
Come per Renee Nicole Good, nel dibattito sull’omicidio di Alex Jeffrey Pretti a Minneapolis il 24 gennaio 2026, durante un’operazione federale di controllo dell’immigrazione (Operation Metro Surge), si è rapidamente diffusa una narrazione che colpevolizza la vittima. Questa narrazione affianca e spesso rafforza la linea difensiva delle autorità federali, ma va oltre: sposta la responsabilità dagli agenti che hanno sparato al comportamento, alle scelte e persino all’identità di Pretti.
Il primo argomento è la criminalizzazione preventiva. Esponenti dell’amministrazione e commentatori filo-governativi hanno descritto Alex Pretti come un soggetto violento, fino a definirlo un “terrorista domestico” o un uomo intenzionato a “massacrare” gli agenti. Questa accusa è circolata prima di qualsiasi accertamento e in aperto contrasto con i video disponibili. Ha una funzione precisa: trasformare l’uccisione in un atto di difesa necessaria, sottraendola a ogni valutazione sulla proporzionalità della forza.
Il secondo argomento riguarda il possesso di un’arma legale. Pretti aveva un regolare porto d’armi. Non ha mai estratto la pistola. I video mostrano che teneva in mano un telefono e che un agente gli ha rimosso l’arma dalla fondina solo dopo averlo atterrato. Nonostante ciò, dirigenti federali e commentatori hanno sostenuto che “non si va armati a una protesta”, insinuando che il solo possesso renda legittimo l’uso della forza letale. Questo argomento ribalta un diritto costituzionale in una presunzione di colpevolezza. Non a caso, persino organizzazioni pro-armi lo hanno definito pericoloso e infondato.
Il terzo argomento è la teoria della provocazione e della resistenza. Secondo questa lettura, Pretti “si è messo in mezzo”, “ha interferito”, “si è messo da solo in pericolo”. In realtà, le riprese e le testimonianze indicano che è intervenuto quando gli agenti hanno spinto a terra una donna, cercando di aiutarla e di filmare quanto stava accadendo. La narrazione ribalta il senso dell’azione: l’intervento civile diventa intralcio, l’aiuto diventa aggressione, l’osservazione diventa resistenza meritevole di punizione.
Un quarto argomento è la responsabilità politica riflessa. Alcune figure pubbliche hanno attribuito la tragedia alla retorica dei leader locali o alla mancata collaborazione con il governo federale. Così Pretti viene ridotto a prodotto di un clima politico “incendiario”, una pedina irresponsabile più che un individuo con diritti e giudizio morale. Anche qui, la funzione è chiara: assolvere chi ha sparato e spostare la colpa altrove.
A queste narrazioni si oppongono fatti concreti. I video mostrano che Pretti non brandiva alcuna arma. Testimoni oculari riferiscono che è stato colpito alle spalle mentre non rappresentava una minaccia immediata. Analisti di policing definiscono l’uso della forza letale ingiustificato. La famiglia respinge le accuse come menzogne e ricorda chi era Pretti: un infermiere di terapia intensiva, abituato a proteggere e curare, non ad aggredire.
Il cuore del dibattito non riguarda solo il singolo caso. Riguarda un meccanismo ricorrente: quando lo Stato uccide, una parte del discorso pubblico processa la vittima. Ne scruta le scelte, i diritti esercitati, le presunte imprudenze, fino a costruire una colpa postuma. Nel caso di Alex Pretti, questo meccanismo entra in rotta di collisione con immagini, testimonianze e analisi indipendenti. Ed è lì che la questione diventa politica e morale: se aiutare una donna, filmare un abuso o portare legalmente un’arma bastano a “mettersi in pericolo”, allora il problema non è la vittima. È il potere che abusa delle sue prerogative, spara, uccide e poi chiede di essere creduto.
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