
Nel referendum costituzionale sulla separazione delle carriere in magistratura, il No ha battuto il Si, con il 54% contro il 46% e un’affluenza al 58%. La vittoria del No è stata clamorosa in confronto alle aspettative. Sia per il distacco di otto punti, sia per l’elevata affluenza. A due settimane dal voto, molti analisti prevedevano che una bassa affluenza avrebbe favorito il No, mentre un’alta affluenza avrebbe favorito il Sì, portando al seggio l’elettorato di governo più difficile da mobilitare. È accaduto l’opposto: l’affluenza è stata molto alta e ha vinto nettamente il No.
Il primo e principale motivo della vittoria del No è stato l’aver percepito la riforma come un attacco all’indipendenza della magistratura. Le opposizioni l’hanno raccontata così. Il governo lo ha negato a parole e, contemporaneamente, lo ha confermato con l’attacco quotidiano alla magistratura. Bisognava votare SÌ, per non avere più giudici che sbagliano, giudici che restano impuniti, giudici che non permettono di governare, giudici che trafficano con le correnti, giudici politicizzati. D’altra parte, separare i pubblici ministeri dai giudici creava la condizione favorevole per mettere le procure sotto il ministro della giustizia, come dichiarazioni pubbliche e disegni di legge lasciano intendere. O con l’abolizione della obbligatorietà dell’azione penale, o con la sottrazione ai PM del controllo sulla polizia giudiziaria, o con entrambe.
Il secondo motivo della vittoria del No è l’aver percepito la riforma come inutile e macchinosa. Invece di razionalizzare, complicava l’amministrazione della giustizia con lo sdoppiamento dei CSM, nominati a sorteggio con svilimento della professionalità dei giudici e l’introduzione di una “Alta Corte Disciplinare”, una sorta di tribunale speciale, anch’esso nominato a sorte, per punire i magistrati, i quali, se sanzionati avrebbero potuto fare appello solo a quella stessa Alta Corte che li ha già giudicati. Il tutto, per cosa? Per realizzare una separazione delle carriere già resa eccezionale dalle leggi ordinarie (Mastella/Castelli 2007 e Cartabia 2022). Queste leggi hanno de facto ridotto la questione, rendendo la riforma costituzionale sproporzionata rispetto al risultato atteso. Tanto più che si tratta di una riforma senza nessuna incidenza sui problemi veri della giustizia: processi lenti, cause arretrate, carceri sovraffollate. Non c’era motivo per la maggioranza degli elettori di approvare una riforma che ci avrebbe dato una magistratura meno indipendente, più burocratizzata, ancora più inefficiente.
Il terzo motivo della vittoria del No è per alcuni il motivo vero e il più importante. La riforma sarebbe stata bocciata, perché gli elettori, invece di interessarsi al merito, si sono interessati al governo. Ossia, avrebbero votato contro il governo. Non so quanto questa lettura possa piacere a Giorgia Meloni, tuttavia, la riforma e il riformatore autoreferenziale fanno parte dello stesso pacchetto. Se hai continuamente problemi con la giustizia (perché le tue leggi sono incostituzionali, violano i trattati internazionali, il tuo personale politico è spesso inquisito) e ti metti, di conseguenza, a riformare la giustizia in modo da ottenere un miglior o nessun trattamento da parte dei giudici, è impossibile non tenerne conto. D’altra parte, il modo migliore di non generare confusione tra riforme costituzionali e governo è non imporre questo tipo di riforme a colpi di maggioranza e voti di fiducia. La Costituzione è di tutti. Si è scritta e si riforma con la mediazione di tutti, o quanto meno di una maggioranza qualificata. In assenza della quale, si va al referendum confermativo e si viene puntualmente bocciati.
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