Omer Bartov, storico israeliano della Shoah e docente alla Brown University, dove tiene un corso molto apprezzato sull’Olocausto e la Nakba, sostiene che il feroce attacco israeliano a Gaza costituisca un genocidio. Vive negli Usa da oltre trent’anni e la distanza dagli eventi gli ha permesso, dice, di vedere ciò che in Israele molti rifiutano di riconoscere. La sua presa di posizione, espressa in un saggio sul New York Times del 2025, gli è costata amicizie e rapporti personali.
Nel nuovo libro, Israel: What Went Wrong? (Israele: cosa è andato storto?), presentato sul Guardian, Bartov ricostruisce la trasformazione del Paese. Da uno Stato che prometteva “piena uguaglianza di diritti” a un progetto segnato da colonialismo d’insediamento ed etnonazionalismo. La sua analisi nasce da una biografia intrecciata con la storia israeliana. Genitori sionisti, servizio militare in più fronti, una carriera accademica dedicata allo studio dei genocidi e della memoria della Shoah.
Bartov denuncia l’uso politico dell’Olocausto, divenuto a suo giudizio una “enorme foglia di fico” che alimenta vittimismo, arroganza e autoassoluzione. Non minimizza gli orrori dello sterminio nazista, ma critica il modo in cui è stato impiegato per giustificare politiche oppressive. A suo avviso, il sionismo originario conteneva due anime: una liberatrice, volta a proteggere un popolo perseguitato, e una coloniale. Dopo il 1948, la scelta del nuovo stato di non adottare una costituzione, di non definire i confini e di non riconoscere i diritti dei palestinesi ha fatto prevalere la seconda.
Pur rifiutando l’etichetta di “anti-sionista”, Bartov respinge con forza la versione di sionismo oggi dominante in Israele. Sa che la sua critica appare insufficiente a molti palestinesi e loro sostenitori, che leggono l’intera storia israeliana come un progetto che mirava fin dall’inizio alla eliminazione del popolo palestinese. Egli considera questa visione riduttiva, ma ammette che descrive ciò che il sionismo è diventato.
Il libro dedica ampio spazio alla “colpa originaria” della fondazione di Israele: l’incapacità dei fondatori di tradurre in norme vincolanti i principi della dichiarazione d’indipendenza. Se David Ben-Gurion avesse scelto una costituzione e una carta dei diritti, sostiene Bartov, Israele avrebbe potuto evolvere in una democrazia liberale compiuta.
Nonostante il quadro cupo, intravede una via d’uscita. Un modello di confederazione tra due Stati sovrani, israeliano e palestinese, con confini simili a quelli del 1967 e libertà di movimento reciproca. Un’idea oggi remota, mentre Gaza è ancora in macerie e la guerra continua. Ma che potrebbe diventare inevitabile se gli Usa riducessero il sostegno militare a Israele. L’opinione pubblica americana, sia democratica sia repubblicana, sta infatti diventando sempre meno filoisraeliana.
Bartov osserva che denunciare l’antisemitismo ha perso efficacia. In parte perché l’influenza dei donatori filo-israeliani sulla politica statunitense, come la campagna di Israele per convincere gli Usa a dichiarare guerra all’Iran, è innegabile. In parte perché l’accusa di antisemitismo è diventata vuota, a causa della sua flagrante strumentalizzazione come “strumento per mettere a tacere le persone. Paradossalmente, scrive, lo stato di Israele, che voleva essere la risposta definitiva all’antisemitismo, è divenuto “la migliore scusa per gli antisemiti”, poiché la sua condotta allontana anche molti dei suoi storici alleati.
Il prezzo personale per Bartov è alto. L’ultimo viaggio in Israele, nel 2024, lo ha turbato: la normalità quotidiana gli sembrava insostenibile mentre, a pochi chilometri, si consumava una tragedia. Molti amici si sono allontanati. Il libro uscirà in molte lingue, ma non in ebraico: gli editori israeliani non lo vogliono. Lo considerano un intellettuale che giudica da lontano, “in una stanza con l’aria condizionata”.
Eppure, se il pubblico israeliano non è in grado di leggere Bartov, come può sperare di comprendere in Israele ciò che lui ha compreso così chiaramente negli Usa? Speriamo che il libro abbia presto una traduzione anche in italiano.
What went wrong in Israel? A genocide scholar examines ‘what Zionism became’ Aaron Gell – The Guardian, Tue 21 Apr 2026 https://www.theguardian.com/
Marwan Barghouti sta a Nelson Mandela come i palestinesi oppressi dall’occupazione israeliana stanno ai neri sudafricani oppressi dall’Apartheid. È, infatti, da 24 anni il più famoso prigioniero palestinese nelle carceri israeliane. Il leader più popolare tra i palestinesi, l’unico capace di unire tutti i partiti del suo popolo nella lotta nazionale per la liberazione dall’occupazione israeliana.
Il Mandela palestinese
Barghouti fu arrestato dall’IDF a Ramallah nel 2002 e condannato da un tribunale israeliano nel 2004. Si era al culmine della seconda intifada, e l’IDF accusava il leader palestinese di aver ordinato attacchi che causarono la morte di civili israeliani. Ma il processo fu denunciato da Amnesty International e dall’Unione Interparlamentare per gravi irregolarità: confessioni di altri detenuti ottenute sotto coercizione, una prova chiave contenuta in un verbale di interrogatorio che Barghouti aveva rifiutato di firmare, e la violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta di processare nel proprio territorio persone prelevate da un territorio occupato. Un tribunale che giudica un parlamentare eletto di un popolo sotto occupazione non esercita giustizia neutrale.
Nel 2002 Nelson Mandela, il primo presidente sudafricano eletto democraticamente dopo la fine dell’apartheid, disse al suo avvocato Khader Shkirat: “Quello che sta succedendo a Barghouti è esattamente quello che è successo a me. Il governo ha cercato di delegittimare l’African National Congress e la sua lotta armata mettendomi sotto processo”.
Da uomo libero potrebbe essere il partner ideale per un accordo di pace e coesistenza israelo-palestinese, perché condivide la prospettiva due popoli, due stati. Per lo stesso motivo, i governi della destra israeliana continuano a tenerlo prigioniero, rifiutano di negoziarlo nelle trattative sugli scambi di prigionieri, e non solo.
Le torture in carcere
La sua famiglia e il suo avvocato affermano che Marwan Barghouti continua a essere vittima di abusi e violenze nelle carceri israeliane. Tre settimane fa, le guardie carcerarie sono entrate nella sua cella, nel carcere di Megiddo, e lo hanno costretto a terra, ripetutamente aggredito, aizzandogli contro un cane da guardia. È stato poi picchiato durante un trasferimento carcerario. Una settimana fa, nel carcere di Ganot, è stato pestato selvaggiamente e lasciato sanguinante per più di due ore, negandogli le cure mediche.
Non sono episodi isolati. Da due anni e mezzo, ossia dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Marwan Barghouti è stato posto in isolamento, nonostante lui non abbia relazione con quell’atto terroristico, anzi abbia stigmatizzato il coinvolgimento di civili tra le vittime. In questo periodo è stato più volte aggredito e picchiato dalle guardie. Durante un pestaggio, gli hanno rotto quattro costole e provocato lesioni alla testa.
Le visite dei familiari al carcere sono vietate e la famiglia teme per la sua vita, da quando ha ricevuto la notizia secondo cui è stato picchiato fino a perdere i sensi da otto guardie carcerarie israeliane. Alcuni ex detenuti rilasciati in seguito a un accordo di cessate il fuoco hanno fornito prove dell’aggressione.
L’anno scorso, Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale e leader dell’estrema destra israeliana, ha condiviso un video sui social, in cui lo si vede apostrofare e umiliare Marwan Barghouti nella sua cella. Il leader palestinese, riapparso così in pubblico dopo tanti anni, è apparso invecchiato, dimagrito, emaciato, praticamente irriconoscibile.
La condizione dei prigionieri palestinesi
La condizione degli altri prigionieri palestinesi, se possibile, è ancora peggiore. Nell’insieme sono 9.560 persone, detenuti per “ragioni di sicurezza”. Tra questi, oltre 3.500 sono trattenuti in detenzione amministrativa, cioè imprigionati senza essere condannati e senza sapere di cosa sono accusati. Dal 7 ottobre 2023, le agenzie dell’ONU e le organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno segnalato un aumento delle denunce di abusi e violenze contro i prigionieri palestinesi. Tra cui, percosse sistematiche, violenze sessuali, fame e gravi negligenze mediche.
Il Servizio penitenziario israeliano (IPS) nega le accuse. Afferma di non essere a conoscenza di nessun “incidente” di questo tipo e che, per quanto ne sa, atti simili non si verificano nelle sue strutture. Un suo comunicato dichiara che tutti i detenuti ricevono cure mediche in conformità con il giudizio professionale dei medici e nel rispetto delle linee guida del Ministero della Salute.
Ma a settembre la Corte Suprema israeliana ha stabilito che le carceri israeliane non fornivano cibo a sufficienza ai detenuti palestinesi e ha ordinato il miglioramento delle condizioni di detenzione.
Il silenzio dell’Europa
Eppure le condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi, documentate dall’ONU e da numerose ONG, non trovano posto in nessuna dichiarazione, nessuna iniziativa dei governi europei né dell’Unione Europea. Dovrebbero invece accendere i riflettori su questa situazione: riconoscere i detenuti come prigionieri politici, arrestati nel contesto di un’occupazione militare; esigere che siano trattati nel rispetto dei diritti umani, come del resto dispone la stessa Corte Suprema israeliana; pretendere la liberazione di tutti coloro che sono detenuti senza condanna.
E chiedere, in particolare, la liberazione di Marwan Barghouti: per ragioni umanitarie, perché un uomo di 66 anni viene aggredito, picchiato e lasciato sanguinante nelle celle israeliane. E per ragioni politiche, perché senza di lui una pace giusta tra israeliani e palestinesi è difficile da immaginare.
Prominent Palestinian prisoner Marwan Barghouti assaulted three times in a month, family says Yolande Knell, Middle East correspondent, BBC, 15 Apr 2026 https://www.bbc.com/
Palestinian leader Marwan Barghouti facing ‘escalating abuse’ in Israeli jails ‘Palestine’s Mandela’ suffers three recent attacks including assault where prison guards set a dog on him, lawyer says Emma Graham-Harrison in Jerusalem Wed The Guardian 15 Apr 2026 https://www.theguardian.com/
Rima Hassan, eurodeputata di France Insoumise (Lfi) è stata messa in stato di fermo (garde à vue) con l’accusa di apologia di terrorismo. La custodia può durare fino a 48 ore. Il provvedimento è scattato dalla denuncia presentata a fine marzo da Matthias Renault, deputato del Rassemblement National, contro un tweet (poi cancellato) o un retweet, che riprendeva una frase di Kozo Okamoto, militante dell’Armata Rossa Giapponese responsabile dell’attentato all’aeroporto di Lod nel 1972 (26 morti). Nel messaggio si leggeva: “Finché ci sarà oppressione, la resistenza non sarà solo un diritto, ma un dovere”. Durante la perquisizione dell’eurodeputata sono state rinvenute nella sua borsa modiche quantità di Kat (foglie masticabili energizzanti) e CBD. Rima Hassan è nata apolide in un campo profughi palestinese in Siria, è una delle attiviste in solidarietà con la Palestina più in vista di Francia. Ha partecipato a due missioni della Freedom Flotilla nel tentativo di rompere l’assedio alla Striscia di Gaza.
Il fermo dell’eurodeputata in Francia implica violare o forzare le regole che governano l’immunità parlamentare. I deputati del Parlamento europeo godono di due tipi di protezione. Nel territorio di ogni altro Stato membro sono esenti da ogni provvedimento di detenzione e da ogni procedimento giudiziario. Sul territorio nazionale nel proprio Stato godono delle stesse immunità riconosciute ai membri del Parlamento del loro Paese. Essendo Rima Hassan una cittadina francese in Francia, ad essa si applica il regime dei parlamentari francesi, regolato dall’Articolo 26 della Costituzione francese. In Francia, l’immunità riguarda l’irresponsabilità e l’inviolabilità. Un parlamentare non può essere perseguito per le opinioni o i voti espressi nell’esercizio delle sue funzioni. In questo caso, il tweet personale o il messaggio sui social network non è stato considerato dai giudici come un atto legato alle funzioni parlamentari. Nessun parlamentare può essere arrestato o privato della libertà per reati penali senza l’autorizzazione dell’ufficio di presidenza della propria camera, salvo il caso di condanna definitiva o la flagranza di reato. Per non chiedere la revoca dell’immunità al Parlamento Europeo prima di procedere al fermo, polizia e magistratura hanno considerato il retweet alla stregua di un “reato flagrante” o continuo.
Invece, secondo il giurista Benjamin Morel, nel caso dell’eurodeputata Rima Hassan mancherebbero tutti i presupposti per il superamento dell’immunità. Non c’è la flagranza, il reato contestato riguarda un tweet pubblicato giorni prima e poi cancellato. Manca l’autorizzazione, il Parlamento Europeo non ha votato alcuna revoca dell’immunità per questo caso. Nessuna condanna, il procedimento è solo alle fasi iniziali. Per queste ragioni, i leader di France Insoumise (Lfi) sostengono che il fermo sia un atto di “polizia politica”. Le autorità hanno proceduto al fermo ignorando le procedure costituzionali per scopi mediatici o repressivi, contando sul fatto che l’accusa di “apologia di terrorismo” crea un clima di urgenza tale da giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, il superamento delle garanzie parlamentari.
Oltre a violare l’immunità parlamentare, il fermo di Rima Hassan è criticato perché viola il principio di proporzionalità. La citazione in sé (“La resistenza è un dovere”) è una frase che, decontestualizzata, appartiene alla retorica di molti movimenti di liberazione o resistenza storica, inclusa quella francese. Tuttavia, la legge francese sull’apologia di terrorismo è diventata estremamente severa e soggettiva. Il reato non punisce solo l’istigazione a compiere atti violenti, ma anche il presentare sotto una luce favorevole un individuo o un’organizzazione che ha compiuto atti terroristici. Per la procura, citare Kozo Okamoto equivale a richiamare una figura legata a un massacro di civili, il che, secondo questa lettura, basta a configurare il reato. Però, lo strumento del fermo nasce per evitare che l’indagato inquini le prove; impedire che scappi; evitare che si accordi con dei complici. Nel caso di un tweet, o retweet, le prove sono digitali e già acquisite. Non c’è rischio di fuga per un’eurodeputata nota, né complici con cui accordarsi per nascondere un post già pubblico. L’uso del fermo di 48 ore per un reato d’opinione online appare così una pena anticipata o un atto intimidatorio, piuttosto che una necessità investigativa.
Dal 7 ottobre 2023, la Francia ha adottato una linea di “tolleranza zero” sull’apologia di terrorismo, che si presta alla deriva autoritaria. Centinaia di persone (sindacalisti, attivisti, studenti) sono state fermate per post sui social o slogan durante le manifestazioni. Trattare un tweet come un “reato flagrante” per saltare il passaggio parlamentare della revoca dell’immunità è un artificio giuridico pericoloso. Se passa il principio che ogni post online è una “flagranza”, l’immunità parlamentare di fatto smette di esistere nell’era digitale.
All’origine del fermo di Rima Hassan c’è la denuncia di Matthias Renault (Rassemblement National). Questa denuncia fa parte di una strategia. Il partito di Marine Le Pen ha ribaltato la sua immagine storica da movimento accusato di antisemitismo a “difensore” di Israele contro quello che definiscono “islamo-gauchisme”. Usare la magistratura per colpire gli avversari di La France Insoumise (LFI) permette loro di criminalizzare l’avversario politico e presentarsi, paradossalmente, come i garanti dell’ordine repubblicano. Sebbene la legge sull’apologia di terrorismo sia stata inasprita negli anni dai governi di centro post-2015, è vero che l’estrema destra ha spinto per interpretazioni sempre più restrittive.
La maggioranza di Macron e la destra hanno votato norme che rendono l’apologia di terrorismo un reato quasi automatico per certe espressioni riguardanti il conflitto in Medio Oriente. Il sistema politico ha creato una legislazione d’emergenza che ora viene applicata come legislazione ordinaria, permettendo alle procure di agire con una velocità e una durezza inedite per i reati d’opinione. Il fatto che il sistema (polizia e magistratura) si presti è l’aspetto più inquietante per la tenuta democratica. In Francia, i pubblici ministeri sono legati gerarchicamente al Ministero della Giustizia. Una direttiva politica che chiede massima fermezza su “antisemitismo” e “apologia di terrorismo” si traduce in un aumento dei fermi e delle inchieste contro gli attivisti solidali con i palestinesi.
Il rinvenimento di Kat e CBD nella borsa di Hassan (dettagli usati per screditare moralmente l’indagato) suggerisce una perquisizione meticolosa, tipica di quando si vuole trovare qualcosa per appesantire la posizione di un soggetto scomodo. La criminalizzazione del dissenso funziona per sovrapposizione: si colpisce l’attivismo solidale con i palestinesi, si usa l’accusa di antisemitismo per screditare chi critica Israele, e si piega la norma sull’apologia di terrorismo fino a farne uno strumento penale contro l’opinione. Quando la legge permette di equiparare la citazione di un personaggio storico controverso al terrorismo attivo, e quando il resto del sistema politico, il centro macroniano e la destra classica, accetta questa deriva per isolare la sinistra radicale, si verifica quella che molti giuristi definiscono una “torsione” dello Stato di diritto.
L’avvocata Fadwa Barghouti guida la campagna internazionale per la liberazione di suo marito Marwan Barghouti, il “Mandela palestinese”, e degli oltre diecimila prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane in condizioni disumane. Il 20 gennaio, al Cinema Adriano di Roma, introducendo il documentario Tomorrow’s Freedom sulla vita di Marwan Barghouti, Fadwa ha sottolineato come la libertà di suo marito sia un simbolo di unità e della possibile soluzione politica del conflitto israelo-palestinese.
Sostenuta da Assopace Palestina, ANPI, ARCI e da forze politiche come PD e AVS, la campagna chiede, oltre alla liberazione dei prigionieri politici, il rispetto delle Convenzioni di Ginevra e la fine del regime di apartheid. Marwan Barghouti, in carcere dal 2002, sta scontando cinque ergastoli. Nonostante la detenzione, rimane una delle figure più popolari e autorevoli della politica palestinese. È considerato l’unico leader capace di unificare le diverse fazioni e sostiene una soluzione fondata sulla fine dell’occupazione e sulla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele.
Sulla vicenda, Roberto Della Rocca ha voluto mettere “i puntini sulle i”. Il dirigente UCEI contesta a PD e AVS l’uso dell’espressione “prigioniero politico” riferita a Barghouti, poiché è stato condannato da un tribunale civile per omicidio e terrorismo in quanto leader dei Tanzim durante la Seconda Intifada. Definirlo tale, sostiene, equivarrebbe a considerare prigionieri politici anche i leader delle Brigate Rosse o dei NAR.
Pur esprimendo un giudizio durissimo sul suo passato, Della Rocca riconosce però in Barghouti la figura politicamente decisiva per sbloccare il conflitto: un’alternativa laica ad Hamas, l’unico leader che vincerebbe eventuali elezioni palestinesi “con le mani legate dietro la schiena”. La sua analisi sposta così il piano dal “diritto alla scarcerazione”, che nega, alla “opportunità politica della liberazione” come strumento per rompere lo status quo.
Questo realismo politico è apprezzabile. Ma se si vuole davvero mettere “i puntini sulle i”, occorre ricordare che Brigate Rosse e NAR agivano contro uno Stato di cui erano cittadini, titolari di diritti civili e politici. I palestinesi nei Territori Occupati, invece, vivono sotto giurisdizione militare israeliana, senza diritti di cittadinanza. In questo contesto la legalità non è un principio giuridico-democratico, ma l’espressione dei rapporti di forza.
Un tribunale palestinese non ha alcun potere di processare un politico, un militare israeliano o un colono per le vittime di Gaza o della Cisgiordania. In questa asimmetria strutturale, i processi israeliani contro i leader palestinesi non sono atti di giustizia neutrale, ma forme di “giustizia del vincitore”, cioè repressione politica mascherata da procedura legale.
Marwan Barghouti rifiutò infatti di riconoscere la legittimità del tribunale israeliano nel giudicare un cittadino palestinese, parlamentare eletto di un popolo sotto occupazione. Per questa ragione i suoi legali non presentarono prove a discarico né interrogarono i testimoni dell’accusa. Barghouti fu assolto per 33 capi di accusa per mancanza di prove dirette, e condannato per cinque omicidi non come esecutore materiale, ma in quanto ritenuto responsabile in qualità di leader politico–militare. Si tratta di una forma di responsabilità che, se applicata in modo coerente secondo i criteri del diritto internazionale, porrebbe questioni analoghe per qualsiasi catena di comando coinvolta in operazioni militari che abbiano prodotto uccisioni di civili. La sua applicazione selettiva, invece, conferma la natura politica del processo.
Gran parte del procedimento si basava sulle confessioni di altri detenuti palestinesi. L’Unione Interparlamentare e numerose ONG hanno denunciato che tali testimonianze furono ottenute sotto coercizione fisica e psicologica, rendendole inammissibili secondo gli standard internazionali. Una delle “prove” centrali, prodotta dallo Shin Bet, era un verbale di interrogatorio che Barghouti si era rifiutato di firmare, contestandone il contenuto, ma che il tribunale ammise comunque. Inoltre, Barghouti fu prelevato dai Territori Occupati e processato in Israele. Amnesty International ha ricordato che la Quarta Convenzione di Ginevra vieta all’occupante di trasferire persone protette dal territorio occupato al proprio territorio per processarle. Il processo, celebrato dal tribunale di uno Stato di cui Barghouti non è cittadino e che occupa la sua terra, è dunque intrinsecamente politico.
Le condizioni di detenzione sono nel frattempo drasticamente peggiorate. Nell’agosto 2025 è stato diffuso un video che mostra il ministro Ben Gvir mentre irrompe nella cella di Barghouti nel carcere di Ganot, minacciandolo pubblicamente. Sono state documentate ripetute aggressioni da parte delle guardie carcerarie. Nel marzo 2024 e nel settembre 2025 Barghouti è stato picchiato fino a perdere conoscenza. I legali parlano di costole incrinate, ossa rotte, ferite al volto e persino della mutilazione di una parte dell’orecchio.
Dall’ottobre 2023 è stato trasferito più volte e tenuto in isolamento totale in diverse carceri. È detenuto in celle buie, privato di cure mediche, di cibo adeguato, di beni essenziali. La Croce Rossa e gli avvocati hanno incontrato gravi ostacoli nell’accesso. Questo trattamento non è solo una punizione individuale, ma il tentativo di spezzare il simbolo politico che Barghouti rappresenta per l’unità del popolo palestinese.
La sua liberazione è dunque insieme una questione di diritto, poiché è stato condannato senza un giusto processo da un tribunale privo di giurisdizione; una questione umanitaria, per le condizioni di detenzione e tortura; e una questione politica, perché è l’unico leader in grado di unire i palestinesi e condurli a un accordo di pace con Israele.
Hannoun, il bambino e l’acqua sporca, Luigi Manconi sulla Repubblica del 30 dicembre 2025. L’autore dice le cose giuste sulla campagna della destra contro il mondo della solidarietà e la sinistra, accusati di correità con il terrorismo. Come le dice sulle criticità dell’inchiesta su Hannoun: chi ha ricevuto i finanziamenti e se davvero ha compiuto attività concrete di terrorismo.
Nel dirle, muove anche un giusto rimprovero alla sinistra. Senza mettere “in discussione la più intransigente tutela dei diritti del popolo palestinese e la più severa critica delle politiche del governo israeliano”, egli afferma che “l’una e l’altra saranno tanto più limpidamente nette quanto più sarà sciolta ogni ambiguità verso il terrorismo di Hamas e degli altri gruppi jihadisti. Cosa che è ancora lontana dal realizzarsi”. Ossia il rifiuto che il terrorismo islamista possa essere considerato un mezzo di emancipazione, invece che un apparato dispotico e burocratico fine a se stesso. La strada da battere per lo Stato Palestinese è non solo diversa, ma totalmente alternativa a quella battuta da Hamas. Questo dobbiamo dire in ogni assemblea, manifestazione, talk show.
In astratto e razionalmente la penso allo stesso modo. Bisognerebbe fare un’analisi sul perché la sinistra, o una sua parte, non agisce come suggerisce Luigi Manconi. Forse per effetto della polarizzazione. Come tanti filoisraeliani non si pongono il problema della leadership di Israele, tanti filopalestinesi non si pongono il problema della leadership della Palestina. Oppure per banali problemi di consenso, per cui si vuole rappresentare tutto il movimento senza rischiare di perderne un pezzo. Poi, per la stessa paura di perdere altri consensi, quando si pensa sia capitato un guaio, ci si precipita reattivamente a disconoscere e dissociarsi. Nel caso, sarebbero cattive motivazioni, con le quali, in un esercizio fin troppo facile, biasimiamo una parte del personale politico della sinistra per come e perché si muove. Tuttavia, c’è una questione che sovrasta queste motivazioni.
La condanna del terrorismo di Hamas (l’attacco ai civili israeliani) è una presa di posizione politica e morale molto forte, che noi assumiamo da una posizione di autorità politica e morale molto debole. Perché, in assenza del terrorismo, della questione palestinese noi non ci occupiamo. Giusto predicare di battere una strada totalmente alternativa a quella di Hamas, ovvero democratica e pacifica e non dispotica e terroristica. Eppure, anni addietro è successo che persino Hamas ci abbia provato, proprio sotto la guida del famigerato Yahya Sinwar.
Dal 30 marzo 2018 al 27 dicembre 2019, ogni venerdì, i palestinesi di Gaza hanno organizzato la Grande Marcia del Ritorno, una manifestazione pacifica ai confini di Israele per ricordare la Nakba e chiedere la fine del blocco di Gaza. Una manifestazione settimanale che non ha ucciso nessuno, né militare né civile, ma che è costata ai palestinesi centinaia di morti e migliaia di feriti e mutilati. Perché, quale che sia la forma di lotta palestinese, la reazione israeliana è la repressione. Addirittura, Haaretz pubblicò un’inchiesta il 6 marzo 2020 nella quale raccoglieva le testimonianze dei soldati israeliani che raccontavano delle gare tra loro, con tanto di punteggi e premi formalizzati, tra chi sapeva colpire meglio e di più le ginocchia dei bambini palestinesi.
Quando succedeva questo, noi che abbiamo il dovere di dire senza ambiguità quale deve essere la giusta via per giungere allo Stato Palestinese, cosa facevamo? Eravamo presi dalle nostre pur importanti vicende. C’era il governo giallo-verde, poi quello giallo-rosso, Salvini era al 40%, Renzi si preparava alla scissione dal PD. Difficile tornare a quegli anni e trovare sulle nostre pagine dei post a sostegno delle manifestazioni pacifiche dei palestinesi. Non ci siamo neanche accorti che ci fossero. Poi, il 7 ottobre ci siamo risvegliati. Come ci risvegliamo ogni volta che il conflitto israelo-palestinese, un conflitto a bassa intensità, passa a una fase di intensità più alta, in genere a seguito di un atto di terrorismo più grave dei precedenti, con conseguente rappresaglia israeliana indiscriminata e sproporzionata. Quindi condanniamo il terrorismo. Una condanna che somiglia al lancio della sveglia quando i più iracondi interrompono il sonno al mattino.
Questo è il primo problema. Poi ce n’è un secondo. Qual è il dispositivo della nostra condanna? In modo molto opportuno, Luigi Manconi premette che la condanna al terrorismo di Hamas non mette “in discussione la più intransigente tutela dei diritti del popolo palestinese e la più severa critica delle politiche del governo israeliano”. Queste politiche sono l’occupazione, la colonizzazione, la segregazione, il blocco, la detenzione in via amministrativa di migliaia di persone, la tortura, i massacri di massa, l’uso della fame come strumento di guerra. Politiche che meritano la “più severa critica”. Perché allora le politiche di Hamas meritano non la “più severa critica”, ma la messa al bando? Un bel editoriale contro il governo di Israele, una dura legge contro Hamas.
Un tale squilibrio e la debole posizione di autorità politica e morale della sinistra rispetto al conflitto mediorientale hanno il loro peso nel rendere il discorso della sinistra poco limpido e disinvolto nell’esprimere anche le giuste critiche nei confronti della leadership e delle forme di lotta della resistenza palestinese. Comunque, va ricordato che, dopo il 7 ottobre, per molti mesi, forse più di un anno, la retorica della maggioranza di sinistra andava nel senso di dare per scontato che fosse giusto eliminare Hamas, lo dichiarava persino, e le sue esternazioni più o meno recitavano così: “Hamas va eliminato, Israele ha il diritto di difendersi, ma deve farlo nei limiti e nel rispetto del diritto internazionale”. La retorica di sinistra si è radicalizzata in senso filopalestinese soltanto nella scorsa primavera, quando si è radicalizzato l’orientamento dell’opinione pubblica e si è affermata a livello internazionale l’accusa a Israele di genocidio.
“Le colpe del mondo nel disastro palestinese” è il titolo scelto da Mattia Feltri per commentare l’inchiesta su Mohammad Hannoun e, più in generale, il sistema degli aiuti a Gaza. È un titolo che compie un’operazione di spostamento della responsabilità radicale. Se il “mondo” (attraverso gli aiuti e la cecità politica) è il colpevole, allora i soggetti attivi del conflitto — chi occupa, chi bombarda, chi lancia razzi, chi nega i diritti fondamentali — passano in secondo piano o diventano semplici comparse di un disastro alimentato dall’esterno.
Chiamando in causa “il mondo”, Feltri relativizza le responsabilità dirette. Se il disastro è causato dalla beneficenza occidentale che foraggia Hamas, allora le politiche di Israele (occupazione, espansione degli insediamenti, blocchi) non sono più la causa della “sventura di un popolo”, ma solo una reazione a un problema foraggiato da noi. Hamas non è un attore politico nato da un contesto specifico, ma un parassita che sopravvive solo grazie all’ossigeno delle ONG.
La falsa equidistanza tra destra e sinistra
L’articolo si apre con un falso esercizio di equidistanza tra destra e sinistra, per sembrare super partes. Tuttavia, è una simmetria solo apparente. Alla destra rimprovera un peccato di “stile” (usare la vicenda per fare propaganda sui social). Alla sinistra rimprovera un peccato di “sostanza” (aver favorito, per cecità o stupidità, un presunto finanziatore del terrorismo). In questo modo, sposta l’asticella: la destra è “poco elegante”, ma la sinistra è pericolosamente ingenua. L’articolo colpisce quindi duramente i politici di sinistra che hanno ospitato Hannoun.
Ma, se da un lato la prudenza è d’obbligo, dall’altro la politica ha il compito di dialogare con i rappresentanti delle comunità. Se un soggetto non ha condanne definitive e presiede associazioni legalmente riconosciute in Italia, l’accusa di “zona grigia” rischia di diventare un processo alle intenzioni retroattivo, basato su sviluppi giudiziari emersi solo successivamente.
Le liste nere come verità
Si sostiene che bisognava prendere sul serio l’iscrizione di Hannoun e della sua associazione nelle liste nere di Stati Uniti e Israele, perché si tratta di due democrazie. Allo stesso modo, si invita a rivalutare le prese di posizione della destra italiana ostili ai progetti di Hannoun. Qui Feltri presenta le intelligence di USA e Israele come fonti neutrali in quanto “democratiche”. Ignora che le liste nere sono strumenti di politica estera. Un’organizzazione può essere inserita in una lista non solo per atti terroristici accertati, ma per affiliazione politica o per pressione diplomatica. Chiede poi alla sinistra italiana di abdicare alla propria autonomia di giudizio e di “prendere sul serio la destra”, che in questo schema diventa l’unica depositaria della verità solo perché allineata a una delle parti in causa.
La generalizzazione: gli aiuti aiutano il terrorismo
Il passaggio successivo è la generalizzazione: gli aiuti ai palestinesi finiscono a Hamas; gli aiuti che finiscono a Hamas sono aiuti al terrorismo armato. Da qui, la conclusione non dichiarata ma chiarissima: continuare ad aiutare è inutile, se non addirittura dannoso. Non viene proposta alcuna alternativa – né canali diversi, né controlli migliori, né forme di distribuzione autonome – ma solo una delegittimazione complessiva della solidarietà. Questa catena logica è fragile.
È possibile, che una parte degli aiuti venga intercettata o strumentalizzata. Ma cosa significa, esattamente, “finire a Hamas”? Israele adotta una definizione estremamente estesa di terrorismo e complicità con il terrorismo. Considera terrorismo anche l’assistenza alle famiglie dei sospetti terroristi, e demolisce sistematicamente le loro case come forma di punizione collettiva, colpendo nuclei familiari che non sono affatto “famiglie terroriste”. Queste persone hanno bisogno di un tetto, di cibo, di assistenza. Finanziare quell’assistenza è terrorismo? Dal punto di vista israeliano, spesso sì. È dunque possibile che le segnalazioni israeliane contengano elementi di verità, ma all’interno di una cornice politica che trasforma l’aiuto umanitario in sospetto permanente. Assumerla senza mediazioni, come fa Feltri, non significa essere realistici. Significa adottare integralmente lo sguardo di una delle parti in conflitto e usarlo per colpire non Hamas, ma la solidarietà stessa.
Gli aiuti rubati: il dato manipolato
Nell’articolo di Feltri, va messa a fuoco in particolare un’affermazione. “L’Onu ha ammesso che l’80/90 per cento degli aiuti indirizzati a Gaza sono sequestrati da Hamas, o da altre bande di tagliagole, per alimentare il mercato nero, arricchirsi, armarsi, tenere la popolazione sotto dominio”. Questa affermazione è fuorviante: si fonda su una verità parziale per costruire una bugia. Secondo dati UN2720, l’85% degli aiuti entrati nella Striscia tra maggio e luglio 2025 sarebbe stato dirottato da bande armate e poi rivenduto sul mercato nero. Il risultato? Dei circa 2.000 camion passati in quei due mesi, solo 200 avrebbero raggiunto effettivamente la popolazione affamata.
Ma la sola enfatizzazione di questi dati omette un altro dato fondamentale. Per evitare la carestia, secondo OCHA (Ufficio ONU per gli Affari Umanitari), a Gaza dovrebbero entrare almeno 500 camion di aiuti al giorno. Invece, sempre i dati UN2720 rivelano che ne sono entrati in media solo 33 al giorno – meno del 7% del fabbisogno minimo. Dunque, quell’85% di aiuti “rubati” non si riferisce alla totalità degli aiuti necessari, ma a una minuscola frazione di ciò che Israele ha permesso di far passare.
Quindi, è proprio il blocco israeliano a creare le condizioni affinché avvengano i saccheggi. È la legge del mercato nero. Se il mondo invia 500 camion e ne entrano 500, il mercato nero non ha spazio per esistere perché i beni sono abbondanti o almeno sufficienti. Se ne entrano solo 33 (il 7% del fabbisogno), il bene diventa oro. In un contesto di carestia indotta, il controllo dei pochi viveri diventa l’unico vero potere. Israele, limitando l’afflusso, non “protegge” gli aiuti da Hamas, ma crea il terreno fertile perché bande armate e clan (non necessariamente Hamas, spesso semplici gang nate dal vuoto di potere) se ne impossessino.
Causa ed effetto: la vera colpa del mondo
Se si vogliono davvero cercare “le colpe del mondo nel disastro palestinese”, la prima non è l’eccesso di aiuti né la cattiva coscienza occidentale. È l’impunità strutturale di Israele, garantita per decenni da Stati Uniti ed Europa. Un’impunità che ha permesso l’occupazione permanente, l’assedio, il controllo totale su confini, risorse e sopravvivenza, la sistematica violazione del diritto internazionale, il massacro di decine di migliaia di persone senza conseguenze reali. Attribuire il disastro palestinese al modo in cui il mondo aiuta significa rovesciare causa ed effetto. Gli aiuti non sono la causa della dipendenza, ma il risultato di un sistema che impedisce ai palestinesi di vivere senza aiuti. Se il mondo è colpevole, lo è prima di tutto per ciò che tollera, non per ciò che finanzia.
Greta Thunberg è stata arrestata il 23 dicembre 2025 a Londra durante una manifestazione organizzata dal gruppo “Prisoners for Palestine”, in solidarietà con attivisti detenuti legati a Palestine Action. La polizia londinese ha fermato Thunberg per aver esposto un cartello con la scritta “I support the Palestine Action prisoners. I oppose genocide” (“Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio”). Perché questo sarebbe in violazione della Section 13 del Terrorism Act 2000, che proibisce di sostenere un’organizzazione proscritta (proscribed organisation), come Palestine Action.
La protesta si è svolta davanti agli uffici della compagnia assicurativa Aspen Insurance nel distretto finanziario di Londra. Gli attivisti accusano Aspen di fornire coperture assicurative a Elbit Systems, un’azienda israeliana di armamenti. Durante l’azione, due manifestanti hanno spruzzato vernice rossa sulla facciata dell’edificio e si sono incatenati, venendo arrestati per danni criminali. La manifestazione mirava anche a sostenere detenuti di Palestine Action in sciopero della fame da oltre 50 giorni, in protesta contro la loro detenzione preventiva e la messa al bando del gruppo.
Greta Thunberg è stata rilasciata su cauzione poco dopo (con obbligo di presentarsi in tribunale a marzo 2026), e non è stata l’unica arrestata in azioni simili: da quando Palestine Action è stata bandita, migliaia di persone sono state fermate nel Regno Unito per aver espresso sostegno al gruppo o ai suoi prigionieri, spesso con cartelli pacifici. Il bando di Palestine Action è controverso: il gruppo è noto per azioni di sabotaggio non violente contro aziende legate a Israele, ma non per attentati contro persone.
Il bando di Palestine Action
L’organizzazione Palestine Action è stata bandita (proscribed) nel Regno Unito come organizzazione terroristica a partire dal 5 luglio 2025, ai sensi del Terrorism Act 2000. La decisione è stata annunciata dal governo laburista guidato da Keir Starmer, con l’allora Home Secretary Yvette Cooper che ha proposto l’ordine di proscription il 23 giugno 2025, approvato dal Parlamento (385 voti a favore contro 26 alla Camera dei Comuni).
Il governo ha giustificato il bando sostenendo che Palestine Action avesse superato la soglia per essere considerata “concerned in terrorism” (coinvolta nel terrorismo), sulla base di una campagna crescente di attacchi aggressivi, intimidatori e danni criminali sostenuti contro imprese, istituzioni e infrastrutture critiche, inclusi siti della difesa nazionale. Azioni che mettono a rischio la sicurezza nazionale, come irruzioni in basi militari e danni a beni legati alla difesa (ad esempio, forniture per NATO, Ucraina e alleati). L’incidente scatenante è stato l’irruzione nel giugno 2025 alla base RAF Brize Norton, dove attivisti hanno spruzzato vernice rossa su due aerei militari Voyager, causando danni stimati in milioni di sterline.
Palestine Action è stata fondata nel 2020. L’organizzazione utilizza azione diretta non violenta nei confronti delle persone, ma con danni alla proprietà, per interrompere la catena di fornitura di armi israeliane nel Regno Unito. I suoi principali target sono i siti di Elbit Systems (principale produttore di armi israeliano fabbricate in UK), con irruzioni, vernice rossa, blocchi e sabotaggi che hanno portato alla chiusura di alcuni stabilimenti. Altre aziende legate alla difesa israeliana, banche (come Barclays, che ha poi disinvestito da Elbit) e istituzioni accusate di complicità. Il gruppo si oppone a quello che definisce “genocidio e apartheid” israeliano, specie durante la guerra a Gaza.
Il bando è considerato da molti un abuso delle leggi anti-terrorismo. ONU (Volker Türk, Alto Commissario per i Diritti Umani) ha definito il provvedimento un “abuso preoccupante” delle leggi anti-terrorismo, un’applicazione sproporzionata, che criminalizza condotte non terroristiche (danni a proprietà) e viola i diritti alla libertà di espressione, assemblea e associazione. Amnesty International, Liberty e gruppi per i diritti civili lo vedono come un’interferenza illegittima con il diritto di protesta, confondendo attivismo con terrorismo. È la prima volta che un gruppo di azione diretta pacifista (senza violenza contro le persone) viene proscritto in questo modo.
Rapporti di intelligence declassificati (riportati da NYT e altri) indicano che la maggior parte delle attività di Palestine Action “non sarebbe classificata come terrorismo” secondo la definizione legale britannica, e che il gruppo non promuove violenza contro gli individui. Dal bando, oltre 2.000 persone sono state arrestate per aver espresso sostegno (es. cartelli con “I support Palestine Action” o “I oppose genocide”), portando a un aumento esponenziale degli arresti per reati terroristici. Il gruppo sta sfidando legalmente il bando in tribunale (caso avviato dalla co-fondatrice Huda Ammori).
Fonti di diverso orientamento (governative come GOV.UK, mediatiche come BBC, Guardian, Al Jazeera, NYT, Reuters) confermano che il bando si basa su una definizione molto ampia di terrorismo (che include danni gravi a proprietà per fini politici), che finisce per restringere eccessivamente la legittimità del dissenso pro-palestinese. Il caso è ancora sub judice, con possibili implicazioni per future proteste.
La repressione del movimento di solidarietà con la Palestina
Il contesto in cui si inseriscono l’arresto di Greta Thunberg, il 23 dicembre 2025, e il bando di Palestine Action come organizzazione terroristica nel Regno Unito, il 5 luglio 2025, è quello di una ridotta tolleranza e, in molti casi, di una vera e propria repressione nei confronti dei movimenti e delle espressioni di solidarietà con la Palestina in vari paesi occidentali, a partire dal 7 ottobre 2023 (l’attacco di Hamas in Israele e la successiva risposta israeliana a Gaza). Questa tendenza è documentata da rapporti di organizzazioni per i diritti umani come la Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), Human Rights Watch (HRW) e Amnesty International, che evidenziano un aumento sistematico di misure repressive, motivate spesso da preoccupazioni per la sicurezza nazionale o la lotta all’antisemitismo, ma criticate come sproporzionate e lesive della libertà di espressione, assemblea e associazione.
Dal 7 ottobre 2023, quando Hamas ha lanciato un attacco contro il sud di Israele uccidendo circa 1.200 persone e prendendo 250 ostaggi, Israele ha risposto con una campagna militare a Gaza che ha causato oltre 70.000 morti palestinesi (secondo stime FIDH al 2025), soprattutto civili. Questo ha innescato un’ondata globale di proteste pro-Palestina, ma anche una reazione repressiva in Occidente. Rapporti indicano che governi e istituzioni hanno intensificato misure contro attivisti, studenti, giornalisti e organizzazioni, confondendo spesso critiche legittime alle politiche israeliane con antisemitismo o sostegno al terrorismo.
Questa direzione si manifesta in diversi modi. Criminalizzazione di slogan e simboli. Frasi come “From the river to the sea” “Free Palestine”, o “Intifada” sono state interpretate come incitamento all’odio o al terrorismo, portando ad arresti. Censura online e mediatica. Meta (Instagram e Facebook) ha rimosso oltre 1.050 contenuti pro-Palestina tra ottobre e novembre 2023, secondo HRW. Repressione accademica e lavorativa. Università e datori di lavoro hanno sospeso o licenziato persone per post sui social o partecipazione a proteste. Aumento di arresti e sorveglianza. Migliaia di arresti in proteste, con uso di leggi anti-terrorismo per monitorare attivisti.
Diversi critici, inclusi l’ONU e gruppi per i diritti civili, definiscono queste misure un “abuso preoccupante” delle leggi anti-terrorismo, che restringe lo spazio civico e normalizza l’islamofobia e il profiling razziale. Fonti come il Guardian e il New York Times notano che, mentre alcune azioni mirano a prevenire violenza, molte colpiscono espressioni pacifiche, alimentando un clima di paura.
Nonostante la repressione, il movimento pro-Palestina ha visto una mobilitazione record, con milioni di partecipanti globali, inclusi ebrei antisionisti e attivisti per i diritti. Tuttavia, questa dinamica ha eroso spazi democratici, con un impatto sproporzionato su comunità musulmane e di colore. Il caso Thunberg e Palestine Action esemplifica come misure anti-terrorismo vengano applicate a proteste non violente, alimentando conflitti, dibattiti e preoccupazioni sulla tenuta delle libertà civili.
Two arrested on suspicion of shouting slogans calling for ‘intifada’ at protest Total of five arrests made at pro-Palestine demonstration in London – hours after chiefs of two police forces announced change in approach The Guardian, Vikram Dodd and Nadeem Badshah, Wed 17 Dec 2025
Right to protest is under sustained attack in the west, report finds This article is more than 2 months old Counter-terror laws being ‘weaponised’ against pro-Palestine groups in UK, US, France and Germany, says FIDH The Guardian, Geneva Abdul, Tue 14 Oct 2025
FIDH publishes a report on the repression of the solidarity movement with Palestine fidh.org 14/10/2025
Nel post precedente abbiamo visto che il ddl Delrio, per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo, può minacciare la libertà di espressione perché assume la definizione dell’IHRA, la quale sovrappone antisemitismo e antisionismo. Adesso vediamo come il ddl Delrio si presti a un’operazione di politica interna.
La dinamica interna al PD
Il ddl è stato presentato dai senatori firmatari in modo del tutto autonomo, senza prima tentare di coinvolgere il gruppo del PD al Senato. Francesco Boccia, presidente dei senatori PD, ha dovuto chiarire pubblicamente che il ddl Delrio non è una iniziativa del partito, ma una iniziativa personale dei proponenti.
I firmatari appartengono tutti alla corrente “riformista” del PD: Delrio, Malpezzi, Alfieri, Bazoli, Casini, Rojc, Sensi, Verini, Zampa, Lorenzin, Lombardo. Sono gli ex renziani, che si oppongono alla segreteria di Elly Schlein e all’alleanza con il M5S e AVS, mentre sono favorevoli a un riposizionamento centrista del PD in alleanza con Renzi, Calenda, Marattin e in prospettiva anche con Forza Italia.
Lo scenario politico possibile
Proprio il capogruppo al Senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, ha presentato un ddl simile a quello di Delrio e si è detto disponibile a discuterne con lui, per approvare la legge entro il 27 gennaio, il Giorno della Memoria. Dal canto suo, Graziano Delrio, riguardo al pubblico disconoscimento di Francesco Boccia, ha dichiarato al Corriere della Sera: «Su questo punto non torno indietro. Sui diritti delle persone non si possono fare calcoli di partito» (…) «perché è indice di un clima che si respira non solo nella sinistra ma nel Paese».
Lo scenario che si profila è una legge controversa approvata con una maggioranza trasversale composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Italia Viva, Azione e i “riformisti” del PD, che lascia in minoranza PD, AVS e M5S. Sarebbe una spaccatura del Partito Democratico come quella già vissuta a marzo al Parlamento Europeo quando il piano ReArm Europe (un programma europeo di riarmo e rafforzamento dell’industria militare) ha avuto il consenso di dieci eurodeputati “riformisti”, nonostante il gruppo europarlamentare con Elly Schlein avesse deciso l’astensione.
La strategia dell’ala riformista
La mossa “riformista” sembra voler mettere in difficoltà Elly Schlein, proprio dopo che la segretaria del PD è uscita rafforzata dai risultati delle recenti elezioni regionali in Campania e Puglia, che hanno consolidato la linea del “campo largo”. Se il ddl non viene ritirato o modificato sostanzialmente, il PD di Elly Schlein si troverà davanti a tre alternative, tutte rischiose:
Votare contro o astenersi e subire l’accusa di essere contraria o tiepida sulla lotta all’antisemitismo, soprattutto se il voto avviene il 27 gennaio, Giorno della Memoria.
Votare a favore e alienarsi le simpatie della base del partito, del movimento in solidarietà con i palestinesi, degli alleati (M5S e AVS), degli intellettuali e di tutte le persone contrarie alla legge.
Lasciare libertà di coscienza e ritrovarsi il partito pubblicamente spaccato su un tema moralmente sensibile, mostrando debolezza e divisione interna.
Qualsiasi scelta faccia, rischia di essere perdente o comunque di esporsi a forti critiche.
L’Italia è un paese che conta poco nelle relazioni internazionali, senza idee chiare sui suoi interessi nazionali, di conseguenza con una linea di politica estera debole. Perciò, nella tradizione italiana, soprattutto dopo la cosiddetta Prima Repubblica, i temi di politica estera o di respiro globale sono usati in funzione dei posizionamenti di politica interna.
Il conflitto israelo-palestinese è particolarmente adatto a questo uso strumentale perché è emotivamente carico e divisivo; permette di usare accuse morali pesantissime (“antisemita”, “complice del genocidio”); tocca temi identitari profondi (memoria della Shoah, diritti umani, anticolonialismo); attrae consensi in settori specifici dell’elettorato: moderato e atlantista da un lato, sinistra umanitaria e antagonista dall’altro.
Così l’ala “riformista” del PD sta usando questo tema per marcare una differenza netta con Elly Schlein, la maggioranza del partito e con gli alleati M5S/AVS; costruire una propria credibilità presso l’elettorato moderato e atlantista; aprire spazi di collaborazione con il centro e il centrodestra moderato; rendere politicamente insostenibile l’alleanza con M5S e AVS su un conflitto lacerante; indebolire la segreteria Schlein e riposizionare il partito.
Le missioni in Israele e in Cisgiordania: la frattura del PD
Il ddl Delrio non è una iniziativa isolata della corrente “riformista”.
Il 2 dicembre 2025, Piero Fassino, deputato PD ed ex segretario dei DS, ha partecipato insieme a Paolo Formentini (Lega) e Andrea Orsini (Forza Italia) a una missione parlamentare istituzionale in Israele, promossa dal Gruppo di coordinamento del Protocollo di Cooperazione tra Knesset e Camera dei Deputati. Dal Parlamento israeliano, si è collegato in video a una conferenza stampa alla Camera italiana, organizzata dall’Unione Associazioni Italia-Israele, per un saluto e un aggiornamento sui colloqui in corso.
Fassino ha descritto Israele come “una società aperta, una società libera, una società democratica”, sottolineando che ha una dialettica democratica anche su “questi due anni” e le sue prospettive. Ma Fassino non ha menzionato Gaza e le critiche alle politiche del governo Netanyahu, focalizzandosi invece sulla necessità di “una relazione forte tra Italia e Israele” e sul rispetto delle “valutazioni diverse” sulle scelte governative israeliane.
La segretaria Elly Schlein, che solo poche settimane prima aveva criticato i rapporti militari Italia-Israele sotto il governo Meloni, non ha commentato, ma il responsabile Esteri Giuseppe Provenzano ha preso le distanze: “Non si trattava di una missione del Partito democratico”, precisando che le posizioni del PD rimangono “molto chiare, a partire dalla denuncia della torsione autoritaria ed estremista del governo Netanyahu”.
L’evento è stato quasi contemporaneo alla missione di Laura Boldrini (23-28 novembre 2025) in Cisgiordania, che ha guidato una delegazione parlamentare del Partito Democratico composta da sei membri: oltre a lei, Mauro Berruto, Ouidad Bakkali, Sara Ferrari, Valentina Ghio e Andrea Orlando. L’obiettivo era monitorare la situazione umanitaria nei Territori Palestinesi Occupati, con visite a luoghi come Gerusalemme Est, Gerico e altri siti.
Laura Boldrini ha riferito esperienze di “intimidazioni” e “soppressione di libertà” da parte delle autorità israeliane, inclusi interrogatori all’arrivo in aeroporto in Israele e blocchi ai checkpoint in Cisgiordania. Questo ha accentuato le divisioni nel PD: da un lato, l’ala più vicina a Schlein e Boldrini critica duramente Netanyahu (parlando di “pulizia etnica” e chiedendo la fine dei rapporti militari); dall’altro, figure come Fassino (legato a “Sinistra per Israele”) enfatizzano il dialogo istituzionale e la natura democratica di Israele, senza affrontare le accuse di violazioni dei diritti umani.
Due missioni con parlamentari dello stesso partito, nello stesso periodo, con messaggi completamente opposti. Il contestato ddl sull’antisemitismo a firma Delrio, che rischia di equiparare critiche a Israele a forme di odio, si inserisce in questo quadro di tensioni già evidenti e strutturali.
L’uso strumentale dell’antisemitismo
Se l’antisemitismo diventa uno strumento di lotta politica interna piuttosto che un problema da affrontare seriamente, il risultato sarà duplice: non si contrasterà efficacemente l’antisemitismo reale, e si avveleneranno ulteriormente i pozzi del dibattito pubblico.
La lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione dovrebbe unire le forze democratiche, non dividerle. Quando diventa un’arma per colpire gli avversari politici interni, perde la sua legittimità morale e diventa pura strumentalizzazione.
Questo è esattamente ciò che sta accadendo con il disegno di legge Delrio: una battaglia politica interna al centrosinistra mascherata da impegno contro l’antisemitismo, con il rischio concreto di una rottura definitiva consumata simbolicamente nel Giorno della Memoria.
“In proporzione demografica, il genocidio a Gaza è la più grave strage di civili del XXI secolo”. Questa affermazione provoca obiezioni che mirano a relativizzare la distruzione della popolazione palestinese, confrontandola con massacri “peggiori” avvenuti altrove. L’esempio adesso più citato è El-Fasher, nel Nord Darfur, dove nell’ottobre 2025 — secondo le stime indipendenti più alte — 10.000–30.000 persone sono state uccise in poche settimane su 260.000 residenti rimasti in città (3,85% – 11,5%), all’interno di un conflitto sudanese che dal 2023 ha fatto almeno 150.000–200.000 vittime. Ma la comparazione diversiva non rende la strage di Gaza meno grave.
Anche perché il confronto proporzionale tra El-Fasher e Gaza è metodologicamente scorretto. I 260.000 abitanti di El-Fasher sono solo la popolazione rimasta dopo una fuga di massa: prima della caduta la città contava circa 1,1 milioni di persone. Gaza, invece, è un territorio ermeticamente chiuso: la popolazione non ha potuto sfollare. Confrontare proporzioni calcolate su popolazioni “residue” con proporzioni calcolate su popolazioni “intere” equivale a confrontare grandezze non compatibili.
L’obiezione attacca allora il concetto stesso di “proporzione demografica”, rappresentandolo come un espediente escogitato per far sembrare più grandi massacri che, in termini assoluti, non primeggerebbero. Si ricorre al paragone caricaturale: «uccidere venti svizzeri sarebbe peggio che uccidere duecento cinesi». Ma nessuno usa la proporzione demografica per attribuire valore diverso alla vita umana. La proporzione serve a misurare l’impatto sistemico che una guerra ha su un gruppo umano. È per questo che uccidere il 3–5% dei gazawi (inclusi 30.000–40.000 bambini) in un’area di 365 km² rappresenta un evento di scala storica.
Negli studi sui conflitti e nel diritto internazionale la proporzionalità demografica è un criterio fondamentale. Le principali istituzioni di monitoraggio — Uppsala Conflict Data Program, PRIO, ACLED, International Crisis Group, UNDP, OCHA — la impiegano per valutare tre dimensioni decisive:
1. La distruzione relativa del gruppo colpito. Uccidere il 5% della popolazione di un territorio è un evento totalmente diverso dallo stesso numero assoluto distribuito su uno Stato cento volte più grande.
2. La capacità di sopravvivenza e ricostruzione del gruppo. Una comunità piccola o confinata può non riprendersi mai da perdite anche limitate; una società ampia può assorbirle senza collasso strutturale.
3. La natura sistemica o indiscriminata della violenza. Il numero assoluto non rivela se l’attacco era mirato, diffuso, totale. La proporzione, sì.
Senza il dato proporzionale, conflitti radicalmente differenti diventano numericamente indistinguibili. La proporzione serve proprio a evitare questa cancellazione del contesto.
Il diritto internazionale non stabilisce soglie aritmetiche, ma usa concetti che presuppongono una valutazione proporzionale:
Genocidio: distruzione di un gruppo “in tutto o in parte”.
Crimini contro l’umanità: attacco “diffuso o sistematico”.
Crimini di guerra: violazioni su larga scala contro persone protette.
Valutazioni umanitarie ONU: sempre in rapporto alla popolazione colpita.
La proporzione è quindi incorporata in ogni definizione che distingue un reato individuale da un crimine collettivo.
Nel caso di Gaza, la proporzionalità demografica aiuta a misurare quattro elementi:
la densità più alta del mondo;
la distruzione estesa del parco abitativo e sanitario;
il tasso straordinariamente alto di vittime civili, stimato tra l’83% e il 90%;
un totale di 186.000–220.000 morti (diretti e indiretti) su 2,3 milioni di abitanti, pari al 3–5% della popolazione in 14 mesi.
Questi dati non dicono che Gaza soffre “più” di altri. Dicono che presenta una combinazione di fattori letali unica nel XXI secolo.
Infine, c’è un punto che la maggior parte delle obiezioni evita. Quando si colloca Gaza nella stessa tabella comparativa degli yazidi a Sinjar (2014–2017), dei Rohingya in Myanmar (2017), dei non-arabi del Darfur (2023–2025) o dei tigrayani in Etiopia (2020–2022), si finisce inevitabilmente per collocare l’IDF — e lo Stato che lo dirige — nello stesso “cluster” dei principali perpetratori di violenza di massa contemporanea. Le caratteristiche che rendono Gaza un caso demograficamente anomalo — altissimo tasso di civili uccisi, distruzione totale delle infrastrutture vitali, impossibilità di fuga, uso della fame come arma — sono le stesse che, negli altri casi citati, hanno portato commissioni ONU e corti internazionali a parlare di crimini di guerra, crimini contro l’umanità o atti genocidari.
Una domanda ricorrente al mondo pacifista, umanitario, democratico, di sinistra, chiede perché la mobilitazione in solidarietà con i palestinesi vittime della guerra israeliana a Gaza non veda lo stesso coinvolgimento emotivo nella solidarietà con gli ucraini vittime della guerra russa in Ucraina. Possiamo riconoscere che questo scarto è vero e che, in fondo, riguarda anche quelle aree politiche che, al contrario, sono solidali con l’Ucraina, ma non con i palestinesi, o addirittura sono solidali con Israele. Tuttavia, mentre la contraddizione morale altrui, dipende soprattutto da ragioni ideologico-geopolitiche, la nostra è più complicata. Provo a citare alcuni motivi che non valgono come giustificazioni, ma come spiegazioni plausibili.
I palestinesi ci sembrano molto più disperati degli ucraini. La guerra in Ucraina è vista come un conflitto tra due stati sovrani. Per quanto la Russia sia lo stato più forte e aggressore, l’Ucraina dispone di uno stato, un governo autonomo, un esercito funzionante, frontiere aperte verso l’Europa. Le ostilità infliggono perdite a entrambe le parti. La guerra di Gaza, invece, è vista come un genocidio o come uno sterminio unilaterale. Un potente apparato militare, quello israeliano, che schiaccia una popolazione civile indifesa, quella palestinese, che non ha mezzi per reagire, né un luogo dove scappare. La situazione degli ucraini è molto dura, la situazione dei palestinesi è una catastrofe umanitaria.
Gaza è un territorio minuscolo e densamente popolato: ogni bombardamento produce immagini strazianti di civili sepolti sotto le macerie, di case, scuole, ospedali distrutti. La guerra in Ucraina è spalmata su un fronte di migliaia di chilometri. Spesso è una guerra di trincea, di artiglieria a lungo raggio. Le immagini dei civili ucraini uccisi ci sono (Bucha, Mariupol), ma la quotidianità del fronte ucraino appare spesso come una guerra di soldati contro soldati, mentre quella di Gaza appare come una guerra di aviazione e carri armati contro donne e bambini, persone inermi.
L’oppressione russa sull’Ucraina ci sembra un fatto recente, anche se ha i suoi precedenti storici, come la collettivizzazione forzata delle terre durante gli anni Trenta del Novecento. L’oppressione israeliana della Palestina è un fatto secolare. Io mi sono affacciato all’età adulta vedendo le immagini del massacro di Sabra e Chatila e oggi invecchio vedendo le immagini del genocidio di Gaza. In mezzo ho visto le immagini dell’occupazione, della colonizzazione, della repressione delle intifade e tante campagne militari che facevano un “uso sproporzionato della forza”.
Negli ultimi anni, il paradigma per leggere il conflitto israelo-palestinese è passato dal “conflitto territoriale” al “colonialismo di insediamento”. Questa cornice equipara la lotta palestinese a quella dei nativi americani o alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica. La guerra russo-ucraina, invece, è vista come una guerra territoriale classica di stampo novecentesco (invasione di confini). La lotta al colonialismo e all’apartheid ha un richiamo morale ed emotivo molto più potente rispetto alla difesa della sovranità nazionale classica.
Per gli ucraini, i nostri governi (italiano, europei, americano) hanno fatto tutto quello che potevano: accolto profughi, organizzata l’assistenza umanitaria, dato sostegno diplomatico, fornito armi, superato linee rosse, sanzionato Mosca, persino paventato la possibilità di entrare in guerra contro la Russia. Invece, per i palestinesi i nostri governi non hanno fatto nulla, anzi, hanno sostenuto Israele. Nella geopolitica occidentale il sostegno a Ucraina e Israele vanno insieme.
I movimenti pacifisti compensano l’incoerenza dei loro governi, ma rischiano di riprodurla rovescio dando valore politico alla resistenza dei palestinesi, che avrebbe significato per tutti i popoli oppressi, senza darne alla resistenza ucraina, che avrebbe valore solo per se stessa, o nemmeno per se stessa, ma solo per la Nato e l’Occidente. L’Ucraina lotterebbe per cambiare la sua collocazione coloniale, non per liberarsi davvero.
Lottare dalla parte dei palestinesi contro lo stato militarista di Israele e il sostegno militare dell’Occidente a Israele significa lottare per la pace in prospettiva e per il cessate il fuoco adesso. Lottare dalla parte dell’Ucraina contro l’invasore russo, con i governi occidentali proiettati contro la Russia, rischia di dare un aiuto involontario all’escalation, di autorizzare dal basso una guerra contro la Russia.
Israele siamo noi, è il nostro avamposto in Medio Oriente, è l’unica democrazia circondata da dittature e monarchie arabe, è un paese occidentale. I crimini commessi da Israele sono i nostri crimini. Sono atti che ci chiamano in causa e ci fanno sentire in colpa. Storicamente, Israele è la soluzione che abbiamo trovato alla risoluzione della questione ebraica in Europa, è il modo in cui abbiamo scaricato sugli arabi le conseguenze del millenario antisemitismo europeo. La Russia, invece, non siamo noi, anzi il Cremlino è potenzialmente un nostro nemico, se commette crimini, ci dispiace, ma non ci turba.
Queste ragioni, tuttavia, non significano che sia giusto avere a cuore solo un popolo e non l’altro. Entrambi vanno sostenuti nella loro lotta per la sopravvivenza, la dignità e l’indipendenza. Sapendo che, se gli interessi geopolitici e le letture ideologiche li mettono in opposizione, invece il diritto internazionale e umanitario li mette dalla stessa parte. E questa dovrebbe essere la bussola che, se non può decidere l’intensità dei nostri sentimenti, può comunque orientarci per farci stare dalla parte giusta.