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  • L’attacco contro la festa ebraica di Hannukkah a Sidney

    L'attacco contro la festa ebraica di Hannukkah a Sidney

    Oggi, 14 dicembre 2025, un attacco terroristico a Bondi Beach, a Sydney, durante la celebrazione di Hanukkah, ha ucciso almeno 16 persone e ferito 40. Due uomini armati, forse tre, hanno aperto il fuoco dalla passerella pedonale che conduce alla spiaggia. Tra le vittime ci sono una bambina di 12 anni, il rabbino Eli Schlanger, e un sopravvissuto all’Olocausto di nome Alex Kleytman. Protagonista di un momento eroico, un uomo di 43 anni, Ahmed al Ahmed, che ha disarmato uno degli aggressori affrontandolo da dietro durante la sparatoria, nonostante sia stato colpito due volte. Il suo intervento ha scongiurato una strage ancora peggiore. È il secondo più grave attentato con armi da fuoco nella storia australiana, dopo il massacro di Port Arthur del 1996.

    Gli aggressori

    Uno degli attaccanti è stato ucciso dalla polizia. L’altro è stato identificato in via provvisoria come Naveed Akram, secondo funzionari delle forze dell’ordine statunitensi e australiani. Una patente di guida condivisa online mostra che Naveed Akram sarebbe nato nel 2001 il che lo renderebbe 24enne al momento dell’attacco. L’ASIO (Australian Security Intelligence Organisation) ha dichiarato che uno degli aggressori era noto alle autorità. Burgess dell’ASIO ha aggiunto che l’individuo era conosciuto, “ma non in una prospettiva di minaccia immediata”.

    La polizia crede che possa essere stato coinvolto un terzo sospetto, ma invitano alla cautela mentre le indagini continuano. L’eroe Ahmed al Ahmed, il padre di 43 anni che ha disarmato uno degli attaccanti, è stato identificato come un proprietario di un’attività di frutta di Sutherland Shire, Sydney. Ha riportato ferite da arma da fuoco al braccio e alla mano ed è stato ricoverato in ospedale. Le indagini sono ancora in corso per determinare l’identità completa di tutti gli aggressori e i loro moventi.

    Il momento dell’attacco

    L’attacco è iniziato intorno alle 18:37 ora locale. I servizi di emergenza sono stati chiamati per la prima volta sulla scena alle 18:47. L’evento di Hanukkah era iniziato alle 17:00 ora locale. Testimoni hanno riferito che la sparatoria è durata circa 10 minuti. Un testimone cileno di 25 anni, Camilo Diaz, ha raccontato: “È stato scioccante. Sembrava 10 minuti di solo bang, bang, bang”. La BBC ha successivamente verificato un video di quasi 11 minuti ininterrotti, filmato da circa 50 metri di distanza, che inizia poco dopo l’incidente. La sparatoria è stata dichiarata attentato terroristico dalla polizia alle 21:36 ora locale, circa tre ore dopo l’inizio dell’attacco.

    L’evento e il luogo dell’attentato

    L’evento si è svolto al Bondi Park Playground, a Bondi Beach, NSW 2026, Australia. Bondi Beach è una delle spiagge più famose e frequentate di Sydney, una destinazione turistica molto popolare. Gli attaccanti hanno sparato da un ponte pedonale sopra l’evento, con una posizione sopraelevata che dominava l’area. Il nome dell’evento era “Chanukah by the Sea” (Hanukkah al Mare), organizzato dalla comunità Chabad of Bondi , insieme al Waverley Council (l’amministrazione locale). Era l’apertura della festa, iniziata alle 17, la prima serata di Hanukkah, la festa ebraica delle luci, con circa mille persone partecipanti.

    L’evento includeva l’accensione di una menorah gigante, ciambelle gratuite, cibo kosher, presentazione video speciale, cinema 9D, fattoria didattica con animali, pittura del viso, laboratori di Hanukkah, kit menorah da portare a casa. Era un evento pubblico e gratuito, aperto alla comunità generale, non solo agli ebrei. Si trattava di un evento comunitario festoso e familiare, con video che mostravano una folla mista e festosa, con membri ortodossi visibilmente presenti che distribuivano cibo ai visitatori della spiaggia, inclusi ebrei e non ebrei. Chabad è noto per i suoi sforzi di divulgazione globale, e il festival di Hanukkah è una tradizione annuale per il movimento.

    Il movente degli aggressori

    Le autorità, incluso il Primo Ministro Anthony Albanese, hanno descritto l’attacco come deliberatamente mirato contro gli ebrei durante Hanukkah. Il commissario di polizia del New South Wales ha designato la sparatoria come attacco terroristico. Dopo il 7 ottobre 2023 (attacchi di Hamas a Israele) e durante la guerra di Gaza, i tassi di antisemitismo sono aumentati drasticamente in Australia. Gli attacchi antisemiti, inclusi aggressioni, vandalismo, minacce e intimidazioni, sono triplicati nel paese nell’anno successivo al 7 ottobre 2023. Nel 2024, sinagoghe e auto sono state incendiate, attività commerciali e case vandalizzate con graffiti, e ebrei attaccati a Sydney e Melbourne, dove vive l’85% della popolazione ebraica australiana. Un pastore di Bondi ha dichiarato che l’antisemitismo stava “fermentando” nei sobborghi orientali di Sydney e che era “costantemente circondato da graffiti antisemiti”.

    Le polemiche sulla gestione dell’antisemitismo

    Ci sono forti polemiche politiche riguardo la gestione dell’antisemitismo. Netanyahu ha affermato di aver avvertito il Primo Ministro australiano tre mesi prima che le sue politiche stavano “gettando olio sul fuoco dell’antisemitismo”, riferendosi all’annuncio dell’Australia di riconoscere lo stato palestinese. Netanyahu ha accusato il governo australiano di non aver fatto nulla per fermare la diffusione dell’antisemitismo. I leader ebrei avevano avvertito dell’odio diretto verso la comunità espresso attraverso graffiti e attacchi incendiari. L’Australian Jewish Association ha dichiarato che l’attacco tragico era “completamente prevedibile”.

    Le misure di contrasto del governo

    Nonostante critiche e accuse, negli ultimi due anni il governo di Anthony Albanese ha preso diverse iniziative per contrastare l’antisemitismo. La nomina di Jillian Segal come primo inviato speciale australiano per combattere l’antisemitismo. La creazione dell’operazione speciale AFP “Avalite” per reprimere antisemitismo, minacce, violenza e odio. Da quando è stata istituita, l’AFP ha ricevuto 124 segnalazioni, con 102 sotto indagine attiva. Il finanziamento di misure per la sicurezza fisica nelle scuole ebraiche, sinagoghe e centri comunitari. Lo stanziamento di 30 milioni di dollari australiani per la ricostruzione della sinagoga Adass Israel di Melbourne distrutta a dicembre 2024, oltre a 250.000 dollari per sostituire i rotoli della Torah danneggiati. L’introduzione di un sistema di “pagella universitaria” che potrebbe portare a tagli dei finanziamenti governativi alle università che non agiscono contro l’antisemitismo.

    Motivazioni non ancora accertate

    Tuttavia, la motivazione specifica degli attaccanti non è ancora accertata. Le autorità hanno classificato l’attacco come terrorismo antisemita basandosi sul target specifico (evento ebraico durante Hanukkah); Il momento scelto (prima sera di Hanukkah); le armi e dispositivi esplosivi utilizzati; il contesto di crescente antisemitismo. Ma, la motivazione ideologica precisa degli attaccanti (se religiosa, politica, legata al conflitto israelo-palestinese, al conflitto con l’Iran, o altro) non è stata ancora rivelata pubblicamente dalle autorità. Le indagini sono ancora in corso e l’aggressore fermato è in condizioni critiche in ospedale. Secondo la polizia, i due attentatori sarebbero padre e figlio. Sajid Akram, 50 anni, e Naveed Akram, 24 anni.

  • Viktoriia Roshchyna: tortura e morte nelle prigioni russe

    Viktoriia Roshchyna: tortura e morte nelle prigioni russe

    La giornalista ucraina Viktoriia Roshchyna è morta a 27 anni dopo un anno di detenzione in Russia. Il suo corpo, restituito durante uno scambio di prigionieri nel febbraio 2025, presentava segni evidenti di tortura: bruciature da elettroshock sui piedi, abrasioni sui fianchi e la testa, una costola fratturata, capelli rasati. L’osso ioide nel collo era spezzato, una lesione compatibile con lo strangolamento. Cervello, occhi e laringe erano stati rimossi, impedendo di accertare la causa esatta della morte.

    Roshchyna era stata catturata nell’estate 2023 vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, durante la sua quarta missione nei territori occupati. Era l’unica giornalista ucraina disposta a oltrepassare la linea del fronte per documentare le condizioni sotto l’occupazione russa. Stava cercando i “black sites” dove i russi detenevano e torturavano civili ucraini.

    Il sistema di detenzione

    La Russia detiene circa 16.000 civili ucraini in 180 strutture diverse, secondo il Commissario per i diritti umani del parlamento ucraino. La maggioranza è detenuta senza accuse, senza accesso legale, senza diritto a lettere o visite. Le famiglie ricevono al massimo conferme laconiche che i loro cari sono detenuti “per essersi opposti all’operazione militare speciale”.

    Un’inchiesta del Guardian e partner internazionali ha identificato torture sistematiche in 29 di queste strutture: 18 in Russia, 11 nei territori occupati. I metodi includono elettroshock, waterboarding, esecuzioni simulate, pestaggi ripetuti, umiliazioni. I detenuti riferiscono di razioni alimentari minime, assenza di cure mediche, divieto di parlare ucraino.

    Taganrog: il centro più brutale

    Il carcere Sizo-2 di Taganrog, sulla costa del Mar d’Azov, è emerso come il più famigerato della rete. Costruito per 400 detenuti russi, ha ospitato migliaia di prigionieri ucraini, militari e civili, sottoposti a torture organizzate.

    La violenza iniziava già all’arrivo con il rituale della “reception”: prigionieri bendati e legati venivano picchiati da ogni guardia presente. Seguivano perquisizioni quotidiane violente e interrogatori negli edifici della tortura, dove ex detenuti hanno localizzato sale con sedia elettrica, vasche per il waterboarding, sbarre per appendere i prigionieri a testa in giù in posizione fetale.

    Le razioni alimentari consistevano in quattro cucchiaiate e mezzo per pasto. I detenuti perdevano fino a 25 chili. L’intelligence ucraina ha registrato almeno 15 morti a Taganrog: uno durante un interrogatorio, quattro durante la “reception”, altri per mancanza di cure mediche.

    Le guardie, membri delle unità speciali del servizio carcerario russo FSIN, operavano a rotazione mensile, indossavano passamontagna e usavano soprannomi: “lupo”, “sciamano”, “morte”. Gli interrogatori erano condotti dall’FSB, il servizio di sicurezza russo.

    Fonti interne al sistema carcerario hanno riferito che nella primavera 2022 furono date direttive esplicite per usare violenza contro gli ucraini, senza documentazione o telecamere. Il messaggio era: “Fate quello che volete”.

    Il caso Roshchyna

    Dopo la cattura, Roshchyna fu portata ai “garage” di Melitopol, un black site dove subì elettroshock e accoltellamenti. Testimoni riferiscono che arrivò a Taganrog “piena di droghe sconosciute” e “iniziò a impazzire”. Smise di mangiare. Il suo peso scese a 30 chili. Restava raggomitolata in posizione fetale dietro la tenda del bagno.

    A giugno fu portata in ospedale su una barella, sorvegliata da sei guardie mascherate. A luglio tornò al carcere con flebo al braccio, continuando a rifiutare cibo. Le autorità le preparavano pasti separati, le offrivano banane e dolci.

    Ad agosto i suoi genitori ricevettero una telefonata: “Mi hanno promesso che sarò a casa a settembre. Vi amo”. L’8 settembre fu portata via dalla cella per lo scambio di prigionieri, ma non arrivò mai al punto di consegna. Un testimone riporta che un ufficiale disse: “La giornalista non è arrivata allo scambio. È colpa sua”.

    Testimonianze indicano che Roshchyna fu trasferita al carcere Sizo-3 di Kizel, vicino agli Urali. Un soldato ucraino la vide sul treno: “Era magrissima, si reggeva a stento in piedi. Pelle gialla, capelli senza vita”. A Kizel i prigionieri dovevano chiedere permesso per bere, andare in bagno, sedersi. Roshchyna continuò lo sciopero della fame. Sopravvisse altri otto giorni.

    Il 19 settembre 2024 morì. Il direttore del carcere di Taganrog, Aleksandr Shtoda, ha negato due volte che Roshchyna sia mai stata detenuta lì, dichiarando che “non è e non è mai stata nei database”.

    L’appello per i negoziati di pace

    Gruppi per i diritti umani, incluso il Centro per le Libertà Civili di Kiev (Nobel per la Pace 2022), chiedono che il rilascio dei civili ucraini detenuti sia condizione centrale per qualsiasi accordo di pace. Il dibattito sui negoziati promossi dall’amministrazione Trump si concentra su territori e garanzie di sicurezza, ignorando la dimensione umana.

    Gli scambi di prigionieri, che nei primi mesi di guerra includevano civili, ora riguardano quasi esclusivamente militari. I familiari di 380 detenuti civili non vedono liberazioni da oltre un anno.

    Oleksandra Matviichuk, direttrice del Centro per le Libertà Civili, avverte: “Quando vieni a conoscenza delle condizioni di detenzione e delle torture, è chiaro che alcune di queste persone non hanno alcuna possibilità di essere ancora vive quando il processo politico sarà terminato”.


    Fonti

    Russia’s ‘Ghost Detainees’: The Investigation That Cost Viktoriia Roshchyna Her Life
    Ukrainian journalist Viktoriia Roshchyna was pronounced dead in Russian captivity in October 2024, after being secretly held for months in Russian-occupied Ukraine and a Russian prison. In February 2025, her body was repatriated. Forbidden Stories investigated her detention and death, which came on the heels of a reporting trip to Zaporizhzhia aimed at telling the stories of Ukrainian civilians unlawfully held by Russia.
    By Phineas Rueckert with Tetiana Pryimachuk
    Forbidden Stories, April 29th, 2025

    A person holds a framed photo of Viktoriia Roshchyna
    ‘Numerous signs of torture’: a Ukrainian journalist’s detention and death in Russian prison
    The Guardian, working with media partners, has tracked down first-hand accounts to reconstruct Viktoriia Roshchyna’s final months
    By Juliette Garside, Shaun Walker, Manisha Ganguly, Pjotr Sauer, Tetyana Nikolayenko, Anton Naumliuk and Artem Mazhulin
    The Guardian 29 Apr 2025

    Russia Prison illustration
    Inside Taganrog: beatings, electrocution and starvation at prison where Ukrainians were tortured
    Russia is holding an estimated 16,000 civilians in arbitrary detention at 180 separate facilities. Taganrog was the most notorious.
    By Manisha Ganguly, Shaun Walker, Pjotr Sauer, Tetyana Nikolayenko, Anton Naumliuk, Artem Mazhulin and Lucy Swan
    The Guardian 30 Apr 2025

    Outside of Taganrog prison.
    Release of Ukrainian prisoners in Russia key to any peace deal, rights groups say
    Kyiv-based Centre for Civil Liberties says tortured inmates bypassed amid focus on territory and security guarantees
    Shaun Walker in Kyiv
    The Guardian 1 May 2025

    A framed photo of Viktoriia Roshchyna
    Vika: The journalist who exposed Russian “black sites”, then ended up in one
    Viktoriia Roshchyna was investigating Russia’s torture sites, then found herself inside one. Juliette Garside and Manisha Ganguly report
    Podcast 37:02
    The Guardian 22 May 2025

    Two hands hold up a black and white photograph of a woman
    ‘She was very, very thin’: witness tells of Ukrainian journalist’s final days in Russian prison
    Soldier’s account corroborates reports Viktoriia Roshchyna was taken to prison deep inside Russia, where it is believed she died
    Stas Kozliuk, Poline Tchoubar, Guillaume Vénétitay and Juliette Garside
    The Guardian 11 Dec 2025

  • Gli attori internazionali della guerra in Sudan

    Fonti principali: International Crisis Group, US State Department, Al Jazeera, Critical Threats Project

    La guerra scoppiata in Sudan nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Forze di Supporto Rapido (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo è diventata una guerra per procura. Il paese è terreno di scontro tra potenze regionali e globali che competono per risorse strategiche, posizioni militari sul Mar Rosso e influenza geopolitica. Al dicembre 2025, le stime parlano di decine di migliaia di morti – alcune analisi arrivano a 150.000 – oltre 12 milioni di sfollati e 25 milioni di persone a rischio fame.

    La maggioranza degli attori sostiene le SAF, riconoscendone la legittimità istituzionale. Gli Emirati sono il principale sostenitore delle RSF. Questi attori potrebbero accordarsi per la pace, ma ciascuno privilegia i propri interessi strategici.

    Stati Uniti: il mediatore distratto

    Fonte: International Crisis Group – All Eyes on the Quad

    Washington guida il “Quad” – con Egitto, Arabia Saudita ed Emirati – il meccanismo più promettente per risolvere il conflitto. La dichiarazione del settembre 2025 ha impegnato i quattro paesi a cessare le ostilità e garantire l’accesso umanitario. Gli Stati Uniti hanno finanziato il 27% dell’appello ONU da 4,2 miliardi di dollari e organizzato colloqui indiretti nell’ottobre 2025, smentiti da Khartoum.

    Hanno sanzionato le RSF per il genocidio in Darfur (gennaio 2025) e le SAF per l’ostruzione degli aiuti. Hanno spinto gli Emirati a fermare le forniture d’armi. Washington ha la maggiore capacità di influenza: controllo sulle sanzioni economiche, pressione diplomatica, peso sui donatori internazionali.

    Ma l’impegno resta limitato. L’amministrazione Trump ha tagliato gli aiuti. Le priorità sono contenere l’instabilità regionale – in particolare lo Yemen – e contrastare l’influenza russo-iraniana. Il Sudan non è una crisi centrale. Le pressioni su Abu Dhabi restano inefficaci. Senza leadership decisa, il Quad resta paralizzato.

    Emirati Arabi Uniti: l’attore più influente e più distruttivo

    Fonte: US Senator Van Hollen – UAE Arming RSF

    Abu Dhabi è il principale sostenitore delle RSF e ha il maggior potere decisionale dopo gli Stati Uniti. Fornisce armi, droni cinesi e supporto logistico via Ciad e Sudan del Sud. Le motivazioni: accesso alle miniere d’oro – la grande maggioranza delle riserve sudanesi, per sei miliardi di dollari l’anno contrabbandati – e rafforzamento dell’influenza nel Corno d’Africa, contro Egitto e Iran.

    Nel 2025 gli Stati Uniti hanno sanzionato sette aziende emiratine per traffico di armi e oro. Il 9 dicembre Washington ha colpito una rete che reclutava ex militari colombiani per combattere con i paramilitari. Gli Emirati negano ogni coinvolgimento, ma le evidenze documentate sono sostanziali. Un caso alla Corte Internazionale per complicità nel genocidio in Darfur – respinto nell’ottobre 2025 per motivi procedurali – ha reso pubbliche le accuse. Ad aprile 2025, Foreign Affairs ha definito la strategia emiratina “guerra per procura”. In parallelo, Abu Dhabi ha versato 100 milioni in aiuti umanitari.

    Il lobbying emiratino negli Stati Uniti mira a evitare sanzioni secondarie. Abu Dhabi ha investito 35 miliardi in Egitto nel 2024, anche per ridurre le forniture d’armi egiziane alle SAF. Gli Emirati potrebbero decidere la pace tagliando il sostegno alle RSF, ma non lo faranno finché il controllo dell’oro resta così redditizio.

    Russia: oro e basi navali

    Fonte: Transparency International Russia – Wagner’s Africa Gold Trade

    Mosca opera tramite l’Africa Corps, riorganizzazione del gruppo Wagner. Il ruolo russo è complesso: ha mantenuto contatti con entrambe le fazioni in fasi diverse, ma il sostegno prevalente va alle SAF. L’interesse primario è controllare le miniere d’oro per finanziare la guerra in Ucraina. Il governo contrabbanda oro sudanese per aggirare le sanzioni europee.

    Negozia per una base navale a Port Sudan, accesso al Mar Rosso e proiezione verso Medio Oriente e Africa orientale. Fornisce armi in cambio di concessioni minerarie e militari. Al Consiglio di Sicurezza ONU blocca le risoluzioni che limiterebbero il suo margine.

    La Russia non usa la propria influenza per favorire la pace. I suoi interessi in risorse e proiezione militare prevalgono. Potrebbe fermare le forniture d’armi e sbloccare le risoluzioni ONU, ma non lo farà: il Sudan serve per evadere sanzioni globali e costruire infrastrutture militari nel Mar Rosso.

    Iran: droni e proiezione regionale

    Fonte: Critical Threats Project – Drones Over Sudan

    Teheran sostiene le SAF. L’interesse è duplice: una base navale a Port Sudan per supportare gli Houthi in Yemen e consolidare un’alleanza anti-occidentale. Fornisce droni e jet. Elementi del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie operano a Port Sudan, trasformando il Sudan in avamposto della proiezione iraniana nel Mar Rosso. Le relazioni con Burhan, restaurate nell’ottobre 2023, consolidano questo asse.

    L’Iran non usa la propria influenza per favorire la pace. Usa il Sudan come hub anti-occidentale per supportare le operazioni in Yemen. Una stabilizzazione richiederebbe concessioni sul controllo del Mar Rosso, improbabili nella competizione strategica con Stati Uniti e Arabia Saudita.

    Egitto: stabilità del confine

    Fonte: Middle East Eye – Egypt Boosts Support for SAF

    Il Cairo sostiene le SAF per sicurezza nazionale. Circa due milioni di rifugiati sudanesi sono entrati in Egitto dall’inizio della guerra. Il governo fornisce armi e addestramento, pur negando ogni invio militare.

    L’Egitto ha ospitato forum per attori civili sudanesi (luglio 2024) e partecipa alla mediazione del Quad. Preme per stabilità del confine, del bacino del Nilo e del Mar Rosso. Potrebbe condizionare le forniture d’armi e usare il peso diplomatico per forzare un cessate il fuoco, ma solo coordinandosi con Washington e convincendo gli Emirati a cambiare strategia – scenario improbabile data la rivalità tra Cairo e Abu Dhabi.

    Arabia Saudita: controllo del Mar Rosso

    Fonte: Sudan Tribune – Jeddah Process

    Riad, inizialmente neutrale, si è allineata con le SAF. Il controllo di Port Sudan è strategico per contenere lo Yemen e gestire le rotte del Mar Rosso. Ha ospitato i colloqui di Jeddah dal maggio 2023, falliti per mancanza di impegno. Mantiene investimenti economici in agricoltura e miniere.

    Nel novembre 2025 Riad ha fatto pressioni su Trump per aumentare le spinte sugli Emirati, segnalando frustrazione crescente. L’Arabia Saudita vuole contenere l’influenza iraniana e russa e ha incentivi economici per favorire tregue, ma l’approccio è meno aggressivo di quello emiratino. Potrebbe usare peso diplomatico e investimenti come leva, ma solo coordinandosi con altri membri del Quad.

    Turchia e Qatar: l’asse islamista

    Fonte: CNN – Sudan’s Foreign Influence

    Ankara e Doha sostengono le SAF con droni, armi e finanziamenti. Per la Turchia si tratta di espandere l’influenza islamista e commerciale, ottenendo accesso al Mar Rosso. Il Qatar punta a consolidarsi come mediatore regionale, allineandosi con Egitto e Turchia.

    Né Turchia né Qatar possono determinare la pace. Il Sudan non è priorità strategica per Ankara. Il Qatar fornisce sostegno ma senza ruolo decisionale.

    Cina: investimenti senza armi

    Fonte: European Union Agency for Asylum – Country Guidance Sudan

    Pechino mantiene neutralità formale ma sostiene economicamente le SAF. Gli investimenti cinesi in infrastrutture, petrolio e miniere precedono la guerra e vincolano la Cina a garantire stabilità del governo centrale. Ha inviato 1.250 tonnellate di aiuti alimentari (gennaio 2025) ed evacuato cittadini senza schierarsi.

    L’impegno militare resta marginale. Le priorità sono gli investimenti della Belt and Road Initiative nelle infrastrutture del Mar Rosso. La Cina evita interventi diretti per non compromettere gli interessi commerciali. La non interferenza è pilastro della politica estera cinese.

    Africa orientale: confini porosi e ambiguità

    Fonte: European Council on Foreign Relations – Russia in Africa

    L’Etiopia ha inizialmente favorito le RSF, per le dispute sul Nilo e i confini instabili con il Darfur. Ha ospitato conferenze di pace, spesso con gli Emirati (febbraio 2025). Il ruolo è marginale e condizionato dalle proprie crisi interne.

    L’Eritrea sostiene logisticamente le SAF, fornendo supporto militare e corridoi per armi. La Libia di Khalifa Haftar è corridoio per armi e mercenari diretti alle RSF, tramite reti di traffico nel Sahel. Il Ciad, pur negando, permette l’uso dei suoi aeroporti per le forniture emiratine alle RSF. Il Sudan del Sud gioca su entrambi i fronti, offrendo logistica alle RSF mantenendo neutralità fragile.

    Nessuno di questi attori ha potere decisionale sulla pace.

    Ucraina: un sostegno simbolico

    Kiev fornisce supporto limitato alle SAF per contrastare la presenza russa in Africa. È un impegno marginale, senza peso sul processo di pace.

    ONU, Unione Africana, IGAD: pressione morale senza denti

    Fonte: African Union – QUAD Outcome on Sudan

    Le organizzazioni multilaterali hanno adottato risoluzioni per il cessate il fuoco e condannato le violenze, in particolare l’assedio di El Fasher. Il Consiglio di Sicurezza ha tenuto briefing (ottobre 2025). L’Unione Africana e l’IGAD hanno lanciato iniziative di mediazione parallele.

    Il problema è la mancanza di unità regionale e l’assenza di strumenti coercitivi. Le iniziative si sovrappongono – Jeddah, Cairo, Addis Abeba – senza coordinamento. Gli attori civili sudanesi vengono esclusi dai negoziati. Come avverte la Heinrich Böll Stiftung (ottobre 2025): “Una pace senza attori civili è destinata al fallimento”.

    Potrebbero imporre sanzioni coordinate e creare meccanismi di accountability per crimini di guerra, ma la divisione tra membri – alcuni sostengono attivamente una delle parti – rende improbabile un’azione efficace.

    Il nodo delle risorse e gli ostacoli strutturali

    Dietro gli schieramenti c’è la competizione per l’oro sudanese. Le RSF controllano la grande maggioranza delle miniere – secondo alcune stime fino al 90% – e lo contrabbandano con l’aiuto di Emirati e Russia. L’economia informale dell’oro vale miliardi, con gli Emirati come hub principale per le esportazioni. Iran e Russia puntano al Mar Rosso per sfidare l’egemonia occidentale e aprire corridoi logistici.

    Tre fattori bloccano ogni progresso. Primo: interessi contrapposti. Emirati ed Egitto competono per l’influenza regionale. Russia e Iran usano il Sudan per evadere sanzioni globali e costruire infrastrutture militari. Secondo: mancanza di unità. Il Quad è paralizzato – gli Emirati armano le RSF mentre partecipano ai colloqui di pace. Gli attori civili vengono esclusi dai tavoli negoziali. Terzo: crisi umanitaria ignorata. I donatori hanno coperto solo il 31% dell’appello ONU da 2,7 miliardi. La sofferenza della popolazione non basta per cambiare le priorità geopolitiche.

    La pace possibile che nessuno vuole

    Gli analisti dell’European Council on Foreign Relations ritengono che solo un “compromesso regionale” forzato dal Quad possa fermare il flusso di armi. Ma al dicembre 2025 la situazione è in stallo. Le alleanze si sono evolute, con diversi paesi che hanno mantenuto opzioni su entrambi i fronti adattando la propria influenza ai calcoli geopolitici. Come ha scritto Al Jazeera (novembre 2025): “Gli attori regionali devono spingere per pace e accountability, o il negoziato fallirà”.

    La pace in Sudan è tecnicamente possibile. Il Quad e gli Emirati hanno la capacità di influenza necessaria per imporla. Ma richiederebbe un cambio di paradigma: passare dalla guerra per procura a una mediazione inclusiva con attori civili e meccanismi di accountability, come il processo alla Corte Internazionale per il genocidio in Darfur.

    Alcune proposte circolano: una conferenza internazionale promossa dal Regno Unito (aprile 2025), pressioni dell’Unione Europea per un embargo sulle armi, sanzioni secondarie statunitensi sulle aziende emiratine coinvolte nel traffico. Ma nessuna ha prodotto risultati concreti.

    Senza azione coordinata, il Sudan è destinato alla frammentazione territoriale e alla violenza endemica – una “Libia 2.0” con governi paralleli e conflitto permanente. Il Sudan è diventato laboratorio della competizione globale post-unipolare: un conflitto locale amplificato da interessi esterni che ne prolungano indefinitamente la durata. Finora, nessuno ha scelto di fermarlo.

  • Sudan, il mattatoio di El Fasher, il massacro di Kalogi

    Sudan, il mattatoio di El-Fasher, la conquista dei giacimenti petroliferi

    Il Sudan è teatro di quella che l’ONU definisce “la peggiore crisi umanitaria del mondo”. In 32 mesi di guerra devastante, il paese ha registrato fino a 400.000 morti e quasi 13 milioni di sfollati, mentre nuove atrocità continuano ad emergere.

    El-Fasher, una scena del crimine di massa

    Sei settimane dopo la caduta di El-Fasher, capitale del Darfur Settentrionale, le immagini satellitari rivelano una città trasformata in quello che Nathaniel Raymond, direttore dello Yale Humanitarian Research Lab, definisce “un mattatoio”. La città, che aveva 1,5 milioni di abitanti prima della guerra dell’aprile 2023, oggi appare deserta: i mercati un tempo affollati sono ora abbandonati e ricoperti di vegetazione, il bestiame è stato portato via.

    L’analisi satellitare mostra pile di corpi ammassati per le strade, in attesa di essere sepolti in fosse comuni o cremati in enormi fosse scavate di recente. Secondo un briefing riservato ricevuto dai parlamentari britannici, almeno 60.000 persone sarebbero state uccise nelle ultime tre settimane dal massacro. Sarah Champion, presidente della commissione per lo sviluppo internazionale dei Comuni, ha confermato questa stima come “il dato minimo”.

    Circa 150.000 residenti di El-Fasher risultano scomparsi dalla caduta della città alle Forze di Supporto Rapido (RSF) il 26 ottobre, dopo un brutale assedio durato 500 giorni. Non si ritiene che abbiano lasciato la città, e nessun esperto è riuscito a spiegare dove si trovino. Alcune fonti riferiscono di centri di detenzione nella città, ma i numeri dei detenuti rimangono esigui rispetto alle decine di migliaia di dispersi.

    Nonostante le promesse delle RSF di permettere l’accesso all’ONU per portare aiuti e investigare le atrocità, la città rimane sigillata anche agli investigatori per crimini di guerra. I convogli umanitari sono in attesa nelle città vicine, ma le RSF si rifiutano di dare garanzie di sicurezza. Gli esperti internazionali hanno dichiarato che la città è in carestia, con livelli “sbalorditivi” di malnutrizione tra coloro che sono riusciti a fuggire.

    Il massacro di Kalogi e la nuova ondata di atrocità

    Il 4 dicembre, nel Kordofan, un attacco con droni ha colpito un ospedale e un asilo a Kalogi, causando 114 morti, di cui 63 bambini. Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha denunciato che anche i soccorritori sono stati presi di mira mentre cercavano di trasportare i feriti.

    Volker Türk, alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha espresso il timore di “una nuova ondata di atrocità”, riferendosi a casi di rappresaglie, detenzioni arbitrarie, rapimenti, violenze sessuali e reclutamento forzato di bambini. Il presidente dell’Unione Africana ha chiesto un cessate il fuoco immediato, sottolineando che oltre 20 milioni di sudanesi sono a rischio denutrizione con le strutture sanitarie al collasso.

    La conquista strategica del petrolio

    Lunedì scorso, le RSF hanno annunciato la conquista del giacimento petrolifero di Heglig, nel Kordofan Meridionale, il più grande del paese al confine con il Sud Sudan. L’esercito ha confermato il ritiro strategico per “proteggere gli impianti ed evitare un disastro ambientale”.

    La perdita di Heglig rappresenta una sconfitta militare, economica e politica devastante per l’esercito sudanese: era l’ultima roccaforte nella provincia del Kordofan Occidentale, ora interamente sotto controllo paramilitare. Secondo gli analisti, l’offensiva mira a rompere l’arco difensivo dell’esercito attorno al Sudan centrale e preparare il terreno per un tentativo di riconquista delle principali città, tra cui Khartoum, riconquistata dall’esercito in primavera.

    Le radici storiche del conflitto

    Le RSF, ora al terzo anno di guerra civile contro le forze armate sudanesi, sono l’evoluzione delle milizie Janjaweed responsabili del genocidio in Darfur negli anni 2000. Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman (Ali Kushayb), ex comandante Janjaweed, è stato recentemente condannato dalla Corte Penale Internazionale a 20 anni per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi tra il 2003 e il 2004. Secondo il giudice, Kushayb partecipò direttamente al massacro delle comunità non arabe, ordinando di “non lasciare nessuno in vita”.

    La Corte Penale Internazionale ha aperto un’inchiesta sulle violenze perpetrate dalle RSF a El-Fasher, mentre Amnesty International ha documentato un attacco RSF al campo sfollati di Zamzam, sette miglia a sud di El-Fasher, dove i paramilitari hanno preso ostaggi, distrutto moschee e scuole, chiedendo che vengano “investigati per crimini di guerra”.

    Un conflitto senza via d’uscita

    Nonostante le crescenti richieste internazionali di cessate il fuoco, entrambe le parti rimangono determinate a prevalere sul terreno. Gli esperti sui diritti umani ritengono che El-Fasher sia probabilmente il peggiore crimine di guerra della guerra civile sudanese, già caratterizzata da atrocità di massa e pulizia etnica. Con milioni di persone intrappolate senza cibo, acqua e cure mediche, il Sudan continua a sprofondare in una spirale di violenza apparentemente inarrestabile.


    Sudan: El Fasher survivors tell of deliberate RSF killings and sexual violence – new testimony
    Amnesty International, 25 novembre 2025

    RSF massacres left Sudanese city ‘a slaughterhouse’, satellite images show
    Up to 150,000 residents of El Fasher are missing since North Darfur capital fell to paramilitary Rapid Support Forces
    The Guardian Mark Townsend Fri 5 Dec 2025

    Sudan: UN chief condemns deadly strikes on children’s nursery, hospital
    UN News, 8 dicembre 2025

    Dopo «la strage dei bambini» le Rsf si prendono il petrolio
    il manifesto Stefano Mauro 10 dicembre 2025

  • Gaza a due mesi dal cessate il fuoco

    Gaza a due mesi dal cessate il fuoco

    Dalla dichiarazione del cessate il fuoco a Gaza, il 10 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso più di 360 palestinesi, di cui 140 minorenni e 70 bambini. Questo significa una media di 7 palestinesi uccisi al giorno – un numero drasticamente ridotto rispetto ai 90 al giorno durante i due anni di guerra, ma che in qualsiasi altro contesto farebbe riconoscere un conflitto attivo. L’IDF continua a sparare a vista attorno alle sue posizioni e in prossimità della “linea gialla” che delimita la zona occupata.

    Secondo l’accordo, Israele doveva occupare il 53% di Gaza, ma l’IDF ha esteso il controllo al 58%. La zona verde occupata da Israele contiene la maggior parte delle terre fertili ed è l’unica area dove sarà consentita la ricostruzione. La zona rossa, fatta di dune di sabbia costiera dove sono accalcati due milioni di palestinesi, rimarrebbe in rovina. Secondo i piani dell’esercito statunitense, questa divisione potrebbe essere a tempo indeterminato.

    La proposta di Trump prevedeva, dopo lo scambio di ostaggi e prigionieri, il ritiro israeliano e l’arrivo di una forza internazionale di stabilizzazione. Tuttavia questa fase è rimasta nel vago. Israele non procederà finché Hamas non restituirà l’ultimo corpo degli ostaggi deceduti e non disarmerà completamente. Hamas ha restituito tutti i corpi tranne uno ed è disposta a cedere solo le armi offensive, ma non a Israele. Nessun paese è disposto a disarmare Hamas contro la sua volontà.

    Israele e gli Stati Uniti prevedono solo “comunità alternative sicure” – campi recintati con unità prefabbricate o container, bagni e docce comunitari condivisi – invece della ricostruzione delle comunità palestinesi. I palestinesi sarebbero ipercontrollati per escludere chiunque abbia collegamenti con Hamas. Le organizzazioni umanitarie e i paesi europei si sono rifiutati di partecipare perché questi campi potrebbero violare il diritto internazionale e costituire uno strumento di sfollamento coercitivo.

    Il progetto pilota pianificato per Rafah ospiterà solo 25.000 persone (l’1% della popolazione) e richiederà almeno sei mesi prima che i primi palestinesi possano trasferirsi, dopo la rimozione delle montagne di macerie disseminate di bombe inesplose.

    I 2,2 milioni di palestinesi rimangono confinati nel 42% del loro territorio. Nove su dieci sono senza casa – i dati satellitari mostrano che l’81% delle abitazioni è stato distrutto o gravemente danneggiato. La maggior parte vive in tende vulnerabili all’inverno. A novembre, due forti acquazzoni hanno allagato i campi tendati (l’acqua proveniva anche dalle fosse fognarie traboccanti), spazzando via centinaia o migliaia di rifugi. Si è registrato un aumento significativo di diarrea acquosa acuta nei bambini.

    Le consegne di aiuti sono aumentate da 91 a 133 camion al giorno, con meno saccheggi rispetto a prima. Tuttavia l’afflusso totale resta sotto la media prebellica di 600 camion al giorno, mentre i bisogni sono aumentati esponenzialmente. L’Unrwa, la più grande agenzia umanitaria, è stata bandita da Israele.

    Stati europei e arabi hanno sostenuto le proposte di Trump per mantenere gli USA impegnati e dare legittimità al processo. Ma gli osservatori avvertono che senza progressi significativi nel processo di pace, la comunità internazionale rischia di rendersi complice nel mantenere i palestinesi in condizioni disumane, in violazione del diritto umanitario.


    ‘Bloodshed was supposed to stop’: no sign of normal life as Gaza’s killing and misery grind on
    Seham Tantesh in Gaza, Julian Borger and Emma Graham-Harrison in Jerusalem
    The Guardian, Sat 6 Dec 2025

  • Congo e Ruanda, la pace simbolica orientata agli interessi minerari americani

    Congo e Ruanda, la pace simbolica orientata agli interessi minerari americani

    Il 4 dicembre 2025 a Washington, i presidenti della Repubblica Democratica del Congo Félix Tshisekedi e del Ruanda Paul Kagame hanno firmato gli “Accordi di Washington per la Pace e la Prosperità” alla presenza del presidente Donald Trump. L’accordo rappresenta il tentativo di porre fine a un conflitto che devasta l’est del Congo da decenni e che affonda le sue radici nel genocidio ruandese del 1994.

    Il conflitto

    Il conflitto ha origine nel 1994, quando dopo il genocidio in Ruanda quasi 2 milioni di hutu fuggirono in Congo temendo rappresaglie. Da allora il Ruanda accusa questi rifugiati di aver partecipato al genocidio e sostiene che le loro milizie minacciano la popolazione tutsi ruandese. Per questo motivo il Ruanda supporta gli M23, il gruppo ribelle più potente tra gli oltre 100 che operano nella regione, anche se lo nega ufficialmente. Gli esperti dell’ONU hanno però documentato la presenza di 3.000-4.000 soldati ruandesi nell’est del Congo che combattono al fianco dei ribelli. Il governo congolese afferma che non ci può essere pace finché il Ruanda non ritirerà le sue truppe e il sostegno agli M23.

    La guerra si è intensificata nel 2025, quando gli M23 hanno conquistato le principali città della regione, Goma e Bukavu, in un’avanzata senza precedenti. Questo ha aggravato una crisi umanitaria che era già tra le più gravi al mondo, con oltre 7 milioni di sfollati. A Goma, ora controllata dai ribelli, l’aeroporto internazionale è chiuso, i servizi bancari non hanno ripreso a funzionare e i residenti denunciano l’impennata dei prezzi dei beni di prima necessità e l’aumento dei crimini.

    L’accordo

    L’accordo firmato a Washington prevede un cessate il fuoco, il ritiro delle truppe ruandesi dalla RDC, la neutralizzazione delle milizie hutu e il rispetto dell’integrità territoriale di entrambi i paesi. Include anche un quadro per l’integrazione economica regionale che apre opportunità di investimento per le aziende americane in miniere e infrastrutture. Trump ha annunciato accordi bilaterali tra Stati Uniti, Congo e Ruanda per l’acquisto di minerali critici, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la dipendenza dalla Cina.

    L’interesse americano per la regione è legato alle sue straordinarie ricchezze minerarie. L’est del Congo produce circa il 40% del coltan mondiale, un minerale da cui si estraggono tantalio e niobio, essenziali per telefoni cellulari, computer, motori aeronautici, componenti missilistici e sistemi GPS. La regione è anche il maggior produttore mondiale di cobalto, utilizzato nelle batterie al litio per veicoli elettrici, anche se le aziende cinesi controllano l’80% della sua produzione congolese. La Cina domina il mercato globale delle terre rare con quasi il 70% dell’estrazione mineraria mondiale e circa il 90% della lavorazione.

    Gli interessi minerari

    Trump non ha nascosto la dimensione economica dell’accordo. Durante la cerimonia ha dichiarato che le “più grandi aziende americane” andranno nei due paesi e che “tutti faranno molti soldi”. Ha descritto l’evento come un “grande giorno per il mondo” e si è attribuito il merito di aver risolto un conflitto di trent’anni, paragonandolo ad altri suoi successi diplomatici e ribadendo il suo interesse per il premio Nobel per la pace.

    Tuttavia, la distanza tra la retorica diplomatica e la realtà sul terreno è enorme. Durante la cerimonia di firma, durata circa 50 minuti, Tshisekedi e Kagame non si sono stretti la mano e si sono a malapena guardati. Il giorno successivo alla firma, il 5 dicembre, sono ripresi gli scontri tra gli M23 e le forze governative congolesi, con accuse reciproche di violazioni. Gli analisti sottolineano che l’accordo non dovrebbe portare rapidamente alla pace, anche perché gli M23, attore centrale del conflitto, non sono firmatari diretti, ma solo coinvolti in colloqui paralleli in Qatar.

    La situazione nelle miniere

    Amani Chibalonza Edith, una residente di 32 anni di Goma, ha sintetizzato il sentimento della popolazione: “Siamo ancora in guerra. Non ci può essere pace finché le linee del fronte rimangono attive”. Gli scontri continuano nel Sud Kivu e in altre località, mentre entrambe le parti si accusano reciprocamente di violare i termini del cessate il fuoco concordato all’inizio dell’anno.

    La situazione nelle miniere di Rubaya, nel territorio di Masisi, illustra bene il paradosso del Congo. Questo sito di estrazione artigianale del coltan è stato al centro dei combattimenti, passando più volte di mano tra governo e ribelli. Da oltre un anno è controllato dagli M23, che secondo un rapporto dell’ONU impongono tasse sul commercio mensile di 120 tonnellate di coltan, generando almeno 800.000 dollari al mese. Il minerale viene poi esportato in Ruanda, le cui esportazioni ufficiali di coltan sono raddoppiate da quando gli M23 hanno preso il controllo della miniera.

    Jean Baptiste Bigirimana lavora nelle miniere di Rubaya da sette anni e guadagna 40 dollari al mese. “Non è abbastanza”, spiega. “I bambini hanno bisogno di vestiti, istruzione e cibo. Quando divido i soldi per vedere come prendermi cura dei miei figli, mi rendo conto che non bastano”. Non sa nemmeno dove finiscono i minerali che estrae. Nonostante l’eccezionale ricchezza mineraria del paese, oltre il 70% dei congolesi vive con meno di 2,15 dollari al giorno.

    Estrazione e approvvigionamento

    La catena di approvvigionamento del coltan è estremamente opaca. Dall’est del Congo viene acquistato da commercianti principalmente libanesi o cinesi, che lo vendono a esportatori in Ruanda. Questi ultimi lo spediscono negli Emirati Arabi Uniti o in Cina, dove viene raffinato in tantalio e niobio, per essere infine venduto ai paesi occidentali come metalli provenienti da Emirati o Cina, rendendo quasi impossibile tracciarne l’origine.

    L’implementazione concreta di qualsiasi accordo minerario nell’est del Congo dovrà affrontare ostacoli enormi. A Rubaya tutta l’estrazione è attualmente manuale, mancano completamente le infrastrutture e bisognerebbe costruire persino le strade. Le aziende americane dovrebbero fare i conti con centinaia di migliaia di minatori e vari gruppi armati che dipendono dall’estrazione per la sopravvivenza. Come osserva Chatham House, trasformare un annuncio in progressi sostenibili richiederà di risolvere le profonde diffidenze tra Ruanda e RDC, oltre a problemi politici locali complessi legati all’accesso alla terra, all’identità, alle sfide di sicurezza e alla scarsità di risorse.

    La contraddizione fondamentale

    Bahati Moïse, un commerciante che rivende il coltan dalle miniere di Rubaya, sintetizza la contraddizione fondamentale: “Tutto il paese, tutto il mondo sa che i telefoni sono fatti con il coltan estratto qui, ma guardate la vita che viviamo. Non possiamo continuare così”.

    La crisi è stata ulteriormente aggravata dai tagli ai finanziamenti americani che erano cruciali per il sostegno umanitario nella regione. L’accordo di Washington rappresenta un passo avanti rispetto ai precedenti tentativi falliti, ma la sua implementazione dipenderà dalle verifiche dell’ONU e dalle garanzie regionali. Leader africani come il presidente dell’Angola João Lourenço e il keniota William Ruto, presenti alla firma, l’hanno definita un “punto di svolta” ma fragile. Critici congolesi, inclusi oppositori e ONG, lo vedono come un accordo più simbolico che sostanziale, orientato agli interessi minerari americani piuttosto che alla pace immediata. Con gli scontri che continuano sul terreno e milioni di persone ancora sfollate, resta da vedere se questo accordo riuscirà dove tanti altri hanno fallito.


    Trump praises Congo and Rwanda as they sign US-mediated peace deal
    By Aamer Madhani, Chinedu Asadu and Ruth Alonga
    APNews December 5, 2025 https://apnews.com

    Congo’s coltan miners dig for world’s tech — and struggle regardless of who is in charge
    By David Yusufu Kibingila and Monika Pronczuk
    APNews, May 18, 2025 https://apnews.com

  • Chiudere le frontiere ai migranti apre il mercato dei trafficanti

    Chiudere le frontiere ai migranti apre il mercato dei trafficanti

    Il governo italiano, il governo britannico e altri governi europei, giustificano le proprie politiche restrittive in materia di immigrazione con la volontà di combattere il traffico di esseri umani. Eppure, più i governi restringono gli accessi alle persone straniere, più il traffico di esseri umani prospera.

    Lo dimostra un rapporto del Mixed Migration Centre del Danish Refugee Council. Il rapporto si basa sulle interviste di 80 mila migranti e 458 trafficanti. Viene pubblicato ora, per influenzare le decisioni della riunione di funzionari statali a Bruxelles, in agenda la prossima settimana, su come combattere al meglio il traffico di esseri umani.

    Più di 50.000 migranti hanno dichiarato di aver fatto ricorso ai trafficanti. E molti di loro hanno collegato la decisione all’assenza di opportunità accessibili di migrazione legale. Molti trafficanti hanno detto che l’applicazione più severa delle leggi sta alimentando la domanda di viaggi irregolari.

    Una testimonianza calzante arriva dai 102 trafficanti intervistati sulla rotta del Mediterraneo centrale. Nonostante gli arrivi irregolari in Italia siano diminuiti nel 2024, il 44% dei trafficanti ha affermato che la domanda per i loro servizi è aumentata. In parte a causa delle misure più severe alle frontiere.

    Tra i trafficanti intervistati, il 57% ha dichiarato di aver aumentato le tariffe. E il 78% di loro ha collegato l’aumento dei prezzi al rischio maggiore corso a causa delle politiche migratorie più severe.

    Il 49% dei trafficanti ha ammesso di essere in contatto con funzionari quali guardie di frontiera, polizia o personale di detenzione. Il che suggerisce che i funzionari statali siano spesso complici delle operazioni di contrabbando.

    Nonostante le diffuse affermazioni secondo cui i trafficanti adescano le persone verso la migrazione irregolare, solo il 6% dei migranti intervistati ha dichiarato di essere stato influenzato dai trafficanti.

    Il rapporto ha anche analizzato chi era più propenso a ricorrere ai trafficanti. Scoprendo che coloro che fuggivano dall’insicurezza, dai conflitti e dalle limitazioni dei loro diritti e delle loro libertà vi ricorrevano più spesso. Così come coloro che intraprendevano viaggi più lunghi e pericolosi.

    I dati hanno chiarito che i trafficanti non sono la causa dell’immigrazione irregolare. Lo sono, invece, la mancanza di alternative sicure e legali.

    In Europa, gli attivisti denunciano da tempo che i politici stanno spingendo le persone verso i trafficanti, limitando i percorsi di migrazione legale come il ricongiungimento familiare. Quando i percorsi regolari si riducono, il ruolo dei trafficanti aumenta. Se i governi non affrontano il motivo per cui le persone si rivolgono ai trafficanti, finiscono per rafforzare le stesse reti che dichiarano di voler fermare.

    Come può accadere? Forse, i governi sono così stolti da non saperlo, da non cambiare politiche da quando lo hanno già saputo? Il fatto che il 49% dei trafficanti intervistati ammetta di essere in contatto con guardie di frontiera, polizia o personale dei centri di detenzione suggerisce che esiste una complicità strutturale, non occasionale. Se i governi volessero davvero smantellare queste reti, dovrebbero iniziare da questa corruzione interna – ma non sembra essere una priorità.

    La retorica del “combattere i trafficanti” serve come copertura moralmente accettabile per politiche che hanno come vero obiettivo quello di impedire l’arrivo dei migranti stessi. È molto più presentabile dire “stiamo proteggendo i migranti dai criminali” che “non vogliamo che arrivino migranti.” Di conseguenza, i risultati sono contraddittori rispetto alle dichiarazioni ufficiali. Il rapporto del Mixed Migration Centre del Danish Refugee Council svela la contraddizione.

    Il paradosso diventa ancora più cinico se visto da questa prospettiva: le politiche restrittive non sono un fallimento nella lotta ai trafficanti – sono efficaci nel loro vero scopo, che è scoraggiare e respingere i migranti, anche se questo significa rendere i viaggi più pericolosi e costosi. I trafficanti prosperano come effetto collaterale, ma questo sembra essere un prezzo accettabile per i governi.

  • Venezuela: Trump attacca per il petrolio, non per il narcotraffico

    Venezuela: Trump rovesciare Maduro per il petrolio, non per il narcotraffico

    L’escalation militare contro Maduro

    Donald Trump vuole rovesciare Nicolas Maduro? Molti indizi lo lasciano pensare. Da settembre, gli USA attaccano le imbarcazioni venezuelane. Attacchi che hanno ucciso 83 persone. Il 2 settembre gli USA hanno commesso un crimine di guerra con il doppio attacco a un naviglio, prima per affondarlo, poi per uccidere i sopravvissuti. Il ministro della guerra Hegseth avrebbe ordinato di ucciderli tutti (CNN). Ora, l’amministrazione americana annuncia la chiusura dello spazio aereo venezuelano e di voler dare il via ad attacchi sul territorio del Venezuela.

    Il 21 novembre, al telefono, Trump avrebbe imposto un ultimatum a Maduro: dimissioni in cambio di un salvacondotto per lui e la sua famiglia. Maduro ha rifiutato. La leader dell’opposizione Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace, sollecita l’intervento americano per rovesciare il regime. Ma una invasione di terra al momento è improbabile, perché rischierebbe di risolversi in un pantano. Però, una forte pressione militare via mare, cielo, e terra, con atti di sabotaggio e di terrorismo, per destabilizzare il regime sono molto probabili, anzi già in atto.

    La violazione del diritto internazionale

    Questa linea di condotta americana è in aperta violazione del diritto internazionale, perché per quanto sia contestabile il regime di Nicolas Maduro, il Venezuela rimane uno stato sovrano e nessun paese straniero, tanto meno gli USA, possono determinarne il sistema politico. La giustificazione americana di avere messo in atto una legittima difesa contro il narcotraffico non è valida, perché la legittima difesa si oppone a un attacco militare, non a fenomeni che si trattano con i metodi repressivi dedicati alla criminalità organizzata. Inoltre, proprio Trump ha graziato l’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández, che stava scontando una condanna a 45 anni in un carcere statunitense per aver aiutato i narcotrafficanti a trasferire cocaina negli USA.

    L’azione USA contro il Venezuela è unilaterale, si muove al di fuori degli organismi internazionali. Un’America che procede armata in America Latina, mette in una luce diversa la Russia che vuole reimporre con la forza la sua sfera d’influenza in Ucraina e nel cosiddetto mondo russo e pure la Cina, qualora invadesse Taiwan. Se però, il diritto internazionale è violato e marginalizzato, ciò non vuol dire che non si possa resistere, che non si possa criticare o condannare la violenza USA in nome del diritto. Possono farlo gli organismi delle Nazioni Unite, può farlo l’Unione Europea. Dovrebbe farlo il nostro governo. Magari, anche considerando di risolvere la lunga detenzione del nostro concittadino Alberto Trentini in un carcere venezuelano.

    La vera motivazione della guerra al Venezuela

    Rimane da capire una questione. Se il narcotraffico è un pretesto, perché Trump è interessato a rovesciare Maduro? Il presidente colombiano Gustavo Petro ha dichiarato alla CNN che “il petrolio è al centro della questione”, sottolineando che si tratta di “un affare di petrolio” e che “questa è la logica di Trump” (The Washington Post). Il Venezuela possiede 303 miliardi di barili di riserve accertate di petrolio, le più grandi del pianeta, superiori ai 267 miliardi dell’Arabia Saudita e pari a circa il 17% delle riserve mondiali. Una fetta consistente del mercato globale del petrolio non fa più riferimento al dollaro per gli scambi, ma allo yuan cinese, situazione che compromette molto il potere della moneta statunitense. L’obiettivo a lungo termine degli USA è riportare sotto il potere del dollaro l’intero mercato petrolifero, come la rete del petrodollaro era riuscita a fare dagli anni Settanta. (Aljazeera)

    La coerenza della strategia di Trump

    Il Venezuela rappresenta per gli USA un nodo strategico dove si intrecciano le alleanze tra Maduro, la Cina, la Russia e l’Iran. La Cina è oggi il principale creditore del Venezuela, che ripaga i debiti con migliaia di barili di petrolio al giorno, mentre la Russia ha investito ingenti somme diventando uno dei principali esportatori di armi. Si tratta di riaffermare il controllo sul “cortile di casa” americano in America Latina, impedendo che potenze rivali stabiliscano basi di influenza nell’emisfero occidentale. Si può allora capire come e perché Trump si mostri molto concessivo nei confronti di Russia e Cina riguardo Ucraina e Taiwan.

  • Alberto Trentini e Camilo Castro

    Alberto Trentini e Camilo Castro

    Alberto Trentini, un cooperante italiano di 46 anni originario di Venezia, è detenuto dal 15 novembre 2024 nel carcere El Rodeo I di Caracas, in Venezuela, senza accuse formali precise. Il governo italiano non è ancora riuscito a ottenere la sua liberazione. Al contrario, la Francia ha ottenuto la liberazione di Camilo Castro, un cittadino francese di 41 anni detenuto nello stesso carcere per quattro mesi (dal 26 giugno al 16 novembre 2025), anch’egli senza accuse chiare. Qual è la differenza?

    Né l’Italia, né la Francia riconoscono Nicolas Maduro come legittimo presidente del Venezuela dalle elezioni del 2019, in linea con la posizione dell’Unione Europea. L’Italia, tra i principali paesi europei, fu l’unica a non riconoscere Juan Guaidó come vincitore delle elezioni, scelta che teoricamente avrebbe potuto metterla in una posizione relativamente più agibile di fronte al regime venezuelano. Eppure, il nostro governo è quello che non ottiene nessun risultato nel fronteggiare la politica degli ostaggi praticata da Maduro.

    Parigi ha avviato presto contatti con Caracas, mediati da Brasile e Messico. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha espresso in più occasioni preoccupazione per iniziative militari statunitensi nella regione, un segnale politico probabilmente ben accolto a Caracas.

    Il governo italiano, invece, ha temporeggiato per mesi, sottovalutando l’urgenza della situazione. Non ha attivato canali efficaci con il regime venezuelano, né individuato mediatori terzi credibili. Solo recentemente è stato nominato un inviato speciale per i detenuti italiani in Venezuela, Luigi Vignali. L’Italia non ha compiuto nessun gesto diplomatico che potesse fungere da incentivo per Caracas. La strategia del silenzio, presentata come riservatezza, ha prodotto solo immobilismo.

    La liberazione di Camilo Castro dimostra che una diplomazia pragmatica funziona. La Francia, pur non riconoscendo Maduro, ha dialogato con Caracas tramite mediatori affidabili, ha agito con tempestività e ha mosso segnali politici percepibili dal regime. L’Italia, invece, si è trincerata dietro il disconoscimento formale di Maduro — una scelta che appare più politica che diplomatica — rinunciando a qualsiasi iniziativa pragmatica.

    A pagare il prezzo di queste inerzie c’è una persona: Alberto Trentini. Cooperante impegnato negli aiuti umanitari, è detenuto da oltre un anno nel carcere El Rodeo I.

    Il governo Meloni e il ministro Tajani, finora, hanno fallito. Non hanno attivato canali efficaci, non hanno cercato mediatori, non hanno costruito nessun incentivo diplomatico. Hanno lasciato passare i mesi, mentre la Francia otteneva risultati concreti. La nomina tardiva di un inviato speciale non cancella un anno di inerzia.

    Quanto dovranno ancora aspettare Alberto Trentini e la sua famiglia? E cosa impedisce all’Italia di adottare la stessa determinazione dimostrata dalla Francia? Se Parigi ha liberato Castro in quattro mesi, perché Roma non riesce a fare altrettanto dopo oltre un anno? La risposta non sta nelle condizioni di partenza – paradossalmente favorevoli all’Italia – ma nelle scelte politiche del governo italiano.

  • Ucraina, una guerra per tre conflitti

    Ucraina, una guerra per tre conflitti

    La guerra ucraina è composta da tre conflitti sovrapposti: la guerra tra gli indipendenti del Donbass e Kiev; la guerra tra Kiev e Mosca; la guerra tra Russia e Occidente. Le prime due sono combattute direttamente; la terza è combattuta indirettamente. Tutte si combattono sul territorio dell’Ucraina. Ma un accordo sulla sola Ucraina non risolve la guerra.

    Mosca non accetta un congelamento della linea del fronte, perché sta avanzando e perché il suo obiettivo iniziale era la conquista di tutta l’Ucraina per insediare a Kiev un governo filorusso. Kiev non accetta di cedere territori del Donbass che non ha ancora perso sul terreno, anzi rivendica il ripristino della piena sovranità su tutto il territorio ucraino nei confini del 1991 (compresa la Crimea).

    Gli Usa di Trump, a differenza degli Usa di Biden, si propongono come mediatori e non come alleati di Kiev. Ma la mediazione di Trump si limita a fare proposte sull’assetto dell’Ucraina, su quanta Ucraina concedere alla Russia. In questo modo, rischia di penalizzare l’Ucraina e il diritto internazionale, due argomenti sui quali Trump è poco sensibile, senza riuscire mai a ottenere non solo la pace, ma neppure la tregua. Se concede troppo, Kiev e gli europei non ci stanno; se concede troppo poco non ci sta Mosca.

    Una mediazione seria da parte americana dovrebbe affrontare il terzo livello del conflitto: quello tra la Russia e l’Occidente. Quindi, andare alle origini della guerra ucraina. Perché la Russia ha deciso l’invasione? Non solo per riappropriarsi dell’Ucraina, condizione che le consente di tornare a essere una grande potenza, ma anche per mettere in discussione l’ordine internazionale a guida americana, sorto dopo la caduta dell’Urss nel 1991 e messo in crisi dai fallimenti delle guerre americane in Medio Oriente, in ultimo dal ritiro americano dall’Afghanistan.

    Trump dovrebbe proporre a Putin (e al suo alleato cinese in procinto di attaccare Taiwan), non un assetto dell’Ucraina, ma un assetto del mondo. Non essendo Trump un democratico, la sua proposta si risolverebbe in un patto di spartizione delle aree d’influenza. Questo come europei potrebbe non piacerci, perché implicherebbe la spartizione della stessa Europa. Però, la via per la pace, potrebbe comunque passare per questa strada.

    Quale potrebbe essere la proposta di un presidente USA democratico? La Russia si ritira dall’Ucraina, da tutti i territori conquistati e con ciò si ripristina la sovranità nazionale ucraina e il diritto internazionale. L’Occidente allenta le sanzioni nella misura in cui la Russia partecipa alla ricostruzione e al risarcimento dei danni di guerra. L’Ucraina rimane neutrale o, al limite, aderisce all’Unione Europea. Le repubbliche del Donbass liberate dalla presenza russa possono avere uno statuto speciale di autonomia, come il nostro Trentino Alto Adige. Oppure, svolgere un referendum con veri osservatori internazionali, per decidere se rimanere in Ucraina o annettersi alla Federazione russa.

    La Nato si ritira gradualmente dall’Europa orientale e dai paesi scandinavi. A questo punto, tali paesi si sentirebbero esposti e indifesi. Ma la UE potrebbe rafforzare la sua integrazione militare e dotarsi di un dispositivo di mutua sicurezza simile all’articolo 5 della Nato. Ucraina farebbe parte integrante dell’alleanza europea.

    Se il ritiro della Nato dall’Europa orientale fosse ritenuto politicamente impraticabile, la Nato potrebbe almeno impegnarsi in modo formale a non espandersi ulteriormente. Putin ha criticato Gorbaciov per non aver preteso nel 1991 un impegno scritto da parte degli Usa a non espandere la Nato a Est, di essersi accontentato di una promessa verbale. Oggi, gli Usa potrebbero concedere a Putin una promessa formalizzata e firmata a non espandere la Nato in Ucraina e in Georgia.

    Un tale assetto internazionale, potrebbe salvaguardare gli interessi di tutte le parti in causa: la Russia, l’Ucraina, le autonomie del Donbass, l’Europa, gli Stati Uniti e ripristinare il diritto internazionale.

    A proposito di diritto internazionale, la CPI ha emesso un mandato di arresto per Putin nel marzo 2023, per il trasferimento forzato di bambini ucraini. La restituzione di questi bambini ai loro legittimi genitori deve essere parte di qualsiasi accordo di pace.