• La sinistra e Hamas

    La sinistra e Hamas

    Hannoun, il bambino e l’acqua sporca, Luigi Manconi sulla Repubblica del 30 dicembre 2025. L’autore dice le cose giuste sulla campagna della destra contro il mondo della solidarietà e la sinistra, accusati di correità con il terrorismo. Come le dice sulle criticità dell’inchiesta su Hannoun: chi ha ricevuto i finanziamenti e se davvero ha compiuto attività concrete di terrorismo.

    Nel dirle, muove anche un giusto rimprovero alla sinistra. Senza mettere “in discussione la più intransigente tutela dei diritti del popolo palestinese e la più severa critica delle politiche del governo israeliano”, egli afferma che “l’una e l’altra saranno tanto più limpidamente nette quanto più sarà sciolta ogni ambiguità verso il terrorismo di Hamas e degli altri gruppi jihadisti. Cosa che è ancora lontana dal realizzarsi”. Ossia il rifiuto che il terrorismo islamista possa essere considerato un mezzo di emancipazione, invece che un apparato dispotico e burocratico fine a se stesso. La strada da battere per lo Stato Palestinese è non solo diversa, ma totalmente alternativa a quella battuta da Hamas. Questo dobbiamo dire in ogni assemblea, manifestazione, talk show.

    In astratto e razionalmente la penso allo stesso modo. Bisognerebbe fare un’analisi sul perché la sinistra, o una sua parte, non agisce come suggerisce Luigi Manconi. Forse per effetto della polarizzazione. Come tanti filoisraeliani non si pongono il problema della leadership di Israele, tanti filopalestinesi non si pongono il problema della leadership della Palestina. Oppure per banali problemi di consenso, per cui si vuole rappresentare tutto il movimento senza rischiare di perderne un pezzo. Poi, per la stessa paura di perdere altri consensi, quando si pensa sia capitato un guaio, ci si precipita reattivamente a disconoscere e dissociarsi. Nel caso, sarebbero cattive motivazioni, con le quali, in un esercizio fin troppo facile, biasimiamo una parte del personale politico della sinistra per come e perché si muove. Tuttavia, c’è una questione che sovrasta queste motivazioni.

    La condanna del terrorismo di Hamas (l’attacco ai civili israeliani) è una presa di posizione politica e morale molto forte, che noi assumiamo da una posizione di autorità politica e morale molto debole. Perché, in assenza del terrorismo, della questione palestinese noi non ci occupiamo. Giusto predicare di battere una strada totalmente alternativa a quella di Hamas, ovvero democratica e pacifica e non dispotica e terroristica. Eppure, anni addietro è successo che persino Hamas ci abbia provato, proprio sotto la guida del famigerato Yahya Sinwar.

    Dal 30 marzo 2018 al 27 dicembre 2019, ogni venerdì, i palestinesi di Gaza hanno organizzato la Grande Marcia del Ritorno, una manifestazione pacifica ai confini di Israele per ricordare la Nakba e chiedere la fine del blocco di Gaza. Una manifestazione settimanale che non ha ucciso nessuno, né militare né civile, ma che è costata ai palestinesi centinaia di morti e migliaia di feriti e mutilati. Perché, quale che sia la forma di lotta palestinese, la reazione israeliana è la repressione. Addirittura, Haaretz pubblicò un’inchiesta il 6 marzo 2020 nella quale raccoglieva le testimonianze dei soldati israeliani che raccontavano delle gare tra loro, con tanto di punteggi e premi formalizzati, tra chi sapeva colpire meglio e di più le ginocchia dei bambini palestinesi.

    Quando succedeva questo, noi che abbiamo il dovere di dire senza ambiguità quale deve essere la giusta via per giungere allo Stato Palestinese, cosa facevamo? Eravamo presi dalle nostre pur importanti vicende. C’era il governo giallo-verde, poi quello giallo-rosso, Salvini era al 40%, Renzi si preparava alla scissione dal PD. Difficile tornare a quegli anni e trovare sulle nostre pagine dei post a sostegno delle manifestazioni pacifiche dei palestinesi. Non ci siamo neanche accorti che ci fossero. Poi, il 7 ottobre ci siamo risvegliati. Come ci risvegliamo ogni volta che il conflitto israelo-palestinese, un conflitto a bassa intensità, passa a una fase di intensità più alta, in genere a seguito di un atto di terrorismo più grave dei precedenti, con conseguente rappresaglia israeliana indiscriminata e sproporzionata. Quindi condanniamo il terrorismo. Una condanna che somiglia al lancio della sveglia quando i più iracondi interrompono il sonno al mattino.

    Questo è il primo problema. Poi ce n’è un secondo. Qual è il dispositivo della nostra condanna? In modo molto opportuno, Luigi Manconi premette che la condanna al terrorismo di Hamas non mette “in discussione la più intransigente tutela dei diritti del popolo palestinese e la più severa critica delle politiche del governo israeliano”. Queste politiche sono l’occupazione, la colonizzazione, la segregazione, il blocco, la detenzione in via amministrativa di migliaia di persone, la tortura, i massacri di massa, l’uso della fame come strumento di guerra. Politiche che meritano la “più severa critica”. Perché allora le politiche di Hamas meritano non la “più severa critica”, ma la messa al bando? Un bel editoriale contro il governo di Israele, una dura legge contro Hamas.

    Un tale squilibrio e la debole posizione di autorità politica e morale della sinistra rispetto al conflitto mediorientale hanno il loro peso nel rendere il discorso della sinistra poco limpido e disinvolto nell’esprimere anche le giuste critiche nei confronti della leadership e delle forme di lotta della resistenza palestinese. Comunque, va ricordato che, dopo il 7 ottobre, per molti mesi, forse più di un anno, la retorica della maggioranza di sinistra andava nel senso di dare per scontato che fosse giusto eliminare Hamas, lo dichiarava persino, e le sue esternazioni più o meno recitavano così: “Hamas va eliminato, Israele ha il diritto di difendersi, ma deve farlo nei limiti e nel rispetto del diritto internazionale”. La retorica di sinistra si è radicalizzata in senso filopalestinese soltanto nella scorsa primavera, quando si è radicalizzato l’orientamento dell’opinione pubblica e si è affermata a livello internazionale l’accusa a Israele di genocidio.


    La nuova strategia dei palestinesi
    Catherine Cornet, giornalista e ricercatrice
    Internazionale, 5 aprile 2018

    Gaza, un anno dopo le proteste: “Continue violazioni del diritto internazionale umanitario”
    amnesty.it 30 marzo 2019

    ’42 Knees in One Day’: Israeli Snipers Open Up About Shooting Gaza Protesters
    Haaretz, Hilo Glazer, 6 march 2020

  • Le vere colpe del mondo nel disastro palestinese

    Mohammad Hannoun

    “Le colpe del mondo nel disastro palestinese” è il titolo scelto da Mattia Feltri per commentare l’inchiesta su Mohammad Hannoun e, più in generale, il sistema degli aiuti a Gaza. È un titolo che compie un’operazione di spostamento della responsabilità radicale. Se il “mondo” (attraverso gli aiuti e la cecità politica) è il colpevole, allora i soggetti attivi del conflitto — chi occupa, chi bombarda, chi lancia razzi, chi nega i diritti fondamentali — passano in secondo piano o diventano semplici comparse di un disastro alimentato dall’esterno.

    Chiamando in causa “il mondo”, Feltri relativizza le responsabilità dirette. Se il disastro è causato dalla beneficenza occidentale che foraggia Hamas, allora le politiche di Israele (occupazione, espansione degli insediamenti, blocchi) non sono più la causa della “sventura di un popolo”, ma solo una reazione a un problema foraggiato da noi. Hamas non è un attore politico nato da un contesto specifico, ma un parassita che sopravvive solo grazie all’ossigeno delle ONG.

    La falsa equidistanza tra destra e sinistra

    L’articolo si apre con un falso esercizio di equidistanza tra destra e sinistra, per sembrare super partes. Tuttavia, è una simmetria solo apparente. Alla destra rimprovera un peccato di “stile” (usare la vicenda per fare propaganda sui social). Alla sinistra rimprovera un peccato di “sostanza” (aver favorito, per cecità o stupidità, un presunto finanziatore del terrorismo). In questo modo, sposta l’asticella: la destra è “poco elegante”, ma la sinistra è pericolosamente ingenua. L’articolo colpisce quindi duramente i politici di sinistra che hanno ospitato Hannoun.

    Ma, se da un lato la prudenza è d’obbligo, dall’altro la politica ha il compito di dialogare con i rappresentanti delle comunità. Se un soggetto non ha condanne definitive e presiede associazioni legalmente riconosciute in Italia, l’accusa di “zona grigia” rischia di diventare un processo alle intenzioni retroattivo, basato su sviluppi giudiziari emersi solo successivamente.

    Le liste nere come verità

    Si sostiene che bisognava prendere sul serio l’iscrizione di Hannoun e della sua associazione nelle liste nere di Stati Uniti e Israele, perché si tratta di due democrazie. Allo stesso modo, si invita a rivalutare le prese di posizione della destra italiana ostili ai progetti di Hannoun. Qui Feltri presenta le intelligence di USA e Israele come fonti neutrali in quanto “democratiche”. Ignora che le liste nere sono strumenti di politica estera. Un’organizzazione può essere inserita in una lista non solo per atti terroristici accertati, ma per affiliazione politica o per pressione diplomatica. Chiede poi alla sinistra italiana di abdicare alla propria autonomia di giudizio e di “prendere sul serio la destra”, che in questo schema diventa l’unica depositaria della verità solo perché allineata a una delle parti in causa.

    La generalizzazione: gli aiuti aiutano il terrorismo

    Il passaggio successivo è la generalizzazione: gli aiuti ai palestinesi finiscono a Hamas; gli aiuti che finiscono a Hamas sono aiuti al terrorismo armato. Da qui, la conclusione non dichiarata ma chiarissima: continuare ad aiutare è inutile, se non addirittura dannoso. Non viene proposta alcuna alternativa – né canali diversi, né controlli migliori, né forme di distribuzione autonome – ma solo una delegittimazione complessiva della solidarietà. Questa catena logica è fragile.

    È possibile, che una parte degli aiuti venga intercettata o strumentalizzata. Ma cosa significa, esattamente, “finire a Hamas”? Israele adotta una definizione estremamente estesa di terrorismo e complicità con il terrorismo. Considera terrorismo anche l’assistenza alle famiglie dei sospetti terroristi, e demolisce sistematicamente le loro case come forma di punizione collettiva, colpendo nuclei familiari che non sono affatto “famiglie terroriste”. Queste persone hanno bisogno di un tetto, di cibo, di assistenza. Finanziare quell’assistenza è terrorismo? Dal punto di vista israeliano, spesso sì. È dunque possibile che le segnalazioni israeliane contengano elementi di verità, ma all’interno di una cornice politica che trasforma l’aiuto umanitario in sospetto permanente. Assumerla senza mediazioni, come fa Feltri, non significa essere realistici. Significa adottare integralmente lo sguardo di una delle parti in conflitto e usarlo per colpire non Hamas, ma la solidarietà stessa.

    Gli aiuti rubati: il dato manipolato

    Nell’articolo di Feltri, va messa a fuoco in particolare un’affermazione. “L’Onu ha ammesso che l’80/90 per cento degli aiuti indirizzati a Gaza sono sequestrati da Hamas, o da altre bande di tagliagole, per alimentare il mercato nero, arricchirsi, armarsi, tenere la popolazione sotto dominio”. Questa affermazione è fuorviante: si fonda su una verità parziale per costruire una bugia. Secondo dati UN2720, l’85% degli aiuti entrati nella Striscia tra maggio e luglio 2025 sarebbe stato dirottato da bande armate e poi rivenduto sul mercato nero. Il risultato? Dei circa 2.000 camion passati in quei due mesi, solo 200 avrebbero raggiunto effettivamente la popolazione affamata.

    Ma la sola enfatizzazione di questi dati omette un altro dato fondamentale. Per evitare la carestia, secondo OCHA (Ufficio ONU per gli Affari Umanitari), a Gaza dovrebbero entrare almeno 500 camion di aiuti al giorno. Invece, sempre i dati UN2720 rivelano che ne sono entrati in media solo 33 al giorno – meno del 7% del fabbisogno minimo. Dunque, quell’85% di aiuti “rubati” non si riferisce alla totalità degli aiuti necessari, ma a una minuscola frazione di ciò che Israele ha permesso di far passare.

    Quindi, è proprio il blocco israeliano a creare le condizioni affinché avvengano i saccheggi. È la legge del mercato nero. Se il mondo invia 500 camion e ne entrano 500, il mercato nero non ha spazio per esistere perché i beni sono abbondanti o almeno sufficienti. Se ne entrano solo 33 (il 7% del fabbisogno), il bene diventa oro. In un contesto di carestia indotta, il controllo dei pochi viveri diventa l’unico vero potere. Israele, limitando l’afflusso, non “protegge” gli aiuti da Hamas, ma crea il terreno fertile perché bande armate e clan (non necessariamente Hamas, spesso semplici gang nate dal vuoto di potere) se ne impossessino.

    Causa ed effetto: la vera colpa del mondo

    Se si vogliono davvero cercare “le colpe del mondo nel disastro palestinese”, la prima non è l’eccesso di aiuti né la cattiva coscienza occidentale. È l’impunità strutturale di Israele, garantita per decenni da Stati Uniti ed Europa. Un’impunità che ha permesso l’occupazione permanente, l’assedio, il controllo totale su confini, risorse e sopravvivenza, la sistematica violazione del diritto internazionale, il massacro di decine di migliaia di persone senza conseguenze reali. Attribuire il disastro palestinese al modo in cui il mondo aiuta significa rovesciare causa ed effetto. Gli aiuti non sono la causa della dipendenza, ma il risultato di un sistema che impedisce ai palestinesi di vivere senza aiuti. Se il mondo è colpevole, lo è prima di tutto per ciò che tollera, non per ciò che finanzia.

  • L’arresto di Greta Thunberg e il bando di Palestine Action in UK

    L'arresto di Greta Thunberg, il bando di Palestine Action in UK

    Greta Thunberg è stata arrestata il 23 dicembre 2025 a Londra durante una manifestazione organizzata dal gruppo “Prisoners for Palestine”, in solidarietà con attivisti detenuti legati a Palestine Action. La polizia londinese ha fermato Thunberg per aver esposto un cartello con la scritta “I support the Palestine Action prisoners. I oppose genocide” (“Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio”). Perché questo sarebbe in violazione della Section 13 del Terrorism Act 2000, che proibisce di sostenere un’organizzazione proscritta (proscribed organisation), come Palestine Action.

    La protesta si è svolta davanti agli uffici della compagnia assicurativa Aspen Insurance nel distretto finanziario di Londra. Gli attivisti accusano Aspen di fornire coperture assicurative a Elbit Systems, un’azienda israeliana di armamenti. Durante l’azione, due manifestanti hanno spruzzato vernice rossa sulla facciata dell’edificio e si sono incatenati, venendo arrestati per danni criminali. La manifestazione mirava anche a sostenere detenuti di Palestine Action in sciopero della fame da oltre 50 giorni, in protesta contro la loro detenzione preventiva e la messa al bando del gruppo.

    Greta Thunberg è stata rilasciata su cauzione poco dopo (con obbligo di presentarsi in tribunale a marzo 2026), e non è stata l’unica arrestata in azioni simili: da quando Palestine Action è stata bandita, migliaia di persone sono state fermate nel Regno Unito per aver espresso sostegno al gruppo o ai suoi prigionieri, spesso con cartelli pacifici. Il bando di Palestine Action è controverso: il gruppo è noto per azioni di sabotaggio non violente contro aziende legate a Israele, ma non per attentati contro persone.

    Il bando di Palestine Action

    L’organizzazione Palestine Action è stata bandita (proscribed) nel Regno Unito come organizzazione terroristica a partire dal 5 luglio 2025, ai sensi del Terrorism Act 2000. La decisione è stata annunciata dal governo laburista guidato da Keir Starmer, con l’allora Home Secretary Yvette Cooper che ha proposto l’ordine di proscription il 23 giugno 2025, approvato dal Parlamento (385 voti a favore contro 26 alla Camera dei Comuni).

    Il governo ha giustificato il bando sostenendo che Palestine Action avesse superato la soglia per essere considerata “concerned in terrorism” (coinvolta nel terrorismo), sulla base di una campagna crescente di attacchi aggressivi, intimidatori e danni criminali sostenuti contro imprese, istituzioni e infrastrutture critiche, inclusi siti della difesa nazionale. Azioni che mettono a rischio la sicurezza nazionale, come irruzioni in basi militari e danni a beni legati alla difesa (ad esempio, forniture per NATO, Ucraina e alleati). L’incidente scatenante è stato l’irruzione nel giugno 2025 alla base RAF Brize Norton, dove attivisti hanno spruzzato vernice rossa su due aerei militari Voyager, causando danni stimati in milioni di sterline.

    Palestine Action è stata fondata nel 2020. L’organizzazione utilizza azione diretta non violenta nei confronti delle persone, ma con danni alla proprietà, per interrompere la catena di fornitura di armi israeliane nel Regno Unito. I suoi principali target sono i siti di Elbit Systems (principale produttore di armi israeliano fabbricate in UK), con irruzioni, vernice rossa, blocchi e sabotaggi che hanno portato alla chiusura di alcuni stabilimenti. Altre aziende legate alla difesa israeliana, banche (come Barclays, che ha poi disinvestito da Elbit) e istituzioni accusate di complicità. Il gruppo si oppone a quello che definisce “genocidio e apartheid” israeliano, specie durante la guerra a Gaza.

    Il bando è considerato da molti un abuso delle leggi anti-terrorismo. ONU (Volker Türk, Alto Commissario per i Diritti Umani) ha definito il provvedimento un “abuso preoccupante” delle leggi anti-terrorismo, un’applicazione sproporzionata, che criminalizza condotte non terroristiche (danni a proprietà) e viola i diritti alla libertà di espressione, assemblea e associazione. Amnesty International, Liberty e gruppi per i diritti civili lo vedono come un’interferenza illegittima con il diritto di protesta, confondendo attivismo con terrorismo. È la prima volta che un gruppo di azione diretta pacifista (senza violenza contro le persone) viene proscritto in questo modo.

    Rapporti di intelligence declassificati (riportati da NYT e altri) indicano che la maggior parte delle attività di Palestine Action “non sarebbe classificata come terrorismo” secondo la definizione legale britannica, e che il gruppo non promuove violenza contro gli individui. Dal bando, oltre 2.000 persone sono state arrestate per aver espresso sostegno (es. cartelli con “I support Palestine Action” o “I oppose genocide”), portando a un aumento esponenziale degli arresti per reati terroristici. Il gruppo sta sfidando legalmente il bando in tribunale (caso avviato dalla co-fondatrice Huda Ammori).

    Fonti di diverso orientamento (governative come GOV.UK, mediatiche come BBC, Guardian, Al Jazeera, NYT, Reuters) confermano che il bando si basa su una definizione molto ampia di terrorismo (che include danni gravi a proprietà per fini politici), che finisce per restringere eccessivamente la legittimità del dissenso pro-palestinese. Il caso è ancora sub judice, con possibili implicazioni per future proteste.

    La repressione del movimento di solidarietà con la Palestina

    Il contesto in cui si inseriscono l’arresto di Greta Thunberg, il 23 dicembre 2025, e il bando di Palestine Action come organizzazione terroristica nel Regno Unito, il 5 luglio 2025, è quello di una ridotta tolleranza e, in molti casi, di una vera e propria repressione nei confronti dei movimenti e delle espressioni di solidarietà con la Palestina in vari paesi occidentali, a partire dal 7 ottobre 2023 (l’attacco di Hamas in Israele e la successiva risposta israeliana a Gaza). Questa tendenza è documentata da rapporti di organizzazioni per i diritti umani come la Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), Human Rights Watch (HRW) e Amnesty International, che evidenziano un aumento sistematico di misure repressive, motivate spesso da preoccupazioni per la sicurezza nazionale o la lotta all’antisemitismo, ma criticate come sproporzionate e lesive della libertà di espressione, assemblea e associazione.

    Dal 7 ottobre 2023, quando Hamas ha lanciato un attacco contro il sud di Israele uccidendo circa 1.200 persone e prendendo 250 ostaggi, Israele ha risposto con una campagna militare a Gaza che ha causato oltre 70.000 morti palestinesi (secondo stime FIDH al 2025), soprattutto civili. Questo ha innescato un’ondata globale di proteste pro-Palestina, ma anche una reazione repressiva in Occidente. Rapporti indicano che governi e istituzioni hanno intensificato misure contro attivisti, studenti, giornalisti e organizzazioni, confondendo spesso critiche legittime alle politiche israeliane con antisemitismo o sostegno al terrorismo.

    Questa direzione si manifesta in diversi modi. Criminalizzazione di slogan e simboli. Frasi come “From the river to the sea” “Free Palestine”, o “Intifada” sono state interpretate come incitamento all’odio o al terrorismo, portando ad arresti. Censura online e mediatica. Meta (Instagram e Facebook) ha rimosso oltre 1.050 contenuti pro-Palestina tra ottobre e novembre 2023, secondo HRW. Repressione accademica e lavorativa. Università e datori di lavoro hanno sospeso o licenziato persone per post sui social o partecipazione a proteste. Aumento di arresti e sorveglianza. Migliaia di arresti in proteste, con uso di leggi anti-terrorismo per monitorare attivisti.

    Diversi critici, inclusi l’ONU e gruppi per i diritti civili, definiscono queste misure un “abuso preoccupante” delle leggi anti-terrorismo, che restringe lo spazio civico e normalizza l’islamofobia e il profiling razziale. Fonti come il Guardian e il New York Times notano che, mentre alcune azioni mirano a prevenire violenza, molte colpiscono espressioni pacifiche, alimentando un clima di paura.

    Nonostante la repressione, il movimento pro-Palestina ha visto una mobilitazione record, con milioni di partecipanti globali, inclusi ebrei antisionisti e attivisti per i diritti. Tuttavia, questa dinamica ha eroso spazi democratici, con un impatto sproporzionato su comunità musulmane e di colore. Il caso Thunberg e Palestine Action esemplifica come misure anti-terrorismo vengano applicate a proteste non violente, alimentando conflitti, dibattiti e preoccupazioni sulla tenuta delle libertà civili.


    Riferimenti

    Greta Thunberg arrested over Palestine Action demo
    BBC, James W Kelly, 23 Dec 2025

    Greta Thunberg arrested in London over ‘Palestine Action prisoners’ placard
    The Guardian, Ben Quinn, Tue 23 Dec 2025

    Palestine Action hunger strikes: What are their demands?
    As a months-long hunger strike persists, calls for immediate government intervention grow louder
    AlJazeera, Alex Kozul-Wright and News Agencies, 22 Dec 2025

    Terrorism Act 2000 UK
    legislation.gov.uken.wikipedia.org

    Two arrested on suspicion of shouting slogans calling for ‘intifada’ at protest
    Total of five arrests made at pro-Palestine demonstration in London – hours after chiefs of two police forces announced change in approach
    The Guardian, Vikram Dodd and Nadeem Badshah, Wed 17 Dec 2025

    Right to protest is under sustained attack in the west, report finds
    This article is more than 2 months old
    Counter-terror laws being ‘weaponised’ against pro-Palestine groups in UK, US, France and Germany, says FIDH
    The Guardian, Geneva Abdul, Tue 14 Oct 2025

    FIDH publishes a report on the repression of the solidarity movement with Palestine
    fidh.org 14/10/2025

  • Congo: mezzo milione di sfollati, nonostante l’accordo di Washington

    Congo: mezzo milione di sfollati, nonostante l'accordo di Washington

    Mentre a Washington si celebrava un accordo definito “storico” e persino “miracoloso”, nell’est della Repubblica Democratica del Congo la guerra continuava — e si intensificava. La distanza tra la retorica diplomatica e la realtà sul terreno appare oggi abissale. Nel Sud Kivu e in altre province orientali del Paese è in corso una rapida escalation delle violenze, che smentisce nei fatti gli “Accordi di Washington per la Pace e la Prosperità”, firmati il 4 dicembre dai presidenti della RDC e del Ruanda alla presenza di Donald Trump.

    Dal 1° dicembre, gli scontri armati hanno costretto oltre 500.000 persone ad abbandonare le proprie case, più di 100.000 delle quali bambini nel solo Sud Kivu. Le agenzie umanitarie avvertono che il numero degli sfollati è destinato a crescere ulteriormente, man mano che la violenza si estende e le vie di fuga si chiudono.

    Bilancio delle vittime

    Dal 2 dicembre sono state uccise centinaia di persone. Si registrano gravi violazioni contro i bambini: quattro studenti uccisi, sei feriti e almeno sette scuole attaccate, con edifici parzialmente o totalmente distrutti.

    Le squadre di monitoraggio dell’UNHCR segnalano uccisioni, rapimenti e incendi di abitazioni. I minori in fuga affrontano rischi estremi: separazione dalle famiglie, esposizione diretta alla violenza armata, sfruttamento, violenza di genere e gravi traumi psicosociali.

    Sfollamenti oltre confine

    Tra il 6 e l’11 dicembre oltre 50.000 persone sono fuggite in Burundi, quasi la metà bambini. Le autorità stimano che il numero reale sia sensibilmente più alto, poiché le operazioni di registrazione sono ancora in corso.

    Molti arrivano con ferite non curate; numerosi sono i bambini non accompagnati o separati dai familiari, mentre molte donne risultano esposte a rischi particolarmente elevati di violenza e sfruttamento.

    Contesto del conflitto

    Secondo l’UNHCR, nell’est della Repubblica Democratica del Congo operano oltre 100 gruppi armati. Nelle ultime settimane i combattimenti tra l’esercito congolese e il gruppo M23 nel Nord Kivu hanno provocato la fuga di oltre 450.000 persone nei territori di Rutshuru e Masisi.

    Il ridispiegamento delle truppe governative ha aperto vuoti di potere in Ituri e nel Nord Kivu, rapidamente occupati da milizie che conducono attacchi coordinati contro le comunità civili.

    Questa violenza non è episodica né accidentale. Si inserisce in un contesto di insicurezza strutturale, assenza di istituzioni statali e competizione armata per il controllo del territorio. Oltre 5,6 milioni di persone risultano oggi sfollate all’interno del Paese. Le principali vie di comunicazione sono spesso interrotte, rendendo impossibile la consegna regolare degli aiuti umanitari e aggravando ulteriormente le condizioni di sopravvivenza delle popolazioni colpite.

    Gli accordi di pace e la posta in gioco

    Il 4 dicembre, a Washington, il presidente Trump ha mediato un accordo tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda, presentandolo come la fine di oltre trent’anni di conflitto. L’intesa prevede la cessazione delle ostilità, il rispetto dell’integrità territoriale congolese, il ritiro delle truppe ruandesi e lo smantellamento delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR).

    Ma l’accordo nasce con una lacuna decisiva: non coinvolge direttamente l’M23, il principale attore armato sul terreno, che secondo l’ONU e Washington riceve sostegno dal Ruanda — accusa respinta da Kigali. L’M23 partecipa a negoziati separati mediati dal Qatar a Doha, confermando la frammentazione del processo di pace.

    Soprattutto, l’accordo si inserisce in una cornice economica esplicita. Washington punta a garantirsi l’accesso alle immense risorse minerarie dell’est del Congo — cobalto, rame, litio, manganese e tantalio — materiali strategici per l’industria elettronica, i veicoli elettrici e le tecnologie “verdi”. In questo quadro, la stabilità promessa è subordinata alla sicurezza degli approvvigionamenti, più che alla protezione delle popolazioni civili.

    Scetticismo sull’efficacia dell’intesa

    La società civile congolese e numerosi analisti esprimono un profondo scetticismo. Il premio Nobel per la pace Denis Mukwege ha definito l’accordo “non un accordo di pace”, ma una resa che legittima una “logica estrattivista neocoloniale”. Negli ultimi dieci anni sono stati firmati almeno cinque accordi, tutti sistematicamente disattesi.

    Il governo congolese e l’M23 si accusano reciprocamente di violare il cessate il fuoco, e i combattimenti sono ripresi già il giorno successivo alla firma dell’intesa di Washington. Ancora una volta, la pace proclamata nelle sedi diplomatiche non ha retto alla prova del terreno, dove il controllo delle risorse continua a coincidere con il controllo delle armi.

    UNHCR e UNICEF chiedono con la massima fermezza l’immediata cessazione delle violenze, il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, la protezione dei civili e degli operatori umanitari, e che i responsabili delle violazioni siano assicurati alla giustizia. Le agenzie ONU stanno collaborando con le autorità nazionali e i partner locali per mobilitare una risposta umanitaria urgente, incentrata sui bambini, e per rafforzare l’assistenza non appena le condizioni di sicurezza lo consentiranno.


    L’escalation di violenza nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo aggrava la crisi umanitaria in Burundi
    Unhcr, 19 dicembre 2025

    Rep.Dem. del Congo: oltre 500 mila persone – di cui oltre 100 mila bambini, sfollati a causa delle violenze
    Unicef, 15 dicembre 2025

    Congo–Ruanda: Trump e la “pace senza pace”
    Ispi, 5 dicembre 2025

  • Il governo rinvia la stretta sulle pensioni

    Il ministro dell'economia Giancarlo Giorgetti ha litigato con il suo partito, la Lega di Matteo Salvini, intorno alla stretta sulle pensioni.

    Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha litigato con il suo partito, la Lega di Matteo Salvini, intorno alla stretta sulle pensioni. Giorgetti voleva ridurre i canali di uscita anticipata. Via quota 103 e opzione donna dal 2026. Allungare l’attesa tra maturazione dei requisiti e incasso dell’assegno. Penalizzare il riscatto degli anni di laurea per anticipare la pensione.

    Quasi una crisi di governo

    Il Ministro, custode dei conti pubblici, ha difeso il rigore finanziario per rispettare i parametri europei di rientro dal deficit entro il 2027, considerando le misure di anticipo pensionistico troppo costose, in combinazione con l’aumento delle spese militari.

    I vertici leghisti hanno accusato il “loro” ministro di aver ceduto troppo alla linea tecnocratica e hanno temuto che una stretta così netta sulle pensioni potesse alienare l’elettorato storico del Carroccio, da sempre paladino dell’abolizione della Legge Fornero.

    Si è arrivati a un punto di rottura tale che la Lega ha minacciato di non votare il provvedimento in Commissione Bilancio, uno strappo senza precedenti tra un partito e un proprio ministro di peso.

    Il rinvio della stretta sulle pensioni

    Il ritiro di una parte delle norme contestate ha evitato la crisi di governo. La stretta è stata congelata e rinviata. Confermata l’Ape sociale, uno dei pochi canali di uscita flessibile, ma sono abolite, quota 103, l’opzione donna e il cumulo tra previdenza privata e previdenza pubblica per anticipare la pensione.. Giorgetti è rimasto al suo posto. Ma il governo ha dovuto trovare coperture alternative: rimodulazioni del PNRR e nuove norme sull’iperammortamento.

    Salvini ha vinto parzialmente su Giorgetti. La Lega ha salvaguardato la bandiera sulle pensioni al costo di una manovra più fragile sulla tenuta dei conti pubblici a lungo termine. Tuttavia, in prospettiva il compromesso ha sacrificato il lavoro più duro con il taglio di 40 milioni di euro annui dal 2033 al fondo per le pensioni usuranti e il lavoro precoce, restringendo le finestre di uscita a chi ha versato almeno 12 mesi di contributi prima dei 19 anni.

    Due timer per una bomba a orologeria

    Giorgetti voleva disinnescare una bomba a orologeria che ha due timer diversi. Il conflitto tra spese militari e spesa sociale. L’inverno demografico e la sostenibilità dell’INPS.

    La spesa militare per il 2025 sarà di 32 miliardi di euro. Più 0,15% di PIL nel 2026, fino allo 0,50% nel 2028. Poiché, il Patto di stabilità europeo vieta nuovo debito, ogni euro destinato alla Difesa è un euro sottratto a sanità e pensioni.

    L’inverno demografico è il problema strutturale più grave. I contributi di chi lavora pagano le pensioni di chi è a riposo. Entro il 2030 la spesa pensionistica salirà al 17% del PIL. Se il numero di lavoratori diminuisce (perché nascono meno giovani) e quello dei pensionati aumenta (perché si vive più a lungo), il sistema crolla a meno che si vada in pensione più tardi (alzando l’età pensionabile); le pensioni siano più basse (ricalcolo contributivo); aumenti la produttività e tornino ad aumentare le nascite, ma sono processi lenti, comunque non alle viste in prospettiva.

    Rinviare è opportuno, perché le pensioni non sono solo pura ragioneria, riguardano le persone in carne e ossa: non si possono trattenere in fabbrica e in miniera ancora più a lungo gli ultrasessantenni. Ma rinviare moltiplica la pressione.

    Spostare la stretta sulle pensioni all’ultimo anno utile (il 2026-27) significa che il governo dovrà scrivere la manovra più difficile proprio mentre i partiti saranno impegnati a tappezzare le città di manifesti elettorali.

    Tre pilastri per una riforma

    Tre pilastri potrebbero stabilizzare il sistema. Ma ciascuno di essi si scontra con l’identità politica della destra al potere.

    Spese Militari vs Previdenza. Il governo ha scelto di dare priorità agli impegni internazionali (NATO). Per un governo che fa del “sovranismo” e della “difesa dei confini” una bandiera, aumentare la spesa militare è una scelta identitaria, pure corrispondente al desiderio dell’amministrazione Trump. Tuttavia, questo sottrae miliardi (si parla di un aumento di circa 2-3 miliardi l’anno per arrivare al target del 2%) che avrebbero potuto finanziare la flessibilità in uscita o aumentare le pensioni minime.

    Immigrazione come risorsa contributiva. Questo è il “tabù” per eccellenza. Il Governatore della Banca d’Italia e il Presidente dell’INPS lo dicono chiaro: senza un aumento della forza lavoro straniera, il sistema a ripartizione (dove chi lavora paga per chi è in pensione) crollerà. Nonostante il governo abbia approvato un “Decreto Flussi” che prevede circa 450.000 ingressi legali nel triennio 2023-2025 (e che continuerà nel 2026), i flussi in entrata sono insufficienti e la narrazione politica resta ostile. La Lega non può ammettere che il sistema pensionistico italiano “si regge sugli immigrati” senza perdere il consenso della sua base elettorale più xenofoba.

    Spostamento sulla fiscalità generale. Separare la previdenza (pagata con i contributi e legata al lavoro) dall’assistenza (pagata dalle tasse di tutti, per chi è in difficoltà). Se l’assistenza (invalidità, integrazioni al minimo, assegni sociali) uscisse dal bilancio INPS e finisse nel bilancio dello Stato, i conti della previdenza sarebbero molto più sani e “sostenibili”. Spostare tutto sulla fiscalità generale significa che per pagare le pensioni bisognerebbe recuperare l’evasione fiscale altissima e praticare una forma di tassazione progressiva, come prevede la Costituzione, per far contribuire ciascuno in forza delle sue disponibilità.


    Com’è cambiata alla fine la legge di bilancio
    Il Post, 21 dicembre 2025

    Alla fine il governo fa cassa sui lavori precoci e usuranti
    Roberto Ciccarelli, il manifesto 21 dicembre 2025

  • Gaza: finita la carestia, grave l’insicurezza alimentare

    Gaza: carestia finita, grave insicurezza alimentare

    L’analisi IPC (Integrated Food Security Phase Classification) di dicembre 2025 conferma che nessuna area di Gaza è attualmente classificata in stato di carestia, grazie al cessate il fuoco di ottobre e al miglioramento dell’accesso umanitario e commerciale. Tuttavia, i progressi sono estremamente fragili.

    1,6 milioni di persone (77% della popolazione) affrontano gravi livelli di insicurezza alimentare. Oltre 100.000 bambini e 37.000 donne incinte o in allattamento soffrono di malnutrizione acuta. Più di 730.000 persone sono state sfollate dopo il cessate il fuoco.

    Quattro governatorati (Gaza Nord, Governatorato di Gaza, Deir al-Balah e Khan Younis) restano classificati in fase di emergenza (fase 4 IPC) fino ad aprile 2026, con ampie carenze alimentari e rischio elevato di mortalità.

    Il 79% delle famiglie non può permettersi cibo o acqua potabile. Gli alimenti nutrienti, soprattutto proteici, restano scarsi e costosi. Nessun bambino raggiunge la diversità alimentare minima, due terzi consumano solo uno o due gruppi alimentari.

    Le infrastrutture sono distrutte: sistemi fognari danneggiati, approvvigionamento idrico inaffidabile, rifugi sovraffollati. Questo alimenta epidemie di infezioni respiratorie, diarrea e malattie cutanee, specialmente tra i bambini. Solo il 50% delle strutture sanitarie è parzialmente funzionante.

    FAO, UNICEF, WFP e OMS chiedono accesso umanitario e commerciale sostenuto, rimozione delle restrizioni sulle importazioni essenziali (inclusi input agricoli e forniture mediche), aumento immediato dei finanziamenti e riattivazione della produzione alimentare locale.

    Senza azioni decisive, la carestia può tornare rapidamente.


    Fonti

    Le Agenzie ONU accolgono con favore la notizia che la carestia è terminata nella Striscia di Gaza, ma avvertono che i fragili progressi potrebbero essere vanificati senza un sostegno maggiore e costante
    Unicef, 19 dicembre 2025

    UN agencies welcome news that famine has been pushed back in the Gaza Strip, but warn fragile gains could be reversed without increased and sustained support
    FAO, UNICEF, WFP and WHO say hunger, malnutrition, disease and the scale of agricultural destruction remain alarmingly high
    FAO, 19/12/2025

    Gaza Strip: Acute Food Insecurity Situation for 16 October – 30 November 2025 and Projection for 1 December 2025 – 15 April 2026
    IPC Analisys Portal, 19/12/2025

  • Green Deal annacquato, industria sospesa

    Green Deal annacquato, industria sospesa

    L’Europa ha mantenuto l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050 e il target intermedio del -55% di emissioni nette al 2030 rispetto al 1990. Nel 2024-2025, il Green Deal ha ottenuto progressi importanti, con le emissioni in calo del 2,5% nel 2024. Ciò nonostante, il divieto di vendita di nuove auto con motori a combustione interna (ICE) dal 2035 è stato annacquato: la Commissione ha proposto una riduzione del 90% delle emissioni medie (anziché il 100%), con meccanismi di compensazione (come l’uso di acciaio verde o e-fuels) che permettono ancora la vendita di veicoli a combustione o ibridi. Questa “flessibilità”, presentata come necessaria per salvaguardare l’occupazione, è una concessione alle lobby dell’auto di Germania e Italia.

    Questa nuova linea di “ambientalismo moderato” è figlia di crisi impreviste — pandemia, guerra in Ucraina, crisi energetica — che hanno spinto i governi a dare priorità alla tenuta immediata dell’industria. Tuttavia, questa prudenza rischia di aggravare il divario con la Cina: mentre l’Europa rallenta per proteggere il vecchio motore a combustione, Pechino consolida un vantaggio decennale sulla catena del valore delle batterie e del software, rendendo i nostri prodotti obsoleti prima ancora di essere venduti.

    L’economia non teme solo i costi, teme soprattutto l’incertezza. È questa la preoccupazione principale di ogni CEO e di ogni consumatore. Per le aziende, investire miliardi in nuove piattaforme richiede una direzione politica ferma per almeno 10-15 anni. Se la politica “apre brecce” continuamente negli indirizzi strategici, il rischio è che le imprese rimangano bloccate a metà del guado, con prodotti obsoleti per alcuni mercati e troppo costosi per altri. Per i consumatori, l’esitazione è speculare: chi acquista un’auto oggi si chiede se potrà circolare tra dieci anni o quale sarà il valore residuo del proprio usato a benzina. Questa incertezza blocca il mercato.

    Esiste una discrepanza tra il “tempo della politica” e il “tempo della natura”. La politica risponde ai cicli elettorali e alle pressioni industriali contingenti; il pragmatismo climatico risponde a leggi fisiche. Ignorare i limiti planetari per salvare i bilanci trimestrali è, tecnicamente, una scelta ideologica: l’ideologia del business as usual. Una politica davvero pragmatica dovrebbe attrezzarsi al cambiamento invece di provare a resistervi.

    L’ascesa di figure come Trump e il rafforzamento delle destre populiste in Europa hanno spostato l’asse del dibattito. Il Green Deal è passato da piano di modernizzazione economica a “tassa sui poveri” o imposizione delle élite. Il rischio è che la moderazione attuale non sia un punto di equilibrio, ma l’inizio di una retromarcia che lascerà l’Europa priva di una visione industriale propria, schiacciata tra il protezionismo americano e l’efficienza tecnologica cinese.

    Le giovani generazioni e la realtà dei disastri climatici, sempre più frequenti e onerosi, agiranno da “correttori” esterni. Allora si vedrà se la politica europea saprà guidare questa transizione o se si limiterà a subirla, pagando un prezzo sociale ed economico molto più alto a causa dei ritardi accumulati con le scelte “pragmatiche” di oggi.


    L’Ue cede ai costruttori d’auto. Avanti con il motore termico
    Andrea Valdambrini, il manifesto 17 dicembre 2025

    Il revisionismo climatico europeo
    Il filo rosso, 26 ottobre 2025

  • Lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino

    Lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino

    Lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino è preoccupante per diversi motivi.

    Lo sgombero immediato

    L’intervento è iniziato all’alba con perquisizioni nello stabile di corso Regina Margherita 47, occupato dal 1996, e in alcune abitazioni di militanti. Durante le perquisizioni, al terzo piano dell’edificio sono state trovate sei persone. Questo elemento è stato ritenuto una violazione del patto di collaborazione stipulato tra il Comune di Torino e gli attivisti nel gennaio 2024, rinnovato nel marzo 2025. Patto che prevedeva l’utilizzo del solo piano terra per motivi di sicurezza e l’avvio di un percorso di legalizzazione dello spazio. Il sindaco Stefano Lo Russo ha quindi dichiarato cessato l’accordo per il mancato rispetto delle condizioni. Subito dopo, lo stabile è stato sgomberato, gli ingressi murati, i collegamenti idrici interrotti e l’area presidiata da un imponente dispiegamento di forze dell’ordine, con rinforzi provenienti anche da altre regioni.

    La sequenza è lineare: perquisizione, accertamento della violazione, cessazione dell’accordo, sgombero. Ma l’immediatezza rende l’operazione anomala. In un ordinario percorso di legalizzazione, una violazione delle condizioni comporta una contestazione formale, la concessione di un termine per rimediare, eventualmente la sospensione o la decadenza dell’accordo, e solo in ultima istanza lo sgombero. Qui, invece, tutti i passaggi sono stati compressi in poche ore. Questo suggerisce che lo sgombero non sia stato una conseguenza contingente dell’esito della perquisizione, ma l’obiettivo voluto dell’operazione.

    Le modalità sproporzionate

    È interessante notare la posizione del Sindaco Lo Russo. Dichiarando cessato il patto “istantaneamente”, il Comune ha rinunciato alla sua funzione di mediatore politico, appiattendosi sulla linea d’ordine pubblico dettata dal Ministero dell’Interno. In un percorso di legalizzazione, la violazione di una clausola (dormire al piano superiore) solitamente apre una fase di contestazione, non la distruzione del patto stesso.

    Le modalità dell’intervento sono state sproporzionate. L’azione è avvenuta di prima mattina, con centinaia di agenti, blindati, scuole chiuse, strade bloccate, limitazioni alla viabilità e misure preventive nell’area circostante. Un dispositivo di questo tipo richiede giorni di pianificazione e non può essere organizzato in risposta estemporanea alla scoperta di sei persone che dormivano in uno stabile. La sproporzione tra il fatto contestato e il dispiegamento messo in campo è evidente e rafforza l’impressione di un’operazione predeterminata.

    L’uso dello strumento di polizia

    Le autorità collegano lo sgombero alle indagini sugli assalti avvenuti durante alcune manifestazioni pro-Palestina, tra cui l’attacco alla redazione de La Stampa del 28 novembre, e quelli alle OGR e alla sede di Leonardo. Tuttavia, questo nesso resta giuridicamente fragile. Gli atti vandalici e le condotte violente sono imputabili a individui specifici, che rispondono penalmente a titolo personale. Il principio di responsabilità penale individuale, sancito dall’articolo 27 della Costituzione, impone che siano le singole persone a essere indagate, processate ed eventualmente condannate per i reati commessi.

    Lo sgombero di uno spazio collettivo presuppone invece una responsabilità di tipo associativo, che può essere accertata solo attraverso un procedimento giudiziario, non anticipata con un provvedimento amministrativo. Anche qualora si ipotizzasse un reato associativo — ipotesi che allo stato non risulta formalmente contestata — questo dovrebbe essere dimostrato in sede processuale. Qui, al contrario, la sanzione collettiva precede l’accertamento, invertendo la sequenza delle garanzie.

    In questo senso, l’uso dello strumento amministrativo e di polizia diventa il surrogato di una sanzione penale, aggirando i tempi e le garanzie del processo. Non è un dettaglio secondario: è un precedente che riguarda non solo Askatasuna, ma qualsiasi spazio collettivo in trattativa con le istituzioni. Il che scoraggia i percorsi di regolarizzazione. Che incentivo c’è a negoziare se la prima violazione formale porta allo sgombero immediato?

    Il messaggio politico

    Lo sgombero assume inoltre una forte valenza politico-simbolica. Il tempismo, il carattere spettacolare dell’operazione e la comunicazione immediata del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi — “dallo Stato un segnale chiaro: non ci deve essere spazio per la violenza nel nostro Paese” — danno l’idea del messaggio politico: il governo di destra che “finalmente” sgombera uno storico centro sociale della sinistra antagonista, peraltro nel pieno di un ciclo di mobilitazioni pro-Palestina.

    Esistevano alternative allo sgombero: una sanzione intermedia, un avviso formale, la sospensione o rinegoziazione dell’accordo, l’attesa dell’esito delle indagini giudiziarie, o l’assegnazione di uno spazio alternativo. L’esistenza di queste opzioni è rilevante per valutare la proporzionalità dell’intervento. Il patto del gennaio 2024 prevedeva un percorso di regolarizzazione che poteva essere sospeso senza ricorrere immediatamente allo sgombero definitivo.

    Il casus belli

    Resta il dato oggettivo: la presenza delle sei persone costituiva una violazione degli accordi e ha fornito la base formale per l’azione. Ma questa legittimità formale funziona come un pretesto. Se fosse una guerra, sarebbe il casus belli. A rendere evidente la selettività dell’intervento è il confronto con altri casi. A Roma, lo stabile di via Napoleone III occupato da CasaPound è tale dal 2003, senza alcun accordo con il Comune, con sentenze definitive che ne attestano l’illegittimità e ne dispongono lo sgombero. Eppure, dopo oltre vent’anni, l’edificio è ancora occupato, con insegne esterne, attività pubbliche e una presenza politica riconoscibile, senza blitz all’alba né dispiegamenti straordinari di forze.

    Il contrasto è netto: Askatasuna, in percorso di regolarizzazione dal 2024, viene sgomberato immediatamente alla prima violazione; CasaPound, con un’occupazione illegale pluridecennale e senza alcun processo di legalizzazione, resta indisturbata. La legge viene applicata in modo diseguale a seconda dell’orientamento politico degli spazi occupati.

    La legalità selettiva

    La tolleranza o l’intolleranza verso le occupazioni non dipende quindi dalla legalità formale, ma dall’allineamento politico. Gli spazi della destra antagonista vengono sostanzialmente lasciati in pace; quelli della sinistra antagonista sono sgomberati alla prima occasione utile, con grande dispiegamento di forze e massima risonanza mediatica.

    Lo sgombero dell’Askatasuna non è solo la chiusura di un centro sociale, ma l’interruzione di servizi (anche informali) che quella struttura forniva (doposcuola, sportello per la casa, palestra popolare).Mentre lo Stato e il Comune rivendicano il ripristino dell’ordine, resta il vuoto sociale che queste istituzioni spesso non sono in grado di colmare, creando una contraddizione tra “legalità formale” e “bisogno sostanziale”.


    A Torino è stato sgomberato il centro sociale Askatasuna
    Il Post, 18 dicembre 2025

  • Come difendere la sicurezza stradale degli italiani

    Come difendere la sicurezza stradale degli italiani

    Il 16 dicembre 2025 due persone sono morte investite da mezzi pesanti in Liguria, a poche ore di distanza. A Savona Valentina Squillace, 22 anni, studentessa di Giurisprudenza all’Università di Genova, è stata travolta da un tir mentre attraversava la strada, sulle strisce pedonali con semaforo verde. Il camion l’ha agganciata e trascinata per decine di metri.

    La sera stessa, a Sampierdarena, a Genova, un altro pedone è stato investito da un autoarticolato nell’angolo cieco e trascinato per oltre un chilometro. La vittima è Elio Arlandi, 67 anni, musicista, tra i fondatori della storica band blues Big Fat Mama. È la quattordicesima vittima della strada a Genova nel 2025, la seconda in Liguria in 24 ore coinvolgente un mezzo pesante.

    Dopo questi incidenti Legambiente e Fiab hanno rilanciato richieste urgenti: sensori anti–angolo cieco obbligatori sui tir, migliore illuminazione degli attraversamenti, dossi rallentatori compatibili con i mezzi di soccorso, riduzione del traffico pesante in ambito urbano. Nelle città portuali come Genova e Savona il problema è strutturale: i camion diretti ai terminal attraversano quartieri densamente abitati, creando zone ad altissimo rischio per pedoni e ciclisti.

    La strage sulle strade italiane

    I dati nazionali confermano che non si tratta di episodi isolati. Nel 2024 in Italia si sono registrati 173.364 incidenti con 3.030 morti e 233.853 feriti. In media: 475 incidenti, 8,3 morti e 641 feriti al giorno. Rispetto al 2019, anno base per l’obiettivo europeo di dimezzare le vittime entro il 2030, la riduzione è stata solo del 4,5%. Il costo sociale supera i 18 miliardi di euro, quasi l’1% del PIL.

    La convivenza tra utenti vulnerabili e veicoli pesanti è il nodo principale della sicurezza stradale, soprattutto nelle aree urbane e portuali. Le infrastrutture obsolete contribuiscono a una quota rilevante degli incidenti, stimata tra il 20 e il 30%, e il 73% dei sinistri avviene in città.

    Il Piano nazionale per la sicurezza stradale

    Il Piano Nazionale per la Sicurezza Stradale, ispirato al modello Vision Zero promosso da UE e OMS, punta a ridurre drasticamente morti e feriti attraverso interventi strutturali: zone 30 nei quartieri residenziali e scolastici, manutenzione delle strade, migliore segnaletica, barriere di sicurezza, attraversamenti pedonali rialzati o illuminati, piste ciclabili realmente separate. Nelle città portuali, la priorità è la deviazione dei mezzi pesanti su tangenziali esterne. Tecnologie come sensori IoT, semafori intelligenti e sistemi di assistenza alla guida possono ridurre in modo significativo il rischio, soprattutto negli incroci più critici.

    Dal 2024 i sensori per l’angolo cieco sono obbligatori sui nuovi veicoli pesanti in UE e hanno dimostrato di ridurre fino al 70% gli incidenti laterali. Altri sistemi ADAS – frenata automatica, limitatori intelligenti di velocità, mantenimento di corsia – possono prevenire una quota rilevante degli incidenti, ma la diffusione sulle flotte esistenti procede lentamente.

    Rilevante il fattore umano: velocità eccessiva, distrazione e guida in stato alterato sono responsabili della maggior parte degli incidenti. Educazione, controlli e una diversa cultura della mobilità sono indispensabili, ma da sole non bastano senza un ripensamento degli spazi urbani.

    Meloni più sanzioni meno prevenzione

    La riforma del Codice della Strada varata dal governo Meloni ha puntato soprattutto sull’inasprimento delle sanzioni per le violazioni gravi: alcol, droga, uso del cellulare, eccesso di velocità. L’approccio è deterrente. Molto più debole e controverso è invece l’impegno sulle misure preventive: limiti di velocità più bassi e generalizzati, promozione del trasporto pubblico, sviluppo delle piste ciclabili, ampliamento delle aree pedonali, uso diffuso degli autovelox.

    Le “Città 30” sono ammesse ma complicate da procedure burocratiche aggiuntive. Il trasporto pubblico resta sottofinanziato. I fondi per le ciclabili urbane sono stati ridotti e le nuove regole rendono più difficile realizzarle. Le zone pedonali e le ZTL vedono limitata l’autonomia dei Comuni. Le nuove norme sugli autovelox restringono fortemente i controlli, soprattutto in ambito urbano. Lo scorso novembre, a Roma, il partito della presidente del consiglio aveva persino organizzato una sfilata di automobili contro le piste ciclabili.

    In sintesi, la sicurezza stradale continua a essere affrontata più come un problema di punizione che di prevenzione. Le morti di Savona e Genova mostrano che senza interventi strutturali – sulle infrastrutture, sul traffico pesante, sulla progettazione delle città – le sanzioni da sole non bastano. La riduzione delle vittime richiede scelte politiche nette, non solo dopo le tragedie.


    Sicurezza stradale e città sostenibili
    Tutta la città ne parla, 17 dicembre 2025

  • Islamofobia istituzionale

    Islamofobia istituzionale

    La frase all’origine dell’arresto di Mohamed Shahin — quella secondo cui il 7 ottobre sarebbe stato un atto di resistenza palestinese all’occupazione israeliana — è resa intollerabile, non solo per ciò che dice, ma soprattutto perché a dirla è stato un imam musulmano.

    Negli ultimi due anni, intellettuali, giornalisti e accademici occidentali hanno inquadrato il 7 ottobre nel contesto dell’occupazione israeliana. Alcuni hanno persino utilizzato il termine “resistenza”. Nell’ottobre 2023, oltre cento professori della Columbia University hanno firmato una lettera a difesa di studenti che avevano definito l’attacco una “risposta militare” a “decenni di violenza statale da parte di una potenza occupante”. John Mearsheimer ha parlato di un evento “non sorprendente” nel quadro dell’apartheid e dell’occupazione. In Francia e in altri paesi europei, commentatori e accademici hanno distinto — richiamando il diritto internazionale — tra resistenza armata contro un’occupazione e atti terroristici. Appelli firmati da migliaia di accademici a livello globale hanno collocato il 7 ottobre dentro una storia di “75 anni di occupazione”.

    Lo storico israeliano Ilan Pappé ha interpretato l’attacco di Hamas come parte di una lotta di liberazione palestinese, inserita in oltre un secolo di colonizzazione sionista. Judith Butler, filosofa americana, ha definito esplicitamente il 7 ottobre un “atto di resistenza armata”. In un intervento pubblico in Francia, nel marzo 2024, ha sostenuto che è “più onesto e storicamente corretto” interpretarlo in questo modo — una posizione ancora più netta di quella di Shahin.

    Tutte queste posizioni hanno alimentato polemiche, indignazione, critiche feroci. Ma nessuno è stato arrestato, schedato, indagato o espulso. Nessuna conseguenza legale o amministrativa. Quando le stesse idee sono espresse da un imam musulmano, diventano improvvisamente fondamentalismo religioso, incitamento al terrorismo, minaccia alla sicurezza nazionale. Se immaginassimo una simmetria inversa — posizioni filoisraeliane tollerate quando sostenute da non ebrei, ma criminalizzate quando espresse da ebrei — non avremmo difficoltà a riconoscere l’antisemitismo. Gli ebrei, come chiunque altro, devono poter esprimere liberamente le proprie opinioni politiche. Lo stesso principio dovrebbe valere per i musulmani.

    Shahin, peraltro, incarna esattamente ciò che si chiede ai musulmani “moderati”: integrazione, dialogo interreligioso, adesione ai valori costituzionali. Ha tradotto la Costituzione italiana in arabo, ha collaborato con le istituzioni, ha persino insegnato la lingua araba nella scuola dell’esercito. Tutto questo viene annullato nel momento in cui esprime un’opinione politica scomoda. Il messaggio implicito è chiaro: non basta l’integrazione sociale e culturale, occorre l’integrazione politica. Non basta condividere le regole democratiche; occorre allinearsi alle posizioni del governo su Israele e Palestina. Quando un imam perfettamente integrato come Shahin viene arrestato ed espulso per parole che altri pronunciano liberamente, il messaggio arriva chiaro a tutta la comunità musulmana: su certi temi, il vostro dissenso non è tollerato.

    Il decreto Piantedosi non punisce solo un’opinione. Punisce un’opinione pronunciata da un imam musulmano, applicando una griglia interpretativa securitaria che converte il dissenso politico in minaccia terroristica. Le accuse contenute nel provvedimento si fondano sull’identità dell’accusato: “percorso di radicalizzazione religiosa”, “ideologia fondamentalista di chiara matrice antisemita”, “ruolo in ambienti dell’islam radicale”. Ogni elemento viene ricondotto alla religione di Shahin.

    Non si tratta di un’anomalia solo italiana. In Francia, Germania e Regno Unito, le manifestazioni pro-Palestina vengono represse in modo selettivo, i partecipanti musulmani schedati, le organizzazioni islamiche sottoposte a controlli speciali. La medesima opinione politica è trattata come dissenso legittimo o come minaccia terroristica a seconda dell’identità religiosa di chi la esprime. È un’islamofobia che non si manifesta più solo come pregiudizio, ma come norma di sistema, incorporata nelle pratiche di polizia e nelle procedure amministrative. Un’islamofobia istituzionale.

    Mohamed Shahin può essere espulso verso tortura e morte per aver detto ciò che Judith Butler dice liberamente. Quando uno Stato applica la legge in modo diverso a seconda della religione di chi parla, non stiamo parlando di sicurezza. Stiamo parlando di discriminazione.