La solidarietà con la Palestina e con l’Ucraina

Una domanda ricorrente al mondo pacifista, umanitario, democratico, di sinistra, chiede perché la mobilitazione in solidarietà con i palestinesi vittime della guerra israeliana a Gaza non veda lo stesso coinvolgimento emotivo nella solidarietà con gli ucraini vittime della guerra russa in Ucraina. Possiamo riconoscere che questo scarto è vero e che, in fondo, riguarda anche quelle aree politiche che, al contrario, sono solidali con l’Ucraina, ma non con i palestinesi, o addirittura sono solidali con Israele. Tuttavia, mentre la contraddizione morale altrui, dipende soprattutto da ragioni ideologico-geopolitiche, la nostra è più complicata. Provo a citare alcuni motivi che non valgono come giustificazioni, ma come spiegazioni plausibili.

I palestinesi ci sembrano molto più disperati degli ucraini. La guerra in Ucraina è vista come un conflitto tra due stati sovrani. Per quanto la Russia sia lo stato più forte e aggressore, l’Ucraina dispone di uno stato, un governo autonomo, un esercito funzionante, frontiere aperte verso l’Europa. Le ostilità infliggono perdite a entrambe le parti. La guerra di Gaza, invece, è vista come un genocidio o come uno sterminio unilaterale. Un potente apparato militare, quello israeliano, che schiaccia una popolazione civile indifesa, quella palestinese, che non ha mezzi per reagire, né un luogo dove scappare. La situazione degli ucraini è molto dura, la situazione dei palestinesi è una catastrofe umanitaria.

Gaza è un territorio minuscolo e densamente popolato: ogni bombardamento produce immagini strazianti di civili sepolti sotto le macerie, di case, scuole, ospedali distrutti. La guerra in Ucraina è spalmata su un fronte di migliaia di chilometri. Spesso è una guerra di trincea, di artiglieria a lungo raggio. Le immagini dei civili ucraini uccisi ci sono (Bucha, Mariupol), ma la quotidianità del fronte ucraino appare spesso come una guerra di soldati contro soldati, mentre quella di Gaza appare come una guerra di aviazione e carri armati contro donne e bambini, persone inermi.

L’oppressione russa sull’Ucraina ci sembra un fatto recente, anche se ha i suoi precedenti storici, come la collettivizzazione forzata delle terre durante gli anni Trenta del Novecento. L’oppressione israeliana della Palestina è un fatto secolare. Io mi sono affacciato all’età adulta vedendo le immagini del massacro di Sabra e Chatila e oggi invecchio vedendo le immagini del genocidio di Gaza. In mezzo ho visto le immagini dell’occupazione, della colonizzazione, della repressione delle intifade e tante campagne militari che facevano un “uso sproporzionato della forza”.

Negli ultimi anni, il paradigma per leggere il conflitto israelo-palestinese è passato dal “conflitto territoriale” al “colonialismo di insediamento”. Questa cornice equipara la lotta palestinese a quella dei nativi americani o alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica. La guerra russo-ucraina, invece, è vista come una guerra territoriale classica di stampo novecentesco (invasione di confini). La lotta al colonialismo e all’apartheid ha un richiamo morale ed emotivo molto più potente rispetto alla difesa della sovranità nazionale classica.

Per gli ucraini, i nostri governi (italiano, europei, americano) hanno fatto tutto quello che potevano: accolto profughi, organizzata l’assistenza umanitaria, dato sostegno diplomatico, fornito armi, superato linee rosse, sanzionato Mosca, persino paventato la possibilità di entrare in guerra contro la Russia. Invece, per i palestinesi i nostri governi non hanno fatto nulla, anzi, hanno sostenuto Israele. Nella geopolitica occidentale il sostegno a Ucraina e Israele vanno insieme.

I movimenti pacifisti compensano l’incoerenza dei loro governi, ma rischiano di riprodurla rovescio dando valore politico alla resistenza dei palestinesi, che avrebbe significato per tutti i popoli oppressi, senza darne alla resistenza ucraina, che avrebbe valore solo per se stessa, o nemmeno per se stessa, ma solo per la Nato e l’Occidente. L’Ucraina lotterebbe per cambiare la sua collocazione coloniale, non per liberarsi davvero.

Lottare dalla parte dei palestinesi contro lo stato militarista di Israele e il sostegno militare dell’Occidente a Israele significa lottare per la pace in prospettiva e per il cessate il fuoco adesso. Lottare dalla parte dell’Ucraina contro l’invasore russo, con i governi occidentali proiettati contro la Russia, rischia di dare un aiuto involontario all’escalation, di autorizzare dal basso una guerra contro la Russia.

Israele siamo noi, è il nostro avamposto in Medio Oriente, è l’unica democrazia circondata da dittature e monarchie arabe, è un paese occidentale. I crimini commessi da Israele sono i nostri crimini. Sono atti che ci chiamano in causa e ci fanno sentire in colpa. Storicamente, Israele è la soluzione che abbiamo trovato alla risoluzione della questione ebraica in Europa, è il modo in cui abbiamo scaricato sugli arabi le conseguenze del millenario antisemitismo europeo. La Russia, invece, non siamo noi, anzi il Cremlino è potenzialmente un nostro nemico, se commette crimini, ci dispiace, ma non ci turba.

Queste ragioni, tuttavia, non significano che sia giusto avere a cuore solo un popolo e non l’altro. Entrambi vanno sostenuti nella loro lotta per la sopravvivenza, la dignità e l’indipendenza. Sapendo che, se gli interessi geopolitici e le letture ideologiche li mettono in opposizione, invece il diritto internazionale e umanitario li mette dalla stessa parte. E questa dovrebbe essere la bussola che, se non può decidere l’intensità dei nostri sentimenti, può comunque orientarci per farci stare dalla parte giusta.

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