dentro o fuori l’alleanza di centrosinistra? Il dilemma era terribile, perché ci costringeva a scegliere tra il compiere l’atto dovuto di sostenere la sinistra moderata e il fare il gioco della destra, andando da soli.
Rifondazione raggiunse il suo massimo storico nel 1996 con l’8,6%, eppure era collocata all’estrema sinistra parlamentare, non poteva pensare come il PSI di Craxi, secondo cui con il 10% si possono fare grandi cose, perché non poteva essere l’ago della bilancia: se rompeva un’alleanza, non poteva farne un’altra, poteva solo rimanere emarginata. Credo sia questo uno dei motivi, per cui parte dell’elettorato comunista si rivolse al M5S negli anni 2010. Per scambiare l’ideologia con la libertà di manovra.
La storia andò così. Governo Dini (1995), PRC fuori. Governo Prodi 1996-1998, PRC dentro con la formula della desistenza. Governi D’Alema e Amato 1998-2001, PRC fuori. Governi Berlusconi 2001-2006, sinistre divise all’opposizione. Governo Prodi 2006-2008, Prc dentro organicamente. Governi successivi, PRC fuori dal parlamento. Il PRC non decise mai stabilmente la propria collocazione parlamentare, dentro o fuori il centrosinistra. Oscillò all’interno della stessa legislatura e di legislatura in legislatura. Finché furono gli elettori a decidere di metterlo fuori dal parlamento, perché la linea oscillante finiva per rendere il partito irrilevante sia dentro che fuori. Peraltro, ogni oscillazione si presentava come un salto logico. Se prima eravamo fuori, perché adesso siamo dentro? E viceversa.
Intorno al dentro/fuori si articolava la dialettica interna e la selezione del gruppo dirigente. Stare fuori dalla maggioranza Dini (1995) ha significato fare fuori Garavini e Magri e tutto il gruppo ex PdUP. Rompere con Prodi nel 1998 ha significato fare fuori Cossutta. Stare dentro nel 2006, ha significato fare fuori la componente di Maitan e Turigliatto. La scelta di stare dentro o fuori s’intrecciava con la contesa sul controllo del partito. Il PRC è sembrato stabilizzarsi quando non c’era più nessuno da far fuori, ma a quel punto è stato fatto fuori. Il dentro/fuori corrispondeva a una posizione esterna/interna. Ma non ha mai corrisposto a una strategia.
Rifondazione, senza una forza elettorale sufficiente, e senza una linea stabile finalizzata, non riusciva a rappresentare la sua base sociale, nel senso in cui riusciva a rappresentarla il PCI. Ossia tutelandone concretamente le condizioni materiali di vita. Di conseguenza, il PRC cercò di rimediare al difetto di rappresentanza con la rappresentazione. L’isolamento veniva esibito come virtù: siamo gli unici contro la Finanziaria. La partecipazione diventava telespettatrice davanti a un formidabile Bertinotti nei Talk-Show. Molto bravo ad attrarre un certo elettorato di opinione, che però non poteva fare massa critica ed era volatile. La collocazione nella maggioranza o nel governo del centrosinistra enfatizzava tagli evitati, conquiste modeste o solo promesse, con l’effetto frequente di neutralizzarle, perché la stampa di destra (e non solo) rappresentava il centrosinistra succube dei comunisti. Rimase celebre, nel secondo governo Prodi lo slogan: “Anche i ricchi piangono”.
Nel PRC, come succede in molti movimenti politici, si voleva superare il vecchio, senza avere grandi idee nuove. Inevitabilmente, il vecchio ci riacciuffava. Ricordo, la commissione internazionale del PRC torinese come una tarda simulazione del confronto tra stalinisti e trockjsti. Mi è stata appena ricordata, la messa in discussione dello stalinismo da parte di Bertinotti, dopo i fatti di Genova nel 2001. A me parve una cosa sorprendentemente anacronistica, neanche fossimo nel 1956. Eppure, veniva condotta seriamente. Bertinotti disse parole molto nette contro lo stalinismo: degenerazione, antitesi, controrivoluzione, incompatibile con il comunismo. Voleva eliminare la residua presenza neostalinista nel partito e aprire al movimento noglobal, alla cultura e alla pratica della non-violenza.
Però, la messa in discussione, fatta in quel modo, portata al livello iconoclastico, diventava rimozione, tabula rasa di tutta la storia, perché Stalin e lo stalinismo non sono stati un’appendice, sono stati la più importante espressione e leadership del comunismo novecentesco all’apice della sua storia tragica e gloriosa. Puoi rielaborarlo e superarlo, solo se ti spieghi cosa nel comunismo, proprio nel comunismo originario, lo ha reso possibile. Perché il comunismo, nella sua parte migliore e più vera, non ha generato gli anticorpi sufficienti. Bertinotti, come Stalin, in modi civili e non feroci, per affermarsi come il leader ha dovuto far fuori tutto il gruppo dirigente originario. Epurare il partito come condizione per poter fare la cosa giusta. Questa dinamica si è ripetuta, nonostante l’afflato antistalinista. La rigenerazione, per attuarsi, invece della dichiarazione di incompatibilità, ha bisogno di riconoscere la compatibilità, studiarla, analizzarla e elaborarla.
Ma non voglio dire solo brutte cose di Rifondazione. Non la rinnego. Anche se con la testa di oggi e il senno di poi, forse farei altre scelte o nessuna scelta. Ero in dubbio allora, sono in dubbio ora. Ricordo però che tra gli anni ‘90 e 2000, Rifondazione fu l’ossatura organizzativa dei movimenti radicali di quegli anni. Fu l’anima del movimento pacifista contro la guerra del Kosovo. Portò Ocalan in Italia, il leader del PKK, nel tentativo di fargli avere l’asilo politico. Fu la spina dorsale del social forum a Genova 2001 contro il G8. Dove io potei marciare relativamente sicuro, perché ero protetto dallo spezzone di Rifondazione Comunista. La presenza di Fausto Bertinotti e del PRC a Genova, in particolare il 21 luglio, permise la tenuta di una manifestazione di 700 mila persone e arginò un massacro che poteva essere molto più grande di quello che è stato.
Perciò, si, mi fa piacere leggere dell’elezione a Molfetta, città di 57 mila abitanti, di un giovane sindaco comunista di 36 anni, che non era ancora nato quando nacque il PRC. Ha vinto dentro il campo largo, affermandosi come prima lista della coalizione. Molfetta non era un luogo che faceva pensare a una vittoria comunista, la lista avversaria più votata al primo turno era quella di Pietro Mastropasqua, che aveva già corso nel 2022. Può significare qualcosa oltre l’eccezionale dato locale? Magari potrà smentire qualcosa di ciò che ho scritto. O forse mostrare che, anche quando non riusciamo a tramandare le nostre cose, prima o dopo arriva qualcuno, venuto al mondo dopo la perdita, che riesce a ritrovarle.
La destra è da sempre contraria all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Perché pensa che la sessualità sia come un panno sporco: si lava in famiglia. E perché ha paura dell’ideologia gender.
Però, nella maggior parte delle famiglie la sessualità è un argomento tabù. Oppure, laicamente evitato. Così, i giovani si educano da soli, nell’amicizia tra pari e con la pornografia online. Allora, parlarne a scuola diventa la principale opportunità educativa. Anche dal punto di vista di chi l’avverte come problematica, dovrebbe essere vista come il male minore.
L’ideologia gender è un’etichetta controversa che vorrebbe definire gli studi e le rivendicazioni di una parte del femminismo e della comunità LGBTQ+. Ossia, distinguere tra sesso e genere, valorizzare la pluralità degli orientamenti sessuali, insegnare il principio del consenso, prevenire la violenza. Possiamo disapprovare o dubitare di alcune di queste teorie, come avviene all’interno di ogni disciplina: storia, filosofia, letteratura, scienza. Questo non porta a interdire un’intera area d’insegnamento. La scuola è insieme luogo di educazione e di confronto, nessun insegnante ha il potere di inculcare un solo modo di pensare. Io mi sono interessato al comunismo in prima media, perché avevo una professoressa di storia anticomunista.
La violenza sessista e i femminicidi hanno aumentato la pressione sociale per introdurre l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole e in molti istituti di ogni ordine e grado si sono avviati dei corsi educativi, che non possono essere proibiti senza violare il principio della libertà d’insegnamento e dell’autonomia scolastica.
Così la destra al governo ha adattato la sua linea. È passata dal divieto totale alla concessione parziale. Il ddl Valditara, approvato in via definitiva il 4 giugno 2026 in senato, vieta l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia ed elementari, ma la concede nelle scuole medie e superiori con il consenso informato dei genitori. I quali devono conoscere e approvare gli obiettivi educativi dei corsi, gli argomenti trattati, le modalità di svolgimento, l’eventuale presenza di esperti esterni.
Non è un passo avanti, ma una manovra ostruzionistica, per mantenere l’Italia tra i pochi paesi europei che escludono o limitano l’educazione sessuale nelle scuole: Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania. Con il divieto nelle scuole materne ed elementari, il vincolo del consenso informato nelle scuole medie e superiori, il governo segnala alle famiglie che informare e formare sugli affetti e la sessualità è una zona di pericolo. Di certo, c’è un tipo di famiglia che non darà mai il consenso: quella che abusa. Poi, le famiglie tradizionaliste. Quelle legate a interpretazioni religiose e ideologiche reazionarie vorranno esonerare i propri figli, proprio coloro che forse ne avrebbero più bisogno.
Eppure, l’informazione e la formazione scientifica non anticipano il debutto sessuale, come si teme, ma lo posticipano e rendono i giovani più responsabili, riducono il tasso di gravidanze indesiderate e la diffusione di infezioni sessualmente trasmissibili. Insegnare ai bambini fin dalla più tenera età il concetto di “confine corporeo” e il diritto di dire no è il modo più efficace per aiutarli a riconoscere molestie e abusi da parte degli adulti. Educare al rispetto delle diversità di genere e di orientamento sessuale, fin dai primi anni di scuola, abbatte gli stereotipi e riduce gli episodi di discriminazione e di violenza tra pari.
Questi non sono gli orientamenti di un opinionista progressista o di un ideologo del gender. Sono gli orientamenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
La prolusione inaugurale di un festival letterario è il discorso che apre e timbra l’edizione. La definisce così Paolo Di Paolo, che dirige il Salerno Letteratura Festival.
Se Erri De Luca, invece di dichiararsi sionista e negare il genocidio di Gaza, si fosse dichiarato sostenitore della causa palestinese e avesse negato gli stupri di Hamas nell’attacco del 7 ottobre, sarebbe stato giusto togliergli l’intervento inaugurale del Festival?
Me lo domando mentre leggo il contrappunto di Micromega. La direttrice Cinzia Sciuto giudica un errore la scelta del Festival di revocare a De Luca l’incarico di tenere la prolusione inaugurale dell’edizione 2026. La decisione avrebbe un sapore punitivo e censorio. L’evento poteva essere l’occasione per discutere le posizioni dello scrittore e contestarle apertamente. La soglia di tolleranza su Gaza è diventata troppo bassa.
La decisione del Festival, lo vediamo, si presta all’accusa di censura, può quindi sembrare inopportuna. La conferma dell’incarico, però, si prestava al rischio di identificare il Festival con le tesi dello scrittore chiamato a inaugurarlo.
Immagino che l’evento inaugurale di un Festival, così come la relazione introduttiva di una riunione, richieda, se non una identità di vedute, almeno una compatibilità. Chi definisce la cornice di un evento non può essere un estraneo, un estremista, o un dissidente. Se a ridosso dell’evento, ti metti al centro del dibattito pubblico con uno di questi tre ruoli, andrai bene per intervenire, ma non per inaugurare. Infatti, la direzione ha proposto a De Luca di fare un intervento all’interno del Festival, ma lui ha rifiutato.
D’altra parte, lo stesso scrittore è indisponibile al confronto. L’intervista al Foglio mostra che De Luca non si limita a sostenere una tesi discutibile. Definisce l’accusa di genocidio «una distorsione storica e verbale», afferma che «non si basa su fatti o osservazioni, ma su un chiaro desiderio di insultare Israele», e pone come condizione per partecipare a eventi pubblici che «non si parli di genocidio in riferimento a Gaza»
La stessa Micromega, nel novembre 2024, ha escluso dalla redazione della rivista una giornalista freelance, Federica D’Alessio, dopo che lei aveva pubblicamente negato gli stupri di Hamas del 7 ottobre. Questo, nonostante, il comune orientamento critico verso Israele e solidale verso i palestinesi. La rivista non motivò ufficialmente il licenziamento di D’Alessio e gestì la vicenda in modo opaco. Tuttavia, il fatto avvenne nel fuoco delle contestazioni pubbliche contro la posizione della giornalista.
Va detto che i due casi non sono proprio equivalenti: il licenziamento toglieva a D’Alessio il reddito, la revoca della prolusione costa a De Luca un privilegio, non il sostentamento. Ma questo rende il doppio standard ancora più difficile da giustificare.
Secondo me, allora come oggi, non si tratta solo della posizione, ma anche e soprattutto della postura. Un conto è riconoscere che esistono una discussione, una controversia, delle indagini in corso e collocare la propria opinione dentro un discorso problematico. Un’altra è sostenere che non c’è niente da discutere, non c’è nessun genocidio (o nessuno stupro). Punto. Chi pensa il contrario è stolto o disonesto.
Se neppure mostri il senso della relatività delle tue opinioni, se chiudi le discussioni invece di parteciparvi, io posso voler prendere le mie precauzioni per evitare di essere confuso con te o di apparire indifferente.
La difesa comune di Erri De Luca e Francesco De Gregori si basa sul fatto che entrambi hanno deluso un pubblico di sinistra, il quale avrebbe reagito in modo illiberale. Lo stigma alla reazione del pubblico sfrutta l’effetto ridondante dei social media. L’esposizione pubblica di personaggi famosi e caratterizzati su temi controversi provoca la reazione pubblica, che un tempo era mediata da radio, televisioni, giornali, che selezionavano all’accesso al dibattito e le sue forme. Oggi, la reazione è immediata su Internet. Milioni di persone dicono la loro, contestano la tesi altrui, tutti insieme e per giorni. L’effetto può sembrare un massacro, anche se è solo normale disapprovazione, sia pure sistematicamente amplificata dal mezzo. La disapprovazione, hate speech a parte, sarebbe liberale accettarla. Ossia, accettare che anche i mostri sacri possano essere criticati, persino in massa.
Forse i due personaggi convergono nei contenuti. Non è dato saperlo perché De Gregori rifiuta di prendere posizione. Su questo punto, le due posizioni si escludono. De Gregori dice “Non do lezioni e non le voglio nemmeno prendere da un cantante o da una persona di cinema”. Presumo neanche da uno scrittore di narrativa. De Luca ha fatto il contrario. Ci ha spiegato il sionismo, il genocidio e Gaza, senza neanche dire “secondo me”. Per quanto mi riguarda, sono entrambi legittimi e ne apprezzo la capacità di animare la discussione pubblica. Meno bene gli avvocati difensori, nel momento in cui la discussione pubblica la sanzionano.
Ritenere che l’artista si esprima già attraverso la sua arte e non abbia bisogno di aggiungere nulla, è un’idea romantica, che si sottrae al rischio della strumentalizzazione ideologica, difende il valore specifico di un linguaggio e rifiuta il ritmo moderno dell’iperstimolazione perenne. Un’idea legittima, con una sua integralità e purezza. La rispetto pienamente. Anche se, ipotizzo la possibilità di cogliere un nesso tra il non voler prendere posizione e l’esaurimento della vena creativa dichiarato dallo stesso De Gregori, che così non si esprime più, né per “proclami”, né per canzoni. Credo, infatti, l’ispirazione non cada dal cielo, ma si attivi quando siamo interessati e motivati, quando la cerchiamo e nel cercarla mettiamo in gioco la nostra purezza. Certo, a un certo punto, oltre una certa età, possiamo non averne più voglia. Va bene lo stesso, specie nel caso di De Gregori, il contributo che ha dato è già grande.
Quel che funziona meno in questa idea di artista puro è il rischio di diventare normativa. La grandezza di De Gregori, perché dovrebbe togliere qualcosa o rendere imbarazzante la grandezza di Bruce Springsteen? O di Noa, Achinoam Nini? Una persona può sentirsi artista e insieme anche altre cose, anche attivista. Oppure, può ritenere di attraversare un momento eccezionale nel quale non basta più l’opera mediata dell’arte, occorre un contributo immediato, come quello degli intellettuali, dei professori, degli scrittori che presero le armi nella Resistenza.
Donald Trump non è un normale presidente repubblicano avversario del democratici in una fisiologica alternanza di governo. È il presidente che vuole instaurare un regime negli Stati Uniti. È normale che attori e cantanti democratici si sentano mobilitati. Benjamin Netanyahu non è un normale premier del Likud. Alleandosi con l’estrema destra religioso-messianica e impegnando il suo paese in tanti fronti di guerra senza fine, rischia di essere lui la principale minaccia allo stato. Chiunque ne avverta il pericolo, anche una cantante israeliana, può mettere in guardia il paese. Non è sentirsi superiori, né dare lezioni. È contribuire a raggiungere il pubblico più largo, perché ognuno è capace di parlare a qualcuno, che altri non sono in grado di raggiungere.
Il dubbio e la complessità, evocati da Walter Veltroni, per difendere la posizione di De Gregori, possono c’entrare se non riconosci la sostanza di una situazione urgente e pericolosa. Forse, il dubbio e la complessità hanno abitato la mente di Benedetto Croce nei primi anni del fascismo. Tuttavia, succede anche che il dubbio e la complessità siano artifici retorici. Capita quando le cose vanno in un certo modo che richiede di schierarsi all’opposizione per fermarle, ma non richiede nulla per mandarle avanti, basta mettere in dubbio oppositori.
Ricordiamo, durante la pandemia, i dubbi di chi non voleva le restrizioni sanitarie e i vaccini, oppure, nel contrasto al riscaldamento climatico, i dubbi di coloro che non vogliono abbandonare i combustibili fossili. Ricordiamo anche l’evocazione della complessità di fronte all’invasione russa dell’Ucraina. Si, c’è complessità in quel conflitto, come in altri, compreso quello mediorientale. Ma cosa ne facciamo dei dubbi e della complessità? Possiamo usarli per accendere il motore del pensiero, e allora vorremmo vederne i frutti. Oppure possiamo usarli per spegnere il motore dell’impegno. E allora, il frutto sarà che la lotta contro il tempo è persa e il più forte vince.
Prendo spunto dall’intervista di Erri De Luca al giornale israeliano di destra “Israel Hayom”, e tradotta dal giornale italiano di destra il Foglio, per mettere a fuoco alcuni argomenti della vulgata filoisraeliana.
Israele ha il diritto di esistere?
Sul piano pratico è un falso problema. Israele esiste dal 1948, è riconosciuto dalle Nazioni Unite, con l’eccezione di 29 stati membri della Lega Araba o dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC). A parte Iran e Corea del Nord, refrattari a Israele, gli stati arabi e musulmani subordinano il riconoscimento dello stato ebraico alla risoluzione della questione palestinese. Israele è uno stato potente, alleato degli Usa, la principale superpotenza globale.
Sul piano giuridico, non esiste il diritto degli stati ad esistere, esiste il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il diritto di ogni popolo deve contemperarsi con quello degli altri popoli, specie nei territori dove i popoli sono mescolati. Così, il diritto non è solo principio, diventa pratica di mediazione e negoziato.
Quando la reputazione di Israele è particolarmente sotto stress per le sue condotte politiche e militari, nel dibattito pubblico, insieme con l’accusa di antisemitismo, compare la domanda: “Israele ha diritto di esistere?”. La domanda è ambigua e manipolatoria. Se rispondiamo si, a cosa rispondiamo? A un diritto pari tra gli altri, o a un diritto primo sopra gli altri?
Cosa significa essere sionisti?
Intendere che “Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere in Palestina, chiunque veda due entità vivere fianco a fianco, è già sionista” è un artificio retorico. Arafat e l’Olp, firmando gli accordi di Oslo, sarebbero sionisti. E lo sarebbe la gran parte della sinistra europea che sostiene la soluzione dei due stati. Se oggi riconosciamo Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Kosovo, Montenegro e Macedonia, non vuol dire necessariamente che apprezziamo la disgregazione della Jugoslavia. Nel riconoscere la Cechia e la Slovacchia, non esprimiamo alcuna contrarietà alla Cecoslovacchia.
Quello che le persone democratiche e civili desiderano è la coesistenza pacifica di israeliani e palestinesi, ma non esprimono un’adesione politico-ideologica a una particolare forma; l’accordo sull’assetto spetta ai due popoli. Personalmente, preferisco le forme di integrazione sovranazionali al primato degli stati nazionali, ancorché etnici e religiosi o alle piccole patrie. Tuttavia, se là dove gli stati nazionali sono la forma della coesistenza possibile, va bene.
Il problema, però, è che il sionismo non è più definito da Israele nei confini del 1948, comunque edificato sulla Nakba, ma da Israele che valica e si espande oltre i confini del 1967, occupa e colonizza i residui territori palestinesi. Proprio questo sionismo, incarnato dal governo del Likud e dei suoi alleati estremisti, messianico-religiosi, è ostile alla soluzione dei due stati.
A Gaza c’è un genocidio?
Un argomento della negazione si basa su questo assunto: “Se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio di un popolo, aveva un bersaglio perfettamente immobile […] Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile rende questa accusa vuota”. La tesi è insoddisfacente.
La Convenzione sul genocidio richiede di provare l’intento specifico di distruggere un gruppo. Gli ordini di evacuazione potrebbero provare il contrario. Ma la Corte Internazionale di Giustizia, che accoglie la plausibilità del genocidio, nelle sue ordinanze cautelari, non si è basata solo sugli sfollamenti, ma sul blocco di cibo, acqua e medicine, unito a un numero spropositato di vittime, alla distruzione delle infrastrutture civili, e a dichiarazioni pubbliche di governanti politici e alti ufficiali israeliani. L’accusa non è “vuota” solo perché l’esercito ha ordinato alla popolazione di spostarsi: lo spostamento forzato di massa in una zona senza infrastrutture, sotto assedio, può esso stesso costituire un atto genocidiario: infliggere deliberatamente condizioni di vita volte a distruggere un gruppo.
Un genocidio non richiede lo sterminio totale in un colpo solo. Può avvenire per fasi, attraverso uccisioni dirette e la creazione di condizioni di vita invivibili. Il fatto che Israele non abbia ucciso tutti i palestinesi in un giorno non è una prova dell’assenza di genocidio, esattamente come i nazisti che spostavano gli ebrei nei ghetti prima di deportarli nei campi non dimostrava l’assenza di un piano di sterminio. Anche i tedeschi, dal 1939 al 1945, hanno spostato in massa gli ebrei, prima nei ghetti, poi nei campi, poi da un campo all’altro. In effetti, i negazionisti dell’Olocausto utilizzano e manipolano i fatti legati agli spostamenti geografici e alle deportazioni degli ebrei per sostenere una delle loro tesi fondamentali: che la “Soluzione Finale” di Adolf Hitler non fosse un piano di sterminio fisico, ma solo un piano di ricollocamento territoriale o di emigrazione forzata.
Qual è il senso del 7 ottobre?
L’attacco di Hamas del 7 ottobre è stato un atto terroristico, un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità, per la strage di civili e il rapimento di ostaggi. Con una sua logica politica, seppure distorta, in opposizione allo stillicidio dell’uccisione di migliaia di palestinesi, all’assedio di Gaza, all’occupazione della Cisgiordania, alla detenzione di migliaia di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, anche senza accuse. Il rapimento di civili e soldati è da decenni una strategia usata da Hamas e Hezbollah proprio per ottenere scambi di prigionieri, ed è visto come una forma di resistenza asimmetrica contro un esercito tecnologicamente superiore.
Questo non lo giustifica, ma lo spiega politicamente. Presentarlo come qualcosa di eccezionalmente malvagio e fuori dalla storia, un atto di crudeltà pura e inspiegabile, è un modo per sottrarlo al dominio della politica e consegnarlo a quello del male metafisico, che per definizione non si può negoziare. Ma gli ostaggi sopravvissuti sono stati quasi tutti liberati mediante trattative e scambi di prigionieri.
Solo lo “shock esterno” libera dalla tirannia?
Qui la tesi sostiene che i popoli si liberano delle tirannie solo con la sconfitta militare totale, portando gli esempi della fine del fascismo in Italia, del franchismo in Spagna e della giunta militare in Argentina.
In Italia, la caduta del fascismo avvenne prima con un colpo di Stato interno (25 luglio 1943) e poi con la Resistenza partigiana. La sconfitta militare dell’Italia fu una condizione necessaria ma non sufficiente. Furono la guerra civile contro la Repubblica di Salò e la Resistenza contro l’occupazione nazista a determinare la nuova identità repubblicana. Fosse dipeso dagli alleati, in particolare dagli inglesi, l’Italia liberata avrebbe potuto reggersi con un fascismo senza Mussolini. La transizione spagnola alla democrazia avvenne dopo la morte di Franco nel 1976, non per una sconfitta militare esterna, ma per un processo negoziato interno. L’esempio smentisce la tesi. In Argentina la giunta cadde dopo la sconfitta delle Falkland, che non colpì la popolazione civile. Ma fu un crollo di un regime militare, non di un’organizzazione politica-religiosa radicata nella popolazione come Hamas.
Altri esempi di transizioni democratiche senza distruzione militare del paese sono la democratizzazione di Brasile; Cile; Corea del Sud; Taiwan, Indonesia. Non si tratta di eccezioni. Storicamente, le transizioni dalla dittatura alla democrazia sono avvenute molto più spesso in modo negoziato, pacifico o guidato dall’alto, che attraverso guerre civili distruttive o invasioni straniere.
Applicare a Gaza gli esempi storici italiano e argentino è inquietante. “È quello che sta accadendo ora a Gaza, ed è l’unica possibilità di un vero cambiamento”. Equivale a dire che i palestinesi devono essere sconfitti militarmente in modo schiacciante per potersi “liberare” di Hamas. È un’argomentazione di stampo coloniale, “ti distruggo per il tuo bene”, che ignora il principio di autodeterminazione e l’effetto radicalizzante di una distruzione di tale portata. La storia della “War on Terror” dimostra che bombardare una popolazione non la “redime” da un’ideologia; spesso la spinge ulteriormente tra le sue braccia.
L’asimmetria di fondo
L’intervista di Erri De Luca, come le vulgate filoisraeliane, ruota intorno a una asimmetria di fondo: il nazionalismo israeliano è un soggetto storico normale, ha il diritto di difendersi e deve essere in ogni caso riconosciuto e legittimato. Il nazionalismo palestinese, invece, è un artificio patologico, da sconfiggere militarmente, a qualunque costo umano, per poter essere rieducato. Anzi, addomesticato.