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  • Il ddl Delrio come operazione di politica interna

    Nel post precedente abbiamo visto che il ddl Delrio, per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo, può minacciare la libertà di espressione perché assume la definizione dell’IHRA, la quale sovrappone antisemitismo e antisionismo. Adesso vediamo come il ddl Delrio si presti a un’operazione di politica interna.

    La dinamica interna al PD

    Il ddl è stato presentato dai senatori firmatari in modo del tutto autonomo, senza prima tentare di coinvolgere il gruppo del PD al Senato. Francesco Boccia, presidente dei senatori PD, ha dovuto chiarire pubblicamente che il ddl Delrio non è una iniziativa del partito, ma una iniziativa personale dei proponenti.

    I firmatari appartengono tutti alla corrente “riformista” del PD: Delrio, Malpezzi, Alfieri, Bazoli, Casini, Rojc, Sensi, Verini, Zampa, Lorenzin, Lombardo. Sono gli ex renziani, che si oppongono alla segreteria di Elly Schlein e all’alleanza con il M5S e AVS, mentre sono favorevoli a un riposizionamento centrista del PD in alleanza con Renzi, Calenda, Marattin e in prospettiva anche con Forza Italia.

    Lo scenario politico possibile

    Proprio il capogruppo al Senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, ha presentato un ddl simile a quello di Delrio e si è detto disponibile a discuterne con lui, per approvare la legge entro il 27 gennaio, il Giorno della Memoria. Dal canto suo, Graziano Delrio, riguardo al pubblico disconoscimento di Francesco Boccia, ha dichiarato al Corriere della Sera: «Su questo punto non torno indietro. Sui diritti delle persone non si possono fare calcoli di partito» (…) «perché è indice di un clima che si respira non solo nella sinistra ma nel Paese».

    Lo scenario che si profila è una legge controversa approvata con una maggioranza trasversale composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Italia Viva, Azione e i “riformisti” del PD, che lascia in minoranza PD, AVS e M5S. Sarebbe una spaccatura del Partito Democratico come quella già vissuta a marzo al Parlamento Europeo quando il piano ReArm Europe (un programma europeo di riarmo e rafforzamento dell’industria militare) ha avuto il consenso di dieci eurodeputati “riformisti”, nonostante il gruppo europarlamentare con Elly Schlein avesse deciso l’astensione.

    La strategia dell’ala riformista

    La mossa “riformista” sembra voler mettere in difficoltà Elly Schlein, proprio dopo che la segretaria del PD è uscita rafforzata dai risultati delle recenti elezioni regionali in Campania e Puglia, che hanno consolidato la linea del “campo largo”. Se il ddl non viene ritirato o modificato sostanzialmente, il PD di Elly Schlein si troverà davanti a tre alternative, tutte rischiose:

    1. Votare contro o astenersi e subire l’accusa di essere contraria o tiepida sulla lotta all’antisemitismo, soprattutto se il voto avviene il 27 gennaio, Giorno della Memoria.
    2. Votare a favore e alienarsi le simpatie della base del partito, del movimento in solidarietà con i palestinesi, degli alleati (M5S e AVS), degli intellettuali e di tutte le persone contrarie alla legge.
    3. Lasciare libertà di coscienza e ritrovarsi il partito pubblicamente spaccato su un tema moralmente sensibile, mostrando debolezza e divisione interna.

    Qualsiasi scelta faccia, rischia di essere perdente o comunque di esporsi a forti critiche.

    L’Italia è un paese che conta poco nelle relazioni internazionali, senza idee chiare sui suoi interessi nazionali, di conseguenza con una linea di politica estera debole. Perciò, nella tradizione italiana, soprattutto dopo la cosiddetta Prima Repubblica, i temi di politica estera o di respiro globale sono usati in funzione dei posizionamenti di politica interna.

    Il conflitto israelo-palestinese è particolarmente adatto a questo uso strumentale perché è emotivamente carico e divisivo; permette di usare accuse morali pesantissime (“antisemita”, “complice del genocidio”); tocca temi identitari profondi (memoria della Shoah, diritti umani, anticolonialismo); attrae consensi in settori specifici dell’elettorato: moderato e atlantista da un lato, sinistra umanitaria e antagonista dall’altro.

    Così l’ala “riformista” del PD sta usando questo tema per marcare una differenza netta con Elly Schlein, la maggioranza del partito e con gli alleati M5S/AVS; costruire una propria credibilità presso l’elettorato moderato e atlantista; aprire spazi di collaborazione con il centro e il centrodestra moderato; rendere politicamente insostenibile l’alleanza con M5S e AVS su un conflitto lacerante; indebolire la segreteria Schlein e riposizionare il partito.

    Le missioni in Israele e in Cisgiordania: la frattura del PD

    Il ddl Delrio non è una iniziativa isolata della corrente “riformista”.

    Il 2 dicembre 2025, Piero Fassino, deputato PD ed ex segretario dei DS, ha partecipato insieme a Paolo Formentini (Lega) e Andrea Orsini (Forza Italia) a una missione parlamentare istituzionale in Israele, promossa dal Gruppo di coordinamento del Protocollo di Cooperazione tra Knesset e Camera dei Deputati. Dal Parlamento israeliano, si è collegato in video a una conferenza stampa alla Camera italiana, organizzata dall’Unione Associazioni Italia-Israele, per un saluto e un aggiornamento sui colloqui in corso.

    Fassino ha descritto Israele come “una società aperta, una società libera, una società democratica”, sottolineando che ha una dialettica democratica anche su “questi due anni” e le sue prospettive. Ma Fassino non ha menzionato Gaza e le critiche alle politiche del governo Netanyahu, focalizzandosi invece sulla necessità di “una relazione forte tra Italia e Israele” e sul rispetto delle “valutazioni diverse” sulle scelte governative israeliane.

    La segretaria Elly Schlein, che solo poche settimane prima aveva criticato i rapporti militari Italia-Israele sotto il governo Meloni, non ha commentato, ma il responsabile Esteri Giuseppe Provenzano ha preso le distanze: “Non si trattava di una missione del Partito democratico”, precisando che le posizioni del PD rimangono “molto chiare, a partire dalla denuncia della torsione autoritaria ed estremista del governo Netanyahu”.

    L’evento è stato quasi contemporaneo alla missione di Laura Boldrini (23-28 novembre 2025) in Cisgiordania, che ha guidato una delegazione parlamentare del Partito Democratico composta da sei membri: oltre a lei, Mauro Berruto, Ouidad Bakkali, Sara Ferrari, Valentina Ghio e Andrea Orlando. L’obiettivo era monitorare la situazione umanitaria nei Territori Palestinesi Occupati, con visite a luoghi come Gerusalemme Est, Gerico e altri siti.

    Laura Boldrini ha riferito esperienze di “intimidazioni” e “soppressione di libertà” da parte delle autorità israeliane, inclusi interrogatori all’arrivo in aeroporto in Israele e blocchi ai checkpoint in Cisgiordania. Questo ha accentuato le divisioni nel PD: da un lato, l’ala più vicina a Schlein e Boldrini critica duramente Netanyahu (parlando di “pulizia etnica” e chiedendo la fine dei rapporti militari); dall’altro, figure come Fassino (legato a “Sinistra per Israele”) enfatizzano il dialogo istituzionale e la natura democratica di Israele, senza affrontare le accuse di violazioni dei diritti umani.

    Due missioni con parlamentari dello stesso partito, nello stesso periodo, con messaggi completamente opposti. Il contestato ddl sull’antisemitismo a firma Delrio, che rischia di equiparare critiche a Israele a forme di odio, si inserisce in questo quadro di tensioni già evidenti e strutturali.

    L’uso strumentale dell’antisemitismo

    Se l’antisemitismo diventa uno strumento di lotta politica interna piuttosto che un problema da affrontare seriamente, il risultato sarà duplice: non si contrasterà efficacemente l’antisemitismo reale, e si avveleneranno ulteriormente i pozzi del dibattito pubblico.

    La lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione dovrebbe unire le forze democratiche, non dividerle. Quando diventa un’arma per colpire gli avversari politici interni, perde la sua legittimità morale e diventa pura strumentalizzazione.

    Questo è esattamente ciò che sta accadendo con il disegno di legge Delrio: una battaglia politica interna al centrosinistra mascherata da impegno contro l’antisemitismo, con il rischio concreto di una rottura definitiva consumata simbolicamente nel Giorno della Memoria.

  • La proporzionalità demografica per misurare i conflitti

    La proporzionalità demografica per misurare i conflitti

    In proporzione demografica, il genocidio a Gaza è la più grave strage di civili del XXI secolo”. Questa affermazione provoca obiezioni che mirano a relativizzare la distruzione della popolazione palestinese, confrontandola con massacri “peggiori” avvenuti altrove. L’esempio adesso più citato è El-Fasher, nel Nord Darfur, dove nell’ottobre 2025 — secondo le stime indipendenti più alte — 10.000–30.000 persone sono state uccise in poche settimane su 260.000 residenti rimasti in città (3,85% – 11,5%), all’interno di un conflitto sudanese che dal 2023 ha fatto almeno 150.000–200.000 vittime. Ma la comparazione diversiva non rende la strage di Gaza meno grave.

    Anche perché il confronto proporzionale tra El-Fasher e Gaza è metodologicamente scorretto. I 260.000 abitanti di El-Fasher sono solo la popolazione rimasta dopo una fuga di massa: prima della caduta la città contava circa 1,1 milioni di persone. Gaza, invece, è un territorio ermeticamente chiuso: la popolazione non ha potuto sfollare. Confrontare proporzioni calcolate su popolazioni “residue” con proporzioni calcolate su popolazioni “intere” equivale a confrontare grandezze non compatibili.

    L’obiezione attacca allora il concetto stesso di “proporzione demografica”, rappresentandolo come un espediente escogitato per far sembrare più grandi massacri che, in termini assoluti, non primeggerebbero. Si ricorre al paragone caricaturale: «uccidere venti svizzeri sarebbe peggio che uccidere duecento cinesi». Ma nessuno usa la proporzione demografica per attribuire valore diverso alla vita umana. La proporzione serve a misurare l’impatto sistemico che una guerra ha su un gruppo umano. È per questo che uccidere il 3–5% dei gazawi (inclusi 30.000–40.000 bambini) in un’area di 365 km² rappresenta un evento di scala storica.

    Negli studi sui conflitti e nel diritto internazionale la proporzionalità demografica è un criterio fondamentale. Le principali istituzioni di monitoraggio — Uppsala Conflict Data Program, PRIO, ACLED, International Crisis Group, UNDP, OCHA — la impiegano per valutare tre dimensioni decisive:

    1. La distruzione relativa del gruppo colpito.
    Uccidere il 5% della popolazione di un territorio è un evento totalmente diverso dallo stesso numero assoluto distribuito su uno Stato cento volte più grande.

    2. La capacità di sopravvivenza e ricostruzione del gruppo.
    Una comunità piccola o confinata può non riprendersi mai da perdite anche limitate; una società ampia può assorbirle senza collasso strutturale.

    3. La natura sistemica o indiscriminata della violenza.
    Il numero assoluto non rivela se l’attacco era mirato, diffuso, totale. La proporzione, sì.

    Senza il dato proporzionale, conflitti radicalmente differenti diventano numericamente indistinguibili. La proporzione serve proprio a evitare questa cancellazione del contesto.

    Il diritto internazionale non stabilisce soglie aritmetiche, ma usa concetti che presuppongono una valutazione proporzionale:

    • Genocidio: distruzione di un gruppo “in tutto o in parte”.
    • Crimini contro l’umanità: attacco “diffuso o sistematico”.
    • Crimini di guerra: violazioni su larga scala contro persone protette.
    • Valutazioni umanitarie ONU: sempre in rapporto alla popolazione colpita.

    La proporzione è quindi incorporata in ogni definizione che distingue un reato individuale da un crimine collettivo.

    Nel caso di Gaza, la proporzionalità demografica aiuta a misurare quattro elementi:

    • la densità più alta del mondo;
    • la distruzione estesa del parco abitativo e sanitario;
    • il tasso straordinariamente alto di vittime civili, stimato tra l’83% e il 90%;
    • un totale di 186.000–220.000 morti (diretti e indiretti) su 2,3 milioni di abitanti, pari al 3–5% della popolazione in 14 mesi.

    Questi dati non dicono che Gaza soffre “più” di altri. Dicono che presenta una combinazione di fattori letali unica nel XXI secolo.

    Infine, c’è un punto che la maggior parte delle obiezioni evita. Quando si colloca Gaza nella stessa tabella comparativa degli yazidi a Sinjar (2014–2017), dei Rohingya in Myanmar (2017), dei non-arabi del Darfur (2023–2025) o dei tigrayani in Etiopia (2020–2022), si finisce inevitabilmente per collocare l’IDF — e lo Stato che lo dirige — nello stesso “cluster” dei principali perpetratori di violenza di massa contemporanea. Le caratteristiche che rendono Gaza un caso demograficamente anomalo — altissimo tasso di civili uccisi, distruzione totale delle infrastrutture vitali, impossibilità di fuga, uso della fame come arma — sono le stesse che, negli altri casi citati, hanno portato commissioni ONU e corti internazionali a parlare di crimini di guerra, crimini contro l’umanità o atti genocidari.

  • La solidarietà con la Palestina e con l’Ucraina

    Una domanda ricorrente al mondo pacifista, umanitario, democratico, di sinistra, chiede perché la mobilitazione in solidarietà con i palestinesi vittime della guerra israeliana a Gaza non veda lo stesso coinvolgimento emotivo nella solidarietà con gli ucraini vittime della guerra russa in Ucraina. Possiamo riconoscere che questo scarto è vero e che, in fondo, riguarda anche quelle aree politiche che, al contrario, sono solidali con l’Ucraina, ma non con i palestinesi, o addirittura sono solidali con Israele. Tuttavia, mentre la contraddizione morale altrui, dipende soprattutto da ragioni ideologico-geopolitiche, la nostra è più complicata. Provo a citare alcuni motivi che non valgono come giustificazioni, ma come spiegazioni plausibili.

    I palestinesi ci sembrano molto più disperati degli ucraini. La guerra in Ucraina è vista come un conflitto tra due stati sovrani. Per quanto la Russia sia lo stato più forte e aggressore, l’Ucraina dispone di uno stato, un governo autonomo, un esercito funzionante, frontiere aperte verso l’Europa. Le ostilità infliggono perdite a entrambe le parti. La guerra di Gaza, invece, è vista come un genocidio o come uno sterminio unilaterale. Un potente apparato militare, quello israeliano, che schiaccia una popolazione civile indifesa, quella palestinese, che non ha mezzi per reagire, né un luogo dove scappare. La situazione degli ucraini è molto dura, la situazione dei palestinesi è una catastrofe umanitaria.

    Gaza è un territorio minuscolo e densamente popolato: ogni bombardamento produce immagini strazianti di civili sepolti sotto le macerie, di case, scuole, ospedali distrutti. La guerra in Ucraina è spalmata su un fronte di migliaia di chilometri. Spesso è una guerra di trincea, di artiglieria a lungo raggio. Le immagini dei civili ucraini uccisi ci sono (Bucha, Mariupol), ma la quotidianità del fronte ucraino appare spesso come una guerra di soldati contro soldati, mentre quella di Gaza appare come una guerra di aviazione e carri armati contro donne e bambini, persone inermi.

    L’oppressione russa sull’Ucraina ci sembra un fatto recente, anche se ha i suoi precedenti storici, come la collettivizzazione forzata delle terre durante gli anni Trenta del Novecento. L’oppressione israeliana della Palestina è un fatto secolare. Io mi sono affacciato all’età adulta vedendo le immagini del massacro di Sabra e Chatila e oggi invecchio vedendo le immagini del genocidio di Gaza. In mezzo ho visto le immagini dell’occupazione, della colonizzazione, della repressione delle intifade e tante campagne militari che facevano un “uso sproporzionato della forza”.

    Negli ultimi anni, il paradigma per leggere il conflitto israelo-palestinese è passato dal “conflitto territoriale” al “colonialismo di insediamento”. Questa cornice equipara la lotta palestinese a quella dei nativi americani o alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica. La guerra russo-ucraina, invece, è vista come una guerra territoriale classica di stampo novecentesco (invasione di confini). La lotta al colonialismo e all’apartheid ha un richiamo morale ed emotivo molto più potente rispetto alla difesa della sovranità nazionale classica.

    Per gli ucraini, i nostri governi (italiano, europei, americano) hanno fatto tutto quello che potevano: accolto profughi, organizzata l’assistenza umanitaria, dato sostegno diplomatico, fornito armi, superato linee rosse, sanzionato Mosca, persino paventato la possibilità di entrare in guerra contro la Russia. Invece, per i palestinesi i nostri governi non hanno fatto nulla, anzi, hanno sostenuto Israele. Nella geopolitica occidentale il sostegno a Ucraina e Israele vanno insieme.

    I movimenti pacifisti compensano l’incoerenza dei loro governi, ma rischiano di riprodurla rovescio dando valore politico alla resistenza dei palestinesi, che avrebbe significato per tutti i popoli oppressi, senza darne alla resistenza ucraina, che avrebbe valore solo per se stessa, o nemmeno per se stessa, ma solo per la Nato e l’Occidente. L’Ucraina lotterebbe per cambiare la sua collocazione coloniale, non per liberarsi davvero.

    Lottare dalla parte dei palestinesi contro lo stato militarista di Israele e il sostegno militare dell’Occidente a Israele significa lottare per la pace in prospettiva e per il cessate il fuoco adesso. Lottare dalla parte dell’Ucraina contro l’invasore russo, con i governi occidentali proiettati contro la Russia, rischia di dare un aiuto involontario all’escalation, di autorizzare dal basso una guerra contro la Russia.

    Israele siamo noi, è il nostro avamposto in Medio Oriente, è l’unica democrazia circondata da dittature e monarchie arabe, è un paese occidentale. I crimini commessi da Israele sono i nostri crimini. Sono atti che ci chiamano in causa e ci fanno sentire in colpa. Storicamente, Israele è la soluzione che abbiamo trovato alla risoluzione della questione ebraica in Europa, è il modo in cui abbiamo scaricato sugli arabi le conseguenze del millenario antisemitismo europeo. La Russia, invece, non siamo noi, anzi il Cremlino è potenzialmente un nostro nemico, se commette crimini, ci dispiace, ma non ci turba.

    Queste ragioni, tuttavia, non significano che sia giusto avere a cuore solo un popolo e non l’altro. Entrambi vanno sostenuti nella loro lotta per la sopravvivenza, la dignità e l’indipendenza. Sapendo che, se gli interessi geopolitici e le letture ideologiche li mettono in opposizione, invece il diritto internazionale e umanitario li mette dalla stessa parte. E questa dovrebbe essere la bussola che, se non può decidere l’intensità dei nostri sentimenti, può comunque orientarci per farci stare dalla parte giusta.

  • La risoluzione Onu non conforme al diritto internazionale

    Francesca Albanese: La risoluzione Onu non conforme al diritto internazionale

    Il 19 novembre 2025, in una conferenza stampa al Parlamento Europeo, la relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha dichiarato che la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza – adottata due giorni prima a sostegno del Piano Trump per Gaza – “non è conforme al diritto internazionale”. Un’affermazione che può sembrare paradossale, ma che rimanda alla natura stratificata del sistema giuridico internazionale.

    Una risoluzione controversa

    La Risoluzione 2803, approvata il 17 novembre con 13 voti favorevoli e le astensioni di Russia e Cina, dà una veste legale al “Piano di pace per Gaza” negoziato da Stati Uniti e Israele e accettato da Hamas nella sua prima parte (tregua e scambio di prigionieri). Il piano prevede un cessate il fuoco permanente, un “Board of Peace” presieduto dagli Stati Uniti per la ricostruzione, una Forza Internazionale di Stabilizzazione per la sicurezza, un Comitato Palestinese per la governance quotidiana e un ritiro graduale delle truppe israeliane, subordinato alla smilitarizzazione della Striscia.

    L’Unione Europea, Israele, l’Autorità Palestinese e vari paesi arabi – Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania – hanno accolto la risoluzione come un passo verso la stabilizzazione. Ma la lettura proposta da Francesca Albanese rovescia questa narrativa: per lei il piano non solo ignora i requisiti legali minimi per una soluzione giusta, ma rischia di istituzionalizzare nuove forme di controllo esterno su Gaza.

    Il riferimento centrale: la pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia

    La critica non riguarda dettagli procedurali, ma il fondamento stesso della risoluzione. Albanese richiama l’opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia del 19 luglio 2024, che stabilisce una serie di obblighi immediati e non negoziabili per Israele: ritiro “immediato e incondizionato” da Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est; smantellamento delle colonie; cessazione dello sfruttamento delle risorse palestinesi; riparazioni per le violazioni commesse; garanzia del diritto al ritorno dei rifugiati.

    Questi obblighi, sostiene la relatrice, dovrebbero costituire “il punto di partenza” di qualsiasi iniziativa politica. La Risoluzione 2803, pur introducendo un cessate il fuoco, non incorpora nulla di tutto ciò: trasforma un obbligo giuridico di ritiro in un processo condizionato e non affronta i nodi strutturali dell’occupazione.

    La gerarchia normativa

    Come può una risoluzione ONU “violare” il diritto internazionale? Per Albanese le risoluzioni devono rispettare la Carta delle Nazioni Unite, le norme imperative di ius cogens e la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia. La gerarchia delle fonti è chiara: nessuna decisione del Consiglio di Sicurezza può derogare al diritto all’autodeterminazione, al divieto di annessione, al divieto di aggressione o a obblighi derivanti da valutazioni giurisdizionali già vincolanti. In questo senso, la risoluzione rischia di essere non soltanto politicamente controversa, ma giuridicamente debole.

    I punti critici individuati da Albanese

    Tre elementi sono, per lei, particolarmente problematici:

    1. Il ritiro condizionato delle truppe israeliane, in contrasto con l’obbligo di ritiro immediato sancito dalla CIJ.
    2. La creazione di un Board of Peace a guida statunitense e l’impiego di una forza internazionale, percepiti come meccanismi di controllo che riducono l’autonomia palestinese.
    3. L’assenza di misure su colonie, risorse naturali, diritto al ritorno, cioè sui pilastri del contenzioso giuridico internazionale.

    Ne emerge una struttura di governance che privilegia la sicurezza e gli interessi strategici degli attori esterni rispetto ai diritti del popolo palestinese, rischiando di consolidare uno status quo illegale mascherato da processo di pace.

    Il contesto politico e la posta in gioco

    La posizione di Albanese acquista peso anche per il contesto politico. Sanzionata dagli Stati Uniti per le sue prese di posizione e spesso al centro di polemiche, richiama l’ONU al rispetto delle sue stesse norme fondative. Il suo monito si inserisce in una lunga storia di processi di pace falliti perché disallineati dal diritto internazionale: dagli Accordi di Oslo in avanti.

    Una tregua tattica

    La Risoluzione 2803 può rappresentare un risultato tattico: ferma le ostilità, apre canali di assistenza, stabilisce un quadro di supervisione. Ma, nella lettura di Albanese, non affronta le radici del conflitto. Senza un riferimento esplicito agli obblighi già stabiliti dalla Corte Internazionale di Giustizia, il cessate il fuoco rischia di essere una tregua precaria, non l’inizio di una pace fondata sul diritto.

    La sua critica, in ultima analisi, non mira a delegittimare l’ONU, ma a ricordarne la missione: la pace non può sostituire la giustizia, né una soluzione politica può ignorare norme superiori che vincolano tutti gli Stati. Il diritto internazionale non è un optional negoziabile, ma il presupposto indispensabile per una soluzione che non riproduca le stesse asimmetrie di potere che hanno alimentato il conflitto per decenni.

  • Distruggere i villaggi palestinesi per trasferire la popolazione

    Quando si discute di Masafer Yatta e delle demolizioni di case in Area C, è importante non perdere il filo del discorso: qui non stiamo dibattendo su Camp David 2000, né sulle aspettative disattese degli Accordi di Oslo, ma su una questione molto più semplice e di fondo: che cosa può e che cosa non può fare una potenza occupante secondo il diritto internazionale vigente. Perché è da questo punto che dipende tutto il resto.

    L’occupazione non è regolata da Oslo, ma dal diritto internazionale

    La tesi secondo cui “Oslo supera la Risoluzione 242/1967” è priva di fondamento giuridico.

    Gli accordi bilaterali non possono annullare obblighi internazionali preesistenti, soprattutto quando si tratta di norme cogenti come l’illiceità dell’annessione, il divieto di trasferimento di popolazione dell’occupante (IV Convenzione di Ginevra, art. 49.6) e il divieto di distruzione di proprietà private salvo necessità militare (art. 53). Questo vale per tutti gli Stati e per tutte le occupazioni, non solo per Israele.

    Oslo, inoltre, era esplicitamente interinale, doveva durare cinque anni e non pregiudicare lo status finale dei Territori Palestinesi. È logico e giuridicamente ovvio che un accordo temporaneo del 1995 non può essere usato nel 2025 per giustificare una situazione permanente.

    La stessa comunità internazionale — ONU, UE, ICJ, organizzazioni per i diritti umani israeliane e internazionali — considera infatti l’occupazione israeliana protratta oltre 57 anni come illegale nella misura in cui è diventata permanente.

    Dunque: l’idea che “Area C = legalità” è insostenibile. Area C era una misura provvisoria di amministrazione, non un riconoscimento internazionale di sovranità israeliana.

    Demolizioni “per mancanza di permesso”: un argomento che ignora la realtà

    Richiamare l’abusivismo edilizio senza considerare il sistema dei permessi significa descrivere una legalità puramente formale che serve a oscurare una illegalità sostanziale: tra il 2016 e il 2022 meno del 2% delle richieste palestinesi è stato approvato, mentre nello stesso periodo centinaia di piani regolatori degli insediamenti israeliani sono stati autorizzati.

    Un sistema che nega quasi totalmente il diritto a costruire a una popolazione occupata e lo concede ampiamente ai coloni dell’occupante non è uno “stato di diritto”, è una politica di ingegneria demografica. E infatti viene definita così da tutte le principali ONG israeliane (B’Tselem, Yesh Din, Peace Now).

    In questo contesto, parlare di “case abusive” equivale a dire che i palestinesi sono colpevoli di non estinguersi da soli.

    Camp David 2000: un’arma retorica fuori tema

    La narrazione secondo cui “Arafat ha rifiutato la pace” è stata smentita dagli stessi negoziatori israeliani e statunitensi (Shlomo Ben-Ami, Robert Malley, Charles Enderlin). L’“offerta del 94%” era in realtà un mosaico di cantoni non contigui, con il controllo israeliano su frontiere, spazio aereo, acqua, alture, e con Gerusalemme Est quasi interamente sotto sovranità israeliana. Non erano le basi per uno Stato sovrano.

    Ma anche ammesso che Camp David 2000 sia stato un treno perso — ipotesi su cui gli storici non concordano — resta un fatto incontestabile: niente di ciò giustifica legalmente demolizioni, evacuazioni e trasferimenti forzati nel 2025. Le norme sulla protezione della popolazione civile sotto occupazione non possono essere sospese perché un negoziato venticinque anni fa non è andato a buon fine.

    Un’occupazione permanente non può autodichiararsi legale

    L’argomento secondo cui “oggi sono ancora in vigore le misure previste da Oslo” è circolare: Israele controlla le aree, dunque la situazione è legale perché la controlla. Ma la legalità internazionale non si basa sul possesso di fatto, bensì sul principio che un’occupazione deve essere temporanea e finalizzata a uno status finale negoziato.

    Quando un’occupazione: dura da quasi sei decenni, trasferisce la propria popolazione nei territori, impedisce lo sviluppo della popolazione occupata, demolisce case, scuole e villaggi senza assoluta necessità militare, dichiara vaste aree come zone di tiro o riserve naturali per impedire la presenza palestinese, non è un’occupazione che “rispetta Oslo”: è un’occupazione che viola il diritto internazionale, e questo non può essere aggirato spostando la discussione su Arafat o sui “tre no” di Khartoum del 1967.

    La cornice centrale non cambia

    La realtà è che Masafer Yatta viene demolita perché Israele considera quel territorio destinato all’espansione degli insediamenti e alle zone militari, non perché applica un codice edilizio, che comunque non potrebbe applicare. Questo è ciò che mostra il documentario di No Other Land e questo è ciò che confermano decine di rapporti ufficiali.

    Spostare la conversazione sulle colpe storiche dei palestinesi, vere o presunte, non cambia la sostanza: una potenza occupante sta usando strumenti amministrativi, militari e urbanistici per rimuovere una popolazione nativa da un’area che desidera controllare senza di essa.

    È questo che è illegale. Ed è questo che un dibattito onesto dovrebbe riconoscere.

  • Il contesto di No Other Land

    Il contesto di No Other Land

    Il film documentario

    No Other Land è un film documentario del 2024 diretto, prodotto, scritto e montato da un collettivo israelo-palestinese formato da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor (che ha curato anche la fotografia) ed Hamdan Ballal. È stato premiato con l’Oscar al miglior documentario ai premi Oscar 2025. Girato nell’arco di cinque anni, dal 2019 al 2023, documenta gli sforzi di Basel Adra ed altri attivisti palestinesi di opporsi alla distruzione del loro villaggio natale di Masafer Yatta, situato nel governatorato di Hebron in Cisgiordania, da parte delle forze di difesa israeliane (IDF), che vogliono costruirci un poligono di tiro e zona d’addestramento militare. Il docufilm, trasmesso il 15 novembre 2025, su Rai 3, dopo molti rinvii è adesso disponibile su RaiPlay.

    La polemica sul contesto

    Sui social, alcune fonti filo-israeliane, mediante video reels, hanno attaccato “No Other Land” con l’accusa di essere un documentario di propaganda, che mostra scene strazianti di soldati israeliani che demoliscono case e scuole palestinesi, mentre donne e bambini protestano e cercano di resistere, senza però citare il contesto di questi avvenimenti. In verità, il docufilm espone una sua versione del contesto: l’esercito israeliano usa il pretesto del campo di addestramento militare, per impedire l’espansione degli insediamenti palestinesi e per sgomberare quelli esistenti, in un processo di lenta espulsione della popolazione nativa. Ma secondo i filo-israeliani, il contesto è semplicemente legale. Il villaggio di Masafer Yatta si trova nell’area C della Cisgiordania, assegnata all’amministrazione israeliana dagli accordi di Oslo II del 1995. Le case palestinesi sono state costruite abusivamente e perciò vengono demolite, come lo sarebbero quelle dei coloni israeliani.

    L’occupazione e la colonizzazione israeliana

    Questa ricostruzione del contesto è a sua volta omissiva. Il primo quadro di contesto da nominare è l’occupazione e la colonizzazione israeliana della Cisgiordania, ritenuta illegale dal diritto internazionale. La stragrande maggioranza degli Stati, dell’ONU, della Corte Internazionale di Giustizia (parere 2004 sul Muro) e delle principali organizzazioni per i diritti umani considera l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi (Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est) protratta oltre il 1967 come illegale nella misura in cui è diventata permanente e non temporanea. La Risoluzione 242 (1967) e successive (2334 del 2016, tra le tante) chiedono il ritiro israeliano dai Territori Palestinesi. La Quarta Convenzione di Ginevra (art. 49.6) vieta espressamente il trasferimento della popolazione dell’occupante nei territori occupati → gli insediamenti civili israeliani in Cisgiordania sono quindi considerati illegali dal diritto internazionale (posizione condivisa anche da UE, ONU, Amnesty, HRW, B’Tselem, e da molti giuristi israeliani di spicco).

    Oslo II: un regime interinale divenuto permanente

    L’accordo siglato dalle parti nel settembre 1995, noto anche come Oslo II, divideva la Cisgiordania a macchia di leopardo in tre tipi di zone: zona A, sotto il controllo palestinese; zona B, sotto il controllo congiunto israelo-palestinese; zona C, sotto il controllo israeliano. L’accordo, però, era interinale, doveva durare cinque anni (fino al 1999) e portare a un accordo finale sullo status permanente, che implicava il ritiro israeliano e la costituzione dello Stato palestinese. Ma, Israele non si è mai ritirato, anzi durante i cinque anni, ha ampliato la presenza dei coloni e, dopo il fallimento di Camp David/Taba, la Seconda Intifada, ha congelato il processo di pace. Usare quindi l’Area C di Oslo per giustificare una situazione permanente è giuridicamente troppo debole: è come prendere una misura “temporanea” di 30 anni fa e farla diventare definitiva.

    L’illegalità delle demolizioni

    Le demolizioni di case palestinesi in Cisgiordania da parte dell’esercito israeliano sono in ogni caso illegali. La Quarta Convenzione di Ginevra (art. 53) vieta la distruzione di proprietà private da parte della potenza occupante salvo assoluta necessità militare. Le demolizioni per “mancanza di permesso di costruzione” sono considerate punizioni collettive e violazioni gravi da quasi tutti gli organismi internazionali (Rapporti ONU, Corte Europea dei Diritti Umani, ICJ, Amnesty, HRW, anche da B’Tselem e Yesh Din israeliane). Israele è l’unico Stato al mondo che applica il proprio diritto urbanistico interno a una popolazione occupata che non ha cittadinanza né diritto di voto: non è una situazione giuridica accettabile.

    Tanto più che ai palestinesi sotto occupazione è sostanzialmente negata la possibilità di poter costruire “legalmente” le proprie case. I numeri sono impietosi (dati ufficiali israeliani e B’Tselem 2019-2024): Tra il 2016 e il 2022 sono state presentate circa 6.500 richieste di permessi di costruzione palestinesi in Area C. Ne sono state approvate meno del 2% (circa 100-120). Nello stesso periodo, i piani regolatori approvati per gli insediamenti israeliani sono stati centinaia. È quindi un sistema che di fatto impedisce quasi totalmente lo sviluppo palestinese mentre favorisce quello israeliano.

    La legge israeliana come strumento di dominio territoriale

    Questo è il motivo per cui ONG israeliane e internazionali parlano di “pianificazione discriminatoria” e di strumento per modificare la demografia. Molti osservatori (inclusi ex-primi ministri israeliani come Ehud Olmert ed Ehud Barak) parlano di “trasferimento silenzioso” o “spostamento forzato indiretto”. Le demolizioni, gli ordini di evacuazione, la revoca di permessi di soggiorno a Gerusalemme Est, la barriera di separazione che ha annesso de facto terreno, sono visti da molti come strumenti per ridurre la presenza palestinese e creare continuità territoriale israeliana.

    Se il contesto generale, l’occupazione e la colonizzazione israeliana dei Territori Palestinesi, è illegale, tutto ciò che ne deriva, tutto ciò che è commesso da Israele nei Territori Palestinesi, è illegale. La prima cosa abusiva in Cisgiordania è la legge israeliana. In nome della quale si cerca di dare copertura legale nei Territori Occupati ai crimini commessi da Israele contro la popolazione palestinese.

  • I prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane

    I prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane

    Dopo lo scambio dei prigionieri del 13 ottobre 2025 — in cui Israele ha rilasciato circa duemila reclusi palestinesi in cambio di venti ostaggi israeliani detenuti da Hamas — il numero complessivo di palestinesi nelle carceri israeliane è sceso a circa 9.100–9.400 persone. Prima di questo accordo, a inizio ottobre, i detenuti erano circa 11.056, secondo le organizzazioni HaMoked e Mondoweiss, anche se le cifre possono variare per nuovi arresti, rilasci o decessi in custodia: almeno 77 palestinesi sono morti dal 7 ottobre 2023.

    Le prigioni e la geografia della detenzione

    I prigionieri palestinesi sono rinchiusi in diverse strutture del Servizio Penitenziario Israeliano, spesso lontane dai territori occupati, il che rende difficili le visite familiari. Tra le principali: Ofer vicino a Ramallah, usata per detenzioni amministrative e processi militari; Ktzi’ot nel Negev, una delle più grandi, che ospita migliaia di detenuti inclusi quelli da Gaza; Nafha, anch’essa nel Negev, nota per le condizioni severe; Megiddo nel nord, dove sono rinchiusi molti minori e prigionieri della Cisgiordania; Ramon per i casi di alto profilo; Damon, nel nord, dedicata soprattutto alle donne. A queste si aggiungono Gilboa, Ashkelon, Hasharon, Hadarim e la base militare di Sde Teiman, dove sono detenuti palestinesi di Gaza classificati come “combattenti illegali”.

    Composizione e profili dei detenuti

    La maggior parte dei prigionieri è composta da uomini adulti, che rappresentano il 95-98% del totale. Le donne sono tra 40 e 80, inclusa almeno una detenuta di Gaza, Siham Abu Salem. I minori, tra 200 e 300, vengono spesso arrestati per azioni come il lancio di pietre o la partecipazione a proteste, con detenzioni medie di 16-17 giorni.

    Circa il 25-30% dei detenuti da Gaza è considerato miliziano o affiliato a gruppi armati come Hamas o Jihad Islamica, mentre il 70-75% sono civili comuni, fermati per proteste, legami politici o senza accuse precise. In generale, il 40% degli uomini palestinesi sotto occupazione è passato almeno una volta per il carcere israeliano.

    Condanne e detenzioni amministrative

    Solo il 15-20% dei detenuti ha ricevuto una condanna vera e propria, con pene da pochi mesi all’ergastolo per reati di sicurezza giudicati da corti militari. Il 30-35% è in detenzione amministrativa, senza processo o accuse formali, basata su presunte prove segrete e rinnovabile ogni 3-6 mesi. Il resto è in attesa di giudizio o sotto indagine.

    La durata media della detenzione amministrativa è di un anno, ma può prolungarsi indefinitamente. Le condanne variano da 1-5 anni per casi minori a oltre 10 anni per i miliziani. I minori restano in media 16-17 giorni, mentre la durata complessiva di un ciclo di detenzione è di 1-2 anni, con casi estremi fino a 24 anni.

    Dal 1967, anno dell’occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, almeno un milione di palestinesi sono passati per le carceri israeliane — secondo Addameer e il Palestinian Prisoners’ Society — in quella che molte organizzazioni per i diritti umani definisce una forma di controllo sistematico dell’occupazione.

    Condizioni di vita e abusi documentati

    Le condizioni di detenzione sono drammaticamente peggiorate dopo il 7 ottobre 2023. Testimonianze e rapporti di Human Rights Watch, Amnesty International e B’Tselem descrivono abusi sistematici, sovraffollamento e privazioni: percosse, legature estreme, umiliazioni fisiche e verbali, esposizione a rumori assordanti per giorni, e — in casi documentati — stupri di gruppo e violenze sessuali, soprattutto nella base di Sde Teiman, definita da osservatori ONU un “campo di tortura”.

    Almeno 75 palestinesi, inclusi bambini e donne, sono morti in detenzione dal 2023, spesso per malnutrizione, torture o mancanza di cure mediche. Esperti ONU parlano di “crimini contro l’umanità”, denunciando un clima di impunità totale: le indagini israeliane sono rare e inefficaci, in violazione delle Convenzioni di Ginevra e della Convenzione contro la Tortura.

    Sovraffollamento e privazioni materiali

    Le carceri israeliane non sono più in grado di contenere i detenuti. Già prima del 2023, celle progettate per 5-6 persone ne ospitavano fino a 12; oggi, con oltre 9.000 palestinesi rinchiusi, il Servizio Penitenziario Israeliano ha dichiarato uno stato di emergenza. In strutture come Nafha, Ofer e Ktzi’ot, i detenuti dormono su materassi a terra in spazi inferiori ai 3 m² per persona, violando una sentenza della Corte Suprema israeliana del 2017.

    Le condizioni igieniche favoriscono malattie cutanee e respiratorie, mentre i trasferimenti improvvisi in campi temporanei peggiorano ulteriormente la situazione.

    Anche il cibo è diventato un mezzo di punizione. Dal 2023, le razioni si sono ridotte a tre cucchiai di riso o fagioli secchi al giorno, con pane e yogurt come colazione. La Corte Suprema israeliana, nel settembre 2025, ha riconosciuto che lo Stato viola il dovere legale di fornire tre pasti nutrienti quotidiani, ma le restrizioni imposte dal ministro Itamar Ben-Gvir restano in vigore, nonostante gli appelli dell’ONU.

    Assistenza legale e isolamento

    L’accesso alla difesa legale è gravemente limitato. Circa il 37% dei minori è detenuto senza accuse, e dal 2023 le visite degli avvocati sono sistematicamente ostacolate o annullate. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa non ha più accesso regolare alle carceri. Organizzazioni come HaMoked e Addameer offrono assistenza pro bono, ma subiscono restrizioni, divieti e accuse di “terrorismo”. L’ONU definisce questo isolamento una forma di punizione disumana.

    Figure simboliche della resistenza

    Tra i prigionieri più noti rimasti dopo lo scambio del 13 ottobre spiccano:

    • Marwan Barghouti, leader di Fatah e figura chiave delle due Intifade, condannato nel 2004 a cinque ergastoli.
    • Ahmed Saadat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), condannato nel 2008 a 30 anni per il suo coinvolgimento nell’assassinio del ministro israeliano Rehavam Zeevi.
    • Abdallah Al-Barghouti, militante di Hamas, condannato nel 2004 a 67 ergastoli.
    • Ibrahim Hamed, ex comandante di Hamas in Cisgiordania, con 54 ergastoli dal 2006.
    • Hassan Salama, di Gaza, con 48 ergastoli dal 1996.
    • Dr. Iyad Abu Safiya, medico e direttore dell’ospedale Al-Awda, detenuto senza accuse formali in via amministrativa.

    Queste figure, viste da Israele come terroristi, restano per molti palestinesi simboli di resistenza e leadership. Il loro rilascio dipenderà da futuri scambi di prigionieri o decisioni politiche, non da percorsi giudiziari ordinari.

    Reazioni e campagne internazionali

    I processi contro i principali detenuti palestinesi – tra cui Marwan Barghouti, Ahmed Saadat, Abdallah Al-Barghouti, Ibrahim Hamed e Hassan Salama – sono stati contestati da organizzazioni per i diritti umani per gravi violazioni delle garanzie processuali. Amnesty International, B’Tselem e Human Rights Watch denunciano l’uso sistematico di confessioni estorte sotto coercizione, l’assenza di prove materiali dirette e il ricorso a “prove segrete” non accessibili alla difesa. Nelle corti militari israeliane, dove il tasso di condanna dei palestinesi supera il 99%, i giudici sono ufficiali dell’esercito e i processi avvengono spesso a porte chiuse, senza pieno diritto alla difesa. Secondo l’ONU, questo sistema viola gli standard internazionali di equità e la Quarta Convenzione di Ginevra, che tutela i detenuti nei territori occupati. Israele sostiene che le corti militari siano necessarie per motivi di sicurezza, ma le indagini su abusi restano eccezionali e raramente efficaci.

    Diverse reti globali, come la Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network, il Collettivo Palestine Vaincra e Defence for Children International – Palestine, promuovono campagne per la liberazione dei detenuti, in particolare di Marwan Barghouti e dei minori. Amnesty International ha definito migliaia di prigionieri palestinesi “moneta di scambio” e chiede il rilascio immediato di chi è detenuto arbitrariamente. Human Rights Watch e l’Associazione per i Diritti Civili in Israele hanno ottenuto vittorie legali parziali, come la sentenza contro le restrizioni alimentari, ma le violazioni continuano.

  • Riconoscere lo Stato di Palestina

    Il riconoscimento dello Stato di Palestina

    Secondo la Convenzione di Montevideo del 1933, perché uno Stato sia riconosciuto deve avere tre requisiti: un popolo, un territorio, un governo. La Palestina li possiede: il popolo palestinese, i territori di Gaza e Cisgiordania, il governo legittimo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

    Quasi tutti i paesi del mondo, fuori dall’Occidente, hanno già riconosciuto la Palestina. Ora, per iniziativa della Francia, anche diversi paesi occidentali hanno compiuto questo passo: Portogallo, Regno Unito, Canada e Australia. Il Belgio si appresta a farlo.

    Il governo israeliano è fermamente contrario, sostenendo che il riconoscimento della Palestina equivarrebbe a premiare il terrorismo di Hamas e che uno Stato palestinese costituirebbe una minaccia permanente alla sicurezza di Israele. Molti sostenitori di Israele aggiungono che un riconoscimento oggi sarebbe inutile, senza effetto pratico; semmai dovrebbe essere il coronamento di un processo di pace.

    In Italia, incalzata dalle opposizioni, Giorgia Meloni propone una risoluzione parlamentare che subordina il riconoscimento della Palestina alla liberazione degli ostaggi e all’esclusione di Hamas dal futuro governo palestinese. Una posizione che sembra più un pretesto per rinviare il riconoscimento e, al tempo stesso, mostrarsi disponibile per non restare isolata mentre una parte dell’Europa e l’opinione pubblica si spostano verso la causa palestinese.

    Questo spostamento diplomatico e popolare non nasce, è ovvio, dal desiderio di ricompensare il terrorismo, ma dalla necessità di arginare la distruzione della società palestinese. Il governo israeliano vuole imporre un fatto compiuto: svuotare o rendere invivibile la Striscia di Gaza, espandere i coloni in Cisgiordania, rendere impossibile la nascita di uno Stato palestinese. Gli Usa di Trump lasciano fare. La Francia di Macron, invece, promuove un’iniziativa diplomatica per contrastare questa strategia e salvare la prospettiva di uno Stato palestinese.

    L’idea che la Palestina, una volta riconosciuta, sarebbe solo una base terroristica è essa stessa una visione terroristica. Non considera che il consenso al terrorismo nasce proprio dalla negazione dei diritti: il diritto all’autodeterminazione e, con esso, la possibilità di muoversi, avere una casa, lavorare, commerciare, costruire una comunità, non essere fermati, imprigionati, uccisi in modo arbitrario. Realizzata l’aspirazione nazionale palestinese, verrebbe meno anche il principale terreno su cui cresce il sostegno a organizzazioni che attaccano Israele.

  • Tre inganni sul genocidio di Gaza

    Tre sono gli argomenti ingannevoli dell’articolo di Ernesto Galli Della Loggia contro l’uso della parola “genocidio” per definire quanto Israele sta facendo a Gaza.

    Il primo è fingere che “genocidio” sia solo una parola bandiera agitata da una nicchia movimentista e poi adottata da tutti in coro. Come se non esistesse una causa aperta alla Corte Internazionale di Giustizia, che ha ammesso la plausibilità del genocidio e ordinato a Israele di prevenirlo. Come se non ci fossero rapporti ONU e ONG, o un dibattito storico e giuridico documentato. Si può non condividere l’uso del termine, ma ignorarne la plausibilità e ridurre tutto a un riflesso emotivo o malevolo è una scelta che rivela debolezza, non rigore.

    Il secondo è scivolare nel sarcasmo, dopo aver rifiutato di prendere sul serio le tesi avversarie. Allora Israele, “stato genocida”, sarebbe inefficiente rispetto alla Germania nazista perché ha ucciso solo 60 mila persone in due anni, invece di milioni. Ma il genocidio non si misura in quantità di morti: la differenza non sta nei mezzi ma nel contesto. La Germania agì dentro una guerra totale, senza diritto internazionale codificato, senza opinione pubblica libera, senza alleati democratici da cui dipendere. Israele invece è vincolato da tutti questi fattori, e se intende spingere verso la distruzione del popolo palestinese deve farlo in modo mitigato e graduale.

    Il terzo è assumere la Shoah come unico modello genocida e farne un’asticella al di sotto della quale non può esserci genocidio. Ma la memoria della Shoah non serve a fissare un metro di misura, bensì a riconoscere e prevenire ogni progetto di deumanizzazione e distruzione. Altri genocidi di entità numericamente inferiore – dal Ruanda a Srebrenica (riconosciuto genocidio dalla Corte internazionale nel 2007) – non hanno banalizzato Auschwitz, ma hanno mostrato che il crimine può assumere forme diverse. Ogni genocidio è eccezionale. L’alternativa è considerare “normale” Gaza, come semplice sfondo alle notizie quotidiane.

    L’uso del termine “genocidio” deve misurarsi con la definizione della Convenzione ONU del 1948: «atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». È plausibile riconoscervi il caso palestinese: Israele percepisce i palestinesi come minaccia demografica, rifiuta sia i due Stati sia lo Stato unico binazionale, e ormai perfino lo status quo di apartheid, giudicato insostenibile dopo il 7 ottobre 2023. Restano la pulizia etnica e il genocidio. Forse non condivisi integralmente dai vertici israeliani, ma certo presenti come opzione politica e, da quel che vediamo, come pratica sul terreno.

    L’uso di termini quali “strage”, “massacro”, “eccidio” proposti dall’autore in alternativa a “genocidio” sono spesso usati per descrivere azioni violente e concentrate nel tempo. Come l’attacco del 7 ottobre, che non a caso nominiamo con la data di un giorno. Questi termini non rendono invece conto di un’azione prolungata per anni in forme che tendono alla distruzione totale delle condizioni materiali di vita di un intero popolo.

    Se si è in dubbio, non è obbligatorio assumere una posizione netta e definitiva adesso. Serve esprimersi e agire per fermare l’azione militare contro la popolazione di Gaza, altrimenti il genocidio, se non c’è, ci sarà. Il pericolo è riconosciuto anche da voci che negano la definizione: Liliana Segre e Benny Morris, intervistati per contraddire David Grossman, hanno ammesso che quando si arriva ad affamare e a uccidere in massa la popolazione, il rischio di genocidio c’è.

    Non banalizzare il dibattito, dunque, ma riconoscere almeno la plausibilità del genocidio e l’imperativo di prevenirlo.

  • Resistere senza farsi distruggere

    L’essere integralmente qualcosa non mi appartiene, perciò è probabile che non sia un pacifista integrale. Sono contro la violenza e l’uso della forza. Però, in certi casi e a certe condizioni l’ammetto. Quando ha dalla sua una ragione giusta e fondamentale; se è capace di colpire in modo mirato e proporzionato; qualora sia efficace e rapida rispetto a scopi definiti. Il solo aver ragione è insufficiente. Coinvolgere innocenti e inermi è inammissibile. Prolungare il conflitto è disastroso, specie nel perseguire obiettivi confusi o improbabili. Queste condizioni per me valgono, sia se attacchi, sia se ti difendi.

    Se ti difendi, la tua ragione è più nobile. Infatti, ogni aggressore cerca di appropriarsene per rivendicare a modo suo il diritto alla difesa. Il pubblico più sano è predisposto a solidarizzare con chi si difende: l’Ucraina invasa dalla Russia, i palestinesi massacrati dagli israeliani. Ma la solidarietà può incoraggiare a resistere e in questo sbaglia, se non ha i mezzi per offrire un sostegno concreto, se non rischia qualcosa in proprio.

    L’Ucraina ha i mezzi per resistere, anche grazie all’aiuto occidentale. Tuttavia, la sua resistenza rallenta solo l’avanzata russa, non riesce a invertire il corso della guerra, che intanto si trascina da tre anni, bruciando la vita di una generazione di ucraini e anche di russi. Ne vale davvero la pena?

    I palestinesi invece sono senza mezzi, a parte l’arsenale di Hamas che può infliggere un colpo a Israele e fare una circoscritta strage indiscriminata e perciò criminale, ma poi tutta la Striscia di Gaza è massacrata, devastata, affamata per mesi e anni. Hamas sopravvive mentre tutto ciò che la circonda muore. Ne vale davvero la pena?

    L’indipendenza, la sovranità, l’autodeterminazione sono ideali e principi giusti. C’entrano con le condizioni materiali di esistenza, che sono il vero bene da salvaguardare. Ci si sente vivi a incarnare quegli ideali. Appunto, dovrebbero servire per vivere. Ma se muori a cosa servono? A far vivere altri che poi muoiono come te? Forse vivrai, moriranno i tuoi genitori, tua moglie, i tuoi figli, i tuoi amici. Vivrai, forse su una sedia a rotelle, se ce n’è ancora una disponibile. Oppure, tenendoti su due stampelle, mentre le tue gambe finiscono sopra il ginocchio. Potrai guardare tutto quello che non puoi toccare, perché ti hanno amputato le braccia senza anestesia. O non vedrai più nulla, perché sarai diventato cieco. Magari, invece sarai tutto intero, prigioniero in condizioni disumane.

    Nella dolorosa desolazione della morte e della distruzione, che valore potrà ancora avere il motivo per cui hai combattuto o hanno combattuto altri a tuo nome, esponendoti al disastro? Quel valore non ti sarà reso dai tanti che alzano la tua bandiera sulle tastiere. Per non dire di quegli altri, pronti ad attraversare lo schermo per affermare che sei una fiscia sacrificabile o una fake news. E ti mostreranno mentre mangi la Nutella in un caffè di lusso.

    Se pure il tuo sacrificio ottiene l’attenzione del mondo, molta parte di questo mondo è distratto, distante, ideologico, paranoico. T’iscrive dentro un conflitto più grande, una guerra fredda o uno scontro di civiltà e diventi il fantasma di un mostro. La tua fine è necessaria per un bene superiore, per qualche valore supremo, sulle orme dei nostri antenati del 1945, evocati ormai anche per giustificare una rissa. Oppure, sulla tua fine il mondo ci fa i soldi, vendendo armi, ruspe, servizi digitali, progetti di ricostruzione. Una parte del mondo manifesterà per te o salperà sulla nave per venirti a salvare, come atto politico e simbolico (onore a loro, perché in effetti rischiano). L’esito finale, però, difficilmente cambierà.

    A volte la difesa, la resistenza è autodistruttiva, offre solo il pretesto al tuo carnefice per massacrarti ancora di più. Allora, la rinuncia, la resa, la fuga sono scelte dignitose. Anche la dignità vuole la vita e non la morte. La vita in salute. Ogni genitore ha il dovere di vivere finché i suoi figli non sono adulti e autosufficienti. Tutti i figli hanno il dovere di vivere finché i loro genitori non sono deceduti. La madre, dopo nove mesi di gravidanza e un parto, ha il diritto assoluto di non vedere il proprio figlio neonato spappolato dalle bombe o schiacciato sotto le macerie. E se la vita non si può costruire qui, si può andare altrove. Anche se, è vero che, pure spostarsi nel mondo e trovare accoglienza è diventata una guerra.

    Qualcuno obietterà con l’esempio più alto: la Resistenza al nazifascismo. E avrebbe ragione. Ma quella lotta rientrava proprio nei criteri che ho delineato: aveva una ragione giusta e fondamentale; i suoi atti, per quanto duri, miravano a colpire un occupante e un regime oppressivo, cercando di preservare gli inermi; fu, nel suo contesto, efficace e rapida nel conseguire l’obiettivo definito di liberazione, anche grazie a una solidarietà internazionale concreta e determinante. Fu, in sostanza, una forza proporzionata al fine.