Il 3 dicembre 2025, la Camera dei Deputati ha approvato la legge sul consenso informato per l’educazione sessuale nelle scuole, con i voti favorevoli dei partiti di centrodestra e il voto contrario delle opposizioni. La legge stabilisce il divieto dell’educazione sessuale nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole elementari. Mentre prevede che le scuole medie e superiori debbano ottenere il consenso informato preventivo dei genitori, o degli studenti se maggiorenni, prima di svolgere qualsiasi attività che tratti temi legati alla sessualità.
L’educazione sessuo-affettiva nelle scuole può dare benefici concreti. Aiuta i giovani a conoscere il proprio corpo e i cambiamenti della pubertà; fornisce informazioni corrette su contraccezione e malattie sessualmente trasmissibili; insegna il valore del consenso e del rispetto nelle relazioni. Può contribuire a contrastare stereotipi e discriminazioni, educare alle emozioni e proteggere dall’abuso. In un’epoca in cui i ragazzi accedono facilmente a contenuti online fuorvianti, la scuola può offrire un riferimento educativo affidabile.
Nei paesi dove si è introdotta l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, come Germania, Olanda, Svezia, tra gli adolescenti si sono ridotte le gravidanze indesiderate, la malattie sessuo-trasmissibili, sono aumentate le denunce di abusi e violenze, finalmente riconosciute come tali, si è ritardato l’esordio sessuale medio di alcuni mesi, è maturato un approccio più responsabile al sesso.
Eppure questo tema polarizza il dibattito politico. La sinistra la rivendica, la destra la ostacola o cerca di contenerla. Le ragioni sono diverse. I conservatori ritengono che certi argomenti debbano rimanere competenza esclusiva della famiglia, perché temono che la scuola possa trasmettere valori in contrasto con quelli familiari. Alcune posizioni conservatrici si legano a valori religiosi tradizionali sulla sessualità e i ruoli di genere. Particolarmente controversa è l’educazione sulle identità di genere e gli orientamenti sessuali: i conservatori temono possa confondere i giovani, i progressisti, invece, la considerano essenziale per l’inclusione. C’è disaccordo su cosa sia appropriato insegnare e a quale età.
Tuttavia, quando la sinistra afferma che contro la violenza non basta la repressione, serve anche la prevenzione, rischia di caricare l’educazione sessuo-affettiva di aspettative eccessive. La violenza non è solo mancanza di educazione. È un rapporto di potere radicato in strutture storiche e di sistema. Qualche ora di lezione a scuola difficilmente può smantellare dinamiche così profonde.
Una prevenzione efficace richiede qualcosa di molto più impegnativo: una lotta per riequilibrare i rapporti di potere tra i sessi. Significa politiche del lavoro che garantiscano autonomia economica alle donne, contrasto alle disparità salariali, redistribuzione del carico di cura, rappresentanza paritaria nei luoghi decisionali, decostruzione dei modelli culturali patriarcali. È un lavoro generazionale che attraversa l’economia, la politica, la cultura.
Investire con forza sulla prevenzione educativa può anche diventare, paradossalmente, un modo per evitare interventi più difficili, che implicano un conflitto più duro. Non contro la destra o contro l’integralismo cattolico, ma contro il privilegio maschile. È più facile dire “educhiamo i ragazzi” che affrontare e correggere i rapporti di potere tra i sessi nella società, nella sfera pubblica e nelle relazioni interpersonali. L’educazione è utile e può essere un tassello importante, specie se affronta esplicitamente le dinamiche di potere. Ma presentarla come la soluzione rischia di essere illusorio e deresponsabilizzante rispetto agli interventi strutturali necessari.
Nel post precedente abbiamo visto che il ddl Delrio, per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo, può minacciare la libertà di espressione perché assume la definizione dell’IHRA, la quale sovrappone antisemitismo e antisionismo. Adesso vediamo come il ddl Delrio si presti a un’operazione di politica interna.
La dinamica interna al PD
Il ddl è stato presentato dai senatori firmatari in modo del tutto autonomo, senza prima tentare di coinvolgere il gruppo del PD al Senato. Francesco Boccia, presidente dei senatori PD, ha dovuto chiarire pubblicamente che il ddl Delrio non è una iniziativa del partito, ma una iniziativa personale dei proponenti.
I firmatari appartengono tutti alla corrente “riformista” del PD: Delrio, Malpezzi, Alfieri, Bazoli, Casini, Rojc, Sensi, Verini, Zampa, Lorenzin, Lombardo. Sono gli ex renziani, che si oppongono alla segreteria di Elly Schlein e all’alleanza con il M5S e AVS, mentre sono favorevoli a un riposizionamento centrista del PD in alleanza con Renzi, Calenda, Marattin e in prospettiva anche con Forza Italia.
Lo scenario politico possibile
Proprio il capogruppo al Senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, ha presentato un ddl simile a quello di Delrio e si è detto disponibile a discuterne con lui, per approvare la legge entro il 27 gennaio, il Giorno della Memoria. Dal canto suo, Graziano Delrio, riguardo al pubblico disconoscimento di Francesco Boccia, ha dichiarato al Corriere della Sera: «Su questo punto non torno indietro. Sui diritti delle persone non si possono fare calcoli di partito» (…) «perché è indice di un clima che si respira non solo nella sinistra ma nel Paese».
Lo scenario che si profila è una legge controversa approvata con una maggioranza trasversale composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Italia Viva, Azione e i “riformisti” del PD, che lascia in minoranza PD, AVS e M5S. Sarebbe una spaccatura del Partito Democratico come quella già vissuta a marzo al Parlamento Europeo quando il piano ReArm Europe (un programma europeo di riarmo e rafforzamento dell’industria militare) ha avuto il consenso di dieci eurodeputati “riformisti”, nonostante il gruppo europarlamentare con Elly Schlein avesse deciso l’astensione.
La strategia dell’ala riformista
La mossa “riformista” sembra voler mettere in difficoltà Elly Schlein, proprio dopo che la segretaria del PD è uscita rafforzata dai risultati delle recenti elezioni regionali in Campania e Puglia, che hanno consolidato la linea del “campo largo”. Se il ddl non viene ritirato o modificato sostanzialmente, il PD di Elly Schlein si troverà davanti a tre alternative, tutte rischiose:
Votare contro o astenersi e subire l’accusa di essere contraria o tiepida sulla lotta all’antisemitismo, soprattutto se il voto avviene il 27 gennaio, Giorno della Memoria.
Votare a favore e alienarsi le simpatie della base del partito, del movimento in solidarietà con i palestinesi, degli alleati (M5S e AVS), degli intellettuali e di tutte le persone contrarie alla legge.
Lasciare libertà di coscienza e ritrovarsi il partito pubblicamente spaccato su un tema moralmente sensibile, mostrando debolezza e divisione interna.
Qualsiasi scelta faccia, rischia di essere perdente o comunque di esporsi a forti critiche.
L’Italia è un paese che conta poco nelle relazioni internazionali, senza idee chiare sui suoi interessi nazionali, di conseguenza con una linea di politica estera debole. Perciò, nella tradizione italiana, soprattutto dopo la cosiddetta Prima Repubblica, i temi di politica estera o di respiro globale sono usati in funzione dei posizionamenti di politica interna.
Il conflitto israelo-palestinese è particolarmente adatto a questo uso strumentale perché è emotivamente carico e divisivo; permette di usare accuse morali pesantissime (“antisemita”, “complice del genocidio”); tocca temi identitari profondi (memoria della Shoah, diritti umani, anticolonialismo); attrae consensi in settori specifici dell’elettorato: moderato e atlantista da un lato, sinistra umanitaria e antagonista dall’altro.
Così l’ala “riformista” del PD sta usando questo tema per marcare una differenza netta con Elly Schlein, la maggioranza del partito e con gli alleati M5S/AVS; costruire una propria credibilità presso l’elettorato moderato e atlantista; aprire spazi di collaborazione con il centro e il centrodestra moderato; rendere politicamente insostenibile l’alleanza con M5S e AVS su un conflitto lacerante; indebolire la segreteria Schlein e riposizionare il partito.
Le missioni in Israele e in Cisgiordania: la frattura del PD
Il ddl Delrio non è una iniziativa isolata della corrente “riformista”.
Il 2 dicembre 2025, Piero Fassino, deputato PD ed ex segretario dei DS, ha partecipato insieme a Paolo Formentini (Lega) e Andrea Orsini (Forza Italia) a una missione parlamentare istituzionale in Israele, promossa dal Gruppo di coordinamento del Protocollo di Cooperazione tra Knesset e Camera dei Deputati. Dal Parlamento israeliano, si è collegato in video a una conferenza stampa alla Camera italiana, organizzata dall’Unione Associazioni Italia-Israele, per un saluto e un aggiornamento sui colloqui in corso.
Fassino ha descritto Israele come “una società aperta, una società libera, una società democratica”, sottolineando che ha una dialettica democratica anche su “questi due anni” e le sue prospettive. Ma Fassino non ha menzionato Gaza e le critiche alle politiche del governo Netanyahu, focalizzandosi invece sulla necessità di “una relazione forte tra Italia e Israele” e sul rispetto delle “valutazioni diverse” sulle scelte governative israeliane.
La segretaria Elly Schlein, che solo poche settimane prima aveva criticato i rapporti militari Italia-Israele sotto il governo Meloni, non ha commentato, ma il responsabile Esteri Giuseppe Provenzano ha preso le distanze: “Non si trattava di una missione del Partito democratico”, precisando che le posizioni del PD rimangono “molto chiare, a partire dalla denuncia della torsione autoritaria ed estremista del governo Netanyahu”.
L’evento è stato quasi contemporaneo alla missione di Laura Boldrini (23-28 novembre 2025) in Cisgiordania, che ha guidato una delegazione parlamentare del Partito Democratico composta da sei membri: oltre a lei, Mauro Berruto, Ouidad Bakkali, Sara Ferrari, Valentina Ghio e Andrea Orlando. L’obiettivo era monitorare la situazione umanitaria nei Territori Palestinesi Occupati, con visite a luoghi come Gerusalemme Est, Gerico e altri siti.
Laura Boldrini ha riferito esperienze di “intimidazioni” e “soppressione di libertà” da parte delle autorità israeliane, inclusi interrogatori all’arrivo in aeroporto in Israele e blocchi ai checkpoint in Cisgiordania. Questo ha accentuato le divisioni nel PD: da un lato, l’ala più vicina a Schlein e Boldrini critica duramente Netanyahu (parlando di “pulizia etnica” e chiedendo la fine dei rapporti militari); dall’altro, figure come Fassino (legato a “Sinistra per Israele”) enfatizzano il dialogo istituzionale e la natura democratica di Israele, senza affrontare le accuse di violazioni dei diritti umani.
Due missioni con parlamentari dello stesso partito, nello stesso periodo, con messaggi completamente opposti. Il contestato ddl sull’antisemitismo a firma Delrio, che rischia di equiparare critiche a Israele a forme di odio, si inserisce in questo quadro di tensioni già evidenti e strutturali.
L’uso strumentale dell’antisemitismo
Se l’antisemitismo diventa uno strumento di lotta politica interna piuttosto che un problema da affrontare seriamente, il risultato sarà duplice: non si contrasterà efficacemente l’antisemitismo reale, e si avveleneranno ulteriormente i pozzi del dibattito pubblico.
La lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione dovrebbe unire le forze democratiche, non dividerle. Quando diventa un’arma per colpire gli avversari politici interni, perde la sua legittimità morale e diventa pura strumentalizzazione.
Questo è esattamente ciò che sta accadendo con il disegno di legge Delrio: una battaglia politica interna al centrosinistra mascherata da impegno contro l’antisemitismo, con il rischio concreto di una rottura definitiva consumata simbolicamente nel Giorno della Memoria.
Un articolo di Alessandro Ferretti invita a guardare la violenza nei cortei non come frutto di infiltrazioni o idiozie individuali, ma come espressione politica di persone reali, spesso ferite, arrabbiate o spinte da una razionalità alternativa. Il richiamo è utile contro le spiegazioni stereotipate. Ma la sua analisi, nel tentativo di superare una narrazione parziale, ne propone un’altra altrettanto parziale.
Le infiltrazioni sono una pratica documentata delle polizie di molti Paesi, Italia compresa: dalle schedature preventive di Genova 2001, alle infiltrazioni No Tav, alle operazioni sotto copertura nei movimenti climatici. Che molti se ne servano in modo automatico o complottista non implica che la dinamica sia immaginaria.
L’articolo presenta chi rompe vetrine o attacca obiettivi come un soggetto lacerato da anni di rabbia repressa, oppure animato da una razionalità militante. È una possibilità, ma non l’unica. Esistono altre motivazioni: performance di mascolinità, ricerca di status all’interno del gruppo; adrenalina e identità di piazza; conflittualità pre-politica o tribale; cultura del “corpo a corpo” elevata a rito identitario; volontà deliberata di sabotare la manifestazione altrui. Ridurre tutto alla sofferenza sociale o alla “razionalità altra” rischia di romanticizzare un fenomeno che ha anche componenti narcisistiche, settarie o apertamente distruttive.
Il testo parla indistintamente di “violenza”: imbrattare una banca e colpire un manifestante, affrontare un cordone di polizia, bruciare un’auto, vandalizzare la redazione di un giornale, sono atti qualitativamente diversi, con implicazioni politiche diverse. Soprattutto è diversa la violenza spontanea dalla violenza organizzata di tipo squadristico. Trattare la violenza come un blocco uniforme non permette di comprenderne la natura e le dinamiche interne.
L’articolo presenta implicitamente la violenza come conseguenza di un conflitto verticale: dall’alto la repressione, dal basso la reazione. Ma non è sempre così. Dentro i movimenti esistono forme di violenza orizzontale, cioè usate per silenziare dissensi interni, intimidire chi contesta certe tattiche o imporre una linea minoritaria come se fosse quella del movimento. La violenza non è solo espressione della disperazione o dello scontro col potere: può essere anche uno strumento di potere interno. Il fatto che un’azione abbia motivazioni psicologiche o sociali non implica che abbia senso politico.
Molte azioni violente — perfino animate da sofferenza reale — finiscono per impedire la partecipazione di donne, anziani, famiglie, studenti; offrire ai media un pretesto per oscurare le ragioni della protesta; fornire alla polizia la legittimazione per irrigidire la repressione; fare spazio alla violenza di contro-movimenti reazionari; spaccare i movimenti in frazioni inconciliabili. Una parte della violenza nei cortei non è solo discutibile dal punto di vista etico: è controproducente dal punto di vista politico.
Mohamed Shahin, imam del quartiere San Salvario a Torino, è stato colpito da un decreto di espulsione “per motivi di sicurezza e prevenzione del terrorismo” firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. In Italia da quasi vent’anni, oppositore del regime egiziano di Abdel Fatah al-Sisi, Shahin è un punto di riferimento di una moschea nota per il dialogo interreligioso e le iniziative comuni con comunità cattoliche, valdesi e laiche. Vive a Torino con la moglie e due figli minori. Da settimane ha presentato domanda di asilo politico, dichiarando di temere persecuzioni e torture in caso di rimpatrio in Egitto.
Il caso che oggi lo riguarda nasce da alcune frasi pronunciate il 9 ottobre 2023, durante una manifestazione pro-Palestina svoltasi due giorni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Shahin definì l’attacco “non una violenza, ma una reazione ad anni di oppressione”. Parole controverse, che suscitarono polemiche immediate. Nei giorni successivi le ha ritrattate, ribadendo la condanna della violenza “da ogni parte”, firmando un comunicato congiunto insieme a rappresentanti cattolici, valdesi, ebrei e musulmani.
Nonostante ciò, il 25 novembre 2025 Piantedosi ha firmato un decreto di espulsione immediata: Shahin è stato arrestato, il permesso di soggiorno revocato, e trasferito al CPR di Caltanissetta. La magistratura ha convalidato il provvedimento, ignorando il principio — normalmente vincolante — secondo cui la domanda di asilo sospende le espulsioni.
Il decreto ministeriale, in tre pagine, descrive Shahin come figura “di rilievo in ambienti dell’Islam radicale”, “messaggero di un’ideologia fondamentalista e antisemita”, vicino alla Fratellanza Musulmana e simpatizzante sui social di Ismail Haniyeh (Hamas) e Muhammad Morsi. Già nel 2023 gli era stata negata la cittadinanza per ragioni di sicurezza, e risulta monitorato da tempo dalla Questura e, con ogni probabilità, dai servizi. L’unico precedente penale è una denuncia per “blocco stradale” durante un corteo pro-Palestina a maggio 2025: non risultano né indagini né condanne per terrorismo, né per apologia.
La destra di governo, con Fratelli d’Italia in testa (e in particolare la deputata torinese Augusta Montaruli), rivendica l’espulsione come un “successo” nella lotta contro il radicalismo islamico, sostenendo che Shahin abbia “inneggiato” al 7 ottobre. Per molti altri, però, l’atto è illegittimo e pericoloso. A Torino si è formata una mobilitazione trasversale: Anpi, Cgil, il vescovo Paolo Olivero, il pastore valdese Francesco Sciotto e centinaia di cittadini hanno chiesto al Presidente Mattarella di revocare il provvedimento. Pd, M5S e Avs accusano Piantedosi di aver violato il diritto d’asilo e la CEDU, mentre associazioni pro-Palestina ricordano che Shahin è stato un promotore costante della nonviolenza. Un eventuale ricorso al TAR o alla Corte Europea appare ormai probabile.
Il punto politico-giuridico è semplice: Mohamed Shahin non è accusato di aver compiuto reati, né di prepararne. È accusato di aver espresso opinioni discutibili. E un reato di opinione — in uno Stato di diritto — non può trasformarsi in “minaccia grave e attuale alla sicurezza dello Stato”.
Il criterio della simmetria chiarisce l’aberrazione: non espelliamo un cittadino israeliano residente in Italia che giustifichi i bombardamenti su Gaza o le violenze dei coloni; non espelliamo un profugo ucraino che giustifichi l’invasione della regione russa di Kursk; non espelliamo un cittadino russo che sostiene la “operazione militare speciale” di Putin. Sono — che ci piacciano o no — parole. E le parole, in democrazia, si contrastano con altre parole, non con misure amministrative che bypassano il diritto di difesa e il controllo giudiziario.
Per questo, la vicenda di Shahin appare come un precedente inquietante: una misura straordinaria, modellata non su fatti ma su valutazioni politiche e percezioni ideologiche. E l’eventuale rimpatrio in Egitto — un Paese in cui oppositori, attivisti e semplici sospetti subiscono torture sistematiche — aggiunge una componente di rischio estremo che la CEDU vieta senza eccezioni.
Per questi motivi, credo sia giusto chiedere che Mohamed Shahin sia liberato e possa tornare alla sua vita, alla sua famiglia e alla sua comunità. E credo sia necessario che l’Italia torni a essere coerente con ciò che afferma di essere: una democrazia che non punisce le opinioni, non discrimina per religione o origine, e non consegna un uomo alla tortura in nome della sicurezza.
Fratelli d’Italia aveva annunciato per oggi, 16 novembre 2025, una sfilata di automobili a Roma per denunciare la “mobilità al collasso” e contestare la politica della giunta democratica: più piste ciclabili, limiti ai veicoli inquinanti, e dal 2026 il limite di 30 km/h in tutta la ZTL del centro. La manifestazione, però, è fallita per eccesso di successo: erano previste cento auto, se ne sono presentate trecento. Farle sfilare avrebbe paralizzato il traffico. Paradossalmente, se fosse stato un corteo a piedi sarebbe fallito per scarso numero di partecipanti.
Questo esito buffo mette in scena il problema reale: l’ingombro. Le auto sono troppe e troppo grandi per una città densa come Roma. Occupano 10–15 m² in movimento e enormi quantità di spazio pubblico quando sono parcheggiate. A Roma circolano 2,8 milioni di auto per 2,8 milioni di abitanti. Significa che lo spazio finisce prima ancora di muoversi. Così, il 70% della superficie pubblica del centro è dedicato alle auto, contro un 2–3% riservato alle biciclette.
A questo si aggiunge il resto: le auto producono il 60–70% degli ossidi di azoto e un quarto delle PM10. Ogni anno provocano a Roma circa cento morti e ventimila feriti. La bici non è pericolosa: è l’auto a renderla tale, specie se pesa una tonnellata e viaggia a 50 km/h. Il limite dei 30 km/h riduce gli incidenti del 30% e l’inquinamento locale, ma senza alternative solide viene percepito come punitivo.
Il punto è proprio questo: non difendere la libertà di usare l’auto, ma rendere conveniente tutto il resto. E invece FdI, che governa il Paese e guida l’opposizione in Campidoglio, ha tagliato i fondi per le metropolitane (-20% tra 2024 e 2025), ha bloccato gli incentivi per e-bike e cargo-bike e a Roma ha smantellato varie ciclabili “temporanee”. Poi organizza una carovana di auto per protestare contro il traffico che contribuisce a generare: un po’ come bruciare calorie in palestra mangiando un tiramisù.
Altrove, però, le soluzioni funzionano. Parigi ha tolto 50.000 posti auto dal 2019 e creato 300 km di ciclabili protette: bici +50%, auto -20%. Barcellona ha ridisegnato interi quartieri in superblocks: traffico -25%, incidenti -40%. Vienna ha un abbonamento ai mezzi pubblici a 365 euro l’anno e il 60% degli spostamenti avviene senza auto. In Italia, invece, spostiamo fondi dalle metropolitane al Ponte sullo Stretto.
Io uso la bicicletta per tutti i miei spostamenti: mi fa bene e mi mette di buon umore, ma nelle grandi città è spesso un esercizio di sopravvivenza. Il rischio di essere investiti, lo smog, la paura dei furti (15.000 l’anno nella capitale), la mancanza di parcheggi sicuri. E ora, con la normativa anti-ancoraggio a pali e ringhiere — giudicata legittima dalla Consulta — si rischiano multe salate anche quando non esiste alcuna alternativa. Gli standard europei prevedono un archetto ogni 50 metri: a Roma ne mancano quarantamila.
Favorire mezzi pubblici e biciclette significa liberar loro lo spazio necessario: tram e autobus su corsie preferenziali vere, piste ciclabili continue, parcheggi custoditi. Chi vorrebbe lasciare l’auto spesso non lo fa perché la città lo scoraggia.
La soluzione non è vietare l’auto, ma farle pagare il suo costo reale: congestion charge come a Londra, parcheggi tariffati e dinamici, zone 30 diffuse che riducono la velocità senza imporre divieti. Il fallimento della carovana di FdI è un simbolo: l’auto non è la via d’uscita dal traffico, è la causa del traffico. Ma finché la politica la difende come una libertà invece che come un costo collettivo, le città resteranno immobili, inquinate e pericolose.
Il 12 novembre 2025, in Commissione Giustizia alla Camera, un emendamento bipartisan ha introdotto per la prima volta nel codice penale italiano il consenso libero e attuale come elemento decisivo per configurare il reato di violenza sessuale.
Non serve più dimostrare violenza fisica, minaccia o abuso di autorità: basta che manchi un “sì” esplicito, volontario e revocabile in ogni momento. Chi compie atti sessuali senza questo consenso rischia da sei a dodici anni di reclusione.
Rispetto alla norma del 1996, il cambiamento è radicale. Prima, la vittima doveva provare di aver resistito — un onere che portava a processi umilianti e a un tasso di condanna sotto il 7%. Oggi, il silenzio, la paralisi da terrore o la pressione psicologica valgono come assenza di consenso. Il centro si sposta dall’aggressione alla libertà della persona offesa.
L’accordo è nato da un confronto diretto tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, che hanno messo da parte le divisioni politiche per un obiettivo comune: allineare l’Italia alla Convenzione di Istanbul, evitare una procedura d’infrazione europea e rispondere a una realtà in cui una donna su tre subisce violenza sessuale nella vita, ma solo una denuncia su dieci arriva in tribunale.
L’emendamento è passato all’unanimità. Nessun voto contrario, né dalla maggioranza né dall’opposizione. Le relatrici Michela Di Biase (PD) e Carolina Varchi (FdI) lo hanno definito un cambiamento culturale: non più “perché non ti sei difesa?”, ma “hai chiesto e ottenuto un sì?”.
Il testo approderà in Aula il 17 novembre e poi al Senato. Se confermato, entrerà in vigore entro il 2026. E segnerà la fine di una giustizia che, per troppi anni, ha chiesto alle vittime di difendersi invece di proteggerle.
L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York ha allarmato moderati e conservatori. Qui in Italia, qualcuno già si domanda: adesso la sinistra vorrà fare come Mamdani? È vivamente sconsigliato, dicono. Sarebbe l’ennesima imitazione italiana di un modello straniero. La sinistra ha già voluto fare come Jospin, Tsipras, Zapatero, Corbyn — e non è andata bene.
A dire il vero, il principale partito della sinistra italiana, prima il PDS/DS, poi il Partito Democratico, ha voluto fare soprattutto come Tony Blair, ancora mitizzato — anche dopo la sua caduta — dal Matteo Renzi presidente del Consiglio.
D’altra parte, se un Paese fatica a esprimere modelli propri, è normale che s’ispiri a quelli stranieri. La destra italiana, del resto, non pensa forse di essere e di fare come Trump?
I consiglieri moderati e conservatori che oggi sconsigliano di “fare come Mamdani”, magari in modo provocatorio e paradossale, hanno sempre dato lo questo consiglio alla sinistra italiana: smettila di combattere battaglie simboliche e crociate culturali; lascia perdere i diritti dei migranti e delle comunità LGBTQ+; non confinarti nelle enclave urbane benestanti (le ZTL); non gridare sempre al pericolo del fascismo; concentrati invece sui lavoratori, sul popolo delle periferie.
Ebbene, Mamdani cos’altro ha fatto?
Il programma con cui un democratico socialista di 34 anni, figlio di immigrati ugandesi, ha conquistato la guida della Grande Mela con il 51,2% dei voti è un distillato di pragmatismo classista. Ha messo in secondo piano le battaglie identitarie per focalizzarsi su ciò che brucia ai newyorchesi: l’affordability, il costo della vita che strangola lavoratori e poveri. Tra le priorità immediate spiccano il congelamento degli affitti per quasi un milione di appartamenti stabilizzati, la costruzione di 200.000 unità abitative accessibili in dieci anni, e un asilo universale gratuito da 6 settimane a 5 anni (costo stimato: 6 miliardi annui, finanziati con tasse sui ricchi e sulle corporation). Sui trasporti pubblici, ha promesso investimenti per renderli gratuiti o low-cost, legandoli a una rete più efficiente e sostenibile.
Allora, perché non fare come Mamdani? Non significa copiare il suo programma in ogni dettaglio, ma tornare a essere — o diventare — il partito della giustizia sociale e dell’uguaglianza.
L’elezione di Mamdani infastidisce anche una parte della sinistra più radicale, che lo giudica “non abbastanza socialista”, un “riformista” parte del sistema. È un riflesso ideologico che in Italia suona familiare, complice l’alone negativo che per decenni ha circondato parole come “socialismo” o “socialdemocrazia”, dopo le loro degenerazioni negli anni Ottanta. O la vecchia contrapposizione fra riformisti e rivoluzionari, quando i socialdemocratici si distinguevano dai comunisti per tattica, strategia e — poi — per schieramento geopolitico.
Questa visione rigida non coglie la traiettoria politica di Mamdani e dei suoi compagni di generazione. Negli Stati Uniti, “socialista democratico” non è un tradimento del socialismo, ma un colpo di frusta a sinistra dentro un sistema che per decenni ha avuto il suo centro-sinistra nei democratici e il suo centro-destra nei repubblicani moderati. Quando Mamdani, Ocasio-Cortez o Sanders si definiscono socialisti, non stanno moderando i comunisti: stanno radicalizzando i liberali. Stanno spingendo il Partito Democratico — che per quarant’anni ha accettato il neoliberismo come dogma — verso politiche che in Europa sarebbero considerate socialdemocrazia di base: sanità pubblica, università gratuita, tassazione progressiva, diritto alla casa.
Considerando la deriva liberaldemocratica dei grandi partiti della sinistra europea, il ritorno — o meglio, l’emergere — di un nuovo socialismo potrebbe fare molto bene anche all’Europa e all’Italia.
A Torino, una conferenza dello storico Angelo D’Orsi, intitolata “Russofobia, russofilia, verità” e prevista per il 12 novembre 2025 al Polo del ’900, è stata annullata dopo un intervento della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno (PD).
L’incontro, organizzato dalla sezione torinese dell’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti), avrebbe dovuto ospitare D’Orsi come relatore principale, con un collegamento dal Donbass del giornalista Vincenzo Lorusso, autore di De russophobia (libro prefato da Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo). Tra gli invitati, anche Paolo Ferrero, ex ministro e dirigente di Rifondazione comunista.
L’evento non aveva patrocini istituzionali ma si svolgeva in uno spazio pubblico, il Polo del ’900, finanziato in gran parte dal Comune di Torino. Un luogo simbolico della memoria antifascista, dove il pluralismo dovrebbe essere garantito.
Le pressioni politiche
La cancellazione è arrivata dopo un post su X del 7 novembre, in cui Picierno ha definito la conferenza “propaganda putiniana” e ha invitato il sindaco Stefano Lo Russo (anch’egli PD) a intervenire per impedirla. Poche ore dopo, l’evento è stato annullato. D’Orsi ha appreso la notizia non dagli organizzatori, ma proprio dal post della vicepresidente del Parlamento europeo, che ha poi esultato ringraziando “chi si è mobilitato a livello locale e nazionale”.
Nessun atto formale del Comune è stato emesso, ma la tempistica suggerisce un’influenza informale: il Polo del ’900 ha ceduto alle pressioni politiche. La sezione torinese dell’ANPPIA è stata poi sconfessata dall’associazione nazionale, che ha preso le distanze dall’iniziativa.
Picierno, in un nuovo post del 9 novembre, ha difeso la propria azione come una “tutela della democrazia dalle minacce ibride russe”, ricordando che il libro di Vincenzo Lorusso è legato a un’agenzia “finanziata dal Cremlino” e che D’Orsi “parla spesso in contesti russi”. Ha sottolineato inoltre che lo storico terrà un’altra conferenza al Polo pochi giorni dopo, “quindi non è censurato”.
La replica di D’Orsi
In un lungo comunicato dell’8 novembre, D’Orsi — professore emerito di Storia del pensiero politico, allievo di Norberto Bobbio e autore di oltre 50 libri su Gramsci, Gobetti e Ginzburg — ha denunciato il caso come “censura preventiva” e “atto indegno di una democrazia matura”. Ha ricordato i suoi 43 anni di docenza e il suo profilo di sinistra indipendente, respingendo ogni accusa di filoputinismo: «Si è deciso di impedire un dibattito, non di confutarlo».
D’Orsi ha chiesto di scusarsi al Polo del ’900, al PD, al sindaco e alla direzione nazionale dell’ANPPIA, che — invece di difendere la libertà di parola — ha preferito isolare la sezione locale. Ha anche invocato un intervento del Ministero dell’Università, ricordando che “quando Emanuele Fiano è stato contestato per le sue posizioni su Israele, il governo si è espresso contro l’intolleranza, non contro la libertà di parola”.
Le reazioni nel dibattito pubblico
La vicenda ha diviso il mondo politico e culturale. Testate come Contropiano, Il Fatto Quotidiano, La Città Futura e Kulturjam parlano di “maccartismo in salsa liberal” o di “cannibalismo a sinistra”: un precedente pericoloso in cui la difesa della democrazia si trasforma in censura. Persino Pier Franco Quaglieni, liberale del Centro Pannunzio, ha offerto a D’Orsi una sede alternativa per tenere la conferenza “nel nome del pluralismo”.
La giornalista Federica D’Alessio (Kritica) ha paragonato il caso D’Orsi a quello di Fiano: “Nel primo, si è reagito con censura preventiva; nel secondo, con dialogo e condanna delle contestazioni. La democrazia funziona solo nella seconda direzione.”
Dal fronte opposto, Picierno ha replicato accusando chi difende l’evento (incluso Marco Travaglio) di “ribaltare la realtà e amplificare disinformazione russa”.
Un caso che tocca nervi scoperti
L’episodio arriva in un clima politico molto polarizzato sul conflitto ucraino. All’interno del PD, l’atlantismo di governo convive con una sinistra ancora critica verso la NATO e verso il ruolo dell’Europa nella guerra. In questo contesto, annullare un evento che prometteva un confronto sul concetto stesso di russofobia appare come un gesto di intolleranza ideologica più che di prudenza istituzionale.
È vero che la presenza di Vincenzo Lorusso — autore legato a circuiti filorussi — poteva sollevare interrogativi legittimi; ma questo non giustifica un divieto preventivo, che finisce per trasformare il dibattito sulla Russia in un tabù.
Come ha scritto Travaglio, “se chi critica la NATO non può parlare in un luogo pubblico, allora siamo già in Russia”.
La linea sottile tra vigilanza e intolleranza
Il caso D’Orsi mostra quanto fragile sia oggi la distinzione tra lotta alla disinformazione e controllo dell’opinione. Picierno invoca la “difesa della democrazia” da manipolazioni russe, ma nel farlo utilizza una logica simile a quella dei regimi che vogliono “proteggere la nazione” dal dissenso.
Cancellare un evento senza contraddittorio non è proteggere la democrazia: è negarne il principio fondamentale, quello del libero confronto. Se l’obiettivo era contrastare eventuali falsità, la soluzione era partecipare al dibattito, non vietarlo.
Il Polo del ’900, nato per custodire la memoria antifascista e la libertà di pensiero, non dovrebbe essere il luogo dove si decide chi può parlare e chi no, ma dove le idee si confrontano apertamente.
Un precedente pericoloso
L’annullamento della conferenza di D’Orsi rischia di diventare un precedente: la normalizzazione della censura “bene intenzionata”, esercitata non da apparati autoritari ma da esponenti democratici convinti di difendere la verità. È la versione aggiornata del maccartismo, traslata nell’Europa liberal del XXI secolo.
Così, paradossalmente, si finisce per rafforzare proprio le narrative che si vorrebbero smentire: quella di un Occidente ipocrita, incapace di tollerare voci dissenzienti.
In democrazia, anche la voce sgradita deve avere diritto di parola. Si può criticare D’Orsi, si può discutere di russofobia e russofilia, si può smontare ogni tesi — ma non si può impedire che venga espressa. Perché la libertà di pensiero, come ricordava Bobbio, “vale soprattutto per chi pensa diversamente da noi”.
Il modo migliore per difendere la democrazia non è silenziare chi sbaglia, ma avere la forza di contraddirlo pubblicamente. La censura, anche quando nasce “per proteggere”, resta un passo verso ciò che si dice di voler combattere.
A Grignano Polesine, una frazione di Rovigo, domenica 3 novembre un uomo di 68 anni ha sparato con una pistola regolarmente detenuta contro un gruppo di ladri entrati nella sua villetta, ferendone uno di striscio. L’episodio, in un Paese più evoluto, avrebbe aperto un’indagine per accertare la proporzionalità della reazione. Ma non in Italia, dove grazie alle nuove norme sulla legittima difesa — introdotte nel 2019 e rafforzate nel 2024 — il proprietario non risulta indagato.
Oggi, Giorgia Meloni ha rivendicato la norma con un post: «La difesa è sempre legittima». Matteo Salvini ha rilanciato: «Un risultato della Lega, a tutela dei cittadini perbene». Entrambi semplificano: la legge non dice questo. Ma la loro frase sintetizza perfettamente lo spirito politico che l’ha ispirata — un messaggio di impunità preventiva per chi reagisce con le armi.
La legittima difesa resta regolata dal Codice Penale, con i principi classici di “offesa attuale” e “proporzionalità”. Tuttavia, la riforma voluta dalla Lega nel 2019 (legge n. 36) e ampliata nel 2024 (Decreto Sicurezza Bis – D.L. n. 112/2024) ha introdotto una presunzione di legittimità per chi reagisce in casa o sul luogo di lavoro: non serve più dimostrare la proporzionalità se si agisce in “grave turbamento” o per difendere beni dalla violenza. In pratica, il principio della valutazione del giudice — previsto dall’articolo 111 della Costituzione — diventa quasi superfluo.
È qui che la retorica della “difesa sempre legittima” mostra la sua pericolosità. Se il controllo giudiziario viene meno, anche una reazione sproporzionata rischia di essere coperta da un automatismo ideologico. Il diritto penale tende a trasformarsi in un diritto d’eccezione per chi possiede una casa e una pistola: i benestanti sono tutelati, i poveri no.
Ma c’è di più. Se chi ruba sa che chi reagisce può sparare senza rischiare neppure di essere indagato, tenderà ad armarsi a sua volta. Il furto diventa rapina armata, la paura cresce, e la spirale della violenza si autoalimenta.
La Convenzione europea dei diritti dell’uomo impone che l’uso della forza letale sia sempre proporzionato e necessario. La presunzione italiana, invece, rovescia l’ordine dei valori e mette la proprietà privata sopra il diritto alla vita.
La riforma costituzionale della giustizia, approvata in via definitiva dal Senato il 30 ottobre con 112 voti favorevoli, segna uno spartiacque per la magistratura italiana. Modifica sette articoli della Costituzione (87, 102, 104, 105, 106, 107, 110) e introduce tre pilastri: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la nascita di due Consigli Superiori della Magistratura e la creazione di un’Alta Corte Disciplinare. Poiché non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi, la riforma sarà sottoposta a referendum confermativo nella primavera del 2026.
Per Giorgia Meloni è «un traguardo storico per una giustizia più efficiente e vicina ai cittadini». Per Carlo Nordio è «la fine delle correnti e dei condizionamenti politici». È, in effetti, la realizzazione di un progetto che la destra italiana insegue da trent’anni: separare nettamente chi accusa da chi giudica e limitare il potere dei suoi organi di autogoverno. Per le opposizioni, invece, la riforma non risolve i problemi strutturali della giustizia: la lentezza dei processi, otto anni di durata media, la carenza di organico nell’amministrazione giudiziaria, il sovraffollamento delle carceri.
La separazione delle carriere
Il primo pilastro — la separazione delle carriere — obbliga i magistrati a scegliere all’ingresso in magistratura se diventare giudici o pubblici ministeri, senza più la possibilità di passare da una funzione all’altra. Il governo la presenta come garanzia di imparzialità: un giudice che non ha mai fatto il PM sarebbe più terzo, meno condizionato da un sistema di relazioni interne. I sostenitori parlano di una riforma che allinea l’Italia ai sistemi accusatori europei e statunitensi, dove l’accusa e la difesa si fronteggiano da posizioni paritarie davanti a un giudice arbitro.
Per i critici, al contrario, la separazione definitiva trasforma il PM da magistrato “della legalità” a “avvocato dell’accusa”. Oggi il pubblico ministero deve cercare la verità anche a favore dell’imputato (art. 358 c.p.p.); domani, dicono i contrari, sarà una parte processuale più vulnerabile ai rapporti di forza economici e politici. Il procuratore Nicola Gratteri ha sintetizzato così la preoccupazione: «Rischiamo di processare solo i ladri di polli». Ma soprattutto, gli oppositori temono che, in una magistratura separata, il PM possa essere sottoposto all’esecutivo.
Due CSM distinti
Il secondo pilastro introduce due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. I membri togati non saranno più eletti ma sorteggiati tra magistrati con almeno dodici anni di anzianità. Per il governo, il sorteggio interrompe le logiche di corrente e restituisce credibilità a un’istituzione screditata dagli scandali. Per l’Associazione Nazionale Magistrati è invece una “lotteria incostituzionale” che abolisce la democrazia interna e apre la strada a due caste separate.
L’Alta Corte Disciplinare
Il terzo pilastro è l’Alta Corte Disciplinare, organo nuovo che sostituisce la sezione disciplinare del CSM. Sarà composta da quindici membri, sette togati sorteggiati e otto laici nominati dal Parlamento. L’obiettivo dichiarato è sottrarre la disciplina alle logiche corporative, ma le opposizioni temono un controllo politico sulle carriere e sulle sanzioni: un PM che indaga un potente potrebbe essere giudicato da un organo con maggioranza parlamentare.
Gli schieramenti
A favore della riforma sono i partiti della maggioranza di governo – Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, più Azione di Carlo Calenda e gli avvocati penalisti. Contrari sono i partiti di opposizione: Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra più l’Associazione Nazionale Magistrati. Italia Viva di Matteo Renzi si è astenuta.
Il referendum confermativo
Il referendum confermativo si terrà tra aprile e giugno 2026, senza quorum. I sondaggi iniziali (YouTrend, 3 novembre) indicano un vantaggio del Sì, al 56%. Nella campagna referendaria tenderanno a sovrapporsi il giudizio sul governo e il confronto di merito sul quesito della consultazione, anche perché la riforma è promossa da un governo che ha un rapporto poco sereno con la magistratura. La riforma tocca l’equilibrio tra i poteri dello Stato, ma tocca anche qualcosa di più profondo: l’idea di giustizia che un Paese sceglie per sé. Tra una promessa suggestiva di efficienza e il valore, più silenzioso ma essenziale, dell’indipendenza della magistratura. È su questa discriminante che le italiane e gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi.