Contro la Repubblica Islamica, con il popolo dell’Iran

Per il popolo dell'Iran contro la Repubblica Islamica

Alcune persone di estrema sinistra sono contrariate, diffidenti o incerte riguardo la protesta nazionale in Iran. Perché vedono nel regime degli Ayatollah, comunque sia, l’incarnazione di un governo sovrano e autodeterminato, preferibile a un governo in apparenza migliore, ma dipendente da potenze straniere, come lo fu lo Scià Reza Pahlavi. Inoltre, queste persone, vedono nell’Iran di Khamenei un sostenitore della causa palestinese, un contraltare a Israele in Medio Oriente, l’alleato membro di una coalizione globale alternativa all’Occidente. La simpatia per stati come l’Iran, la Russia, la Cina, non è politicamente razionale. È piuttosto la metafora di un dissenso nei confronti delle proprie elite. Qualcosa che funziona anche in quei paesi tra i dissidenti che idealizzano l’Occidente, l’America, Israele in opposizione ai propri regimi.

Accogliamo il punto di vista dei potenziali simpatizzanti degli Ayatollah. Una simpatia che avrebbe senso all’indirizzo di un regime creativo, capace di far evolvere il Medio Oriente. Simpatia mal spesa, però, se il regime è rigido, concentrato sulla propria sopravvivenza. Interessato a bloccare il Medio Oriente, in attesa di tempi migliori (la pazienza strategica) mediante un dispositivo di alleanze (l’asse della resistenza), che congela le diverse situazioni nazionali, in Siria, Iraq, Libano e nella stessa Palestina. Una linea compatibile con il congelamento del processo di pace voluto dal Likud israeliano dai primi anni 2000. Fino al momento in cui una scheggia insoddisfatta e fuori controllo tenta una fuga in avanti, (l’attacco del 7 ottobre), senza che poi il regime conservatore sappia gestirne le conseguenze. In tal caso la caduta degli Ayatollah, non sarebbe la perdita di un prezioso alleato, ma di un fattore di conservazione e degenerazione.

Ora, valutiamo se assumere il principio di autodeterminazione dei popoli o se intendere i popoli come pedine mosse da potenze straniere. Inteso come pedina, il popolo iraniano è mosso da Usa e Israele, il popolo palestinese è mosso dall’Iran, il popolo israeliano è solo un avamposto occidentale, il popolo ucraino è una estensione della Nato, i popoli russofoni del Donbass sono agitati dalla Russia. Solo la potenza dà soggettività. Il popolo consiste in una massa di manovra. Questo principio mette noi stessi nella medesima situazione. Quella di obbedire alle nostre elite o di tifare per le elite avversarie. Chi simpatizza per Russia, Cina, e Iran, in effetti, sta a questo gioco, al pari dei guardiani dell’Occidente. Un gioco dove il futuro non è nostro, perché noi in quanto popolo non abbiamo né forza, né potere, possiamo solo preferire un padrone a un altro.

Ma cosa è il popolo? Ogni popolo è diviso. Tra ricchi e poveri. Centro e periferia. Città e campagne. Gruppi etnici e religiosi dominanti e altri discriminati. Quali interessi rappresenta il governo, il regime? E perché li rappresenta con metodi che lasciano tanto o poco spazio a libertà e democrazia? Il regime in Iran rappresenta gli interessi del clero sciita (gli Ayatollah stessi, alti dignitari religiosi), una burocrazia statale e militare (le Guardie della Rivoluzione), e una borghesia commerciale e fondiaria legata al regime, spesso arricchitasi tramite espropriazioni e controllo delle risorse statali, contrapponendosi alle classi popolari, ai lavoratori e alle aspirazioni di una società più laica e democratica, nonostante l’iniziale retorica rivoluzionaria di giustizia sociale. Perché, una persona di sinistra, da un punto di vista socialista, avrebbe motivo di sostenere una tale coalizione d’interessi?

Il regime iraniano è un sistema di potere economico concreto. Le sue fondazioni religiose sono conglomerati economici, che controllano fino al 20-30% del PIL iraniano, esenti da tasse, rispondono solo alla Guida Suprema. Gestiscono industrie, immobili e risorse sottratte spesso alla vecchia borghesia o nazionalizzate, ma non per il bene comune, bensì per alimentare il clientelismo del clero. I Pasdaran non sono solo un esercito, ma una holding finanziaria. Controllano l’edilizia, le telecomunicazioni e il settore energetico. Sono, a tutti gli effetti, una borghesia militare che reprime i sindacati indipendenti per proteggere i propri profitti. In Iran, gli scioperi sono repressi col sangue e i leader sindacali (come quelli degli autisti di autobus o dei lavoratori della canna da zucchero) sono sistematicamente incarcerati.

In Iran esisteva il più grande partito comunista del Medio Oriente. Il Tudeh, fondato nel 1941, di orientamento marxista-leninista, con una forte base tra intellettuali, operai e ufficiali militari. Il Tudeh appoggiò la Rivoluzione Islamica del 1979, per una transizione democratica e socialista. Un sostegno fatale. Nel 1983, Khomeini fece arrestare migliaia di comunisti, torturandoli e giustiziando i loro leader. Fu una operazione di chirurgia sociale che ha svuotò le fabbriche di sindacati indipendenti, per sostituirli con i Consigli Islamici del lavoro; monopolizzò il linguaggio della giustizia sociale, svuotandolo di contenuti di classe e riempiendolo di messaggi religiosi e caritatevoli; reciso il legame tra intellettualità e classe operaia, costringendo la prima all’esilio o al silenzio e la seconda a una lotta atomizzata per la sopravvivenza. Le persone come noi, democratici, di sinistra, socialisti, comunisti, nella Repubblica Islamica, devono ridursi al silenzio o alla clandestinità, altrimenti finiscono imprigionate, torturate o uccise.

La repressione violenta è l’esperienza di centinaia, migliaia di iraniani che protestano dal 28 dicembre contro il carovita e l’oppressione integralista. Quale che sia la quota di ragione della protesta, nulla può giustificare la violenza del regime. La violenza dei regimi è contagiosa. E può contagiare anche le democrazie sempre più deboli, come abbiamo visto a Minneapolis con l’assassinio di Renee Nicole Good. Un omicidio che ci fa indignare e temere. In questi giorni, sono centinaia, forse migliaia le Renee in Iran. È un diritto fondamentale minimo, elementare che si possa protestare contro il governo senza rischiare la vita, l’incolumità, la libertà. Intere generazioni sono state annichilite nella repressione delle proteste nel 2009, 2017, 2019, 2022. Oggi questo si ripete. Si ripetono le proteste a intervalli sempre più brevi. Se il regime non sa riformarsi, questa sofferenza deve finire, il regime deve cadere.

Un regime che punisce per legge il mancato uso dello hijab con multe elevate, sequestro dei veicoli e pene fino a 10 anni di carcere per chi sfida apertamente le norme sui social media. La polizia controlla le donne nei luoghi pubblici e attraverso tecnologie di sorveglianza per garantire il rispetto del codice di abbigliamento. Le donne affrontano restrizioni persistenti nel diritto di famiglia (divorzio, custodia dei figli), nell’accesso a determinati eventi sportivi e nella libertà di movimento. Il numero di donne giustiziate è aumentato tra il 2024 e l’inizio del 2026, con cifre che indicano un picco storico nella repressione.

Diverse organizzazioni per i diritti umani (tra cui l’ONU e Iran Human Rights) hanno documentato l’esecuzione di circa 31-34 donne nel 2024 su un totale di oltre 900-1.000 esecuzioni complessive. Nel 2025, si è verificata un’escalation senza precedenti. I rapporti indicano che tra le 59 e le 61 donne sono state messe a morte nell’arco dell’anno. Complessivamente, le esecuzioni in Iran sono più che raddoppiate nel 2025, superando le 2.000 unità. Al 7 gennaio 2026, sono già state registrate almeno due esecuzioni femminili, tra cui quella di Soheila Azizi.

Sfruttamento del lavoro, repressione politica, oppressione delle donne, carcere, tortura, pena di morte. Non abbiamo un motivo per sperare nella tenuta del regime, se non la paura del caos. Invece abbiamo tutti i motivi per sostenere il popolo iraniano, i lavoratori, le donne, nella loro lotta nazionale contro la Repubblica Islamica, affinché possano liberarsene.

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