Magistratura: Italia, anomalia positiva

Magistratura: Italia, anomalia positiva

Una semplificazione retorica a favore del SI propone una immagine con due elenchi di paesi. Nel primo elenco vige la separazione delle carriere in magistratura. Si tratta di Germania, Spagna, Portogallo, Austria, Paesi Bassi, Svizzera, Belgio, Svezia, Danimarca, Regno Unito, Norvegia, Canada, Stati Uniti, Giappone. Nel secondo elenco vige una sola carriera. Si tratta di Cina, Iran, Russia, Turchia, Bolivia, Egitto, Pakistan, Bangladesh, Iraq, Nigeria, Venezuela, Arabia Saudita, Marocco, Algeria. Il messaggio implicito, talvolta esplicito, della semplificazione è questo: i paesi democratici separano le carriere dei magistrati, i paesi autoritari e le democrazie più deboli, invece, le unificano. L’Italia è un’anomalia, che deve uniformarsi agli altri paesi democratici.

Questo contrasto per associazione suggerisce un falso rapporto di causa ed effetto: la separazione delle carriere contribuisce alla democrazia, le carriere unificate contribuiscono all’autoritarismo. In verità, i regimi autoritari sono tali, non perché le carriere sono unificate, ma perché sono unificati i poteri dello stato sotto il potere politico. Il punto è la sottomissione di tutta la magistratura al governo. Quindi, il problema di separare le carriere di una magistratura integralmente sottomessa neppure si pone. Nei paesi democratici, invece, i poteri dello stato sono separati e distinti: l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario. In questo assetto, il potere politico cerca di sottomettere almeno la magistratura requirente (i pubblici ministeri), per arginare le indagini della magistratura nei riguardi del potere politico e degli interessi che rappresenta, in ambito economico, sociale, militare.

Tuttavia, questi rapporti nell’equilibrio dei poteri dello stato sono motivo di tensione e danno luogo a strutture diverse. Non sempre la separazione delle carriere impedisce in assoluto il passaggio dal ruolo di giudice a quello di pubblico ministero e viceversa. Questo è possibile in diversi paesi del primo elenco.

L’Italia rappresenta un’anomalia si, ma un’anomalia positiva, perché è il modello più avanzato tra le democrazie. In quanto, in Italia tutta la magistratura è autonoma dal potere politico, anche il pubblico ministero.

Questo assetto fu deciso dai costituenti proprio in reazione al fascismo, esperienza non vissuta da altre democrazie. La resistenza dei governi centristi e dei settori più conservatori e reazionari della società si espresse nella riluttanza ostruzionistica a cedere il controllo sulla magistratura. Prima del CSM, era il Ministro della Giustizia a decidere carriere, trasferimenti e sanzioni dei magistrati; istituire l’organo di autogoverno significava per la politica perdere un’importante leva di influenza. Così, solo il 24 marzo 1958 venne approvata la legge ordinaria (Legge 195/1958) che regola la composizione e il funzionamento del CSM e solo nel 1959 il CSM potè insediarsi ufficialmente e iniziare la sua attività.

D’altra parte, la mancata epurazione del dopoguerra fece si che dopo il 1945, quasi tutti i magistrati che avevano servito sotto il regime rimanessero al loro posto. I vertici della Cassazione e i gradi superiori erano occupati da giudici che avevano fatto carriera durante il ventennio. Questa “vecchia guardia” era legata a una visione gerarchica e autoritaria, poco incline ai valori democratici e sociali della nuova Costituzione. Per tutti gli anni ’50, molti giudici sostennero che le norme costituzionali (come la libertà di sciopero o di espressione) fossero solo “programmi” per il futuro e non leggi immediatamente applicabili. Questo permise loro di continuare a usare il Codice Rocco (di epoca fascista) per reprimere il dissenso politico e le lotte sindacali. Questi stessi magistrati erano diffidenti nei confronti dell’autonomia della magistratura. Abituati a un sistema in cui il Ministero della Giustizia controllava promozioni e stipendi, molti magistrati vedevano nell’indipendenza del CSM un pericolo per la loro carriera piuttosto che una garanzia di libertà.

Questa mentalità iniziò a cambiare solo alla fine degli anni ’50 con l’ingresso in carriera dei cosiddetti “giudici ragazzini” (la prima generazione post-fascista), che spingeranno per l’attuazione della Costituzione. Le donne sono potute entrare in magistratura solo nel 1963. La magistratura associata (le famigerate correnti) e i cosiddetti pretori d’assalto, quei giudici che iniziano ad applicare la Costituzione e le leggi per tutelare i diritti dei cittadini, dei lavoratori, dei consumatori, emergeranno solo negli anni ‘60 e ‘70.

È a partire da questo risveglio democratico della magistratura, che negli anni ‘70, ‘80, ‘90, si eprimerà nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata e alla corruzione politica, che la classe politica inizia a porsi il problema di riformare la magistratura, traendo anche spunto da alcuni pretesti giusti, come il superamento del processo inquisitorio del Codice Rocco. Ma con il fine sostanziale di arrivare al controllo delle procure.

La separazione delle carriere esiste già “di fatto” in Italia (grazie alla riforma Castelli/Mastella del 2006/2007 e poi alla riforma Cartabia del 2022), che ha reso quasi impossibile il passaggio tra le funzioni. Se il passaggio è già rarissimo, inferiore a quello dei paesi del primo elenco, perché insistere su una riforma costituzionale? Perché l’obiettivo non è separare le funzioni, ma separare gli organi di autogoverno (i CSM) e farli eleggere a sorte. In modo che i PM diventino una potenziale facile preda. Il sorteggio che dovrebbe dissolvere le correnti, dissolverebbe anche la capacità di resistenza collettiva della magistratura requirente alle pressioni della politica.

La separazione dei CSM modificherebbe il principio di obbligatorietà dell’azione penale (Art. 112 Cost.) come proposto da diversi disegni di legge del centrodestra. In Italia, il PM deve indagare su ogni notizia di reato. Se il PM venisse separato e indebolito nel suo organo di autogoverno, il passo successivo potrebbe essere quello di dare al Parlamento o al Governo il potere di decidere le “priorità” dell’azione penale. Trasformando così la posizione dell’Italia davvero in una anomalia negativa, più prossima alle democrature che alle democrazie.

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