Tag: Palestina

  • Per la liberazione di Marwan Barghouti

    Fadwa Barghouti chiede la liberazione di Marwan Barghouti

    L’avvocata Fadwa Barghouti guida la campagna internazionale per la liberazione di suo marito Marwan Barghouti, il “Mandela palestinese”, e degli oltre diecimila prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane in condizioni disumane. Il 20 gennaio, al Cinema Adriano di Roma, introducendo il documentario Tomorrow’s Freedom sulla vita di Marwan Barghouti, Fadwa ha sottolineato come la libertà di suo marito sia un simbolo di unità e della possibile soluzione politica del conflitto israelo-palestinese.

    Sostenuta da Assopace Palestina, ANPI, ARCI e da forze politiche come PD e AVS, la campagna chiede, oltre alla liberazione dei prigionieri politici, il rispetto delle Convenzioni di Ginevra e la fine del regime di apartheid. Marwan Barghouti, in carcere dal 2002, sta scontando cinque ergastoli. Nonostante la detenzione, rimane una delle figure più popolari e autorevoli della politica palestinese. È considerato l’unico leader capace di unificare le diverse fazioni e sostiene una soluzione fondata sulla fine dell’occupazione e sulla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele.

    Sulla vicenda, Roberto Della Rocca ha voluto mettere “i puntini sulle i”. Il dirigente UCEI contesta a PD e AVS l’uso dell’espressione “prigioniero politico” riferita a Barghouti, poiché è stato condannato da un tribunale civile per omicidio e terrorismo in quanto leader dei Tanzim durante la Seconda Intifada. Definirlo tale, sostiene, equivarrebbe a considerare prigionieri politici anche i leader delle Brigate Rosse o dei NAR.

    Pur esprimendo un giudizio durissimo sul suo passato, Della Rocca riconosce però in Barghouti la figura politicamente decisiva per sbloccare il conflitto: un’alternativa laica ad Hamas, l’unico leader che vincerebbe eventuali elezioni palestinesi “con le mani legate dietro la schiena”. La sua analisi sposta così il piano dal “diritto alla scarcerazione”, che nega, alla “opportunità politica della liberazione” come strumento per rompere lo status quo.

    Questo realismo politico è apprezzabile. Ma se si vuole davvero mettere “i puntini sulle i”, occorre ricordare che Brigate Rosse e NAR agivano contro uno Stato di cui erano cittadini, titolari di diritti civili e politici. I palestinesi nei Territori Occupati, invece, vivono sotto giurisdizione militare israeliana, senza diritti di cittadinanza. In questo contesto la legalità non è un principio giuridico-democratico, ma l’espressione dei rapporti di forza.

    Un tribunale palestinese non ha alcun potere di processare un politico, un militare israeliano o un colono per le vittime di Gaza o della Cisgiordania. In questa asimmetria strutturale, i processi israeliani contro i leader palestinesi non sono atti di giustizia neutrale, ma forme di “giustizia del vincitore”, cioè repressione politica mascherata da procedura legale.

    Marwan Barghouti rifiutò infatti di riconoscere la legittimità del tribunale israeliano nel giudicare un cittadino palestinese, parlamentare eletto di un popolo sotto occupazione. Per questa ragione i suoi legali non presentarono prove a discarico né interrogarono i testimoni dell’accusa. Barghouti fu assolto per 33 capi di accusa per mancanza di prove dirette, e condannato per cinque omicidi non come esecutore materiale, ma in quanto ritenuto responsabile in qualità di leader politico–militare. Si tratta di una forma di responsabilità che, se applicata in modo coerente secondo i criteri del diritto internazionale, porrebbe questioni analoghe per qualsiasi catena di comando coinvolta in operazioni militari che abbiano prodotto uccisioni di civili. La sua applicazione selettiva, invece, conferma la natura politica del processo.

    Gran parte del procedimento si basava sulle confessioni di altri detenuti palestinesi. L’Unione Interparlamentare e numerose ONG hanno denunciato che tali testimonianze furono ottenute sotto coercizione fisica e psicologica, rendendole inammissibili secondo gli standard internazionali. Una delle “prove” centrali, prodotta dallo Shin Bet, era un verbale di interrogatorio che Barghouti si era rifiutato di firmare, contestandone il contenuto, ma che il tribunale ammise comunque. Inoltre, Barghouti fu prelevato dai Territori Occupati e processato in Israele. Amnesty International ha ricordato che la Quarta Convenzione di Ginevra vieta all’occupante di trasferire persone protette dal territorio occupato al proprio territorio per processarle. Il processo, celebrato dal tribunale di uno Stato di cui Barghouti non è cittadino e che occupa la sua terra, è dunque intrinsecamente politico.

    Le condizioni di detenzione sono nel frattempo drasticamente peggiorate. Nell’agosto 2025 è stato diffuso un video che mostra il ministro Ben Gvir mentre irrompe nella cella di Barghouti nel carcere di Ganot, minacciandolo pubblicamente. Sono state documentate ripetute aggressioni da parte delle guardie carcerarie. Nel marzo 2024 e nel settembre 2025 Barghouti è stato picchiato fino a perdere conoscenza. I legali parlano di costole incrinate, ossa rotte, ferite al volto e persino della mutilazione di una parte dell’orecchio.

    Dall’ottobre 2023 è stato trasferito più volte e tenuto in isolamento totale in diverse carceri. È detenuto in celle buie, privato di cure mediche, di cibo adeguato, di beni essenziali. La Croce Rossa e gli avvocati hanno incontrato gravi ostacoli nell’accesso. Questo trattamento non è solo una punizione individuale, ma il tentativo di spezzare il simbolo politico che Barghouti rappresenta per l’unità del popolo palestinese.

    La sua liberazione è dunque insieme una questione di diritto, poiché è stato condannato senza un giusto processo da un tribunale privo di giurisdizione; una questione umanitaria, per le condizioni di detenzione e tortura; e una questione politica, perché è l’unico leader in grado di unire i palestinesi e condurli a un accordo di pace con Israele.

  • La sinistra e Hamas

    La sinistra e Hamas

    Hannoun, il bambino e l’acqua sporca, Luigi Manconi sulla Repubblica del 30 dicembre 2025. L’autore dice le cose giuste sulla campagna della destra contro il mondo della solidarietà e la sinistra, accusati di correità con il terrorismo. Come le dice sulle criticità dell’inchiesta su Hannoun: chi ha ricevuto i finanziamenti e se davvero ha compiuto attività concrete di terrorismo.

    Nel dirle, muove anche un giusto rimprovero alla sinistra. Senza mettere “in discussione la più intransigente tutela dei diritti del popolo palestinese e la più severa critica delle politiche del governo israeliano”, egli afferma che “l’una e l’altra saranno tanto più limpidamente nette quanto più sarà sciolta ogni ambiguità verso il terrorismo di Hamas e degli altri gruppi jihadisti. Cosa che è ancora lontana dal realizzarsi”. Ossia il rifiuto che il terrorismo islamista possa essere considerato un mezzo di emancipazione, invece che un apparato dispotico e burocratico fine a se stesso. La strada da battere per lo Stato Palestinese è non solo diversa, ma totalmente alternativa a quella battuta da Hamas. Questo dobbiamo dire in ogni assemblea, manifestazione, talk show.

    In astratto e razionalmente la penso allo stesso modo. Bisognerebbe fare un’analisi sul perché la sinistra, o una sua parte, non agisce come suggerisce Luigi Manconi. Forse per effetto della polarizzazione. Come tanti filoisraeliani non si pongono il problema della leadership di Israele, tanti filopalestinesi non si pongono il problema della leadership della Palestina. Oppure per banali problemi di consenso, per cui si vuole rappresentare tutto il movimento senza rischiare di perderne un pezzo. Poi, per la stessa paura di perdere altri consensi, quando si pensa sia capitato un guaio, ci si precipita reattivamente a disconoscere e dissociarsi. Nel caso, sarebbero cattive motivazioni, con le quali, in un esercizio fin troppo facile, biasimiamo una parte del personale politico della sinistra per come e perché si muove. Tuttavia, c’è una questione che sovrasta queste motivazioni.

    La condanna del terrorismo di Hamas (l’attacco ai civili israeliani) è una presa di posizione politica e morale molto forte, che noi assumiamo da una posizione di autorità politica e morale molto debole. Perché, in assenza del terrorismo, della questione palestinese noi non ci occupiamo. Giusto predicare di battere una strada totalmente alternativa a quella di Hamas, ovvero democratica e pacifica e non dispotica e terroristica. Eppure, anni addietro è successo che persino Hamas ci abbia provato, proprio sotto la guida del famigerato Yahya Sinwar.

    Dal 30 marzo 2018 al 27 dicembre 2019, ogni venerdì, i palestinesi di Gaza hanno organizzato la Grande Marcia del Ritorno, una manifestazione pacifica ai confini di Israele per ricordare la Nakba e chiedere la fine del blocco di Gaza. Una manifestazione settimanale che non ha ucciso nessuno, né militare né civile, ma che è costata ai palestinesi centinaia di morti e migliaia di feriti e mutilati. Perché, quale che sia la forma di lotta palestinese, la reazione israeliana è la repressione. Addirittura, Haaretz pubblicò un’inchiesta il 6 marzo 2020 nella quale raccoglieva le testimonianze dei soldati israeliani che raccontavano delle gare tra loro, con tanto di punteggi e premi formalizzati, tra chi sapeva colpire meglio e di più le ginocchia dei bambini palestinesi.

    Quando succedeva questo, noi che abbiamo il dovere di dire senza ambiguità quale deve essere la giusta via per giungere allo Stato Palestinese, cosa facevamo? Eravamo presi dalle nostre pur importanti vicende. C’era il governo giallo-verde, poi quello giallo-rosso, Salvini era al 40%, Renzi si preparava alla scissione dal PD. Difficile tornare a quegli anni e trovare sulle nostre pagine dei post a sostegno delle manifestazioni pacifiche dei palestinesi. Non ci siamo neanche accorti che ci fossero. Poi, il 7 ottobre ci siamo risvegliati. Come ci risvegliamo ogni volta che il conflitto israelo-palestinese, un conflitto a bassa intensità, passa a una fase di intensità più alta, in genere a seguito di un atto di terrorismo più grave dei precedenti, con conseguente rappresaglia israeliana indiscriminata e sproporzionata. Quindi condanniamo il terrorismo. Una condanna che somiglia al lancio della sveglia quando i più iracondi interrompono il sonno al mattino.

    Questo è il primo problema. Poi ce n’è un secondo. Qual è il dispositivo della nostra condanna? In modo molto opportuno, Luigi Manconi premette che la condanna al terrorismo di Hamas non mette “in discussione la più intransigente tutela dei diritti del popolo palestinese e la più severa critica delle politiche del governo israeliano”. Queste politiche sono l’occupazione, la colonizzazione, la segregazione, il blocco, la detenzione in via amministrativa di migliaia di persone, la tortura, i massacri di massa, l’uso della fame come strumento di guerra. Politiche che meritano la “più severa critica”. Perché allora le politiche di Hamas meritano non la “più severa critica”, ma la messa al bando? Un bel editoriale contro il governo di Israele, una dura legge contro Hamas.

    Un tale squilibrio e la debole posizione di autorità politica e morale della sinistra rispetto al conflitto mediorientale hanno il loro peso nel rendere il discorso della sinistra poco limpido e disinvolto nell’esprimere anche le giuste critiche nei confronti della leadership e delle forme di lotta della resistenza palestinese. Comunque, va ricordato che, dopo il 7 ottobre, per molti mesi, forse più di un anno, la retorica della maggioranza di sinistra andava nel senso di dare per scontato che fosse giusto eliminare Hamas, lo dichiarava persino, e le sue esternazioni più o meno recitavano così: “Hamas va eliminato, Israele ha il diritto di difendersi, ma deve farlo nei limiti e nel rispetto del diritto internazionale”. La retorica di sinistra si è radicalizzata in senso filopalestinese soltanto nella scorsa primavera, quando si è radicalizzato l’orientamento dell’opinione pubblica e si è affermata a livello internazionale l’accusa a Israele di genocidio.


    La nuova strategia dei palestinesi
    Catherine Cornet, giornalista e ricercatrice
    Internazionale, 5 aprile 2018

    Gaza, un anno dopo le proteste: “Continue violazioni del diritto internazionale umanitario”
    amnesty.it 30 marzo 2019

    ’42 Knees in One Day’: Israeli Snipers Open Up About Shooting Gaza Protesters
    Haaretz, Hilo Glazer, 6 march 2020

  • Le vere colpe del mondo nel disastro palestinese

    Mohammad Hannoun

    “Le colpe del mondo nel disastro palestinese” è il titolo scelto da Mattia Feltri per commentare l’inchiesta su Mohammad Hannoun e, più in generale, il sistema degli aiuti a Gaza. È un titolo che compie un’operazione di spostamento della responsabilità radicale. Se il “mondo” (attraverso gli aiuti e la cecità politica) è il colpevole, allora i soggetti attivi del conflitto — chi occupa, chi bombarda, chi lancia razzi, chi nega i diritti fondamentali — passano in secondo piano o diventano semplici comparse di un disastro alimentato dall’esterno.

    Chiamando in causa “il mondo”, Feltri relativizza le responsabilità dirette. Se il disastro è causato dalla beneficenza occidentale che foraggia Hamas, allora le politiche di Israele (occupazione, espansione degli insediamenti, blocchi) non sono più la causa della “sventura di un popolo”, ma solo una reazione a un problema foraggiato da noi. Hamas non è un attore politico nato da un contesto specifico, ma un parassita che sopravvive solo grazie all’ossigeno delle ONG.

    La falsa equidistanza tra destra e sinistra

    L’articolo si apre con un falso esercizio di equidistanza tra destra e sinistra, per sembrare super partes. Tuttavia, è una simmetria solo apparente. Alla destra rimprovera un peccato di “stile” (usare la vicenda per fare propaganda sui social). Alla sinistra rimprovera un peccato di “sostanza” (aver favorito, per cecità o stupidità, un presunto finanziatore del terrorismo). In questo modo, sposta l’asticella: la destra è “poco elegante”, ma la sinistra è pericolosamente ingenua. L’articolo colpisce quindi duramente i politici di sinistra che hanno ospitato Hannoun.

    Ma, se da un lato la prudenza è d’obbligo, dall’altro la politica ha il compito di dialogare con i rappresentanti delle comunità. Se un soggetto non ha condanne definitive e presiede associazioni legalmente riconosciute in Italia, l’accusa di “zona grigia” rischia di diventare un processo alle intenzioni retroattivo, basato su sviluppi giudiziari emersi solo successivamente.

    Le liste nere come verità

    Si sostiene che bisognava prendere sul serio l’iscrizione di Hannoun e della sua associazione nelle liste nere di Stati Uniti e Israele, perché si tratta di due democrazie. Allo stesso modo, si invita a rivalutare le prese di posizione della destra italiana ostili ai progetti di Hannoun. Qui Feltri presenta le intelligence di USA e Israele come fonti neutrali in quanto “democratiche”. Ignora che le liste nere sono strumenti di politica estera. Un’organizzazione può essere inserita in una lista non solo per atti terroristici accertati, ma per affiliazione politica o per pressione diplomatica. Chiede poi alla sinistra italiana di abdicare alla propria autonomia di giudizio e di “prendere sul serio la destra”, che in questo schema diventa l’unica depositaria della verità solo perché allineata a una delle parti in causa.

    La generalizzazione: gli aiuti aiutano il terrorismo

    Il passaggio successivo è la generalizzazione: gli aiuti ai palestinesi finiscono a Hamas; gli aiuti che finiscono a Hamas sono aiuti al terrorismo armato. Da qui, la conclusione non dichiarata ma chiarissima: continuare ad aiutare è inutile, se non addirittura dannoso. Non viene proposta alcuna alternativa – né canali diversi, né controlli migliori, né forme di distribuzione autonome – ma solo una delegittimazione complessiva della solidarietà. Questa catena logica è fragile.

    È possibile, che una parte degli aiuti venga intercettata o strumentalizzata. Ma cosa significa, esattamente, “finire a Hamas”? Israele adotta una definizione estremamente estesa di terrorismo e complicità con il terrorismo. Considera terrorismo anche l’assistenza alle famiglie dei sospetti terroristi, e demolisce sistematicamente le loro case come forma di punizione collettiva, colpendo nuclei familiari che non sono affatto “famiglie terroriste”. Queste persone hanno bisogno di un tetto, di cibo, di assistenza. Finanziare quell’assistenza è terrorismo? Dal punto di vista israeliano, spesso sì. È dunque possibile che le segnalazioni israeliane contengano elementi di verità, ma all’interno di una cornice politica che trasforma l’aiuto umanitario in sospetto permanente. Assumerla senza mediazioni, come fa Feltri, non significa essere realistici. Significa adottare integralmente lo sguardo di una delle parti in conflitto e usarlo per colpire non Hamas, ma la solidarietà stessa.

    Gli aiuti rubati: il dato manipolato

    Nell’articolo di Feltri, va messa a fuoco in particolare un’affermazione. “L’Onu ha ammesso che l’80/90 per cento degli aiuti indirizzati a Gaza sono sequestrati da Hamas, o da altre bande di tagliagole, per alimentare il mercato nero, arricchirsi, armarsi, tenere la popolazione sotto dominio”. Questa affermazione è fuorviante: si fonda su una verità parziale per costruire una bugia. Secondo dati UN2720, l’85% degli aiuti entrati nella Striscia tra maggio e luglio 2025 sarebbe stato dirottato da bande armate e poi rivenduto sul mercato nero. Il risultato? Dei circa 2.000 camion passati in quei due mesi, solo 200 avrebbero raggiunto effettivamente la popolazione affamata.

    Ma la sola enfatizzazione di questi dati omette un altro dato fondamentale. Per evitare la carestia, secondo OCHA (Ufficio ONU per gli Affari Umanitari), a Gaza dovrebbero entrare almeno 500 camion di aiuti al giorno. Invece, sempre i dati UN2720 rivelano che ne sono entrati in media solo 33 al giorno – meno del 7% del fabbisogno minimo. Dunque, quell’85% di aiuti “rubati” non si riferisce alla totalità degli aiuti necessari, ma a una minuscola frazione di ciò che Israele ha permesso di far passare.

    Quindi, è proprio il blocco israeliano a creare le condizioni affinché avvengano i saccheggi. È la legge del mercato nero. Se il mondo invia 500 camion e ne entrano 500, il mercato nero non ha spazio per esistere perché i beni sono abbondanti o almeno sufficienti. Se ne entrano solo 33 (il 7% del fabbisogno), il bene diventa oro. In un contesto di carestia indotta, il controllo dei pochi viveri diventa l’unico vero potere. Israele, limitando l’afflusso, non “protegge” gli aiuti da Hamas, ma crea il terreno fertile perché bande armate e clan (non necessariamente Hamas, spesso semplici gang nate dal vuoto di potere) se ne impossessino.

    Causa ed effetto: la vera colpa del mondo

    Se si vogliono davvero cercare “le colpe del mondo nel disastro palestinese”, la prima non è l’eccesso di aiuti né la cattiva coscienza occidentale. È l’impunità strutturale di Israele, garantita per decenni da Stati Uniti ed Europa. Un’impunità che ha permesso l’occupazione permanente, l’assedio, il controllo totale su confini, risorse e sopravvivenza, la sistematica violazione del diritto internazionale, il massacro di decine di migliaia di persone senza conseguenze reali. Attribuire il disastro palestinese al modo in cui il mondo aiuta significa rovesciare causa ed effetto. Gli aiuti non sono la causa della dipendenza, ma il risultato di un sistema che impedisce ai palestinesi di vivere senza aiuti. Se il mondo è colpevole, lo è prima di tutto per ciò che tollera, non per ciò che finanzia.

  • L’arresto di Greta Thunberg e il bando di Palestine Action in UK

    L'arresto di Greta Thunberg, il bando di Palestine Action in UK

    Greta Thunberg è stata arrestata il 23 dicembre 2025 a Londra durante una manifestazione organizzata dal gruppo “Prisoners for Palestine”, in solidarietà con attivisti detenuti legati a Palestine Action. La polizia londinese ha fermato Thunberg per aver esposto un cartello con la scritta “I support the Palestine Action prisoners. I oppose genocide” (“Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio”). Perché questo sarebbe in violazione della Section 13 del Terrorism Act 2000, che proibisce di sostenere un’organizzazione proscritta (proscribed organisation), come Palestine Action.

    La protesta si è svolta davanti agli uffici della compagnia assicurativa Aspen Insurance nel distretto finanziario di Londra. Gli attivisti accusano Aspen di fornire coperture assicurative a Elbit Systems, un’azienda israeliana di armamenti. Durante l’azione, due manifestanti hanno spruzzato vernice rossa sulla facciata dell’edificio e si sono incatenati, venendo arrestati per danni criminali. La manifestazione mirava anche a sostenere detenuti di Palestine Action in sciopero della fame da oltre 50 giorni, in protesta contro la loro detenzione preventiva e la messa al bando del gruppo.

    Greta Thunberg è stata rilasciata su cauzione poco dopo (con obbligo di presentarsi in tribunale a marzo 2026), e non è stata l’unica arrestata in azioni simili: da quando Palestine Action è stata bandita, migliaia di persone sono state fermate nel Regno Unito per aver espresso sostegno al gruppo o ai suoi prigionieri, spesso con cartelli pacifici. Il bando di Palestine Action è controverso: il gruppo è noto per azioni di sabotaggio non violente contro aziende legate a Israele, ma non per attentati contro persone.

    Il bando di Palestine Action

    L’organizzazione Palestine Action è stata bandita (proscribed) nel Regno Unito come organizzazione terroristica a partire dal 5 luglio 2025, ai sensi del Terrorism Act 2000. La decisione è stata annunciata dal governo laburista guidato da Keir Starmer, con l’allora Home Secretary Yvette Cooper che ha proposto l’ordine di proscription il 23 giugno 2025, approvato dal Parlamento (385 voti a favore contro 26 alla Camera dei Comuni).

    Il governo ha giustificato il bando sostenendo che Palestine Action avesse superato la soglia per essere considerata “concerned in terrorism” (coinvolta nel terrorismo), sulla base di una campagna crescente di attacchi aggressivi, intimidatori e danni criminali sostenuti contro imprese, istituzioni e infrastrutture critiche, inclusi siti della difesa nazionale. Azioni che mettono a rischio la sicurezza nazionale, come irruzioni in basi militari e danni a beni legati alla difesa (ad esempio, forniture per NATO, Ucraina e alleati). L’incidente scatenante è stato l’irruzione nel giugno 2025 alla base RAF Brize Norton, dove attivisti hanno spruzzato vernice rossa su due aerei militari Voyager, causando danni stimati in milioni di sterline.

    Palestine Action è stata fondata nel 2020. L’organizzazione utilizza azione diretta non violenta nei confronti delle persone, ma con danni alla proprietà, per interrompere la catena di fornitura di armi israeliane nel Regno Unito. I suoi principali target sono i siti di Elbit Systems (principale produttore di armi israeliano fabbricate in UK), con irruzioni, vernice rossa, blocchi e sabotaggi che hanno portato alla chiusura di alcuni stabilimenti. Altre aziende legate alla difesa israeliana, banche (come Barclays, che ha poi disinvestito da Elbit) e istituzioni accusate di complicità. Il gruppo si oppone a quello che definisce “genocidio e apartheid” israeliano, specie durante la guerra a Gaza.

    Il bando è considerato da molti un abuso delle leggi anti-terrorismo. ONU (Volker Türk, Alto Commissario per i Diritti Umani) ha definito il provvedimento un “abuso preoccupante” delle leggi anti-terrorismo, un’applicazione sproporzionata, che criminalizza condotte non terroristiche (danni a proprietà) e viola i diritti alla libertà di espressione, assemblea e associazione. Amnesty International, Liberty e gruppi per i diritti civili lo vedono come un’interferenza illegittima con il diritto di protesta, confondendo attivismo con terrorismo. È la prima volta che un gruppo di azione diretta pacifista (senza violenza contro le persone) viene proscritto in questo modo.

    Rapporti di intelligence declassificati (riportati da NYT e altri) indicano che la maggior parte delle attività di Palestine Action “non sarebbe classificata come terrorismo” secondo la definizione legale britannica, e che il gruppo non promuove violenza contro gli individui. Dal bando, oltre 2.000 persone sono state arrestate per aver espresso sostegno (es. cartelli con “I support Palestine Action” o “I oppose genocide”), portando a un aumento esponenziale degli arresti per reati terroristici. Il gruppo sta sfidando legalmente il bando in tribunale (caso avviato dalla co-fondatrice Huda Ammori).

    Fonti di diverso orientamento (governative come GOV.UK, mediatiche come BBC, Guardian, Al Jazeera, NYT, Reuters) confermano che il bando si basa su una definizione molto ampia di terrorismo (che include danni gravi a proprietà per fini politici), che finisce per restringere eccessivamente la legittimità del dissenso pro-palestinese. Il caso è ancora sub judice, con possibili implicazioni per future proteste.

    La repressione del movimento di solidarietà con la Palestina

    Il contesto in cui si inseriscono l’arresto di Greta Thunberg, il 23 dicembre 2025, e il bando di Palestine Action come organizzazione terroristica nel Regno Unito, il 5 luglio 2025, è quello di una ridotta tolleranza e, in molti casi, di una vera e propria repressione nei confronti dei movimenti e delle espressioni di solidarietà con la Palestina in vari paesi occidentali, a partire dal 7 ottobre 2023 (l’attacco di Hamas in Israele e la successiva risposta israeliana a Gaza). Questa tendenza è documentata da rapporti di organizzazioni per i diritti umani come la Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), Human Rights Watch (HRW) e Amnesty International, che evidenziano un aumento sistematico di misure repressive, motivate spesso da preoccupazioni per la sicurezza nazionale o la lotta all’antisemitismo, ma criticate come sproporzionate e lesive della libertà di espressione, assemblea e associazione.

    Dal 7 ottobre 2023, quando Hamas ha lanciato un attacco contro il sud di Israele uccidendo circa 1.200 persone e prendendo 250 ostaggi, Israele ha risposto con una campagna militare a Gaza che ha causato oltre 70.000 morti palestinesi (secondo stime FIDH al 2025), soprattutto civili. Questo ha innescato un’ondata globale di proteste pro-Palestina, ma anche una reazione repressiva in Occidente. Rapporti indicano che governi e istituzioni hanno intensificato misure contro attivisti, studenti, giornalisti e organizzazioni, confondendo spesso critiche legittime alle politiche israeliane con antisemitismo o sostegno al terrorismo.

    Questa direzione si manifesta in diversi modi. Criminalizzazione di slogan e simboli. Frasi come “From the river to the sea” “Free Palestine”, o “Intifada” sono state interpretate come incitamento all’odio o al terrorismo, portando ad arresti. Censura online e mediatica. Meta (Instagram e Facebook) ha rimosso oltre 1.050 contenuti pro-Palestina tra ottobre e novembre 2023, secondo HRW. Repressione accademica e lavorativa. Università e datori di lavoro hanno sospeso o licenziato persone per post sui social o partecipazione a proteste. Aumento di arresti e sorveglianza. Migliaia di arresti in proteste, con uso di leggi anti-terrorismo per monitorare attivisti.

    Diversi critici, inclusi l’ONU e gruppi per i diritti civili, definiscono queste misure un “abuso preoccupante” delle leggi anti-terrorismo, che restringe lo spazio civico e normalizza l’islamofobia e il profiling razziale. Fonti come il Guardian e il New York Times notano che, mentre alcune azioni mirano a prevenire violenza, molte colpiscono espressioni pacifiche, alimentando un clima di paura.

    Nonostante la repressione, il movimento pro-Palestina ha visto una mobilitazione record, con milioni di partecipanti globali, inclusi ebrei antisionisti e attivisti per i diritti. Tuttavia, questa dinamica ha eroso spazi democratici, con un impatto sproporzionato su comunità musulmane e di colore. Il caso Thunberg e Palestine Action esemplifica come misure anti-terrorismo vengano applicate a proteste non violente, alimentando conflitti, dibattiti e preoccupazioni sulla tenuta delle libertà civili.


    Riferimenti

    Greta Thunberg arrested over Palestine Action demo
    BBC, James W Kelly, 23 Dec 2025

    Greta Thunberg arrested in London over ‘Palestine Action prisoners’ placard
    The Guardian, Ben Quinn, Tue 23 Dec 2025

    Palestine Action hunger strikes: What are their demands?
    As a months-long hunger strike persists, calls for immediate government intervention grow louder
    AlJazeera, Alex Kozul-Wright and News Agencies, 22 Dec 2025

    Terrorism Act 2000 UK
    legislation.gov.uken.wikipedia.org

    Two arrested on suspicion of shouting slogans calling for ‘intifada’ at protest
    Total of five arrests made at pro-Palestine demonstration in London – hours after chiefs of two police forces announced change in approach
    The Guardian, Vikram Dodd and Nadeem Badshah, Wed 17 Dec 2025

    Right to protest is under sustained attack in the west, report finds
    This article is more than 2 months old
    Counter-terror laws being ‘weaponised’ against pro-Palestine groups in UK, US, France and Germany, says FIDH
    The Guardian, Geneva Abdul, Tue 14 Oct 2025

    FIDH publishes a report on the repression of the solidarity movement with Palestine
    fidh.org 14/10/2025

  • Il ddl Delrio come operazione di politica interna

    Nel post precedente abbiamo visto che il ddl Delrio, per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo, può minacciare la libertà di espressione perché assume la definizione dell’IHRA, la quale sovrappone antisemitismo e antisionismo. Adesso vediamo come il ddl Delrio si presti a un’operazione di politica interna.

    La dinamica interna al PD

    Il ddl è stato presentato dai senatori firmatari in modo del tutto autonomo, senza prima tentare di coinvolgere il gruppo del PD al Senato. Francesco Boccia, presidente dei senatori PD, ha dovuto chiarire pubblicamente che il ddl Delrio non è una iniziativa del partito, ma una iniziativa personale dei proponenti.

    I firmatari appartengono tutti alla corrente “riformista” del PD: Delrio, Malpezzi, Alfieri, Bazoli, Casini, Rojc, Sensi, Verini, Zampa, Lorenzin, Lombardo. Sono gli ex renziani, che si oppongono alla segreteria di Elly Schlein e all’alleanza con il M5S e AVS, mentre sono favorevoli a un riposizionamento centrista del PD in alleanza con Renzi, Calenda, Marattin e in prospettiva anche con Forza Italia.

    Lo scenario politico possibile

    Proprio il capogruppo al Senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, ha presentato un ddl simile a quello di Delrio e si è detto disponibile a discuterne con lui, per approvare la legge entro il 27 gennaio, il Giorno della Memoria. Dal canto suo, Graziano Delrio, riguardo al pubblico disconoscimento di Francesco Boccia, ha dichiarato al Corriere della Sera: «Su questo punto non torno indietro. Sui diritti delle persone non si possono fare calcoli di partito» (…) «perché è indice di un clima che si respira non solo nella sinistra ma nel Paese».

    Lo scenario che si profila è una legge controversa approvata con una maggioranza trasversale composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Italia Viva, Azione e i “riformisti” del PD, che lascia in minoranza PD, AVS e M5S. Sarebbe una spaccatura del Partito Democratico come quella già vissuta a marzo al Parlamento Europeo quando il piano ReArm Europe (un programma europeo di riarmo e rafforzamento dell’industria militare) ha avuto il consenso di dieci eurodeputati “riformisti”, nonostante il gruppo europarlamentare con Elly Schlein avesse deciso l’astensione.

    La strategia dell’ala riformista

    La mossa “riformista” sembra voler mettere in difficoltà Elly Schlein, proprio dopo che la segretaria del PD è uscita rafforzata dai risultati delle recenti elezioni regionali in Campania e Puglia, che hanno consolidato la linea del “campo largo”. Se il ddl non viene ritirato o modificato sostanzialmente, il PD di Elly Schlein si troverà davanti a tre alternative, tutte rischiose:

    1. Votare contro o astenersi e subire l’accusa di essere contraria o tiepida sulla lotta all’antisemitismo, soprattutto se il voto avviene il 27 gennaio, Giorno della Memoria.
    2. Votare a favore e alienarsi le simpatie della base del partito, del movimento in solidarietà con i palestinesi, degli alleati (M5S e AVS), degli intellettuali e di tutte le persone contrarie alla legge.
    3. Lasciare libertà di coscienza e ritrovarsi il partito pubblicamente spaccato su un tema moralmente sensibile, mostrando debolezza e divisione interna.

    Qualsiasi scelta faccia, rischia di essere perdente o comunque di esporsi a forti critiche.

    L’Italia è un paese che conta poco nelle relazioni internazionali, senza idee chiare sui suoi interessi nazionali, di conseguenza con una linea di politica estera debole. Perciò, nella tradizione italiana, soprattutto dopo la cosiddetta Prima Repubblica, i temi di politica estera o di respiro globale sono usati in funzione dei posizionamenti di politica interna.

    Il conflitto israelo-palestinese è particolarmente adatto a questo uso strumentale perché è emotivamente carico e divisivo; permette di usare accuse morali pesantissime (“antisemita”, “complice del genocidio”); tocca temi identitari profondi (memoria della Shoah, diritti umani, anticolonialismo); attrae consensi in settori specifici dell’elettorato: moderato e atlantista da un lato, sinistra umanitaria e antagonista dall’altro.

    Così l’ala “riformista” del PD sta usando questo tema per marcare una differenza netta con Elly Schlein, la maggioranza del partito e con gli alleati M5S/AVS; costruire una propria credibilità presso l’elettorato moderato e atlantista; aprire spazi di collaborazione con il centro e il centrodestra moderato; rendere politicamente insostenibile l’alleanza con M5S e AVS su un conflitto lacerante; indebolire la segreteria Schlein e riposizionare il partito.

    Le missioni in Israele e in Cisgiordania: la frattura del PD

    Il ddl Delrio non è una iniziativa isolata della corrente “riformista”.

    Il 2 dicembre 2025, Piero Fassino, deputato PD ed ex segretario dei DS, ha partecipato insieme a Paolo Formentini (Lega) e Andrea Orsini (Forza Italia) a una missione parlamentare istituzionale in Israele, promossa dal Gruppo di coordinamento del Protocollo di Cooperazione tra Knesset e Camera dei Deputati. Dal Parlamento israeliano, si è collegato in video a una conferenza stampa alla Camera italiana, organizzata dall’Unione Associazioni Italia-Israele, per un saluto e un aggiornamento sui colloqui in corso.

    Fassino ha descritto Israele come “una società aperta, una società libera, una società democratica”, sottolineando che ha una dialettica democratica anche su “questi due anni” e le sue prospettive. Ma Fassino non ha menzionato Gaza e le critiche alle politiche del governo Netanyahu, focalizzandosi invece sulla necessità di “una relazione forte tra Italia e Israele” e sul rispetto delle “valutazioni diverse” sulle scelte governative israeliane.

    La segretaria Elly Schlein, che solo poche settimane prima aveva criticato i rapporti militari Italia-Israele sotto il governo Meloni, non ha commentato, ma il responsabile Esteri Giuseppe Provenzano ha preso le distanze: “Non si trattava di una missione del Partito democratico”, precisando che le posizioni del PD rimangono “molto chiare, a partire dalla denuncia della torsione autoritaria ed estremista del governo Netanyahu”.

    L’evento è stato quasi contemporaneo alla missione di Laura Boldrini (23-28 novembre 2025) in Cisgiordania, che ha guidato una delegazione parlamentare del Partito Democratico composta da sei membri: oltre a lei, Mauro Berruto, Ouidad Bakkali, Sara Ferrari, Valentina Ghio e Andrea Orlando. L’obiettivo era monitorare la situazione umanitaria nei Territori Palestinesi Occupati, con visite a luoghi come Gerusalemme Est, Gerico e altri siti.

    Laura Boldrini ha riferito esperienze di “intimidazioni” e “soppressione di libertà” da parte delle autorità israeliane, inclusi interrogatori all’arrivo in aeroporto in Israele e blocchi ai checkpoint in Cisgiordania. Questo ha accentuato le divisioni nel PD: da un lato, l’ala più vicina a Schlein e Boldrini critica duramente Netanyahu (parlando di “pulizia etnica” e chiedendo la fine dei rapporti militari); dall’altro, figure come Fassino (legato a “Sinistra per Israele”) enfatizzano il dialogo istituzionale e la natura democratica di Israele, senza affrontare le accuse di violazioni dei diritti umani.

    Due missioni con parlamentari dello stesso partito, nello stesso periodo, con messaggi completamente opposti. Il contestato ddl sull’antisemitismo a firma Delrio, che rischia di equiparare critiche a Israele a forme di odio, si inserisce in questo quadro di tensioni già evidenti e strutturali.

    L’uso strumentale dell’antisemitismo

    Se l’antisemitismo diventa uno strumento di lotta politica interna piuttosto che un problema da affrontare seriamente, il risultato sarà duplice: non si contrasterà efficacemente l’antisemitismo reale, e si avveleneranno ulteriormente i pozzi del dibattito pubblico.

    La lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione dovrebbe unire le forze democratiche, non dividerle. Quando diventa un’arma per colpire gli avversari politici interni, perde la sua legittimità morale e diventa pura strumentalizzazione.

    Questo è esattamente ciò che sta accadendo con il disegno di legge Delrio: una battaglia politica interna al centrosinistra mascherata da impegno contro l’antisemitismo, con il rischio concreto di una rottura definitiva consumata simbolicamente nel Giorno della Memoria.

  • La proporzionalità demografica per misurare i conflitti

    La proporzionalità demografica per misurare i conflitti

    In proporzione demografica, il genocidio a Gaza è la più grave strage di civili del XXI secolo”. Questa affermazione provoca obiezioni che mirano a relativizzare la distruzione della popolazione palestinese, confrontandola con massacri “peggiori” avvenuti altrove. L’esempio adesso più citato è El-Fasher, nel Nord Darfur, dove nell’ottobre 2025 — secondo le stime indipendenti più alte — 10.000–30.000 persone sono state uccise in poche settimane su 260.000 residenti rimasti in città (3,85% – 11,5%), all’interno di un conflitto sudanese che dal 2023 ha fatto almeno 150.000–200.000 vittime. Ma la comparazione diversiva non rende la strage di Gaza meno grave.

    Anche perché il confronto proporzionale tra El-Fasher e Gaza è metodologicamente scorretto. I 260.000 abitanti di El-Fasher sono solo la popolazione rimasta dopo una fuga di massa: prima della caduta la città contava circa 1,1 milioni di persone. Gaza, invece, è un territorio ermeticamente chiuso: la popolazione non ha potuto sfollare. Confrontare proporzioni calcolate su popolazioni “residue” con proporzioni calcolate su popolazioni “intere” equivale a confrontare grandezze non compatibili.

    L’obiezione attacca allora il concetto stesso di “proporzione demografica”, rappresentandolo come un espediente escogitato per far sembrare più grandi massacri che, in termini assoluti, non primeggerebbero. Si ricorre al paragone caricaturale: «uccidere venti svizzeri sarebbe peggio che uccidere duecento cinesi». Ma nessuno usa la proporzione demografica per attribuire valore diverso alla vita umana. La proporzione serve a misurare l’impatto sistemico che una guerra ha su un gruppo umano. È per questo che uccidere il 3–5% dei gazawi (inclusi 30.000–40.000 bambini) in un’area di 365 km² rappresenta un evento di scala storica.

    Negli studi sui conflitti e nel diritto internazionale la proporzionalità demografica è un criterio fondamentale. Le principali istituzioni di monitoraggio — Uppsala Conflict Data Program, PRIO, ACLED, International Crisis Group, UNDP, OCHA — la impiegano per valutare tre dimensioni decisive:

    1. La distruzione relativa del gruppo colpito.
    Uccidere il 5% della popolazione di un territorio è un evento totalmente diverso dallo stesso numero assoluto distribuito su uno Stato cento volte più grande.

    2. La capacità di sopravvivenza e ricostruzione del gruppo.
    Una comunità piccola o confinata può non riprendersi mai da perdite anche limitate; una società ampia può assorbirle senza collasso strutturale.

    3. La natura sistemica o indiscriminata della violenza.
    Il numero assoluto non rivela se l’attacco era mirato, diffuso, totale. La proporzione, sì.

    Senza il dato proporzionale, conflitti radicalmente differenti diventano numericamente indistinguibili. La proporzione serve proprio a evitare questa cancellazione del contesto.

    Il diritto internazionale non stabilisce soglie aritmetiche, ma usa concetti che presuppongono una valutazione proporzionale:

    • Genocidio: distruzione di un gruppo “in tutto o in parte”.
    • Crimini contro l’umanità: attacco “diffuso o sistematico”.
    • Crimini di guerra: violazioni su larga scala contro persone protette.
    • Valutazioni umanitarie ONU: sempre in rapporto alla popolazione colpita.

    La proporzione è quindi incorporata in ogni definizione che distingue un reato individuale da un crimine collettivo.

    Nel caso di Gaza, la proporzionalità demografica aiuta a misurare quattro elementi:

    • la densità più alta del mondo;
    • la distruzione estesa del parco abitativo e sanitario;
    • il tasso straordinariamente alto di vittime civili, stimato tra l’83% e il 90%;
    • un totale di 186.000–220.000 morti (diretti e indiretti) su 2,3 milioni di abitanti, pari al 3–5% della popolazione in 14 mesi.

    Questi dati non dicono che Gaza soffre “più” di altri. Dicono che presenta una combinazione di fattori letali unica nel XXI secolo.

    Infine, c’è un punto che la maggior parte delle obiezioni evita. Quando si colloca Gaza nella stessa tabella comparativa degli yazidi a Sinjar (2014–2017), dei Rohingya in Myanmar (2017), dei non-arabi del Darfur (2023–2025) o dei tigrayani in Etiopia (2020–2022), si finisce inevitabilmente per collocare l’IDF — e lo Stato che lo dirige — nello stesso “cluster” dei principali perpetratori di violenza di massa contemporanea. Le caratteristiche che rendono Gaza un caso demograficamente anomalo — altissimo tasso di civili uccisi, distruzione totale delle infrastrutture vitali, impossibilità di fuga, uso della fame come arma — sono le stesse che, negli altri casi citati, hanno portato commissioni ONU e corti internazionali a parlare di crimini di guerra, crimini contro l’umanità o atti genocidari.

  • La solidarietà con la Palestina e con l’Ucraina

    Una domanda ricorrente al mondo pacifista, umanitario, democratico, di sinistra, chiede perché la mobilitazione in solidarietà con i palestinesi vittime della guerra israeliana a Gaza non veda lo stesso coinvolgimento emotivo nella solidarietà con gli ucraini vittime della guerra russa in Ucraina. Possiamo riconoscere che questo scarto è vero e che, in fondo, riguarda anche quelle aree politiche che, al contrario, sono solidali con l’Ucraina, ma non con i palestinesi, o addirittura sono solidali con Israele. Tuttavia, mentre la contraddizione morale altrui, dipende soprattutto da ragioni ideologico-geopolitiche, la nostra è più complicata. Provo a citare alcuni motivi che non valgono come giustificazioni, ma come spiegazioni plausibili.

    I palestinesi ci sembrano molto più disperati degli ucraini. La guerra in Ucraina è vista come un conflitto tra due stati sovrani. Per quanto la Russia sia lo stato più forte e aggressore, l’Ucraina dispone di uno stato, un governo autonomo, un esercito funzionante, frontiere aperte verso l’Europa. Le ostilità infliggono perdite a entrambe le parti. La guerra di Gaza, invece, è vista come un genocidio o come uno sterminio unilaterale. Un potente apparato militare, quello israeliano, che schiaccia una popolazione civile indifesa, quella palestinese, che non ha mezzi per reagire, né un luogo dove scappare. La situazione degli ucraini è molto dura, la situazione dei palestinesi è una catastrofe umanitaria.

    Gaza è un territorio minuscolo e densamente popolato: ogni bombardamento produce immagini strazianti di civili sepolti sotto le macerie, di case, scuole, ospedali distrutti. La guerra in Ucraina è spalmata su un fronte di migliaia di chilometri. Spesso è una guerra di trincea, di artiglieria a lungo raggio. Le immagini dei civili ucraini uccisi ci sono (Bucha, Mariupol), ma la quotidianità del fronte ucraino appare spesso come una guerra di soldati contro soldati, mentre quella di Gaza appare come una guerra di aviazione e carri armati contro donne e bambini, persone inermi.

    L’oppressione russa sull’Ucraina ci sembra un fatto recente, anche se ha i suoi precedenti storici, come la collettivizzazione forzata delle terre durante gli anni Trenta del Novecento. L’oppressione israeliana della Palestina è un fatto secolare. Io mi sono affacciato all’età adulta vedendo le immagini del massacro di Sabra e Chatila e oggi invecchio vedendo le immagini del genocidio di Gaza. In mezzo ho visto le immagini dell’occupazione, della colonizzazione, della repressione delle intifade e tante campagne militari che facevano un “uso sproporzionato della forza”.

    Negli ultimi anni, il paradigma per leggere il conflitto israelo-palestinese è passato dal “conflitto territoriale” al “colonialismo di insediamento”. Questa cornice equipara la lotta palestinese a quella dei nativi americani o alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica. La guerra russo-ucraina, invece, è vista come una guerra territoriale classica di stampo novecentesco (invasione di confini). La lotta al colonialismo e all’apartheid ha un richiamo morale ed emotivo molto più potente rispetto alla difesa della sovranità nazionale classica.

    Per gli ucraini, i nostri governi (italiano, europei, americano) hanno fatto tutto quello che potevano: accolto profughi, organizzata l’assistenza umanitaria, dato sostegno diplomatico, fornito armi, superato linee rosse, sanzionato Mosca, persino paventato la possibilità di entrare in guerra contro la Russia. Invece, per i palestinesi i nostri governi non hanno fatto nulla, anzi, hanno sostenuto Israele. Nella geopolitica occidentale il sostegno a Ucraina e Israele vanno insieme.

    I movimenti pacifisti compensano l’incoerenza dei loro governi, ma rischiano di riprodurla rovescio dando valore politico alla resistenza dei palestinesi, che avrebbe significato per tutti i popoli oppressi, senza darne alla resistenza ucraina, che avrebbe valore solo per se stessa, o nemmeno per se stessa, ma solo per la Nato e l’Occidente. L’Ucraina lotterebbe per cambiare la sua collocazione coloniale, non per liberarsi davvero.

    Lottare dalla parte dei palestinesi contro lo stato militarista di Israele e il sostegno militare dell’Occidente a Israele significa lottare per la pace in prospettiva e per il cessate il fuoco adesso. Lottare dalla parte dell’Ucraina contro l’invasore russo, con i governi occidentali proiettati contro la Russia, rischia di dare un aiuto involontario all’escalation, di autorizzare dal basso una guerra contro la Russia.

    Israele siamo noi, è il nostro avamposto in Medio Oriente, è l’unica democrazia circondata da dittature e monarchie arabe, è un paese occidentale. I crimini commessi da Israele sono i nostri crimini. Sono atti che ci chiamano in causa e ci fanno sentire in colpa. Storicamente, Israele è la soluzione che abbiamo trovato alla risoluzione della questione ebraica in Europa, è il modo in cui abbiamo scaricato sugli arabi le conseguenze del millenario antisemitismo europeo. La Russia, invece, non siamo noi, anzi il Cremlino è potenzialmente un nostro nemico, se commette crimini, ci dispiace, ma non ci turba.

    Queste ragioni, tuttavia, non significano che sia giusto avere a cuore solo un popolo e non l’altro. Entrambi vanno sostenuti nella loro lotta per la sopravvivenza, la dignità e l’indipendenza. Sapendo che, se gli interessi geopolitici e le letture ideologiche li mettono in opposizione, invece il diritto internazionale e umanitario li mette dalla stessa parte. E questa dovrebbe essere la bussola che, se non può decidere l’intensità dei nostri sentimenti, può comunque orientarci per farci stare dalla parte giusta.

  • La risoluzione Onu non conforme al diritto internazionale

    Francesca Albanese: La risoluzione Onu non conforme al diritto internazionale

    Il 19 novembre 2025, in una conferenza stampa al Parlamento Europeo, la relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha dichiarato che la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza – adottata due giorni prima a sostegno del Piano Trump per Gaza – “non è conforme al diritto internazionale”. Un’affermazione che può sembrare paradossale, ma che rimanda alla natura stratificata del sistema giuridico internazionale.

    Una risoluzione controversa

    La Risoluzione 2803, approvata il 17 novembre con 13 voti favorevoli e le astensioni di Russia e Cina, dà una veste legale al “Piano di pace per Gaza” negoziato da Stati Uniti e Israele e accettato da Hamas nella sua prima parte (tregua e scambio di prigionieri). Il piano prevede un cessate il fuoco permanente, un “Board of Peace” presieduto dagli Stati Uniti per la ricostruzione, una Forza Internazionale di Stabilizzazione per la sicurezza, un Comitato Palestinese per la governance quotidiana e un ritiro graduale delle truppe israeliane, subordinato alla smilitarizzazione della Striscia.

    L’Unione Europea, Israele, l’Autorità Palestinese e vari paesi arabi – Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania – hanno accolto la risoluzione come un passo verso la stabilizzazione. Ma la lettura proposta da Francesca Albanese rovescia questa narrativa: per lei il piano non solo ignora i requisiti legali minimi per una soluzione giusta, ma rischia di istituzionalizzare nuove forme di controllo esterno su Gaza.

    Il riferimento centrale: la pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia

    La critica non riguarda dettagli procedurali, ma il fondamento stesso della risoluzione. Albanese richiama l’opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia del 19 luglio 2024, che stabilisce una serie di obblighi immediati e non negoziabili per Israele: ritiro “immediato e incondizionato” da Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est; smantellamento delle colonie; cessazione dello sfruttamento delle risorse palestinesi; riparazioni per le violazioni commesse; garanzia del diritto al ritorno dei rifugiati.

    Questi obblighi, sostiene la relatrice, dovrebbero costituire “il punto di partenza” di qualsiasi iniziativa politica. La Risoluzione 2803, pur introducendo un cessate il fuoco, non incorpora nulla di tutto ciò: trasforma un obbligo giuridico di ritiro in un processo condizionato e non affronta i nodi strutturali dell’occupazione.

    La gerarchia normativa

    Come può una risoluzione ONU “violare” il diritto internazionale? Per Albanese le risoluzioni devono rispettare la Carta delle Nazioni Unite, le norme imperative di ius cogens e la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia. La gerarchia delle fonti è chiara: nessuna decisione del Consiglio di Sicurezza può derogare al diritto all’autodeterminazione, al divieto di annessione, al divieto di aggressione o a obblighi derivanti da valutazioni giurisdizionali già vincolanti. In questo senso, la risoluzione rischia di essere non soltanto politicamente controversa, ma giuridicamente debole.

    I punti critici individuati da Albanese

    Tre elementi sono, per lei, particolarmente problematici:

    1. Il ritiro condizionato delle truppe israeliane, in contrasto con l’obbligo di ritiro immediato sancito dalla CIJ.
    2. La creazione di un Board of Peace a guida statunitense e l’impiego di una forza internazionale, percepiti come meccanismi di controllo che riducono l’autonomia palestinese.
    3. L’assenza di misure su colonie, risorse naturali, diritto al ritorno, cioè sui pilastri del contenzioso giuridico internazionale.

    Ne emerge una struttura di governance che privilegia la sicurezza e gli interessi strategici degli attori esterni rispetto ai diritti del popolo palestinese, rischiando di consolidare uno status quo illegale mascherato da processo di pace.

    Il contesto politico e la posta in gioco

    La posizione di Albanese acquista peso anche per il contesto politico. Sanzionata dagli Stati Uniti per le sue prese di posizione e spesso al centro di polemiche, richiama l’ONU al rispetto delle sue stesse norme fondative. Il suo monito si inserisce in una lunga storia di processi di pace falliti perché disallineati dal diritto internazionale: dagli Accordi di Oslo in avanti.

    Una tregua tattica

    La Risoluzione 2803 può rappresentare un risultato tattico: ferma le ostilità, apre canali di assistenza, stabilisce un quadro di supervisione. Ma, nella lettura di Albanese, non affronta le radici del conflitto. Senza un riferimento esplicito agli obblighi già stabiliti dalla Corte Internazionale di Giustizia, il cessate il fuoco rischia di essere una tregua precaria, non l’inizio di una pace fondata sul diritto.

    La sua critica, in ultima analisi, non mira a delegittimare l’ONU, ma a ricordarne la missione: la pace non può sostituire la giustizia, né una soluzione politica può ignorare norme superiori che vincolano tutti gli Stati. Il diritto internazionale non è un optional negoziabile, ma il presupposto indispensabile per una soluzione che non riproduca le stesse asimmetrie di potere che hanno alimentato il conflitto per decenni.

  • Distruggere i villaggi palestinesi per trasferire la popolazione

    Quando si discute di Masafer Yatta e delle demolizioni di case in Area C, è importante non perdere il filo del discorso: qui non stiamo dibattendo su Camp David 2000, né sulle aspettative disattese degli Accordi di Oslo, ma su una questione molto più semplice e di fondo: che cosa può e che cosa non può fare una potenza occupante secondo il diritto internazionale vigente. Perché è da questo punto che dipende tutto il resto.

    L’occupazione non è regolata da Oslo, ma dal diritto internazionale

    La tesi secondo cui “Oslo supera la Risoluzione 242/1967” è priva di fondamento giuridico.

    Gli accordi bilaterali non possono annullare obblighi internazionali preesistenti, soprattutto quando si tratta di norme cogenti come l’illiceità dell’annessione, il divieto di trasferimento di popolazione dell’occupante (IV Convenzione di Ginevra, art. 49.6) e il divieto di distruzione di proprietà private salvo necessità militare (art. 53). Questo vale per tutti gli Stati e per tutte le occupazioni, non solo per Israele.

    Oslo, inoltre, era esplicitamente interinale, doveva durare cinque anni e non pregiudicare lo status finale dei Territori Palestinesi. È logico e giuridicamente ovvio che un accordo temporaneo del 1995 non può essere usato nel 2025 per giustificare una situazione permanente.

    La stessa comunità internazionale — ONU, UE, ICJ, organizzazioni per i diritti umani israeliane e internazionali — considera infatti l’occupazione israeliana protratta oltre 57 anni come illegale nella misura in cui è diventata permanente.

    Dunque: l’idea che “Area C = legalità” è insostenibile. Area C era una misura provvisoria di amministrazione, non un riconoscimento internazionale di sovranità israeliana.

    Demolizioni “per mancanza di permesso”: un argomento che ignora la realtà

    Richiamare l’abusivismo edilizio senza considerare il sistema dei permessi significa descrivere una legalità puramente formale che serve a oscurare una illegalità sostanziale: tra il 2016 e il 2022 meno del 2% delle richieste palestinesi è stato approvato, mentre nello stesso periodo centinaia di piani regolatori degli insediamenti israeliani sono stati autorizzati.

    Un sistema che nega quasi totalmente il diritto a costruire a una popolazione occupata e lo concede ampiamente ai coloni dell’occupante non è uno “stato di diritto”, è una politica di ingegneria demografica. E infatti viene definita così da tutte le principali ONG israeliane (B’Tselem, Yesh Din, Peace Now).

    In questo contesto, parlare di “case abusive” equivale a dire che i palestinesi sono colpevoli di non estinguersi da soli.

    Camp David 2000: un’arma retorica fuori tema

    La narrazione secondo cui “Arafat ha rifiutato la pace” è stata smentita dagli stessi negoziatori israeliani e statunitensi (Shlomo Ben-Ami, Robert Malley, Charles Enderlin). L’“offerta del 94%” era in realtà un mosaico di cantoni non contigui, con il controllo israeliano su frontiere, spazio aereo, acqua, alture, e con Gerusalemme Est quasi interamente sotto sovranità israeliana. Non erano le basi per uno Stato sovrano.

    Ma anche ammesso che Camp David 2000 sia stato un treno perso — ipotesi su cui gli storici non concordano — resta un fatto incontestabile: niente di ciò giustifica legalmente demolizioni, evacuazioni e trasferimenti forzati nel 2025. Le norme sulla protezione della popolazione civile sotto occupazione non possono essere sospese perché un negoziato venticinque anni fa non è andato a buon fine.

    Un’occupazione permanente non può autodichiararsi legale

    L’argomento secondo cui “oggi sono ancora in vigore le misure previste da Oslo” è circolare: Israele controlla le aree, dunque la situazione è legale perché la controlla. Ma la legalità internazionale non si basa sul possesso di fatto, bensì sul principio che un’occupazione deve essere temporanea e finalizzata a uno status finale negoziato.

    Quando un’occupazione: dura da quasi sei decenni, trasferisce la propria popolazione nei territori, impedisce lo sviluppo della popolazione occupata, demolisce case, scuole e villaggi senza assoluta necessità militare, dichiara vaste aree come zone di tiro o riserve naturali per impedire la presenza palestinese, non è un’occupazione che “rispetta Oslo”: è un’occupazione che viola il diritto internazionale, e questo non può essere aggirato spostando la discussione su Arafat o sui “tre no” di Khartoum del 1967.

    La cornice centrale non cambia

    La realtà è che Masafer Yatta viene demolita perché Israele considera quel territorio destinato all’espansione degli insediamenti e alle zone militari, non perché applica un codice edilizio, che comunque non potrebbe applicare. Questo è ciò che mostra il documentario di No Other Land e questo è ciò che confermano decine di rapporti ufficiali.

    Spostare la conversazione sulle colpe storiche dei palestinesi, vere o presunte, non cambia la sostanza: una potenza occupante sta usando strumenti amministrativi, militari e urbanistici per rimuovere una popolazione nativa da un’area che desidera controllare senza di essa.

    È questo che è illegale. Ed è questo che un dibattito onesto dovrebbe riconoscere.

  • Il contesto di No Other Land

    Il contesto di No Other Land

    Il film documentario

    No Other Land è un film documentario del 2024 diretto, prodotto, scritto e montato da un collettivo israelo-palestinese formato da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor (che ha curato anche la fotografia) ed Hamdan Ballal. È stato premiato con l’Oscar al miglior documentario ai premi Oscar 2025. Girato nell’arco di cinque anni, dal 2019 al 2023, documenta gli sforzi di Basel Adra ed altri attivisti palestinesi di opporsi alla distruzione del loro villaggio natale di Masafer Yatta, situato nel governatorato di Hebron in Cisgiordania, da parte delle forze di difesa israeliane (IDF), che vogliono costruirci un poligono di tiro e zona d’addestramento militare. Il docufilm, trasmesso il 15 novembre 2025, su Rai 3, dopo molti rinvii è adesso disponibile su RaiPlay.

    La polemica sul contesto

    Sui social, alcune fonti filo-israeliane, mediante video reels, hanno attaccato “No Other Land” con l’accusa di essere un documentario di propaganda, che mostra scene strazianti di soldati israeliani che demoliscono case e scuole palestinesi, mentre donne e bambini protestano e cercano di resistere, senza però citare il contesto di questi avvenimenti. In verità, il docufilm espone una sua versione del contesto: l’esercito israeliano usa il pretesto del campo di addestramento militare, per impedire l’espansione degli insediamenti palestinesi e per sgomberare quelli esistenti, in un processo di lenta espulsione della popolazione nativa. Ma secondo i filo-israeliani, il contesto è semplicemente legale. Il villaggio di Masafer Yatta si trova nell’area C della Cisgiordania, assegnata all’amministrazione israeliana dagli accordi di Oslo II del 1995. Le case palestinesi sono state costruite abusivamente e perciò vengono demolite, come lo sarebbero quelle dei coloni israeliani.

    L’occupazione e la colonizzazione israeliana

    Questa ricostruzione del contesto è a sua volta omissiva. Il primo quadro di contesto da nominare è l’occupazione e la colonizzazione israeliana della Cisgiordania, ritenuta illegale dal diritto internazionale. La stragrande maggioranza degli Stati, dell’ONU, della Corte Internazionale di Giustizia (parere 2004 sul Muro) e delle principali organizzazioni per i diritti umani considera l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi (Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est) protratta oltre il 1967 come illegale nella misura in cui è diventata permanente e non temporanea. La Risoluzione 242 (1967) e successive (2334 del 2016, tra le tante) chiedono il ritiro israeliano dai Territori Palestinesi. La Quarta Convenzione di Ginevra (art. 49.6) vieta espressamente il trasferimento della popolazione dell’occupante nei territori occupati → gli insediamenti civili israeliani in Cisgiordania sono quindi considerati illegali dal diritto internazionale (posizione condivisa anche da UE, ONU, Amnesty, HRW, B’Tselem, e da molti giuristi israeliani di spicco).

    Oslo II: un regime interinale divenuto permanente

    L’accordo siglato dalle parti nel settembre 1995, noto anche come Oslo II, divideva la Cisgiordania a macchia di leopardo in tre tipi di zone: zona A, sotto il controllo palestinese; zona B, sotto il controllo congiunto israelo-palestinese; zona C, sotto il controllo israeliano. L’accordo, però, era interinale, doveva durare cinque anni (fino al 1999) e portare a un accordo finale sullo status permanente, che implicava il ritiro israeliano e la costituzione dello Stato palestinese. Ma, Israele non si è mai ritirato, anzi durante i cinque anni, ha ampliato la presenza dei coloni e, dopo il fallimento di Camp David/Taba, la Seconda Intifada, ha congelato il processo di pace. Usare quindi l’Area C di Oslo per giustificare una situazione permanente è giuridicamente troppo debole: è come prendere una misura “temporanea” di 30 anni fa e farla diventare definitiva.

    L’illegalità delle demolizioni

    Le demolizioni di case palestinesi in Cisgiordania da parte dell’esercito israeliano sono in ogni caso illegali. La Quarta Convenzione di Ginevra (art. 53) vieta la distruzione di proprietà private da parte della potenza occupante salvo assoluta necessità militare. Le demolizioni per “mancanza di permesso di costruzione” sono considerate punizioni collettive e violazioni gravi da quasi tutti gli organismi internazionali (Rapporti ONU, Corte Europea dei Diritti Umani, ICJ, Amnesty, HRW, anche da B’Tselem e Yesh Din israeliane). Israele è l’unico Stato al mondo che applica il proprio diritto urbanistico interno a una popolazione occupata che non ha cittadinanza né diritto di voto: non è una situazione giuridica accettabile.

    Tanto più che ai palestinesi sotto occupazione è sostanzialmente negata la possibilità di poter costruire “legalmente” le proprie case. I numeri sono impietosi (dati ufficiali israeliani e B’Tselem 2019-2024): Tra il 2016 e il 2022 sono state presentate circa 6.500 richieste di permessi di costruzione palestinesi in Area C. Ne sono state approvate meno del 2% (circa 100-120). Nello stesso periodo, i piani regolatori approvati per gli insediamenti israeliani sono stati centinaia. È quindi un sistema che di fatto impedisce quasi totalmente lo sviluppo palestinese mentre favorisce quello israeliano.

    La legge israeliana come strumento di dominio territoriale

    Questo è il motivo per cui ONG israeliane e internazionali parlano di “pianificazione discriminatoria” e di strumento per modificare la demografia. Molti osservatori (inclusi ex-primi ministri israeliani come Ehud Olmert ed Ehud Barak) parlano di “trasferimento silenzioso” o “spostamento forzato indiretto”. Le demolizioni, gli ordini di evacuazione, la revoca di permessi di soggiorno a Gerusalemme Est, la barriera di separazione che ha annesso de facto terreno, sono visti da molti come strumenti per ridurre la presenza palestinese e creare continuità territoriale israeliana.

    Se il contesto generale, l’occupazione e la colonizzazione israeliana dei Territori Palestinesi, è illegale, tutto ciò che ne deriva, tutto ciò che è commesso da Israele nei Territori Palestinesi, è illegale. La prima cosa abusiva in Cisgiordania è la legge israeliana. In nome della quale si cerca di dare copertura legale nei Territori Occupati ai crimini commessi da Israele contro la popolazione palestinese.