Tag: Costituzione

  • La riforma della giustizia Meloni-Nordio

    La riforma della giustizia Meloni-Nordio

    La riforma costituzionale della giustizia, approvata in via definitiva dal Senato il 30 ottobre con 112 voti favorevoli, segna uno spartiacque per la magistratura italiana. Modifica sette articoli della Costituzione (87, 102, 104, 105, 106, 107, 110) e introduce tre pilastri: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la nascita di due Consigli Superiori della Magistratura e la creazione di un’Alta Corte Disciplinare. Poiché non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi, la riforma sarà sottoposta a referendum confermativo nella primavera del 2026.

    Per Giorgia Meloni è «un traguardo storico per una giustizia più efficiente e vicina ai cittadini». Per Carlo Nordio è «la fine delle correnti e dei condizionamenti politici». È, in effetti, la realizzazione di un progetto che la destra italiana insegue da trent’anni: separare nettamente chi accusa da chi giudica e limitare il potere dei suoi organi di autogoverno. Per le opposizioni, invece, la riforma non risolve i problemi strutturali della giustizia: la lentezza dei processi, otto anni di durata media, la carenza di organico nell’amministrazione giudiziaria, il sovraffollamento delle carceri.

    La separazione delle carriere

    Il primo pilastro — la separazione delle carriere — obbliga i magistrati a scegliere all’ingresso in magistratura se diventare giudici o pubblici ministeri, senza più la possibilità di passare da una funzione all’altra. Il governo la presenta come garanzia di imparzialità: un giudice che non ha mai fatto il PM sarebbe più terzo, meno condizionato da un sistema di relazioni interne. I sostenitori parlano di una riforma che allinea l’Italia ai sistemi accusatori europei e statunitensi, dove l’accusa e la difesa si fronteggiano da posizioni paritarie davanti a un giudice arbitro.

    Per i critici, al contrario, la separazione definitiva trasforma il PM da magistrato “della legalità” a “avvocato dell’accusa”. Oggi il pubblico ministero deve cercare la verità anche a favore dell’imputato (art. 358 c.p.p.); domani, dicono i contrari, sarà una parte processuale più vulnerabile ai rapporti di forza economici e politici. Il procuratore Nicola Gratteri ha sintetizzato così la preoccupazione: «Rischiamo di processare solo i ladri di polli». Ma soprattutto, gli oppositori temono che, in una magistratura separata, il PM possa essere sottoposto all’esecutivo.

    Due CSM distinti

    Il secondo pilastro introduce due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. I membri togati non saranno più eletti ma sorteggiati tra magistrati con almeno dodici anni di anzianità. Per il governo, il sorteggio interrompe le logiche di corrente e restituisce credibilità a un’istituzione screditata dagli scandali. Per l’Associazione Nazionale Magistrati è invece una “lotteria incostituzionale” che abolisce la democrazia interna e apre la strada a due caste separate.

    L’Alta Corte Disciplinare

    Il terzo pilastro è l’Alta Corte Disciplinare, organo nuovo che sostituisce la sezione disciplinare del CSM. Sarà composta da quindici membri, sette togati sorteggiati e otto laici nominati dal Parlamento. L’obiettivo dichiarato è sottrarre la disciplina alle logiche corporative, ma le opposizioni temono un controllo politico sulle carriere e sulle sanzioni: un PM che indaga un potente potrebbe essere giudicato da un organo con maggioranza parlamentare.

    Gli schieramenti

    A favore della riforma sono i partiti della maggioranza di governo – Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, più Azione di Carlo Calenda e gli avvocati penalisti. Contrari sono i partiti di opposizione: Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra più l’Associazione Nazionale Magistrati. Italia Viva di Matteo Renzi si è astenuta.

    Il referendum confermativo

    Il referendum confermativo si terrà tra aprile e giugno 2026, senza quorum. I sondaggi iniziali (YouTrend, 3 novembre) indicano un vantaggio del Sì, al 56%. Nella campagna referendaria tenderanno a sovrapporsi il giudizio sul governo e il confronto di merito sul quesito della consultazione, anche perché la riforma è promossa da un governo che ha un rapporto poco sereno con la magistratura. La riforma tocca l’equilibrio tra i poteri dello Stato, ma tocca anche qualcosa di più profondo: l’idea di giustizia che un Paese sceglie per sé. Tra una promessa suggestiva di efficienza e il valore, più silenzioso ma essenziale, dell’indipendenza della magistratura. È su questa discriminante che le italiane e gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi.