
Hannoun, il bambino e l’acqua sporca, Luigi Manconi sulla Repubblica del 30 dicembre 2025. L’autore dice le cose giuste sulla campagna della destra contro il mondo della solidarietà e la sinistra, accusati di correità con il terrorismo. Come le dice sulle criticità dell’inchiesta su Hannoun: chi ha ricevuto i finanziamenti e se davvero ha compiuto attività concrete di terrorismo.
Nel dirle, muove anche un giusto rimprovero alla sinistra. Senza mettere “in discussione la più intransigente tutela dei diritti del popolo palestinese e la più severa critica delle politiche del governo israeliano”, egli afferma che “l’una e l’altra saranno tanto più limpidamente nette quanto più sarà sciolta ogni ambiguità verso il terrorismo di Hamas e degli altri gruppi jihadisti. Cosa che è ancora lontana dal realizzarsi”. Ossia il rifiuto che il terrorismo islamista possa essere considerato un mezzo di emancipazione, invece che un apparato dispotico e burocratico fine a se stesso. La strada da battere per lo Stato Palestinese è non solo diversa, ma totalmente alternativa a quella battuta da Hamas. Questo dobbiamo dire in ogni assemblea, manifestazione, talk show.
In astratto e razionalmente la penso allo stesso modo. Bisognerebbe fare un’analisi sul perché la sinistra, o una sua parte, non agisce come suggerisce Luigi Manconi. Forse per effetto della polarizzazione. Come tanti filoisraeliani non si pongono il problema della leadership di Israele, tanti filopalestinesi non si pongono il problema della leadership della Palestina. Oppure per banali problemi di consenso, per cui si vuole rappresentare tutto il movimento senza rischiare di perderne un pezzo. Poi, per la stessa paura di perdere altri consensi, quando si pensa sia capitato un guaio, ci si precipita reattivamente a disconoscere e dissociarsi. Nel caso, sarebbero cattive motivazioni, con le quali, in un esercizio fin troppo facile, biasimiamo una parte del personale politico della sinistra per come e perché si muove. Tuttavia, c’è una questione che sovrasta queste motivazioni.
La condanna del terrorismo di Hamas (l’attacco ai civili israeliani) è una presa di posizione politica e morale molto forte, che noi assumiamo da una posizione di autorità politica e morale molto debole. Perché, in assenza del terrorismo, della questione palestinese noi non ci occupiamo. Giusto predicare di battere una strada totalmente alternativa a quella di Hamas, ovvero democratica e pacifica e non dispotica e terroristica. Eppure, anni addietro è successo che persino Hamas ci abbia provato, proprio sotto la guida del famigerato Yahya Sinwar.
Dal 30 marzo 2018 al 27 dicembre 2019, ogni venerdì, i palestinesi di Gaza hanno organizzato la Grande Marcia del Ritorno, una manifestazione pacifica ai confini di Israele per ricordare la Nakba e chiedere la fine del blocco di Gaza. Una manifestazione settimanale che non ha ucciso nessuno, né militare né civile, ma che è costata ai palestinesi centinaia di morti e migliaia di feriti e mutilati. Perché, quale che sia la forma di lotta palestinese, la reazione israeliana è la repressione. Addirittura, Haaretz pubblicò un’inchiesta il 6 marzo 2020 nella quale raccoglieva le testimonianze dei soldati israeliani che raccontavano delle gare tra loro, con tanto di punteggi e premi formalizzati, tra chi sapeva colpire meglio e di più le ginocchia dei bambini palestinesi.
Quando succedeva questo, noi che abbiamo il dovere di dire senza ambiguità quale deve essere la giusta via per giungere allo Stato Palestinese, cosa facevamo? Eravamo presi dalle nostre pur importanti vicende. C’era il governo giallo-verde, poi quello giallo-rosso, Salvini era al 40%, Renzi si preparava alla scissione dal PD. Difficile tornare a quegli anni e trovare sulle nostre pagine dei post a sostegno delle manifestazioni pacifiche dei palestinesi. Non ci siamo neanche accorti che ci fossero. Poi, il 7 ottobre ci siamo risvegliati. Come ci risvegliamo ogni volta che il conflitto israelo-palestinese, un conflitto a bassa intensità, passa a una fase di intensità più alta, in genere a seguito di un atto di terrorismo più grave dei precedenti, con conseguente rappresaglia israeliana indiscriminata e sproporzionata. Quindi condanniamo il terrorismo. Una condanna che somiglia al lancio della sveglia quando i più iracondi interrompono il sonno al mattino.
Questo è il primo problema. Poi ce n’è un secondo. Qual è il dispositivo della nostra condanna? In modo molto opportuno, Luigi Manconi premette che la condanna al terrorismo di Hamas non mette “in discussione la più intransigente tutela dei diritti del popolo palestinese e la più severa critica delle politiche del governo israeliano”. Queste politiche sono l’occupazione, la colonizzazione, la segregazione, il blocco, la detenzione in via amministrativa di migliaia di persone, la tortura, i massacri di massa, l’uso della fame come strumento di guerra. Politiche che meritano la “più severa critica”. Perché allora le politiche di Hamas meritano non la “più severa critica”, ma la messa al bando? Un bel editoriale contro il governo di Israele, una dura legge contro Hamas.
Un tale squilibrio e la debole posizione di autorità politica e morale della sinistra rispetto al conflitto mediorientale hanno il loro peso nel rendere il discorso della sinistra poco limpido e disinvolto nell’esprimere anche le giuste critiche nei confronti della leadership e delle forme di lotta della resistenza palestinese. Comunque, va ricordato che, dopo il 7 ottobre, per molti mesi, forse più di un anno, la retorica della maggioranza di sinistra andava nel senso di dare per scontato che fosse giusto eliminare Hamas, lo dichiarava persino, e le sue esternazioni più o meno recitavano così: “Hamas va eliminato, Israele ha il diritto di difendersi, ma deve farlo nei limiti e nel rispetto del diritto internazionale”. La retorica di sinistra si è radicalizzata in senso filopalestinese soltanto nella scorsa primavera, quando si è radicalizzato l’orientamento dell’opinione pubblica e si è affermata a livello internazionale l’accusa a Israele di genocidio.
La nuova strategia dei palestinesi
Catherine Cornet, giornalista e ricercatrice
Internazionale, 5 aprile 2018
Gaza, un anno dopo le proteste: “Continue violazioni del diritto internazionale umanitario”
amnesty.it 30 marzo 2019
’42 Knees in One Day’: Israeli Snipers Open Up About Shooting Gaza Protesters
Haaretz, Hilo Glazer, 6 march 2020
Lascia un commento