
La proposta di una tassa patrimoniale apre la discussione sulla redistribuzione della ricchezza, perché in Italia e nel mondo occidentale la ricchezza è sempre più concentrata. Il 10 per cento della popolazione possiede il 60% della ricchezza. La apre anche sulla funzione sociale di una ricchezza sempre più derivata dalla finanza e sempre meno investita in economia reale. Quindi, tassare il patrimonio può ridurre la diseguaglianza e incoraggiare gli investimenti.
A questa proposta, però, si oppongono tre obiezioni. 1) Tassare i grandi patrimoni porta pochi introiti, quindi è una misura inutile. 2) Se tassi i grandi patrimoni, questi si trasferiscono all’estero, quindi è una misura controproducente. 3) Se tassi i grandi patrimoni, questo è solo l’inizio, poi vorrai tassare anche i patrimoni del ceto medio, quindi è una misura che minaccia il risparmio, invece di aiutare gli italiani a formarsene uno.
Ma, se tassare i grandi patrimoni sopra i due milioni di euro con un’aliquota dell’1% porta pochi introiti, si potrebbe alzare l’aliquota. Tuttavia, cosa vuol dire pochi introiti? Anche un gettito di soli 5-10-15 miliardi, in un discorso di finanza pubblica, sarebbe utile per realizzare delle cose o per evitare dei tagli sociali importanti. Quante sono le tasse che portano poco gettito? Cosa vorrebbe dire eliminarle tutte insieme, perché tanto ciascuna incassa poco?
Poi, se tassare i grandi patrimoni, provoca il trasferimento all’estero, si può immaginare di tassare la cittadinanza, come negli Usa, quindi il proprietario italiano che trasferisce all’estero i suoi beni, in quanto cittadino italiano verrebbe comunque tassato dall’Italia. Bisogna, inoltre, vedere se una tassa all’1% vale la pena e la spesa di trasferire i propri patrimoni all’estero. Senza considerare che solo i patrimoni liquidi sarebbero trasferibili, non quelli immobili. La stessa misura adottata da un paese può essere adottata da altri paesi, e un coordinamento europeo può inibire la fuga di capitali.
Infine, se tassi i grandi patrimoni poi vorrai tassare anche i patrimoni medi e piccoli. Questo è ciò che avviene già con l’IMU, la tassa sul bollo auto, il canone RAI, imposta di bollo sui conti correnti e depositi titoli. Sono tasse regressive proporzionali al bene posseduto e non alla ricchezza complessiva. È proprio l’escludere le grandi ricchezze dalla tassazione che obbliga lo stato a tassare il ceto medio e i lavoratori. Più si adotta un principio di progressività fiscale, più è possibile ridurre le tasse per chi ha meno.
L’effetto concreto delle tre obiezioni è quello di chiudere la discussione: i super ricchi, i grandi patrimoni, la grande proprietà privata non si toccano. Ma questo nel tempo sarà sempre meno sostenibile, se non al prezzo di una sempre maggiore instabilità sociale. Perché l’Italia ha un debito pubblico sempre più grande e una spesa pubblica che non può ridursi, perché la popolazione invecchia e la quota degli anziani cresce in proporzione alla quota degli adulti e dei giovani. Inoltre, l’Italia, come gli altri paesi europei, vuole aumentare la spesa militare. Come si sostiene tutto questo se non recuperando l’evasione e, soprattutto, ripristinando il principio della progressività fiscale?
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