• Per la liberazione di Marwan Barghouti

    Fadwa Barghouti chiede la liberazione di Marwan Barghouti

    L’avvocata Fadwa Barghouti guida la campagna internazionale per la liberazione di suo marito Marwan Barghouti, il “Mandela palestinese”, e degli oltre diecimila prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane in condizioni disumane. Il 20 gennaio, al Cinema Adriano di Roma, introducendo il documentario Tomorrow’s Freedom sulla vita di Marwan Barghouti, Fadwa ha sottolineato come la libertà di suo marito sia un simbolo di unità e della possibile soluzione politica del conflitto israelo-palestinese.

    Sostenuta da Assopace Palestina, ANPI, ARCI e da forze politiche come PD e AVS, la campagna chiede, oltre alla liberazione dei prigionieri politici, il rispetto delle Convenzioni di Ginevra e la fine del regime di apartheid. Marwan Barghouti, in carcere dal 2002, sta scontando cinque ergastoli. Nonostante la detenzione, rimane una delle figure più popolari e autorevoli della politica palestinese. È considerato l’unico leader capace di unificare le diverse fazioni e sostiene una soluzione fondata sulla fine dell’occupazione e sulla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele.

    Sulla vicenda, Roberto Della Rocca ha voluto mettere “i puntini sulle i”. Il dirigente UCEI contesta a PD e AVS l’uso dell’espressione “prigioniero politico” riferita a Barghouti, poiché è stato condannato da un tribunale civile per omicidio e terrorismo in quanto leader dei Tanzim durante la Seconda Intifada. Definirlo tale, sostiene, equivarrebbe a considerare prigionieri politici anche i leader delle Brigate Rosse o dei NAR.

    Pur esprimendo un giudizio durissimo sul suo passato, Della Rocca riconosce però in Barghouti la figura politicamente decisiva per sbloccare il conflitto: un’alternativa laica ad Hamas, l’unico leader che vincerebbe eventuali elezioni palestinesi “con le mani legate dietro la schiena”. La sua analisi sposta così il piano dal “diritto alla scarcerazione”, che nega, alla “opportunità politica della liberazione” come strumento per rompere lo status quo.

    Questo realismo politico è apprezzabile. Ma se si vuole davvero mettere “i puntini sulle i”, occorre ricordare che Brigate Rosse e NAR agivano contro uno Stato di cui erano cittadini, titolari di diritti civili e politici. I palestinesi nei Territori Occupati, invece, vivono sotto giurisdizione militare israeliana, senza diritti di cittadinanza. In questo contesto la legalità non è un principio giuridico-democratico, ma l’espressione dei rapporti di forza.

    Un tribunale palestinese non ha alcun potere di processare un politico, un militare israeliano o un colono per le vittime di Gaza o della Cisgiordania. In questa asimmetria strutturale, i processi israeliani contro i leader palestinesi non sono atti di giustizia neutrale, ma forme di “giustizia del vincitore”, cioè repressione politica mascherata da procedura legale.

    Marwan Barghouti rifiutò infatti di riconoscere la legittimità del tribunale israeliano nel giudicare un cittadino palestinese, parlamentare eletto di un popolo sotto occupazione. Per questa ragione i suoi legali non presentarono prove a discarico né interrogarono i testimoni dell’accusa. Barghouti fu assolto per 33 capi di accusa per mancanza di prove dirette, e condannato per cinque omicidi non come esecutore materiale, ma in quanto ritenuto responsabile in qualità di leader politico–militare. Si tratta di una forma di responsabilità che, se applicata in modo coerente secondo i criteri del diritto internazionale, porrebbe questioni analoghe per qualsiasi catena di comando coinvolta in operazioni militari che abbiano prodotto uccisioni di civili. La sua applicazione selettiva, invece, conferma la natura politica del processo.

    Gran parte del procedimento si basava sulle confessioni di altri detenuti palestinesi. L’Unione Interparlamentare e numerose ONG hanno denunciato che tali testimonianze furono ottenute sotto coercizione fisica e psicologica, rendendole inammissibili secondo gli standard internazionali. Una delle “prove” centrali, prodotta dallo Shin Bet, era un verbale di interrogatorio che Barghouti si era rifiutato di firmare, contestandone il contenuto, ma che il tribunale ammise comunque. Inoltre, Barghouti fu prelevato dai Territori Occupati e processato in Israele. Amnesty International ha ricordato che la Quarta Convenzione di Ginevra vieta all’occupante di trasferire persone protette dal territorio occupato al proprio territorio per processarle. Il processo, celebrato dal tribunale di uno Stato di cui Barghouti non è cittadino e che occupa la sua terra, è dunque intrinsecamente politico.

    Le condizioni di detenzione sono nel frattempo drasticamente peggiorate. Nell’agosto 2025 è stato diffuso un video che mostra il ministro Ben Gvir mentre irrompe nella cella di Barghouti nel carcere di Ganot, minacciandolo pubblicamente. Sono state documentate ripetute aggressioni da parte delle guardie carcerarie. Nel marzo 2024 e nel settembre 2025 Barghouti è stato picchiato fino a perdere conoscenza. I legali parlano di costole incrinate, ossa rotte, ferite al volto e persino della mutilazione di una parte dell’orecchio.

    Dall’ottobre 2023 è stato trasferito più volte e tenuto in isolamento totale in diverse carceri. È detenuto in celle buie, privato di cure mediche, di cibo adeguato, di beni essenziali. La Croce Rossa e gli avvocati hanno incontrato gravi ostacoli nell’accesso. Questo trattamento non è solo una punizione individuale, ma il tentativo di spezzare il simbolo politico che Barghouti rappresenta per l’unità del popolo palestinese.

    La sua liberazione è dunque insieme una questione di diritto, poiché è stato condannato senza un giusto processo da un tribunale privo di giurisdizione; una questione umanitaria, per le condizioni di detenzione e tortura; e una questione politica, perché è l’unico leader in grado di unire i palestinesi e condurli a un accordo di pace con Israele.

  • Iran: la rivolta tradita

    Iran: la rivolta tradita

    Un senso di cinismo e tradimento pervade il giudizio sull’atteggiamento occidentale, in particolare americano, nei confronti del popolo iraniano. Nella prima metà di gennaio, mentre la protesta nazionale si diffondeva in tutte le province dell’Iran con imponenti manifestazioni di massa, il presidente USA Donald Trump pubblicava una serie di post sul Truth Social. Per minacciare il regime degli Ayatollah e dei Pasdaran: se avessero sparato contro i manifestanti, gli USA sarebbero intervenuti in loro soccorso. E per incoraggiare il movimento a conquistare le istituzioni, perché gli aiuti stavano per arrivare. I manifestanti che speravano in un intervento militare e quelli che volevano solo un aiuto logistico-tecnologico devono averci creduto. Perché dopo l’attacco al Venezuela e il rapimento del suo dittatore, Nicolas Maduro, si è diffusa nel mondo l’idea che Trump fa quello che dice e va preso sul serio.

    Eppure, qualche motivo per dubitare c’era. Quando i giornalisti hanno incalzato Trump, obiettando ai suoi annunci che le uccisioni in Iran erano già in atto, il presidente ha minimizzato, attribuendo le morti alla calca dei manifestanti. E quando la risposta stragista del regime è diventata evidente, nonostante e in forza del blackout di Internet, Trump ha spostato l’obiettivo della minaccia, vincolando l’intervento all’esecuzione delle impiccagioni dei manifestanti arrestati. Per poi fare marcia indietro quando fonti molto importanti, non meglio precisate, gli avrebbero assicurato la sospensione delle esecuzioni. Trump ha ringraziato le autorità iraniane e si è vantato di aver salvato delle vite con la sola minaccia di intervenire.

    I motivi per cui Trump ha rinunciato a intervenire appartengono al campo delle ipotesi. Può essere che sia stato convinto dalla contrarietà di Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Russia. E persino di Israele, che avrebbe fatto un patto di non aggressione con l’Iran. Oppure, che non abbia trovato il modo di garantirsi una guerra lampo, un colpo ad effetto, qualcosa che equivalesse al sequestro di Maduro, come poteva essere l’uccisione di Alì Khamenei. Oppure, ancora, che le autorità iraniane abbiano promesso a Trump, oltre la sospensione delle impiccagioni, qualcosa di veramente interessante per lui, relativamente ai negoziati sul nucleare, la gestione dei giacimenti di gas e di petrolio. Abbiamo appena visto, proprio nel caso del Venezuela, che Trump usa la forza, non per cambiare i regimi, ma per addomesticarli, in modo che corrispondano ai suoi interessi.

    In questo piano, però, le opposizioni, le popolazioni in rivolta, funzionano come carne da macello. E non si tratta solo di un tragico episodio isolato, ma di una strategia consolidata. Il popolo iraniano è sceso in piazza, non perché sobillato, sebbene sia stato molto irresponsabilmente incoraggiato, ma per cause interne: la valuta ridotta a carta straccia, i prezzi proibitivi, l’acqua salmastra che esce dai rubinetti, i soldi buttati nelle perdenti imprese militari, la corruzione del regime. Cause interne, tuttavia, provocate anche dalle sanzioni occidentali.

    In particolare le sanzioni americane, decise proprio durante il primo mandato di Donald Trump, all’insegna della massima pressione. A cui ora si aggiungono i dazi del 25% contro tutti i paesi che commerciano con l’Iran. Scopo delle sanzioni è impoverire e destabilizzare lo stato, provocare un grave malcontento popolare, affinché il popolo stesso assuma l’iniziativa di ribellarsi e rovesciare il regime. Ma quando la rivolta finalmente esplode, l’America sanzionatrice cosa fa? Scrive post roboanti su Truth Social.

  • Iran. La repressione di massa della Repubblica Islamica

    Iran: la repressione di massa della Repubblica Islamica - Due sorelle iraniane
    Due sorelle iraniane – X

    Il regime degli ayatollah sta cercando di soffocare la rivolta nazionale con una strategia semplice e brutale: far sì che il terrore superi la rabbia. I numeri diffusi dalle organizzazioni per i diritti umani sono scioccanti. Secondo stime di HRANA e di altre fonti indipendenti, in meno di tre settimane si contano oltre 2.500 morti e più di 18.000 arresti. I manifestanti feriti sono cercati e arrestati anche negli ospedali. Le carceri ufficiali sono sovraffollate e si moltiplicano le segnalazioni di centri di detenzione “neri”, segreti, gestiti direttamente dai Pasdaran. Dall’8 gennaio l’Iran è quasi completamente isolato dal web globale: un blackout che ha rallentato il coordinamento delle proteste senza riuscire a spegnerle, grazie all’uso di reti mesh locali e a forme elementari ma resilienti di comunicazione diretta.

    La Repubblica Islamica utilizza un apparato repressivo multilivello, che combina violenza fisica sistematica, sorveglianza tecnologica avanzata e pressione psicologica e legale. La repressione non è affidata alla sola polizia ordinaria, ma a corpi ideologicamente fedeli al regime. I Pasdaran (IRGC) costituiscono l’ossatura del sistema: intervengono con armi pesanti e coordinano le operazioni su vasta scala. Accanto a loro operano i Basij, milizia paramilitare spesso in borghese, nota per l’infiltrazione dei cortei, le aggressioni mirate e i raid notturni nelle abitazioni. Le Unità speciali anti-sommossa (NOPO), riconoscibili dalle uniformi nere, impiegano gas lacrimogeni, proiettili di gomma e sempre più spesso munizioni letali.

    Nelle ondate di protesta più recenti — dal 2022-2023 fino al gennaio 2026 — sono stati documentati metodi di repressione di estrema crudeltà. Le forze di sicurezza sparano sulla folla con armi automatiche, dai tetti o ad altezza d’uomo. Organizzazioni per i diritti umani segnalano l’uso di colpi mirati agli occhi, per provocare cecità permanente, e ai genitali, in particolare contro le donne. I corpi dei manifestanti uccisi vengono spesso sequestrati: il regime impedisce funerali pubblici, che potrebbero trasformarsi in nuove proteste, e costringe le famiglie a firmare dichiarazioni false sulle cause della morte.

    A questa violenza si affianca un controllo digitale capillare. L’Iran ha sviluppato una propria forma di “sovranità digitale” che consente blackout quasi totali della rete, il monitoraggio dei telefoni cellulari e l’infiltrazione dei canali di comunicazione online. Sistemi di videosorveglianza intelligenti, come il progetto “Nazer”, vengono utilizzati per identificare donne senza velo e presunti leader delle proteste negli spazi pubblici.

    La magistratura non svolge alcuna funzione di garanzia. Agisce come un’estensione diretta dell’apparato repressivo. I detenuti vengono sottoposti a torture fisiche e psicologiche fino a estorcere “confessioni” televisive di collaborazione con potenze straniere. I processi sono farsa, senza diritto alla difesa, e si concludono spesso con condanne a morte per reati vaghi e ideologici come “moharebeh” (guerra contro Dio) o “corruzione sulla terra”. Amnesty International e le Nazioni Unite hanno documentato l’uso sistematico della violenza sessuale nelle carceri, inclusa Evin, come strumento di annientamento psicologico.

    La repressione colpisce anche sul piano economico e familiare. Chi sciopera o manifesta rischia il licenziamento immediato, il congelamento dei conti correnti, il sequestro dei beni. I parenti degli attivisti all’estero vengono minacciati o arrestati per imporre il silenzio. In modo particolarmente perverso, il regime utilizza l’estorsione come strumento di punizione e autofinanziamento: alle famiglie delle vittime viene richiesto di pagare il costo delle munizioni usate per uccidere i loro cari. Secondo dati di gennaio 2026, le richieste variano tra 700 milioni e 2,5 miliardi di rial per ogni proiettile, cifre insostenibili in un Paese dove lo stipendio medio è inferiore ai 100 dollari. A questi si aggiungono tangenti per recuperare i corpi dai centri di medicina legale ed evitare sepolture anonime. In alcuni casi il regime offre di “abbuonare” il debito se la famiglia accetta di dichiarare che il morto era un Basij ucciso da manifestanti “terroristi”, trasformando così le vittime in falsi martiri del sistema. Anche dopo il pagamento, i funerali sono rigidamente controllati: devono avvenire in segreto, di notte, senza manifestazioni pubbliche di lutto.

    Nonostante tutto, la resistenza continua. La repressione ha ridotto i grandi assembramenti diurni nelle piazze centrali, ma ha spinto il movimento verso forme più radicali. In alcune regioni, in particolare tra gruppi curdi e baluci, si registrano risposte armate agli attacchi dei Pasdaran, con il rischio concreto di una deriva verso il conflitto civile. La protesta sopravvive grazie alla disperazione economica e al crollo della legittimità del clero. I pochi video che riescono a superare il blackout mostrano obitori con migliaia di corpi numerati, etichette che superano quota 12.000.

    Questa brutalità non sta spegnendo la rivolta. Al contrario, sta alimentando un odio profondo e irreversibile verso il sistema degli ayatollah. Il movimento del 2026 appare meno illusorio, più cupo e più determinato: non chiede riforme, ma la fine del regime.


    2025–2026 Iranian protests
    https://en.wikipedia.org/

    As Iran’s Government Tries to Quell Protests, Accounts of Brutal Crackdown Emerge
    https://www.nytimes.com/

    2026 Iran massacres
    https://en.wikipedia.org/

    Iran protests: Trump suggests Americans should leave; over 2,400 killed, group says
    https://abcnews.go.com

    January 13, 2026: Iran protests updates
    https://edition.cnn.com/

  • Alberto Trentini, il Venezuela e il diritto internazionale

    Alberto Trentini, il Venezuela e il diritto internazionale

    Per gioire davvero della liberazione di Alberto Trentini occorre ammettere che la violazione della legalità internazionale è servita. Quindi, riconoscere il merito di Donald Trump e Giorgia Meloni. Infine, considerare che, sempre violando il diritto internazionale, si potrebbe far cadere il regime degli Ayatollah. Così, il Foglio 13/01/2026 a firma del suo vicedirettore Maurizio Crippa. In effetti, è molto probabile che l’assalto americano al Venezuela e il rapimento di Nicolas Maduro abbiano favorito la liberazione di molti prigionieri politici, tra cui il nostro cooperante. Una cosa negativa può dare effetti positivi. Allora, grazie Trump (e Meloni).

    Tuttavia, la liberazione di Alberto Trentini non è stata automatica. Ci è voluta ancora una trattativa condotta dagli Usa. Poi un passo del governo italiano nel riconoscere di fatto l’attuale governo venezuelano di Delcy Rodriguez. La trattativa e il passo successivo sarebbero stati possibili anche prima del rapimento del presidente venezuelano. Nicolas Maduro voleva la stessa cosa richiesta da Delcy Rodriguez: un riconoscimento diplomatico, dopo le contestate elezioni del 2024. L’Italia non l’ha concesso, pena entrare in conflitto con gli Usa che volevano rimuovere quel presidente. Oggi l’Italia lo concede, perché agli Usa va a genio questa vicepresidente. Perciò, ai meriti di oggi di Trump e Meloni, per la liberazione di Trentini, vanno aggiunti i demeriti dei 423 giorni di prolungamento della prigionia del cooperante.

    Inoltre, la contestazione della violazione del diritto internazionale riguarda qualcosa di più di un singolo episodio. Non siamo in presenza di un presidente americano che ritiene da fare uno strappo alla regola, per ottenere importanti vantaggi immediati. Tra cui l’acquisizione del petrolio venezuelano, prima ancora della liberazione dei prigionieri politici, e la fine di un regime dispotico, che per adesso rimane al suo posto. Assistiamo all’azione violenta di un presidente che teorizza l’irrilevanza del diritto internazionale a fronte della legge del più forte. Nel caso del Venezuela pare andare bene. Ma se e quando si tratterà della Colombia, di Cuba, del Messico o della Groenlandia? Qui, prima di meriti e demeriti dobbiamo guardare al sistema di relazioni internazionali che stiamo alimentando.

    Qual è il senso di esaltare l’utilità della violazione del diritto internazionale se non quello di aderire a una visione del mondo senza regole, senza sovranità condivisa? Una visione che va insieme con la violazione del diritto interno. Infatti, per aggredire il Venezuela, Trump non ha violato solo la Carta dell’ONU, ma anche le prerogative del Congresso. E mentre fa questo, Trump trasforma un’agenzia federale, l’ICE, concepita in origine per contrastare l’affiliazione terroristica tra gli immigrati, in una milizia che attacca gli immigrati stessi. E, attraverso loro, lo stato di diritto, fino a esercitare violenza diretta contro gli stessi cittadini americani, compresi quelli con i capelli biondi e la pelle bianca. Come ha mostrato l’omicidio di Renee Nicole Good a Minneapolis.

    La demolizione (o la costruzione) del diritto sul piano internazionale e sul piano interno vanno insieme. Perciò, il diritto internazionale è una condizione favorevole e non sfavorevole al contrasto di regimi come quello degli Ayatollah. Nel 2011, quando il regime di Gheddafi si apprestava a reprimere con l’aviazione la popolazione di Misurata, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò la risoluzione 1973 che autorizzava l’azione militare per la protezione della popolazione civile libica. Nonostante la Libia fosse alleata della Russia, la Russia non mise il veto e si astenne come la Cina.

    Poi, però, gli Usa andarono oltre il mandato della risoluzione, per spingersi fino al cambio di regime, senza avere un piano di stabilizzazione, rompendo così la fiducia tra le potenze del Consiglio di Sicurezza. Quello strappo nell’immediato ebbe un effetto positivo: la caduta di Gheddafi. Sul medio-lungo periodo ebbe, invece, solo effetti negativi: l’instabilità permanente della Libia e la rottura della concertazione in seno al Consiglio di Sicurezza. Di conseguenza, oggi, di fronte a una crisi come quella dell’Iran, siamo di fronte all’alternativa tra assistere impotenti a un massacro o sperare in un’azione di forza unilaterale al di fuori del diritto, per un possibile vantaggio immediato e una totale incertezza sul futuro.

  • Contro la Repubblica Islamica, con il popolo dell’Iran

    Per il popolo dell'Iran contro la Repubblica Islamica

    Alcune persone di estrema sinistra sono contrariate, diffidenti o incerte riguardo la protesta nazionale in Iran. Perché vedono nel regime degli Ayatollah, comunque sia, l’incarnazione di un governo sovrano e autodeterminato, preferibile a un governo in apparenza migliore, ma dipendente da potenze straniere, come lo fu lo Scià Reza Pahlavi. Inoltre, queste persone, vedono nell’Iran di Khamenei un sostenitore della causa palestinese, un contraltare a Israele in Medio Oriente, l’alleato membro di una coalizione globale alternativa all’Occidente. La simpatia per stati come l’Iran, la Russia, la Cina, non è politicamente razionale. È piuttosto la metafora di un dissenso nei confronti delle proprie elite. Qualcosa che funziona anche in quei paesi tra i dissidenti che idealizzano l’Occidente, l’America, Israele in opposizione ai propri regimi.

    Accogliamo il punto di vista dei potenziali simpatizzanti degli Ayatollah. Una simpatia che avrebbe senso all’indirizzo di un regime creativo, capace di far evolvere il Medio Oriente. Simpatia mal spesa, però, se il regime è rigido, concentrato sulla propria sopravvivenza. Interessato a bloccare il Medio Oriente, in attesa di tempi migliori (la pazienza strategica) mediante un dispositivo di alleanze (l’asse della resistenza), che congela le diverse situazioni nazionali, in Siria, Iraq, Libano e nella stessa Palestina. Una linea compatibile con il congelamento del processo di pace voluto dal Likud israeliano dai primi anni 2000. Fino al momento in cui una scheggia insoddisfatta e fuori controllo tenta una fuga in avanti, (l’attacco del 7 ottobre), senza che poi il regime conservatore sappia gestirne le conseguenze. In tal caso la caduta degli Ayatollah, non sarebbe la perdita di un prezioso alleato, ma di un fattore di conservazione e degenerazione.

    Ora, valutiamo se assumere il principio di autodeterminazione dei popoli o se intendere i popoli come pedine mosse da potenze straniere. Inteso come pedina, il popolo iraniano è mosso da Usa e Israele, il popolo palestinese è mosso dall’Iran, il popolo israeliano è solo un avamposto occidentale, il popolo ucraino è una estensione della Nato, i popoli russofoni del Donbass sono agitati dalla Russia. Solo la potenza dà soggettività. Il popolo consiste in una massa di manovra. Questo principio mette noi stessi nella medesima situazione. Quella di obbedire alle nostre elite o di tifare per le elite avversarie. Chi simpatizza per Russia, Cina, e Iran, in effetti, sta a questo gioco, al pari dei guardiani dell’Occidente. Un gioco dove il futuro non è nostro, perché noi in quanto popolo non abbiamo né forza, né potere, possiamo solo preferire un padrone a un altro.

    Ma cosa è il popolo? Ogni popolo è diviso. Tra ricchi e poveri. Centro e periferia. Città e campagne. Gruppi etnici e religiosi dominanti e altri discriminati. Quali interessi rappresenta il governo, il regime? E perché li rappresenta con metodi che lasciano tanto o poco spazio a libertà e democrazia? Il regime in Iran rappresenta gli interessi del clero sciita (gli Ayatollah stessi, alti dignitari religiosi), una burocrazia statale e militare (le Guardie della Rivoluzione), e una borghesia commerciale e fondiaria legata al regime, spesso arricchitasi tramite espropriazioni e controllo delle risorse statali, contrapponendosi alle classi popolari, ai lavoratori e alle aspirazioni di una società più laica e democratica, nonostante l’iniziale retorica rivoluzionaria di giustizia sociale. Perché, una persona di sinistra, da un punto di vista socialista, avrebbe motivo di sostenere una tale coalizione d’interessi?

    Il regime iraniano è un sistema di potere economico concreto. Le sue fondazioni religiose sono conglomerati economici, che controllano fino al 20-30% del PIL iraniano, esenti da tasse, rispondono solo alla Guida Suprema. Gestiscono industrie, immobili e risorse sottratte spesso alla vecchia borghesia o nazionalizzate, ma non per il bene comune, bensì per alimentare il clientelismo del clero. I Pasdaran non sono solo un esercito, ma una holding finanziaria. Controllano l’edilizia, le telecomunicazioni e il settore energetico. Sono, a tutti gli effetti, una borghesia militare che reprime i sindacati indipendenti per proteggere i propri profitti. In Iran, gli scioperi sono repressi col sangue e i leader sindacali (come quelli degli autisti di autobus o dei lavoratori della canna da zucchero) sono sistematicamente incarcerati.

    In Iran esisteva il più grande partito comunista del Medio Oriente. Il Tudeh, fondato nel 1941, di orientamento marxista-leninista, con una forte base tra intellettuali, operai e ufficiali militari. Il Tudeh appoggiò la Rivoluzione Islamica del 1979, per una transizione democratica e socialista. Un sostegno fatale. Nel 1983, Khomeini fece arrestare migliaia di comunisti, torturandoli e giustiziando i loro leader. Fu una operazione di chirurgia sociale che ha svuotò le fabbriche di sindacati indipendenti, per sostituirli con i Consigli Islamici del lavoro; monopolizzò il linguaggio della giustizia sociale, svuotandolo di contenuti di classe e riempiendolo di messaggi religiosi e caritatevoli; reciso il legame tra intellettualità e classe operaia, costringendo la prima all’esilio o al silenzio e la seconda a una lotta atomizzata per la sopravvivenza. Le persone come noi, democratici, di sinistra, socialisti, comunisti, nella Repubblica Islamica, devono ridursi al silenzio o alla clandestinità, altrimenti finiscono imprigionate, torturate o uccise.

    La repressione violenta è l’esperienza di centinaia, migliaia di iraniani che protestano dal 28 dicembre contro il carovita e l’oppressione integralista. Quale che sia la quota di ragione della protesta, nulla può giustificare la violenza del regime. La violenza dei regimi è contagiosa. E può contagiare anche le democrazie sempre più deboli, come abbiamo visto a Minneapolis con l’assassinio di Renee Nicole Good. Un omicidio che ci fa indignare e temere. In questi giorni, sono centinaia, forse migliaia le Renee in Iran. È un diritto fondamentale minimo, elementare che si possa protestare contro il governo senza rischiare la vita, l’incolumità, la libertà. Intere generazioni sono state annichilite nella repressione delle proteste nel 2009, 2017, 2019, 2022. Oggi questo si ripete. Si ripetono le proteste a intervalli sempre più brevi. Se il regime non sa riformarsi, questa sofferenza deve finire, il regime deve cadere.

    Un regime che punisce per legge il mancato uso dello hijab con multe elevate, sequestro dei veicoli e pene fino a 10 anni di carcere per chi sfida apertamente le norme sui social media. La polizia controlla le donne nei luoghi pubblici e attraverso tecnologie di sorveglianza per garantire il rispetto del codice di abbigliamento. Le donne affrontano restrizioni persistenti nel diritto di famiglia (divorzio, custodia dei figli), nell’accesso a determinati eventi sportivi e nella libertà di movimento. Il numero di donne giustiziate è aumentato tra il 2024 e l’inizio del 2026, con cifre che indicano un picco storico nella repressione.

    Diverse organizzazioni per i diritti umani (tra cui l’ONU e Iran Human Rights) hanno documentato l’esecuzione di circa 31-34 donne nel 2024 su un totale di oltre 900-1.000 esecuzioni complessive. Nel 2025, si è verificata un’escalation senza precedenti. I rapporti indicano che tra le 59 e le 61 donne sono state messe a morte nell’arco dell’anno. Complessivamente, le esecuzioni in Iran sono più che raddoppiate nel 2025, superando le 2.000 unità. Al 7 gennaio 2026, sono già state registrate almeno due esecuzioni femminili, tra cui quella di Soheila Azizi.

    Sfruttamento del lavoro, repressione politica, oppressione delle donne, carcere, tortura, pena di morte. Non abbiamo un motivo per sperare nella tenuta del regime, se non la paura del caos. Invece abbiamo tutti i motivi per sostenere il popolo iraniano, i lavoratori, le donne, nella loro lotta nazionale contro la Repubblica Islamica, affinché possano liberarsene.

  • Renee Nicole Good uccisa dall’ICE a Minneapolis

    Renee Nicole Good uccisa dall'ICE a Minneapolis

    Esiste l’idea che, di fronte a un ordine della polizia o di agenti federali, la conformità assoluta sia l’unico modo per garantire la propria sicurezza. Ma proprio il caso di Renee Nicole Good mette in discussione questa semplice logica. Gli psicologi forensi e i legali della famiglia sostengono che Renee Good non stesse “resistendo” nel senso irregolare del termine, ma fosse in preda al panico. Gli agenti dell’ICE non sono poliziotti con la divisa, ma uomini mascherati con abbigliamento tattico-militare. I testimoni riferiscono che diversi agenti urlavano ordini diversi contemporaneamente, rendendo impossibile capire cosa fare per “mettersi in salvo”. Infatti, il SUV di Renee era messo di traverso e bloccava la strada. Quindi, un agente poteva ordinarle di spostarsi, mentre un altro le ordinava di fermarsi. Lei forse ha seguito l’ordine che le pareva più sensato: spostare l’auto per liberare il passaggio.

    Il punto legale centrale non è solo se Renee si sia fermata, ma se la sua decisione di muovere l’auto giustificasse una risposta mortale. Secondo le linee guida sull’uso della forza (spesso citate dai Democratici e dal Sindaco Frey), la forza letale è ammessa solo se c’è una minaccia immediata di morte per l’agente o altri. I video mostrano che l’auto si muoveva lentamente e che l’agente Ross aveva spazio per spostarsi lateralmente invece di sparare al parabrezza.

    Renee Good era una cittadina americana che non aveva commesso alcun reato. È accettabile che un’agenzia federale (l’ICE) utilizzi tattiche da zona di guerra in un quartiere residenziale contro civili che non sono l’obiettivo dell’operazione? Fino a che punto un cittadino deve mantenere la calma assoluta mentre uomini armati e mascherati cercano di scardinare la portiera della sua auto senza un mandato chiaro? L’ICE non è la polizia e neppure la polizia può essere “giudice, giuria ed esecutore” sul posto, specialmente quando la minaccia è minima o inesistente e la vittima è palesemente terrorizzata.

    Un video mostra un comportamento, non può mostrare uno stato d’animo. Una volta, ai confini tra la città e la campagna, mi ritrovai circondato da quattro, cinque cani randagi, che digrignavano i denti minacciosi. Avevo molta paura. Però, mi mostrai impassibile e continuai a camminare come se non ci fossero, ma ad ogni istante sentivo forte la tentazione della fuga. Arrivai a casa, sudando freddo. Un video non avrebbe potuto testimoniare la mia paura.

    Tornando al caso di Renee Nicole Good, molti psicologi del trauma intervenuti nel dibattito sostengono che la calma iniziale può essere una “reazione di dissociazione” o un tentativo fallito di allentare la tensione, seguito da un improvviso istinto di fuga quando l’agente ha cercato di rompere il finestrino.

    Invece, quello che il video ha potuto mostrare chiaramente è che la donna con la sua auto non ha rappresentato una minaccia per l’agente ICE. Come riportato nelle analisi tecniche (ad esempio dal New York Times), il fatto che l’agente sia rimasto in piedi, con un braccio teso a filmare e l’altro a sparare, dimostra che non c’é stato un impatto o comunque un impatto tale da giustificare l’uso letale della forza. L’auto si muoveva in una direzione che si allontanava dall’agente, non andava verso di lui.

    Una persona intelligente, circondata da agenti armati, si ferma, alza le mani e sta tranquilla? Forse, se gli è stato detto solo di fermarsi e non contemporaneamente di fermarsi, ma pure di andarsene. Oppure, si ferma e sta tranquilla, se ha fiducia che sarà trattata umanamente. Ma il comportamento degli agenti ICE è noto e abbiamo visto che alcuni di loro sono disposti a uccidere per nulla. Lei poteva temere di essere picchiata, violentata, trattenuta chissà dove e in quali condizioni. Ma, anche se non fosse stata intelligente o qualsiasi difetto avesse, questo non può giustificare l’improvvisazione in strada della pena di morte.

  • Iran 2026: la rivolta del Gran Bazar

    Iran 2026: la rivolta del Bazar

    A gennaio 2026, un’ondata di proteste nazionali investe l’Iran. La causa principale è una crisi economica senza precedenti. Crollo della valuta locale, il rial, l’inflazione al 52%, raddoppio dei prezzi dei beni alimentari. I mercanti del Gran Bazar di Teheran si rivoltano e abbassano le serrande. Il malcontento per il carovita si trasforma in contestazione della Repubblica Islamica. Slogan contro la guida suprema Alì Khamenei, ripresa dei temi del movimento Donna, vita, libertà del 2022, richiesta di libertà politiche e civili, fine del governo teocratico. Molti iraniani criticano il governo per aver speso enormi risorse in armamenti e milizie regionali mentre l’economia domestica andava in rovina.

    Questa protesta, rispetto a quelle dell’Onda verde (2009) e di Donna, vita, libertà (2022), ha composizione e motivazione diverse. Oggi ci sono i mercanti del Gran Bazar di Teheran, l’ago della bilancia delle rivoluzioni iraniane (inclusa quella del 1979). Il crollo del Rial (arrivato a 1,45 milioni per 1 dollaro), ha soffocato commercianti e grossisti. Che perciò adesso si alleano con le fasce popolari più povere. Il cuore economico del paese in rivolta contro il governo. Non solo cortei, anche sit-in silenziosi in luoghi pubblici e ospedali; scioperi simultanei in settori chiave come energia e trasporti; serrate dei negozi; uso rapido e capillare dei social media, per aggirare i blackout di internet e diffondere le notizie nelle province rurali.

    A differenza del 2022, il regime usa una strategia ibrida. Concessioni economiche per svuotare le piazze, indagini sulle violenze della polizia. E repressione sul campo: 45 morti, duemila arresti. Il Presidente Masoud Pezeshkian ha ordinato alle forze di sicurezza di non reprimere le proteste puramente “economiche”. Ha ammesso pubblicamente che la colpa della crisi non è solo degli USA, ma della leadership stessa, promettendo riforme economiche e sussidi diretti. Il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha invece dichiarato che non ci sarà “alcuna clemenza”. Mentre a parole riconosce il diritto di protestare, nei fatti ha dato il via libera a una repressione violenta nelle province più agitate (come il Lorestan e l’Ilam), dove si registrano già decine di morti. Pesante l’intervento della polizia al Gran Bazar e nelle Università con uso di lacrimogeni e arresti. Raid polizieschi negli ospedali, per arrestare i manifestanti feriti, prima che possano essere curati.

    Non ci sono prove di una regia israelo-americana nello scatenare le piazze. Usa e Israele hanno già avuto un ruolo con la guerra dei dodici giorni nel giugno 2025, accentuando il forte risentimento popolare verso il governo per aver dato priorità ai finanziamenti verso milizie estere (Hezbollah, Hamas) e agli armamenti, mentre il sistema sanitario e le infrastrutture civili (colpite da continui blackout) crollano. Adesso gli Usa minacciano di intervenire, se il regime uccide i manifestanti. Israele vede l’opportunità di dare il colpo di grazia agli ayatollah. Hacker occidentali aiutano i manifestanti a mantenere l’accesso a Internet nonostante i blackout imposti dal governo. Washington ha mobilitato aerei e rifornitori nelle basi regionali. Un intervento militare diretto (bombardamenti) sarebbe giustificato ufficialmente come “difesa dei diritti umani” o per prevenire la costruzione di un’arma nucleare in un momento di caos.

    Gli effetti di un intervento militare esterno sono un’incognita. Potrebbe impedire l’uso di aviazione o artiglieria pesante contro le folle (una sorta di No-Fly Zone). Oppure far perdere legittimità ai manifestanti. Il regime può usare l’intervento straniero per etichettare i manifestanti come “traditori” e “spie”, giustificando una repressione ancora più feroce come “difesa della patria”. Potrebbe provocare la caduta rapida del regime. Oppure, risvegliare il nazionalismo patriottico difensivo anche di chi odia il regime. Potrebbe dare supporto logistico, accesso a comunicazioni satellitari e fondi per gli scioperanti. Oppure, precipitare il paese nella guerra civile, trasformando l’Iran in una nuova Siria o una nuova Libia.

    I manifestanti chiedono al mondo supporto tecnologico: garantire la connessione a Internet. Sostituire le sanzioni che affamano la popolazione con sanzioni individuali durissime contro il regime. Pressione diplomatica per fermare le esecuzioni. Con oltre 2.000 esecuzioni nel 2025, i manifestanti vogliono che i negoziati (per il nucleare o altro) siano condizionati alla fine della pena di morte per i prigionieri politici. Ritiro degli ambasciatori europei da Teheran. No all’invasione. Un’invasione di terra o bombardamenti massicci sulle infrastrutture civili alienerebbero la popolazione. Sì allo “Scudo”. Molti chiedono che gli USA e Israele esercitino una pressione tale da impedire al regime di usare l’esercito regolare o l’aviazione contro i civili. Che l’esterno faccia da “deterrente” contro una strage di massa. I manifestanti chiedono al mondo di amplificare la protesta e frenare la repressione. Lasciando però al popolo iraniano il compito di decidere il destino dell’Iran.

  • Da Saddam a Maduro: la formula del “mondo un posto migliore senza il dittatore”

    Da Saddam a Maduro: la formula del mondo un posto migliore senza il dittatore

    Il Venezuela, o persino il mondo, è un posto migliore senza Maduro. Lo comunica Trump, lo dice Renzi, lo ripetono diversi commentatori. Una formula retorica usata per giustificare interventi militari controversi. Di fronte al Rapporto Chilcot, la usò Tony Blair: “Il mondo è un posto migliore senza Saddam Hussein.” Bush e Cheney lo ripeterono ogni volta che dovevano difendere l’invasione dell’Iraq. Obama ammise di non aver avuto un piano per la Libia, ma sostenne che “Il mondo è un posto migliore senza Gheddafi”. Concetto sintetizzato nel crudo “We came, we saw, he died” di Hillary Clinton. La stessa frase Obama la dedicò al capo di Al Qaeda ucciso in un blitz: “Il mondo è un posto più sicuro e migliore grazie alla morte di Osama bin Laden.”

    La formula ricorre spesso perché sposta l’attenzione dai mezzi illegali ai fini liberatori. Semplifica e chiude il dibattito. Perché nessuno può difendere un dittatore o un terrorista. Eppure, l’Iraq senza Saddam è sprofondato in una guerra settaria che ha generato terrorismo e centinaia di migliaia di morti. Oggi è una democrazia fragile e corrotta sotto l’influenza iraniana. La Libia di Gheddafi si è frantumata in due governi paralleli, milizie in guerra, infiltrazioni straniere, traffico di esseri umani, mercati di schiavi. Una fonte di instabilità permanente per l’Europa. L’Afghanistan senza i talebani è costato 241 mila morti e 8 mila miliardi di dollari. Nel 2021, i talebani sono tornati al potere. Il mondo senza bin Laden ha prodotto Al-Nusra e lo Stato Islamico.

    Il Venezuela corre gli stessi rischi. Se agli Stati Uniti interessano solo le risorse venezuelane, qualunque situazione gliele garantisca andrà bene. Il Venezuela diventerà un posto migliore per le compagnie petrolifere americane che possono tornare a estrarre nell’Orinoco. Migliore per Washington che elimina un alleato di Russia, Cina e Iran. Ma per il cittadino di Caracas questo non garantisce sicurezza, servizi o libertà. Un blitz illegale non produce istituzioni solide. Se il nuovo leader è percepito come un fantoccio americano, metà della popolazione lo vedrà come un usurpatore. Se il diritto internazionale crolla, il mondo diventa un luogo governato dai rapporti di forza. Senza legittimazione interna e rispetto della legalità internazionale, cambia solo il colore della tragedia venezuelana. Accettarlo come normale, significa rimanere in attesa del prossimo paese sulla lista. Questo è il mondo migliore che ci viene offerto.

  • Attacco Usa al Venezuela. Italia a tappetino

    Attacco Usa al Venezuela. Italia a tappetino

    Sull’attacco militare Usa al Venezuela, Giorgia Meloni ha scritto che l’Italia non ha riconosciuto la vittoria elettorale di Maduro; pur ritenendo che ‘l’azione militare esterna non sia la strada per mettere fine ai regimi totalitari’, considera legittimo ‘un intervento difensivo contro attacchi ibridi’ da ‘entità statuali che alimentano il narcotraffico’. ‘Non è la strada’ significa non è opportuno; ‘legittimo’ significa è legale. Meloni copre Trump nel suo punto debole, la violazione del diritto internazionale, riqualificando l’attacco come autodifesa. Il Venezuela non è più uno stato sovrano aggredito, ma un’entità che minaccia la sicurezza americana. Così, il governo italiano ribadisce, oltre l’alleanza con gli Stati Uniti, anche il modo acritico e incondizionato d’interpretarla. In particolare con Donald Trump. Presidente Usa e leader mondiale delle destre di ogni paese. Sicuramente dell’Italia. La sovranista Giorgia Meloni dispone l’Italia, non come un ponte, ma come un tappetino del grande alleato.

    Rispetto a quella del governo italiano, qualsiasi altra posizione europea sembra migliore, ma non di molto. La UE, con Ursula Von Der Leyen e Kaja Kallas, esprime “profonda preoccupazione”. Chiede la de-escalation, il rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Ribadisce che Maduro non è il presidente legittimo del Venezuela, ma che qualsiasi transizione deve essere pacifica e democratica. La priorità dichiarata è la sicurezza dei cittadini europei in Venezuela. Una posizione critica, ma molto laterale. Come se il diritto internazionale non fosse già stato violato con i bombardamenti su Caracas e il rapimento di Maduro e di sua moglie, Cilia Flores. Perché Trump dovrebbe trattenersi se nessuno osa condannarlo? Più esplicite le condanne di Cina e Russia, ma anche molto di circostanza. Infatti, come se non bastasse, in conferenza stampa, Trump ha apertamente rivendicato di voler gestire il Venezuela e le sue risorse petrolifere.

    Da quando Donald Trump è tornato alla Casa bianca, gli Usa hanno sganciato bombe su tre paesi: l’Iran, la Nigeria, il Venezuela. Tutti e tre grandi produttori di petrolio. Per qualcuno, ciò nonostante, bisogna apprezzare l’effetto collaterale sperato: la conquista della libertà e della democrazia. Entrambe sotto attacco in America, per iniziativa dello stesso Trump. Come se libertà e democrazia potessero diffondersi e consolidarsi nel mondo, attraverso un sistema di relazioni non regolato dal diritto internazionale (e interno), ma dal rapporto crudo tra prede e predatori. In un mondo del genere, l’Italia è una preda che cerca di essere l’amica protetta di un predatore. Mentre l’Europa non sa bene cosa vuole essere, avendo la stazza del predatore, ma essendo frammentata in tante prede. Mentre azzanna il Venezuela, Trump già minaccia Colombia e Cuba. La sorte dei paesi latino-americani scrive anche quella dei vicini della Russia e della Cina.

  • Occidente più a destra nel 2025

    Occidente a destra nel 2025

    Nel 2025, l’Occidente si è spostato ancora più a destra. Negli Stati Uniti, Donald Trump è tornato alla Casa bianca nella versione più estrema di se stesso. In politica interna, ha minacciato e attaccato avversari, magistrati, i diritti delle minoranze, in particolare dei migranti. Nella politica estera, ha iniziato a smantellare le politiche ambientali, il multilateralismo, il libero commercio, l’assistenza umanitaria, la resistenza ucraina. Nell’Unione Europea, la rielezione di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione UE ha aperto alla collaborazione con partiti prima considerati “impresentabili”. In Germania, Francia, Austria e Portogallo, destra e estrema destra hanno ottenuto risultati elettorali storici, arrivando in alcuni casi a guidare governi o a influenzare l’agenda politica. In Germania, Alternative für Deutschland (AfD) è diventata il secondo partito, mentre in Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen continua a crescere e minare la stabilità politica tradizionale.

    Secondo gli analisti, l’Occidente spostato a destra è l’effetto combinato di questioni sociali, economiche e culturali. Le crisi economiche provocate da pandemia, crisi energetica, guerra ucraina, hanno accentuato le disuguaglianze e un declino reale o percepito. Da qui rabbia e sfiducia delle classi medie e popolari verso le istituzioni, con molti elettori spinti verso partiti che promettono protezione, identità e un ritorno a valori tradizionali. In molti paesi, la destra ha sfruttato la paura dello “straniero” e la nostalgia per un passato idealizzato, proponendosi come difensore della cultura nazionale contro la globalizzazione e dell’ordine sociale contro i migranti. Le estreme destre si sono date una immagine più moderata e normale, per presentarsi come alternative credibili. Mentre la sinistra, impegnata sui diritti civili, ha lasciato scoperta la protesta sociale. La comunicazione diretta semplificata, aggressiva e polarizzante dei social media, ha aiutato la destra a raggiungere ampi strati della popolazione.

    L’ascesa della destra può consolidarsi o essere transitoria. Crudele e incompetente alla prova del governo, la destra può aggravare i problemi e perdere il consenso. Ma non si può aspettare che fallisca. Occorre resistere e mettere al primo posto l’economia reale e la protezione sociale: potere d’acquisto, sicurezza del lavoro e della casa, sanità, istruzione, previdenza. Senza contrapporsi all’avversario, né imitarlo. Criticare i leader populisti, ma non offenderne gli elettori. Separare nel populismo il sociale dal politico. Quindi, difendere o rafforzare lo stato di diritto, la divisione dei poteri, la democrazia e le istituzioni. Anche con la riforma partecipativa dei partiti e la tutela dei diritti delle minoranze. Tessendo una narrativa diversa, una visione positiva e inclusiva dell’identità nazionale, che guardi al futuro e non a un passato idealizzato. Con il sostegno dell’alleanza di tutte le forze democratiche e progressiste.