Autore: Massimo Lizzi

  • Iran. La repressione di massa della Repubblica Islamica

    Iran: la repressione di massa della Repubblica Islamica - Due sorelle iraniane
    Due sorelle iraniane – X

    Il regime degli ayatollah sta cercando di soffocare la rivolta nazionale con una strategia semplice e brutale: far sì che il terrore superi la rabbia. I numeri diffusi dalle organizzazioni per i diritti umani sono scioccanti. Secondo stime di HRANA e di altre fonti indipendenti, in meno di tre settimane si contano oltre 2.500 morti e più di 18.000 arresti. I manifestanti feriti sono cercati e arrestati anche negli ospedali. Le carceri ufficiali sono sovraffollate e si moltiplicano le segnalazioni di centri di detenzione “neri”, segreti, gestiti direttamente dai Pasdaran. Dall’8 gennaio l’Iran è quasi completamente isolato dal web globale: un blackout che ha rallentato il coordinamento delle proteste senza riuscire a spegnerle, grazie all’uso di reti mesh locali e a forme elementari ma resilienti di comunicazione diretta.

    La Repubblica Islamica utilizza un apparato repressivo multilivello, che combina violenza fisica sistematica, sorveglianza tecnologica avanzata e pressione psicologica e legale. La repressione non è affidata alla sola polizia ordinaria, ma a corpi ideologicamente fedeli al regime. I Pasdaran (IRGC) costituiscono l’ossatura del sistema: intervengono con armi pesanti e coordinano le operazioni su vasta scala. Accanto a loro operano i Basij, milizia paramilitare spesso in borghese, nota per l’infiltrazione dei cortei, le aggressioni mirate e i raid notturni nelle abitazioni. Le Unità speciali anti-sommossa (NOPO), riconoscibili dalle uniformi nere, impiegano gas lacrimogeni, proiettili di gomma e sempre più spesso munizioni letali.

    Nelle ondate di protesta più recenti — dal 2022-2023 fino al gennaio 2026 — sono stati documentati metodi di repressione di estrema crudeltà. Le forze di sicurezza sparano sulla folla con armi automatiche, dai tetti o ad altezza d’uomo. Organizzazioni per i diritti umani segnalano l’uso di colpi mirati agli occhi, per provocare cecità permanente, e ai genitali, in particolare contro le donne. I corpi dei manifestanti uccisi vengono spesso sequestrati: il regime impedisce funerali pubblici, che potrebbero trasformarsi in nuove proteste, e costringe le famiglie a firmare dichiarazioni false sulle cause della morte.

    A questa violenza si affianca un controllo digitale capillare. L’Iran ha sviluppato una propria forma di “sovranità digitale” che consente blackout quasi totali della rete, il monitoraggio dei telefoni cellulari e l’infiltrazione dei canali di comunicazione online. Sistemi di videosorveglianza intelligenti, come il progetto “Nazer”, vengono utilizzati per identificare donne senza velo e presunti leader delle proteste negli spazi pubblici.

    La magistratura non svolge alcuna funzione di garanzia. Agisce come un’estensione diretta dell’apparato repressivo. I detenuti vengono sottoposti a torture fisiche e psicologiche fino a estorcere “confessioni” televisive di collaborazione con potenze straniere. I processi sono farsa, senza diritto alla difesa, e si concludono spesso con condanne a morte per reati vaghi e ideologici come “moharebeh” (guerra contro Dio) o “corruzione sulla terra”. Amnesty International e le Nazioni Unite hanno documentato l’uso sistematico della violenza sessuale nelle carceri, inclusa Evin, come strumento di annientamento psicologico.

    La repressione colpisce anche sul piano economico e familiare. Chi sciopera o manifesta rischia il licenziamento immediato, il congelamento dei conti correnti, il sequestro dei beni. I parenti degli attivisti all’estero vengono minacciati o arrestati per imporre il silenzio. In modo particolarmente perverso, il regime utilizza l’estorsione come strumento di punizione e autofinanziamento: alle famiglie delle vittime viene richiesto di pagare il costo delle munizioni usate per uccidere i loro cari. Secondo dati di gennaio 2026, le richieste variano tra 700 milioni e 2,5 miliardi di rial per ogni proiettile, cifre insostenibili in un Paese dove lo stipendio medio è inferiore ai 100 dollari. A questi si aggiungono tangenti per recuperare i corpi dai centri di medicina legale ed evitare sepolture anonime. In alcuni casi il regime offre di “abbuonare” il debito se la famiglia accetta di dichiarare che il morto era un Basij ucciso da manifestanti “terroristi”, trasformando così le vittime in falsi martiri del sistema. Anche dopo il pagamento, i funerali sono rigidamente controllati: devono avvenire in segreto, di notte, senza manifestazioni pubbliche di lutto.

    Nonostante tutto, la resistenza continua. La repressione ha ridotto i grandi assembramenti diurni nelle piazze centrali, ma ha spinto il movimento verso forme più radicali. In alcune regioni, in particolare tra gruppi curdi e baluci, si registrano risposte armate agli attacchi dei Pasdaran, con il rischio concreto di una deriva verso il conflitto civile. La protesta sopravvive grazie alla disperazione economica e al crollo della legittimità del clero. I pochi video che riescono a superare il blackout mostrano obitori con migliaia di corpi numerati, etichette che superano quota 12.000.

    Questa brutalità non sta spegnendo la rivolta. Al contrario, sta alimentando un odio profondo e irreversibile verso il sistema degli ayatollah. Il movimento del 2026 appare meno illusorio, più cupo e più determinato: non chiede riforme, ma la fine del regime.


    2025–2026 Iranian protests
    https://en.wikipedia.org/

    As Iran’s Government Tries to Quell Protests, Accounts of Brutal Crackdown Emerge
    https://www.nytimes.com/

    2026 Iran massacres
    https://en.wikipedia.org/

    Iran protests: Trump suggests Americans should leave; over 2,400 killed, group says
    https://abcnews.go.com

    January 13, 2026: Iran protests updates
    https://edition.cnn.com/

  • Alberto Trentini, il Venezuela e il diritto internazionale

    Alberto Trentini, il Venezuela e il diritto internazionale

    Per gioire davvero della liberazione di Alberto Trentini occorre ammettere che la violazione della legalità internazionale è servita. Quindi, riconoscere il merito di Donald Trump e Giorgia Meloni. Infine, considerare che, sempre violando il diritto internazionale, si potrebbe far cadere il regime degli Ayatollah. Così, il Foglio 13/01/2026 a firma del suo vicedirettore Maurizio Crippa. In effetti, è molto probabile che l’assalto americano al Venezuela e il rapimento di Nicolas Maduro abbiano favorito la liberazione di molti prigionieri politici, tra cui il nostro cooperante. Una cosa negativa può dare effetti positivi. Allora, grazie Trump (e Meloni).

    Tuttavia, la liberazione di Alberto Trentini non è stata automatica. Ci è voluta ancora una trattativa condotta dagli Usa. Poi un passo del governo italiano nel riconoscere di fatto l’attuale governo venezuelano di Delcy Rodriguez. La trattativa e il passo successivo sarebbero stati possibili anche prima del rapimento del presidente venezuelano. Nicolas Maduro voleva la stessa cosa richiesta da Delcy Rodriguez: un riconoscimento diplomatico, dopo le contestate elezioni del 2024. L’Italia non l’ha concesso, pena entrare in conflitto con gli Usa che volevano rimuovere quel presidente. Oggi l’Italia lo concede, perché agli Usa va a genio questa vicepresidente. Perciò, ai meriti di oggi di Trump e Meloni, per la liberazione di Trentini, vanno aggiunti i demeriti dei 423 giorni di prolungamento della prigionia del cooperante.

    Inoltre, la contestazione della violazione del diritto internazionale riguarda qualcosa di più di un singolo episodio. Non siamo in presenza di un presidente americano che ritiene da fare uno strappo alla regola, per ottenere importanti vantaggi immediati. Tra cui l’acquisizione del petrolio venezuelano, prima ancora della liberazione dei prigionieri politici, e la fine di un regime dispotico, che per adesso rimane al suo posto. Assistiamo all’azione violenta di un presidente che teorizza l’irrilevanza del diritto internazionale a fronte della legge del più forte. Nel caso del Venezuela pare andare bene. Ma se e quando si tratterà della Colombia, di Cuba, del Messico o della Groenlandia? Qui, prima di meriti e demeriti dobbiamo guardare al sistema di relazioni internazionali che stiamo alimentando.

    Qual è il senso di esaltare l’utilità della violazione del diritto internazionale se non quello di aderire a una visione del mondo senza regole, senza sovranità condivisa? Una visione che va insieme con la violazione del diritto interno. Infatti, per aggredire il Venezuela, Trump non ha violato solo la Carta dell’ONU, ma anche le prerogative del Congresso. E mentre fa questo, Trump trasforma un’agenzia federale, l’ICE, concepita in origine per contrastare l’affiliazione terroristica tra gli immigrati, in una milizia che attacca gli immigrati stessi. E, attraverso loro, lo stato di diritto, fino a esercitare violenza diretta contro gli stessi cittadini americani, compresi quelli con i capelli biondi e la pelle bianca. Come ha mostrato l’omicidio di Renee Nicole Good a Minneapolis.

    La demolizione (o la costruzione) del diritto sul piano internazionale e sul piano interno vanno insieme. Perciò, il diritto internazionale è una condizione favorevole e non sfavorevole al contrasto di regimi come quello degli Ayatollah. Nel 2011, quando il regime di Gheddafi si apprestava a reprimere con l’aviazione la popolazione di Misurata, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò la risoluzione 1973 che autorizzava l’azione militare per la protezione della popolazione civile libica. Nonostante la Libia fosse alleata della Russia, la Russia non mise il veto e si astenne come la Cina.

    Poi, però, gli Usa andarono oltre il mandato della risoluzione, per spingersi fino al cambio di regime, senza avere un piano di stabilizzazione, rompendo così la fiducia tra le potenze del Consiglio di Sicurezza. Quello strappo nell’immediato ebbe un effetto positivo: la caduta di Gheddafi. Sul medio-lungo periodo ebbe, invece, solo effetti negativi: l’instabilità permanente della Libia e la rottura della concertazione in seno al Consiglio di Sicurezza. Di conseguenza, oggi, di fronte a una crisi come quella dell’Iran, siamo di fronte all’alternativa tra assistere impotenti a un massacro o sperare in un’azione di forza unilaterale al di fuori del diritto, per un possibile vantaggio immediato e una totale incertezza sul futuro.

  • Contro la Repubblica Islamica, con il popolo dell’Iran

    Per il popolo dell'Iran contro la Repubblica Islamica

    Alcune persone di estrema sinistra sono contrariate, diffidenti o incerte riguardo la protesta nazionale in Iran. Perché vedono nel regime degli Ayatollah, comunque sia, l’incarnazione di un governo sovrano e autodeterminato, preferibile a un governo in apparenza migliore, ma dipendente da potenze straniere, come lo fu lo Scià Reza Pahlavi. Inoltre, queste persone, vedono nell’Iran di Khamenei un sostenitore della causa palestinese, un contraltare a Israele in Medio Oriente, l’alleato membro di una coalizione globale alternativa all’Occidente. La simpatia per stati come l’Iran, la Russia, la Cina, non è politicamente razionale. È piuttosto la metafora di un dissenso nei confronti delle proprie elite. Qualcosa che funziona anche in quei paesi tra i dissidenti che idealizzano l’Occidente, l’America, Israele in opposizione ai propri regimi.

    Accogliamo il punto di vista dei potenziali simpatizzanti degli Ayatollah. Una simpatia che avrebbe senso all’indirizzo di un regime creativo, capace di far evolvere il Medio Oriente. Simpatia mal spesa, però, se il regime è rigido, concentrato sulla propria sopravvivenza. Interessato a bloccare il Medio Oriente, in attesa di tempi migliori (la pazienza strategica) mediante un dispositivo di alleanze (l’asse della resistenza), che congela le diverse situazioni nazionali, in Siria, Iraq, Libano e nella stessa Palestina. Una linea compatibile con il congelamento del processo di pace voluto dal Likud israeliano dai primi anni 2000. Fino al momento in cui una scheggia insoddisfatta e fuori controllo tenta una fuga in avanti, (l’attacco del 7 ottobre), senza che poi il regime conservatore sappia gestirne le conseguenze. In tal caso la caduta degli Ayatollah, non sarebbe la perdita di un prezioso alleato, ma di un fattore di conservazione e degenerazione.

    Ora, valutiamo se assumere il principio di autodeterminazione dei popoli o se intendere i popoli come pedine mosse da potenze straniere. Inteso come pedina, il popolo iraniano è mosso da Usa e Israele, il popolo palestinese è mosso dall’Iran, il popolo israeliano è solo un avamposto occidentale, il popolo ucraino è una estensione della Nato, i popoli russofoni del Donbass sono agitati dalla Russia. Solo la potenza dà soggettività. Il popolo consiste in una massa di manovra. Questo principio mette noi stessi nella medesima situazione. Quella di obbedire alle nostre elite o di tifare per le elite avversarie. Chi simpatizza per Russia, Cina, e Iran, in effetti, sta a questo gioco, al pari dei guardiani dell’Occidente. Un gioco dove il futuro non è nostro, perché noi in quanto popolo non abbiamo né forza, né potere, possiamo solo preferire un padrone a un altro.

    Ma cosa è il popolo? Ogni popolo è diviso. Tra ricchi e poveri. Centro e periferia. Città e campagne. Gruppi etnici e religiosi dominanti e altri discriminati. Quali interessi rappresenta il governo, il regime? E perché li rappresenta con metodi che lasciano tanto o poco spazio a libertà e democrazia? Il regime in Iran rappresenta gli interessi del clero sciita (gli Ayatollah stessi, alti dignitari religiosi), una burocrazia statale e militare (le Guardie della Rivoluzione), e una borghesia commerciale e fondiaria legata al regime, spesso arricchitasi tramite espropriazioni e controllo delle risorse statali, contrapponendosi alle classi popolari, ai lavoratori e alle aspirazioni di una società più laica e democratica, nonostante l’iniziale retorica rivoluzionaria di giustizia sociale. Perché, una persona di sinistra, da un punto di vista socialista, avrebbe motivo di sostenere una tale coalizione d’interessi?

    Il regime iraniano è un sistema di potere economico concreto. Le sue fondazioni religiose sono conglomerati economici, che controllano fino al 20-30% del PIL iraniano, esenti da tasse, rispondono solo alla Guida Suprema. Gestiscono industrie, immobili e risorse sottratte spesso alla vecchia borghesia o nazionalizzate, ma non per il bene comune, bensì per alimentare il clientelismo del clero. I Pasdaran non sono solo un esercito, ma una holding finanziaria. Controllano l’edilizia, le telecomunicazioni e il settore energetico. Sono, a tutti gli effetti, una borghesia militare che reprime i sindacati indipendenti per proteggere i propri profitti. In Iran, gli scioperi sono repressi col sangue e i leader sindacali (come quelli degli autisti di autobus o dei lavoratori della canna da zucchero) sono sistematicamente incarcerati.

    In Iran esisteva il più grande partito comunista del Medio Oriente. Il Tudeh, fondato nel 1941, di orientamento marxista-leninista, con una forte base tra intellettuali, operai e ufficiali militari. Il Tudeh appoggiò la Rivoluzione Islamica del 1979, per una transizione democratica e socialista. Un sostegno fatale. Nel 1983, Khomeini fece arrestare migliaia di comunisti, torturandoli e giustiziando i loro leader. Fu una operazione di chirurgia sociale che ha svuotò le fabbriche di sindacati indipendenti, per sostituirli con i Consigli Islamici del lavoro; monopolizzò il linguaggio della giustizia sociale, svuotandolo di contenuti di classe e riempiendolo di messaggi religiosi e caritatevoli; reciso il legame tra intellettualità e classe operaia, costringendo la prima all’esilio o al silenzio e la seconda a una lotta atomizzata per la sopravvivenza. Le persone come noi, democratici, di sinistra, socialisti, comunisti, nella Repubblica Islamica, devono ridursi al silenzio o alla clandestinità, altrimenti finiscono imprigionate, torturate o uccise.

    La repressione violenta è l’esperienza di centinaia, migliaia di iraniani che protestano dal 28 dicembre contro il carovita e l’oppressione integralista. Quale che sia la quota di ragione della protesta, nulla può giustificare la violenza del regime. La violenza dei regimi è contagiosa. E può contagiare anche le democrazie sempre più deboli, come abbiamo visto a Minneapolis con l’assassinio di Renee Nicole Good. Un omicidio che ci fa indignare e temere. In questi giorni, sono centinaia, forse migliaia le Renee in Iran. È un diritto fondamentale minimo, elementare che si possa protestare contro il governo senza rischiare la vita, l’incolumità, la libertà. Intere generazioni sono state annichilite nella repressione delle proteste nel 2009, 2017, 2019, 2022. Oggi questo si ripete. Si ripetono le proteste a intervalli sempre più brevi. Se il regime non sa riformarsi, questa sofferenza deve finire, il regime deve cadere.

    Un regime che punisce per legge il mancato uso dello hijab con multe elevate, sequestro dei veicoli e pene fino a 10 anni di carcere per chi sfida apertamente le norme sui social media. La polizia controlla le donne nei luoghi pubblici e attraverso tecnologie di sorveglianza per garantire il rispetto del codice di abbigliamento. Le donne affrontano restrizioni persistenti nel diritto di famiglia (divorzio, custodia dei figli), nell’accesso a determinati eventi sportivi e nella libertà di movimento. Il numero di donne giustiziate è aumentato tra il 2024 e l’inizio del 2026, con cifre che indicano un picco storico nella repressione.

    Diverse organizzazioni per i diritti umani (tra cui l’ONU e Iran Human Rights) hanno documentato l’esecuzione di circa 31-34 donne nel 2024 su un totale di oltre 900-1.000 esecuzioni complessive. Nel 2025, si è verificata un’escalation senza precedenti. I rapporti indicano che tra le 59 e le 61 donne sono state messe a morte nell’arco dell’anno. Complessivamente, le esecuzioni in Iran sono più che raddoppiate nel 2025, superando le 2.000 unità. Al 7 gennaio 2026, sono già state registrate almeno due esecuzioni femminili, tra cui quella di Soheila Azizi.

    Sfruttamento del lavoro, repressione politica, oppressione delle donne, carcere, tortura, pena di morte. Non abbiamo un motivo per sperare nella tenuta del regime, se non la paura del caos. Invece abbiamo tutti i motivi per sostenere il popolo iraniano, i lavoratori, le donne, nella loro lotta nazionale contro la Repubblica Islamica, affinché possano liberarsene.

  • Renee Nicole Good uccisa dall’ICE a Minneapolis

    Renee Nicole Good uccisa dall'ICE a Minneapolis

    Esiste l’idea che, di fronte a un ordine della polizia o di agenti federali, la conformità assoluta sia l’unico modo per garantire la propria sicurezza. Ma proprio il caso di Renee Nicole Good mette in discussione questa semplice logica. Gli psicologi forensi e i legali della famiglia sostengono che Renee Good non stesse “resistendo” nel senso irregolare del termine, ma fosse in preda al panico. Gli agenti dell’ICE non sono poliziotti con la divisa, ma uomini mascherati con abbigliamento tattico-militare. I testimoni riferiscono che diversi agenti urlavano ordini diversi contemporaneamente, rendendo impossibile capire cosa fare per “mettersi in salvo”. Infatti, il SUV di Renee era messo di traverso e bloccava la strada. Quindi, un agente poteva ordinarle di spostarsi, mentre un altro le ordinava di fermarsi. Lei forse ha seguito l’ordine che le pareva più sensato: spostare l’auto per liberare il passaggio.

    Il punto legale centrale non è solo se Renee si sia fermata, ma se la sua decisione di muovere l’auto giustificasse una risposta mortale. Secondo le linee guida sull’uso della forza (spesso citate dai Democratici e dal Sindaco Frey), la forza letale è ammessa solo se c’è una minaccia immediata di morte per l’agente o altri. I video mostrano che l’auto si muoveva lentamente e che l’agente Ross aveva spazio per spostarsi lateralmente invece di sparare al parabrezza.

    Renee Good era una cittadina americana che non aveva commesso alcun reato. È accettabile che un’agenzia federale (l’ICE) utilizzi tattiche da zona di guerra in un quartiere residenziale contro civili che non sono l’obiettivo dell’operazione? Fino a che punto un cittadino deve mantenere la calma assoluta mentre uomini armati e mascherati cercano di scardinare la portiera della sua auto senza un mandato chiaro? L’ICE non è la polizia e neppure la polizia può essere “giudice, giuria ed esecutore” sul posto, specialmente quando la minaccia è minima o inesistente e la vittima è palesemente terrorizzata.

    Un video mostra un comportamento, non può mostrare uno stato d’animo. Una volta, ai confini tra la città e la campagna, mi ritrovai circondato da quattro, cinque cani randagi, che digrignavano i denti minacciosi. Avevo molta paura. Però, mi mostrai impassibile e continuai a camminare come se non ci fossero, ma ad ogni istante sentivo forte la tentazione della fuga. Arrivai a casa, sudando freddo. Un video non avrebbe potuto testimoniare la mia paura.

    Tornando al caso di Renee Nicole Good, molti psicologi del trauma intervenuti nel dibattito sostengono che la calma iniziale può essere una “reazione di dissociazione” o un tentativo fallito di allentare la tensione, seguito da un improvviso istinto di fuga quando l’agente ha cercato di rompere il finestrino.

    Invece, quello che il video ha potuto mostrare chiaramente è che la donna con la sua auto non ha rappresentato una minaccia per l’agente ICE. Come riportato nelle analisi tecniche (ad esempio dal New York Times), il fatto che l’agente sia rimasto in piedi, con un braccio teso a filmare e l’altro a sparare, dimostra che non c’é stato un impatto o comunque un impatto tale da giustificare l’uso letale della forza. L’auto si muoveva in una direzione che si allontanava dall’agente, non andava verso di lui.

    Una persona intelligente, circondata da agenti armati, si ferma, alza le mani e sta tranquilla? Forse, se gli è stato detto solo di fermarsi e non contemporaneamente di fermarsi, ma pure di andarsene. Oppure, si ferma e sta tranquilla, se ha fiducia che sarà trattata umanamente. Ma il comportamento degli agenti ICE è noto e abbiamo visto che alcuni di loro sono disposti a uccidere per nulla. Lei poteva temere di essere picchiata, violentata, trattenuta chissà dove e in quali condizioni. Ma, anche se non fosse stata intelligente o qualsiasi difetto avesse, questo non può giustificare l’improvvisazione in strada della pena di morte.

  • Iran 2026: la rivolta del Gran Bazar

    Iran 2026: la rivolta del Bazar

    A gennaio 2026, un’ondata di proteste nazionali investe l’Iran. La causa principale è una crisi economica senza precedenti. Crollo della valuta locale, il rial, l’inflazione al 52%, raddoppio dei prezzi dei beni alimentari. I mercanti del Gran Bazar di Teheran si rivoltano e abbassano le serrande. Il malcontento per il carovita si trasforma in contestazione della Repubblica Islamica. Slogan contro la guida suprema Alì Khamenei, ripresa dei temi del movimento Donna, vita, libertà del 2022, richiesta di libertà politiche e civili, fine del governo teocratico. Molti iraniani criticano il governo per aver speso enormi risorse in armamenti e milizie regionali mentre l’economia domestica andava in rovina.

    Questa protesta, rispetto a quelle dell’Onda verde (2009) e di Donna, vita, libertà (2022), ha composizione e motivazione diverse. Oggi ci sono i mercanti del Gran Bazar di Teheran, l’ago della bilancia delle rivoluzioni iraniane (inclusa quella del 1979). Il crollo del Rial (arrivato a 1,45 milioni per 1 dollaro), ha soffocato commercianti e grossisti. Che perciò adesso si alleano con le fasce popolari più povere. Il cuore economico del paese in rivolta contro il governo. Non solo cortei, anche sit-in silenziosi in luoghi pubblici e ospedali; scioperi simultanei in settori chiave come energia e trasporti; serrate dei negozi; uso rapido e capillare dei social media, per aggirare i blackout di internet e diffondere le notizie nelle province rurali.

    A differenza del 2022, il regime usa una strategia ibrida. Concessioni economiche per svuotare le piazze, indagini sulle violenze della polizia. E repressione sul campo: 45 morti, duemila arresti. Il Presidente Masoud Pezeshkian ha ordinato alle forze di sicurezza di non reprimere le proteste puramente “economiche”. Ha ammesso pubblicamente che la colpa della crisi non è solo degli USA, ma della leadership stessa, promettendo riforme economiche e sussidi diretti. Il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha invece dichiarato che non ci sarà “alcuna clemenza”. Mentre a parole riconosce il diritto di protestare, nei fatti ha dato il via libera a una repressione violenta nelle province più agitate (come il Lorestan e l’Ilam), dove si registrano già decine di morti. Pesante l’intervento della polizia al Gran Bazar e nelle Università con uso di lacrimogeni e arresti. Raid polizieschi negli ospedali, per arrestare i manifestanti feriti, prima che possano essere curati.

    Non ci sono prove di una regia israelo-americana nello scatenare le piazze. Usa e Israele hanno già avuto un ruolo con la guerra dei dodici giorni nel giugno 2025, accentuando il forte risentimento popolare verso il governo per aver dato priorità ai finanziamenti verso milizie estere (Hezbollah, Hamas) e agli armamenti, mentre il sistema sanitario e le infrastrutture civili (colpite da continui blackout) crollano. Adesso gli Usa minacciano di intervenire, se il regime uccide i manifestanti. Israele vede l’opportunità di dare il colpo di grazia agli ayatollah. Hacker occidentali aiutano i manifestanti a mantenere l’accesso a Internet nonostante i blackout imposti dal governo. Washington ha mobilitato aerei e rifornitori nelle basi regionali. Un intervento militare diretto (bombardamenti) sarebbe giustificato ufficialmente come “difesa dei diritti umani” o per prevenire la costruzione di un’arma nucleare in un momento di caos.

    Gli effetti di un intervento militare esterno sono un’incognita. Potrebbe impedire l’uso di aviazione o artiglieria pesante contro le folle (una sorta di No-Fly Zone). Oppure far perdere legittimità ai manifestanti. Il regime può usare l’intervento straniero per etichettare i manifestanti come “traditori” e “spie”, giustificando una repressione ancora più feroce come “difesa della patria”. Potrebbe provocare la caduta rapida del regime. Oppure, risvegliare il nazionalismo patriottico difensivo anche di chi odia il regime. Potrebbe dare supporto logistico, accesso a comunicazioni satellitari e fondi per gli scioperanti. Oppure, precipitare il paese nella guerra civile, trasformando l’Iran in una nuova Siria o una nuova Libia.

    I manifestanti chiedono al mondo supporto tecnologico: garantire la connessione a Internet. Sostituire le sanzioni che affamano la popolazione con sanzioni individuali durissime contro il regime. Pressione diplomatica per fermare le esecuzioni. Con oltre 2.000 esecuzioni nel 2025, i manifestanti vogliono che i negoziati (per il nucleare o altro) siano condizionati alla fine della pena di morte per i prigionieri politici. Ritiro degli ambasciatori europei da Teheran. No all’invasione. Un’invasione di terra o bombardamenti massicci sulle infrastrutture civili alienerebbero la popolazione. Sì allo “Scudo”. Molti chiedono che gli USA e Israele esercitino una pressione tale da impedire al regime di usare l’esercito regolare o l’aviazione contro i civili. Che l’esterno faccia da “deterrente” contro una strage di massa. I manifestanti chiedono al mondo di amplificare la protesta e frenare la repressione. Lasciando però al popolo iraniano il compito di decidere il destino dell’Iran.

  • Da Saddam a Maduro: la formula del “mondo un posto migliore senza il dittatore”

    Da Saddam a Maduro: la formula del mondo un posto migliore senza il dittatore

    Il Venezuela, o persino il mondo, è un posto migliore senza Maduro. Lo comunica Trump, lo dice Renzi, lo ripetono diversi commentatori. Una formula retorica usata per giustificare interventi militari controversi. Di fronte al Rapporto Chilcot, la usò Tony Blair: “Il mondo è un posto migliore senza Saddam Hussein.” Bush e Cheney lo ripeterono ogni volta che dovevano difendere l’invasione dell’Iraq. Obama ammise di non aver avuto un piano per la Libia, ma sostenne che “Il mondo è un posto migliore senza Gheddafi”. Concetto sintetizzato nel crudo “We came, we saw, he died” di Hillary Clinton. La stessa frase Obama la dedicò al capo di Al Qaeda ucciso in un blitz: “Il mondo è un posto più sicuro e migliore grazie alla morte di Osama bin Laden.”

    La formula ricorre spesso perché sposta l’attenzione dai mezzi illegali ai fini liberatori. Semplifica e chiude il dibattito. Perché nessuno può difendere un dittatore o un terrorista. Eppure, l’Iraq senza Saddam è sprofondato in una guerra settaria che ha generato terrorismo e centinaia di migliaia di morti. Oggi è una democrazia fragile e corrotta sotto l’influenza iraniana. La Libia di Gheddafi si è frantumata in due governi paralleli, milizie in guerra, infiltrazioni straniere, traffico di esseri umani, mercati di schiavi. Una fonte di instabilità permanente per l’Europa. L’Afghanistan senza i talebani è costato 241 mila morti e 8 mila miliardi di dollari. Nel 2021, i talebani sono tornati al potere. Il mondo senza bin Laden ha prodotto Al-Nusra e lo Stato Islamico.

    Il Venezuela corre gli stessi rischi. Se agli Stati Uniti interessano solo le risorse venezuelane, qualunque situazione gliele garantisca andrà bene. Il Venezuela diventerà un posto migliore per le compagnie petrolifere americane che possono tornare a estrarre nell’Orinoco. Migliore per Washington che elimina un alleato di Russia, Cina e Iran. Ma per il cittadino di Caracas questo non garantisce sicurezza, servizi o libertà. Un blitz illegale non produce istituzioni solide. Se il nuovo leader è percepito come un fantoccio americano, metà della popolazione lo vedrà come un usurpatore. Se il diritto internazionale crolla, il mondo diventa un luogo governato dai rapporti di forza. Senza legittimazione interna e rispetto della legalità internazionale, cambia solo il colore della tragedia venezuelana. Accettarlo come normale, significa rimanere in attesa del prossimo paese sulla lista. Questo è il mondo migliore che ci viene offerto.

  • Attacco Usa al Venezuela. Italia a tappetino

    Attacco Usa al Venezuela. Italia a tappetino

    Sull’attacco militare Usa al Venezuela, Giorgia Meloni ha scritto che l’Italia non ha riconosciuto la vittoria elettorale di Maduro; pur ritenendo che ‘l’azione militare esterna non sia la strada per mettere fine ai regimi totalitari’, considera legittimo ‘un intervento difensivo contro attacchi ibridi’ da ‘entità statuali che alimentano il narcotraffico’. ‘Non è la strada’ significa non è opportuno; ‘legittimo’ significa è legale. Meloni copre Trump nel suo punto debole, la violazione del diritto internazionale, riqualificando l’attacco come autodifesa. Il Venezuela non è più uno stato sovrano aggredito, ma un’entità che minaccia la sicurezza americana. Così, il governo italiano ribadisce, oltre l’alleanza con gli Stati Uniti, anche il modo acritico e incondizionato d’interpretarla. In particolare con Donald Trump. Presidente Usa e leader mondiale delle destre di ogni paese. Sicuramente dell’Italia. La sovranista Giorgia Meloni dispone l’Italia, non come un ponte, ma come un tappetino del grande alleato.

    Rispetto a quella del governo italiano, qualsiasi altra posizione europea sembra migliore, ma non di molto. La UE, con Ursula Von Der Leyen e Kaja Kallas, esprime “profonda preoccupazione”. Chiede la de-escalation, il rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Ribadisce che Maduro non è il presidente legittimo del Venezuela, ma che qualsiasi transizione deve essere pacifica e democratica. La priorità dichiarata è la sicurezza dei cittadini europei in Venezuela. Una posizione critica, ma molto laterale. Come se il diritto internazionale non fosse già stato violato con i bombardamenti su Caracas e il rapimento di Maduro e di sua moglie, Cilia Flores. Perché Trump dovrebbe trattenersi se nessuno osa condannarlo? Più esplicite le condanne di Cina e Russia, ma anche molto di circostanza. Infatti, come se non bastasse, in conferenza stampa, Trump ha apertamente rivendicato di voler gestire il Venezuela e le sue risorse petrolifere.

    Da quando Donald Trump è tornato alla Casa bianca, gli Usa hanno sganciato bombe su tre paesi: l’Iran, la Nigeria, il Venezuela. Tutti e tre grandi produttori di petrolio. Per qualcuno, ciò nonostante, bisogna apprezzare l’effetto collaterale sperato: la conquista della libertà e della democrazia. Entrambe sotto attacco in America, per iniziativa dello stesso Trump. Come se libertà e democrazia potessero diffondersi e consolidarsi nel mondo, attraverso un sistema di relazioni non regolato dal diritto internazionale (e interno), ma dal rapporto crudo tra prede e predatori. In un mondo del genere, l’Italia è una preda che cerca di essere l’amica protetta di un predatore. Mentre l’Europa non sa bene cosa vuole essere, avendo la stazza del predatore, ma essendo frammentata in tante prede. Mentre azzanna il Venezuela, Trump già minaccia Colombia e Cuba. La sorte dei paesi latino-americani scrive anche quella dei vicini della Russia e della Cina.

  • Occidente più a destra nel 2025

    Occidente a destra nel 2025

    Nel 2025, l’Occidente si è spostato ancora più a destra. Negli Stati Uniti, Donald Trump è tornato alla Casa bianca nella versione più estrema di se stesso. In politica interna, ha minacciato e attaccato avversari, magistrati, i diritti delle minoranze, in particolare dei migranti. Nella politica estera, ha iniziato a smantellare le politiche ambientali, il multilateralismo, il libero commercio, l’assistenza umanitaria, la resistenza ucraina. Nell’Unione Europea, la rielezione di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione UE ha aperto alla collaborazione con partiti prima considerati “impresentabili”. In Germania, Francia, Austria e Portogallo, destra e estrema destra hanno ottenuto risultati elettorali storici, arrivando in alcuni casi a guidare governi o a influenzare l’agenda politica. In Germania, Alternative für Deutschland (AfD) è diventata il secondo partito, mentre in Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen continua a crescere e minare la stabilità politica tradizionale.

    Secondo gli analisti, l’Occidente spostato a destra è l’effetto combinato di questioni sociali, economiche e culturali. Le crisi economiche provocate da pandemia, crisi energetica, guerra ucraina, hanno accentuato le disuguaglianze e un declino reale o percepito. Da qui rabbia e sfiducia delle classi medie e popolari verso le istituzioni, con molti elettori spinti verso partiti che promettono protezione, identità e un ritorno a valori tradizionali. In molti paesi, la destra ha sfruttato la paura dello “straniero” e la nostalgia per un passato idealizzato, proponendosi come difensore della cultura nazionale contro la globalizzazione e dell’ordine sociale contro i migranti. Le estreme destre si sono date una immagine più moderata e normale, per presentarsi come alternative credibili. Mentre la sinistra, impegnata sui diritti civili, ha lasciato scoperta la protesta sociale. La comunicazione diretta semplificata, aggressiva e polarizzante dei social media, ha aiutato la destra a raggiungere ampi strati della popolazione.

    L’ascesa della destra può consolidarsi o essere transitoria. Crudele e incompetente alla prova del governo, la destra può aggravare i problemi e perdere il consenso. Ma non si può aspettare che fallisca. Occorre resistere e mettere al primo posto l’economia reale e la protezione sociale: potere d’acquisto, sicurezza del lavoro e della casa, sanità, istruzione, previdenza. Senza contrapporsi all’avversario, né imitarlo. Criticare i leader populisti, ma non offenderne gli elettori. Separare nel populismo il sociale dal politico. Quindi, difendere o rafforzare lo stato di diritto, la divisione dei poteri, la democrazia e le istituzioni. Anche con la riforma partecipativa dei partiti e la tutela dei diritti delle minoranze. Tessendo una narrativa diversa, una visione positiva e inclusiva dell’identità nazionale, che guardi al futuro e non a un passato idealizzato. Con il sostegno dell’alleanza di tutte le forze democratiche e progressiste.

  • La sinistra e Hamas

    La sinistra e Hamas

    Hannoun, il bambino e l’acqua sporca, Luigi Manconi sulla Repubblica del 30 dicembre 2025. L’autore dice le cose giuste sulla campagna della destra contro il mondo della solidarietà e la sinistra, accusati di correità con il terrorismo. Come le dice sulle criticità dell’inchiesta su Hannoun: chi ha ricevuto i finanziamenti e se davvero ha compiuto attività concrete di terrorismo.

    Nel dirle, muove anche un giusto rimprovero alla sinistra. Senza mettere “in discussione la più intransigente tutela dei diritti del popolo palestinese e la più severa critica delle politiche del governo israeliano”, egli afferma che “l’una e l’altra saranno tanto più limpidamente nette quanto più sarà sciolta ogni ambiguità verso il terrorismo di Hamas e degli altri gruppi jihadisti. Cosa che è ancora lontana dal realizzarsi”. Ossia il rifiuto che il terrorismo islamista possa essere considerato un mezzo di emancipazione, invece che un apparato dispotico e burocratico fine a se stesso. La strada da battere per lo Stato Palestinese è non solo diversa, ma totalmente alternativa a quella battuta da Hamas. Questo dobbiamo dire in ogni assemblea, manifestazione, talk show.

    In astratto e razionalmente la penso allo stesso modo. Bisognerebbe fare un’analisi sul perché la sinistra, o una sua parte, non agisce come suggerisce Luigi Manconi. Forse per effetto della polarizzazione. Come tanti filoisraeliani non si pongono il problema della leadership di Israele, tanti filopalestinesi non si pongono il problema della leadership della Palestina. Oppure per banali problemi di consenso, per cui si vuole rappresentare tutto il movimento senza rischiare di perderne un pezzo. Poi, per la stessa paura di perdere altri consensi, quando si pensa sia capitato un guaio, ci si precipita reattivamente a disconoscere e dissociarsi. Nel caso, sarebbero cattive motivazioni, con le quali, in un esercizio fin troppo facile, biasimiamo una parte del personale politico della sinistra per come e perché si muove. Tuttavia, c’è una questione che sovrasta queste motivazioni.

    La condanna del terrorismo di Hamas (l’attacco ai civili israeliani) è una presa di posizione politica e morale molto forte, che noi assumiamo da una posizione di autorità politica e morale molto debole. Perché, in assenza del terrorismo, della questione palestinese noi non ci occupiamo. Giusto predicare di battere una strada totalmente alternativa a quella di Hamas, ovvero democratica e pacifica e non dispotica e terroristica. Eppure, anni addietro è successo che persino Hamas ci abbia provato, proprio sotto la guida del famigerato Yahya Sinwar.

    Dal 30 marzo 2018 al 27 dicembre 2019, ogni venerdì, i palestinesi di Gaza hanno organizzato la Grande Marcia del Ritorno, una manifestazione pacifica ai confini di Israele per ricordare la Nakba e chiedere la fine del blocco di Gaza. Una manifestazione settimanale che non ha ucciso nessuno, né militare né civile, ma che è costata ai palestinesi centinaia di morti e migliaia di feriti e mutilati. Perché, quale che sia la forma di lotta palestinese, la reazione israeliana è la repressione. Addirittura, Haaretz pubblicò un’inchiesta il 6 marzo 2020 nella quale raccoglieva le testimonianze dei soldati israeliani che raccontavano delle gare tra loro, con tanto di punteggi e premi formalizzati, tra chi sapeva colpire meglio e di più le ginocchia dei bambini palestinesi.

    Quando succedeva questo, noi che abbiamo il dovere di dire senza ambiguità quale deve essere la giusta via per giungere allo Stato Palestinese, cosa facevamo? Eravamo presi dalle nostre pur importanti vicende. C’era il governo giallo-verde, poi quello giallo-rosso, Salvini era al 40%, Renzi si preparava alla scissione dal PD. Difficile tornare a quegli anni e trovare sulle nostre pagine dei post a sostegno delle manifestazioni pacifiche dei palestinesi. Non ci siamo neanche accorti che ci fossero. Poi, il 7 ottobre ci siamo risvegliati. Come ci risvegliamo ogni volta che il conflitto israelo-palestinese, un conflitto a bassa intensità, passa a una fase di intensità più alta, in genere a seguito di un atto di terrorismo più grave dei precedenti, con conseguente rappresaglia israeliana indiscriminata e sproporzionata. Quindi condanniamo il terrorismo. Una condanna che somiglia al lancio della sveglia quando i più iracondi interrompono il sonno al mattino.

    Questo è il primo problema. Poi ce n’è un secondo. Qual è il dispositivo della nostra condanna? In modo molto opportuno, Luigi Manconi premette che la condanna al terrorismo di Hamas non mette “in discussione la più intransigente tutela dei diritti del popolo palestinese e la più severa critica delle politiche del governo israeliano”. Queste politiche sono l’occupazione, la colonizzazione, la segregazione, il blocco, la detenzione in via amministrativa di migliaia di persone, la tortura, i massacri di massa, l’uso della fame come strumento di guerra. Politiche che meritano la “più severa critica”. Perché allora le politiche di Hamas meritano non la “più severa critica”, ma la messa al bando? Un bel editoriale contro il governo di Israele, una dura legge contro Hamas.

    Un tale squilibrio e la debole posizione di autorità politica e morale della sinistra rispetto al conflitto mediorientale hanno il loro peso nel rendere il discorso della sinistra poco limpido e disinvolto nell’esprimere anche le giuste critiche nei confronti della leadership e delle forme di lotta della resistenza palestinese. Comunque, va ricordato che, dopo il 7 ottobre, per molti mesi, forse più di un anno, la retorica della maggioranza di sinistra andava nel senso di dare per scontato che fosse giusto eliminare Hamas, lo dichiarava persino, e le sue esternazioni più o meno recitavano così: “Hamas va eliminato, Israele ha il diritto di difendersi, ma deve farlo nei limiti e nel rispetto del diritto internazionale”. La retorica di sinistra si è radicalizzata in senso filopalestinese soltanto nella scorsa primavera, quando si è radicalizzato l’orientamento dell’opinione pubblica e si è affermata a livello internazionale l’accusa a Israele di genocidio.


    La nuova strategia dei palestinesi
    Catherine Cornet, giornalista e ricercatrice
    Internazionale, 5 aprile 2018

    Gaza, un anno dopo le proteste: “Continue violazioni del diritto internazionale umanitario”
    amnesty.it 30 marzo 2019

    ’42 Knees in One Day’: Israeli Snipers Open Up About Shooting Gaza Protesters
    Haaretz, Hilo Glazer, 6 march 2020

  • L’arresto di Greta Thunberg e il bando di Palestine Action in UK

    L'arresto di Greta Thunberg, il bando di Palestine Action in UK

    Greta Thunberg è stata arrestata il 23 dicembre 2025 a Londra durante una manifestazione organizzata dal gruppo “Prisoners for Palestine”, in solidarietà con attivisti detenuti legati a Palestine Action. La polizia londinese ha fermato Thunberg per aver esposto un cartello con la scritta “I support the Palestine Action prisoners. I oppose genocide” (“Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio”). Perché questo sarebbe in violazione della Section 13 del Terrorism Act 2000, che proibisce di sostenere un’organizzazione proscritta (proscribed organisation), come Palestine Action.

    La protesta si è svolta davanti agli uffici della compagnia assicurativa Aspen Insurance nel distretto finanziario di Londra. Gli attivisti accusano Aspen di fornire coperture assicurative a Elbit Systems, un’azienda israeliana di armamenti. Durante l’azione, due manifestanti hanno spruzzato vernice rossa sulla facciata dell’edificio e si sono incatenati, venendo arrestati per danni criminali. La manifestazione mirava anche a sostenere detenuti di Palestine Action in sciopero della fame da oltre 50 giorni, in protesta contro la loro detenzione preventiva e la messa al bando del gruppo.

    Greta Thunberg è stata rilasciata su cauzione poco dopo (con obbligo di presentarsi in tribunale a marzo 2026), e non è stata l’unica arrestata in azioni simili: da quando Palestine Action è stata bandita, migliaia di persone sono state fermate nel Regno Unito per aver espresso sostegno al gruppo o ai suoi prigionieri, spesso con cartelli pacifici. Il bando di Palestine Action è controverso: il gruppo è noto per azioni di sabotaggio non violente contro aziende legate a Israele, ma non per attentati contro persone.

    Il bando di Palestine Action

    L’organizzazione Palestine Action è stata bandita (proscribed) nel Regno Unito come organizzazione terroristica a partire dal 5 luglio 2025, ai sensi del Terrorism Act 2000. La decisione è stata annunciata dal governo laburista guidato da Keir Starmer, con l’allora Home Secretary Yvette Cooper che ha proposto l’ordine di proscription il 23 giugno 2025, approvato dal Parlamento (385 voti a favore contro 26 alla Camera dei Comuni).

    Il governo ha giustificato il bando sostenendo che Palestine Action avesse superato la soglia per essere considerata “concerned in terrorism” (coinvolta nel terrorismo), sulla base di una campagna crescente di attacchi aggressivi, intimidatori e danni criminali sostenuti contro imprese, istituzioni e infrastrutture critiche, inclusi siti della difesa nazionale. Azioni che mettono a rischio la sicurezza nazionale, come irruzioni in basi militari e danni a beni legati alla difesa (ad esempio, forniture per NATO, Ucraina e alleati). L’incidente scatenante è stato l’irruzione nel giugno 2025 alla base RAF Brize Norton, dove attivisti hanno spruzzato vernice rossa su due aerei militari Voyager, causando danni stimati in milioni di sterline.

    Palestine Action è stata fondata nel 2020. L’organizzazione utilizza azione diretta non violenta nei confronti delle persone, ma con danni alla proprietà, per interrompere la catena di fornitura di armi israeliane nel Regno Unito. I suoi principali target sono i siti di Elbit Systems (principale produttore di armi israeliano fabbricate in UK), con irruzioni, vernice rossa, blocchi e sabotaggi che hanno portato alla chiusura di alcuni stabilimenti. Altre aziende legate alla difesa israeliana, banche (come Barclays, che ha poi disinvestito da Elbit) e istituzioni accusate di complicità. Il gruppo si oppone a quello che definisce “genocidio e apartheid” israeliano, specie durante la guerra a Gaza.

    Il bando è considerato da molti un abuso delle leggi anti-terrorismo. ONU (Volker Türk, Alto Commissario per i Diritti Umani) ha definito il provvedimento un “abuso preoccupante” delle leggi anti-terrorismo, un’applicazione sproporzionata, che criminalizza condotte non terroristiche (danni a proprietà) e viola i diritti alla libertà di espressione, assemblea e associazione. Amnesty International, Liberty e gruppi per i diritti civili lo vedono come un’interferenza illegittima con il diritto di protesta, confondendo attivismo con terrorismo. È la prima volta che un gruppo di azione diretta pacifista (senza violenza contro le persone) viene proscritto in questo modo.

    Rapporti di intelligence declassificati (riportati da NYT e altri) indicano che la maggior parte delle attività di Palestine Action “non sarebbe classificata come terrorismo” secondo la definizione legale britannica, e che il gruppo non promuove violenza contro gli individui. Dal bando, oltre 2.000 persone sono state arrestate per aver espresso sostegno (es. cartelli con “I support Palestine Action” o “I oppose genocide”), portando a un aumento esponenziale degli arresti per reati terroristici. Il gruppo sta sfidando legalmente il bando in tribunale (caso avviato dalla co-fondatrice Huda Ammori).

    Fonti di diverso orientamento (governative come GOV.UK, mediatiche come BBC, Guardian, Al Jazeera, NYT, Reuters) confermano che il bando si basa su una definizione molto ampia di terrorismo (che include danni gravi a proprietà per fini politici), che finisce per restringere eccessivamente la legittimità del dissenso pro-palestinese. Il caso è ancora sub judice, con possibili implicazioni per future proteste.

    La repressione del movimento di solidarietà con la Palestina

    Il contesto in cui si inseriscono l’arresto di Greta Thunberg, il 23 dicembre 2025, e il bando di Palestine Action come organizzazione terroristica nel Regno Unito, il 5 luglio 2025, è quello di una ridotta tolleranza e, in molti casi, di una vera e propria repressione nei confronti dei movimenti e delle espressioni di solidarietà con la Palestina in vari paesi occidentali, a partire dal 7 ottobre 2023 (l’attacco di Hamas in Israele e la successiva risposta israeliana a Gaza). Questa tendenza è documentata da rapporti di organizzazioni per i diritti umani come la Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), Human Rights Watch (HRW) e Amnesty International, che evidenziano un aumento sistematico di misure repressive, motivate spesso da preoccupazioni per la sicurezza nazionale o la lotta all’antisemitismo, ma criticate come sproporzionate e lesive della libertà di espressione, assemblea e associazione.

    Dal 7 ottobre 2023, quando Hamas ha lanciato un attacco contro il sud di Israele uccidendo circa 1.200 persone e prendendo 250 ostaggi, Israele ha risposto con una campagna militare a Gaza che ha causato oltre 70.000 morti palestinesi (secondo stime FIDH al 2025), soprattutto civili. Questo ha innescato un’ondata globale di proteste pro-Palestina, ma anche una reazione repressiva in Occidente. Rapporti indicano che governi e istituzioni hanno intensificato misure contro attivisti, studenti, giornalisti e organizzazioni, confondendo spesso critiche legittime alle politiche israeliane con antisemitismo o sostegno al terrorismo.

    Questa direzione si manifesta in diversi modi. Criminalizzazione di slogan e simboli. Frasi come “From the river to the sea” “Free Palestine”, o “Intifada” sono state interpretate come incitamento all’odio o al terrorismo, portando ad arresti. Censura online e mediatica. Meta (Instagram e Facebook) ha rimosso oltre 1.050 contenuti pro-Palestina tra ottobre e novembre 2023, secondo HRW. Repressione accademica e lavorativa. Università e datori di lavoro hanno sospeso o licenziato persone per post sui social o partecipazione a proteste. Aumento di arresti e sorveglianza. Migliaia di arresti in proteste, con uso di leggi anti-terrorismo per monitorare attivisti.

    Diversi critici, inclusi l’ONU e gruppi per i diritti civili, definiscono queste misure un “abuso preoccupante” delle leggi anti-terrorismo, che restringe lo spazio civico e normalizza l’islamofobia e il profiling razziale. Fonti come il Guardian e il New York Times notano che, mentre alcune azioni mirano a prevenire violenza, molte colpiscono espressioni pacifiche, alimentando un clima di paura.

    Nonostante la repressione, il movimento pro-Palestina ha visto una mobilitazione record, con milioni di partecipanti globali, inclusi ebrei antisionisti e attivisti per i diritti. Tuttavia, questa dinamica ha eroso spazi democratici, con un impatto sproporzionato su comunità musulmane e di colore. Il caso Thunberg e Palestine Action esemplifica come misure anti-terrorismo vengano applicate a proteste non violente, alimentando conflitti, dibattiti e preoccupazioni sulla tenuta delle libertà civili.


    Riferimenti

    Greta Thunberg arrested over Palestine Action demo
    BBC, James W Kelly, 23 Dec 2025

    Greta Thunberg arrested in London over ‘Palestine Action prisoners’ placard
    The Guardian, Ben Quinn, Tue 23 Dec 2025

    Palestine Action hunger strikes: What are their demands?
    As a months-long hunger strike persists, calls for immediate government intervention grow louder
    AlJazeera, Alex Kozul-Wright and News Agencies, 22 Dec 2025

    Terrorism Act 2000 UK
    legislation.gov.uken.wikipedia.org

    Two arrested on suspicion of shouting slogans calling for ‘intifada’ at protest
    Total of five arrests made at pro-Palestine demonstration in London – hours after chiefs of two police forces announced change in approach
    The Guardian, Vikram Dodd and Nadeem Badshah, Wed 17 Dec 2025

    Right to protest is under sustained attack in the west, report finds
    This article is more than 2 months old
    Counter-terror laws being ‘weaponised’ against pro-Palestine groups in UK, US, France and Germany, says FIDH
    The Guardian, Geneva Abdul, Tue 14 Oct 2025

    FIDH publishes a report on the repression of the solidarity movement with Palestine
    fidh.org 14/10/2025