Tag: Israele

  • Il fermo di Rima Hassan e la torsione dello Stato di diritto

    Rima Hassan, eurodeputata di France Insoumise (Lfi) è stata messa in stato di fermo (garde à vue) con l’accusa di apologia di terrorismo. La custodia può durare fino a 48 ore. Il provvedimento è scattato dalla denuncia presentata a fine marzo da Matthias Renault, deputato del Rassemblement National, contro un tweet (poi cancellato) o un retweet, che riprendeva una frase di Kozo Okamoto, militante dell’Armata Rossa Giapponese responsabile dell’attentato all’aeroporto di Lod nel 1972 (26 morti). Nel messaggio si leggeva: “Finché ci sarà oppressione, la resistenza non sarà solo un diritto, ma un dovere”. Durante la perquisizione dell’eurodeputata sono state rinvenute nella sua borsa modiche quantità di Kat (foglie masticabili energizzanti) e CBD. Rima Hassan è nata apolide in un campo profughi palestinese in Siria, è una delle attiviste in solidarietà con la Palestina più in vista di Francia. Ha partecipato a due missioni della Freedom Flotilla nel tentativo di rompere l’assedio alla Striscia di Gaza.

    Il fermo dell’eurodeputata in Francia implica violare o forzare le regole che governano l’immunità parlamentare. I deputati del Parlamento europeo godono di due tipi di protezione. Nel territorio di ogni altro Stato membro sono esenti da ogni provvedimento di detenzione e da ogni procedimento giudiziario. Sul territorio nazionale nel proprio Stato godono delle stesse immunità riconosciute ai membri del Parlamento del loro Paese. Essendo Rima Hassan una cittadina francese in Francia, ad essa si applica il regime dei parlamentari francesi, regolato dall’Articolo 26 della Costituzione francese. In Francia, l’immunità riguarda l’irresponsabilità e l’inviolabilità. Un parlamentare non può essere perseguito per le opinioni o i voti espressi nell’esercizio delle sue funzioni. In questo caso, il tweet personale o il messaggio sui social network non è stato considerato dai giudici come un atto legato alle funzioni parlamentari. Nessun parlamentare può essere arrestato o privato della libertà per reati penali senza l’autorizzazione dell’ufficio di presidenza della propria camera, salvo il caso di condanna definitiva o la flagranza di reato. Per non chiedere la revoca dell’immunità al Parlamento Europeo prima di procedere al fermo, polizia e magistratura hanno considerato il retweet alla stregua di un “reato flagrante” o continuo.

    Invece, secondo il giurista Benjamin Morel, nel caso dell’eurodeputata Rima Hassan mancherebbero tutti i presupposti per il superamento dell’immunità. Non c’è la flagranza, il reato contestato riguarda un tweet pubblicato giorni prima e poi cancellato. Manca l’autorizzazione, il Parlamento Europeo non ha votato alcuna revoca dell’immunità per questo caso. Nessuna condanna, il procedimento è solo alle fasi iniziali. Per queste ragioni, i leader di France Insoumise (Lfi) sostengono che il fermo sia un atto di “polizia politica”. Le autorità hanno proceduto al fermo ignorando le procedure costituzionali per scopi mediatici o repressivi, contando sul fatto che l’accusa di “apologia di terrorismo” crea un clima di urgenza tale da giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, il superamento delle garanzie parlamentari.

    Oltre a violare l’immunità parlamentare, il fermo di Rima Hassan è criticato perché viola il principio di proporzionalità. La citazione in sé (“La resistenza è un dovere”) è una frase che, decontestualizzata, appartiene alla retorica di molti movimenti di liberazione o resistenza storica, inclusa quella francese. Tuttavia, la legge francese sull’apologia di terrorismo è diventata estremamente severa e soggettiva. Il reato non punisce solo l’istigazione a compiere atti violenti, ma anche il presentare sotto una luce favorevole un individuo o un’organizzazione che ha compiuto atti terroristici. Per la procura, citare Kozo Okamoto equivale a richiamare una figura legata a un massacro di civili, il che, secondo questa lettura, basta a configurare il reato. Però, lo strumento del fermo nasce per evitare che l’indagato inquini le prove; impedire che scappi; evitare che si accordi con dei complici. Nel caso di un tweet, o retweet, le prove sono digitali e già acquisite. Non c’è rischio di fuga per un’eurodeputata nota, né complici con cui accordarsi per nascondere un post già pubblico. L’uso del fermo di 48 ore per un reato d’opinione online appare così una pena anticipata o un atto intimidatorio, piuttosto che una necessità investigativa.

    Dal 7 ottobre 2023, la Francia ha adottato una linea di “tolleranza zero” sull’apologia di terrorismo, che si presta alla deriva autoritaria. Centinaia di persone (sindacalisti, attivisti, studenti) sono state fermate per post sui social o slogan durante le manifestazioni. Trattare un tweet come un “reato flagrante” per saltare il passaggio parlamentare della revoca dell’immunità è un artificio giuridico pericoloso. Se passa il principio che ogni post online è una “flagranza”, l’immunità parlamentare di fatto smette di esistere nell’era digitale.

    All’origine del fermo di Rima Hassan c’è la denuncia di Matthias Renault (Rassemblement National). Questa denuncia fa parte di una strategia. Il partito di Marine Le Pen ha ribaltato la sua immagine storica da movimento accusato di antisemitismo a “difensore” di Israele contro quello che definiscono “islamo-gauchisme”. Usare la magistratura per colpire gli avversari di La France Insoumise (LFI) permette loro di criminalizzare l’avversario politico e presentarsi, paradossalmente, come i garanti dell’ordine repubblicano. Sebbene la legge sull’apologia di terrorismo sia stata inasprita negli anni dai governi di centro post-2015, è vero che l’estrema destra ha spinto per interpretazioni sempre più restrittive.

    La maggioranza di Macron e la destra hanno votato norme che rendono l’apologia di terrorismo un reato quasi automatico per certe espressioni riguardanti il conflitto in Medio Oriente. Il sistema politico ha creato una legislazione d’emergenza che ora viene applicata come legislazione ordinaria, permettendo alle procure di agire con una velocità e una durezza inedite per i reati d’opinione. Il fatto che il sistema (polizia e magistratura) si presti è l’aspetto più inquietante per la tenuta democratica. In Francia, i pubblici ministeri sono legati gerarchicamente al Ministero della Giustizia. Una direttiva politica che chiede massima fermezza su “antisemitismo” e “apologia di terrorismo” si traduce in un aumento dei fermi e delle inchieste contro gli attivisti solidali con i palestinesi.

    Il rinvenimento di Kat e CBD nella borsa di Hassan (dettagli usati per screditare moralmente l’indagato) suggerisce una perquisizione meticolosa, tipica di quando si vuole trovare qualcosa per appesantire la posizione di un soggetto scomodo. La criminalizzazione del dissenso funziona per sovrapposizione: si colpisce l’attivismo solidale con i palestinesi, si usa l’accusa di antisemitismo per screditare chi critica Israele, e si piega la norma sull’apologia di terrorismo fino a farne uno strumento penale contro l’opinione. Quando la legge permette di equiparare la citazione di un personaggio storico controverso al terrorismo attivo, e quando il resto del sistema politico, il centro macroniano e la destra classica, accetta questa deriva per isolare la sinistra radicale, si verifica quella che molti giuristi definiscono una “torsione” dello Stato di diritto.

  • L’attacco di Usa e Israele contro l’Iran

    L'attacco di Usa e Israele contro l'Iran

    L’attacco militare congiunto di Usa e Israele contro l’Iran può essere sostenuto per una ragione particolare: l’auspicabile caduta del regime degli Ayatollah e dei Pasdaran. Non a caso, è la giustificazione politica dell’attacco. La Repubblica Islamica è odiosa. Reprime nel sangue e nel carcere migliaia di oppositori e manifestanti. Precipita il paese nella più grave crisi economica, al netto delle sanzioni. Appoggia organizzazioni terroristiche, per la propria protezione, senza offrire alcuna prospettiva di liberazione ai popoli oppressi. A cominciare dal popolo palestinese, che per la dissennata strategia stragista di Hamas, è stato esposto allo sterminio di massa da parte dell’IDF. La caduta degli Ayatollah e dei Pasdaran in Iran vorrebbe dire, nella speranza, la fine della repressione interna, l’inizio di una nuova stabilità regionale, l’affermazione dell’emancipazione femminile. Tuttavia, anche mettendo da parte il giudizio sui leader attaccanti, esistono delle ragioni di ordine generale che giocano contro l’intervento.

    La prima è la ragione umanitaria. È molto difficile che l’aggressione militare israelo-americana all’Iran, un paese di 90 milioni di abitanti, possa essere chirurgica. Mirata a distruggere solo l’apparato del regime e della sua industria militare, senza colpire al tempo stesso la popolazione e le infrastrutture civili. Già questa mattina, un attacco aereo ha colpito la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran. Il bombardamento ha fatto decine di vittime tra le bambine. Altri missili sono caduti nelle aree residenziali di Teheran, nel quartiere di Narmak, provocando morti e feriti tra i civili.

    I costi umani della guerra israelo-americana contro l’Iran potrebbero diventare più pesanti della repressione interna e allo stesso tempo aggravare la repressione. Di fronte all’aggressione esterna, il regime può dichiarare lo stato di emergenza totale, sospendere ogni residuo diritto e utilizzare la “difesa della patria” come scusa per eliminare fisicamente i dissidenti sopravvissuti, etichettandoli come collaborazionisti del nemico. La sofferenza estrema (mancanza di elettricità, acqua, ospedali sovraccarichi e internet disconnessa) rischia di trasformare la rabbia dei cittadini verso gli Ayatollah in risentimento contro chi sgancia le bombe dal cielo, alienando proprio quelle persone che l’operazione dichiarava di voler “liberare”.

    In secondo luogo, gioca contro l’intervento una ragione politica. Le precedenti guerre in Medio Oriente depongono a sfavore. Dal 2003 al 2011, in Iraq, la rimozione di Saddam Hussein ha distrutto l’apparato statale, ma ha portato a un decennio di guerra civile settaria e alla nascita dell’ISIS. Nel 2011, in Libia, l’intervento NATO ha rimosso Gheddafi, ma ha lasciato il Paese frammentato tra milizie rivali, trasformandolo in un hub per il traffico di esseri umani e armi. Dal 2001 al 2021, in Afghanistan, vent’anni di occupazione e miliardi di dollari spesi, si sono risolti con il ritorno al potere dei Talebani e la fuga precipitosa degli eserciti Nato.

    A differenza di altri contesti, l’Iran ha una struttura di potere estremamente stratificata. Se i vertici del regime cadessero domani sotto i bombardamenti, non ci sarebbe un’opposizione unica e pronta a governare. Il rischio è una lotta intestina tra fazioni dei Pasdaran, minoranze etniche, resistenza nazionalista. Il collasso creerebbe un’onda d’urto in tutto il Medio Oriente. Milioni di persone si sposterebbero verso la Turchia e l’Europa, superando di gran lunga i numeri della crisi siriana. Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e la distruzione delle infrastrutture petrolifere iraniane potrebbero mandare l’economia globale in recessione.

    Infine, gioca contro l’intervento una ragione giuridica, che non è solo formale, ma ha significato per il mantenimento della pace nel mondo. L’ attacco di Usa e Israele contro l’Iran è un’aperta violazione del diritto internazionale. I precedenti interventi in Medio Oriente avevano tentato, anche solo ipocritamente, di costruire una copertura legale con il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la costruzione di una coalizione internazionale. Oggi, l’attacco all’Iran ignora sfacciatamente l’ONU e il diritto internazionale, dando così un ulteriore formidabile contributo alla destabilizzazione dell’ordine mondiale. Che di violazione in violazione, di guerra in guerra, può precipitare in un conflitto globale.

    Il conflitto in Ucraina, quello a Gaza e ora l’attacco all’Iran non sono più crisi isolate. L’Iran è un fornitore chiave di droni per la Russia; un attacco a Teheran è percepito da Mosca come un attacco indiretto ai propri interessi vitali. Si tratta di conflitti alimentati dalle stesse alleanze di interessi e dalle stesse contrapposizioni ideologiche e militari. La terza guerra mondiale a pezzi di cui parlava Francesco, man mano che si aggiungono altri pezzi, sempre più pesanti e coinvolgenti gli interessi delle grandi potenze, può finire per unificarsi in una sola grande guerra.

  • L’IDF ammette 70mila morti a Gaza

    L'IDF ammette 70mila morti a Gaza

    Fonti militari israeliane di alto livello hanno riconosciuto che il numero dei palestinesi uccisi a Gaza dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023, è vicino alle stime diffuse dal Ministero della Sanità di Gaza. La cifra si aggira intorno ai 70.000 morti, in linea con i dati aggiornati a fine gennaio 2026, che parlano di oltre 71.000 vittime. Non si tratta di un’ammissione ufficiale dell’IDF, ma di una valutazione interna emersa in briefing anonimi con i giornalisti e riportata da testate israeliane come Haaretz, Jerusalem Post, Times of Israel e Ynet.

    L’esercito israeliano precisa che quei numeri non costituiscono dati ufficiali che, nel caso, verrebbero diffusi solo attraverso canali formali. Tuttavia, per la prima volta, fonti della sicurezza israeliana hanno definito i dati del Ministero della sanità di Gaza “largamente accurati” per quanto riguarda le morti causate direttamente dal fuoco israeliano. Restano esclusi dal conteggio i dispersi sotto le macerie e le morti indirette dovute a fame, malattie e collasso del sistema sanitario.

    Israele contesta ancora la composizione delle vittime. Secondo l’IDF, tra 22.000 e 25.000 morti sarebbero combattenti di Hamas o di altri gruppi armati. L’esercito nega inoltre l’esistenza di morti per fame tra persone considerate “sane” e afferma di essere ancora al lavoro sulla distinzione tra civili e combattenti. Il riconoscimento del numero totale non implica quindi l’accettazione della narrativa palestinese né delle accuse di genocidio e carestia.

    Il cambiamento riguarda soprattutto la “guerra dei numeri”. Per oltre due anni Israele ha contestato l’attendibilità delle cifre diffuse dal Ministero della sanità di Gaza, accusandole di propaganda. Ora quella linea risulta sempre più difficile da sostenere, anche perché ONU, ONG internazionali e servizi di intelligence occidentali considerano da tempo quei dati sostanzialmente affidabili. Continuare a negarli avrebbe messo in discussione la credibilità stessa dell’intelligence israeliana.

    Accettare il totale consente all’IDF di spostare il terreno dello scontro comunicativo. Il dibattito non verte più su quanti siano i morti, ma su chi siano e perché siano morti. In questo modo Israele tenta di difendere la propria condotta militare, rivendicando l’eliminazione di una parte significativa delle forze di Hamas e riducendo il peso delle accuse di sproporzionalità davanti all’opinione pubblica e alle corti internazionali.

    La dichiarazione arriva dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, in una fase di operazioni limitate ma con procedimenti aperti presso la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale. In questo quadro, un riconoscimento parziale dei dati serve a mostrare trasparenza, prevenire accuse di occultamento e preparare una linea difensiva più solida sul piano legale e diplomatico.

    Non si tratta quindi di una confessione né di un atto di debolezza. È un riposizionamento tattico: ammettere ciò che non è più credibile negare per controllare meglio il resto della narrazione. La cifra complessiva delle vittime non è più il terreno dello scontro. Lo restano la classificazione dei morti, le responsabilità e le cause della catastrofe umanitaria in corso.

  • Per la liberazione di Marwan Barghouti

    Fadwa Barghouti chiede la liberazione di Marwan Barghouti

    L’avvocata Fadwa Barghouti guida la campagna internazionale per la liberazione di suo marito Marwan Barghouti, il “Mandela palestinese”, e degli oltre diecimila prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane in condizioni disumane. Il 20 gennaio, al Cinema Adriano di Roma, introducendo il documentario Tomorrow’s Freedom sulla vita di Marwan Barghouti, Fadwa ha sottolineato come la libertà di suo marito sia un simbolo di unità e della possibile soluzione politica del conflitto israelo-palestinese.

    Sostenuta da Assopace Palestina, ANPI, ARCI e da forze politiche come PD e AVS, la campagna chiede, oltre alla liberazione dei prigionieri politici, il rispetto delle Convenzioni di Ginevra e la fine del regime di apartheid. Marwan Barghouti, in carcere dal 2002, sta scontando cinque ergastoli. Nonostante la detenzione, rimane una delle figure più popolari e autorevoli della politica palestinese. È considerato l’unico leader capace di unificare le diverse fazioni e sostiene una soluzione fondata sulla fine dell’occupazione e sulla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele.

    Sulla vicenda, Roberto Della Rocca ha voluto mettere “i puntini sulle i”. Il dirigente UCEI contesta a PD e AVS l’uso dell’espressione “prigioniero politico” riferita a Barghouti, poiché è stato condannato da un tribunale civile per omicidio e terrorismo in quanto leader dei Tanzim durante la Seconda Intifada. Definirlo tale, sostiene, equivarrebbe a considerare prigionieri politici anche i leader delle Brigate Rosse o dei NAR.

    Pur esprimendo un giudizio durissimo sul suo passato, Della Rocca riconosce però in Barghouti la figura politicamente decisiva per sbloccare il conflitto: un’alternativa laica ad Hamas, l’unico leader che vincerebbe eventuali elezioni palestinesi “con le mani legate dietro la schiena”. La sua analisi sposta così il piano dal “diritto alla scarcerazione”, che nega, alla “opportunità politica della liberazione” come strumento per rompere lo status quo.

    Questo realismo politico è apprezzabile. Ma se si vuole davvero mettere “i puntini sulle i”, occorre ricordare che Brigate Rosse e NAR agivano contro uno Stato di cui erano cittadini, titolari di diritti civili e politici. I palestinesi nei Territori Occupati, invece, vivono sotto giurisdizione militare israeliana, senza diritti di cittadinanza. In questo contesto la legalità non è un principio giuridico-democratico, ma l’espressione dei rapporti di forza.

    Un tribunale palestinese non ha alcun potere di processare un politico, un militare israeliano o un colono per le vittime di Gaza o della Cisgiordania. In questa asimmetria strutturale, i processi israeliani contro i leader palestinesi non sono atti di giustizia neutrale, ma forme di “giustizia del vincitore”, cioè repressione politica mascherata da procedura legale.

    Marwan Barghouti rifiutò infatti di riconoscere la legittimità del tribunale israeliano nel giudicare un cittadino palestinese, parlamentare eletto di un popolo sotto occupazione. Per questa ragione i suoi legali non presentarono prove a discarico né interrogarono i testimoni dell’accusa. Barghouti fu assolto per 33 capi di accusa per mancanza di prove dirette, e condannato per cinque omicidi non come esecutore materiale, ma in quanto ritenuto responsabile in qualità di leader politico–militare. Si tratta di una forma di responsabilità che, se applicata in modo coerente secondo i criteri del diritto internazionale, porrebbe questioni analoghe per qualsiasi catena di comando coinvolta in operazioni militari che abbiano prodotto uccisioni di civili. La sua applicazione selettiva, invece, conferma la natura politica del processo.

    Gran parte del procedimento si basava sulle confessioni di altri detenuti palestinesi. L’Unione Interparlamentare e numerose ONG hanno denunciato che tali testimonianze furono ottenute sotto coercizione fisica e psicologica, rendendole inammissibili secondo gli standard internazionali. Una delle “prove” centrali, prodotta dallo Shin Bet, era un verbale di interrogatorio che Barghouti si era rifiutato di firmare, contestandone il contenuto, ma che il tribunale ammise comunque. Inoltre, Barghouti fu prelevato dai Territori Occupati e processato in Israele. Amnesty International ha ricordato che la Quarta Convenzione di Ginevra vieta all’occupante di trasferire persone protette dal territorio occupato al proprio territorio per processarle. Il processo, celebrato dal tribunale di uno Stato di cui Barghouti non è cittadino e che occupa la sua terra, è dunque intrinsecamente politico.

    Le condizioni di detenzione sono nel frattempo drasticamente peggiorate. Nell’agosto 2025 è stato diffuso un video che mostra il ministro Ben Gvir mentre irrompe nella cella di Barghouti nel carcere di Ganot, minacciandolo pubblicamente. Sono state documentate ripetute aggressioni da parte delle guardie carcerarie. Nel marzo 2024 e nel settembre 2025 Barghouti è stato picchiato fino a perdere conoscenza. I legali parlano di costole incrinate, ossa rotte, ferite al volto e persino della mutilazione di una parte dell’orecchio.

    Dall’ottobre 2023 è stato trasferito più volte e tenuto in isolamento totale in diverse carceri. È detenuto in celle buie, privato di cure mediche, di cibo adeguato, di beni essenziali. La Croce Rossa e gli avvocati hanno incontrato gravi ostacoli nell’accesso. Questo trattamento non è solo una punizione individuale, ma il tentativo di spezzare il simbolo politico che Barghouti rappresenta per l’unità del popolo palestinese.

    La sua liberazione è dunque insieme una questione di diritto, poiché è stato condannato senza un giusto processo da un tribunale privo di giurisdizione; una questione umanitaria, per le condizioni di detenzione e tortura; e una questione politica, perché è l’unico leader in grado di unire i palestinesi e condurli a un accordo di pace con Israele.

  • Iran 2026: la rivolta del Gran Bazar

    Iran 2026: la rivolta del Bazar

    A gennaio 2026, un’ondata di proteste nazionali investe l’Iran. La causa principale è una crisi economica senza precedenti. Crollo della valuta locale, il rial, l’inflazione al 52%, raddoppio dei prezzi dei beni alimentari. I mercanti del Gran Bazar di Teheran si rivoltano e abbassano le serrande. Il malcontento per il carovita si trasforma in contestazione della Repubblica Islamica. Slogan contro la guida suprema Alì Khamenei, ripresa dei temi del movimento Donna, vita, libertà del 2022, richiesta di libertà politiche e civili, fine del governo teocratico. Molti iraniani criticano il governo per aver speso enormi risorse in armamenti e milizie regionali mentre l’economia domestica andava in rovina.

    Questa protesta, rispetto a quelle dell’Onda verde (2009) e di Donna, vita, libertà (2022), ha composizione e motivazione diverse. Oggi ci sono i mercanti del Gran Bazar di Teheran, l’ago della bilancia delle rivoluzioni iraniane (inclusa quella del 1979). Il crollo del Rial (arrivato a 1,45 milioni per 1 dollaro), ha soffocato commercianti e grossisti. Che perciò adesso si alleano con le fasce popolari più povere. Il cuore economico del paese in rivolta contro il governo. Non solo cortei, anche sit-in silenziosi in luoghi pubblici e ospedali; scioperi simultanei in settori chiave come energia e trasporti; serrate dei negozi; uso rapido e capillare dei social media, per aggirare i blackout di internet e diffondere le notizie nelle province rurali.

    A differenza del 2022, il regime usa una strategia ibrida. Concessioni economiche per svuotare le piazze, indagini sulle violenze della polizia. E repressione sul campo: 45 morti, duemila arresti. Il Presidente Masoud Pezeshkian ha ordinato alle forze di sicurezza di non reprimere le proteste puramente “economiche”. Ha ammesso pubblicamente che la colpa della crisi non è solo degli USA, ma della leadership stessa, promettendo riforme economiche e sussidi diretti. Il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha invece dichiarato che non ci sarà “alcuna clemenza”. Mentre a parole riconosce il diritto di protestare, nei fatti ha dato il via libera a una repressione violenta nelle province più agitate (come il Lorestan e l’Ilam), dove si registrano già decine di morti. Pesante l’intervento della polizia al Gran Bazar e nelle Università con uso di lacrimogeni e arresti. Raid polizieschi negli ospedali, per arrestare i manifestanti feriti, prima che possano essere curati.

    Non ci sono prove di una regia israelo-americana nello scatenare le piazze. Usa e Israele hanno già avuto un ruolo con la guerra dei dodici giorni nel giugno 2025, accentuando il forte risentimento popolare verso il governo per aver dato priorità ai finanziamenti verso milizie estere (Hezbollah, Hamas) e agli armamenti, mentre il sistema sanitario e le infrastrutture civili (colpite da continui blackout) crollano. Adesso gli Usa minacciano di intervenire, se il regime uccide i manifestanti. Israele vede l’opportunità di dare il colpo di grazia agli ayatollah. Hacker occidentali aiutano i manifestanti a mantenere l’accesso a Internet nonostante i blackout imposti dal governo. Washington ha mobilitato aerei e rifornitori nelle basi regionali. Un intervento militare diretto (bombardamenti) sarebbe giustificato ufficialmente come “difesa dei diritti umani” o per prevenire la costruzione di un’arma nucleare in un momento di caos.

    Gli effetti di un intervento militare esterno sono un’incognita. Potrebbe impedire l’uso di aviazione o artiglieria pesante contro le folle (una sorta di No-Fly Zone). Oppure far perdere legittimità ai manifestanti. Il regime può usare l’intervento straniero per etichettare i manifestanti come “traditori” e “spie”, giustificando una repressione ancora più feroce come “difesa della patria”. Potrebbe provocare la caduta rapida del regime. Oppure, risvegliare il nazionalismo patriottico difensivo anche di chi odia il regime. Potrebbe dare supporto logistico, accesso a comunicazioni satellitari e fondi per gli scioperanti. Oppure, precipitare il paese nella guerra civile, trasformando l’Iran in una nuova Siria o una nuova Libia.

    I manifestanti chiedono al mondo supporto tecnologico: garantire la connessione a Internet. Sostituire le sanzioni che affamano la popolazione con sanzioni individuali durissime contro il regime. Pressione diplomatica per fermare le esecuzioni. Con oltre 2.000 esecuzioni nel 2025, i manifestanti vogliono che i negoziati (per il nucleare o altro) siano condizionati alla fine della pena di morte per i prigionieri politici. Ritiro degli ambasciatori europei da Teheran. No all’invasione. Un’invasione di terra o bombardamenti massicci sulle infrastrutture civili alienerebbero la popolazione. Sì allo “Scudo”. Molti chiedono che gli USA e Israele esercitino una pressione tale da impedire al regime di usare l’esercito regolare o l’aviazione contro i civili. Che l’esterno faccia da “deterrente” contro una strage di massa. I manifestanti chiedono al mondo di amplificare la protesta e frenare la repressione. Lasciando però al popolo iraniano il compito di decidere il destino dell’Iran.

  • La sinistra e Hamas

    La sinistra e Hamas

    Hannoun, il bambino e l’acqua sporca, Luigi Manconi sulla Repubblica del 30 dicembre 2025. L’autore dice le cose giuste sulla campagna della destra contro il mondo della solidarietà e la sinistra, accusati di correità con il terrorismo. Come le dice sulle criticità dell’inchiesta su Hannoun: chi ha ricevuto i finanziamenti e se davvero ha compiuto attività concrete di terrorismo.

    Nel dirle, muove anche un giusto rimprovero alla sinistra. Senza mettere “in discussione la più intransigente tutela dei diritti del popolo palestinese e la più severa critica delle politiche del governo israeliano”, egli afferma che “l’una e l’altra saranno tanto più limpidamente nette quanto più sarà sciolta ogni ambiguità verso il terrorismo di Hamas e degli altri gruppi jihadisti. Cosa che è ancora lontana dal realizzarsi”. Ossia il rifiuto che il terrorismo islamista possa essere considerato un mezzo di emancipazione, invece che un apparato dispotico e burocratico fine a se stesso. La strada da battere per lo Stato Palestinese è non solo diversa, ma totalmente alternativa a quella battuta da Hamas. Questo dobbiamo dire in ogni assemblea, manifestazione, talk show.

    In astratto e razionalmente la penso allo stesso modo. Bisognerebbe fare un’analisi sul perché la sinistra, o una sua parte, non agisce come suggerisce Luigi Manconi. Forse per effetto della polarizzazione. Come tanti filoisraeliani non si pongono il problema della leadership di Israele, tanti filopalestinesi non si pongono il problema della leadership della Palestina. Oppure per banali problemi di consenso, per cui si vuole rappresentare tutto il movimento senza rischiare di perderne un pezzo. Poi, per la stessa paura di perdere altri consensi, quando si pensa sia capitato un guaio, ci si precipita reattivamente a disconoscere e dissociarsi. Nel caso, sarebbero cattive motivazioni, con le quali, in un esercizio fin troppo facile, biasimiamo una parte del personale politico della sinistra per come e perché si muove. Tuttavia, c’è una questione che sovrasta queste motivazioni.

    La condanna del terrorismo di Hamas (l’attacco ai civili israeliani) è una presa di posizione politica e morale molto forte, che noi assumiamo da una posizione di autorità politica e morale molto debole. Perché, in assenza del terrorismo, della questione palestinese noi non ci occupiamo. Giusto predicare di battere una strada totalmente alternativa a quella di Hamas, ovvero democratica e pacifica e non dispotica e terroristica. Eppure, anni addietro è successo che persino Hamas ci abbia provato, proprio sotto la guida del famigerato Yahya Sinwar.

    Dal 30 marzo 2018 al 27 dicembre 2019, ogni venerdì, i palestinesi di Gaza hanno organizzato la Grande Marcia del Ritorno, una manifestazione pacifica ai confini di Israele per ricordare la Nakba e chiedere la fine del blocco di Gaza. Una manifestazione settimanale che non ha ucciso nessuno, né militare né civile, ma che è costata ai palestinesi centinaia di morti e migliaia di feriti e mutilati. Perché, quale che sia la forma di lotta palestinese, la reazione israeliana è la repressione. Addirittura, Haaretz pubblicò un’inchiesta il 6 marzo 2020 nella quale raccoglieva le testimonianze dei soldati israeliani che raccontavano delle gare tra loro, con tanto di punteggi e premi formalizzati, tra chi sapeva colpire meglio e di più le ginocchia dei bambini palestinesi.

    Quando succedeva questo, noi che abbiamo il dovere di dire senza ambiguità quale deve essere la giusta via per giungere allo Stato Palestinese, cosa facevamo? Eravamo presi dalle nostre pur importanti vicende. C’era il governo giallo-verde, poi quello giallo-rosso, Salvini era al 40%, Renzi si preparava alla scissione dal PD. Difficile tornare a quegli anni e trovare sulle nostre pagine dei post a sostegno delle manifestazioni pacifiche dei palestinesi. Non ci siamo neanche accorti che ci fossero. Poi, il 7 ottobre ci siamo risvegliati. Come ci risvegliamo ogni volta che il conflitto israelo-palestinese, un conflitto a bassa intensità, passa a una fase di intensità più alta, in genere a seguito di un atto di terrorismo più grave dei precedenti, con conseguente rappresaglia israeliana indiscriminata e sproporzionata. Quindi condanniamo il terrorismo. Una condanna che somiglia al lancio della sveglia quando i più iracondi interrompono il sonno al mattino.

    Questo è il primo problema. Poi ce n’è un secondo. Qual è il dispositivo della nostra condanna? In modo molto opportuno, Luigi Manconi premette che la condanna al terrorismo di Hamas non mette “in discussione la più intransigente tutela dei diritti del popolo palestinese e la più severa critica delle politiche del governo israeliano”. Queste politiche sono l’occupazione, la colonizzazione, la segregazione, il blocco, la detenzione in via amministrativa di migliaia di persone, la tortura, i massacri di massa, l’uso della fame come strumento di guerra. Politiche che meritano la “più severa critica”. Perché allora le politiche di Hamas meritano non la “più severa critica”, ma la messa al bando? Un bel editoriale contro il governo di Israele, una dura legge contro Hamas.

    Un tale squilibrio e la debole posizione di autorità politica e morale della sinistra rispetto al conflitto mediorientale hanno il loro peso nel rendere il discorso della sinistra poco limpido e disinvolto nell’esprimere anche le giuste critiche nei confronti della leadership e delle forme di lotta della resistenza palestinese. Comunque, va ricordato che, dopo il 7 ottobre, per molti mesi, forse più di un anno, la retorica della maggioranza di sinistra andava nel senso di dare per scontato che fosse giusto eliminare Hamas, lo dichiarava persino, e le sue esternazioni più o meno recitavano così: “Hamas va eliminato, Israele ha il diritto di difendersi, ma deve farlo nei limiti e nel rispetto del diritto internazionale”. La retorica di sinistra si è radicalizzata in senso filopalestinese soltanto nella scorsa primavera, quando si è radicalizzato l’orientamento dell’opinione pubblica e si è affermata a livello internazionale l’accusa a Israele di genocidio.


    La nuova strategia dei palestinesi
    Catherine Cornet, giornalista e ricercatrice
    Internazionale, 5 aprile 2018

    Gaza, un anno dopo le proteste: “Continue violazioni del diritto internazionale umanitario”
    amnesty.it 30 marzo 2019

    ’42 Knees in One Day’: Israeli Snipers Open Up About Shooting Gaza Protesters
    Haaretz, Hilo Glazer, 6 march 2020

  • Le vere colpe del mondo nel disastro palestinese

    Mohammad Hannoun

    “Le colpe del mondo nel disastro palestinese” è il titolo scelto da Mattia Feltri per commentare l’inchiesta su Mohammad Hannoun e, più in generale, il sistema degli aiuti a Gaza. È un titolo che compie un’operazione di spostamento della responsabilità radicale. Se il “mondo” (attraverso gli aiuti e la cecità politica) è il colpevole, allora i soggetti attivi del conflitto — chi occupa, chi bombarda, chi lancia razzi, chi nega i diritti fondamentali — passano in secondo piano o diventano semplici comparse di un disastro alimentato dall’esterno.

    Chiamando in causa “il mondo”, Feltri relativizza le responsabilità dirette. Se il disastro è causato dalla beneficenza occidentale che foraggia Hamas, allora le politiche di Israele (occupazione, espansione degli insediamenti, blocchi) non sono più la causa della “sventura di un popolo”, ma solo una reazione a un problema foraggiato da noi. Hamas non è un attore politico nato da un contesto specifico, ma un parassita che sopravvive solo grazie all’ossigeno delle ONG.

    La falsa equidistanza tra destra e sinistra

    L’articolo si apre con un falso esercizio di equidistanza tra destra e sinistra, per sembrare super partes. Tuttavia, è una simmetria solo apparente. Alla destra rimprovera un peccato di “stile” (usare la vicenda per fare propaganda sui social). Alla sinistra rimprovera un peccato di “sostanza” (aver favorito, per cecità o stupidità, un presunto finanziatore del terrorismo). In questo modo, sposta l’asticella: la destra è “poco elegante”, ma la sinistra è pericolosamente ingenua. L’articolo colpisce quindi duramente i politici di sinistra che hanno ospitato Hannoun.

    Ma, se da un lato la prudenza è d’obbligo, dall’altro la politica ha il compito di dialogare con i rappresentanti delle comunità. Se un soggetto non ha condanne definitive e presiede associazioni legalmente riconosciute in Italia, l’accusa di “zona grigia” rischia di diventare un processo alle intenzioni retroattivo, basato su sviluppi giudiziari emersi solo successivamente.

    Le liste nere come verità

    Si sostiene che bisognava prendere sul serio l’iscrizione di Hannoun e della sua associazione nelle liste nere di Stati Uniti e Israele, perché si tratta di due democrazie. Allo stesso modo, si invita a rivalutare le prese di posizione della destra italiana ostili ai progetti di Hannoun. Qui Feltri presenta le intelligence di USA e Israele come fonti neutrali in quanto “democratiche”. Ignora che le liste nere sono strumenti di politica estera. Un’organizzazione può essere inserita in una lista non solo per atti terroristici accertati, ma per affiliazione politica o per pressione diplomatica. Chiede poi alla sinistra italiana di abdicare alla propria autonomia di giudizio e di “prendere sul serio la destra”, che in questo schema diventa l’unica depositaria della verità solo perché allineata a una delle parti in causa.

    La generalizzazione: gli aiuti aiutano il terrorismo

    Il passaggio successivo è la generalizzazione: gli aiuti ai palestinesi finiscono a Hamas; gli aiuti che finiscono a Hamas sono aiuti al terrorismo armato. Da qui, la conclusione non dichiarata ma chiarissima: continuare ad aiutare è inutile, se non addirittura dannoso. Non viene proposta alcuna alternativa – né canali diversi, né controlli migliori, né forme di distribuzione autonome – ma solo una delegittimazione complessiva della solidarietà. Questa catena logica è fragile.

    È possibile, che una parte degli aiuti venga intercettata o strumentalizzata. Ma cosa significa, esattamente, “finire a Hamas”? Israele adotta una definizione estremamente estesa di terrorismo e complicità con il terrorismo. Considera terrorismo anche l’assistenza alle famiglie dei sospetti terroristi, e demolisce sistematicamente le loro case come forma di punizione collettiva, colpendo nuclei familiari che non sono affatto “famiglie terroriste”. Queste persone hanno bisogno di un tetto, di cibo, di assistenza. Finanziare quell’assistenza è terrorismo? Dal punto di vista israeliano, spesso sì. È dunque possibile che le segnalazioni israeliane contengano elementi di verità, ma all’interno di una cornice politica che trasforma l’aiuto umanitario in sospetto permanente. Assumerla senza mediazioni, come fa Feltri, non significa essere realistici. Significa adottare integralmente lo sguardo di una delle parti in conflitto e usarlo per colpire non Hamas, ma la solidarietà stessa.

    Gli aiuti rubati: il dato manipolato

    Nell’articolo di Feltri, va messa a fuoco in particolare un’affermazione. “L’Onu ha ammesso che l’80/90 per cento degli aiuti indirizzati a Gaza sono sequestrati da Hamas, o da altre bande di tagliagole, per alimentare il mercato nero, arricchirsi, armarsi, tenere la popolazione sotto dominio”. Questa affermazione è fuorviante: si fonda su una verità parziale per costruire una bugia. Secondo dati UN2720, l’85% degli aiuti entrati nella Striscia tra maggio e luglio 2025 sarebbe stato dirottato da bande armate e poi rivenduto sul mercato nero. Il risultato? Dei circa 2.000 camion passati in quei due mesi, solo 200 avrebbero raggiunto effettivamente la popolazione affamata.

    Ma la sola enfatizzazione di questi dati omette un altro dato fondamentale. Per evitare la carestia, secondo OCHA (Ufficio ONU per gli Affari Umanitari), a Gaza dovrebbero entrare almeno 500 camion di aiuti al giorno. Invece, sempre i dati UN2720 rivelano che ne sono entrati in media solo 33 al giorno – meno del 7% del fabbisogno minimo. Dunque, quell’85% di aiuti “rubati” non si riferisce alla totalità degli aiuti necessari, ma a una minuscola frazione di ciò che Israele ha permesso di far passare.

    Quindi, è proprio il blocco israeliano a creare le condizioni affinché avvengano i saccheggi. È la legge del mercato nero. Se il mondo invia 500 camion e ne entrano 500, il mercato nero non ha spazio per esistere perché i beni sono abbondanti o almeno sufficienti. Se ne entrano solo 33 (il 7% del fabbisogno), il bene diventa oro. In un contesto di carestia indotta, il controllo dei pochi viveri diventa l’unico vero potere. Israele, limitando l’afflusso, non “protegge” gli aiuti da Hamas, ma crea il terreno fertile perché bande armate e clan (non necessariamente Hamas, spesso semplici gang nate dal vuoto di potere) se ne impossessino.

    Causa ed effetto: la vera colpa del mondo

    Se si vogliono davvero cercare “le colpe del mondo nel disastro palestinese”, la prima non è l’eccesso di aiuti né la cattiva coscienza occidentale. È l’impunità strutturale di Israele, garantita per decenni da Stati Uniti ed Europa. Un’impunità che ha permesso l’occupazione permanente, l’assedio, il controllo totale su confini, risorse e sopravvivenza, la sistematica violazione del diritto internazionale, il massacro di decine di migliaia di persone senza conseguenze reali. Attribuire il disastro palestinese al modo in cui il mondo aiuta significa rovesciare causa ed effetto. Gli aiuti non sono la causa della dipendenza, ma il risultato di un sistema che impedisce ai palestinesi di vivere senza aiuti. Se il mondo è colpevole, lo è prima di tutto per ciò che tollera, non per ciò che finanzia.

  • Gaza: finita la carestia, grave l’insicurezza alimentare

    Gaza: carestia finita, grave insicurezza alimentare

    L’analisi IPC (Integrated Food Security Phase Classification) di dicembre 2025 conferma che nessuna area di Gaza è attualmente classificata in stato di carestia, grazie al cessate il fuoco di ottobre e al miglioramento dell’accesso umanitario e commerciale. Tuttavia, i progressi sono estremamente fragili.

    1,6 milioni di persone (77% della popolazione) affrontano gravi livelli di insicurezza alimentare. Oltre 100.000 bambini e 37.000 donne incinte o in allattamento soffrono di malnutrizione acuta. Più di 730.000 persone sono state sfollate dopo il cessate il fuoco.

    Quattro governatorati (Gaza Nord, Governatorato di Gaza, Deir al-Balah e Khan Younis) restano classificati in fase di emergenza (fase 4 IPC) fino ad aprile 2026, con ampie carenze alimentari e rischio elevato di mortalità.

    Il 79% delle famiglie non può permettersi cibo o acqua potabile. Gli alimenti nutrienti, soprattutto proteici, restano scarsi e costosi. Nessun bambino raggiunge la diversità alimentare minima, due terzi consumano solo uno o due gruppi alimentari.

    Le infrastrutture sono distrutte: sistemi fognari danneggiati, approvvigionamento idrico inaffidabile, rifugi sovraffollati. Questo alimenta epidemie di infezioni respiratorie, diarrea e malattie cutanee, specialmente tra i bambini. Solo il 50% delle strutture sanitarie è parzialmente funzionante.

    FAO, UNICEF, WFP e OMS chiedono accesso umanitario e commerciale sostenuto, rimozione delle restrizioni sulle importazioni essenziali (inclusi input agricoli e forniture mediche), aumento immediato dei finanziamenti e riattivazione della produzione alimentare locale.

    Senza azioni decisive, la carestia può tornare rapidamente.


    Fonti

    Le Agenzie ONU accolgono con favore la notizia che la carestia è terminata nella Striscia di Gaza, ma avvertono che i fragili progressi potrebbero essere vanificati senza un sostegno maggiore e costante
    Unicef, 19 dicembre 2025

    UN agencies welcome news that famine has been pushed back in the Gaza Strip, but warn fragile gains could be reversed without increased and sustained support
    FAO, UNICEF, WFP and WHO say hunger, malnutrition, disease and the scale of agricultural destruction remain alarmingly high
    FAO, 19/12/2025

    Gaza Strip: Acute Food Insecurity Situation for 16 October – 30 November 2025 and Projection for 1 December 2025 – 15 April 2026
    IPC Analisys Portal, 19/12/2025

  • Gaza a due mesi dal cessate il fuoco

    Gaza a due mesi dal cessate il fuoco

    Dalla dichiarazione del cessate il fuoco a Gaza, il 10 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso più di 360 palestinesi, di cui 140 minorenni e 70 bambini. Questo significa una media di 7 palestinesi uccisi al giorno – un numero drasticamente ridotto rispetto ai 90 al giorno durante i due anni di guerra, ma che in qualsiasi altro contesto farebbe riconoscere un conflitto attivo. L’IDF continua a sparare a vista attorno alle sue posizioni e in prossimità della “linea gialla” che delimita la zona occupata.

    Secondo l’accordo, Israele doveva occupare il 53% di Gaza, ma l’IDF ha esteso il controllo al 58%. La zona verde occupata da Israele contiene la maggior parte delle terre fertili ed è l’unica area dove sarà consentita la ricostruzione. La zona rossa, fatta di dune di sabbia costiera dove sono accalcati due milioni di palestinesi, rimarrebbe in rovina. Secondo i piani dell’esercito statunitense, questa divisione potrebbe essere a tempo indeterminato.

    La proposta di Trump prevedeva, dopo lo scambio di ostaggi e prigionieri, il ritiro israeliano e l’arrivo di una forza internazionale di stabilizzazione. Tuttavia questa fase è rimasta nel vago. Israele non procederà finché Hamas non restituirà l’ultimo corpo degli ostaggi deceduti e non disarmerà completamente. Hamas ha restituito tutti i corpi tranne uno ed è disposta a cedere solo le armi offensive, ma non a Israele. Nessun paese è disposto a disarmare Hamas contro la sua volontà.

    Israele e gli Stati Uniti prevedono solo “comunità alternative sicure” – campi recintati con unità prefabbricate o container, bagni e docce comunitari condivisi – invece della ricostruzione delle comunità palestinesi. I palestinesi sarebbero ipercontrollati per escludere chiunque abbia collegamenti con Hamas. Le organizzazioni umanitarie e i paesi europei si sono rifiutati di partecipare perché questi campi potrebbero violare il diritto internazionale e costituire uno strumento di sfollamento coercitivo.

    Il progetto pilota pianificato per Rafah ospiterà solo 25.000 persone (l’1% della popolazione) e richiederà almeno sei mesi prima che i primi palestinesi possano trasferirsi, dopo la rimozione delle montagne di macerie disseminate di bombe inesplose.

    I 2,2 milioni di palestinesi rimangono confinati nel 42% del loro territorio. Nove su dieci sono senza casa – i dati satellitari mostrano che l’81% delle abitazioni è stato distrutto o gravemente danneggiato. La maggior parte vive in tende vulnerabili all’inverno. A novembre, due forti acquazzoni hanno allagato i campi tendati (l’acqua proveniva anche dalle fosse fognarie traboccanti), spazzando via centinaia o migliaia di rifugi. Si è registrato un aumento significativo di diarrea acquosa acuta nei bambini.

    Le consegne di aiuti sono aumentate da 91 a 133 camion al giorno, con meno saccheggi rispetto a prima. Tuttavia l’afflusso totale resta sotto la media prebellica di 600 camion al giorno, mentre i bisogni sono aumentati esponenzialmente. L’Unrwa, la più grande agenzia umanitaria, è stata bandita da Israele.

    Stati europei e arabi hanno sostenuto le proposte di Trump per mantenere gli USA impegnati e dare legittimità al processo. Ma gli osservatori avvertono che senza progressi significativi nel processo di pace, la comunità internazionale rischia di rendersi complice nel mantenere i palestinesi in condizioni disumane, in violazione del diritto umanitario.


    ‘Bloodshed was supposed to stop’: no sign of normal life as Gaza’s killing and misery grind on
    Seham Tantesh in Gaza, Julian Borger and Emma Graham-Harrison in Jerusalem
    The Guardian, Sat 6 Dec 2025

  • Il ddl Delrio come operazione di politica interna

    Nel post precedente abbiamo visto che il ddl Delrio, per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo, può minacciare la libertà di espressione perché assume la definizione dell’IHRA, la quale sovrappone antisemitismo e antisionismo. Adesso vediamo come il ddl Delrio si presti a un’operazione di politica interna.

    La dinamica interna al PD

    Il ddl è stato presentato dai senatori firmatari in modo del tutto autonomo, senza prima tentare di coinvolgere il gruppo del PD al Senato. Francesco Boccia, presidente dei senatori PD, ha dovuto chiarire pubblicamente che il ddl Delrio non è una iniziativa del partito, ma una iniziativa personale dei proponenti.

    I firmatari appartengono tutti alla corrente “riformista” del PD: Delrio, Malpezzi, Alfieri, Bazoli, Casini, Rojc, Sensi, Verini, Zampa, Lorenzin, Lombardo. Sono gli ex renziani, che si oppongono alla segreteria di Elly Schlein e all’alleanza con il M5S e AVS, mentre sono favorevoli a un riposizionamento centrista del PD in alleanza con Renzi, Calenda, Marattin e in prospettiva anche con Forza Italia.

    Lo scenario politico possibile

    Proprio il capogruppo al Senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, ha presentato un ddl simile a quello di Delrio e si è detto disponibile a discuterne con lui, per approvare la legge entro il 27 gennaio, il Giorno della Memoria. Dal canto suo, Graziano Delrio, riguardo al pubblico disconoscimento di Francesco Boccia, ha dichiarato al Corriere della Sera: «Su questo punto non torno indietro. Sui diritti delle persone non si possono fare calcoli di partito» (…) «perché è indice di un clima che si respira non solo nella sinistra ma nel Paese».

    Lo scenario che si profila è una legge controversa approvata con una maggioranza trasversale composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Italia Viva, Azione e i “riformisti” del PD, che lascia in minoranza PD, AVS e M5S. Sarebbe una spaccatura del Partito Democratico come quella già vissuta a marzo al Parlamento Europeo quando il piano ReArm Europe (un programma europeo di riarmo e rafforzamento dell’industria militare) ha avuto il consenso di dieci eurodeputati “riformisti”, nonostante il gruppo europarlamentare con Elly Schlein avesse deciso l’astensione.

    La strategia dell’ala riformista

    La mossa “riformista” sembra voler mettere in difficoltà Elly Schlein, proprio dopo che la segretaria del PD è uscita rafforzata dai risultati delle recenti elezioni regionali in Campania e Puglia, che hanno consolidato la linea del “campo largo”. Se il ddl non viene ritirato o modificato sostanzialmente, il PD di Elly Schlein si troverà davanti a tre alternative, tutte rischiose:

    1. Votare contro o astenersi e subire l’accusa di essere contraria o tiepida sulla lotta all’antisemitismo, soprattutto se il voto avviene il 27 gennaio, Giorno della Memoria.
    2. Votare a favore e alienarsi le simpatie della base del partito, del movimento in solidarietà con i palestinesi, degli alleati (M5S e AVS), degli intellettuali e di tutte le persone contrarie alla legge.
    3. Lasciare libertà di coscienza e ritrovarsi il partito pubblicamente spaccato su un tema moralmente sensibile, mostrando debolezza e divisione interna.

    Qualsiasi scelta faccia, rischia di essere perdente o comunque di esporsi a forti critiche.

    L’Italia è un paese che conta poco nelle relazioni internazionali, senza idee chiare sui suoi interessi nazionali, di conseguenza con una linea di politica estera debole. Perciò, nella tradizione italiana, soprattutto dopo la cosiddetta Prima Repubblica, i temi di politica estera o di respiro globale sono usati in funzione dei posizionamenti di politica interna.

    Il conflitto israelo-palestinese è particolarmente adatto a questo uso strumentale perché è emotivamente carico e divisivo; permette di usare accuse morali pesantissime (“antisemita”, “complice del genocidio”); tocca temi identitari profondi (memoria della Shoah, diritti umani, anticolonialismo); attrae consensi in settori specifici dell’elettorato: moderato e atlantista da un lato, sinistra umanitaria e antagonista dall’altro.

    Così l’ala “riformista” del PD sta usando questo tema per marcare una differenza netta con Elly Schlein, la maggioranza del partito e con gli alleati M5S/AVS; costruire una propria credibilità presso l’elettorato moderato e atlantista; aprire spazi di collaborazione con il centro e il centrodestra moderato; rendere politicamente insostenibile l’alleanza con M5S e AVS su un conflitto lacerante; indebolire la segreteria Schlein e riposizionare il partito.

    Le missioni in Israele e in Cisgiordania: la frattura del PD

    Il ddl Delrio non è una iniziativa isolata della corrente “riformista”.

    Il 2 dicembre 2025, Piero Fassino, deputato PD ed ex segretario dei DS, ha partecipato insieme a Paolo Formentini (Lega) e Andrea Orsini (Forza Italia) a una missione parlamentare istituzionale in Israele, promossa dal Gruppo di coordinamento del Protocollo di Cooperazione tra Knesset e Camera dei Deputati. Dal Parlamento israeliano, si è collegato in video a una conferenza stampa alla Camera italiana, organizzata dall’Unione Associazioni Italia-Israele, per un saluto e un aggiornamento sui colloqui in corso.

    Fassino ha descritto Israele come “una società aperta, una società libera, una società democratica”, sottolineando che ha una dialettica democratica anche su “questi due anni” e le sue prospettive. Ma Fassino non ha menzionato Gaza e le critiche alle politiche del governo Netanyahu, focalizzandosi invece sulla necessità di “una relazione forte tra Italia e Israele” e sul rispetto delle “valutazioni diverse” sulle scelte governative israeliane.

    La segretaria Elly Schlein, che solo poche settimane prima aveva criticato i rapporti militari Italia-Israele sotto il governo Meloni, non ha commentato, ma il responsabile Esteri Giuseppe Provenzano ha preso le distanze: “Non si trattava di una missione del Partito democratico”, precisando che le posizioni del PD rimangono “molto chiare, a partire dalla denuncia della torsione autoritaria ed estremista del governo Netanyahu”.

    L’evento è stato quasi contemporaneo alla missione di Laura Boldrini (23-28 novembre 2025) in Cisgiordania, che ha guidato una delegazione parlamentare del Partito Democratico composta da sei membri: oltre a lei, Mauro Berruto, Ouidad Bakkali, Sara Ferrari, Valentina Ghio e Andrea Orlando. L’obiettivo era monitorare la situazione umanitaria nei Territori Palestinesi Occupati, con visite a luoghi come Gerusalemme Est, Gerico e altri siti.

    Laura Boldrini ha riferito esperienze di “intimidazioni” e “soppressione di libertà” da parte delle autorità israeliane, inclusi interrogatori all’arrivo in aeroporto in Israele e blocchi ai checkpoint in Cisgiordania. Questo ha accentuato le divisioni nel PD: da un lato, l’ala più vicina a Schlein e Boldrini critica duramente Netanyahu (parlando di “pulizia etnica” e chiedendo la fine dei rapporti militari); dall’altro, figure come Fassino (legato a “Sinistra per Israele”) enfatizzano il dialogo istituzionale e la natura democratica di Israele, senza affrontare le accuse di violazioni dei diritti umani.

    Due missioni con parlamentari dello stesso partito, nello stesso periodo, con messaggi completamente opposti. Il contestato ddl sull’antisemitismo a firma Delrio, che rischia di equiparare critiche a Israele a forme di odio, si inserisce in questo quadro di tensioni già evidenti e strutturali.

    L’uso strumentale dell’antisemitismo

    Se l’antisemitismo diventa uno strumento di lotta politica interna piuttosto che un problema da affrontare seriamente, il risultato sarà duplice: non si contrasterà efficacemente l’antisemitismo reale, e si avveleneranno ulteriormente i pozzi del dibattito pubblico.

    La lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione dovrebbe unire le forze democratiche, non dividerle. Quando diventa un’arma per colpire gli avversari politici interni, perde la sua legittimità morale e diventa pura strumentalizzazione.

    Questo è esattamente ciò che sta accadendo con il disegno di legge Delrio: una battaglia politica interna al centrosinistra mascherata da impegno contro l’antisemitismo, con il rischio concreto di una rottura definitiva consumata simbolicamente nel Giorno della Memoria.