Tag: Iran

  • L’attacco di Usa e Israele contro l’Iran

    L'attacco di Usa e Israele contro l'Iran

    L’attacco militare congiunto di Usa e Israele contro l’Iran può essere sostenuto per una ragione particolare: l’auspicabile caduta del regime degli Ayatollah e dei Pasdaran. Non a caso, è la giustificazione politica dell’attacco. La Repubblica Islamica è odiosa. Reprime nel sangue e nel carcere migliaia di oppositori e manifestanti. Precipita il paese nella più grave crisi economica, al netto delle sanzioni. Appoggia organizzazioni terroristiche, per la propria protezione, senza offrire alcuna prospettiva di liberazione ai popoli oppressi. A cominciare dal popolo palestinese, che per la dissennata strategia stragista di Hamas, è stato esposto allo sterminio di massa da parte dell’IDF. La caduta degli Ayatollah e dei Pasdaran in Iran vorrebbe dire, nella speranza, la fine della repressione interna, l’inizio di una nuova stabilità regionale, l’affermazione dell’emancipazione femminile. Tuttavia, anche mettendo da parte il giudizio sui leader attaccanti, esistono delle ragioni di ordine generale che giocano contro l’intervento.

    La prima è la ragione umanitaria. È molto difficile che l’aggressione militare israelo-americana all’Iran, un paese di 90 milioni di abitanti, possa essere chirurgica. Mirata a distruggere solo l’apparato del regime e della sua industria militare, senza colpire al tempo stesso la popolazione e le infrastrutture civili. Già questa mattina, un attacco aereo ha colpito la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran. Il bombardamento ha fatto decine di vittime tra le bambine. Altri missili sono caduti nelle aree residenziali di Teheran, nel quartiere di Narmak, provocando morti e feriti tra i civili.

    I costi umani della guerra israelo-americana contro l’Iran potrebbero diventare più pesanti della repressione interna e allo stesso tempo aggravare la repressione. Di fronte all’aggressione esterna, il regime può dichiarare lo stato di emergenza totale, sospendere ogni residuo diritto e utilizzare la “difesa della patria” come scusa per eliminare fisicamente i dissidenti sopravvissuti, etichettandoli come collaborazionisti del nemico. La sofferenza estrema (mancanza di elettricità, acqua, ospedali sovraccarichi e internet disconnessa) rischia di trasformare la rabbia dei cittadini verso gli Ayatollah in risentimento contro chi sgancia le bombe dal cielo, alienando proprio quelle persone che l’operazione dichiarava di voler “liberare”.

    In secondo luogo, gioca contro l’intervento una ragione politica. Le precedenti guerre in Medio Oriente depongono a sfavore. Dal 2003 al 2011, in Iraq, la rimozione di Saddam Hussein ha distrutto l’apparato statale, ma ha portato a un decennio di guerra civile settaria e alla nascita dell’ISIS. Nel 2011, in Libia, l’intervento NATO ha rimosso Gheddafi, ma ha lasciato il Paese frammentato tra milizie rivali, trasformandolo in un hub per il traffico di esseri umani e armi. Dal 2001 al 2021, in Afghanistan, vent’anni di occupazione e miliardi di dollari spesi, si sono risolti con il ritorno al potere dei Talebani e la fuga precipitosa degli eserciti Nato.

    A differenza di altri contesti, l’Iran ha una struttura di potere estremamente stratificata. Se i vertici del regime cadessero domani sotto i bombardamenti, non ci sarebbe un’opposizione unica e pronta a governare. Il rischio è una lotta intestina tra fazioni dei Pasdaran, minoranze etniche, resistenza nazionalista. Il collasso creerebbe un’onda d’urto in tutto il Medio Oriente. Milioni di persone si sposterebbero verso la Turchia e l’Europa, superando di gran lunga i numeri della crisi siriana. Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e la distruzione delle infrastrutture petrolifere iraniane potrebbero mandare l’economia globale in recessione.

    Infine, gioca contro l’intervento una ragione giuridica, che non è solo formale, ma ha significato per il mantenimento della pace nel mondo. L’ attacco di Usa e Israele contro l’Iran è un’aperta violazione del diritto internazionale. I precedenti interventi in Medio Oriente avevano tentato, anche solo ipocritamente, di costruire una copertura legale con il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la costruzione di una coalizione internazionale. Oggi, l’attacco all’Iran ignora sfacciatamente l’ONU e il diritto internazionale, dando così un ulteriore formidabile contributo alla destabilizzazione dell’ordine mondiale. Che di violazione in violazione, di guerra in guerra, può precipitare in un conflitto globale.

    Il conflitto in Ucraina, quello a Gaza e ora l’attacco all’Iran non sono più crisi isolate. L’Iran è un fornitore chiave di droni per la Russia; un attacco a Teheran è percepito da Mosca come un attacco indiretto ai propri interessi vitali. Si tratta di conflitti alimentati dalle stesse alleanze di interessi e dalle stesse contrapposizioni ideologiche e militari. La terza guerra mondiale a pezzi di cui parlava Francesco, man mano che si aggiungono altri pezzi, sempre più pesanti e coinvolgenti gli interessi delle grandi potenze, può finire per unificarsi in una sola grande guerra.

  • Iran: la rivolta tradita

    Iran: la rivolta tradita

    Un senso di cinismo e tradimento pervade il giudizio sull’atteggiamento occidentale, in particolare americano, nei confronti del popolo iraniano. Nella prima metà di gennaio, mentre la protesta nazionale si diffondeva in tutte le province dell’Iran con imponenti manifestazioni di massa, il presidente USA Donald Trump pubblicava una serie di post sul Truth Social. Per minacciare il regime degli Ayatollah e dei Pasdaran: se avessero sparato contro i manifestanti, gli USA sarebbero intervenuti in loro soccorso. E per incoraggiare il movimento a conquistare le istituzioni, perché gli aiuti stavano per arrivare. I manifestanti che speravano in un intervento militare e quelli che volevano solo un aiuto logistico-tecnologico devono averci creduto. Perché dopo l’attacco al Venezuela e il rapimento del suo dittatore, Nicolas Maduro, si è diffusa nel mondo l’idea che Trump fa quello che dice e va preso sul serio.

    Eppure, qualche motivo per dubitare c’era. Quando i giornalisti hanno incalzato Trump, obiettando ai suoi annunci che le uccisioni in Iran erano già in atto, il presidente ha minimizzato, attribuendo le morti alla calca dei manifestanti. E quando la risposta stragista del regime è diventata evidente, nonostante e in forza del blackout di Internet, Trump ha spostato l’obiettivo della minaccia, vincolando l’intervento all’esecuzione delle impiccagioni dei manifestanti arrestati. Per poi fare marcia indietro quando fonti molto importanti, non meglio precisate, gli avrebbero assicurato la sospensione delle esecuzioni. Trump ha ringraziato le autorità iraniane e si è vantato di aver salvato delle vite con la sola minaccia di intervenire.

    I motivi per cui Trump ha rinunciato a intervenire appartengono al campo delle ipotesi. Può essere che sia stato convinto dalla contrarietà di Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Russia. E persino di Israele, che avrebbe fatto un patto di non aggressione con l’Iran. Oppure, che non abbia trovato il modo di garantirsi una guerra lampo, un colpo ad effetto, qualcosa che equivalesse al sequestro di Maduro, come poteva essere l’uccisione di Alì Khamenei. Oppure, ancora, che le autorità iraniane abbiano promesso a Trump, oltre la sospensione delle impiccagioni, qualcosa di veramente interessante per lui, relativamente ai negoziati sul nucleare, la gestione dei giacimenti di gas e di petrolio. Abbiamo appena visto, proprio nel caso del Venezuela, che Trump usa la forza, non per cambiare i regimi, ma per addomesticarli, in modo che corrispondano ai suoi interessi.

    In questo piano, però, le opposizioni, le popolazioni in rivolta, funzionano come carne da macello. E non si tratta solo di un tragico episodio isolato, ma di una strategia consolidata. Il popolo iraniano è sceso in piazza, non perché sobillato, sebbene sia stato molto irresponsabilmente incoraggiato, ma per cause interne: la valuta ridotta a carta straccia, i prezzi proibitivi, l’acqua salmastra che esce dai rubinetti, i soldi buttati nelle perdenti imprese militari, la corruzione del regime. Cause interne, tuttavia, provocate anche dalle sanzioni occidentali.

    In particolare le sanzioni americane, decise proprio durante il primo mandato di Donald Trump, all’insegna della massima pressione. A cui ora si aggiungono i dazi del 25% contro tutti i paesi che commerciano con l’Iran. Scopo delle sanzioni è impoverire e destabilizzare lo stato, provocare un grave malcontento popolare, affinché il popolo stesso assuma l’iniziativa di ribellarsi e rovesciare il regime. Ma quando la rivolta finalmente esplode, l’America sanzionatrice cosa fa? Scrive post roboanti su Truth Social.

  • Iran. La repressione di massa della Repubblica Islamica

    Iran: la repressione di massa della Repubblica Islamica - Due sorelle iraniane
    Due sorelle iraniane – X

    Il regime degli ayatollah sta cercando di soffocare la rivolta nazionale con una strategia semplice e brutale: far sì che il terrore superi la rabbia. I numeri diffusi dalle organizzazioni per i diritti umani sono scioccanti. Secondo stime di HRANA e di altre fonti indipendenti, in meno di tre settimane si contano oltre 2.500 morti e più di 18.000 arresti. I manifestanti feriti sono cercati e arrestati anche negli ospedali. Le carceri ufficiali sono sovraffollate e si moltiplicano le segnalazioni di centri di detenzione “neri”, segreti, gestiti direttamente dai Pasdaran. Dall’8 gennaio l’Iran è quasi completamente isolato dal web globale: un blackout che ha rallentato il coordinamento delle proteste senza riuscire a spegnerle, grazie all’uso di reti mesh locali e a forme elementari ma resilienti di comunicazione diretta.

    La Repubblica Islamica utilizza un apparato repressivo multilivello, che combina violenza fisica sistematica, sorveglianza tecnologica avanzata e pressione psicologica e legale. La repressione non è affidata alla sola polizia ordinaria, ma a corpi ideologicamente fedeli al regime. I Pasdaran (IRGC) costituiscono l’ossatura del sistema: intervengono con armi pesanti e coordinano le operazioni su vasta scala. Accanto a loro operano i Basij, milizia paramilitare spesso in borghese, nota per l’infiltrazione dei cortei, le aggressioni mirate e i raid notturni nelle abitazioni. Le Unità speciali anti-sommossa (NOPO), riconoscibili dalle uniformi nere, impiegano gas lacrimogeni, proiettili di gomma e sempre più spesso munizioni letali.

    Nelle ondate di protesta più recenti — dal 2022-2023 fino al gennaio 2026 — sono stati documentati metodi di repressione di estrema crudeltà. Le forze di sicurezza sparano sulla folla con armi automatiche, dai tetti o ad altezza d’uomo. Organizzazioni per i diritti umani segnalano l’uso di colpi mirati agli occhi, per provocare cecità permanente, e ai genitali, in particolare contro le donne. I corpi dei manifestanti uccisi vengono spesso sequestrati: il regime impedisce funerali pubblici, che potrebbero trasformarsi in nuove proteste, e costringe le famiglie a firmare dichiarazioni false sulle cause della morte.

    A questa violenza si affianca un controllo digitale capillare. L’Iran ha sviluppato una propria forma di “sovranità digitale” che consente blackout quasi totali della rete, il monitoraggio dei telefoni cellulari e l’infiltrazione dei canali di comunicazione online. Sistemi di videosorveglianza intelligenti, come il progetto “Nazer”, vengono utilizzati per identificare donne senza velo e presunti leader delle proteste negli spazi pubblici.

    La magistratura non svolge alcuna funzione di garanzia. Agisce come un’estensione diretta dell’apparato repressivo. I detenuti vengono sottoposti a torture fisiche e psicologiche fino a estorcere “confessioni” televisive di collaborazione con potenze straniere. I processi sono farsa, senza diritto alla difesa, e si concludono spesso con condanne a morte per reati vaghi e ideologici come “moharebeh” (guerra contro Dio) o “corruzione sulla terra”. Amnesty International e le Nazioni Unite hanno documentato l’uso sistematico della violenza sessuale nelle carceri, inclusa Evin, come strumento di annientamento psicologico.

    La repressione colpisce anche sul piano economico e familiare. Chi sciopera o manifesta rischia il licenziamento immediato, il congelamento dei conti correnti, il sequestro dei beni. I parenti degli attivisti all’estero vengono minacciati o arrestati per imporre il silenzio. In modo particolarmente perverso, il regime utilizza l’estorsione come strumento di punizione e autofinanziamento: alle famiglie delle vittime viene richiesto di pagare il costo delle munizioni usate per uccidere i loro cari. Secondo dati di gennaio 2026, le richieste variano tra 700 milioni e 2,5 miliardi di rial per ogni proiettile, cifre insostenibili in un Paese dove lo stipendio medio è inferiore ai 100 dollari. A questi si aggiungono tangenti per recuperare i corpi dai centri di medicina legale ed evitare sepolture anonime. In alcuni casi il regime offre di “abbuonare” il debito se la famiglia accetta di dichiarare che il morto era un Basij ucciso da manifestanti “terroristi”, trasformando così le vittime in falsi martiri del sistema. Anche dopo il pagamento, i funerali sono rigidamente controllati: devono avvenire in segreto, di notte, senza manifestazioni pubbliche di lutto.

    Nonostante tutto, la resistenza continua. La repressione ha ridotto i grandi assembramenti diurni nelle piazze centrali, ma ha spinto il movimento verso forme più radicali. In alcune regioni, in particolare tra gruppi curdi e baluci, si registrano risposte armate agli attacchi dei Pasdaran, con il rischio concreto di una deriva verso il conflitto civile. La protesta sopravvive grazie alla disperazione economica e al crollo della legittimità del clero. I pochi video che riescono a superare il blackout mostrano obitori con migliaia di corpi numerati, etichette che superano quota 12.000.

    Questa brutalità non sta spegnendo la rivolta. Al contrario, sta alimentando un odio profondo e irreversibile verso il sistema degli ayatollah. Il movimento del 2026 appare meno illusorio, più cupo e più determinato: non chiede riforme, ma la fine del regime.


    2025–2026 Iranian protests
    https://en.wikipedia.org/

    As Iran’s Government Tries to Quell Protests, Accounts of Brutal Crackdown Emerge
    https://www.nytimes.com/

    2026 Iran massacres
    https://en.wikipedia.org/

    Iran protests: Trump suggests Americans should leave; over 2,400 killed, group says
    https://abcnews.go.com

    January 13, 2026: Iran protests updates
    https://edition.cnn.com/

  • Contro la Repubblica Islamica, con il popolo dell’Iran

    Per il popolo dell'Iran contro la Repubblica Islamica

    Alcune persone di estrema sinistra sono contrariate, diffidenti o incerte riguardo la protesta nazionale in Iran. Perché vedono nel regime degli Ayatollah, comunque sia, l’incarnazione di un governo sovrano e autodeterminato, preferibile a un governo in apparenza migliore, ma dipendente da potenze straniere, come lo fu lo Scià Reza Pahlavi. Inoltre, queste persone, vedono nell’Iran di Khamenei un sostenitore della causa palestinese, un contraltare a Israele in Medio Oriente, l’alleato membro di una coalizione globale alternativa all’Occidente. La simpatia per stati come l’Iran, la Russia, la Cina, non è politicamente razionale. È piuttosto la metafora di un dissenso nei confronti delle proprie elite. Qualcosa che funziona anche in quei paesi tra i dissidenti che idealizzano l’Occidente, l’America, Israele in opposizione ai propri regimi.

    Accogliamo il punto di vista dei potenziali simpatizzanti degli Ayatollah. Una simpatia che avrebbe senso all’indirizzo di un regime creativo, capace di far evolvere il Medio Oriente. Simpatia mal spesa, però, se il regime è rigido, concentrato sulla propria sopravvivenza. Interessato a bloccare il Medio Oriente, in attesa di tempi migliori (la pazienza strategica) mediante un dispositivo di alleanze (l’asse della resistenza), che congela le diverse situazioni nazionali, in Siria, Iraq, Libano e nella stessa Palestina. Una linea compatibile con il congelamento del processo di pace voluto dal Likud israeliano dai primi anni 2000. Fino al momento in cui una scheggia insoddisfatta e fuori controllo tenta una fuga in avanti, (l’attacco del 7 ottobre), senza che poi il regime conservatore sappia gestirne le conseguenze. In tal caso la caduta degli Ayatollah, non sarebbe la perdita di un prezioso alleato, ma di un fattore di conservazione e degenerazione.

    Ora, valutiamo se assumere il principio di autodeterminazione dei popoli o se intendere i popoli come pedine mosse da potenze straniere. Inteso come pedina, il popolo iraniano è mosso da Usa e Israele, il popolo palestinese è mosso dall’Iran, il popolo israeliano è solo un avamposto occidentale, il popolo ucraino è una estensione della Nato, i popoli russofoni del Donbass sono agitati dalla Russia. Solo la potenza dà soggettività. Il popolo consiste in una massa di manovra. Questo principio mette noi stessi nella medesima situazione. Quella di obbedire alle nostre elite o di tifare per le elite avversarie. Chi simpatizza per Russia, Cina, e Iran, in effetti, sta a questo gioco, al pari dei guardiani dell’Occidente. Un gioco dove il futuro non è nostro, perché noi in quanto popolo non abbiamo né forza, né potere, possiamo solo preferire un padrone a un altro.

    Ma cosa è il popolo? Ogni popolo è diviso. Tra ricchi e poveri. Centro e periferia. Città e campagne. Gruppi etnici e religiosi dominanti e altri discriminati. Quali interessi rappresenta il governo, il regime? E perché li rappresenta con metodi che lasciano tanto o poco spazio a libertà e democrazia? Il regime in Iran rappresenta gli interessi del clero sciita (gli Ayatollah stessi, alti dignitari religiosi), una burocrazia statale e militare (le Guardie della Rivoluzione), e una borghesia commerciale e fondiaria legata al regime, spesso arricchitasi tramite espropriazioni e controllo delle risorse statali, contrapponendosi alle classi popolari, ai lavoratori e alle aspirazioni di una società più laica e democratica, nonostante l’iniziale retorica rivoluzionaria di giustizia sociale. Perché, una persona di sinistra, da un punto di vista socialista, avrebbe motivo di sostenere una tale coalizione d’interessi?

    Il regime iraniano è un sistema di potere economico concreto. Le sue fondazioni religiose sono conglomerati economici, che controllano fino al 20-30% del PIL iraniano, esenti da tasse, rispondono solo alla Guida Suprema. Gestiscono industrie, immobili e risorse sottratte spesso alla vecchia borghesia o nazionalizzate, ma non per il bene comune, bensì per alimentare il clientelismo del clero. I Pasdaran non sono solo un esercito, ma una holding finanziaria. Controllano l’edilizia, le telecomunicazioni e il settore energetico. Sono, a tutti gli effetti, una borghesia militare che reprime i sindacati indipendenti per proteggere i propri profitti. In Iran, gli scioperi sono repressi col sangue e i leader sindacali (come quelli degli autisti di autobus o dei lavoratori della canna da zucchero) sono sistematicamente incarcerati.

    In Iran esisteva il più grande partito comunista del Medio Oriente. Il Tudeh, fondato nel 1941, di orientamento marxista-leninista, con una forte base tra intellettuali, operai e ufficiali militari. Il Tudeh appoggiò la Rivoluzione Islamica del 1979, per una transizione democratica e socialista. Un sostegno fatale. Nel 1983, Khomeini fece arrestare migliaia di comunisti, torturandoli e giustiziando i loro leader. Fu una operazione di chirurgia sociale che ha svuotò le fabbriche di sindacati indipendenti, per sostituirli con i Consigli Islamici del lavoro; monopolizzò il linguaggio della giustizia sociale, svuotandolo di contenuti di classe e riempiendolo di messaggi religiosi e caritatevoli; reciso il legame tra intellettualità e classe operaia, costringendo la prima all’esilio o al silenzio e la seconda a una lotta atomizzata per la sopravvivenza. Le persone come noi, democratici, di sinistra, socialisti, comunisti, nella Repubblica Islamica, devono ridursi al silenzio o alla clandestinità, altrimenti finiscono imprigionate, torturate o uccise.

    La repressione violenta è l’esperienza di centinaia, migliaia di iraniani che protestano dal 28 dicembre contro il carovita e l’oppressione integralista. Quale che sia la quota di ragione della protesta, nulla può giustificare la violenza del regime. La violenza dei regimi è contagiosa. E può contagiare anche le democrazie sempre più deboli, come abbiamo visto a Minneapolis con l’assassinio di Renee Nicole Good. Un omicidio che ci fa indignare e temere. In questi giorni, sono centinaia, forse migliaia le Renee in Iran. È un diritto fondamentale minimo, elementare che si possa protestare contro il governo senza rischiare la vita, l’incolumità, la libertà. Intere generazioni sono state annichilite nella repressione delle proteste nel 2009, 2017, 2019, 2022. Oggi questo si ripete. Si ripetono le proteste a intervalli sempre più brevi. Se il regime non sa riformarsi, questa sofferenza deve finire, il regime deve cadere.

    Un regime che punisce per legge il mancato uso dello hijab con multe elevate, sequestro dei veicoli e pene fino a 10 anni di carcere per chi sfida apertamente le norme sui social media. La polizia controlla le donne nei luoghi pubblici e attraverso tecnologie di sorveglianza per garantire il rispetto del codice di abbigliamento. Le donne affrontano restrizioni persistenti nel diritto di famiglia (divorzio, custodia dei figli), nell’accesso a determinati eventi sportivi e nella libertà di movimento. Il numero di donne giustiziate è aumentato tra il 2024 e l’inizio del 2026, con cifre che indicano un picco storico nella repressione.

    Diverse organizzazioni per i diritti umani (tra cui l’ONU e Iran Human Rights) hanno documentato l’esecuzione di circa 31-34 donne nel 2024 su un totale di oltre 900-1.000 esecuzioni complessive. Nel 2025, si è verificata un’escalation senza precedenti. I rapporti indicano che tra le 59 e le 61 donne sono state messe a morte nell’arco dell’anno. Complessivamente, le esecuzioni in Iran sono più che raddoppiate nel 2025, superando le 2.000 unità. Al 7 gennaio 2026, sono già state registrate almeno due esecuzioni femminili, tra cui quella di Soheila Azizi.

    Sfruttamento del lavoro, repressione politica, oppressione delle donne, carcere, tortura, pena di morte. Non abbiamo un motivo per sperare nella tenuta del regime, se non la paura del caos. Invece abbiamo tutti i motivi per sostenere il popolo iraniano, i lavoratori, le donne, nella loro lotta nazionale contro la Repubblica Islamica, affinché possano liberarsene.

  • Iran 2026: la rivolta del Gran Bazar

    Iran 2026: la rivolta del Bazar

    A gennaio 2026, un’ondata di proteste nazionali investe l’Iran. La causa principale è una crisi economica senza precedenti. Crollo della valuta locale, il rial, l’inflazione al 52%, raddoppio dei prezzi dei beni alimentari. I mercanti del Gran Bazar di Teheran si rivoltano e abbassano le serrande. Il malcontento per il carovita si trasforma in contestazione della Repubblica Islamica. Slogan contro la guida suprema Alì Khamenei, ripresa dei temi del movimento Donna, vita, libertà del 2022, richiesta di libertà politiche e civili, fine del governo teocratico. Molti iraniani criticano il governo per aver speso enormi risorse in armamenti e milizie regionali mentre l’economia domestica andava in rovina.

    Questa protesta, rispetto a quelle dell’Onda verde (2009) e di Donna, vita, libertà (2022), ha composizione e motivazione diverse. Oggi ci sono i mercanti del Gran Bazar di Teheran, l’ago della bilancia delle rivoluzioni iraniane (inclusa quella del 1979). Il crollo del Rial (arrivato a 1,45 milioni per 1 dollaro), ha soffocato commercianti e grossisti. Che perciò adesso si alleano con le fasce popolari più povere. Il cuore economico del paese in rivolta contro il governo. Non solo cortei, anche sit-in silenziosi in luoghi pubblici e ospedali; scioperi simultanei in settori chiave come energia e trasporti; serrate dei negozi; uso rapido e capillare dei social media, per aggirare i blackout di internet e diffondere le notizie nelle province rurali.

    A differenza del 2022, il regime usa una strategia ibrida. Concessioni economiche per svuotare le piazze, indagini sulle violenze della polizia. E repressione sul campo: 45 morti, duemila arresti. Il Presidente Masoud Pezeshkian ha ordinato alle forze di sicurezza di non reprimere le proteste puramente “economiche”. Ha ammesso pubblicamente che la colpa della crisi non è solo degli USA, ma della leadership stessa, promettendo riforme economiche e sussidi diretti. Il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha invece dichiarato che non ci sarà “alcuna clemenza”. Mentre a parole riconosce il diritto di protestare, nei fatti ha dato il via libera a una repressione violenta nelle province più agitate (come il Lorestan e l’Ilam), dove si registrano già decine di morti. Pesante l’intervento della polizia al Gran Bazar e nelle Università con uso di lacrimogeni e arresti. Raid polizieschi negli ospedali, per arrestare i manifestanti feriti, prima che possano essere curati.

    Non ci sono prove di una regia israelo-americana nello scatenare le piazze. Usa e Israele hanno già avuto un ruolo con la guerra dei dodici giorni nel giugno 2025, accentuando il forte risentimento popolare verso il governo per aver dato priorità ai finanziamenti verso milizie estere (Hezbollah, Hamas) e agli armamenti, mentre il sistema sanitario e le infrastrutture civili (colpite da continui blackout) crollano. Adesso gli Usa minacciano di intervenire, se il regime uccide i manifestanti. Israele vede l’opportunità di dare il colpo di grazia agli ayatollah. Hacker occidentali aiutano i manifestanti a mantenere l’accesso a Internet nonostante i blackout imposti dal governo. Washington ha mobilitato aerei e rifornitori nelle basi regionali. Un intervento militare diretto (bombardamenti) sarebbe giustificato ufficialmente come “difesa dei diritti umani” o per prevenire la costruzione di un’arma nucleare in un momento di caos.

    Gli effetti di un intervento militare esterno sono un’incognita. Potrebbe impedire l’uso di aviazione o artiglieria pesante contro le folle (una sorta di No-Fly Zone). Oppure far perdere legittimità ai manifestanti. Il regime può usare l’intervento straniero per etichettare i manifestanti come “traditori” e “spie”, giustificando una repressione ancora più feroce come “difesa della patria”. Potrebbe provocare la caduta rapida del regime. Oppure, risvegliare il nazionalismo patriottico difensivo anche di chi odia il regime. Potrebbe dare supporto logistico, accesso a comunicazioni satellitari e fondi per gli scioperanti. Oppure, precipitare il paese nella guerra civile, trasformando l’Iran in una nuova Siria o una nuova Libia.

    I manifestanti chiedono al mondo supporto tecnologico: garantire la connessione a Internet. Sostituire le sanzioni che affamano la popolazione con sanzioni individuali durissime contro il regime. Pressione diplomatica per fermare le esecuzioni. Con oltre 2.000 esecuzioni nel 2025, i manifestanti vogliono che i negoziati (per il nucleare o altro) siano condizionati alla fine della pena di morte per i prigionieri politici. Ritiro degli ambasciatori europei da Teheran. No all’invasione. Un’invasione di terra o bombardamenti massicci sulle infrastrutture civili alienerebbero la popolazione. Sì allo “Scudo”. Molti chiedono che gli USA e Israele esercitino una pressione tale da impedire al regime di usare l’esercito regolare o l’aviazione contro i civili. Che l’esterno faccia da “deterrente” contro una strage di massa. I manifestanti chiedono al mondo di amplificare la protesta e frenare la repressione. Lasciando però al popolo iraniano il compito di decidere il destino dell’Iran.