
Il regime degli ayatollah sta cercando di soffocare la rivolta nazionale con una strategia semplice e brutale: far sì che il terrore superi la rabbia. I numeri diffusi dalle organizzazioni per i diritti umani sono scioccanti. Secondo stime di HRANA e di altre fonti indipendenti, in meno di tre settimane si contano oltre 2.500 morti e più di 18.000 arresti. I manifestanti feriti sono cercati e arrestati anche negli ospedali. Le carceri ufficiali sono sovraffollate e si moltiplicano le segnalazioni di centri di detenzione “neri”, segreti, gestiti direttamente dai Pasdaran. Dall’8 gennaio l’Iran è quasi completamente isolato dal web globale: un blackout che ha rallentato il coordinamento delle proteste senza riuscire a spegnerle, grazie all’uso di reti mesh locali e a forme elementari ma resilienti di comunicazione diretta.
La Repubblica Islamica utilizza un apparato repressivo multilivello, che combina violenza fisica sistematica, sorveglianza tecnologica avanzata e pressione psicologica e legale. La repressione non è affidata alla sola polizia ordinaria, ma a corpi ideologicamente fedeli al regime. I Pasdaran (IRGC) costituiscono l’ossatura del sistema: intervengono con armi pesanti e coordinano le operazioni su vasta scala. Accanto a loro operano i Basij, milizia paramilitare spesso in borghese, nota per l’infiltrazione dei cortei, le aggressioni mirate e i raid notturni nelle abitazioni. Le Unità speciali anti-sommossa (NOPO), riconoscibili dalle uniformi nere, impiegano gas lacrimogeni, proiettili di gomma e sempre più spesso munizioni letali.
Nelle ondate di protesta più recenti — dal 2022-2023 fino al gennaio 2026 — sono stati documentati metodi di repressione di estrema crudeltà. Le forze di sicurezza sparano sulla folla con armi automatiche, dai tetti o ad altezza d’uomo. Organizzazioni per i diritti umani segnalano l’uso di colpi mirati agli occhi, per provocare cecità permanente, e ai genitali, in particolare contro le donne. I corpi dei manifestanti uccisi vengono spesso sequestrati: il regime impedisce funerali pubblici, che potrebbero trasformarsi in nuove proteste, e costringe le famiglie a firmare dichiarazioni false sulle cause della morte.
A questa violenza si affianca un controllo digitale capillare. L’Iran ha sviluppato una propria forma di “sovranità digitale” che consente blackout quasi totali della rete, il monitoraggio dei telefoni cellulari e l’infiltrazione dei canali di comunicazione online. Sistemi di videosorveglianza intelligenti, come il progetto “Nazer”, vengono utilizzati per identificare donne senza velo e presunti leader delle proteste negli spazi pubblici.
La magistratura non svolge alcuna funzione di garanzia. Agisce come un’estensione diretta dell’apparato repressivo. I detenuti vengono sottoposti a torture fisiche e psicologiche fino a estorcere “confessioni” televisive di collaborazione con potenze straniere. I processi sono farsa, senza diritto alla difesa, e si concludono spesso con condanne a morte per reati vaghi e ideologici come “moharebeh” (guerra contro Dio) o “corruzione sulla terra”. Amnesty International e le Nazioni Unite hanno documentato l’uso sistematico della violenza sessuale nelle carceri, inclusa Evin, come strumento di annientamento psicologico.
La repressione colpisce anche sul piano economico e familiare. Chi sciopera o manifesta rischia il licenziamento immediato, il congelamento dei conti correnti, il sequestro dei beni. I parenti degli attivisti all’estero vengono minacciati o arrestati per imporre il silenzio. In modo particolarmente perverso, il regime utilizza l’estorsione come strumento di punizione e autofinanziamento: alle famiglie delle vittime viene richiesto di pagare il costo delle munizioni usate per uccidere i loro cari. Secondo dati di gennaio 2026, le richieste variano tra 700 milioni e 2,5 miliardi di rial per ogni proiettile, cifre insostenibili in un Paese dove lo stipendio medio è inferiore ai 100 dollari. A questi si aggiungono tangenti per recuperare i corpi dai centri di medicina legale ed evitare sepolture anonime. In alcuni casi il regime offre di “abbuonare” il debito se la famiglia accetta di dichiarare che il morto era un Basij ucciso da manifestanti “terroristi”, trasformando così le vittime in falsi martiri del sistema. Anche dopo il pagamento, i funerali sono rigidamente controllati: devono avvenire in segreto, di notte, senza manifestazioni pubbliche di lutto.
Nonostante tutto, la resistenza continua. La repressione ha ridotto i grandi assembramenti diurni nelle piazze centrali, ma ha spinto il movimento verso forme più radicali. In alcune regioni, in particolare tra gruppi curdi e baluci, si registrano risposte armate agli attacchi dei Pasdaran, con il rischio concreto di una deriva verso il conflitto civile. La protesta sopravvive grazie alla disperazione economica e al crollo della legittimità del clero. I pochi video che riescono a superare il blackout mostrano obitori con migliaia di corpi numerati, etichette che superano quota 12.000.
Questa brutalità non sta spegnendo la rivolta. Al contrario, sta alimentando un odio profondo e irreversibile verso il sistema degli ayatollah. Il movimento del 2026 appare meno illusorio, più cupo e più determinato: non chiede riforme, ma la fine del regime.
2025–2026 Iranian protests
https://en.wikipedia.org/
As Iran’s Government Tries to Quell Protests, Accounts of Brutal Crackdown Emerge
https://www.nytimes.com/
2026 Iran massacres
https://en.wikipedia.org/
Iran protests: Trump suggests Americans should leave; over 2,400 killed, group says
https://abcnews.go.com
January 13, 2026: Iran protests updates
https://edition.cnn.com/
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