
Fonti militari israeliane di alto livello hanno riconosciuto che il numero dei palestinesi uccisi a Gaza dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023, è vicino alle stime diffuse dal Ministero della Sanità di Gaza. La cifra si aggira intorno ai 70.000 morti, in linea con i dati aggiornati a fine gennaio 2026, che parlano di oltre 71.000 vittime. Non si tratta di un’ammissione ufficiale dell’IDF, ma di una valutazione interna emersa in briefing anonimi con i giornalisti e riportata da testate israeliane come Haaretz, Jerusalem Post, Times of Israel e Ynet.
L’esercito israeliano precisa che quei numeri non costituiscono dati ufficiali che, nel caso, verrebbero diffusi solo attraverso canali formali. Tuttavia, per la prima volta, fonti della sicurezza israeliana hanno definito i dati del Ministero della sanità di Gaza “largamente accurati” per quanto riguarda le morti causate direttamente dal fuoco israeliano. Restano esclusi dal conteggio i dispersi sotto le macerie e le morti indirette dovute a fame, malattie e collasso del sistema sanitario.
Israele contesta ancora la composizione delle vittime. Secondo l’IDF, tra 22.000 e 25.000 morti sarebbero combattenti di Hamas o di altri gruppi armati. L’esercito nega inoltre l’esistenza di morti per fame tra persone considerate “sane” e afferma di essere ancora al lavoro sulla distinzione tra civili e combattenti. Il riconoscimento del numero totale non implica quindi l’accettazione della narrativa palestinese né delle accuse di genocidio e carestia.
Il cambiamento riguarda soprattutto la “guerra dei numeri”. Per oltre due anni Israele ha contestato l’attendibilità delle cifre diffuse dal Ministero della sanità di Gaza, accusandole di propaganda. Ora quella linea risulta sempre più difficile da sostenere, anche perché ONU, ONG internazionali e servizi di intelligence occidentali considerano da tempo quei dati sostanzialmente affidabili. Continuare a negarli avrebbe messo in discussione la credibilità stessa dell’intelligence israeliana.
Accettare il totale consente all’IDF di spostare il terreno dello scontro comunicativo. Il dibattito non verte più su quanti siano i morti, ma su chi siano e perché siano morti. In questo modo Israele tenta di difendere la propria condotta militare, rivendicando l’eliminazione di una parte significativa delle forze di Hamas e riducendo il peso delle accuse di sproporzionalità davanti all’opinione pubblica e alle corti internazionali.
La dichiarazione arriva dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, in una fase di operazioni limitate ma con procedimenti aperti presso la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale. In questo quadro, un riconoscimento parziale dei dati serve a mostrare trasparenza, prevenire accuse di occultamento e preparare una linea difensiva più solida sul piano legale e diplomatico.
Non si tratta quindi di una confessione né di un atto di debolezza. È un riposizionamento tattico: ammettere ciò che non è più credibile negare per controllare meglio il resto della narrazione. La cifra complessiva delle vittime non è più il terreno dello scontro. Lo restano la classificazione dei morti, le responsabilità e le cause della catastrofe umanitaria in corso.
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