
Le correnti nella magistratura sono rappresentate solo come un male. Eppure, in qualsiasi corpo professionale numeroso, è naturale che si formino aggregazioni per affinità culturale, metodologica o valoriale. Succede nei partiti, nelle università, negli ordini professionali. Le correnti della magistratura hanno anche avuto una funzione storica positiva: hanno prodotto dibattito culturale, riviste giuridiche, elaborazione dottrinale. Magistratura Democratica negli anni Sessanta e Settanta, per esempio, ha contribuito a formare una generazione di giudici con una visione moderna dei diritti.
La critica alle correnti non dovrebbe riguardare la loro esistenza, ma la loro degenerazione in macchine di potere interno. Il punto di rottura è quando una corrente smette di essere un’associazione di idee e diventa uno strumento per gestire nomine, promozioni e incarichi direttivi in una logica di scambio. È quello che il caso Palamara ha reso pubblico in modo particolarmente crudo: telefonate, accordi, “pacchetti” di nomine concordate tra correnti avversarie.
Il meccanismo che ha incentivato la spartizione è strutturale: il CSM ha potere diretto sulle carriere, e chi siede nel CSM è eletto da colleghi che aspirano a promozioni. Il conflitto di interessi è incorporato nel sistema: l’elettore è anche il potenziale beneficiario delle decisioni dell’eletto. In questo contesto, le correnti diventano naturalmente agenzie di intermediazione tra chi vota e chi decide.
Il sorteggio non è la soluzione, e nemmeno l’unica alternativa disponibile. Esistono correttivi che attaccano il problema nel punto giusto, cioè il nesso tra chi vota e chi viene premiato dalle decisioni dell’eletto. La legge Cartabia del 2022 ne ha già adottati alcuni, e questo dimostra che la strada delle riforme strutturali è praticabile, senza bisogno di ricorrere al sorteggio.
Il più diretto è l’incompatibilità post-mandato: se i membri del CSM fossero ineleggibili a qualsiasi incarico direttivo per un lungo periodo dopo la fine del mandato, il legame tra voto e carriera personale si spezzerebbe. Chi siede nel CSM non avrebbe nulla da guadagnare personalmente dalle nomine che decide. È una misura semplice, verificabile, e difficile da aggirare. Più complessa ma complementare è la predeterminazione dei criteri: definire per legge i parametri di selezione per ogni incarico direttivo riduce il margine discrezionale del CSM e, con esso, il valore dello scambio politico. Non elimina la discrezionalità, ma la costringe entro confini più stretti. Infine, rendere pubblici non solo le decisioni ma i verbali integrali delle discussioni interne ridurrebbe lo spazio per gli accordi informali. La trasparenza è un deterrente imperfetto, ma reale. La pubblicità dei verbali costringerebbe i membri del CSM a motivare le nomine in base a quei criteri, rendendo verificabile lo scarto tra regola e decisione.
Il sorteggio aggira questo problema senza risolverlo, i correttivi descritti sopra lo affrontano, imperfettamente, ma nel punto giusto. Tuttavia, agiscono tutti all’interno di una logica che lascia intatta la struttura degli incentivi personali di chi siede al CSM. È per questo che la riforma del sistema elettorale, da sola, non basta: può cambiare chi siede al CSM e con quale legittimità, ma non cambia con quali incentivi opera. Le due dimensioni, come si elegge il CSM e con quali incentivi opera, sono distinte e vanno affrontate in parallelo, non in alternativa.
Sul piano elettorale, anche qui la Cartabia ha già mosso nella direzione giusta, introducendo collegi territoriali e candidature individuali. Prima della riforma, il magistrato votava sostanzialmente una corrente, che decideva chi mandare al CSM. Il candidato doveva alla corrente la candidatura e, una volta eletto, anche la fedeltà. La combinazione più robusta tra i correttivi elettorali resta quella tra collegio uninominale, divieto di liste bloccate e incompatibilità post-mandato.
Il collegio uninominale non elimina il legame con la corrente, sarebbe ingenuo sostenerlo. L’esperienza dei sistemi politici mostra che l’uninominale tende a rafforzare le coalizioni, perché un candidato senza appoggi organizzati difficilmente batte l’uomo di punta di un blocco strutturato. Ma cambia la natura del legame: in un collegio uninominale la corrente non può imporre un candidato debole coprendolo con i voti di lista. Deve scegliere qualcuno che vinca sul territorio, il che significa qualcuno con reputazione personale, riconoscibilità, prestigio professionale. Il mandato resta legato alla corrente, ma la corrente è costretta a competere sulla qualità del candidato invece che sulla forza dell’apparato. È uno spostamento di incentivi, non una rottura. Ed è già molto.
Il divieto di liste bloccate agisce in modo complementare: anche in un sistema proporzionale, spostare il potere dalla corrente-organizzazione al singolo candidato significa che la corrente può ancora sostenere qualcuno, ma non può imporlo. Il candidato deve essere riconoscibile e votabile dai colleghi in quanto persona, non in quanto tessera.
Ci sono limiti reali. In collegi molto piccoli il rischio opposto è il clientelismo locale: la corrente nazionale viene sostituita dalla rete di relazioni personali del distretto. E il candidato forte in un collegio uninominale tende a essere quello con maggiore visibilità o anzianità, non necessariamente il più adatto al governo della magistratura. Sono rischi noti, gli stessi che esistono nelle elezioni politiche. Non annullano la proposta, ma impongono attenzione nella calibrazione dei collegi, che dovrebbero essere abbastanza ampi da rendere insufficiente la sola rete di conoscenze personali.
Questi limiti confermano che il sistema elettorale da solo non basta. Il problema di fondo è altrove.
Un CSM senza potere sulle carriere non è una riforma: è una resa. La magistratura, per essere autonoma dall’esecutivo, deve potersi governare, e governarsi significa anche decidere chi avanza, chi ottiene un incarico direttivo, chi viene valutato e come. Sottrarre quel potere decisionale significherebbe consegnarlo altrove: a criteri burocratici che non catturano la qualità reale, o peggio, a un controllo politico esterno incompatibile con l’indipendenza del potere giudiziario. Il problema non è la discrezionalità in sé, ma una discrezionalità non vincolata da criteri trasparenti e esercitata da chi ha un interesse personale nell’esito.
Il problema non è che il CSM decida. È che chi decide lo fa con incentivi distorti: deve la propria elezione alle correnti, e le correnti devono la propria forza alle carriere che controllano. Spezzare questo circolo non richiede di svuotare il CSM, ma di fare in modo che chi vi siede non abbia nulla di personale in gioco nelle decisioni che prende. Incompatibilità post-mandato, criteri predeterminati, trasparenza delle discussioni, sistema elettorale che premi il candidato invece della tessera: nessuno di questi correttivi è risolutivo da solo, ma combinati aggrediscono il problema da lati diversi.
È una soluzione più complessa del sorteggio, ma più onesta e più coerente con l’idea di una magistratura davvero autonoma.
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