• Patriarcato mediterraneo nostalgia del protettore

    Patriarcato mediterraneo nostalgia del protettore

    Può essere che il patriarcato mediterraneo susciti una qualche attrattiva in un certo femminismo “radicale”. La famiglia tradizionale fraintesa con “naturale”, non dovrebbe essere benvista, perché implica la legge del padre e la complementarità tra i sessi. Però farebbe fuori tutte le istanze della comunità LGBTQ+, giuste o sbagliate, percepite come una minaccia della inviolabilità dei corpi e degli spazi femminili. Dalle pratiche riproduttive al riconoscimento delle donne trans e la loro inclusione. Già ci è capitato di leggere frasi terrificanti come “Trump ha ripristinato i diritti delle donne!”. Senza contare, che il primato patriarcale dei nostri uomini terrebbe a bada la temuta avanzata del patriarcato “islamico”, che già inizia a “imporci” i suoi veli e le sue piscine separate. Quando perdi la fiducia nel tuo potere di cambiare il mondo, ti arrangi a scegliere il male minore. Questione di priorità.

    Rimane, come osserva Rosella Prezzo, che sul Mediterraneo si affacciano anche i paesi del Maghreb. Il patriarcato mediterraneo da solo non traccia la barriera necessaria. Sebbene, il patriarcato sia il padre di tutte le gerarchie: di classe e di razza. Una rivalutazione del colonialismo potrà fare ordine nella geografia del patriarcato, almeno sul fronte sud. Chi ha inventato la formula, ha in mente il confronto con le società dell’Europa del Nord, dove la violenza sulle donne e i femminicidi risulterebbero in dati e statistiche superiori a quanto si verifica nell’Europa del Sud. Ergo, per la qualità della vita e la stessa sopravvivenza delle donne, il “patriarcato mediterraneo” sarebbe migliore del “femminismo nordico”. In particolare, in Italia.

    È vero che alcuni dati FRA (l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali) mostrano tassi di violenza dichiarata più elevati in paesi come Finlandia (57,1%) e Svezia (52,5%) rispetto all’Italia (31,7), comunque sopra la media UE (30,7). Questo fenomeno è noto come “paradosso nordico”: paesi con alti livelli di uguaglianza di genere mostrano tassi apparentemente alti di violenza. La ragione principale è che nei paesi nordici c’è meno stigma sociale, le donne denunciano di più e i sistemi di rilevazione sono più capillari. Ciò detto, sulle donne uccise da partner o ex partner, nel 2025 il confronto tra Italia e Svezia è in sostanziale pareggio: 0,21 ogni 100mila donne in entrambi i paesi.

    Una cosa può attrarre in particolare del patriarcato mediterrano: la spiegazione consolatoria del femminicidio, peraltro negato o ridefinito come “delitto passionale”. La spiegazione racconta che gli uomini sono violenti con le donne e le uccidono, dove e quando sono deboli, non più educati alla forza, alla capacità di dominare le proprie emozioni, reggere il rifiiuto, la delusione, la frustrazione. Basta educare uomini forti, capaci di domare le passioni e sopportare i fallimenti, et voilà, invece di uccidere le donne, le proteggeranno. Ma da chi, se gli uomini diventano tutti forti e protettivi?

    La protezione, però, è la giustificazione paternalistica del potere, la tutela come forma di controllo, che non assicura di essere buono. Gli sfruttatori delle prostitute si chiamano protettori. E siamo pronti a scommettere che la prostituzione sarà un sicuro istituto del patriarcato mediterrano. Tutti i patriarcati rivendicano la protezione delle donne, compreso il più estremo patriarcato islamista, quello afghano. Cosa c’è di più protettivo di un burqa?

    Ma torniamo alla spiegazione della violenza, che sembra un po’ prendere spunto dall’analisi di una parte del femminismo. Quella secondo cui la violenza maschile non sarebbe espressione del patriarcato, ma della sua crisi e caduta. Gli uomini violentano e uccidono le donne, non perché le donne sono sottomesse, ma perché sono ormai libere ed emancipate. La violenza maschile è una reazione, una rivalsa contro la libertà femminile. Qualche praticone reazionario può ben pensare: se l’esito è così sanguinoso, allora ripristiniamo il patriarcato. Che è come dire: abbiamo fatto una frittata, torniamo all’uovo. È molto difficile che le donne ormai istruite e lavoratrici tornino a sottomettersi, anche se una parte di loro può avere paura dell’uomo nero, dell’uomo “islamico” o dell’uomo che si presenta come donna, o di tutti e tre insieme, ed essere così solleticata dall’idea di scudi, muri e fortezze. Insomma, da un desiderio di protezione.

    L’analisi femminista ha senso, la conclusione nostalgica meno. Se la causa del femminicidio fosse la scarsa virilità, la debolezza d’animo degli uomini ormai “femminilizzati” saremmo in presenza di molti altri delitti con molte altre vittime. Il professore che ti boccia a scuola; il docente che non ti fa passare l’esame all’Università; il datore di lavoro che rifiuta di assumerti o ti licenzia, il padrone di casa ti rifiuta il contratto d’affitto o ti sfratta, l’arbitro che fa perdere la tua squadra del cuore. Se l’uccisione di una donna dipendesse dalla sola incapacità di un uomo di reggere emotivamente il rifiuto, tutte le circostanze avverse e fallimentari della vita, produrrebbero una strage trasversale. Senza contare questo: le donne tradizionalmente più “deboli” degli uomini, come mai sanno reggere i rifiuti?

    All’origine della violenza e del femminicidio ci dev’essere, più che la condizione psicologica del debole maschio femminicida, la sua convinzione di fondo: lei è mia, se si sottrae al mio possesso e al mio potere, io ripristino il mio potere su di lei anche fino all’estremo, il potere di vita e di morte. Se anche l’uomo “forte” ha questa convinzione in testa, prima offre la sua protezione e quando non funziona, l’alterna con la violenza, senza escludere di giungere all’estremo. La forza è un valore, ma se gli uomini la fondano sulla protezione, quindi sul dominio, delle donne, sono punto e a capo. Infatti, ripiegano sulla negazione del femminicidio.

  • Meloni e Frederiksen, il post sui migranti e l’Europa cristiana

    Meloni e Frederiksen, il post sui migranti e l'Europa cristiana

    Giorgia Meloni e Mette Frederiksen propugnano la blindatura europea contro i migranti con un post congiunto. Una è di destra e guida l’Italia, l’altra è di sinistra e guida la Danimarca. Insieme, enfatizzano le proprie differenze per rappresentarsi come due donne leader pragmatiche, che oppongono un neutro “buon senso” all’ideologia. La loro alleanza non stupisce. Mette Frederiksen adotta una politica migratoria molto restrittiva dal 2015, da quando dirige i socialdemocratici danesi.

    Nella loro narrazione, i migranti sono solo un costo che pesa sui servizi pubblici. Anche se nella realtà i migranti, giovani in età lavorativa, sostengono il Welfare europeo. A fronte di una popolazione europea che invecchia, una forza lavoro autoctona che diminuisce, uno squilibrio tra pensionati e lavoratori attivi che si aggrava, i migranti sono una risorsa indispensabile per pagare le tasse e i contributi previdenziali, colmare le carenze di manodopera nella cura degli anziani, la sanità, l’agricoltura, l’edilizia e i servizi. Spesso sono proprio i migranti irregolari a non accedere ai servizi sociali, se non in modo limitato. Lavorano in nero o in settori informali e pagano comunque le tasse indirette come l’Iva. A volte versano i contributi previdenziali senza poi beneficiare delle corrispondenti prestazioni.

    Molti immigrati irregolari sono perciò contribuenti netti: danno allo Stato più di quanto ricevono. Numerosi studi di organizzazioni internazionali, OCSE, Commissione europea, Fondo Monetario Internazionale, mostrano che nel medio-lungo periodo l’impatto fiscale netto dell’immigrazione tende a essere positivo o neutro. Soprattutto quando i migranti sono integrati nel mercato del lavoro. Nei casi in cui i costi iniziali di accoglienza e integrazione sono rilevanti, ad esempio per i richiedenti asilo, essi sono poi compensati dai contributi lavorativi e fiscali. La “pressione sui servizi pubblici” evocata dalle due leader è spesso il frutto di tagli e sottofinanziamenti, non dell’immigrazione in sé. Scaricare la colpa sui migranti è un tipico meccanismo di capro espiatorio che nasconde le responsabilità dei governi.

    Meloni e Frederiksen passano disinvolte dal concetto di “immigrazione incontrollata” a quello di “immigrazione illegale”, per poi associarla a un aumento della criminalità. I “migranti illegali commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali”. Il passaggio tratta l’irregolarità come un reato intrinseco al migrante che varca i confini senza permesso. Reato che diventa il preludio necessario a reati più gravi. Pazienza se marginalizzazione, povertà, assenza di alternative e politiche di esclusione c’entrano ben più di qualcosa.

    L’illegalità del migrante è una costruzione giuridica deliberata. Il processo è circolare e perverso. Prima i governi xenofobi europei restringono i canali legali di ingresso, visti per lavoro, ricongiungimenti familiari effettivi, corridoi umanitari. Così, diventa impossibile per la stragrande maggioranza delle persone entrare in Europa senza violare le norme sull’immigrazione. Il risultato è una massa di persone che, per il solo fatto di essere entrate senza autorizzazione, sono “illegali”. I governi xenofobi usano questa “illegalità” amministrativa come prova della pericolosità sociale dei migranti e per giustificare ulteriori politiche repressive.

    Le due leader presentano l’espulsione, anche in deroga alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, come la “risposta concreta” che semplifica il fenomeno migratorio e la sua gestione a mera questione di ordine pubblico. L’orgoglio per aver “modificato gli equilibri nell’applicare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo” è un passaggio gravissimo. Significa: siamo riuscite a erodere le tutele giuridiche fondamentali per una categoria di persone, i cittadini stranieri. Ma la tutela dei diritti umani non dovrebbe essere soggetta a equilibri politici modificabili a colpi di maggioranza.

    Proporre “centri di rimpatrio in Paesi terzi” è “innovativo” solo nel linguaggio tecnocratico. È il tentativo di esternalizzare le frontiere e le proprie responsabilità legali e morali, creando zone di non-diritto dove la sorte delle persone viene affidata a regimi terzi, spesso autoritari, in cambio di denaro. Il meccanismo cerca di aggirare il principio di non respingimento, che vieta agli Stati di espellere, trasferire o rimandare una persona verso un paese dove rischierebbe la persecuzione, la tortura o altre gravi violazioni dei diritti umani.

    La coppia italo-danese compie un salto logico decisivo dall’immigrazione illegale ai “milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente” nei nostri paesi. Affermare “Il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei” è un avvertimento. Non si chiede solo di obbedire alla legge, ma di aderire a un modello valoriale definito in modo unilaterale e monolitico. Identificare i “valori europei” con il “patrimonio culturale cristiano” è una appropriazione identitaria volta a contrapporre ed escludere. L’Europa moderna, nata dall’Illuminismo, ha tra i suoi valori fondanti la laicità dello Stato, il pluralismo, la libertà di coscienza e di espressione, valori che sono stati spesso conquistati contro il connubio tra potere religioso e potere politico. Presentare il Cristianesimo come unico pilastro identitario è una scelta politica che emargina i cittadini europei di fede ebraica, musulmana, atea o agnostica o aderenti alle tradizioni laiche liberali e socialiste.

    L’intimazione, riferita a un astratto e generico cittadino immigrato, “non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo” è un espediente retorico. Suggerisce un’azione attiva e aggressiva da parte di una minoranza, l’imposizione della Sharia, il velo come atto di proselitismo, senza mai definirla, in modo da sollecitare una reazione difensiva e una richiesta di assimilazione totale. L’integrazione, in questa visione, non è uno scambio, ma un atto di sottomissione a un’identità monolitica predefinita.

    Il messaggio di Meloni e Frederiksen è un manifesto politico che parla di “protezione”, “sicurezza” e “valori”, intercettando e incentivando paure diffuse. Ma, la sua costruzione è intellettualmente disonesta e socialmente pericolosa. Mescola deliberatamente piani diversi, irregolarità, criminalità, differenza culturale, per creare un unico, indistinto “problema” la cui sola soluzione è un mix di pugno duro, esternalizzazione delle responsabilità e assimilazione forzata a una presunta identità cristiana. L’obiettivo non è la soluzione di problemi complessi, ma la costruzione di un consenso politico basato sulla paura e sulla definizione di un nemico esterno e interno facilmente identificabile.

    Anche a volerlo prendere sul serio, l’appello al “patrimonio culturale cristiano” non è un richiamo a un’etica, ma solo l’uso di un brand identitario svuotato del suo contenuto. Si proclamano dei valori mentre si mettono in pratica il loro esatto contrario. Se c’è un nucleo etico innegabile nel messaggio evangelico, esso ruota attorno all’’accoglienza dello straniero. “Ero straniero e mi avete ospitato” (Mt 25,35). L’identificazione di Cristo con il bisognoso, il carcerato, l’esule. Il comandamento dell’amore per il prossimo, senza distinzioni, esteso persino al nemico. La critica radicale all’ipocrisia di chi onora Dio con le labbra mentre il suo cuore è lontano dai sofferenti. La centralità della misericordia sul giudizio e sulla legge formale.

    Le pratiche rivendicate da Meloni e Frederiksen sono il contrario di questi principi. Non una diversa interpretazione, ma un rovesciamento. Il Dio che si fa ultimo tra gli ultimi è sostituito dal feticcio di un’identità culturale blindata. Il “patrimonio culturale cristiano” evocato è un guscio vuoto, usato come arma. Invece dell’insieme di valori che ispirano l’azione, accogliere, integrare, perdonare, rieducare, abbiamo un orpello da brandire contro un nemico, il musulmano, il migrante, per demarcare un “noi” esclusivo e difensivo. Un tradimento del Cristianesimo, ridotto a religione dell’ordine e della paura. Le due leader costruiscono un falso problema, l’illegale come criminale, e lo fanno indossando la maschera di una tradizione che, se presa sul serio, ne condannerebbe radicalmente ogni proposta. Questa doppia ipocrisia, giuridica ed etica, è il vero marchio di fabbrica della visione politica di Meloni e Frederiksen.

  • Il proprietario sceriffo, ariete della destra sovranista contro lo stato di diritto democratico liberale

    Legittima difesa

    La destra afferma che la difesa è sempre legittima. Dal 2006 agisce con la propaganda e con la legge per dilatare i confini della legittima difesa. Nel caso della destra sovranista al governo, il sostegno alla giustizia privata sembra contraddittorio, perché equivale a erodere il monopolio della violenza dello stato. In realtà, si tratta solo di una delega temporanea e selettiva.

    Nella visione di questa destra l’ordine viene prima della legge e l’ordine è gerarchia. Lo si vede bene nelle sue spiegazioni di tipo empatico. Lo stato di esasperazione di un gioielliere italiano (bianco) può portarlo a uccidere due rapinatori in fuga, anche se a noi non sembra più necessario. Lo stato di esasperazione di un facchino marocchino può portare la polizia a ucciderlo, con una manovra di immobilizzazione letale, anche se a noi sembra eccessivo.

    La difesa di una gioielleria da parte di un uomo adulto suo proprietario spiega l’uccisione di due rapinatori in fuga. La destra al governo promuove iniziative a sostegno del proprietario sceriffo. Critica la condanna a 14 anni, perché “sproporzionata”, anche se è la pena minima. Tenta di avviare l’istruttoria per la grazia, delegittimando in un colpo solo la Cassazione e il presidente della repubblica. Non può, e allora chiede la grazia al capo dello stato come quarto grado di giudizio. Abolisce per legge il risarcimento alle vittime se hanno subito un danno nel commettere un reato.

    La difesa di una sorella da parte di un ragazzo minorenne suo fratello, invece, non basta a spiegare l’uccisione di uno stalker che ha appena tentato un femminicidio, investendo la donna con l’auto. Qui, la destra al governo promuove iniziative, non a sostegno del ragazzo, ma prendendolo a pretesto per criminalizzare i minorenni e affermare per legge la loro imputabilità, rovesciando l’onere della prova sulla loro presunta capacità di intendere e di volere. Ossia, equiparando i minorenni ai maggiorenni.

    La destra sovranista tollera e persino incoraggia la giustizia fai da te, solo se il giustiziere è un maschio adulto proprietario minacciato da un elemento considerato marginale. Viceversa, il bracciante straniero sfruttato, maltrattato, sottopagato, stretto con i suoi simili in una catapecchia, è un criminale se si fa giustizia da solo contro il padrone che rifiuta di pagarlo. Quel bracciante neppure sente l’autorizzazione interiore a fare violenza al padrone. Al contrario, è il padrone che si autorizza a picchiarlo e finanche a ucciderlo se lui chiede di essere pagato. Come è successo ai quattro braccianti, tre afghani, un pachistano, bruciati vivi dai caporali ad Amendolara nel giugno 2026, dopo aver chiesto lo stipendio arretrato.

    La delega gerarchica alla violenza, tuttavia, è solo temporanea. Infatti, la destra sovranista al governo si comporta come un ibrido tra governo e opposizione. Non è solo una trovata demagogica per scaricare le proprie responsabilità. Questa destra si sente davvero ancora opposizione anche quando governa, perché possiede solo il potere esecutivo e legislativo, non tutto il potere. Così è nello stato di diritto democratico liberale, dove vige la separazione dei poteri. Il governo deve fare i conti con altri poteri: il presidente della repubblica, la magistratura, l’opposizione parlamentare, i corpi intermedi della società, i sindacati, le associazioni, la stampa.

    Delegare la giustizia privata a un ceto proprietario mette in discussione il monopolio della violenza, non dello stato autoritario illiberale ancora da farsi, ma dello stato democratico liberale costituito, che la destra sovranista vive come un territorio ostile anche quando lo governa. La giustizia privata del ceto proprietario aiuta la destra sovranista a scardinare le regole, le procedure, le garanzie dello stato di diritto democratico liberale, mettendo all’indice i magistrati, il presidente della repubblica, le opposizioni democratiche, la stampa indipendente. Tutti soggetti che stanno dalla parte dei “delinquenti” e contro i “cittadini onesti”.

    Se e quando lo scardinamento dello stato di diritto democratico e liberale sarà completato, insieme con l’occupazione di tutte le istituzioni da parte della destra sovranista, lo stato autoritario e illiberale sarà compiuto. Allora, la delega giustiziera al ceto proprietario verrà revocata, il monopolio della violenza dello stato sarà ripristinato.

  • Hussam Abu Safiya, il medico dell’ultimo ospedale

    Hussam Abu Safiya, il medico dell'ultimo ospedale

    Il dottor Hussam Abu Safiya è un pediatra palestinese, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, l’ultima struttura sanitaria rimasta in parte funzionante nel nord della Striscia di Gaza fino al dicembre 2024. Diventato un simbolo internazionale della resistenza civile e della tutela del diritto alla salute a Gaza, il medico è stato sequestrato il 27 dicembre 2024 dalle forze armate israeliane (IDF) durante un raid militare nel suo ospedale. Da oltre un anno e mezzo, le autorità israeliane lo trattengono in carcere in condizioni disumane, senza accuse formali, né un regolare processo. Prima del suo sequestro, il medico lavorava incessantemente per curare i neonati e i bambini di Gaza anche dopo aver subito il grave lutto del figlio Ibrahim, ucciso da un drone israeliano proprio davanti all’ingresso dell’ospedale Kamal Adwan.

    L’esercito israeliano (IDF) compì il raid contro l’ospedale Kamal Adwan dichiarando che la struttura funzionava come centro di comando operativo e roccaforte terroristica di Hamas nel nord della Striscia di Gaza. Con la stessa giustificazione, l’IDF ha provocato, nel corso della guerra contro Hamas, la sistematica interruzione dei servizi sanitari nella Striscia di Gaza, con effetti devastanti sulla popolazione civile, compromettendo o impedendo la cura di decine di migliaia di malati e feriti. Però, il personale ospedaliero, il Ministero della Salute di Gaza e diverse organizzazioni internazionali indipendenti respingono le accuse israeliane. Fonti giornalistiche internazionali, tra cui la BBC, e organizzazioni per i diritti umani evidenziano come l’IDF non abbia mai fornito prove pubbliche o verificabili dell’esistenza di cellule attive o centri di comando operativi dentro l’ospedale Kamal Adwan. Il raid comportò l’evacuazione forzata anche dei pazienti più critici, l’incendio di laboratori e sale operatorie.

    Il sequestro e la detenzione del dottor Abu Safiya, dal punto di vista israeliano, si reggerebbero sulle accuse di legami con Hamas, sulla legge militare che consente la detenzione a tempo indeterminato senza processo attraverso decreti rinnovabili ogni sei mesi, e sull’utilizzo di “prove riservate” fornite dal servizio di sicurezza, lo Shin Bet: il medico sarebbe un colonnello di Hamas, ma senza essere responsabile di atti specifici. Però, le autorità israeliane non hanno mai prodotto un atto di accusa formale, né rinviato il prigioniero a giudizio, né fissato la data di un processo regolare. Un sistema fondato su prove riservate e non accessibili alla difesa lascia inevitabilmente ampio margine all’arbitrarietà della detenzione di Abu Safiya, come degli altri medici di Gaza e di quasi tutti i prigionieri palestinesi. Un uso basato su sospetti indimostrabili, a scopo preventivo, con l’effetto di neutralizzare personale sanitario capace di garantire un minimo di cure.

    Al sequestro e alla detenzione arbitrari si aggiungono le condizioni disumane di prigionia fino a mettere Abu Safiya, vittima di gravi abusi fisici e psicologici, in imminente pericolo di vita. Il legale del medico, Nasser Odeh, è riuscito a fargli visita dopo settimane di totale isolamento e ha dichiarato che il pediatra era “irriconoscibile” a causa dei maltrattamenti subiti. Il medico in manette è stato scortato al colloquio da guardie mascherate, mostrando evidenti ecchimosi e traumi localizzati sulla testa, sul viso, sul collo e sulle orecchie. A causa delle percosse, Abu Safiya mostra una evidente debolezza fisica, parla a fatica e soffre di crisi respiratorie acute, temporanee perdite di coscienza. Lasciato quasi senza cibo, il medico ha perso circa 40 chili. I video dei suoi rari collegamenti a distanza con il tribunale lo mostrano visibilmente emaciato. Gli sono negate l’accesso alle cure e ai farmaci essenziali.

    Abu Safiya è recluso per lunghi periodi in isolamento all’interno di piccole celle sotterranee e buie, dove non ha neppure lo spazio per distendersi, completamente tagliato fuori dai contatti con la famiglia. I rapporti dei legali indicano che il forte stress psicologico, unito alle torture e alla consapevolezza del prolungamento della detenzione amministrativa fino ad almeno ottobre 2026, lo hanno portato a dichiarare di “aver perso ogni speranza di uscire vivo” dal carcere. Per queste ragioni, gli esperti dell’ONU hanno chiesto con urgenza il suo trasferimento immediato in un ospedale civile per evitargli un esito fatale.

    La prigionia di Abu Safiya è la più nota a livello internazionale, ma s’inserisce nella pratica sistematica di arresti di massa con i quali l’IDF ha sequestrato centinaia di operatori sanitari palestinesi dall’ottobre 2023. Organizzazioni israeliane per i diritti umani, tra cui Physicians for Human Rights Israel (PHRI), hanno presentato una petizione urgente alla Corte Suprema israeliana chiedendo il rilascio immediato non solo di Abu Safiya, ma di un gruppo specifico di altri tredici medici palestinesi di Gaza trattenuti nelle stesse condizioni, senza accuse e a rischio della vita. Tra questi figura il noto chirurgo ortopedico di Medici Senza Frontiere, Mohammed Obeid. Secondo i dati raccolti da reti di monitoraggio come Healthcare Workers Watch (HWW) e da agenzie umanitarie a ottobre 2025, Israele trattiene circa 80 operatori sanitari di Gaza e almeno 15 della Cisgiordania. Diverse decine sono medici specialisti, chirurghi, intensivisti, pediatri, prelevati dagli ospedali durante i raid militari.


    L’appello di Amnesty International
    Gaza: libertà per il dottor Hussam Abu Safiya

    Via libera del Consiglio comunale alla risoluzione in cui si chiede l’immediata liberazione del dottor Hussam Abu Safiya, pediatra palestinese ed ex direttore dell’ospedale Kamal Adwan

    L’appello dell’Associazione Culturale Pediatri per il Dottor Hussam Abu Safiya e per la tutela della neutralità della medicina

    Comunicato stampa dei Medici per i diritti umani (MEDU)
    La comunità internazionale deve agire: liberare personale medico detenuto illegalmente in Israele

    L’appello della comunità sanitaria italiana al Governo
    Proteggere gli ospedali nei conflitti

    Israele, la Sinistra al Parlamento europeo: “Liberare Hussam Abu Safiya”

  • Perché il campo largo farebbe meglio a fare a meno di Renzi

    Perché il campo largo farebbe meglio a fare a meno di Renzi

    Elly Schlein vuole Matteo Renzi nel campo largo. Dal punto di vista logico-matematico ha ragione. Centrodestra e centrosinistra sono dati in pareggio. Per pochi punti, l’uno può prevalere sull’altro. Italia Viva vale circa il 3%, che forse potrebbe valere qualcosa di più se attraesse gli elettori di “sinistra” o “anti-destra” delle altre formazioni centriste. Quelli non convinti dall’eventuale avventura solitaria di Calenda e Marattin. Oltre il dato percentuale, conta il dato politico-culturale: Italia Viva nel centrosinistra rappresenterebbe l’area “riformista”. L’idea stessa di campo largo mira ad allargare il più possibile il campo democratico contro la destra, come un fronte nazionale o costituzionale. Perché Matteo Renzi non dovrebbe farne parte? La valutazione contraria ha le sue buone ragioni.

    La prima è che il 3% renziano potrebbe essere neutralizzato, o addirittura superato in negativo, dalla quota di antirenziani che il campo largo perderebbe se comprendesse Italia Viva. Una parte della sinistra identifica Renzi con politiche istituzionali e sociali di destra. Dal tentativo di abolire il Senato per rafforzare i poteri dell’esecutivo, all’abolizione dell’articolo 18 con il Jobs Act, che ha aggravato la precarizzazione del lavoro.

    Ma quel che è deleterio in Renzi, oltre le sue politiche, e che lo distingue da molti leader di sinistra moderati, è il profilo retorico e antropologico. Un modo di porsi che risulta provocatorio e antipatico verso la sinistra. Il 19 giugno, alla festa Fiom di Bologna, il giornalista Marco Damilano ha chiesto a Schlein, Conte e Fratoianni se la foto del campo largo non andasse allargata anche a Renzi: la platea ha risposto con un boato di no, prima ancora che i tre potessero rispondere.

    Ciò detto, il leader di Italia Viva ha problemi soprattutto con il M5S, il principale partito di opposizione al governo Renzi tra il 2014 e il 2016. Renziani e grillini si sono sempre reciprocamente percepiti come avversari principali. Lo stesso Renzi è stato l’artefice della caduta del secondo governo Conte.

    Qui arriviamo al secondo motivo. Se Italia Viva fosse numericamente decisiva per la vittoria del campo largo, potrebbe poi diventare determinante per la stabilità del suo governo. Questo richiede una grande fiducia in Matteo Renzi. Ma l’esperienza insegna a non averne. Renzi ha costruito la sua fortuna politica scardinando le carriere altrui.

    Nel 2011-2013, ha debuttato come rottamatore, in particolare contro D’Alema. Nel 2014, ha fatto cadere il governo di Enrico Letta per prendere il suo posto a Palazzo Chigi. Dopo le elezioni del 2018 ha impedito a priori ogni tentativo di alleanza tra PD e M5S, favorendo la formazione del governo giallo-verde. Nel 2019, dopo il comizio di Salvini al Papeete, ha ribaltato completamente la sua prospettiva, favorendo l’alleanza tra PD e M5S, salvo poi, una volta nato il governo giallo-rosso, lasciare il partito e fondare Italia Viva. Una scissione senza neppure un casus belli, dato che il PD di Zingaretti si era ancora una volta adeguato alla sua linea, per mantenere l’unità del partito, anche a costo di smentire se stesso.

    L’obiettivo dichiarato da Renzi era replicare l’operazione di Macron con En Marche contro il Partito Socialista francese: cannibalizzare il PD attraendone l’elettorato riformista. Non gli riuscì, ma quando, nel 2023, arrivò alla segreteria Elly Schlein, Renzi tornò ribadirlo, convinto che ora i riformisti del PD sarebbero transitati in massa verso Italia Viva. Due anni prima, nel 2021, tolse la fiducia al governo Conte, affinché i fondi del PNRR fossero gestiti da un governo tecnico di unità nazionale, rimettendo così in gioco la destra nella gestione delle risorse. Nel 2022 tentò l’alleanza organica con il solo Calenda, per poi affossarla nel 2023 quando venne al dunque il nodo del partito liberaldemocratico unificato. Oggi vediamo Renzi aver maneggiato nel dividere Vannacci da Salvini, per tentare di mettere in crisi tutto il centrodestra.

    Cosa lascia pensare che l’iperattivismo tattico di Renzi si fermi dopo un’eventuale vittoria del campo largo, con lui stesso in posizione determinante? Questo leader resta fondamentalmente un democristiano, tale è la sua origine, convinto che l’Italia si governi dal centro. Che a Palazzo Chigi sieda Elly Schlein o Giuseppe Conte, Renzi continua a preferire lo schema del governo Draghi. Cosa gli impedirebbe di agire per tornarci? Se sarà Conte a guidare il governo, troverà in Renzi un avversario naturale. Se sarà Schlein, le risulterà forse umanamente più compatibile, ma già da mesi Renzi promuove pubblicamente, come alternativa a lei, la leadership della sindaca di Genova Silvia Salis.

    Forse Elly Schlein vede in un campo largo così eterogeneo, con rivalità irrisolte, la condizione ottimale per porsi come punto di equilibrio. Ma questa posizione potrebbe costarle un impiego di tempo ed energia molto logorante, specie se i due leader, Conte e Renzi, non le riconoscono la necessaria autorità, e anzi vedono in lei chi occupa il posto che spetterebbe a loro. Per tutte queste ragioni, il campo largo farebbe meglio a fare a meno di Renzi. Sarebbe un campo solo un po’ più stretto. Ma almeno sarebbe un campo sminato.

  • Appunti sul successo del generale Vannacci

    Appunti sul successo del generale Vannacci

    Se parlarne o meno

    Esiste l’idea che il successo di Roberto Vannacci sia provocato dall’enfatizzazione mediatica promossa dai suoi stessi avversari. La cosa giusta da fare sarebbe ignorarlo, per non regalargli pubblicità. Questa mossa presuppone il controllo totale della comunicazione politica. Basti ricordare che il generale ha guadagnato i primi titoli sui giornali quando il suo libro auto pubblicato “Il Mondo al contrario” era ormai in testa alla classifica dei libri più venduti su Amazon. Il testo veicolava luoghi comuni reazionari sulle donne, gli omosessuali, i migranti. Il suo prodotto era cresciuto da solo e, con o senza l’aiuto dei media, sarebbe cresciuto ancora, come molti anni prima, nell’oscurità mediatica, era cresciuta la Lega di Umberto Bossi.

    Se i media canalizzano e accelerano questo tipo di prodotto è perché intercettano una massa critica di risentimento nel Paese. Se non ci fosse, il solo sovraccarico mediatico non potrebbe reggere a lungo la promozione di un fantoccio. Nell’interazione tra quel tipo di leader e i media, il vantaggio è reciproco. Il leader divulga il suo messaggio, il media ottiene audience. Si discute se Lilli Gruber sia stata efficace nell’intervistare Vannacci, ma per lei è andata bene comunque, perché ha fatto il 10% di share. Con un altro leader non le sarebbe riuscito. L’enfatizzazione mediatica non ha il potere di spingere un peso morto. Se questo leader ha successo vuol dire che, nonostante o in forza delle sue idee mortifere, è un fenomeno vitale. Ignorarlo equivale a fare lo struzzo.

    Se torna utile per dividere la destra

    Secondo retroscena giornalistici, Matteo Renzi avrebbe spinto il generale Vannacci a uscire dalla Lega e fondare Futuro Nazionale. Se il nuovo movimento rimane fuori dal centrodestra, gli sottrae voti e avvantaggia il centrosinistra. Invece, se entra nel centrodestra lo radicalizza, facendogli perdere i voti di centro; anche così avvantaggerebbe il centrosinistra. Sul piano tattico sembra intelligente, sul piano strategico potrebbe non esserlo. Futuro Nazionale può indebolire anche il centrosinistra, sottraendo voti al M5S. Il PCI non ha mai perseguito la divisione della DC, perché la considerava una diga antifascista. Il centrodestra non è la DC, ma al peggio non c’è mai fine. Destabilizzare la parziale istituzionalizzazione del centrodestra potrebbe generare dei mostri. Il modello renziano è Nigel Farage che ha cannibalizzato il partito conservatore in Gran Bretagna. Ma Nigel Farage ha già provocato la Brexit e in un prossimo futuro potrebbe conquistare Downing Street.

    I ragionamenti intorno a Vannacci trattano di una forza del 5%. Ma questa forza, che oggi ha superato la Lega nei sondaggi, può scalare il centrodestra. Abbiamo già visto, tra il 2013 e il 2022, che i populismi italiani, passati per la prova del governo, possono travasarsi da uno all’altro. Da Forza Italia al M5S alla Lega a Fratelli d’Italia. Entro le elezioni del 2027, Futuro Nazionale può diventare la nuova forza assorbente del populismo. Quando i populisti italiani vanno al governo si danno una patina di moderazione istituzionale, diversamente da Trump, Orban, Milei, che anche al potere continuano a recitare la retorica originaria.

    Così, la parte di elettorato delusa dal governo Meloni, invece di rifluire nell’astensione, può rivolgersi a Vannacci. Adesso che il ritorno degli eredi del fascismo al governo è stato sdoganato da una rassicurante figura femminile come Giorgia Meloni, l’estrema destra può ridarsi una leadership più virile e consona alla propria subcultura. Così, se a destra ci sarà l’accordo o meno, dipenderà anche da questo conflitto. Se FdI valuterà di poter meglio difendere il proprio primato tenendo il generale fuori o dentro la coalizione. Fuori, può far perdere il centrodestra, dentro può scalarlo.

    L’effetto rincorsa

    Intanto, gli slogan di Futuro Nazionale arretrano il dibattito pubblico in senso autoritario, razzista e sessista. La remigrazione non è solo respingimenti e rimpatri, è la deportazione collettiva di immigrati ormai integrati, di seconda generazione, persino cittadini italiani. Il suo modello è l’ICE di Trump. Limitarsi a sfidare Vannacci sul piano pratico “Come lo fai?” è pericoloso. Si rischia di dargli ragione in termini valoriali “Si, andrebbe fatto, ma non si può” e di spingere lui e la destra a dimostrare che invece si può, spostando sempre un po’ più in là la soglia della crudeltà e della violazione dei diritti umani. Tutta la politica migratoria europea e italiana degli ultimi trent’anni somiglia alla storia della rana bollita. Negare il femminicidio, le quote rosa, valorizzare la libera scelta della casalinga ridà fiato al maschilismo revanschista. Lega e FdI saranno indotti a riaccentuare i loro tratti fascistoidi per reggere la concorrenza.

    Il movimento di Vannacci e la radicalizzazione di una parte del centrodestra nell’insieme saranno forse solo una minoranza. Ma possono essere una minoranza determinata che si aggrega, si mobilità, trova una esplicita legittimazione e rappresentanza politica. È una parte ampia di società italiana per la quale il fascismo ormai è attraente e quel che eventualmente non attrae può essere metabolizzato. Non è scontata la fuga dei moderati, in Italia i cordoni sanitari sono saltati da molto tempo. Troppe persone soffrono la vecchiaia, la solitudine, la povertà materiale ed esistenziale. Quando parliamo dell’integrazione degli immigrati di altre culture, spesso trascuriamo che la nostra stessa società tende alla disintegrazione sociale e culturale.

  • Maschilismo, bandiera dell’estrema destra

    Maschilismo, bandiera dell'estrema destra

    Il maschilismo esiste sia a destra, sia a sinistra. Con questa differenza: un maschilista di sinistra è incoerente, un maschilista di destra è coerente. Perciò, il maschilismo come bandiera identitaria può funzionare solo a destra.

    Succede così che al lancio di una formazione politica di estrema destra come Futuro Nazionale, il suo leader, Roberto Vannacci, voglia qualificare l’iniziativa anche con dichiarazioni maschiliste. Per esempio: il femminicidio non esiste, esiste solo l’omicidio; le quote rosa vanno abolite, le persone devono essere elette solo per il merito e non per il sesso; le donne devono essere libere di scegliere di dedicarsi interamente ai figli, alla famiglia, alla casa; indicare Giorgia Meloni con le ginocchiere davanti a Trump e Netanyahu, o definirla cortigiana, non è sessista, è solo una sfumatura di linguaggio. Fare affermazioni di questo tipo funziona come catalizzatore di un atteggiamento subculturale ostile al femminismo, al pari di altre affermazioni che possono coalizzare gli anticomunisti, i razzisti, i novax.

    Queste affermazioni travisano la neutralità. Il femminicidio non indica il sesso della vittima, ma il movente dell’assassino: giustiziare la donna che viola il codice patriarcale di possesso e subordinazione. Le quote rose non eleggono donne incompetenti, ma arginano le quote blu: l’elezione sproporzionata di uomini favoriti dall’essere maschi, già integrati in reti e cooptazioni maschili, che premiano il merito della fedeltà e dell’affinità al capo. Molte casalinghe, soprattutto nel Mezzogiorno, sono tali, non per libera scelta, ma per mancanza di lavoro, asili nido e servizi sociali. Oberate dal carico di cura familiare, senza reddito e previdenza, sono a rischio di subalternità e violenza economica contro ogni loro libera scelta. La caricatura della cortigiana o delle ginocchiere, non è una sfumatura di linguaggio, ma il solito attacco contro una donna, che allude al corpo, la sottomissione sessuale, la moralità. Impensabile contro un uomo. Seppure fosse pensato, diverso sarebbe l’effetto nell’immaginario pubblico.

    La forza di questi travisamenti non sta nella logica, ma nella capacità di offrire una contro-narrazione facile a un pubblico che si sente minacciato dal cambiamento sociale. Ogni volta che qualcuno deve spiegare perché “femminicidio” è un termine utile, perché le quote rosa non sono un’ingiustizia contro gli uomini, perché una rappresentazione può essere sessista, la spiegazione è già sconfitta. Nel ring della comunicazione politica social-mediatica, chi spiega perde contro chi afferma. Perché la spiegazione è percepita come complicata, pedante, professorale, politicamente corretta, un’arrampicata sugli specchi. L’affermazione secca, invece, suona come verità semplice, schietta e coraggiosa. È il principio dell’asimmetria della stronzata: l’ammontare di energia necessario per confutare una sciocchezza è un ordine di grandezza superiore a quello necessario per affermarla e diffonderla. La contro-narrazione di destra afferma e diffonde che il maschilismo non è oppressione, ma resistenza.

    Cosa significa puntare su slogan maschilisti? Futuro Nazionale è stimato al 5%. Se il maschilismo esplicito, pur minoritario, in declino, copre un’area più ampia, sul 30%, il margine di crescita diventa notevole. Una ipotesi più inquietante è quella del riflusso culturale. Aggredire concetti che sembravano acquisiti misura i riflessi della società. Se la reazione è debole, se l’indignazione rimane confinata nel progressismo, mostrarsi maschilisti non è più un suicidio politico. La provocazione normalizza il tabù: una volta pronunciata la frase irricevibile, la volta successiva diventerà discutibile, e quella dopo sarà considerata “una posizione come un’altra”. In un altra ipotesi, il maschilismo è un cuneo nel centrodestra per sfidare e logorare la sua leadership femminile. Se davanti alle provocazioni maschiliste, Meloni tace, rischia di sembrare debole o complice; se reagisce, rischia di allinearsi alla retorica di sinistra. La risposta individualista “io non sono come le altre” può precluderle la solidarietà femminile.

    Meloni ha usato il codice penale per fare incontrare la destra e i diritti delle donne. Utero in affitto reato universale. La sovrapposizione tra la destra, per la famiglia naturale, e parte del femminismo, contro la mercificazione e la rottura della relazione materna, è blindata dall’asse con il Vaticano. Femminicidio reato autonomo punibile con l’ergastolo. La legge non previene, ma interviene quando il sangue è già versato, tuttavia l’impianto simbolico regge. Così, l’irruzione contro il concetto di femminicidio mina il secondo ponte normativo tra destra e consenso femminile. Il terzo ponte, la legge contro la violenza sessuale incentrata sul consenso, in linea con la Convenzione di Istanbul, era già stato impedito da Salvini. La riforma, non si limitava a punire il mostro, ma toccava il nucleo del potere maschile, il controllo sul corpo femminile e la fine della giustificazione della “zona grigia”, quindi i reazionari si sono ricompattati contro.

    Quale potrà essere la reazione delle donne? Di recente, abbiamo assistito a paradosso: le femministe di destra. Esponente di spicco è la ministra Eugenia Roccella. L’origine del fenomeno sta nella crescita e nelle divisioni del femminismo. La sinistra, pur con il suo modo evitante, è sembrata schierarsi con le ideologie della parità, queer e transfemministe, isolando quel femminismo radicale gender-critical, no gpa, sensibile alla causa delle madri separate. La destra si è appropriata della retorica del femminismo radicale. Ed è parsa difendere la differenza sessuale, il valore della maternità, il potere generativo delle donne, l’inviolabilità e indisponibilità del corpo femminile. Ha così offerto una casa politica alle femministe radicali, che si sono sentite alienate dalle derive più fluide e post-moderne della sinistra. Se le femministe a sinistra da sempre agiscono conflitti, le femministe a destra sono parse finora abbastanza allineate.

    C’è poi una questione che va oltre il rapporto tra i sessi: il rapporto con gli immigrati stranieri, in particolare di origine africana e mediorientale. Una parte delle donne femministe vede gli immigrati maschi come portatori di valori patriarcali più arretrati. Soprattutto i musulmani, associati al velo islamico e percepiti come una minaccia diretta ai diritti e alla libertà delle donne. Una manifestazione di questo orientamento sono le femministe filoisraeliane, nonostante il genocidio di Gaza. Il conflitto israelo-palestinese è da loro depoliticizzato: smette di essere una disputa su terra, occupazione militare e autodeterminazione. Viene ridefinito come la prima trincea di uno scontro di civiltà tra l’Occidente libero e democratico e l’Islam oscurantista.

    Così, non è scontata la reazione delle donne al maschilismo revanchista nostrano. Sia perché le donne, oltre a essere donne, sono anche altre cose e s’identificano con la nazionalità, la classe sociale, la religione, l’ideologia politica e culturale. Sia perché, nel rapporto con la diversità, può tornare in auge il nucleo fondamentale di quel meccanismo che ha indotto le donne, per migliaia di anni, a dare un sostegno anche solo parziale al patriarcato. Ossia, l’avere paura di un gruppo di uomini e chiedere la protezione di un altro gruppo di uomini. Il maschilismo degli uomini più familiari appare più tollerabile. Il generale Vannacci, in effetti, si presenta come un uomo della famiglia naturale.

  • La tassa patrimoniale e i suoi nemici

    La tassa patrimoniale e i suoi nemici

    La proposta di una tassa patrimoniale apre la discussione sulla redistribuzione della ricchezza, perché in Italia e nel mondo occidentale la ricchezza è sempre più concentrata. Il 10 per cento della popolazione possiede il 60% della ricchezza. La apre anche sulla funzione sociale di una ricchezza sempre più derivata dalla finanza e sempre meno investita in economia reale. Quindi, tassare il patrimonio può ridurre la diseguaglianza e incoraggiare gli investimenti.

    A questa proposta, però, si oppongono tre obiezioni. 1) Tassare i grandi patrimoni porta pochi introiti, quindi è una misura inutile. 2) Se tassi i grandi patrimoni, questi si trasferiscono all’estero, quindi è una misura controproducente. 3) Se tassi i grandi patrimoni, questo è solo l’inizio, poi vorrai tassare anche i patrimoni del ceto medio, quindi è una misura che minaccia il risparmio, invece di aiutare gli italiani a formarsene uno.

    Ma, se tassare i grandi patrimoni sopra i due milioni di euro con un’aliquota dell’1% porta pochi introiti, si potrebbe alzare l’aliquota. Tuttavia, cosa vuol dire pochi introiti? Anche un gettito di soli 5-10-15 miliardi, in un discorso di finanza pubblica, sarebbe utile per realizzare delle cose o per evitare dei tagli sociali importanti. Quante sono le tasse che portano poco gettito? Cosa vorrebbe dire eliminarle tutte insieme, perché tanto ciascuna incassa poco?

    Poi, se tassare i grandi patrimoni, provoca il trasferimento all’estero, si può immaginare di tassare la cittadinanza, come negli Usa, quindi il proprietario italiano che trasferisce all’estero i suoi beni, in quanto cittadino italiano verrebbe comunque tassato dall’Italia. Bisogna, inoltre, vedere se una tassa all’1% vale la pena e la spesa di trasferire i propri patrimoni all’estero. Senza considerare che solo i patrimoni liquidi sarebbero trasferibili, non quelli immobili. La stessa misura adottata da un paese può essere adottata da altri paesi, e un coordinamento europeo può inibire la fuga di capitali.

    Infine, se tassi i grandi patrimoni poi vorrai tassare anche i patrimoni medi e piccoli. Questo è ciò che avviene già con l’IMU, la tassa sul bollo auto, il canone RAI, imposta di bollo sui conti correnti e depositi titoli. Sono tasse regressive proporzionali al bene posseduto e non alla ricchezza complessiva. È proprio l’escludere le grandi ricchezze dalla tassazione che obbliga lo stato a tassare il ceto medio e i lavoratori. Più si adotta un principio di progressività fiscale, più è possibile ridurre le tasse per chi ha meno.

    L’effetto concreto delle tre obiezioni è quello di chiudere la discussione: i super ricchi, i grandi patrimoni, la grande proprietà privata non si toccano. Ma questo nel tempo sarà sempre meno sostenibile, se non al prezzo di una sempre maggiore instabilità sociale. Perché l’Italia ha un debito pubblico sempre più grande e una spesa pubblica che non può ridursi, perché la popolazione invecchia e la quota degli anziani cresce in proporzione alla quota degli adulti e dei giovani. Inoltre, l’Italia, come gli altri paesi europei, vuole aumentare la spesa militare. Come si sostiene tutto questo se non recuperando l’evasione e, soprattutto, ripristinando il principio della progressività fiscale?

  • Farsi concavi, perché alla fine vincono i barbari

    La paura dei migranti o l’interesse a sfruttarli sono all’origine della maggior parte dei problemi di sostenibilità dell’accoglienza. O meglio, della sua mancanza. Più rastrelli, imprigioni, respingi, rimpatri, più produci clandestini, degrado, conflitti. Di fronte all’immigrazione, che ci piaccia o meno (e a me non dispiace), è meglio farsi concavi che convessi.

    Ogni essere umano che voglia spostarsi da un territorio all’altro deve poterlo fare. I capitali si spostano per tutto il mondo alla ricerca degli investimenti migliori. Le merci si spostano alla ricerca del miglior acquirente. Anche i lavoratori devono potersi spostare alla ricerca della migliore offerta di lavoro. Gli esseri umani hanno più motivi per volersi spostare. Alcuni fuggono dal peggio. Di fatto sono cacciati dalla guerra, la dittatura, la miseria, i cataclismi. Altri desiderano il meglio. Sono attratti dalla libertà e dal benessere e vogliono contribuirvi. Noi, italiani ed europei, siamo sia paesi di emigrazione, sia paesi di immigrazione. Così come lasciamo andare i nostri abitanti nativi, possiamo accogliere come nuovi abitanti gli immigrati stranieri.

    Nel linguaggio della paura, questa idea viene mostrificata come immigrazione incontrollata o immigrazione clandestina. Ma questi caratteri negativi (incontrollata e clandestina) non sono prodotti da chi vuole arrivare, ma da chi vuole respingere. Tutta l’immigrazione, indipendentemente dal suo flusso, può essere controllata, se si è disposti a garantire le vie d’accesso legali, a registrare chi arriva, a organizzare la redistribuzione volontaria dei migranti tra i paesi europei e, all’interno dei paesi, tra le regioni, le province, le città, i villaggi.

    Una parte dei nuovi arrivati può essere impreparata. Allora, noi possiamo investire nella loro formazione scolastica e professionale, per avere nuovi lavoratori, professionisti, imprenditori qualificati. I costi non devono spaventare. L’OCSE e la Banca Mondiale documentano il contributo fiscale netto positivo dell’immigrazione regolare nel medio periodo. I costi verrebbero quindi ripagati dalla ricchezza prodotta dagli immigrati e sarebbero comunque equivalenti o persino inferiori ai costi della macchina dei respingimenti e dei rimpatri forzati. Con la differenza che genereremmo lavoro, cultura, benessere e potremmo essere orgogliosi della nostra civiltà e della sua capacità di accogliere e integrare, invece di generare morte, prigionia e sofferenza, per poi doverci vergognare del nostro imbarbarimento chiuso in una fortezza dal benessere declinante, assediata da moltitudini di disperati.

    La macchina dei respingimenti e dei rimpatri produce ciò che vuole combattere: la clandestinità di massa. Con tutti i problemi sociali che comporta: degrado urbano, conflitti comunitari, caporalato. Respingere significa decine di migliaia di morti in mare, decine di migliaia di prigionieri nei campi di concentramento nelle frontiere esternalizzate. Mafie che lucrano nel traffico di esseri umani. Questa politica violenta ha la sua logica perversa. Il razzismo garantisce, non l’esclusione dei migranti, ma l’esclusione dai diritti, quindi lavoratori schiavi. Offre manodopera sottopagata a un blocco sociale di padroncini e di consumatori di prodotti a basso prezzo e offre un capro espiatorio a quel pezzo di società più frustrata, che trova momentaneo sollievo nel prendere a calci qualcuno.

    All’interno degli stati, le persone si muovono liberamente da una città all’altra, da una regione all’altra, i cambi di residenza, di domicilio, di lavoro, sono registrati e nessuno vede in questo una immigrazione incontrollata. Nessuno teme che la città più ricca debba accogliere tutti gli abitanti delle città più povere. Lo stesso succede nell’Unione Europea, nelle confederazioni sovranazionali, negli Stati Uniti. Perché non dovrebbe succedere lo stesso a livello di tutte le nazioni e di tutti i continenti? Non ci sono motivi razionali per volerlo impedire. C’è solo la paura o l’interesse dello sfruttamento. Il razzismo imbarbarisce quelle società che vogliono sottomettere i barbari o difendersi dal loro fantasma. Ma sappiamo già come va a finire: alla fine vincono i barbari. E io, comunque, faccio il tifo per loro.

  • Rifondazione Comunista trentacinque anni dopo

    Rifondazione Comunista trentacinque anni dopo
    www.molfettaviva.it

    L’elezione di Manuel Minervini, comunista di 36 anni, a sindaco di Molfetta, con la lista del PRC, la più votata del campo largo, le discussioni che ne sono seguite, mi ha riportato alla mente la vicenda del suo partito, a cui sono stato legato per lungo tempo e che forse rimane, affettivamente, ancora il mio partito.

    Sono stato iscritto a Rifondazione Comunista dal 1991, anno della sua fondazione, al 2009, l’anno della Federazione della Sinistra (Prc-Pdci). Smisi di tesserarmi, non perché consumai una rottura, ma per esaurimento. Non fu neanche una decisione: saltai una riunione, poi un’altra, mi scordai di rinnovare la tessera e piano piano mi allontanai, come una barchetta alla deriva. Ero sempre comunista, e lo sono ancora, ma non avevo più il senso dell’identità. Non c’era più un partito con cui identificarmi (anzi, ce n’erano ormai troppi, tanti piccoli partiti comunisti) e meno che mai uno stato: l’Urss era caduta nel 1991, senza che poi sembrasse né realistico, né bello restaurarla. Ma ricordo il dolore, la notte del 25 dicembre 1991, nel vedere la bandiera rossa ammainarsi per sempre dal Cremlino.

    Nel 2009, 2010, non ero più uomo di partito, né seguace di una ideologia, il comunismo lo mantenevo come un ideale, un orizzonte etico. I social appena nati mi aiutarono con l’effetto specchio. Osservavo i profili che postavano foto e messaggi celebrativi di altri movimenti: il PSI di Craxi, il PRI di La Malfa e Spadolini, la Democrazia Cristiana di De Gasperi, Fanfani e Moro, il Partito Radicale di Pannella. Non volevo essere l’equivalente comunista di questi qui. C’era un contrasto stridente e grottesco tra la statura grande che veniva ricordata e la statura piccola che lo ricordava, pur innalzandosi sui tacchi della nostalgia. Quali che fossero, bisognava riappropriarsi delle proprie reali dimensioni. Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer. La genealogia era finita. Proclamarsi eredi, continuatori, addirittura rifondatori, era da presuntuosi o da impostori.

    La Rifondazione alludeva non solo alla rifondazione di un grande partito comunista di massa, ipotesi già molto improbabile, ma persino alla rifondazione del pensiero, la cultura, la teoria comunista. Un’impresa che avrebbe richiesto l’opera di nuovi giganti dello spessore di Marx, Engels, Lenin, Gramsci e di condizioni storiche paragonabili a quelle che li avevano prodotti. Noi eravamo guidati da bravi dirigenti un po’ in là con gli anni: Cossutta, Garavini, Libertini, Salvato, Serri, poi Magri, Castellina e Bertinotti. Superiori a molti leader di oggi, ma inferiori a quell’impresa. Per tacere del personale politico a livello locale. Parlo di Torino. I più bravi avevano meno potere, tipo Ferrero, Turigliatto, Papandrea o Artesio, Sestero, Montalto. Avevamo come segretario Marco Rizzo, oggi aspirante leader rosso-bruno. Un tale gli ha scritto: i compagni che lottavano con te trent’anni fa, ora si vergognano. Io mi vergognavo già trent’anni fa.

    Rifondazione era una scelta di cuore, la testa si adattava. Poi non c’erano belle alternative. Il Partito democratico della sinistra (PDS) era blairiano. I verdi e la Rete erano piccoli movimenti di collocazione incerta, i verdi erano pure divisi in due. Però, avremmo potuto rappresentarci per quel che eravamo: un partito di resistenza comunista, in difesa degli interessi di una classe operaia in declino, che non aveva più il senso di nessuna missione storica e dei nuovi lavoratori precari la cui organizzazione era tutta da inventare. Ricordo, a scapito del PRC, alcuni punti deboli strutturali: l’organizzazione del partito, la collocazione nel sistema politico, la rappresentanza sociale, la cultura politica e il rapporto con il passato.

    Il PCI era una struttura centralizzata governata con il centralismo democratico. La linea politica era una sintesi o una decisione a larga maggioranza, le minoranze dovevano adeguarsi e non potevano organizzarsi in correnti. Il PRC era un assemblaggio di correnti. Voleva essere come il PCI togliattiano, ma in realtà era come il PSI pre-craxiano. Il centralismo democratico veniva fatto calzare a un frazionismo esasperato, come la scarpetta di Cenerentola alle sorellastre. Risultato: un susseguirsi di spaccature e scissioni.

    Quando il PRC nacque nel 1991, c’era ancora la cosiddetta “prima repubblica” con il sistema elettorale proporzionale, poi abolito nel 1993 dal referendum Segni. Dal 1994, il sistema elettorale diventa maggioritario e per il PRC inizia l’eterno dilemma, che segnerà ogni congresso: ci collochiamo dentro o fuori l’alleanza di centrosinistra? Il dilemma era terribile, perché ci costringeva a scegliere tra il compiere l’atto dovuto di sostenere la sinistra moderata e il fare il gioco della destra, andando da soli.

    Rifondazione raggiunse il suo massimo storico nel 1996 con l’8,6%, eppure era collocata all’estrema sinistra parlamentare, non poteva pensare come il PSI di Craxi, secondo cui con il 10% si possono fare grandi cose, perché non poteva essere l’ago della bilancia: se rompeva un’alleanza, non poteva farne un’altra, poteva solo rimanere emarginata. Credo sia questo uno dei motivi, per cui parte dell’elettorato comunista si rivolse al M5S negli anni 2010. Per scambiare l’ideologia con la libertà di manovra.

    La storia andò così. Governo Dini (1995), PRC fuori. Governo Prodi 1996-1998, PRC dentro con la formula della desistenza. Governi D’Alema e Amato 1998-2001, PRC fuori. Governi Berlusconi 2001-2006, sinistre divise all’opposizione. Governo Prodi 2006-2008, Prc dentro organicamente. Governi successivi, PRC fuori dal parlamento. Il PRC non decise mai stabilmente la propria collocazione parlamentare, dentro o fuori il centrosinistra. Oscillò all’interno della stessa legislatura e di legislatura in legislatura. Finché furono gli elettori a decidere di metterlo fuori dal parlamento, perché la linea oscillante finiva per rendere il partito irrilevante sia dentro che fuori. Peraltro, ogni oscillazione si presentava come un salto logico. Se prima eravamo fuori, perché adesso siamo dentro? E viceversa.

    Intorno al dentro/fuori si articolava la dialettica interna e la selezione del gruppo dirigente. Stare fuori dalla maggioranza Dini (1995) ha significato fare fuori Garavini e Magri e tutto il gruppo ex PdUP. Rompere con Prodi nel 1998 ha significato fare fuori Cossutta. Stare dentro nel 2006, ha significato fare fuori la componente di Maitan e Turigliatto. La scelta di stare dentro o fuori s’intrecciava con la contesa sul controllo del partito. Il PRC è sembrato stabilizzarsi quando non c’era più nessuno da far fuori, ma a quel punto è stato fatto fuori. Il dentro/fuori corrispondeva a una posizione esterna/interna. Ma non ha mai corrisposto a una strategia.

    Rifondazione, senza una forza elettorale sufficiente, e senza una linea stabile finalizzata, non riusciva a rappresentare la sua base sociale, nel senso in cui riusciva a rappresentarla il PCI. Ossia tutelandone concretamente le condizioni materiali di vita. Di conseguenza, il PRC cercò di rimediare al difetto di rappresentanza con la rappresentazione. L’isolamento veniva esibito come virtù: siamo gli unici contro la Finanziaria. La partecipazione diventava telespettatrice davanti a un formidabile Bertinotti nei Talk-Show. Molto bravo ad attrarre un certo elettorato di opinione, che però non poteva fare massa critica ed era volatile. La collocazione nella maggioranza o nel governo del centrosinistra enfatizzava tagli evitati, conquiste modeste o solo promesse, con l’effetto frequente di neutralizzarle, perché la stampa di destra (e non solo) rappresentava il centrosinistra succube dei comunisti. Rimase celebre, nel secondo governo Prodi lo slogan: “Anche i ricchi piangono”.

    Nel PRC, come succede in molti movimenti politici, si voleva superare il vecchio, senza avere grandi idee nuove. Inevitabilmente, il vecchio ci riacciuffava. Ricordo, la commissione internazionale del PRC torinese come una tarda simulazione del confronto tra stalinisti e trockjsti. Mi è stata appena ricordata, la messa in discussione dello stalinismo da parte di Bertinotti, dopo i fatti di Genova nel 2001. A me parve una cosa sorprendentemente anacronistica, neanche fossimo nel 1956. Eppure, veniva condotta seriamente. Bertinotti disse parole molto nette contro lo stalinismo: degenerazione, antitesi, controrivoluzione, incompatibile con il comunismo. Voleva eliminare la residua presenza neostalinista nel partito e aprire al movimento noglobal, alla cultura e alla pratica della non-violenza.

    Però, la messa in discussione, fatta in quel modo, portata al livello iconoclastico, diventava rimozione, tabula rasa di tutta la storia, perché Stalin e lo stalinismo non sono stati un’appendice, sono stati la più importante espressione e leadership del comunismo novecentesco all’apice della sua storia tragica e gloriosa. Puoi rielaborarlo e superarlo, solo se ti spieghi cosa nel comunismo, proprio nel comunismo originario, lo ha reso possibile. Perché il comunismo, nella sua parte migliore e più vera, non ha generato gli anticorpi sufficienti. Bertinotti, come Stalin, in modi civili e non feroci, per affermarsi come il leader ha dovuto far fuori tutto il gruppo dirigente originario. Epurare il partito come condizione per poter fare la cosa giusta. Questa dinamica si è ripetuta, nonostante l’afflato antistalinista. La rigenerazione, per attuarsi, invece della dichiarazione di incompatibilità, ha bisogno di riconoscere la compatibilità, studiarla, analizzarla e elaborarla.

    Ma non voglio dire solo brutte cose di Rifondazione. Non la rinnego. Anche se con la testa di oggi e il senno di poi, forse farei altre scelte o nessuna scelta. Ero in dubbio allora, sono in dubbio ora. Ricordo però che tra gli anni ‘90 e 2000, Rifondazione fu l’ossatura organizzativa dei movimenti radicali di quegli anni. Fu l’anima del movimento pacifista contro la guerra del Kosovo. Portò Ocalan in Italia, il leader del PKK, nel tentativo di fargli avere l’asilo politico. Fu la spina dorsale del social forum a Genova 2001 contro il G8. Dove io potei marciare relativamente sicuro, perché ero protetto dallo spezzone di Rifondazione Comunista. La presenza di Fausto Bertinotti e del PRC a Genova, in particolare il 21 luglio, permise la tenuta di una manifestazione di 700 mila persone e arginò un massacro che poteva essere molto più grande di quello che è stato.

    Perciò, si, mi fa piacere leggere dell’elezione a Molfetta, città di 57 mila abitanti, di un giovane sindaco comunista di 36 anni, che non era ancora nato quando nacque il PRC. Ha vinto dentro il campo largo, affermandosi come prima lista della coalizione. Molfetta non era un luogo che faceva pensare a una vittoria comunista, la lista avversaria più votata al primo turno era quella di Pietro Mastropasqua, che aveva già corso nel 2022. Può significare qualcosa oltre l’eccezionale dato locale? Magari potrà smentire qualcosa di ciò che ho scritto. O forse mostrare che, anche quando non riusciamo a tramandare le nostre cose, prima o dopo arriva qualcuno, venuto al mondo dopo la perdita, che riesce a ritrovarle.