Categoria: Mondo

  • Il nazionalismo degli altri. Note sulla vulgata filoisraeliana

    Israele, sionismo, genocidio, Erri De Luca.

    Prendo spunto dall’intervista di Erri De Luca al giornale israeliano di destra “Israel Hayom”, e tradotta dal giornale italiano di destra il Foglio, per mettere a fuoco alcuni argomenti della vulgata filoisraeliana.

    Israele ha il diritto di esistere?

    Sul piano pratico è un falso problema. Israele esiste dal 1948, è riconosciuto dalle Nazioni Unite, con l’eccezione di 29 stati membri della Lega Araba o dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC). A parte Iran e Corea del Nord, refrattari a Israele, gli stati arabi e musulmani subordinano il riconoscimento dello stato ebraico alla risoluzione della questione palestinese. Israele è uno stato potente, alleato degli Usa, la principale superpotenza globale.

    Sul piano giuridico, non esiste il diritto degli stati ad esistere, esiste il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il diritto di ogni popolo deve contemperarsi con quello degli altri popoli, specie nei territori dove i popoli sono mescolati. Così, il diritto non è solo principio, diventa pratica di mediazione e negoziato.

    Quando la reputazione di Israele è particolarmente sotto stress per le sue condotte politiche e militari, nel dibattito pubblico, insieme con l’accusa di antisemitismo, compare la domanda: “Israele ha diritto di esistere?”. La domanda è ambigua e manipolatoria. Se rispondiamo si, a cosa rispondiamo? A un diritto pari tra gli altri, o a un diritto primo sopra gli altri?

    Cosa significa essere sionisti?

    Intendere che “Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere in Palestina, chiunque veda due entità vivere fianco a fianco, è già sionista” è un artificio retorico. Arafat e l’Olp, firmando gli accordi di Oslo, sarebbero sionisti. E lo sarebbe la gran parte della sinistra europea che sostiene la soluzione dei due stati. Se oggi riconosciamo Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Kosovo, Montenegro e Macedonia, non vuol dire necessariamente che apprezziamo la disgregazione della Jugoslavia. Nel riconoscere la Cechia e la Slovacchia, non esprimiamo alcuna contrarietà alla Cecoslovacchia.

    Quello che le persone democratiche e civili desiderano è la coesistenza pacifica di israeliani e palestinesi, ma non esprimono un’adesione politico-ideologica a una particolare forma; l’accordo sull’assetto spetta ai due popoli. Personalmente, preferisco le forme di integrazione sovranazionali al primato degli stati nazionali, ancorché etnici e religiosi o alle piccole patrie. Tuttavia, se là dove gli stati nazionali sono la forma della coesistenza possibile, va bene.

    Il problema, però, è che il sionismo non è più definito da Israele nei confini del 1948, comunque edificato sulla Nakba, ma da Israele che valica e si espande oltre i confini del 1967, occupa e colonizza i residui territori palestinesi. Proprio questo sionismo, incarnato dal governo del Likud e dei suoi alleati estremisti, messianico-religiosi, è ostile alla soluzione dei due stati.

    A Gaza c’è un genocidio?

    Un argomento della negazione si basa su questo assunto: “Se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio di un popolo, aveva un bersaglio perfettamente immobile […] Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile rende questa accusa vuota”. La tesi è insoddisfacente.

    La Convenzione sul genocidio richiede di provare l’intento specifico di distruggere un gruppo. Gli ordini di evacuazione potrebbero provare il contrario. Ma la Corte Internazionale di Giustizia, che accoglie la plausibilità del genocidio, nelle sue ordinanze cautelari, non si è basata solo sugli sfollamenti, ma sul blocco di cibo, acqua e medicine, unito a un numero spropositato di vittime, alla distruzione delle infrastrutture civili, e a dichiarazioni pubbliche di governanti politici e alti ufficiali israeliani. L’accusa non è “vuota” solo perché l’esercito ha ordinato alla popolazione di spostarsi: lo spostamento forzato di massa in una zona senza infrastrutture, sotto assedio, può esso stesso costituire un atto genocidiario: infliggere deliberatamente condizioni di vita volte a distruggere un gruppo.

    Un genocidio non richiede lo sterminio totale in un colpo solo. Può avvenire per fasi, attraverso uccisioni dirette e la creazione di condizioni di vita invivibili. Il fatto che Israele non abbia ucciso tutti i palestinesi in un giorno non è una prova dell’assenza di genocidio, esattamente come i nazisti che spostavano gli ebrei nei ghetti prima di deportarli nei campi non dimostrava l’assenza di un piano di sterminio. Anche i tedeschi, dal 1939 al 1945, hanno spostato in massa gli ebrei, prima nei ghetti, poi nei campi, poi da un campo all’altro. In effetti, i negazionisti dell’Olocausto utilizzano e manipolano i fatti legati agli spostamenti geografici e alle deportazioni degli ebrei per sostenere una delle loro tesi fondamentali: che la “Soluzione Finale” di Adolf Hitler non fosse un piano di sterminio fisico, ma solo un piano di ricollocamento territoriale o di emigrazione forzata.

    Qual è il senso del 7 ottobre?

    L’attacco di Hamas del 7 ottobre è stato un atto terroristico, un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità, per la strage di civili e il rapimento di ostaggi. Con una sua logica politica, seppure distorta, in opposizione allo stillicidio dell’uccisione di migliaia di palestinesi, all’assedio di Gaza, all’occupazione della Cisgiordania, alla detenzione di migliaia di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, anche senza accuse. Il rapimento di civili e soldati è da decenni una strategia usata da Hamas e Hezbollah proprio per ottenere scambi di prigionieri, ed è visto come una forma di resistenza asimmetrica contro un esercito tecnologicamente superiore.

    Questo non lo giustifica, ma lo spiega politicamente. Presentarlo come qualcosa di eccezionalmente malvagio e fuori dalla storia, un atto di crudeltà pura e inspiegabile, è un modo per sottrarlo al dominio della politica e consegnarlo a quello del male metafisico, che per definizione non si può negoziare. Ma gli ostaggi sopravvissuti sono stati quasi tutti liberati mediante trattative e scambi di prigionieri.

    Solo lo “shock esterno” libera dalla tirannia?

    Qui la tesi sostiene che i popoli si liberano delle tirannie solo con la sconfitta militare totale, portando gli esempi della fine del fascismo in Italia, del franchismo in Spagna e della giunta militare in Argentina.

    In Italia, la caduta del fascismo avvenne prima con un colpo di Stato interno (25 luglio 1943) e poi con la Resistenza partigiana. La sconfitta militare dell’Italia fu una condizione necessaria ma non sufficiente. Furono la guerra civile contro la Repubblica di Salò e la Resistenza contro l’occupazione nazista a determinare la nuova identità repubblicana. Fosse dipeso dagli alleati, in particolare dagli inglesi, l’Italia liberata avrebbe potuto reggersi con un fascismo senza Mussolini. La transizione spagnola alla democrazia avvenne dopo la morte di Franco nel 1976, non per una sconfitta militare esterna, ma per un processo negoziato interno. L’esempio smentisce la tesi. In Argentina la giunta cadde dopo la sconfitta delle Falkland, che non colpì la popolazione civile. Ma fu un crollo di un regime militare, non di un’organizzazione politica-religiosa radicata nella popolazione come Hamas.

    Altri esempi di transizioni democratiche senza distruzione militare del paese sono la democratizzazione di Brasile; Cile; Corea del Sud; Taiwan, Indonesia. Non si tratta di eccezioni. Storicamente, le transizioni dalla dittatura alla democrazia sono avvenute molto più spesso in modo negoziato, pacifico o guidato dall’alto, che attraverso guerre civili distruttive o invasioni straniere.

    Applicare a Gaza gli esempi storici italiano e argentino è inquietante. “È quello che sta accadendo ora a Gaza, ed è l’unica possibilità di un vero cambiamento”. Equivale a dire che i palestinesi devono essere sconfitti militarmente in modo schiacciante per potersi “liberare” di Hamas. È un’argomentazione di stampo coloniale, “ti distruggo per il tuo bene”, che ignora il principio di autodeterminazione e l’effetto radicalizzante di una distruzione di tale portata. La storia della “War on Terror” dimostra che bombardare una popolazione non la “redime” da un’ideologia; spesso la spinge ulteriormente tra le sue braccia.

    L’asimmetria di fondo

    L’intervista di Erri De Luca, come le vulgate filoisraeliane, ruota intorno a una asimmetria di fondo: il nazionalismo israeliano è un soggetto storico normale, ha il diritto di difendersi e deve essere in ogni caso riconosciuto e legittimato. Il nazionalismo palestinese, invece, è un artificio patologico, da sconfiggere militarmente, a qualunque costo umano, per poter essere rieducato. Anzi, addomesticato.

  • L’appello degli innominati

    Intifada globale - palestinismo

    Israele ha abbordato la Flotilla in acque internazionali al largo della Grecia e di Cipro. Sequestrato e deportato l’equipaggio, recluso e maltrattato gli attivisti. L’IDF ha violato più volte il cessate il fuoco a Gaza e in Libano. Anzi intensifica le sue offensive a danno delle popolazioni civili.

    Due testi diffusi su Facebook, poi pubblicati sul Riformista. “Non in mio nome”. Gli autori si presentano come persone “di sinistra”, persino ortodosse, che si dissociano dalla sinistra radicale dell’intifada globale, giudicata antisemita e nazista, perché colpevolizza tutti gli ebrei e gli israeliani. 1200 firme raccolte. “Palestinismo, malattia senile del radicalismo”, in omaggio a Lenin, gli stessi “ortodossi” descrivono una degenerazione genealogica, con effetto paradossale, trattandosi di persone anziane che scomunicano un movimento di giovani. In soldoni: il marxismo faceva l’analisi e la lotta di classe, il terzomondismo ne fu una deviazione, perché sostituì la lotta di classe con la lotta dei popoli nazione, ma almeno sosteneva movimenti laici di sinistra. Il “palestinismo” è un terzomondismo degenerato, perché sostiene il fondamentalismo islamico.

    L’accusa di nazismo contro gli avversari è ricorrente nei conflitti politici. Perciò, non mi convince la definizione di antisemitismo dell’IHRA, che include: “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”. Allo stesso modo, il documento citato paragona al Nazismo l’intero movimento di protesta globale contro la politica israeliana, mettendoci dentro il lecito e il criminale, dal boicottaggio dei prodotti israeliani all’attentato di Bondi Beach.

    La protesta contro un governo, può essere generalizzante, anche solo nel linguaggio. Diciamo gli americani, i russi, i tedeschi, gli israeliani, i palestinesi. Gli “islamici”! Le azioni concrete possono avere effetti generalizzati. Le sanzioni contro uno stato, quando non sono mirate, colpiscono l’intero popolo. È successo con il Sudafrica dell’apartheid. Proteste e sanzioni hanno investito tutti i boeri. Non abbiamo pensato fosse da nazisti. Israele, per combattere i suoi nemici, pratica spesso la punizione violenta e collettiva della popolazione civile. Lo sta facendo a Gaza, lo fa nel Libano meridionale. È nazista? l’IHRA citata sopra, elevata a legge in molti stati, sanziona un simile giudizio.

    Del movimento di solidarietà con i palestinesi e di protesta contro Israele fanno parte molti ebrei e molti israeliani. Non solo sono accettati nel movimento propal, spesso sono elevati a leader politici e riferimenti morali. Amos Oz, Abraham B. Yehoshua, David Grossman sono stati la coscienza critica di Israele. I propal più radicali non li apprezzano, perché considerano la discriminante antisionista. Io non sono d’accordo nel fare una distinzione così netta. Tuttavia, non mancano gli ebrei e gli israeliani antisionisti: Ilan Pappé, Norman Finkelstein, Gabor Maté, Judith Butler, Noam Chomsky e Moni Ovadia. Pensiamo poi agli storici della shoah, che argomentano sul genocidio di Gaza: Omer Bartov, Amos Goldberg, Raz Segal. E tanti gruppi ebraici organizzati in Israele e nella diaspora.

    Il nazismo avrebbe mai potuto valorizzare, integrare nel suo movimento, ai suoi vertici ebrei nazisti? In principio, ci fu l’Associazione degli ebrei nazionali tedeschi. Fu sciolta dalle leggi razziali del 1935. I nazisti infierivano indiscriminatamente contro una minoranza etnica e religiosa innocua e indifesa, sacrificata come capro espiatorio, senza un contenzioso reale. L’intifada globale protesta contro uno stato potente e impunito, che opprime un popolo. Vuole collegare questa lotta a tutte le lotte globali. Sovrapporre le due cose può avere senso nella retorica propagandistica, quella che simula la guerra, o nella paranoia. Se l’intifada globale fosse nazista, avrebbe la simpatia dei partiti che derivano dal nazifascismo. Invece, questi sono tutti filoisraeliani. Non conta l’etnia o la religione. Conta il ruolo: se sei un oppresso o un oppressore.

    Liberare un soggetto oppresso libera l’intera umanità? Questo è quello che hanno pensato i marxisti della classe operaia, i terzomondisti dei popoli colonizzati, oggi i propal dei palestinesi, una parte del femminismo delle donne. È un’idea che ricorre spesso nei movimenti di liberazione, specie nelle loro componenti solidali. Corre il rischio del romanticismo e di fare del soggetto un simbolo idealizzato, senza differenze e contraddizioni. Se questo fosse un male, sarebbe un male minore rispetto al cinismo e all’indifferenza. Nel tollerare che decine di migliaia di persone siano massacrate, affamate, il loro territorio distrutto, non c’è di nuovo una riduzione simbolica? Gli estensori dei due documenti non propongono alcun tipo di solidarietà, nessuna forma di lotta. Come se dicessero: la condizione dei palestinesi è affar loro, la loro lotta non ha nessun valore universale, è solo terrorismo islamista, facciamoci gli affari nostri, anzi sosteniamo Israele.

    Un altro simbolo idealizzato. L’unica democrazia del Medio Oriente, l’avamposto dell’Occidente, la prima linea della guerra di civiltà contro l’islamismo. Non ha valore universale Israele? E l’Ucraina? Difendendo se stessa, non difende tutta l’Europa, l’Occidente, la democrazia, la libertà, il diritto internazionale? Ma a nessuno viene in mente di parlare di Israelismo o di Ucrainesimo. Anche perché prendere un nome nazionale e deformarlo in una etichetta ideologica di fazione, per costruirsi un argomento fantoccio, una caricatura, è una mancanza di rispetto nei confronti del popolo che porta quel nome, tanto meno sopportabile quanto più quel popolo soffre.

    Ogni popolo ha il diritto di scegliere tra resistenza e sopravvivenza, e spesso quella scelta non è disponibile perché per sopravvivere bisogna resistere. Quando gli consigliamo la resa per il suo bene, è perché stiamo con la sua controparte. Quello che gli estensori dei due documenti rimproverano ai propal occidentali, i filorussi lo rimproverano al fronte di sostegno all’Ucraina. “Meglio vivere sotto una dittatura, che morire sotto le bombe”. “Voi volete farli resistere, farli combattere: fino all’ultimo ucraino”.

    Si dirà che il punto non è quel popolo, ma la sua guida. E la solidarietà, magari involontariamente, finisce per sostenere gli Ayatollah, Hezbollah, Hamas. Il fondamentalismo islamico è un fenomeno moderno, recente. Non sta all’origine del conflitto mediorientale. È un suo effetto, anche desiderato da Israele per indebolire le leadership laiche e dividere i palestinesi. Se guardiamo alle condizioni materiali di vita di un popolo e al suo desiderio di una vita normale, vediamo che il successo dei movimenti islamisti dipende più dalle loro pratiche di assistenzialismo sociale che dall’indottrinamento. La sconfitta di questi movimenti non passa dalla via militare, ma da una soluzione politica, che rimuova le cause del loro consenso. Cause che consistono nell’assedio, nell’occupazione, nella colonizzazione, nella devastazione, nell’assenza di prospettive politiche.

    Il valore universale della solidarietà non è sempre tangibile, ma non per questo è meno reale. Lo stesso principio vale per il suo opposto. Quando definiamo il massacro del 7 ottobre o il genocidio di Gaza “crimini contro l’umanità”, non intendiamo dire che l’intera popolazione mondiale è stata uccisa. Allo stesso modo, medici, soccorritori, volontari e attivisti che si mobilitano per aiutare un popolo compiono un’azione a beneficio di tutta l’umanità.

  • Tutti mi odiano, nessuno mi può giudicare

    Tutti mi odiano, nessuno mi può giudicare

    Secondo una convinzione filoisraeliana, Israele sarebbe il paese, lo stato più odiato di sempre. Altri stati hanno oppresso popoli e commesso gravi crimini, i francesi in Algeria, gli americani in Vietnam e in Iraq, ma nessuno è stato odiato come Israele. La prova è che a Israele si attribuiscono atrocità incredibili. Ne sarebbero responsabili tutti gli israeliani, tutti gli ebrei, da cui si pretende l’abiura. Per quale motivo? L’antisemitismo.

    Non discuto la veridicità dell’affermazione, perché è inverificabile, non si può dimostrare, né confutare. Appartiene alla sfera delle convinzioni intime. O della propaganda retorica, quella che usa l’accusa indiscriminata di antisemitismo per chiudere il discorso. L’accetto come un dato di repertorio. Posso discutere la percezione. Perché un filoisraeliano sente che lo stato che gli sta a cuore sia il più odiato di tutti e di sempre.

    L’affermazione ha una singolare implicazione: altri stati sono nati sulla eliminazione della popolazione locale, altri stati hanno fatto guerre, conquistato territori, commesso crimini, alla fine lo abbiamo accettato. Se lo rifiutiamo per Israele, commettiamo una discriminazione. Esisterebbe dunque un diritto all’ingiustizia, che andrebbe riconosciuto anche a Israele. Peraltro una “piccola” ingiustizia, se vista in prospettiva storica, come risarcimento di una ingiustizia molto più grande, le persecuzioni antiebraiche in Europa, i pogrom, l’Olocausto.

    Questa impostazione dovrebbe mettere d’accordo gli oppressi e gli oppressori dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo europeo. Gli ebrei hanno il loro stato rifugio nella terra promessa, i persecutori degli ebrei non pagano nessun conto, lo scaricano sugli arabi-palestinesi. Se questi si rifiutano di pagarlo, noi proiettiamo su di loro il nostro antisemitismo storico.

    Sembra un bell’affare, perché rifiutarlo, se abbiamo accettato la liquidazione delle popolazioni amerinde e aborigine e abbiamo digerito la repressione di algerini, vietnamiti e iracheni? Un motivo è che questo affare è tuttora in corso. Mentre altri hanno hanno edificato su distruzioni più grandi e commesso crimini più atroci, che in un modo o nell’altro si sono conclusi, il conflitto israelo-palestinese non si conclude mai. Proprio nel nostro presente ha raggiunto il suo picco più alto, forse superiore alla Nakba del 1948. Al tempo dei social e degli smartphone, sempre interconnessi, Gaza è il primo genocidio minuto per minuto.

    Il vissuto contemporaneo è più forte della memoria. Posso accettare una distruzione finita, ormai irrimediabile, ma non posso accettare una distruzione in corso, finché ho la speranza di fermarla. Allo stesso modo vale la percezione dell’ostilità. Sentire l’odio presente sarà sempre una sensazione più forte del ricordo di qualsiasi odio passato, magari rielaborato in funzione del presente. Vale anche in positivo. L’amore più grande è sempre l’ultimo, quello che stai vivendo adesso.

    Un’altra variabile della percezione dell’ostilità avversaria (e della solidarietà alleata) è il proprio livello di coinvolgimento identitario. Oggi, io sono comunista come 40-50 anni (ero già comunista a nove anni). Forse l’anticomunismo odierno è meno intenso rispetto a mezzo secolo fa. Tuttavia, quando mi capita di incontrarlo lo soffro molto meno. Non mi identifico più in un partito (il PCI) o in uno stato (l’Urss). Quando queste entità sono attaccate nella ricostruzione storica, nella memoria, o quando sono attaccato io stesso in quanto comunista, sento che la cosa mi coinvolge relativamente, non mi riguarda più personalmente. I coloni europei nei continenti del mondo, la Francia, la Gran Bretagna, gli Usa non sono mai stati forti datori di identità. Lo sono stati l’Urss e Israele, quest’ultimo continua a esserlo. Chi si identifica con questi stati avverte fortissimo il sentimento pubblico che li investe, specie se negativo.

    Questi stati, la Francia, la Gran Bretagna, gli Usa, li conosciamo per il colonialismo e l’imperialismo. Ma li conosciamo anche per altre cose. Per il loro ruolo nella Seconda Guerra Mondiale, per le quotidiane relazioni internazionali, per la cultura, il cinema, la musica. Nel bene o nel male, li sentiamo familiari. Israele ci pare di conoscerlo soltanto per le sue guerre. Lo associamo all’occupazione, ai check-point, ai muri, alle rappresaglie sproporzionate, alla lotta al terrorismo, all’Iron Dome, alle invasioni, ai bombardamenti, alle vittime civili. Se sentiamo parlare di Israele è perché c’è una guerra.

    Cosa penseremmo di una persona che conosciamo solo perché è sempre coinvolta in litigi e risse, rivendicando ogni volta di avere ragione? Magari ha delle ragioni, ma le attribuiremmo come minimo un difetto di competenza sociale. Se anche l’avversione nei suoi confronti non fosse superiore a quella rivolta ad altri, sarebbe l’unica cosa che avremmo da offrirle, quindi il suo peso specifico sarebbe avvertito come più grande.

    La propaganda bellica attribuisce spesso al nemico atrocità esagerate o del tutto inventate. Al tempo stesso esagerazioni e invenzioni, sono usate per negare atrocità testimoniate dagli stessi soldati e documentate da fonti affidabili, giornali autorevoli, associazioni umanitarie, organismi internazionali. Non si possono mettere Haaretz, il New York Times, i report dell’ONU nello stesso sacco di un account anonimo o di un bollettino di propaganda. Peraltro, la demonizzazione è tanto subita quanto praticata. La stessa narrazione dell’attacco del 7 ottobre è stato fatto oggetto di dettagli raccapriccianti, ma non verificati, comunque funzionali a costruire un sentimento di cieca vendetta.

    Ebrei, sionisti, israeliani, definizioni da distinguere sempre, sono chiamati in causa in una colpa collettiva? Quando succede è sbagliato, come lo è dall’11 settembre a scapito dei musulmani. Se ebrei, sionisti, israeliani, entrano nel conflitto politico, sostengono attivamente Israele, come è loro diritto, è chiaro che gli si può chiedere conto delle proprie posizioni. Ciò che chiederei ai più attivi di loro, non è di cambiare posizione, ma di stare nel dibattito senza simulare la guerra, senza esibire, ostentare cinismo. Magari, mostrare un po’ di empatia per la sofferenza dell’altro popolo, non dare l’impressione di disprezzarla, di riderci sopra. Completare la devastazione del territorio palestinese non è “finire il lavoro”. Se pensate che Israele sia odiato, che rimedio è rappresentare la sua causa con un tono odioso?

  • Israele, il muro di ferro che non tiene

    Israele, il muro di ferro che non tiene

    La Flotilla non rappresenta una minaccia materiale per la marina israeliana, né ha la capacità reale di sfondare il blocco navale di Gaza. Infatti, è accusata dai suoi detrattori di essere inutile e propagandistica. Allora, perché gli abbordaggi violenti in acque internazionali, i sequestri dell’equipaggio, le deportazioni in Israele, i maltrattamenti, le torture? A cosa serve l’uso illegale e sproporzionato della forza contro una innocua iniziativa di disobbedienza civile?

    Una risposta la si può cercare nella politica interna israeliana dominata da una coalizione di partiti di estrema destra in concorrenza tra loro. Può aiutare un parallelo con l’Italia del 2018-19, quando l’allora ministro dell’interno Matteo Salvini si esibiva nella contrapposizione alle ONG e, in un paio di casi addirittura alle navi della Guardia costiera, impedendo lo sbarco a centinaia di profughi, sequestrati di fatto, con giustificazioni retorico-militari: la difesa dei confini nazionali. Il governo israeliano di estrema destra reprime la Flotilla, per mandare un segnale di fermezza e risolutezza alla parte peggiore o più impaurita della società israeliana, specie nell’anno delle elezioni politiche, in scadenza a ottobre 2026.

    La repressione è di per sé una strategia di comunicazione. Trattare degli attivisti come fossero criminali comunica la loro criminalizzazione: sono terroristi. Di conseguenza, lo schieramento di riflesso di quella parte dell’opinione pubblica interna e internazionale che riconosce l’autorità del più forte. La parte di opinione pubblica su cui punta il governo di Israele. Questa comunicazione vorrebbe essere deterrente nei confronti degli stessi attivisti della Flotilla, attuali e futuri. Se ci riproverete, su quelle navi non farete una gita umanitaria, finirete pestati e torturati in un carcere militare. La Flotilla, in effetti, vuole mostrare la brutalità del blocco israeliano di Gaza e Israele la mostra. Qualcuno dice: sanno a cosa vanno incontro. Vanno incontro alla realtà che i palestinesi vivono tutti i giorni e da cui non possono fuggire. La constatazione però ha un sottotesto normalizzante. Bisogna anche sapere che quella cosa a cui vanno incontro è inamissibile.

    La strategia della deterrenza israeliana, nella sua forza brutale, è politicamente debole. A ogni nuova spedizione, la Flotilla è più grande di prima. L’uso sproporzionato della forza non risolve il conflitto di Israele neppure con i suoi nemici militari. Per quanto l’IDF colpisca duro e distrugga tutto, Hamas ed Hezbollah continuano a combattere. Eppure, Israele insiste nella reazione distruttiva, anche se non è mai un punto e basta, ma sempre un punto e a capo. La deterrenza israeliana non è la deterrenza occidentale che persegue la pace permanente o la dissuazione definitiva.

    La strategia di deterrenza israeliana ha le sue le radici nella dottrina del “Muro di Ferro” teorizzata da Ze’ev Jabotinsky negli anni ’20 del Novecento e interiorizzata da tutti i governi successivi. Suo presupposto è che i nemici di Israele, che si tratti di stati o di movimenti asimmetrici, non accetteranno mai l’esistenza dello Stato ebraico. Di conseguenza, la pace o il compromesso politico sono considerati illusioni pericolose. L’unico modo per sopravvivere è costruire un “muro” di potenza militare così spaventoso e brutale da costringere il nemico, di volta in volta, a desistere temporaneamente per sfinimento. Israele non applica la forza per risolvere il conflitto, ma per gestirlo, una strategia che l’IDF a Gaza 2008-2014 ha cinicamente chiamato “tosare l’erba”. L’erba ricrescerà (la Flotilla tornerà, Hamas si riarmerà); l’obiettivo è solo comprare tempo tra un ciclo di violenza e l’altro.

    Quando la deterrenza fallisce, come è clamorosamente fallita con il tragico attacco del 7 ottobre o come fallisce politicamente con ogni nuova Flotilla, la leadership israeliana non deduce che la strategia sia sbagliata. Al contrario, deduce che non è stata applicata abbastanza forza. La risposta automatica del sistema è l’escalation. Se il nemico non ha paura, significa che dobbiamo distruggere di più, colpire più duramente, essere ancora più intransigenti per “ripristinare” quella paura. È un ciclo logico chiuso che si autoalimenta, dove il fallimento della forza diventa la giustificazione per usare ancora più forza.

    La Flotilla cresce? L’isolamento internazionale aumenta? Per i decisori israeliani, questi sono “costi collaterali” accettabili se paragonati a quello che considerano il pericolo supremo: mostrare vulnerabilità. Nella dura realtà del Medio Oriente, la leadership israeliana è convinta che qualsiasi concessione, lasciar passare una nave umanitaria, mostrare flessibilità nei blocchi, verrebbe interpretata da attori più pericolosi, l’Iran o le milizie sciite regionali, come un segno di debolezza. Israele preferisce essere condannato e isolato dal mondo, salvo gli Stati Uniti, per una reazione sproporzionata, piuttosto che essere percepito come “debole” dai suoi nemici esistenziali.

    Proporre una soluzione politica al conflitto, la fine dell’occupazione, la soluzione a due Stati, l’apertura reale di Gaza, richiederebbe un capitale politico e concessioni territoriali che l’elettorato israeliano, composto ormai anche da centinaia di migliaia di coloni, rifiuta categoricamente. L’uso sproporzionato della forza è una risposta facile per la politica interna. È immediata. Appaga il desiderio di sicurezza e vendetta dell’opinione pubblica nazionale. Permette ai leader, come Benjamin Netanyahu, Bezalel Smotrich, Itamar Ben-Gvir, di presentarsi come i duri difensori della nazione senza dover fare i conti con la complessità di un vero processo di pace. Israele insiste con qualcosa che non risolve il conflitto, perché ha rinunciato all’idea di poterlo risolvere. La violenza sproporzionata è diventata il fine, non il mezzo. Uno strumento di controllo permanente per mantenere uno status quo dove l’alternativa politica è considerata troppo rischiosa o ideologicamente inaccettabile.

    Come inaccettabile è un principio di realtà: lo “stato ebraico” è rifiutato perché si è fondato sull’espropriazione e sull’espulsione dei palestinesi. Una pratica tuttora in corso. La Nakba fu un crimine, ma i crimini fondativi degli stati tendono a consolidarsi quando smettono di produrre nuove vittime. Nel 1967, occupando i Territori Palestinesi, Israele ha invece riaperto e rilanciato la questione palestinese, trasformando un fatto compiuto in un processo attivo e permanente. Se Israele rinuncia a risolvere il conflitto, per limitarsi a gestirlo, rimane senza prospettiva. La sola mancanza di prospettiva genera violenza. La strategia del Muro di Ferro scarica sulle future generazioni israeliane un’eredità terribile, che potrebbe risolversi nel loro disastro.

    Lo stesso disastro che si è abbattuto e si abbatte sulle generazioni palestinesi. Ma finché si tratta di palestinesi, ignoriamo la forma dello stillicidio e ci preoccupiamo per la forma del grande massacro, ma di fatto non facciamo nulla, o peggio continuiamo a offire a Israele copertura diplomatica, accordi commerciali e relazioni di partnership. Dato che i corpi dei palestinesi non valgono, anche se la metà sono bambini, arriva la Flotilla a mettere in gioco i corpi degli europei, a mobilitare l’opinione pubblica europea, in modo che i governi europei, almeno per salvare la propria dignità, debbano dire e fare qualcosa.

  • Ben-Gvir, parafulmine di Israele

    Ben-Gvir, parafulmine di Israele

    È la giornata della condanna universale di Itamar Ben-Gvir. Ho messo un like al comunicato di Giorgia Meloni: “Le immagini del ministro israeliano Ben Gvir sono inaccettabili. È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona. (…)” Apprezzo l’ipocrisia quando indica un possibile spostamento. Sotto il comunicato, ho letto molti contestatori fedeli alla linea tradizionale, che denigra la Flotilla e solidarizza con Israele. Qualcuno ha invitato Meloni a candidarsi con il PD.

    Secondo queste persone, non è successo nulla che giustifichi un cambio di posizione. In effetti, è quasi così. La Flotilla è stata più volte intercettata in acque internazionali. Il 29-30 aprile scorso, addirittura al largo della Grecia, il 18-19 maggio al largo di Cipro. Gli attivisti sono sempre stati sequestrati e trasferiti su una nave prigione, poi deportati in Israele, maltrattati e reclusi, poi espulsi. Il fatto nuovo, oltre l’abbordaggio a ridosso dell’Europa, potevano essere gli spari con le pallottole di gomma contro le ultime sei imbarcazioni intercettate. Ma né l’una, né l’altra cosa hanno suscitato reazioni forti.

    La novità clamorosa è il video di Ben-Gvir, che fornisce la prova delle testimonianze degli attivisti, facendo fare brutta figura al governo israeliano di destra e ai suoi sostenitori nostrani, molti dei quali hanno sentito l’urgenza di scrivere due parole contro il ministro della sicurezza nazionale. Dopo il video, non si può più dire: “Non è vero”. Al limite, si dice: “Se la sono cercata”. Però, sono pur sempre cittadini italiani e europei. Ostentare di trattarli così male, significa non avere riguardo nei confronti dei nostri governi e dei nostri paesi. Una leader sovranista lo capisce prima e meglio dei suoi seguaci. Tuttavia, i video di Ben-Gvir che maltratta e umilia i prigionieri sono un genere già consumato, solo che finora si trattava sempre di prigionieri palestinesi.

    In sintesi, Israele può maltrattare gli attivisti occidentali, ma non deve esibirlo in video. Oppure, può esibirlo in video, ma i maltrattati non devono essere occidentali. Ben-Gvir, per sue esigenze di propaganda elettorale, non ha saputo rispettare queste linee rosse. Così, il ministro degli esteri Saar e il primo ministro Netanyahu lo hanno rimproverato pubblicamente, oltre a lasciarlo al suo posto, dove detiene in custodia diecimila prigionieri palestinesi.

    Ho provato a mettermi nella posizione inflitta agli attivisti della Flotilla. Ho resistito pochi secondi, sentendo un forte dolore alla spalla sinistra. Quel maltrattamento non è solo simbolico. Essere messi in ginocchio, con le mani legate dietro la schiena e la faccia a terra, per un tempo prolungato, è una posizione molto scomoda e stressante per le ginocchia, la schiena, le spalle e i polsi. Le testimonianze di chi è tornato sono ancora più gravi. Riferiscono di pugni, calci, costole rotte, molestie sessuali. Maltrattamenti che, nell’insieme, fanno una tortura.

    Qualcuno, senza parole per esprimere uno straccio di giustificazione, si affida ai riflessi condizionati. Per esempio: “Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente”. Può darsi. Nel caso, si tratta di un’aggravante. I comportamenti che puoi aspettarti nei campi di prigionia dell’Isis, non puoi accettarli nelle prigioni di uno stato di diritto. Anche l’Italia è una democrazia. Questo non ha impedito la repressione violenta del movimento noglobal, l’assalto alla scuola Diaz, le torture di Bolzaneto.

    Dentro la condanna universale di Ben-Gvir, il nostro ministro degli esteri, Tajani, chiede alla UE sanzioni contro il ministro israeliano. È un passo avanti se consideriamo che l’Italia, in sede UE, ha sempre messo il veto a sanzioni contro Israele, comprese quelle contro Ben-Gvir. E ancora oggi, un retroscena del Corriere della Sera attribuiva al governo italiano una posizione contraria, con la scusa che le sanzioni mirate avrebbero rafforzato il leader estremista nella campagna elettorale israeliana.

    Però, la condanna universale e le sanzioni mirate, limitate al ministro della sicurezza nazionale, finiscono per fare di Ben Gvir il parafulmine del governo israeliano, il cui primo ministro è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ci si dovrebbe aspettare che l’Italia accetti la rottura del Trattato di associazione UE-Israele; riconosca lo stato di Palestina; si liberi da ogni rapporto di dipendenza in materia di cybersicurezza e di qualsiasi altro tipo, finché Israele non risolve in modo democratico e civile la questione palestinese.

    Non si tratta di assumere la posizione giusta sul piano politico e morale. Ma di prevenire e determinare i fatti. Il silenzio, l’indifferenza, l’accondiscendenza europea e italiana nei confronti di Israele, permettono al governo israeliano di alzare sempre il tiro: intercettare le flotille al largo delle coste europee, sparare proiettili di gomma, torturare gli attivisti, mostrare in video la loro umiliazione. Finora, il governo italiano e i governi europei non hanno messo limiti a Israele e Israele ha sempre aggravato la sua strategia della reazione sproporzionata. Anche nei confronti degli attivisti umanitari non violenti. Da quelli della Flotilla a quelli che si interpongono in Cisgiordania tra i palestinesi da una parte e l’esercito e i coloni dall’altra.

    Se gli attivisti della Flotilla sono stati trattati come abbiamo visto, possiamo immaginare come sono trattati i prigionieri palestinesi o gli stessi palestinesi “liberi” in Cisgiordania e a Gaza. Anzi no, non dobbiamo immaginarlo, perché il loro trattamento è ampiamente documentato nei rapporti delle associazioni umanitarie e degli organismi internazionali. Documenti che il nostro governo, i governi europei, le istituzioni europee, conoscono molto bene, ma scelgono di ignorare. La Flotilla, spesso accusata di essere solo una provocazione politica, è una provocazione sana, perché ha aperto uno squarcio di luce sulla brutalità del governo d’Israele e sull’ignavia del governo italiano e dei governi europei.

  • Le intercettazioni israeliane della Global Sumud Flotilla sono illegali

    Le intercettazioni israeliane della Global Sumud Flotilla sono illegali

    Le intercettazioni israeliane della Global Sumud Flotilla in pieno giorno, al largo di Cipro, sono un fatto semplice da descrivere e difficile da giustificare. Navi civili, in acque internazionali, sono state abbordate da forze armate di uno Stato che non esercita alcuna giurisdizione su quel tratto di mare. Nel diritto internazionale, questo si chiama violazione della libertà di navigazione. Tutto il resto, blocchi, manuali, risoluzioni, affiliazioni politiche, viene dopo.

    Eppure Israele e i suoi sostenitori tentano di costruire una cornice giuridica che renda l’operazione non solo comprensibile, ma addirittura legittima. È un esercizio fragile, che si regge su tre puntelli: il Rapporto Palmer del 2011, il Manuale di Sanremo del 1994, e la presunta affiliazione della Flotilla a Hamas. Nessuno dei tre, preso sul serio, regge il peso che gli si vuole attribuire.

    Il Rapporto Palmer viene spesso citato come se fosse una sentenza dell’Aja. Non lo è. È un documento redatto da un panel nominato dal Segretario generale dell’ONU, senza mandato giudicante e senza valore vincolante. Lo stesso rapporto chiarisce che non attribuisce responsabilità legali e che le sue conclusioni sono frutto di un compromesso politico.

    Il suo giudizio sulla “legittimità” del blocco di Gaza è stato contestato dall’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, dalla Commissione d’inchiesta del Consiglio per i Diritti Umani, dal Comitato internazionale della Croce Rossa, da numerosi esperti di diritto internazionale. Tutti questi organismi hanno definito il blocco una forma di punizione collettiva, vietata dal diritto internazionale umanitario. Citare il Rapporto Palmer come fonte normativa significa ignorare la gerarchia delle fonti e la natura stessa del documento.

    Il Manuale di Sanremo è un testo di studio, non un trattato. Riassume il diritto consuetudinario applicabile ai conflitti navali, ma non crea obblighi. Anche assumendo, per ipotesi, che il blocco di Gaza sia legittimo, il Manuale impone condizioni precise: il blocco non può affamare la popolazione civile; deve permettere il passaggio degli aiuti essenziali; deve essere proporzionato; deve essere effettivo e non discriminatorio.

    La realtà documentata da ONU, Croce Rossa e ONG è opposta: gli aiuti vengono sistematicamente limitati, rallentati o respinti. Il blocco produce effetti devastanti sulla popolazione civile. È difficile conciliare tutto questo con i criteri di Sanremo.

    C’è poi un punto decisivo: anche un blocco legittimo non autorizza l’uso della forza in acque internazionali. L’intercettazione deve essere necessaria, proporzionata e legata a un rischio immediato. Abbordare una nave civile a centinaia di chilometri da Gaza non soddisfa nessuno di questi criteri.

    L’accusa secondo cui la Flotilla sarebbe “affiliata a Hamas” e la tesi che essa rappresenti un “successo propagandistico per Hamas” sono argomenti politici, non giuridici. Il diritto del mare non consente di fermare navi civili in acque internazionali sulla base di sospette simpatie politiche degli organizzatori, né sulla base di calcoli di opportunità strategica. La Global Sumud Flotilla è un’iniziativa internazionale, con partecipanti europei, parlamentari, attivisti e ONG. Anche se non lo fosse, il punto non cambierebbe: le opinioni politiche non autorizzano l’uso della forza contro civili.

    La Risoluzione 2803, adottata dal Consiglio di Sicurezza nel novembre 2025 all’indomani del cessate il fuoco a Gaza, nasce per dare legittimità al meccanismo di aiuti voluto dall’amministrazione Trump, il cosiddetto Board of Peace. Incoraggia l’uso di canali coordinati, ma non vieta missioni indipendenti, non conferisce a Israele poteri speciali e non modifica il diritto del mare. Soprattutto, non autorizza l’uso della forza contro navi civili. La Flotilla nasce proprio dal fallimento di quei canali “coordinati”, che la stessa risoluzione implicitamente riconosce come insufficienti.

    Anche ammettendo (senza concederle) tutte le premesse israeliane, blocco legittimo, organizzatori discutibili, canali ONU preferibili, resta un fatto che non si può aggirare: navi civili sono state abbordate con la forza in acque internazionali da uno Stato che non ha alcun titolo per farlo. È una violazione della libertà di navigazione. Una violazione del diritto internazionale. Un precedente pericoloso.

    L’abbordaggio in acque internazionali è già una violazione della libertà di navigazione. Ma ciò che è accaduto dopo è ancora più grave: la marina israeliana ha arrestato gli equipaggi della Flotilla, per essere deportati e detenuti in Israele. Le testimonianze degli attivisti arrestati nelle missioni precedenti, incluse quelle del settembre 2025 e di due settimane fa, oggetto di cause legali in corso, riferiscono di abusi fisici e psicologici.

    Israele esercita così poteri di polizia e di giurisdizione su civili stranieri che non si trovavano in territorio israeliano né in acque sotto il suo controllo. Effettua arresti extraterritoriali senza alcuna base giuridica riconosciuta. Procede a detenzioni come se quei civili fossero entrati illegalmente in Israele, quando in realtà sono stati portati in Israele contro la loro volontà. Nel diritto internazionale, questo configura una forma di sequestro extraterritoriale.

    L’arresto e la deportazione non sono quindi un effetto collaterale dell’abbordaggio: sono la prova che Israele ha esercitato un potere che non aveva, aggravando la violazione della libertà di navigazione con la violazione diretta dei diritti fondamentali delle persone coinvolte.

  • L’inizio della pulizia etnica in Palestina

    L'inizio della pulizia etnica in Palestina

    La pulizia etnica in Palestina non inizia nel 1948, con le grandi espulsioni che i palestinesi chiamano Nakba. Inizia vent’anni prima, con l’acquisto di terre e la cacciata dei loro abitanti. È la tesi centrale di Ilan Pappé, storico israeliano, in un articolo pubblicato sul numero di maggio 2026 di Le Monde Diplomatique.

    Negli anni Venti del Novecento, il movimento sionista cambia obiettivo. Non cerca più soltanto una terra sicura per gli ebrei perseguitati: punta alla colonizzazione della Palestina e all’esproprio della popolazione locale. Lo strumento è giuridico. Le riforme ottomane del XIX secolo avevano introdotto un regime fondiario che consentiva l’acquisto di terre statali da grandi proprietari assenteisti, spesso residenti a Beirut o altrove. I nuovi proprietari acquisivano con il terreno anche i diritti sugli abitanti. Le norme liberali del mandato britannico permettono al movimento sionista di comprare appezzamenti su larga scala e di ottenere dalle autorità coloniali i provvedimenti di espulsione necessari a cacciare le famiglie che quelle terre le coltivavano da generazioni.

    Tra il 1921 e il 1925, l’American Zion Commonwealth acquista quasi 32.500 ettari dalla famiglia Sursock di Beirut. Nel 1929, il Fondo nazionale ebraico compra circa 3.000 ettari tra Haifa e Tel Aviv dagli eredi indebitati di un proprietario libanese. In entrambi i casi, i coloni sionisti cacciano con la forza gli agricoltori che vi abitano.

    Pappé inserisce questo processo nella categoria del colonialismo di insediamento: una forma di colonizzazione il cui obiettivo non è sfruttare la popolazione locale, ma sostituirla. L’accademico australiano Patrick Wolfe, che ha studiato il caso australiano, ha sintetizzato questa logica con una formula: il colonialismo di insediamento punta a eliminare tutto quel che esisteva prima. Lo stesso schema si ripete in Palestina. I coloni costruiscono un mito, la terra deserta che fiorisce grazie ai pionieri, mentre i dirigenti sionisti, già dagli anni Venti, discutono privatamente di come trasferire la popolazione palestinese, passando dall’idea di un’emigrazione volontaria a quella di un trasferimento forzato.

    Le espropriazioni degli anni Venti producono effetti a catena. I contadini palestinesi privati delle terre migrano verso le città, dove trovano ulteriore esclusione. I gruppi sionisti di ispirazione socialista promuovono il cosiddetto lavoro ebraico, riservando l’occupazione agricola alla sola popolazione ebraica. La frustrazione accumulata alimenta la rivolta del Buraq nel 1929 e, sullo sfondo delle bidonville di Haifa, la guerriglia guidata dall’imam Izz al-Din al-Qassam, ucciso dai britannici nel 1935. Al-Qassam, da cui prende nome l’ala militare di Hamas, è stato il primo a organizzare una resistenza armata contro il colonialismo britannico in Palestina. La sua morte innesca uno sciopero generale e motiva una nuova generazione di combattenti.

    Pappé non racconta una storia remota. La logica del colonialismo di insediamento, scrive, è ancora operante. Finché la cultura dello Stato israeliano poggerà su quella logica, la coesistenza pacifica con i palestinesi resterà impossibile.

  • Guarda cosa mi hai fatto fare

    Israele in Libano la distruzione non eliminerà Hezbollah

    Le obiezioni nel thread sulla distruzione israeliana del Libano meridionale le riassumo in cinque punti a cui provo a dare una risposta.

    1) Era prevedibile che al lancio dei razzi di Hezbollah sul nord di Israele, l’esercito israeliano avrebbe reagito con l’occupazione e la devastazione del Libano del sud, secondo il modello Gaza: eliminare la popolazione civile, per eliminare la milizia paramilitare mescolata tra i civili.

    È vero, era prevedibile. Come era prevedibile che Israele, attaccando l’Iran, avrebbe provocato il lancio di razzi di Hezbollah. Nella spirale dei conflitti mediorientali quasi ogni mossa è prevedibile, ma nessuna viene prevenuta, perché si confonde il prevedibile con l’inevitabile, o peggio, con l’accettabile. Questo fa sì che il prevedere reazioni catastrofiche o svantaggiose nei propri confronti non sia sufficiente a far desistere dal giocare la mossa che innescherà la prevedibile contromossa. “Attacchiamo l’Iran. Hezbollah ci lancerà i razzi? Sarà un buon motivo per appropriarci del Libano meridionale”. “Lanciamo razzi, Israele ci invaderà e devasterà? Sarà un buon motivo per continuare a essere il baluardo della resistenza, proprio quando il governo libanese vorrebbe disarmarci”. Confondere il prevedibile con l’inevitabile deresponsabilizza le parti in causa: “Non avevamo scelta” oppure “Guarda cosa mi hai fatto fare” diventano il mantra che giustifica la rinuncia alla diplomazia e il ricorso alla prevedibile violenza.

    2) La guerra israeliana all’Iran non riguarda il Libano. Il Libano è trascinato in guerra da Hezbollah, per conto dell’Iran, nonostante la contrarietà del governo libanese.

    Questo è parzialmente vero. La guerra all’Iran riguarda la comunità sciita del Libano. Il legame tra sciiti libanesi e Iran, oltre che politico e militare, è culturale e religioso. Il 60% degli sciiti libanesi riconosceva in Alì Khamenei, ucciso dall’attacco israeliano il 28 febbraio 2026, la propria guida religiosa. La vicinanza all’Iran si basa sulla dottrina del Velayat-e Faqih (la tutela del giurista), che riconosce nella Guida Suprema iraniana un’autorità non solo politica, ma spirituale. Hezbollah non è un’artificiosa estensione dell’Iran in territorio libanese, ma un’organizzazione espressione della comunità sciita libanese alleata con l’Iran. Gli sciiti sono storicamente la comunità più povera e marginalizzata del Libano. Hezbollah ha costruito un “micro-stato” che fornisce scuole, ospedali e servizi sociali, riempiendo il vuoto lasciato da uno Stato centrale debole.

    3) Hezbollah è al servizio dell’Iran. Occupare e devastare il Libano meridionale da parte di Israele è in realtà una guerra di liberazione del Libano, occupato militarmente dall’Iran mediante Hezbollah.

    In realtà, Hezbollah, come espressione politica e militare della comunità sciita libanese, è un alleato dell’Iran da cui riceve sostegno e a cui offre deterrenza contro Israele. Immaginare di “liberare” il Libano meridionale dall’Iran è un po’ come immaginare di “liberare” Israele dagli Stati Uniti. Proprio come Israele percepisce l’appoggio degli Stati Uniti come l’unica garanzia contro l’annientamento in una regione ostile, la componente sciita libanese vede nel legame con l’Iran, attraverso Hezbollah, l’unica assicurazione contro la marginalizzazione interna e l’aggressione esterna. Il legame non è solo logistico, ma identitario. Israele si vede come l’avamposto dei valori democratici occidentali (interessi USA) in Medio Oriente. Hezbollah si vede come l’avamposto della “resistenza” e dei valori dell’Islam sciita rivoluzionario (interessi Iran) contro l’imperialismo. In entrambi i casi, l’attore locale non si sente un “servo” della potenza straniera, ma il protagonista di una missione comune.

    4) È necessario occupare il Libano per eliminare Hezbollah, così come è stato necessario occupare Gaza per eliminare Hamas. Entrambi, insieme con l’Iran, costituiscono una minaccia esistenziale per Israele.

    Qui vale il paradosso dell’uovo e della gallina. Chi è nato prima? Occorre ricordare che prima è nata l’invasione israeliana del Libano (1978), poi è nata Hezbollah come movimento di resistenza all’invasione (1982). Hezbollah, come Hamas, è insieme un’ideologia religiosa, un partito politico, un’ala militare, un sistema di assistenza sociale per la popolazione. Come si definisce la loro distruzione? Devastare Gaza, e ora il Libano meridionale, crea masse di giovani maschi senza futuro, un enorme bacino di reclutamento per organizzazioni legittimate dalla resistenza all’oppressore invasore. Se Israele distrugge e Hezbollah ricostruisce (con fondi iraniani), la lealtà della popolazione non si sposterà verso il governo di Beirut o verso la pace della capitolazione, ma verso chi fornisce il pane e la dignità della resistenza. Israele ha già distrutto Gaza con il motivo (o il pretesto) di distruggere Hamas. Dopo tre anni, la sola cosa rimasta in piedi a Gaza è Hamas.

    5) Cosa vuol dire che la reazione israeliana in Libano è sproporzionata a fronte delle decine di migliaia di razzi sparati da Hezbollah sul nord di Israele?

    La sproporzione è negli effetti sulle popolazioni civili. Dall’ottobre 2023, i razzi lanciati da Hezbollah sul nord di Israele hanno ucciso 149 israeliani (100 militari e 49 civili), ferito mille persone, provocato lo sfollamento di 60 mila civili. Gli sfollati israeliani vivono in hotel e alloggi finanziati dallo stato. Villaggi e sovranità israeliana sul territorio attaccato sono intatti. Nello stesso periodo, la controffensiva israeliana contro il Libano ha causato 3000 morti. Dal 2 marzo 2026, sono stati uccisi 2.760 libanesi. 1200 sono civili, tra cui 122 bambini. Le altre vittime sono militanti di Hezbollah, ma anche decine di soccorritori e paramedici. Diecimila persone sono ferite o mutilate. Un milione e mezzo sono state le persone costrette a fuggire dalle proprie case, il 20% della popolazione libanese. I rifugi sono sovraffollati, mancano di privacy, acqua potabile e servizi igienici, con il rischio di epidemie. I loro villaggi sono distrutti.

    Israele concepisce le controffensive sproporzionate come tecnica di ripristino della deterrenza. Ma, storicamente, nessuna controffensiva israeliana è stata risolutiva, quindi la tecnica non funziona. Così, non c’è proporzione tra la sofferenza inflitta alla popolazione civile e il vantaggio militare acquisito. Israele vorrebbe cancellare la base di Hezbollah, facendo terra bruciata nel Libano meridionale. Potrà ottenere il solito successo tattico. A devastazione conclusa, se l’esercito israeliano si ritira, gli sciiti torneranno, ricostruendo le condizioni precedenti. Se, l’esercito israeliano non si ritira, per mantenere il territorio dovrà colonizzarlo. Il “problema” si sposterà a nord del fiume Litani. Dove i nuovi insediamenti sciiti diventeranno la nuova base di Hezbollah. Prima o dopo Israele si ritroverà a dover proteggere le sue colonie nel sud del Libano. In un modo o nell’altro, la distruzione alimenterà radicalizzazione e risentimento, un nuovo ciclo di violenza. Anche questo è prevedibile.

  • La distruzione israeliana del Libano meridionale

    La distruzione israeliana del Libano meridionale

    Una inchiesta del Guardian mostra in video, mappe e grafici, gli effetti distruttivi dell’invasione israeliana del Libano meridionale. Oltre 1,2 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa di bombardamenti, ordini di evacuazione e demolizioni.

    Israele ha distrutto il Libano meridionale in diverse fasi. Il 2 marzo, Hezbollah ha lanciato razzi sul nord di Israele, in risposta all’attacco israelo-americano all’Iran. L’esercito israeliano ha immediatamente ordinato l’evacuazione forzata di oltre 100 villaggi sul confine israelo-libanese, per poi bombardarli subito dopo. Decine di migliaia di libanesi meridionali sono fuggiti a nord per rifugiarsi in città come Tiro, Sidone e Beirut. Il 4 marzo, l’esercito israeliano ha intimato a tutti gli abitanti a sud del fiume Litani di andare a nord. Il 12 marzo, ha ordinato l’evacuazione forzata degli abitanti tra il fiume Litani e il fiume Zaharani. Poi ancora più a nord, anche per i sobborghi meridionali di Beirut. Così, Israele ha evacuato il 14,3% del territorio libanese e costretto 1,2 milioni di persone a lasciare le proprie case.

    Due mesi dopo, la maggior parte dei libanesi meridionali rimane sfollata. Molte delle loro case sono ridotte in macerie, distrutte dai raid aerei o da demolizioni controllate. Il ritorno è impossibile sotto la linea gialla: una zona istituita da Israele dopo il cessate il fuoco del 17 aprile. Si trova lungo il confine israelo-libanese, comprende 50 villaggi occupati da soldati israeliani, in 608 kmq, il 6% del territorio del Libano. La linea gialla è una tecnica militare importata da Gaza. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha ordinato all’esercito di applicare il “modello Rafah e Beit Hanoun” nel Libano meridionale. Ossia, la demolizione dei villaggi lungo il confine. Nonostante il cessate il fuoco, Israele continua a condurre attacchi in tutto il Libano.

    L’esercito israeliano ha invaso e occupato parti del Libano mentre la sua aviazione bombardava tutto il paese. 3.688 raid dal 2 marzo al 1° maggio, in particolare nella periferia sud di Beirut, nel Libano meridionale e nella valle della Bekaa, per colpire case, valli, automobili. Le infrastrutture civili sono diventate un obiettivo esplicito. Dal 12 marzo, Israele ha iniziato a bombardare i ponti sul fiume Litani, sostenendo che fossero utilizzati da Hezbollah. Ma le organizzazioni per i diritti umani affermano che ciò costituisce un crimine di guerra, perché i ponti sono necessari per rifornire la popolazione civile ancora intrappolata nel sud del Libano. Poche, ore prima del cessate il fuoco, il 17 aprile, Israele ha bombardato e distrutto l’ultimo ponte, il ponte di Tiro, una delle città più grandi del sud, lasciando un cratere al posto della struttura.

    Oltre alle case, le persone hanno dovuto ad abbandonare le proprie auto e attraversare il cratere a piedi, per lasciare la città. Gli scontri tra Israele ed Hezbollah sono proseguiti anche dopo il cessate il fuoco in una guerra a minore intensità. L’esercito israeliano ha continuato a imporre evacuazioni forzate in decine di città, anche oltre la linea gialla. Spopolato il Libano meridionale, ridotti di intensità gli attacchi di Hezbollah, l’esercito israeliano ha impiegato appaltatori civili per abbattare gli edifici lungo il confine con gli escavatori.

    Con taniche piene di liquidi esplosivi legate insieme da filo rosso, veicoli blindati carichi di esplosivo e bulldozer, l’esercito israeliano ha raso al suolo interi villaggi, filmati da giornalisti israeliani e dagli stessi soldati. A Qantara, nel sud del Libano, l’esercito israeliano ha utilizzato oltre 450 tonnellate di esplosivo per radere al suolo la cittadina situata sulla collina. Un video mostra un cratere sabbioso dove un tempo sorgevano gli edifici. Ahmad Abu Taam, un negoziante di Taybeh ha dichiarato al Guardian: «Si prova un profondo senso di frustrazione. Come se qualcuno avesse il potere di cancellarti».

    Conflict Ecology, un laboratorio di ricerca con sede negli Stati Uniti che utilizza immagini satellitari e dati geospaziali provenienti da aree di conflitto in tutto il mondo, afferma che almeno 2.154 edifici sono stati danneggiati o distrutti in tutto il Libano. Human Rights Watch dichiara che la demolizione dei villaggi di confine da parte di Israele può configurarsi come distruzione gratuita, un crimine di guerra.

    Se Israele sostiene che la distruzione dei villaggi di confine è il tentativo di eliminare quelle le “infrastrutture militari di Hezbollah radicate nelle aree civili”, Human Rights Watch risponde che la possibilità che Hezbollah utilizzi alcune strutture civili per scopi militari non giustifica la distruzione su larga scala dei villaggi di confine.

    In un caso, l’esercito israeliano ha fatto saltare in aria la scuola secondaria pubblica nella città di Marwahin, nel Libano meridionale. Poi, ha pubblicato la foto di quello che ha definito “un deposito di armi utilizzate da Hezbollah”, rinvenuto all’interno della scuola, per giustificarne la demolizione. Legal Agenda, un’organizzazione di monitoraggio legale con sede a Beirut, ha affermato che le armi erano fucili da caccia confiscati dalle autorità locali, citando fonti giudiziarie, e fotografate in un’aula di tribunale con un’etichetta apposta su ciascuna arma contenente informazioni sul caso.

    Dal 2 marzo, oltre 2.846 persone sono morte uccise e 8.693 ferite dagli attacchi israeliani in Libano. Il ritmo delle morti è rallentato dal cessate il fuoco del 17 aprile, ma le persone continuano a morire a causa dei raid aerei israeliani. Venerdì, un dipendente della protezione civile è morto in un attacco aereo israeliano vicino a Rachaya, nel sud del Libano. La notte precedente, tre persone, tra cui un neonato, sono state uccise e 15 ferite a Duweir, nei pressi della città di Nabatieh, nel sud del Libano.

    Gli scontri si intensificano. Hezbollah ha preso di mira le truppe israeliane nel sud del Libano con crescente successo, mentre Israele ha gradualmente superato le precedenti “linee rosse”, arrivando a colpire, mercoledì, i sobborghi meridionali di Beirut. Il popolo libanese teme che il cessate il fuoco possa fallire prima che i negoziati a Washington abbiano la possibilità di raggiungere un accordo di armistizio, facendo precipitare il Paese in una nuova guerra.


    The Guardian Mon 11 May 2026
    Vision of destruction: Israel’s assault on southern Lebanon in video, maps and charts
    More than 1.2 million people have been forced to flee their homes amid bombings, evacuation orders and demolitions
    By William Christou in Beirut. Graphics by Lucy Swan, Heidi Wilson and Paul Scruton
    https://www.theguardian.com/

  • Il senso della Global Sumud Flotilla

    Il senso della Global Sumud Flotilla

    Giorgia Meloni ha condannato l’arrembaggio israeliano alla Global Sumud Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta e chiesto il rilascio immediato degli attivisti italiani fermati illegalmente. La posizione sorprende: nel settembre 2025 la stessa Meloni aveva definito la Flotilla irresponsabile e dannosa per le relazioni diplomatiche del suo governo con Israele.

    Durante la missione del 2025, la Flotilla era stata scortata per un lungo tratto dalla guardia costiera italiana, spagnola e turca. Questa volta la marina israeliana l’ha bloccata quasi subito, a mille chilometri da Gaza, in prossimità delle acque greche, dunque europee. L’Ue e i governi di Italia e Germania hanno condannato la violazione del diritto del mare e del diritto internazionale. Un atto di pirateria.

    Ciò nonostante, in serata, Meloni ha ribadito la sua posizione: non capisce il senso della Flotilla. L’argomento è sempre lo stesso: gli aiuti non raggiungono Gaza perché la marina israeliana li intercetta sistematicamente; meglio affidarsi ai canali ufficiali. I detrattori della Flotilla lo dicono senza mezzi termini: lo fate per propaganda, per mettervi in mostra, non per aiutare i palestinesi, e lo sapete anche voi, i vostri aiuti non arrivano a destinazione.

    L’argomento ignora i fatti. A Gaza è in corso una crisi umanitaria estrema: i palestinesi non riescono a nutrirsi, alcuni muoiono di fame, mancano medicine e strutture sanitarie. Non è un effetto collaterale della guerra, è una conseguenza diretta del blocco israeliano, che limita o impedisce l’ingresso degli aiuti anche durante la tregua, e blocca il passaggio alla fase 2, la ricostruzione.

    E i canali ufficiali non sono un’alternativa reale. Nell’agosto 2025 la ONG genovese Music for Peace aveva raccolto 240 quintali di cibo destinati a Gaza e li aveva inviati via terra attraverso la Giordania, seguendo tutte le procedure richieste. Al valico di Allenby, il COGAT israeliano ha negato l’ingresso: “non esiste un corridoio giordano”. Gli aiuti sono rimasti fermi sei mesi, finché la ONG non li ha distribuiti nei campi profughi in Giordania per evitare che deperissero. Sorte ignota, invece, per gli aiuti inviati dal governo italiano con l’operazione “Food for Gaza”, costata circa 30 milioni di euro. (Il Post)

    L’amministrazione americana, prima con Biden, ancora di più con Trump, copre questa politica. I governi europei da quasi tre anni assistono al genocidio dei palestinesi con indifferenza e impotenza: qualche dichiarazione critica, qualche riconoscimento simbolico dello Stato di Palestina, nessuna iniziativa capace di incidere. Israele resta membro associato dell’Ue e mantiene relazioni politiche, commerciali e militari con l’Europa, protette dal veto di Germania e Italia. Rispetto a Gaza, il governo italiano e i governi europei sono ancora più inutili della Flotilla, se non dannosi.

    Qui sta il senso della Global Sumud Flotilla. Non è solo un’operazione umanitaria: è un’operazione politica. Serve a rendere visibile ciò che i governi europei preferiscono ignorare: che Israele applica ai cittadini europei alcune delle stesse misure che applica ai palestinesi. Blocca la loro libertà di movimento, li sequestra, li trattiene contro la loro volontà, ne fa oggetto di soprusi e violenze. Serve a mobilitare l’opinione pubblica, la Flotilla di terra, e a ricordare che il genocidio dei palestinesi non è un fastidioso rumore di fondo: sono vite, non meno delle nostre.

    Così i governi europei, per salvare la faccia, devono prendere un’iniziativa, dire una parola chiara. Il rapporto tra Ue e Israele, e tra Europa e Stati Uniti, va sotto stress. Bene: è un rapporto complice, e deve costare. Sul lungo periodo, l’obiettivo è isolare Israele come fu isolato il Sudafrica, condizione necessaria per mettere fine all’Apartheid e oggi a un genocidio. Nell’immediato, una parziale apertura del blocco.