
Sabato mattina, intorno alle 7.30, alcuni agenti della polizia di stato hanno bussato alla porta della stanza d’albergo a Roma dove alloggiava l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) Ilaria Salis, in attesa di partecipare alla manifestazione No Kings. L’esponente rosso-verde ha denunciato pubblicamente la visita della polizia come un effetto del decreto sicurezza. La questura si è giustificata con il compimento di un atto dovuto. Quando un hotel registra un ospite sul portale “Alloggiati Web”, i dati vengono incrociati con il database Schengen. Sul nome di Ilaria Salis pendeva una “segnalazione di controllo” inserita dalla Germania dal 2 marzo. La procedura obbliga le forze di polizia locali a registrare la posizione e gli spostamenti del soggetto qualora venga individuato sul territorio. Questa spiegazione “burocratica” è stata ripresa e rilanciata da diversi avversari di destra.
Tuttavia, appare strano che la Germania ignori che Ilaria Salis sia una eurodeputata. Le segnalazioni di controllo nella procedura di Schengen si fanno per le persone ricercate, latitanti, sospette e di difficile individuazione. Non per un personaggio pubblico che riveste ruoli istituzionali, la cui attività e i cui spostamenti sono monitorati tutti i giorni dagli organi di informazione e da lei stessa sui profili pubblici dei social media. Se la Germania vuole qualcosa da Ilaria Salis, basta che glielo notifichi al suo ufficio parlamentare di Strasburgo o alla sua residenza nota in Italia. Ammesso (e non concesso) che la Germania ignori il ruolo pubblico e istituzionale di Ilaria Salis, almeno l’Italia dovrebbe conoscerlo. Avrebbe quindi dovuto agire per schermare o chiarire la posizione di una rappresentante italiana delle istituzioni europee, invece di lasciare che venisse trattata come un soggetto pericoloso.
Per completare le speculazioni “logiche”, ipotizziamo che sia la Germania, sia l’Italia, pur sapendo che Ilaria Salis è una europarlamentare, si siano convinte che lei sia lo stesso un “soggetto pericoloso”, che va monitorato in segreto, anche in violazione dell’immunità parlamentare, fino al momento di coglierla sul fatto, un fatto così grave da oltrepassare l’immunità. Che senso avrebbe aver bruciato il monitoraggio con una identificazione inutile, in un albergo romano, prima di una innocua manifestazione?
A parte questi difetti di senso, la spiegazione dell’automatismo burocratico traballa anche per altre incongruenze. Se i dati di “Alloggiati Web” s’incrociano con le segnalazioni di controllo del sistema di Schengen, lo stesso faranno i dati di passaggio alla frontiera. Nel mese di marzo, quindi dopo la segnalazione tedesca, Ilaria Salis, oltre a essersi spostata tra l’Italia e Bruxelles, si è spostata tra l’Italia e Cuba, esibendo il passaporto in uscita e in entrata. Ma l’atto dovuto è rimasto dormiente. Si è svegliato solo all’alba del 28 marzo, il giorno della manifestazione No King, per svegliare la stessa Ilaria Salis.
Qui, se l’identificazione, il solo controllo dei documenti, può essere considerato un atto amministrativo ordinario, l’interrogatorio di un’ora sulle intenzioni politiche e la partecipazione a una manifestazione interferiscono con il libero esercizio del mandato parlamentare. Ogni volta che la polizia compie atti che limitano la libertà personale, intrattiene per interrogare o esegue perquisizioni, ispezioni, è obbligatorio redigere un verbale e consegnarne copia all’interessato. Dopo un’ora di domande, la polizia non ha consegnato nessun verbale a Ilaria Salis. Il mancato rilascio del verbale non è solo una “dimenticanza”, ma un modo per rendere l’atto giuridicamente inesistente e quindi non impugnabile, pur avendo prodotto i suoi effetti di interferenza e intimidazione.
Sebbene il contenuto della segnalazione tedesca sia riservato, è ragionevole ipotizzare un legame con le inchieste tedesche sui movimenti radicali antifascisti. Se così fosse, il cortocircuito sarebbe ancora più grave: lo Stato italiano avrebbe permesso che una segnalazione giudiziaria estera venisse usata come grimaldello per un controllo interno da polizia politica, ignorando deliberatamente l’immunità che dovrebbe proteggere un eletto da interferenze di questo tipo.
Le modalità del controllo, l’ingresso in camera d’albergo all’alba, la durata dell’interrogatorio, un’ora, e il contenuto delle domande, relative a attività politiche protette, sono tutti elementi che configurano una violazione delle norme europee sull’immunità e trasformano l’”atto dovuto” in un’azione di intimidazione politica. Secondo il Protocollo n. 7 sui privilegi e sulle immunità dell’UE (Articolo 9), i membri del Parlamento Europeo godono, sul territorio del proprio Stato, delle stesse immunità riconosciute ai membri del parlamento nazionale. L’immunità protegge i parlamentari da ogni restrizione alla loro libertà di movimento, a meno che non vi sia un’autorizzazione della Camera di appartenenza (o il caso di flagranza di reato). Per rifiutare o aggirare questo punto, in questa circostanza, i commentatori della destra ricorrono all’argomento populista del privilegio opposto alla legge uguale per tutti. Il che mostra i limiti della loro cultura giuridica-istituzionale.
In una democrazia liberale, l’immunità parlamentare non nasce per proteggere la persona, Ilaria Salis, ma per proteggere la funzione (il mandato parlamentare). Serve a evitare che il potere esecutivo (la polizia, il governo) possa usare controlli, arresti o perquisizioni per impedire a un oppositore politico di votare in aula o di partecipare a una manifestazione. È uno scudo per la democrazia. Se accettiamo che un parlamentare possa essere controllato e interrogato senza filtri “in nome dell’uguaglianza”, stiamo accettando che il governo possa usare la polizia per monitorare chiunque lo disturbi, eliminando quella libertà di mandato e quella separazione tra potere esecutivo e potere legislativo che l’immunità è chiamata a presidiare.








