Tag: Palestina

  • Francesca Albanese e l’errore etimologico sull’antisemitismo

    Francesca Albanese e l'errore etimologico sull'antisemitismo

    Intervistata da CLATEVision, Francesca Albanese ha commesso due errori, che lei stessa ha poi riconosciuto e per cui si è scusata. Ha sostenuto che il termine “antisemitismo” si riferisse in origine a tutti i popoli di lingua semitica e non solo agli ebrei. Per sostenere la sua tesi, ha affermato che nei lager i nazisti chiamavano gli ebrei “Muselmann”. Invece, il termine “antisemitismo” fu coniato nel 1879 dal giornalista tedesco Wilhelm Marr per dare una veste “scientifica” all’odio contro gli ebrei. Il termine “Muselmann” apparteneva al gergo concentrazionario per indicare i detenuti moribondi, non aveva significato etnico o religioso.

    I detrattori di Francesca Albanese ne hanno approfittato per rilanciare una violenta campagna di delegittimazione personale e politica. I due errori dimostrerebbero che lei è negazionista, revisionista, antisemita, incompetente, inadeguata a ricoprire il ruolo di relatrice ONU sui Territori Occupati Palestinesi. Però, fraintendere l’etimologia dell’antisemitismo non implica negare la Shoah, odiare gli ebrei, e neppure l’essere incompetenti come relatrice ONU. I suoi report non si basano sulla linguistica dell’Ottocento, ma sul diritto internazionale e umanitario, sui fatti e le testimonianze. La qualità dei rapporti ONU non può essere dedotta dall’errore di un’intervista, né dalla sua eventuale incompetenza in altri campi: va verificata sui rapporti stessi, attraverso fonti, documentazione, metodo e argomentazioni giuridiche.

    È vero che nella narrazione israeliana il nodo del conflitto mediorientale è l’antisemitismo. I palestinesi combattono Israele perché sono antisemiti e tutte le persone che solidarizzano con i palestinesi sono antisemite. Quindi, se non hai una competenza specialistica sull’etimologia e la storia dell’antisemitismo, non puoi avere una competenza sul conflitto mediorientale. Ma da un punto di vista meno unilaterale, il nodo del conflitto è la contesa della terra e delle risorse, la disparità di potere, diritti, possesso, è l’espropriazione e l’espulsione della popolazione nativa, è l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. La stessa Francesca Albanese lo mette in chiaro nella sua intervista: la critica a Israele non riguarda ciò che è, ma ciò che fa.

    Che l’antisemitismo sia l’avversione ai popoli di lingua semitica è uno stereotipo linguistico diffuso. Nasce da una fallacia intuitiva, che applica alla lettera la radice della parola “semita”. In particolare, è diffuso nel mondo arabo, in generale fuori dall’Occidente, e trova sponda negli ambienti accademici e politici della decolonizzazione. In Medio Oriente e in Nord Africa, l’argomento “Siamo semiti, non possiamo essere antisemiti” è usato per difendersi dall’accusa di antisemitismo quando si criticano il sionismo e lo Stato d’Israele. E per affermare l’estraneità storica alla persecuzione degli ebrei, prodotto europeo e cristiano. Con questo argomento, gli intellettuali della decolonizzazione tengono insieme la critica all’eurocentrismo e la solidarietà al popolo palestinese. La stessa Albanese, nella sua risposta, intendeva confutare l’accusa di antisemitismo contro i palestinesi e i critici di Israele, ma è stata indotta all’errore dall’intervistatrice argentina che la interrogava “sull’uso improprio del termine”.

    Per una gaffe o un errore, Francesca Albanese si trova spesso nell’occhio del ciclone israeliano. Alcuni suoi simpatizzanti la vorrebbero più istituzionale e meno militante. I suoi interventi sono super-monitorati per coglierla in fallo e metterla all’indice. Il gruppo che ha ripreso e amplificato l’intervista a CLATEVision è la ONG pro-Israele UN Watch. C’è una tensione tra il lavoro di relatrice ONU, che richiede di essere rigorosa, e quello di divulgatrice, che richiede di essere disinvolta. Se si limitasse al ruolo di relatrice, sarebbe una figura impeccabile, nota solo agli addetti ai lavori. Avventurandosi nella divulgazione, si espone e diventa vulnerabile, ma porta il suo lavoro alla conoscenza del grande pubblico.

    Poi, Francesca è una donna. Il linguaggio istituzionale e diplomatico è stato plasmato dal modello patriarcale e burocratico: uno stile distaccato, neutro, grigio e codificato. Una donna in quel ruolo di alto profilo può voler rompere lo schema e adottare uno stile espressivo partecipe, appassionato o persino “informale”. Sbaglia, si scusa, si corregge. E viene attaccata in modo sproporzionato, con una cattiveria particolare.

    Prendendo esempio, si può tentare di dire che l’errore etimologico e storico di Francesca Albanese può avere un senso sul piano sociologico. I nazisti hanno innestato il proprio razzismo sull’antigiudaismo, perseguitato e sterminato gli ebrei. E insieme agli ebrei, anche altri gruppi: rom e sinti, disabili, omosessuali, comunisti, oppositori politici. Gli ebrei sono stati il corpo estraneo, il nemico interno per definizione. Ma se gli ebrei non fossero esistiti, si può ipotizzare che il nazionalismo razzista avrebbe saputo identificare un altro capro espiatorio. Così come oggi, gli eredi del nazifascismo, o i nostalgici, identificano i migranti e in particolare i musulmani, proiettando su di loro la minaccia di un progetto di sottomissione, sostituzione etnica e islamizzazione.

  • Hussam Abu Safiya, il medico dell’ultimo ospedale

    Hussam Abu Safiya, il medico dell'ultimo ospedale

    Il dottor Hussam Abu Safiya è un pediatra palestinese, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, l’ultima struttura sanitaria rimasta in parte funzionante nel nord della Striscia di Gaza fino al dicembre 2024. Diventato un simbolo internazionale della resistenza civile e della tutela del diritto alla salute a Gaza, il medico è stato sequestrato il 27 dicembre 2024 dalle forze armate israeliane (IDF) durante un raid militare nel suo ospedale. Da oltre un anno e mezzo, le autorità israeliane lo trattengono in carcere in condizioni disumane, senza accuse formali, né un regolare processo. Prima del suo sequestro, il medico lavorava incessantemente per curare i neonati e i bambini di Gaza anche dopo aver subito il grave lutto del figlio Ibrahim, ucciso da un drone israeliano proprio davanti all’ingresso dell’ospedale Kamal Adwan.

    L’esercito israeliano (IDF) compì il raid contro l’ospedale Kamal Adwan dichiarando che la struttura funzionava come centro di comando operativo e roccaforte terroristica di Hamas nel nord della Striscia di Gaza. Con la stessa giustificazione, l’IDF ha provocato, nel corso della guerra contro Hamas, la sistematica interruzione dei servizi sanitari nella Striscia di Gaza, con effetti devastanti sulla popolazione civile, compromettendo o impedendo la cura di decine di migliaia di malati e feriti. Però, il personale ospedaliero, il Ministero della Salute di Gaza e diverse organizzazioni internazionali indipendenti respingono le accuse israeliane. Fonti giornalistiche internazionali, tra cui la BBC, e organizzazioni per i diritti umani evidenziano come l’IDF non abbia mai fornito prove pubbliche o verificabili dell’esistenza di cellule attive o centri di comando operativi dentro l’ospedale Kamal Adwan. Il raid comportò l’evacuazione forzata anche dei pazienti più critici, l’incendio di laboratori e sale operatorie.

    Il sequestro e la detenzione del dottor Abu Safiya, dal punto di vista israeliano, si reggerebbero sulle accuse di legami con Hamas, sulla legge militare che consente la detenzione a tempo indeterminato senza processo attraverso decreti rinnovabili ogni sei mesi, e sull’utilizzo di “prove riservate” fornite dal servizio di sicurezza, lo Shin Bet: il medico sarebbe un colonnello di Hamas, ma senza essere responsabile di atti specifici. Però, le autorità israeliane non hanno mai prodotto un atto di accusa formale, né rinviato il prigioniero a giudizio, né fissato la data di un processo regolare. Un sistema fondato su prove riservate e non accessibili alla difesa lascia inevitabilmente ampio margine all’arbitrarietà della detenzione di Abu Safiya, come degli altri medici di Gaza e di quasi tutti i prigionieri palestinesi. Un uso basato su sospetti indimostrabili, a scopo preventivo, con l’effetto di neutralizzare personale sanitario capace di garantire un minimo di cure.

    Al sequestro e alla detenzione arbitrari si aggiungono le condizioni disumane di prigionia fino a mettere Abu Safiya, vittima di gravi abusi fisici e psicologici, in imminente pericolo di vita. Il legale del medico, Nasser Odeh, è riuscito a fargli visita dopo settimane di totale isolamento e ha dichiarato che il pediatra era “irriconoscibile” a causa dei maltrattamenti subiti. Il medico in manette è stato scortato al colloquio da guardie mascherate, mostrando evidenti ecchimosi e traumi localizzati sulla testa, sul viso, sul collo e sulle orecchie. A causa delle percosse, Abu Safiya mostra una evidente debolezza fisica, parla a fatica e soffre di crisi respiratorie acute, temporanee perdite di coscienza. Lasciato quasi senza cibo, il medico ha perso circa 40 chili. I video dei suoi rari collegamenti a distanza con il tribunale lo mostrano visibilmente emaciato. Gli sono negate l’accesso alle cure e ai farmaci essenziali.

    Abu Safiya è recluso per lunghi periodi in isolamento all’interno di piccole celle sotterranee e buie, dove non ha neppure lo spazio per distendersi, completamente tagliato fuori dai contatti con la famiglia. I rapporti dei legali indicano che il forte stress psicologico, unito alle torture e alla consapevolezza del prolungamento della detenzione amministrativa fino ad almeno ottobre 2026, lo hanno portato a dichiarare di “aver perso ogni speranza di uscire vivo” dal carcere. Per queste ragioni, gli esperti dell’ONU hanno chiesto con urgenza il suo trasferimento immediato in un ospedale civile per evitargli un esito fatale.

    La prigionia di Abu Safiya è la più nota a livello internazionale, ma s’inserisce nella pratica sistematica di arresti di massa con i quali l’IDF ha sequestrato centinaia di operatori sanitari palestinesi dall’ottobre 2023. Organizzazioni israeliane per i diritti umani, tra cui Physicians for Human Rights Israel (PHRI), hanno presentato una petizione urgente alla Corte Suprema israeliana chiedendo il rilascio immediato non solo di Abu Safiya, ma di un gruppo specifico di altri tredici medici palestinesi di Gaza trattenuti nelle stesse condizioni, senza accuse e a rischio della vita. Tra questi figura il noto chirurgo ortopedico di Medici Senza Frontiere, Mohammed Obeid. Secondo i dati raccolti da reti di monitoraggio come Healthcare Workers Watch (HWW) e da agenzie umanitarie a ottobre 2025, Israele trattiene circa 80 operatori sanitari di Gaza e almeno 15 della Cisgiordania. Diverse decine sono medici specialisti, chirurghi, intensivisti, pediatri, prelevati dagli ospedali durante i raid militari.


    L’appello di Amnesty International
    Gaza: libertà per il dottor Hussam Abu Safiya

    Via libera del Consiglio comunale alla risoluzione in cui si chiede l’immediata liberazione del dottor Hussam Abu Safiya, pediatra palestinese ed ex direttore dell’ospedale Kamal Adwan

    L’appello dell’Associazione Culturale Pediatri per il Dottor Hussam Abu Safiya e per la tutela della neutralità della medicina

    Comunicato stampa dei Medici per i diritti umani (MEDU)
    La comunità internazionale deve agire: liberare personale medico detenuto illegalmente in Israele

    L’appello della comunità sanitaria italiana al Governo
    Proteggere gli ospedali nei conflitti

    Israele, la Sinistra al Parlamento europeo: “Liberare Hussam Abu Safiya”

  • Il nazionalismo degli altri. Note sulla vulgata filoisraeliana

    Israele, sionismo, genocidio, Erri De Luca.

    Prendo spunto dall’intervista di Erri De Luca al giornale israeliano di destra “Israel Hayom”, e tradotta dal giornale italiano di destra il Foglio, per mettere a fuoco alcuni argomenti della vulgata filoisraeliana.

    Israele ha il diritto di esistere?

    Sul piano pratico è un falso problema. Israele esiste dal 1948, è riconosciuto dalle Nazioni Unite, con l’eccezione di 29 stati membri della Lega Araba o dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC). A parte Iran e Corea del Nord, refrattari a Israele, gli stati arabi e musulmani subordinano il riconoscimento dello stato ebraico alla risoluzione della questione palestinese. Israele è uno stato potente, alleato degli Usa, la principale superpotenza globale.

    Sul piano giuridico, non esiste il diritto degli stati ad esistere, esiste il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il diritto di ogni popolo deve contemperarsi con quello degli altri popoli, specie nei territori dove i popoli sono mescolati. Così, il diritto non è solo principio, diventa pratica di mediazione e negoziato.

    Quando la reputazione di Israele è particolarmente sotto stress per le sue condotte politiche e militari, nel dibattito pubblico, insieme con l’accusa di antisemitismo, compare la domanda: “Israele ha diritto di esistere?”. La domanda è ambigua e manipolatoria. Se rispondiamo si, a cosa rispondiamo? A un diritto pari tra gli altri, o a un diritto primo sopra gli altri?

    Cosa significa essere sionisti?

    Intendere che “Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere in Palestina, chiunque veda due entità vivere fianco a fianco, è già sionista” è un artificio retorico. Arafat e l’Olp, firmando gli accordi di Oslo, sarebbero sionisti. E lo sarebbe la gran parte della sinistra europea che sostiene la soluzione dei due stati. Se oggi riconosciamo Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Kosovo, Montenegro e Macedonia, non vuol dire necessariamente che apprezziamo la disgregazione della Jugoslavia. Nel riconoscere la Cechia e la Slovacchia, non esprimiamo alcuna contrarietà alla Cecoslovacchia.

    Quello che le persone democratiche e civili desiderano è la coesistenza pacifica di israeliani e palestinesi, ma non esprimono un’adesione politico-ideologica a una particolare forma; l’accordo sull’assetto spetta ai due popoli. Personalmente, preferisco le forme di integrazione sovranazionali al primato degli stati nazionali, ancorché etnici e religiosi o alle piccole patrie. Tuttavia, se là dove gli stati nazionali sono la forma della coesistenza possibile, va bene.

    Il problema, però, è che il sionismo non è più definito da Israele nei confini del 1948, comunque edificato sulla Nakba, ma da Israele che valica e si espande oltre i confini del 1967, occupa e colonizza i residui territori palestinesi. Proprio questo sionismo, incarnato dal governo del Likud e dei suoi alleati estremisti, messianico-religiosi, è ostile alla soluzione dei due stati.

    A Gaza c’è un genocidio?

    Un argomento della negazione si basa su questo assunto: “Se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio di un popolo, aveva un bersaglio perfettamente immobile […] Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile rende questa accusa vuota”. La tesi è insoddisfacente.

    La Convenzione sul genocidio richiede di provare l’intento specifico di distruggere un gruppo. Gli ordini di evacuazione potrebbero provare il contrario. Ma la Corte Internazionale di Giustizia, che accoglie la plausibilità del genocidio, nelle sue ordinanze cautelari, non si è basata solo sugli sfollamenti, ma sul blocco di cibo, acqua e medicine, unito a un numero spropositato di vittime, alla distruzione delle infrastrutture civili, e a dichiarazioni pubbliche di governanti politici e alti ufficiali israeliani. L’accusa non è “vuota” solo perché l’esercito ha ordinato alla popolazione di spostarsi: lo spostamento forzato di massa in una zona senza infrastrutture, sotto assedio, può esso stesso costituire un atto genocidiario: infliggere deliberatamente condizioni di vita volte a distruggere un gruppo.

    Un genocidio non richiede lo sterminio totale in un colpo solo. Può avvenire per fasi, attraverso uccisioni dirette e la creazione di condizioni di vita invivibili. Il fatto che Israele non abbia ucciso tutti i palestinesi in un giorno non è una prova dell’assenza di genocidio, esattamente come i nazisti che spostavano gli ebrei nei ghetti prima di deportarli nei campi non dimostrava l’assenza di un piano di sterminio. Anche i tedeschi, dal 1939 al 1945, hanno spostato in massa gli ebrei, prima nei ghetti, poi nei campi, poi da un campo all’altro. In effetti, i negazionisti dell’Olocausto utilizzano e manipolano i fatti legati agli spostamenti geografici e alle deportazioni degli ebrei per sostenere una delle loro tesi fondamentali: che la “Soluzione Finale” di Adolf Hitler non fosse un piano di sterminio fisico, ma solo un piano di ricollocamento territoriale o di emigrazione forzata.

    Qual è il senso del 7 ottobre?

    L’attacco di Hamas del 7 ottobre è stato un atto terroristico, un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità, per la strage di civili e il rapimento di ostaggi. Con una sua logica politica, seppure distorta, in opposizione allo stillicidio dell’uccisione di migliaia di palestinesi, all’assedio di Gaza, all’occupazione della Cisgiordania, alla detenzione di migliaia di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, anche senza accuse. Il rapimento di civili e soldati è da decenni una strategia usata da Hamas e Hezbollah proprio per ottenere scambi di prigionieri, ed è visto come una forma di resistenza asimmetrica contro un esercito tecnologicamente superiore.

    Questo non lo giustifica, ma lo spiega politicamente. Presentarlo come qualcosa di eccezionalmente malvagio e fuori dalla storia, un atto di crudeltà pura e inspiegabile, è un modo per sottrarlo al dominio della politica e consegnarlo a quello del male metafisico, che per definizione non si può negoziare. Ma gli ostaggi sopravvissuti sono stati quasi tutti liberati mediante trattative e scambi di prigionieri.

    Solo lo “shock esterno” libera dalla tirannia?

    Qui la tesi sostiene che i popoli si liberano delle tirannie solo con la sconfitta militare totale, portando gli esempi della fine del fascismo in Italia, del franchismo in Spagna e della giunta militare in Argentina.

    In Italia, la caduta del fascismo avvenne prima con un colpo di Stato interno (25 luglio 1943) e poi con la Resistenza partigiana. La sconfitta militare dell’Italia fu una condizione necessaria ma non sufficiente. Furono la guerra civile contro la Repubblica di Salò e la Resistenza contro l’occupazione nazista a determinare la nuova identità repubblicana. Fosse dipeso dagli alleati, in particolare dagli inglesi, l’Italia liberata avrebbe potuto reggersi con un fascismo senza Mussolini. La transizione spagnola alla democrazia avvenne dopo la morte di Franco nel 1976, non per una sconfitta militare esterna, ma per un processo negoziato interno. L’esempio smentisce la tesi. In Argentina la giunta cadde dopo la sconfitta delle Falkland, che non colpì la popolazione civile. Ma fu un crollo di un regime militare, non di un’organizzazione politica-religiosa radicata nella popolazione come Hamas.

    Altri esempi di transizioni democratiche senza distruzione militare del paese sono la democratizzazione di Brasile; Cile; Corea del Sud; Taiwan, Indonesia. Non si tratta di eccezioni. Storicamente, le transizioni dalla dittatura alla democrazia sono avvenute molto più spesso in modo negoziato, pacifico o guidato dall’alto, che attraverso guerre civili distruttive o invasioni straniere.

    Applicare a Gaza gli esempi storici italiano e argentino è inquietante. “È quello che sta accadendo ora a Gaza, ed è l’unica possibilità di un vero cambiamento”. Equivale a dire che i palestinesi devono essere sconfitti militarmente in modo schiacciante per potersi “liberare” di Hamas. È un’argomentazione di stampo coloniale, “ti distruggo per il tuo bene”, che ignora il principio di autodeterminazione e l’effetto radicalizzante di una distruzione di tale portata. La storia della “War on Terror” dimostra che bombardare una popolazione non la “redime” da un’ideologia; spesso la spinge ulteriormente tra le sue braccia.

    L’asimmetria di fondo

    L’intervista di Erri De Luca, come le vulgate filoisraeliane, ruota intorno a una asimmetria di fondo: il nazionalismo israeliano è un soggetto storico normale, ha il diritto di difendersi e deve essere in ogni caso riconosciuto e legittimato. Il nazionalismo palestinese, invece, è un artificio patologico, da sconfiggere militarmente, a qualunque costo umano, per poter essere rieducato. Anzi, addomesticato.

  • L’appello degli innominati

    Intifada globale - palestinismo

    Israele ha abbordato la Flotilla in acque internazionali al largo della Grecia e di Cipro. Sequestrato e deportato l’equipaggio, recluso e maltrattato gli attivisti. L’IDF ha violato più volte il cessate il fuoco a Gaza e in Libano. Anzi intensifica le sue offensive a danno delle popolazioni civili.

    Due testi diffusi su Facebook, poi pubblicati sul Riformista. “Non in mio nome”. Gli autori si presentano come persone “di sinistra”, persino ortodosse, che si dissociano dalla sinistra radicale dell’intifada globale, giudicata antisemita e nazista, perché colpevolizza tutti gli ebrei e gli israeliani. 1200 firme raccolte. “Palestinismo, malattia senile del radicalismo”, in omaggio a Lenin, gli stessi “ortodossi” descrivono una degenerazione genealogica, con effetto paradossale, trattandosi di persone anziane che scomunicano un movimento di giovani. In soldoni: il marxismo faceva l’analisi e la lotta di classe, il terzomondismo ne fu una deviazione, perché sostituì la lotta di classe con la lotta dei popoli nazione, ma almeno sosteneva movimenti laici di sinistra. Il “palestinismo” è un terzomondismo degenerato, perché sostiene il fondamentalismo islamico.

    L’accusa di nazismo contro gli avversari è ricorrente nei conflitti politici. Perciò, non mi convince la definizione di antisemitismo dell’IHRA, che include: “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”. Allo stesso modo, il documento citato paragona al Nazismo l’intero movimento di protesta globale contro la politica israeliana, mettendoci dentro il lecito e il criminale, dal boicottaggio dei prodotti israeliani all’attentato di Bondi Beach.

    La protesta contro un governo, può essere generalizzante, anche solo nel linguaggio. Diciamo gli americani, i russi, i tedeschi, gli israeliani, i palestinesi. Gli “islamici”! Le azioni concrete possono avere effetti generalizzati. Le sanzioni contro uno stato, quando non sono mirate, colpiscono l’intero popolo. È successo con il Sudafrica dell’apartheid. Proteste e sanzioni hanno investito tutti i boeri. Non abbiamo pensato fosse da nazisti. Israele, per combattere i suoi nemici, pratica spesso la punizione violenta e collettiva della popolazione civile. Lo sta facendo a Gaza, lo fa nel Libano meridionale. È nazista? l’IHRA citata sopra, elevata a legge in molti stati, sanziona un simile giudizio.

    Del movimento di solidarietà con i palestinesi e di protesta contro Israele fanno parte molti ebrei e molti israeliani. Non solo sono accettati nel movimento propal, spesso sono elevati a leader politici e riferimenti morali. Amos Oz, Abraham B. Yehoshua, David Grossman sono stati la coscienza critica di Israele. I propal più radicali non li apprezzano, perché considerano la discriminante antisionista. Io non sono d’accordo nel fare una distinzione così netta. Tuttavia, non mancano gli ebrei e gli israeliani antisionisti: Ilan Pappé, Norman Finkelstein, Gabor Maté, Judith Butler, Noam Chomsky e Moni Ovadia. Pensiamo poi agli storici della shoah, che argomentano sul genocidio di Gaza: Omer Bartov, Amos Goldberg, Raz Segal. E tanti gruppi ebraici organizzati in Israele e nella diaspora.

    Il nazismo avrebbe mai potuto valorizzare, integrare nel suo movimento, ai suoi vertici ebrei nazisti? In principio, ci fu l’Associazione degli ebrei nazionali tedeschi. Fu sciolta dalle leggi razziali del 1935. I nazisti infierivano indiscriminatamente contro una minoranza etnica e religiosa innocua e indifesa, sacrificata come capro espiatorio, senza un contenzioso reale. L’intifada globale protesta contro uno stato potente e impunito, che opprime un popolo. Vuole collegare questa lotta a tutte le lotte globali. Sovrapporre le due cose può avere senso nella retorica propagandistica, quella che simula la guerra, o nella paranoia. Se l’intifada globale fosse nazista, avrebbe la simpatia dei partiti che derivano dal nazifascismo. Invece, questi sono tutti filoisraeliani. Non conta l’etnia o la religione. Conta il ruolo: se sei un oppresso o un oppressore.

    Liberare un soggetto oppresso libera l’intera umanità? Questo è quello che hanno pensato i marxisti della classe operaia, i terzomondisti dei popoli colonizzati, oggi i propal dei palestinesi, una parte del femminismo delle donne. È un’idea che ricorre spesso nei movimenti di liberazione, specie nelle loro componenti solidali. Corre il rischio del romanticismo e di fare del soggetto un simbolo idealizzato, senza differenze e contraddizioni. Se questo fosse un male, sarebbe un male minore rispetto al cinismo e all’indifferenza. Nel tollerare che decine di migliaia di persone siano massacrate, affamate, il loro territorio distrutto, non c’è di nuovo una riduzione simbolica? Gli estensori dei due documenti non propongono alcun tipo di solidarietà, nessuna forma di lotta. Come se dicessero: la condizione dei palestinesi è affar loro, la loro lotta non ha nessun valore universale, è solo terrorismo islamista, facciamoci gli affari nostri, anzi sosteniamo Israele.

    Un altro simbolo idealizzato. L’unica democrazia del Medio Oriente, l’avamposto dell’Occidente, la prima linea della guerra di civiltà contro l’islamismo. Non ha valore universale Israele? E l’Ucraina? Difendendo se stessa, non difende tutta l’Europa, l’Occidente, la democrazia, la libertà, il diritto internazionale? Ma a nessuno viene in mente di parlare di Israelismo o di Ucrainesimo. Anche perché prendere un nome nazionale e deformarlo in una etichetta ideologica di fazione, per costruirsi un argomento fantoccio, una caricatura, è una mancanza di rispetto nei confronti del popolo che porta quel nome, tanto meno sopportabile quanto più quel popolo soffre.

    Ogni popolo ha il diritto di scegliere tra resistenza e sopravvivenza, e spesso quella scelta non è disponibile perché per sopravvivere bisogna resistere. Quando gli consigliamo la resa per il suo bene, è perché stiamo con la sua controparte. Quello che gli estensori dei due documenti rimproverano ai propal occidentali, i filorussi lo rimproverano al fronte di sostegno all’Ucraina. “Meglio vivere sotto una dittatura, che morire sotto le bombe”. “Voi volete farli resistere, farli combattere: fino all’ultimo ucraino”.

    Si dirà che il punto non è quel popolo, ma la sua guida. E la solidarietà, magari involontariamente, finisce per sostenere gli Ayatollah, Hezbollah, Hamas. Il fondamentalismo islamico è un fenomeno moderno, recente. Non sta all’origine del conflitto mediorientale. È un suo effetto, anche desiderato da Israele per indebolire le leadership laiche e dividere i palestinesi. Se guardiamo alle condizioni materiali di vita di un popolo e al suo desiderio di una vita normale, vediamo che il successo dei movimenti islamisti dipende più dalle loro pratiche di assistenzialismo sociale che dall’indottrinamento. La sconfitta di questi movimenti non passa dalla via militare, ma da una soluzione politica, che rimuova le cause del loro consenso. Cause che consistono nell’assedio, nell’occupazione, nella colonizzazione, nella devastazione, nell’assenza di prospettive politiche.

    Il valore universale della solidarietà non è sempre tangibile, ma non per questo è meno reale. Lo stesso principio vale per il suo opposto. Quando definiamo il massacro del 7 ottobre o il genocidio di Gaza “crimini contro l’umanità”, non intendiamo dire che l’intera popolazione mondiale è stata uccisa. Allo stesso modo, medici, soccorritori, volontari e attivisti che si mobilitano per aiutare un popolo compiono un’azione a beneficio di tutta l’umanità.

  • Tutti mi odiano, nessuno mi può giudicare

    Tutti mi odiano, nessuno mi può giudicare

    Secondo una convinzione filoisraeliana, Israele sarebbe il paese, lo stato più odiato di sempre. Altri stati hanno oppresso popoli e commesso gravi crimini, i francesi in Algeria, gli americani in Vietnam e in Iraq, ma nessuno è stato odiato come Israele. La prova è che a Israele si attribuiscono atrocità incredibili. Ne sarebbero responsabili tutti gli israeliani, tutti gli ebrei, da cui si pretende l’abiura. Per quale motivo? L’antisemitismo.

    Non discuto la veridicità dell’affermazione, perché è inverificabile, non si può dimostrare, né confutare. Appartiene alla sfera delle convinzioni intime. O della propaganda retorica, quella che usa l’accusa indiscriminata di antisemitismo per chiudere il discorso. L’accetto come un dato di repertorio. Posso discutere la percezione. Perché un filoisraeliano sente che lo stato che gli sta a cuore sia il più odiato di tutti e di sempre.

    L’affermazione ha una singolare implicazione: altri stati sono nati sulla eliminazione della popolazione locale, altri stati hanno fatto guerre, conquistato territori, commesso crimini, alla fine lo abbiamo accettato. Se lo rifiutiamo per Israele, commettiamo una discriminazione. Esisterebbe dunque un diritto all’ingiustizia, che andrebbe riconosciuto anche a Israele. Peraltro una “piccola” ingiustizia, se vista in prospettiva storica, come risarcimento di una ingiustizia molto più grande, le persecuzioni antiebraiche in Europa, i pogrom, l’Olocausto.

    Questa impostazione dovrebbe mettere d’accordo gli oppressi e gli oppressori dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo europeo. Gli ebrei hanno il loro stato rifugio nella terra promessa, i persecutori degli ebrei non pagano nessun conto, lo scaricano sugli arabi-palestinesi. Se questi si rifiutano di pagarlo, noi proiettiamo su di loro il nostro antisemitismo storico.

    Sembra un bell’affare, perché rifiutarlo, se abbiamo accettato la liquidazione delle popolazioni amerinde e aborigine e abbiamo digerito la repressione di algerini, vietnamiti e iracheni? Un motivo è che questo affare è tuttora in corso. Mentre altri hanno hanno edificato su distruzioni più grandi e commesso crimini più atroci, che in un modo o nell’altro si sono conclusi, il conflitto israelo-palestinese non si conclude mai. Proprio nel nostro presente ha raggiunto il suo picco più alto, forse superiore alla Nakba del 1948. Al tempo dei social e degli smartphone, sempre interconnessi, Gaza è il primo genocidio minuto per minuto.

    Il vissuto contemporaneo è più forte della memoria. Posso accettare una distruzione finita, ormai irrimediabile, ma non posso accettare una distruzione in corso, finché ho la speranza di fermarla. Allo stesso modo vale la percezione dell’ostilità. Sentire l’odio presente sarà sempre una sensazione più forte del ricordo di qualsiasi odio passato, magari rielaborato in funzione del presente. Vale anche in positivo. L’amore più grande è sempre l’ultimo, quello che stai vivendo adesso.

    Un’altra variabile della percezione dell’ostilità avversaria (e della solidarietà alleata) è il proprio livello di coinvolgimento identitario. Oggi, io sono comunista come 40-50 anni (ero già comunista a nove anni). Forse l’anticomunismo odierno è meno intenso rispetto a mezzo secolo fa. Tuttavia, quando mi capita di incontrarlo lo soffro molto meno. Non mi identifico più in un partito (il PCI) o in uno stato (l’Urss). Quando queste entità sono attaccate nella ricostruzione storica, nella memoria, o quando sono attaccato io stesso in quanto comunista, sento che la cosa mi coinvolge relativamente, non mi riguarda più personalmente. I coloni europei nei continenti del mondo, la Francia, la Gran Bretagna, gli Usa non sono mai stati forti datori di identità. Lo sono stati l’Urss e Israele, quest’ultimo continua a esserlo. Chi si identifica con questi stati avverte fortissimo il sentimento pubblico che li investe, specie se negativo.

    Questi stati, la Francia, la Gran Bretagna, gli Usa, li conosciamo per il colonialismo e l’imperialismo. Ma li conosciamo anche per altre cose. Per il loro ruolo nella Seconda Guerra Mondiale, per le quotidiane relazioni internazionali, per la cultura, il cinema, la musica. Nel bene o nel male, li sentiamo familiari. Israele ci pare di conoscerlo soltanto per le sue guerre. Lo associamo all’occupazione, ai check-point, ai muri, alle rappresaglie sproporzionate, alla lotta al terrorismo, all’Iron Dome, alle invasioni, ai bombardamenti, alle vittime civili. Se sentiamo parlare di Israele è perché c’è una guerra.

    Cosa penseremmo di una persona che conosciamo solo perché è sempre coinvolta in litigi e risse, rivendicando ogni volta di avere ragione? Magari ha delle ragioni, ma le attribuiremmo come minimo un difetto di competenza sociale. Se anche l’avversione nei suoi confronti non fosse superiore a quella rivolta ad altri, sarebbe l’unica cosa che avremmo da offrirle, quindi il suo peso specifico sarebbe avvertito come più grande.

    La propaganda bellica attribuisce spesso al nemico atrocità esagerate o del tutto inventate. Al tempo stesso esagerazioni e invenzioni, sono usate per negare atrocità testimoniate dagli stessi soldati e documentate da fonti affidabili, giornali autorevoli, associazioni umanitarie, organismi internazionali. Non si possono mettere Haaretz, il New York Times, i report dell’ONU nello stesso sacco di un account anonimo o di un bollettino di propaganda. Peraltro, la demonizzazione è tanto subita quanto praticata. La stessa narrazione dell’attacco del 7 ottobre è stato fatto oggetto di dettagli raccapriccianti, ma non verificati, comunque funzionali a costruire un sentimento di cieca vendetta.

    Ebrei, sionisti, israeliani, definizioni da distinguere sempre, sono chiamati in causa in una colpa collettiva? Quando succede è sbagliato, come lo è dall’11 settembre a scapito dei musulmani. Se ebrei, sionisti, israeliani, entrano nel conflitto politico, sostengono attivamente Israele, come è loro diritto, è chiaro che gli si può chiedere conto delle proprie posizioni. Ciò che chiederei ai più attivi di loro, non è di cambiare posizione, ma di stare nel dibattito senza simulare la guerra, senza esibire, ostentare cinismo. Magari, mostrare un po’ di empatia per la sofferenza dell’altro popolo, non dare l’impressione di disprezzarla, di riderci sopra. Completare la devastazione del territorio palestinese non è “finire il lavoro”. Se pensate che Israele sia odiato, che rimedio è rappresentare la sua causa con un tono odioso?

  • Israele, il muro di ferro che non tiene

    Israele, il muro di ferro che non tiene

    La Flotilla non rappresenta una minaccia materiale per la marina israeliana, né ha la capacità reale di sfondare il blocco navale di Gaza. Infatti, è accusata dai suoi detrattori di essere inutile e propagandistica. Allora, perché gli abbordaggi violenti in acque internazionali, i sequestri dell’equipaggio, le deportazioni in Israele, i maltrattamenti, le torture? A cosa serve l’uso illegale e sproporzionato della forza contro una innocua iniziativa di disobbedienza civile?

    Una risposta la si può cercare nella politica interna israeliana dominata da una coalizione di partiti di estrema destra in concorrenza tra loro. Può aiutare un parallelo con l’Italia del 2018-19, quando l’allora ministro dell’interno Matteo Salvini si esibiva nella contrapposizione alle ONG e, in un paio di casi addirittura alle navi della Guardia costiera, impedendo lo sbarco a centinaia di profughi, sequestrati di fatto, con giustificazioni retorico-militari: la difesa dei confini nazionali. Il governo israeliano di estrema destra reprime la Flotilla, per mandare un segnale di fermezza e risolutezza alla parte peggiore o più impaurita della società israeliana, specie nell’anno delle elezioni politiche, in scadenza a ottobre 2026.

    La repressione è di per sé una strategia di comunicazione. Trattare degli attivisti come fossero criminali comunica la loro criminalizzazione: sono terroristi. Di conseguenza, lo schieramento di riflesso di quella parte dell’opinione pubblica interna e internazionale che riconosce l’autorità del più forte. La parte di opinione pubblica su cui punta il governo di Israele. Questa comunicazione vorrebbe essere deterrente nei confronti degli stessi attivisti della Flotilla, attuali e futuri. Se ci riproverete, su quelle navi non farete una gita umanitaria, finirete pestati e torturati in un carcere militare. La Flotilla, in effetti, vuole mostrare la brutalità del blocco israeliano di Gaza e Israele la mostra. Qualcuno dice: sanno a cosa vanno incontro. Vanno incontro alla realtà che i palestinesi vivono tutti i giorni e da cui non possono fuggire. La constatazione però ha un sottotesto normalizzante. Bisogna anche sapere che quella cosa a cui vanno incontro è inamissibile.

    La strategia della deterrenza israeliana, nella sua forza brutale, è politicamente debole. A ogni nuova spedizione, la Flotilla è più grande di prima. L’uso sproporzionato della forza non risolve il conflitto di Israele neppure con i suoi nemici militari. Per quanto l’IDF colpisca duro e distrugga tutto, Hamas ed Hezbollah continuano a combattere. Eppure, Israele insiste nella reazione distruttiva, anche se non è mai un punto e basta, ma sempre un punto e a capo. La deterrenza israeliana non è la deterrenza occidentale che persegue la pace permanente o la dissuazione definitiva.

    La strategia di deterrenza israeliana ha le sue le radici nella dottrina del “Muro di Ferro” teorizzata da Ze’ev Jabotinsky negli anni ’20 del Novecento e interiorizzata da tutti i governi successivi. Suo presupposto è che i nemici di Israele, che si tratti di stati o di movimenti asimmetrici, non accetteranno mai l’esistenza dello Stato ebraico. Di conseguenza, la pace o il compromesso politico sono considerati illusioni pericolose. L’unico modo per sopravvivere è costruire un “muro” di potenza militare così spaventoso e brutale da costringere il nemico, di volta in volta, a desistere temporaneamente per sfinimento. Israele non applica la forza per risolvere il conflitto, ma per gestirlo, una strategia che l’IDF a Gaza 2008-2014 ha cinicamente chiamato “tosare l’erba”. L’erba ricrescerà (la Flotilla tornerà, Hamas si riarmerà); l’obiettivo è solo comprare tempo tra un ciclo di violenza e l’altro.

    Quando la deterrenza fallisce, come è clamorosamente fallita con il tragico attacco del 7 ottobre o come fallisce politicamente con ogni nuova Flotilla, la leadership israeliana non deduce che la strategia sia sbagliata. Al contrario, deduce che non è stata applicata abbastanza forza. La risposta automatica del sistema è l’escalation. Se il nemico non ha paura, significa che dobbiamo distruggere di più, colpire più duramente, essere ancora più intransigenti per “ripristinare” quella paura. È un ciclo logico chiuso che si autoalimenta, dove il fallimento della forza diventa la giustificazione per usare ancora più forza.

    La Flotilla cresce? L’isolamento internazionale aumenta? Per i decisori israeliani, questi sono “costi collaterali” accettabili se paragonati a quello che considerano il pericolo supremo: mostrare vulnerabilità. Nella dura realtà del Medio Oriente, la leadership israeliana è convinta che qualsiasi concessione, lasciar passare una nave umanitaria, mostrare flessibilità nei blocchi, verrebbe interpretata da attori più pericolosi, l’Iran o le milizie sciite regionali, come un segno di debolezza. Israele preferisce essere condannato e isolato dal mondo, salvo gli Stati Uniti, per una reazione sproporzionata, piuttosto che essere percepito come “debole” dai suoi nemici esistenziali.

    Proporre una soluzione politica al conflitto, la fine dell’occupazione, la soluzione a due Stati, l’apertura reale di Gaza, richiederebbe un capitale politico e concessioni territoriali che l’elettorato israeliano, composto ormai anche da centinaia di migliaia di coloni, rifiuta categoricamente. L’uso sproporzionato della forza è una risposta facile per la politica interna. È immediata. Appaga il desiderio di sicurezza e vendetta dell’opinione pubblica nazionale. Permette ai leader, come Benjamin Netanyahu, Bezalel Smotrich, Itamar Ben-Gvir, di presentarsi come i duri difensori della nazione senza dover fare i conti con la complessità di un vero processo di pace. Israele insiste con qualcosa che non risolve il conflitto, perché ha rinunciato all’idea di poterlo risolvere. La violenza sproporzionata è diventata il fine, non il mezzo. Uno strumento di controllo permanente per mantenere uno status quo dove l’alternativa politica è considerata troppo rischiosa o ideologicamente inaccettabile.

    Come inaccettabile è un principio di realtà: lo “stato ebraico” è rifiutato perché si è fondato sull’espropriazione e sull’espulsione dei palestinesi. Una pratica tuttora in corso. La Nakba fu un crimine, ma i crimini fondativi degli stati tendono a consolidarsi quando smettono di produrre nuove vittime. Nel 1967, occupando i Territori Palestinesi, Israele ha invece riaperto e rilanciato la questione palestinese, trasformando un fatto compiuto in un processo attivo e permanente. Se Israele rinuncia a risolvere il conflitto, per limitarsi a gestirlo, rimane senza prospettiva. La sola mancanza di prospettiva genera violenza. La strategia del Muro di Ferro scarica sulle future generazioni israeliane un’eredità terribile, che potrebbe risolversi nel loro disastro.

    Lo stesso disastro che si è abbattuto e si abbatte sulle generazioni palestinesi. Ma finché si tratta di palestinesi, ignoriamo la forma dello stillicidio e ci preoccupiamo per la forma del grande massacro, ma di fatto non facciamo nulla, o peggio continuiamo a offire a Israele copertura diplomatica, accordi commerciali e relazioni di partnership. Dato che i corpi dei palestinesi non valgono, anche se la metà sono bambini, arriva la Flotilla a mettere in gioco i corpi degli europei, a mobilitare l’opinione pubblica europea, in modo che i governi europei, almeno per salvare la propria dignità, debbano dire e fare qualcosa.

  • Ben-Gvir, parafulmine di Israele

    Ben-Gvir, parafulmine di Israele

    È la giornata della condanna universale di Itamar Ben-Gvir. Ho messo un like al comunicato di Giorgia Meloni: “Le immagini del ministro israeliano Ben Gvir sono inaccettabili. È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona. (…)” Apprezzo l’ipocrisia quando indica un possibile spostamento. Sotto il comunicato, ho letto molti contestatori fedeli alla linea tradizionale, che denigra la Flotilla e solidarizza con Israele. Qualcuno ha invitato Meloni a candidarsi con il PD.

    Secondo queste persone, non è successo nulla che giustifichi un cambio di posizione. In effetti, è quasi così. La Flotilla è stata più volte intercettata in acque internazionali. Il 29-30 aprile scorso, addirittura al largo della Grecia, il 18-19 maggio al largo di Cipro. Gli attivisti sono sempre stati sequestrati e trasferiti su una nave prigione, poi deportati in Israele, maltrattati e reclusi, poi espulsi. Il fatto nuovo, oltre l’abbordaggio a ridosso dell’Europa, potevano essere gli spari con le pallottole di gomma contro le ultime sei imbarcazioni intercettate. Ma né l’una, né l’altra cosa hanno suscitato reazioni forti.

    La novità clamorosa è il video di Ben-Gvir, che fornisce la prova delle testimonianze degli attivisti, facendo fare brutta figura al governo israeliano di destra e ai suoi sostenitori nostrani, molti dei quali hanno sentito l’urgenza di scrivere due parole contro il ministro della sicurezza nazionale. Dopo il video, non si può più dire: “Non è vero”. Al limite, si dice: “Se la sono cercata”. Però, sono pur sempre cittadini italiani e europei. Ostentare di trattarli così male, significa non avere riguardo nei confronti dei nostri governi e dei nostri paesi. Una leader sovranista lo capisce prima e meglio dei suoi seguaci. Tuttavia, i video di Ben-Gvir che maltratta e umilia i prigionieri sono un genere già consumato, solo che finora si trattava sempre di prigionieri palestinesi.

    In sintesi, Israele può maltrattare gli attivisti occidentali, ma non deve esibirlo in video. Oppure, può esibirlo in video, ma i maltrattati non devono essere occidentali. Ben-Gvir, per sue esigenze di propaganda elettorale, non ha saputo rispettare queste linee rosse. Così, il ministro degli esteri Saar e il primo ministro Netanyahu lo hanno rimproverato pubblicamente, oltre a lasciarlo al suo posto, dove detiene in custodia diecimila prigionieri palestinesi.

    Ho provato a mettermi nella posizione inflitta agli attivisti della Flotilla. Ho resistito pochi secondi, sentendo un forte dolore alla spalla sinistra. Quel maltrattamento non è solo simbolico. Essere messi in ginocchio, con le mani legate dietro la schiena e la faccia a terra, per un tempo prolungato, è una posizione molto scomoda e stressante per le ginocchia, la schiena, le spalle e i polsi. Le testimonianze di chi è tornato sono ancora più gravi. Riferiscono di pugni, calci, costole rotte, molestie sessuali. Maltrattamenti che, nell’insieme, fanno una tortura.

    Qualcuno, senza parole per esprimere uno straccio di giustificazione, si affida ai riflessi condizionati. Per esempio: “Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente”. Può darsi. Nel caso, si tratta di un’aggravante. I comportamenti che puoi aspettarti nei campi di prigionia dell’Isis, non puoi accettarli nelle prigioni di uno stato di diritto. Anche l’Italia è una democrazia. Questo non ha impedito la repressione violenta del movimento noglobal, l’assalto alla scuola Diaz, le torture di Bolzaneto.

    Dentro la condanna universale di Ben-Gvir, il nostro ministro degli esteri, Tajani, chiede alla UE sanzioni contro il ministro israeliano. È un passo avanti se consideriamo che l’Italia, in sede UE, ha sempre messo il veto a sanzioni contro Israele, comprese quelle contro Ben-Gvir. E ancora oggi, un retroscena del Corriere della Sera attribuiva al governo italiano una posizione contraria, con la scusa che le sanzioni mirate avrebbero rafforzato il leader estremista nella campagna elettorale israeliana.

    Però, la condanna universale e le sanzioni mirate, limitate al ministro della sicurezza nazionale, finiscono per fare di Ben Gvir il parafulmine del governo israeliano, il cui primo ministro è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ci si dovrebbe aspettare che l’Italia accetti la rottura del Trattato di associazione UE-Israele; riconosca lo stato di Palestina; si liberi da ogni rapporto di dipendenza in materia di cybersicurezza e di qualsiasi altro tipo, finché Israele non risolve in modo democratico e civile la questione palestinese.

    Non si tratta di assumere la posizione giusta sul piano politico e morale. Ma di prevenire e determinare i fatti. Il silenzio, l’indifferenza, l’accondiscendenza europea e italiana nei confronti di Israele, permettono al governo israeliano di alzare sempre il tiro: intercettare le flotille al largo delle coste europee, sparare proiettili di gomma, torturare gli attivisti, mostrare in video la loro umiliazione. Finora, il governo italiano e i governi europei non hanno messo limiti a Israele e Israele ha sempre aggravato la sua strategia della reazione sproporzionata. Anche nei confronti degli attivisti umanitari non violenti. Da quelli della Flotilla a quelli che si interpongono in Cisgiordania tra i palestinesi da una parte e l’esercito e i coloni dall’altra.

    Se gli attivisti della Flotilla sono stati trattati come abbiamo visto, possiamo immaginare come sono trattati i prigionieri palestinesi o gli stessi palestinesi “liberi” in Cisgiordania e a Gaza. Anzi no, non dobbiamo immaginarlo, perché il loro trattamento è ampiamente documentato nei rapporti delle associazioni umanitarie e degli organismi internazionali. Documenti che il nostro governo, i governi europei, le istituzioni europee, conoscono molto bene, ma scelgono di ignorare. La Flotilla, spesso accusata di essere solo una provocazione politica, è una provocazione sana, perché ha aperto uno squarcio di luce sulla brutalità del governo d’Israele e sull’ignavia del governo italiano e dei governi europei.

  • L’inizio della pulizia etnica in Palestina

    L'inizio della pulizia etnica in Palestina

    La pulizia etnica in Palestina non inizia nel 1948, con le grandi espulsioni che i palestinesi chiamano Nakba. Inizia vent’anni prima, con l’acquisto di terre e la cacciata dei loro abitanti. È la tesi centrale di Ilan Pappé, storico israeliano, in un articolo pubblicato sul numero di maggio 2026 di Le Monde Diplomatique.

    Negli anni Venti del Novecento, il movimento sionista cambia obiettivo. Non cerca più soltanto una terra sicura per gli ebrei perseguitati: punta alla colonizzazione della Palestina e all’esproprio della popolazione locale. Lo strumento è giuridico. Le riforme ottomane del XIX secolo avevano introdotto un regime fondiario che consentiva l’acquisto di terre statali da grandi proprietari assenteisti, spesso residenti a Beirut o altrove. I nuovi proprietari acquisivano con il terreno anche i diritti sugli abitanti. Le norme liberali del mandato britannico permettono al movimento sionista di comprare appezzamenti su larga scala e di ottenere dalle autorità coloniali i provvedimenti di espulsione necessari a cacciare le famiglie che quelle terre le coltivavano da generazioni.

    Tra il 1921 e il 1925, l’American Zion Commonwealth acquista quasi 32.500 ettari dalla famiglia Sursock di Beirut. Nel 1929, il Fondo nazionale ebraico compra circa 3.000 ettari tra Haifa e Tel Aviv dagli eredi indebitati di un proprietario libanese. In entrambi i casi, i coloni sionisti cacciano con la forza gli agricoltori che vi abitano.

    Pappé inserisce questo processo nella categoria del colonialismo di insediamento: una forma di colonizzazione il cui obiettivo non è sfruttare la popolazione locale, ma sostituirla. L’accademico australiano Patrick Wolfe, che ha studiato il caso australiano, ha sintetizzato questa logica con una formula: il colonialismo di insediamento punta a eliminare tutto quel che esisteva prima. Lo stesso schema si ripete in Palestina. I coloni costruiscono un mito, la terra deserta che fiorisce grazie ai pionieri, mentre i dirigenti sionisti, già dagli anni Venti, discutono privatamente di come trasferire la popolazione palestinese, passando dall’idea di un’emigrazione volontaria a quella di un trasferimento forzato.

    Le espropriazioni degli anni Venti producono effetti a catena. I contadini palestinesi privati delle terre migrano verso le città, dove trovano ulteriore esclusione. I gruppi sionisti di ispirazione socialista promuovono il cosiddetto lavoro ebraico, riservando l’occupazione agricola alla sola popolazione ebraica. La frustrazione accumulata alimenta la rivolta del Buraq nel 1929 e, sullo sfondo delle bidonville di Haifa, la guerriglia guidata dall’imam Izz al-Din al-Qassam, ucciso dai britannici nel 1935. Al-Qassam, da cui prende nome l’ala militare di Hamas, è stato il primo a organizzare una resistenza armata contro il colonialismo britannico in Palestina. La sua morte innesca uno sciopero generale e motiva una nuova generazione di combattenti.

    Pappé non racconta una storia remota. La logica del colonialismo di insediamento, scrive, è ancora operante. Finché la cultura dello Stato israeliano poggerà su quella logica, la coesistenza pacifica con i palestinesi resterà impossibile.

  • Israele: cosa è andato storto?

    Israele: cosa è andato storto? di Omer Bartov.

    Omer Bartov, storico israeliano della Shoah e docente alla Brown University, dove tiene un corso molto apprezzato sull’Olocausto e la Nakba, sostiene che il feroce attacco israeliano a Gaza costituisca un genocidio. Vive negli Usa da oltre trent’anni e la distanza dagli eventi gli ha permesso, dice, di vedere ciò che in Israele molti rifiutano di riconoscere. La sua presa di posizione, espressa in un saggio sul New York Times del 2025, gli è costata amicizie e rapporti personali.

    Nel nuovo libro, Israel: What Went Wrong? (Israele: cosa è andato storto?), presentato sul Guardian, Bartov ricostruisce la trasformazione del Paese. Da uno Stato che prometteva “piena uguaglianza di diritti” a un progetto segnato da colonialismo d’insediamento ed etnonazionalismo. La sua analisi nasce da una biografia intrecciata con la storia israeliana. Genitori sionisti, servizio militare in più fronti, una carriera accademica dedicata allo studio dei genocidi e della memoria della Shoah.

    Bartov denuncia l’uso politico dell’Olocausto, divenuto a suo giudizio una “enorme foglia di fico” che alimenta vittimismo, arroganza e autoassoluzione. Non minimizza gli orrori dello sterminio nazista, ma critica il modo in cui è stato impiegato per giustificare politiche oppressive. A suo avviso, il sionismo originario conteneva due anime: una liberatrice, volta a proteggere un popolo perseguitato, e una coloniale. Dopo il 1948, la scelta del nuovo stato di non adottare una costituzione, di non definire i confini e di non riconoscere i diritti dei palestinesi ha fatto prevalere la seconda.

    Pur rifiutando l’etichetta di “anti-sionista”, Bartov respinge con forza la versione di sionismo oggi dominante in Israele. Sa che la sua critica appare insufficiente a molti palestinesi e loro sostenitori, che leggono l’intera storia israeliana come un progetto che mirava fin dall’inizio alla eliminazione del popolo palestinese. Egli considera questa visione riduttiva, ma ammette che descrive ciò che il sionismo è diventato.

    Il libro dedica ampio spazio alla “colpa originaria” della fondazione di Israele: l’incapacità dei fondatori di tradurre in norme vincolanti i principi della dichiarazione d’indipendenza. Se David Ben-Gurion avesse scelto una costituzione e una carta dei diritti, sostiene Bartov, Israele avrebbe potuto evolvere in una democrazia liberale compiuta.

    Nonostante il quadro cupo, intravede una via d’uscita. Un modello di confederazione tra due Stati sovrani, israeliano e palestinese, con confini simili a quelli del 1967 e libertà di movimento reciproca. Un’idea oggi remota, mentre Gaza è ancora in macerie e la guerra continua. Ma che potrebbe diventare inevitabile se gli Usa riducessero il sostegno militare a Israele. L’opinione pubblica americana, sia democratica sia repubblicana, sta infatti diventando sempre meno filoisraeliana.

    Bartov osserva che denunciare l’antisemitismo ha perso efficacia. In parte perché l’influenza dei donatori filo-israeliani sulla politica statunitense, come la campagna di Israele per convincere gli Usa a dichiarare guerra all’Iran, è innegabile. In parte perché l’accusa di antisemitismo è diventata vuota, a causa della sua flagrante strumentalizzazione come “strumento per mettere a tacere le persone. Paradossalmente, scrive, lo stato di Israele, che voleva essere la risposta definitiva all’antisemitismo, è divenuto “la migliore scusa per gli antisemiti”, poiché la sua condotta allontana anche molti dei suoi storici alleati.

    Il prezzo personale per Bartov è alto. L’ultimo viaggio in Israele, nel 2024, lo ha turbato: la normalità quotidiana gli sembrava insostenibile mentre, a pochi chilometri, si consumava una tragedia. Molti amici si sono allontanati. Il libro uscirà in molte lingue, ma non in ebraico: gli editori israeliani non lo vogliono. Lo considerano un intellettuale che giudica da lontano, “in una stanza con l’aria condizionata”.

    Eppure, se il pubblico israeliano non è in grado di leggere Bartov, come può sperare di comprendere in Israele ciò che lui ha compreso così chiaramente negli Usa? Speriamo che il libro abbia presto una traduzione anche in italiano.


    What went wrong in Israel?
    A genocide scholar examines ‘what Zionism became’
    Aaron Gell – The Guardian, Tue 21 Apr 2026
    https://www.theguardian.com/

  • Marwan Barghouti, il prigioniero che Israele tortura e non vuole liberare

    Marwan Barghouti, il prigioniero che Israele tortura e non vuole liberare

    Marwan Barghouti sta a Nelson Mandela come i palestinesi oppressi dall’occupazione israeliana stanno ai neri sudafricani oppressi dall’Apartheid. È, infatti, da 24 anni il più famoso prigioniero palestinese nelle carceri israeliane. Il leader più popolare tra i palestinesi, l’unico capace di unire tutti i partiti del suo popolo nella lotta nazionale per la liberazione dall’occupazione israeliana.

    Il Mandela palestinese

    Barghouti fu arrestato dall’IDF a Ramallah nel 2002 e condannato da un tribunale israeliano nel 2004. Si era al culmine della seconda intifada, e l’IDF accusava il leader palestinese di aver ordinato attacchi che causarono la morte di civili israeliani. Ma il processo fu denunciato da Amnesty International e dall’Unione Interparlamentare per gravi irregolarità: confessioni di altri detenuti ottenute sotto coercizione, una prova chiave contenuta in un verbale di interrogatorio che Barghouti aveva rifiutato di firmare, e la violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta di processare nel proprio territorio persone prelevate da un territorio occupato. Un tribunale che giudica un parlamentare eletto di un popolo sotto occupazione non esercita giustizia neutrale.

    Nel 2002 Nelson Mandela, il primo presidente sudafricano eletto democraticamente dopo la fine dell’apartheid, disse al suo avvocato Khader Shkirat: “Quello che sta succedendo a Barghouti è esattamente quello che è successo a me. Il governo ha cercato di delegittimare l’African National Congress e la sua lotta armata mettendomi sotto processo”.

    Da uomo libero potrebbe essere il partner ideale per un accordo di pace e coesistenza israelo-palestinese, perché condivide la prospettiva due popoli, due stati. Per lo stesso motivo, i governi della destra israeliana continuano a tenerlo prigioniero, rifiutano di negoziarlo nelle trattative sugli scambi di prigionieri, e non solo.

    Le torture in carcere

    La sua famiglia e il suo avvocato affermano che Marwan Barghouti continua a essere vittima di abusi e violenze nelle carceri israeliane. Tre settimane fa, le guardie carcerarie sono entrate nella sua cella, nel carcere di Megiddo, e lo hanno costretto a terra, ripetutamente aggredito, aizzandogli contro un cane da guardia. È stato poi picchiato durante un trasferimento carcerario. Una settimana fa, nel carcere di Ganot, è stato pestato selvaggiamente e lasciato sanguinante per più di due ore, negandogli le cure mediche.

    Non sono episodi isolati. Da due anni e mezzo, ossia dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Marwan Barghouti è stato posto in isolamento, nonostante lui non abbia relazione con quell’atto terroristico, anzi abbia stigmatizzato il coinvolgimento di civili tra le vittime. In questo periodo è stato più volte aggredito e picchiato dalle guardie. Durante un pestaggio, gli hanno rotto quattro costole e provocato lesioni alla testa.

    Le visite dei familiari al carcere sono vietate e la famiglia teme per la sua vita, da quando ha ricevuto la notizia secondo cui è stato picchiato fino a perdere i sensi da otto guardie carcerarie israeliane. Alcuni ex detenuti rilasciati in seguito a un accordo di cessate il fuoco hanno fornito prove dell’aggressione.

    L’anno scorso, Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale e leader dell’estrema destra israeliana, ha condiviso un video sui social, in cui lo si vede apostrofare e umiliare Marwan Barghouti nella sua cella. Il leader palestinese, riapparso così in pubblico dopo tanti anni, è apparso invecchiato, dimagrito, emaciato, praticamente irriconoscibile.

    La condizione dei prigionieri palestinesi

    La condizione degli altri prigionieri palestinesi, se possibile, è ancora peggiore. Nell’insieme sono 9.560 persone, detenuti per “ragioni di sicurezza”. Tra questi, oltre 3.500 sono trattenuti in detenzione amministrativa, cioè imprigionati senza essere condannati e senza sapere di cosa sono accusati.
    Dal 7 ottobre 2023, le agenzie dell’ONU e le organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno segnalato un aumento delle denunce di abusi e violenze contro i prigionieri palestinesi. Tra cui, percosse sistematiche, violenze sessuali, fame e gravi negligenze mediche.

    Il Servizio penitenziario israeliano (IPS) nega le accuse. Afferma di non essere a conoscenza di nessun “incidente” di questo tipo e che, per quanto ne sa, atti simili non si verificano nelle sue strutture. Un suo comunicato dichiara che tutti i detenuti ricevono cure mediche in conformità con il giudizio professionale dei medici e nel rispetto delle linee guida del Ministero della Salute.

    Ma a settembre la Corte Suprema israeliana ha stabilito che le carceri israeliane non fornivano cibo a sufficienza ai detenuti palestinesi e ha ordinato il miglioramento delle condizioni di detenzione.

    Il silenzio dell’Europa

    Eppure le condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi, documentate dall’ONU e da numerose ONG, non trovano posto in nessuna dichiarazione, nessuna iniziativa dei governi europei né dell’Unione Europea. Dovrebbero invece accendere i riflettori su questa situazione: riconoscere i detenuti come prigionieri politici, arrestati nel contesto di un’occupazione militare; esigere che siano trattati nel rispetto dei diritti umani, come del resto dispone la stessa Corte Suprema israeliana; pretendere la liberazione di tutti coloro che sono detenuti senza condanna.

    E chiedere, in particolare, la liberazione di Marwan Barghouti: per ragioni umanitarie, perché un uomo di 66 anni viene aggredito, picchiato e lasciato sanguinante nelle celle israeliane. E per ragioni politiche, perché senza di lui una pace giusta tra israeliani e palestinesi è difficile da immaginare.


    Prominent Palestinian prisoner Marwan Barghouti assaulted three times in a month, family says
    Yolande Knell, Middle East correspondent, BBC, 15 Apr 2026
    https://www.bbc.com/

    Palestinian leader Marwan Barghouti facing ‘escalating abuse’ in Israeli jails
    ‘Palestine’s Mandela’ suffers three recent attacks including assault where prison guards set a dog on him, lawyer says
    Emma Graham-Harrison in Jerusalem Wed The Guardian 15 Apr 2026
    https://www.theguardian.com/