La proposta di una tassa patrimoniale apre la discussione sulla redistribuzione della ricchezza, perché in Italia e nel mondo occidentale la ricchezza è sempre più concentrata. Il 10 per cento della popolazione possiede il 60% della ricchezza. La apre anche sulla funzione sociale di una ricchezza sempre più derivata dalla finanza e sempre meno investita in economia reale. Quindi, tassare il patrimonio può ridurre la diseguaglianza e incoraggiare gli investimenti.
A questa proposta, però, si oppongono tre obiezioni. 1) Tassare i grandi patrimoni porta pochi introiti, quindi è una misura inutile. 2) Se tassi i grandi patrimoni, questi si trasferiscono all’estero, quindi è una misura controproducente. 3) Se tassi i grandi patrimoni, questo è solo l’inizio, poi vorrai tassare anche i patrimoni del ceto medio, quindi è una misura che minaccia il risparmio, invece di aiutare gli italiani a formarsene uno.
Ma, se tassare i grandi patrimoni sopra i due milioni di euro con un’aliquota dell’1% porta pochi introiti, si potrebbe alzare l’aliquota. Tuttavia, cosa vuol dire pochi introiti? Anche un gettito di soli 5-10-15 miliardi, in un discorso di finanza pubblica, sarebbe utile per realizzare delle cose o per evitare dei tagli sociali importanti. Quante sono le tasse che portano poco gettito? Cosa vorrebbe dire eliminarle tutte insieme, perché tanto ciascuna incassa poco?
Poi, se tassare i grandi patrimoni, provoca il trasferimento all’estero, si può immaginare di tassare la cittadinanza, come negli Usa, quindi il proprietario italiano che trasferisce all’estero i suoi beni, in quanto cittadino italiano verrebbe comunque tassato dall’Italia. Bisogna, inoltre, vedere se una tassa all’1% vale la pena e la spesa di trasferire i propri patrimoni all’estero. Senza considerare che solo i patrimoni liquidi sarebbero trasferibili, non quelli immobili. La stessa misura adottata da un paese può essere adottata da altri paesi, e un coordinamento europeo può inibire la fuga di capitali.
Infine, se tassi i grandi patrimoni poi vorrai tassare anche i patrimoni medi e piccoli. Questo è ciò che avviene già con l’IMU, la tassa sul bollo auto, il canone RAI, imposta di bollo sui conti correnti e depositi titoli. Sono tasse regressive proporzionali al bene posseduto e non alla ricchezza complessiva. È proprio l’escludere le grandi ricchezze dalla tassazione che obbliga lo stato a tassare il ceto medio e i lavoratori. Più si adotta un principio di progressività fiscale, più è possibile ridurre le tasse per chi ha meno.
L’effetto concreto delle tre obiezioni è quello di chiudere la discussione: i super ricchi, i grandi patrimoni, la grande proprietà privata non si toccano. Ma questo nel tempo sarà sempre meno sostenibile, se non al prezzo di una sempre maggiore instabilità sociale. Perché l’Italia ha un debito pubblico sempre più grande e una spesa pubblica che non può ridursi, perché la popolazione invecchia e la quota degli anziani cresce in proporzione alla quota degli adulti e dei giovani. Inoltre, l’Italia, come gli altri paesi europei, vuole aumentare la spesa militare. Come si sostiene tutto questo se non recuperando l’evasione e, soprattutto, ripristinando il principio della progressività fiscale?
La paura dei migranti o l’interesse a sfruttarli sono all’origine della maggior parte dei problemi di sostenibilità dell’accoglienza. O meglio, della sua mancanza. Più rastrelli, imprigioni, respingi, rimpatri, più produci clandestini, degrado, conflitti. Di fronte all’immigrazione, che ci piaccia o meno (e a me non dispiace), è meglio farsi concavi che convessi.
Ogni essere umano che voglia spostarsi da un territorio all’altro deve poterlo fare. I capitali si spostano per tutto il mondo alla ricerca degli investimenti migliori. Le merci si spostano alla ricerca del miglior acquirente. Anche i lavoratori devono potersi spostare alla ricerca della migliore offerta di lavoro. Gli esseri umani hanno più motivi per volersi spostare. Alcuni fuggono dal peggio. Di fatto sono cacciati dalla guerra, la dittatura, la miseria, i cataclismi. Altri desiderano il meglio. Sono attratti dalla libertà e dal benessere e vogliono contribuirvi. Noi, italiani ed europei, siamo sia paesi di emigrazione, sia paesi di immigrazione. Così come lasciamo andare i nostri abitanti nativi, possiamo accogliere come nuovi abitanti gli immigrati stranieri.
Nel linguaggio della paura, questa idea viene mostrificata come immigrazione incontrollata o immigrazione clandestina. Ma questi caratteri negativi (incontrollata e clandestina) non sono prodotti da chi vuole arrivare, ma da chi vuole respingere. Tutta l’immigrazione, indipendentemente dal suo flusso, può essere controllata, se si è disposti a garantire le vie d’accesso legali, a registrare chi arriva, a organizzare la redistribuzione volontaria dei migranti tra i paesi europei e, all’interno dei paesi, tra le regioni, le province, le città, i villaggi.
Una parte dei nuovi arrivati può essere impreparata. Allora, noi possiamo investire nella loro formazione scolastica e professionale, per avere nuovi lavoratori, professionisti, imprenditori qualificati. I costi non devono spaventare. L’OCSE e la Banca Mondiale documentano il contributo fiscale netto positivo dell’immigrazione regolare nel medio periodo. I costi verrebbero quindi ripagati dalla ricchezza prodotta dagli immigrati e sarebbero comunque equivalenti o persino inferiori ai costi della macchina dei respingimenti e dei rimpatri forzati. Con la differenza che genereremmo lavoro, cultura, benessere e potremmo essere orgogliosi della nostra civiltà e della sua capacità di accogliere e integrare, invece di generare morte, prigionia e sofferenza, per poi doverci vergognare del nostro imbarbarimento chiuso in una fortezza dal benessere declinante, assediata da moltitudini di disperati.
La macchina dei respingimenti e dei rimpatri produce ciò che vuole combattere: la clandestinità di massa. Con tutti i problemi sociali che comporta: degrado urbano, conflitti comunitari, caporalato. Respingere significa decine di migliaia di morti in mare, decine di migliaia di prigionieri nei campi di concentramento nelle frontiere esternalizzate. Mafie che lucrano nel traffico di esseri umani. Questa politica violenta ha la sua logica perversa. Il razzismo garantisce, non l’esclusione dei migranti, ma l’esclusione dai diritti, quindi lavoratori schiavi. Offre manodopera sottopagata a un blocco sociale di padroncini e di consumatori di prodotti a basso prezzo e offre un capro espiatorio a quel pezzo di società più frustrata, che trova momentaneo sollievo nel prendere a calci qualcuno.
All’interno degli stati, le persone si muovono liberamente da una città all’altra, da una regione all’altra, i cambi di residenza, di domicilio, di lavoro, sono registrati e nessuno vede in questo una immigrazione incontrollata. Nessuno teme che la città più ricca debba accogliere tutti gli abitanti delle città più povere. Lo stesso succede nell’Unione Europea, nelle confederazioni sovranazionali, negli Stati Uniti. Perché non dovrebbe succedere lo stesso a livello di tutte le nazioni e di tutti i continenti? Non ci sono motivi razionali per volerlo impedire. C’è solo la paura o l’interesse dello sfruttamento. Il razzismo imbarbarisce quelle società che vogliono sottomettere i barbari o difendersi dal loro fantasma. Ma sappiamo già come va a finire: alla fine vincono i barbari. E io, comunque, faccio il tifo per loro.
L’elezione di Manuel Minervini, comunista di 36 anni, a sindaco di Molfetta, con la lista del PRC, la più votata del campo largo, le discussioni che ne sono seguite, mi ha riportato alla mente la vicenda del suo partito, a cui sono stato legato per lungo tempo e che forse rimane, affettivamente, ancora il mio partito.
Sono stato iscritto a Rifondazione Comunista dal 1991, anno della sua fondazione, al 2009, l’anno della Federazione della Sinistra (Prc-Pdci). Smisi di tesserarmi, non perché consumai una rottura, ma per esaurimento. Non fu neanche una decisione: saltai una riunione, poi un’altra, mi scordai di rinnovare la tessera e piano piano mi allontanai, come una barchetta alla deriva. Ero sempre comunista, e lo sono ancora, ma non avevo più il senso dell’identità. Non c’era più un partito con cui identificarmi (anzi, ce n’erano ormai troppi, tanti piccoli partiti comunisti) e meno che mai uno stato: l’Urss era caduta nel 1991, senza che poi sembrasse né realistico, né bello restaurarla. Ma ricordo il dolore, la notte del 25 dicembre 1991, nel vedere la bandiera rossa ammainarsi per sempre dal Cremlino.
Nel 2009, 2010, non ero più uomo di partito, né seguace di una ideologia, il comunismo lo mantenevo come un ideale, un orizzonte etico. I social appena nati mi aiutarono con l’effetto specchio. Osservavo i profili che postavano foto e messaggi celebrativi di altri movimenti: il PSI di Craxi, il PRI di La Malfa e Spadolini, la Democrazia Cristiana di De Gasperi, Fanfani e Moro, il Partito Radicale di Pannella. Non volevo essere l’equivalente comunista di questi qui. C’era un contrasto stridente e grottesco tra la statura grande che veniva ricordata e la statura piccola che lo ricordava, pur innalzandosi sui tacchi della nostalgia. Quali che fossero, bisognava riappropriarsi delle proprie reali dimensioni. Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer. La genealogia era finita. Proclamarsi eredi, continuatori, addirittura rifondatori, era da presuntuosi o da impostori.
La Rifondazione alludeva non solo alla rifondazione di un grande partito comunista di massa, ipotesi già molto improbabile, ma persino alla rifondazione del pensiero, la cultura, la teoria comunista. Un’impresa che avrebbe richiesto l’opera di nuovi giganti dello spessore di Marx, Engels, Lenin, Gramsci e di condizioni storiche paragonabili a quelle che li avevano prodotti. Noi eravamo guidati da bravi dirigenti un po’ in là con gli anni: Cossutta, Garavini, Libertini, Salvato, Serri, poi Magri, Castellina e Bertinotti. Superiori a molti leader di oggi, ma inferiori a quell’impresa. Per tacere del personale politico a livello locale. Parlo di Torino. I più bravi avevano meno potere, tipo Ferrero, Turigliatto, Papandrea o Artesio, Sestero, Montalto. Avevamo come segretario Marco Rizzo, oggi aspirante leader rosso-bruno. Un tale gli ha scritto: i compagni che lottavano con te trent’anni fa, ora si vergognano. Io mi vergognavo già trent’anni fa.
Rifondazione era una scelta di cuore, la testa si adattava. Poi non c’erano belle alternative. Il Partito democratico della sinistra (PDS) era blairiano. I verdi e la Rete erano piccoli movimenti di collocazione incerta, i verdi erano pure divisi in due. Però, avremmo potuto rappresentarci per quel che eravamo: un partito di resistenza comunista, in difesa degli interessi di una classe operaia in declino, che non aveva più il senso di nessuna missione storica e dei nuovi lavoratori precari la cui organizzazione era tutta da inventare. Ricordo, a scapito del PRC, alcuni punti deboli strutturali: l’organizzazione del partito, la collocazione nel sistema politico, la rappresentanza sociale, la cultura politica e il rapporto con il passato.
Il PCI era una struttura centralizzata governata con il centralismo democratico. La linea politica era una sintesi o una decisione a larga maggioranza, le minoranze dovevano adeguarsi e non potevano organizzarsi in correnti. Il PRC era un assemblaggio di correnti. Voleva essere come il PCI togliattiano, ma in realtà era come il PSI pre-craxiano. Il centralismo democratico veniva fatto calzare a un frazionismo esasperato, come la scarpetta di Cenerentola alle sorellastre. Risultato: un susseguirsi di spaccature e scissioni.
Quando il PRC nacque nel 1991, c’era ancora la cosiddetta “prima repubblica” con il sistema elettorale proporzionale, poi abolito nel 1993 dal referendum Segni. Dal 1994, il sistema elettorale diventa maggioritario e per il PRC inizia l’eterno dilemma, che segnerà ogni congresso: ci collochiamo dentro o fuori l’alleanza di centrosinistra? Il dilemma era terribile, perché ci costringeva a scegliere tra il compiere l’atto dovuto di sostenere la sinistra moderata e il fare il gioco della destra, andando da soli.
Rifondazione raggiunse il suo massimo storico nel 1996 con l’8,6%, eppure era collocata all’estrema sinistra parlamentare, non poteva pensare come il PSI di Craxi, secondo cui con il 10% si possono fare grandi cose, perché non poteva essere l’ago della bilancia: se rompeva un’alleanza, non poteva farne un’altra, poteva solo rimanere emarginata. Credo sia questo uno dei motivi, per cui parte dell’elettorato comunista si rivolse al M5S negli anni 2010. Per scambiare l’ideologia con la libertà di manovra.
La storia andò così. Governo Dini (1995), PRC fuori. Governo Prodi 1996-1998, PRC dentro con la formula della desistenza. Governi D’Alema e Amato 1998-2001, PRC fuori. Governi Berlusconi 2001-2006, sinistre divise all’opposizione. Governo Prodi 2006-2008, Prc dentro organicamente. Governi successivi, PRC fuori dal parlamento. Il PRC non decise mai stabilmente la propria collocazione parlamentare, dentro o fuori il centrosinistra. Oscillò all’interno della stessa legislatura e di legislatura in legislatura. Finché furono gli elettori a decidere di metterlo fuori dal parlamento, perché la linea oscillante finiva per rendere il partito irrilevante sia dentro che fuori. Peraltro, ogni oscillazione si presentava come un salto logico. Se prima eravamo fuori, perché adesso siamo dentro? E viceversa.
Intorno al dentro/fuori si articolava la dialettica interna e la selezione del gruppo dirigente. Stare fuori dalla maggioranza Dini (1995) ha significato fare fuori Garavini e Magri e tutto il gruppo ex PdUP. Rompere con Prodi nel 1998 ha significato fare fuori Cossutta. Stare dentro nel 2006, ha significato fare fuori la componente di Maitan e Turigliatto. La scelta di stare dentro o fuori s’intrecciava con la contesa sul controllo del partito. Il PRC è sembrato stabilizzarsi quando non c’era più nessuno da far fuori, ma a quel punto è stato fatto fuori. Il dentro/fuori corrispondeva a una posizione esterna/interna. Ma non ha mai corrisposto a una strategia.
Rifondazione, senza una forza elettorale sufficiente, e senza una linea stabile finalizzata, non riusciva a rappresentare la sua base sociale, nel senso in cui riusciva a rappresentarla il PCI. Ossia tutelandone concretamente le condizioni materiali di vita. Di conseguenza, il PRC cercò di rimediare al difetto di rappresentanza con la rappresentazione. L’isolamento veniva esibito come virtù: siamo gli unici contro la Finanziaria. La partecipazione diventava telespettatrice davanti a un formidabile Bertinotti nei Talk-Show. Molto bravo ad attrarre un certo elettorato di opinione, che però non poteva fare massa critica ed era volatile. La collocazione nella maggioranza o nel governo del centrosinistra enfatizzava tagli evitati, conquiste modeste o solo promesse, con l’effetto frequente di neutralizzarle, perché la stampa di destra (e non solo) rappresentava il centrosinistra succube dei comunisti. Rimase celebre, nel secondo governo Prodi lo slogan: “Anche i ricchi piangono”.
Nel PRC, come succede in molti movimenti politici, si voleva superare il vecchio, senza avere grandi idee nuove. Inevitabilmente, il vecchio ci riacciuffava. Ricordo, la commissione internazionale del PRC torinese come una tarda simulazione del confronto tra stalinisti e trockjsti. Mi è stata appena ricordata, la messa in discussione dello stalinismo da parte di Bertinotti, dopo i fatti di Genova nel 2001. A me parve una cosa sorprendentemente anacronistica, neanche fossimo nel 1956. Eppure, veniva condotta seriamente. Bertinotti disse parole molto nette contro lo stalinismo: degenerazione, antitesi, controrivoluzione, incompatibile con il comunismo. Voleva eliminare la residua presenza neostalinista nel partito e aprire al movimento noglobal, alla cultura e alla pratica della non-violenza.
Però, la messa in discussione, fatta in quel modo, portata al livello iconoclastico, diventava rimozione, tabula rasa di tutta la storia, perché Stalin e lo stalinismo non sono stati un’appendice, sono stati la più importante espressione e leadership del comunismo novecentesco all’apice della sua storia tragica e gloriosa. Puoi rielaborarlo e superarlo, solo se ti spieghi cosa nel comunismo, proprio nel comunismo originario, lo ha reso possibile. Perché il comunismo, nella sua parte migliore e più vera, non ha generato gli anticorpi sufficienti. Bertinotti, come Stalin, in modi civili e non feroci, per affermarsi come il leader ha dovuto far fuori tutto il gruppo dirigente originario. Epurare il partito come condizione per poter fare la cosa giusta. Questa dinamica si è ripetuta, nonostante l’afflato antistalinista. La rigenerazione, per attuarsi, invece della dichiarazione di incompatibilità, ha bisogno di riconoscere la compatibilità, studiarla, analizzarla e elaborarla.
Ma non voglio dire solo brutte cose di Rifondazione. Non la rinnego. Anche se con la testa di oggi e il senno di poi, forse farei altre scelte o nessuna scelta. Ero in dubbio allora, sono in dubbio ora. Ricordo però che tra gli anni ‘90 e 2000, Rifondazione fu l’ossatura organizzativa dei movimenti radicali di quegli anni. Fu l’anima del movimento pacifista contro la guerra del Kosovo. Portò Ocalan in Italia, il leader del PKK, nel tentativo di fargli avere l’asilo politico. Fu la spina dorsale del social forum a Genova 2001 contro il G8. Dove io potei marciare relativamente sicuro, perché ero protetto dallo spezzone di Rifondazione Comunista. La presenza di Fausto Bertinotti e del PRC a Genova, in particolare il 21 luglio, permise la tenuta di una manifestazione di 700 mila persone e arginò un massacro che poteva essere molto più grande di quello che è stato.
Perciò, si, mi fa piacere leggere dell’elezione a Molfetta, città di 57 mila abitanti, di un giovane sindaco comunista di 36 anni, che non era ancora nato quando nacque il PRC. Ha vinto dentro il campo largo, affermandosi come prima lista della coalizione. Molfetta non era un luogo che faceva pensare a una vittoria comunista, la lista avversaria più votata al primo turno era quella di Pietro Mastropasqua, che aveva già corso nel 2022. Può significare qualcosa oltre l’eccezionale dato locale? Magari potrà smentire qualcosa di ciò che ho scritto. O forse mostrare che, anche quando non riusciamo a tramandare le nostre cose, prima o dopo arriva qualcuno, venuto al mondo dopo la perdita, che riesce a ritrovarle.
La destra è da sempre contraria all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Perché pensa che la sessualità sia come un panno sporco: si lava in famiglia. E perché ha paura dell’ideologia gender.
Però, nella maggior parte delle famiglie la sessualità è un argomento tabù. Oppure, laicamente evitato. Così, i giovani si educano da soli, nell’amicizia tra pari e con la pornografia online. Allora, parlarne a scuola diventa la principale opportunità educativa. Anche dal punto di vista di chi l’avverte come problematica, dovrebbe essere vista come il male minore.
L’ideologia gender è un’etichetta controversa che vorrebbe definire gli studi e le rivendicazioni di una parte del femminismo e della comunità LGBTQ+. Ossia, distinguere tra sesso e genere, valorizzare la pluralità degli orientamenti sessuali, insegnare il principio del consenso, prevenire la violenza. Possiamo disapprovare o dubitare di alcune di queste teorie, come avviene all’interno di ogni disciplina: storia, filosofia, letteratura, scienza. Questo non porta a interdire un’intera area d’insegnamento. La scuola è insieme luogo di educazione e di confronto, nessun insegnante ha il potere di inculcare un solo modo di pensare. Io mi sono interessato al comunismo in prima media, perché avevo una professoressa di storia anticomunista.
La violenza sessista e i femminicidi hanno aumentato la pressione sociale per introdurre l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole e in molti istituti di ogni ordine e grado si sono avviati dei corsi educativi, che non possono essere proibiti senza violare il principio della libertà d’insegnamento e dell’autonomia scolastica.
Così la destra al governo ha adattato la sua linea. È passata dal divieto totale alla concessione parziale. Il ddl Valditara, approvato in via definitiva il 4 giugno 2026 in senato, vieta l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia ed elementari, ma la concede nelle scuole medie e superiori con il consenso informato dei genitori. I quali devono conoscere e approvare gli obiettivi educativi dei corsi, gli argomenti trattati, le modalità di svolgimento, l’eventuale presenza di esperti esterni.
Non è un passo avanti, ma una manovra ostruzionistica, per mantenere l’Italia tra i pochi paesi europei che escludono o limitano l’educazione sessuale nelle scuole: Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania. Con il divieto nelle scuole materne ed elementari, il vincolo del consenso informato nelle scuole medie e superiori, il governo segnala alle famiglie che informare e formare sugli affetti e la sessualità è una zona di pericolo. Di certo, c’è un tipo di famiglia che non darà mai il consenso: quella che abusa. Poi, le famiglie tradizionaliste. Quelle legate a interpretazioni religiose e ideologiche reazionarie vorranno esonerare i propri figli, proprio coloro che forse ne avrebbero più bisogno.
Eppure, l’informazione e la formazione scientifica non anticipano il debutto sessuale, come si teme, ma lo posticipano e rendono i giovani più responsabili, riducono il tasso di gravidanze indesiderate e la diffusione di infezioni sessualmente trasmissibili. Insegnare ai bambini fin dalla più tenera età il concetto di “confine corporeo” e il diritto di dire no è il modo più efficace per aiutarli a riconoscere molestie e abusi da parte degli adulti. Educare al rispetto delle diversità di genere e di orientamento sessuale, fin dai primi anni di scuola, abbatte gli stereotipi e riduce gli episodi di discriminazione e di violenza tra pari.
Questi non sono gli orientamenti di un opinionista progressista o di un ideologo del gender. Sono gli orientamenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
La prolusione inaugurale di un festival letterario è il discorso che apre e timbra l’edizione. La definisce così Paolo Di Paolo, che dirige il Salerno Letteratura Festival.
Se Erri De Luca, invece di dichiararsi sionista e negare il genocidio di Gaza, si fosse dichiarato sostenitore della causa palestinese e avesse negato gli stupri di Hamas nell’attacco del 7 ottobre, sarebbe stato giusto togliergli l’intervento inaugurale del Festival?
Me lo domando mentre leggo il contrappunto di Micromega. La direttrice Cinzia Sciuto giudica un errore la scelta del Festival di revocare a De Luca l’incarico di tenere la prolusione inaugurale dell’edizione 2026. La decisione avrebbe un sapore punitivo e censorio. L’evento poteva essere l’occasione per discutere le posizioni dello scrittore e contestarle apertamente. La soglia di tolleranza su Gaza è diventata troppo bassa.
La decisione del Festival, lo vediamo, si presta all’accusa di censura, può quindi sembrare inopportuna. La conferma dell’incarico, però, si prestava al rischio di identificare il Festival con le tesi dello scrittore chiamato a inaugurarlo.
Immagino che l’evento inaugurale di un Festival, così come la relazione introduttiva di una riunione, richieda, se non una identità di vedute, almeno una compatibilità. Chi definisce la cornice di un evento non può essere un estraneo, un estremista, o un dissidente. Se a ridosso dell’evento, ti metti al centro del dibattito pubblico con uno di questi tre ruoli, andrai bene per intervenire, ma non per inaugurare. Infatti, la direzione ha proposto a De Luca di fare un intervento all’interno del Festival, ma lui ha rifiutato.
D’altra parte, lo stesso scrittore è indisponibile al confronto. L’intervista al Foglio mostra che De Luca non si limita a sostenere una tesi discutibile. Definisce l’accusa di genocidio «una distorsione storica e verbale», afferma che «non si basa su fatti o osservazioni, ma su un chiaro desiderio di insultare Israele», e pone come condizione per partecipare a eventi pubblici che «non si parli di genocidio in riferimento a Gaza»
La stessa Micromega, nel novembre 2024, ha escluso dalla redazione della rivista una giornalista freelance, Federica D’Alessio, dopo che lei aveva pubblicamente negato gli stupri di Hamas del 7 ottobre. Questo, nonostante, il comune orientamento critico verso Israele e solidale verso i palestinesi. La rivista non motivò ufficialmente il licenziamento di D’Alessio e gestì la vicenda in modo opaco. Tuttavia, il fatto avvenne nel fuoco delle contestazioni pubbliche contro la posizione della giornalista.
Va detto che i due casi non sono proprio equivalenti: il licenziamento toglieva a D’Alessio il reddito, la revoca della prolusione costa a De Luca un privilegio, non il sostentamento. Ma questo rende il doppio standard ancora più difficile da giustificare.
Secondo me, allora come oggi, non si tratta solo della posizione, ma anche e soprattutto della postura. Un conto è riconoscere che esistono una discussione, una controversia, delle indagini in corso e collocare la propria opinione dentro un discorso problematico. Un’altra è sostenere che non c’è niente da discutere, non c’è nessun genocidio (o nessuno stupro). Punto. Chi pensa il contrario è stolto o disonesto.
Se neppure mostri il senso della relatività delle tue opinioni, se chiudi le discussioni invece di parteciparvi, io posso voler prendere le mie precauzioni per evitare di essere confuso con te o di apparire indifferente.
La difesa comune di Erri De Luca e Francesco De Gregori si basa sul fatto che entrambi hanno deluso un pubblico di sinistra, il quale avrebbe reagito in modo illiberale. Lo stigma alla reazione del pubblico sfrutta l’effetto ridondante dei social media. L’esposizione pubblica di personaggi famosi e caratterizzati su temi controversi provoca la reazione pubblica, che un tempo era mediata da radio, televisioni, giornali, che selezionavano all’accesso al dibattito e le sue forme. Oggi, la reazione è immediata su Internet. Milioni di persone dicono la loro, contestano la tesi altrui, tutti insieme e per giorni. L’effetto può sembrare un massacro, anche se è solo normale disapprovazione, sia pure sistematicamente amplificata dal mezzo. La disapprovazione, hate speech a parte, sarebbe liberale accettarla. Ossia, accettare che anche i mostri sacri possano essere criticati, persino in massa.
Forse i due personaggi convergono nei contenuti. Non è dato saperlo perché De Gregori rifiuta di prendere posizione. Su questo punto, le due posizioni si escludono. De Gregori dice “Non do lezioni e non le voglio nemmeno prendere da un cantante o da una persona di cinema”. Presumo neanche da uno scrittore di narrativa. De Luca ha fatto il contrario. Ci ha spiegato il sionismo, il genocidio e Gaza, senza neanche dire “secondo me”. Per quanto mi riguarda, sono entrambi legittimi e ne apprezzo la capacità di animare la discussione pubblica. Meno bene gli avvocati difensori, nel momento in cui la discussione pubblica la sanzionano.
Ritenere che l’artista si esprima già attraverso la sua arte e non abbia bisogno di aggiungere nulla, è un’idea romantica, che si sottrae al rischio della strumentalizzazione ideologica, difende il valore specifico di un linguaggio e rifiuta il ritmo moderno dell’iperstimolazione perenne. Un’idea legittima, con una sua integralità e purezza. La rispetto pienamente. Anche se, ipotizzo la possibilità di cogliere un nesso tra il non voler prendere posizione e l’esaurimento della vena creativa dichiarato dallo stesso De Gregori, che così non si esprime più, né per “proclami”, né per canzoni. Credo, infatti, l’ispirazione non cada dal cielo, ma si attivi quando siamo interessati e motivati, quando la cerchiamo e nel cercarla mettiamo in gioco la nostra purezza. Certo, a un certo punto, oltre una certa età, possiamo non averne più voglia. Va bene lo stesso, specie nel caso di De Gregori, il contributo che ha dato è già grande.
Quel che funziona meno in questa idea di artista puro è il rischio di diventare normativa. La grandezza di De Gregori, perché dovrebbe togliere qualcosa o rendere imbarazzante la grandezza di Bruce Springsteen? O di Noa, Achinoam Nini? Una persona può sentirsi artista e insieme anche altre cose, anche attivista. Oppure, può ritenere di attraversare un momento eccezionale nel quale non basta più l’opera mediata dell’arte, occorre un contributo immediato, come quello degli intellettuali, dei professori, degli scrittori che presero le armi nella Resistenza.
Donald Trump non è un normale presidente repubblicano avversario del democratici in una fisiologica alternanza di governo. È il presidente che vuole instaurare un regime negli Stati Uniti. È normale che attori e cantanti democratici si sentano mobilitati. Benjamin Netanyahu non è un normale premier del Likud. Alleandosi con l’estrema destra religioso-messianica e impegnando il suo paese in tanti fronti di guerra senza fine, rischia di essere lui la principale minaccia allo stato. Chiunque ne avverta il pericolo, anche una cantante israeliana, può mettere in guardia il paese. Non è sentirsi superiori, né dare lezioni. È contribuire a raggiungere il pubblico più largo, perché ognuno è capace di parlare a qualcuno, che altri non sono in grado di raggiungere.
Il dubbio e la complessità, evocati da Walter Veltroni, per difendere la posizione di De Gregori, possono c’entrare se non riconosci la sostanza di una situazione urgente e pericolosa. Forse, il dubbio e la complessità hanno abitato la mente di Benedetto Croce nei primi anni del fascismo. Tuttavia, succede anche che il dubbio e la complessità siano artifici retorici. Capita quando le cose vanno in un certo modo che richiede di schierarsi all’opposizione per fermarle, ma non richiede nulla per mandarle avanti, basta mettere in dubbio oppositori.
Ricordiamo, durante la pandemia, i dubbi di chi non voleva le restrizioni sanitarie e i vaccini, oppure, nel contrasto al riscaldamento climatico, i dubbi di coloro che non vogliono abbandonare i combustibili fossili. Ricordiamo anche l’evocazione della complessità di fronte all’invasione russa dell’Ucraina. Si, c’è complessità in quel conflitto, come in altri, compreso quello mediorientale. Ma cosa ne facciamo dei dubbi e della complessità? Possiamo usarli per accendere il motore del pensiero, e allora vorremmo vederne i frutti. Oppure possiamo usarli per spegnere il motore dell’impegno. E allora, il frutto sarà che la lotta contro il tempo è persa e il più forte vince.
Prendo spunto dall’intervista di Erri De Luca al giornale israeliano di destra “Israel Hayom”, e tradotta dal giornale italiano di destra il Foglio, per mettere a fuoco alcuni argomenti della vulgata filoisraeliana.
Israele ha il diritto di esistere?
Sul piano pratico è un falso problema. Israele esiste dal 1948, è riconosciuto dalle Nazioni Unite, con l’eccezione di 29 stati membri della Lega Araba o dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC). A parte Iran e Corea del Nord, refrattari a Israele, gli stati arabi e musulmani subordinano il riconoscimento dello stato ebraico alla risoluzione della questione palestinese. Israele è uno stato potente, alleato degli Usa, la principale superpotenza globale.
Sul piano giuridico, non esiste il diritto degli stati ad esistere, esiste il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il diritto di ogni popolo deve contemperarsi con quello degli altri popoli, specie nei territori dove i popoli sono mescolati. Così, il diritto non è solo principio, diventa pratica di mediazione e negoziato.
Quando la reputazione di Israele è particolarmente sotto stress per le sue condotte politiche e militari, nel dibattito pubblico, insieme con l’accusa di antisemitismo, compare la domanda: “Israele ha diritto di esistere?”. La domanda è ambigua e manipolatoria. Se rispondiamo si, a cosa rispondiamo? A un diritto pari tra gli altri, o a un diritto primo sopra gli altri?
Cosa significa essere sionisti?
Intendere che “Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere in Palestina, chiunque veda due entità vivere fianco a fianco, è già sionista” è un artificio retorico. Arafat e l’Olp, firmando gli accordi di Oslo, sarebbero sionisti. E lo sarebbe la gran parte della sinistra europea che sostiene la soluzione dei due stati. Se oggi riconosciamo Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Kosovo, Montenegro e Macedonia, non vuol dire necessariamente che apprezziamo la disgregazione della Jugoslavia. Nel riconoscere la Cechia e la Slovacchia, non esprimiamo alcuna contrarietà alla Cecoslovacchia.
Quello che le persone democratiche e civili desiderano è la coesistenza pacifica di israeliani e palestinesi, ma non esprimono un’adesione politico-ideologica a una particolare forma; l’accordo sull’assetto spetta ai due popoli. Personalmente, preferisco le forme di integrazione sovranazionali al primato degli stati nazionali, ancorché etnici e religiosi o alle piccole patrie. Tuttavia, se là dove gli stati nazionali sono la forma della coesistenza possibile, va bene.
Il problema, però, è che il sionismo non è più definito da Israele nei confini del 1948, comunque edificato sulla Nakba, ma da Israele che valica e si espande oltre i confini del 1967, occupa e colonizza i residui territori palestinesi. Proprio questo sionismo, incarnato dal governo del Likud e dei suoi alleati estremisti, messianico-religiosi, è ostile alla soluzione dei due stati.
A Gaza c’è un genocidio?
Un argomento della negazione si basa su questo assunto: “Se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio di un popolo, aveva un bersaglio perfettamente immobile […] Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile rende questa accusa vuota”. La tesi è insoddisfacente.
La Convenzione sul genocidio richiede di provare l’intento specifico di distruggere un gruppo. Gli ordini di evacuazione potrebbero provare il contrario. Ma la Corte Internazionale di Giustizia, che accoglie la plausibilità del genocidio, nelle sue ordinanze cautelari, non si è basata solo sugli sfollamenti, ma sul blocco di cibo, acqua e medicine, unito a un numero spropositato di vittime, alla distruzione delle infrastrutture civili, e a dichiarazioni pubbliche di governanti politici e alti ufficiali israeliani. L’accusa non è “vuota” solo perché l’esercito ha ordinato alla popolazione di spostarsi: lo spostamento forzato di massa in una zona senza infrastrutture, sotto assedio, può esso stesso costituire un atto genocidiario: infliggere deliberatamente condizioni di vita volte a distruggere un gruppo.
Un genocidio non richiede lo sterminio totale in un colpo solo. Può avvenire per fasi, attraverso uccisioni dirette e la creazione di condizioni di vita invivibili. Il fatto che Israele non abbia ucciso tutti i palestinesi in un giorno non è una prova dell’assenza di genocidio, esattamente come i nazisti che spostavano gli ebrei nei ghetti prima di deportarli nei campi non dimostrava l’assenza di un piano di sterminio. Anche i tedeschi, dal 1939 al 1945, hanno spostato in massa gli ebrei, prima nei ghetti, poi nei campi, poi da un campo all’altro. In effetti, i negazionisti dell’Olocausto utilizzano e manipolano i fatti legati agli spostamenti geografici e alle deportazioni degli ebrei per sostenere una delle loro tesi fondamentali: che la “Soluzione Finale” di Adolf Hitler non fosse un piano di sterminio fisico, ma solo un piano di ricollocamento territoriale o di emigrazione forzata.
Qual è il senso del 7 ottobre?
L’attacco di Hamas del 7 ottobre è stato un atto terroristico, un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità, per la strage di civili e il rapimento di ostaggi. Con una sua logica politica, seppure distorta, in opposizione allo stillicidio dell’uccisione di migliaia di palestinesi, all’assedio di Gaza, all’occupazione della Cisgiordania, alla detenzione di migliaia di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, anche senza accuse. Il rapimento di civili e soldati è da decenni una strategia usata da Hamas e Hezbollah proprio per ottenere scambi di prigionieri, ed è visto come una forma di resistenza asimmetrica contro un esercito tecnologicamente superiore.
Questo non lo giustifica, ma lo spiega politicamente. Presentarlo come qualcosa di eccezionalmente malvagio e fuori dalla storia, un atto di crudeltà pura e inspiegabile, è un modo per sottrarlo al dominio della politica e consegnarlo a quello del male metafisico, che per definizione non si può negoziare. Ma gli ostaggi sopravvissuti sono stati quasi tutti liberati mediante trattative e scambi di prigionieri.
Solo lo “shock esterno” libera dalla tirannia?
Qui la tesi sostiene che i popoli si liberano delle tirannie solo con la sconfitta militare totale, portando gli esempi della fine del fascismo in Italia, del franchismo in Spagna e della giunta militare in Argentina.
In Italia, la caduta del fascismo avvenne prima con un colpo di Stato interno (25 luglio 1943) e poi con la Resistenza partigiana. La sconfitta militare dell’Italia fu una condizione necessaria ma non sufficiente. Furono la guerra civile contro la Repubblica di Salò e la Resistenza contro l’occupazione nazista a determinare la nuova identità repubblicana. Fosse dipeso dagli alleati, in particolare dagli inglesi, l’Italia liberata avrebbe potuto reggersi con un fascismo senza Mussolini. La transizione spagnola alla democrazia avvenne dopo la morte di Franco nel 1976, non per una sconfitta militare esterna, ma per un processo negoziato interno. L’esempio smentisce la tesi. In Argentina la giunta cadde dopo la sconfitta delle Falkland, che non colpì la popolazione civile. Ma fu un crollo di un regime militare, non di un’organizzazione politica-religiosa radicata nella popolazione come Hamas.
Altri esempi di transizioni democratiche senza distruzione militare del paese sono la democratizzazione di Brasile; Cile; Corea del Sud; Taiwan, Indonesia. Non si tratta di eccezioni. Storicamente, le transizioni dalla dittatura alla democrazia sono avvenute molto più spesso in modo negoziato, pacifico o guidato dall’alto, che attraverso guerre civili distruttive o invasioni straniere.
Applicare a Gaza gli esempi storici italiano e argentino è inquietante. “È quello che sta accadendo ora a Gaza, ed è l’unica possibilità di un vero cambiamento”. Equivale a dire che i palestinesi devono essere sconfitti militarmente in modo schiacciante per potersi “liberare” di Hamas. È un’argomentazione di stampo coloniale, “ti distruggo per il tuo bene”, che ignora il principio di autodeterminazione e l’effetto radicalizzante di una distruzione di tale portata. La storia della “War on Terror” dimostra che bombardare una popolazione non la “redime” da un’ideologia; spesso la spinge ulteriormente tra le sue braccia.
L’asimmetria di fondo
L’intervista di Erri De Luca, come le vulgate filoisraeliane, ruota intorno a una asimmetria di fondo: il nazionalismo israeliano è un soggetto storico normale, ha il diritto di difendersi e deve essere in ogni caso riconosciuto e legittimato. Il nazionalismo palestinese, invece, è un artificio patologico, da sconfiggere militarmente, a qualunque costo umano, per poter essere rieducato. Anzi, addomesticato.
Israele ha abbordato la Flotilla in acque internazionali al largo della Grecia e di Cipro. Sequestrato e deportato l’equipaggio, recluso e maltrattato gli attivisti. L’IDF ha violato più volte il cessate il fuoco a Gaza e in Libano. Anzi intensifica le sue offensive a danno delle popolazioni civili.
Due testi diffusi su Facebook, poi pubblicati sul Riformista. “Non in mio nome”. Gli autori si presentano come persone “di sinistra”, persino ortodosse, che si dissociano dalla sinistra radicale dell’intifada globale, giudicata antisemita e nazista, perché colpevolizza tutti gli ebrei e gli israeliani. 1200 firme raccolte. “Palestinismo, malattia senile del radicalismo”, in omaggio a Lenin, gli stessi “ortodossi” descrivono una degenerazione genealogica, con effetto paradossale, trattandosi di persone anziane che scomunicano un movimento di giovani. In soldoni: il marxismo faceva l’analisi e la lotta di classe, il terzomondismo ne fu una deviazione, perché sostituì la lotta di classe con la lotta dei popoli nazione, ma almeno sosteneva movimenti laici di sinistra. Il “palestinismo” è un terzomondismo degenerato, perché sostiene il fondamentalismo islamico.
L’accusa di nazismo contro gli avversari è ricorrente nei conflitti politici. Perciò, non mi convince la definizione di antisemitismo dell’IHRA, che include: “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”. Allo stesso modo, il documento citato paragona al Nazismo l’intero movimento di protesta globale contro la politica israeliana, mettendoci dentro il lecito e il criminale, dal boicottaggio dei prodotti israeliani all’attentato di Bondi Beach.
La protesta contro un governo, può essere generalizzante, anche solo nel linguaggio. Diciamo gli americani, i russi, i tedeschi, gli israeliani, i palestinesi. Gli “islamici”! Le azioni concrete possono avere effetti generalizzati. Le sanzioni contro uno stato, quando non sono mirate, colpiscono l’intero popolo. È successo con il Sudafrica dell’apartheid. Proteste e sanzioni hanno investito tutti i boeri. Non abbiamo pensato fosse da nazisti. Israele, per combattere i suoi nemici, pratica spesso la punizione violenta e collettiva della popolazione civile. Lo sta facendo a Gaza, lo fa nel Libano meridionale. È nazista? l’IHRA citata sopra, elevata a legge in molti stati, sanziona un simile giudizio.
Del movimento di solidarietà con i palestinesi e di protesta contro Israele fanno parte molti ebrei e molti israeliani. Non solo sono accettati nel movimento propal, spesso sono elevati a leader politici e riferimenti morali. Amos Oz, Abraham B. Yehoshua, David Grossman sono stati la coscienza critica di Israele. I propal più radicali non li apprezzano, perché considerano la discriminante antisionista. Io non sono d’accordo nel fare una distinzione così netta. Tuttavia, non mancano gli ebrei e gli israeliani antisionisti: Ilan Pappé, Norman Finkelstein, Gabor Maté, Judith Butler, Noam Chomsky e Moni Ovadia. Pensiamo poi agli storici della shoah, che argomentano sul genocidio di Gaza: Omer Bartov, Amos Goldberg, Raz Segal. E tanti gruppi ebraici organizzati in Israele e nella diaspora.
Il nazismo avrebbe mai potuto valorizzare, integrare nel suo movimento, ai suoi vertici ebrei nazisti? In principio, ci fu l’Associazione degli ebrei nazionali tedeschi. Fu sciolta dalle leggi razziali del 1935. I nazisti infierivano indiscriminatamente contro una minoranza etnica e religiosa innocua e indifesa, sacrificata come capro espiatorio, senza un contenzioso reale. L’intifada globale protesta contro uno stato potente e impunito, che opprime un popolo. Vuole collegare questa lotta a tutte le lotte globali. Sovrapporre le due cose può avere senso nella retorica propagandistica, quella che simula la guerra, o nella paranoia. Se l’intifada globale fosse nazista, avrebbe la simpatia dei partiti che derivano dal nazifascismo. Invece, questi sono tutti filoisraeliani. Non conta l’etnia o la religione. Conta il ruolo: se sei un oppresso o un oppressore.
Liberare un soggetto oppresso libera l’intera umanità? Questo è quello che hanno pensato i marxisti della classe operaia, i terzomondisti dei popoli colonizzati, oggi i propal dei palestinesi, una parte del femminismo delle donne. È un’idea che ricorre spesso nei movimenti di liberazione, specie nelle loro componenti solidali. Corre il rischio del romanticismo e di fare del soggetto un simbolo idealizzato, senza differenze e contraddizioni. Se questo fosse un male, sarebbe un male minore rispetto al cinismo e all’indifferenza. Nel tollerare che decine di migliaia di persone siano massacrate, affamate, il loro territorio distrutto, non c’è di nuovo una riduzione simbolica? Gli estensori dei due documenti non propongono alcun tipo di solidarietà, nessuna forma di lotta. Come se dicessero: la condizione dei palestinesi è affar loro, la loro lotta non ha nessun valore universale, è solo terrorismo islamista, facciamoci gli affari nostri, anzi sosteniamo Israele.
Un altro simbolo idealizzato. L’unica democrazia del Medio Oriente, l’avamposto dell’Occidente, la prima linea della guerra di civiltà contro l’islamismo. Non ha valore universale Israele? E l’Ucraina? Difendendo se stessa, non difende tutta l’Europa, l’Occidente, la democrazia, la libertà, il diritto internazionale? Ma a nessuno viene in mente di parlare di Israelismo o di Ucrainesimo. Anche perché prendere un nome nazionale e deformarlo in una etichetta ideologica di fazione, per costruirsi un argomento fantoccio, una caricatura, è una mancanza di rispetto nei confronti del popolo che porta quel nome, tanto meno sopportabile quanto più quel popolo soffre.
Ogni popolo ha il diritto di scegliere tra resistenza e sopravvivenza, e spesso quella scelta non è disponibile perché per sopravvivere bisogna resistere. Quando gli consigliamo la resa per il suo bene, è perché stiamo con la sua controparte. Quello che gli estensori dei due documenti rimproverano ai propal occidentali, i filorussi lo rimproverano al fronte di sostegno all’Ucraina. “Meglio vivere sotto una dittatura, che morire sotto le bombe”. “Voi volete farli resistere, farli combattere: fino all’ultimo ucraino”.
Si dirà che il punto non è quel popolo, ma la sua guida. E la solidarietà, magari involontariamente, finisce per sostenere gli Ayatollah, Hezbollah, Hamas. Il fondamentalismo islamico è un fenomeno moderno, recente. Non sta all’origine del conflitto mediorientale. È un suo effetto, anche desiderato da Israele per indebolire le leadership laiche e dividere i palestinesi. Se guardiamo alle condizioni materiali di vita di un popolo e al suo desiderio di una vita normale, vediamo che il successo dei movimenti islamisti dipende più dalle loro pratiche di assistenzialismo sociale che dall’indottrinamento. La sconfitta di questi movimenti non passa dalla via militare, ma da una soluzione politica, che rimuova le cause del loro consenso. Cause che consistono nell’assedio, nell’occupazione, nella colonizzazione, nella devastazione, nell’assenza di prospettive politiche.
Il valore universale della solidarietà non è sempre tangibile, ma non per questo è meno reale. Lo stesso principio vale per il suo opposto. Quando definiamo il massacro del 7 ottobre o il genocidio di Gaza “crimini contro l’umanità”, non intendiamo dire che l’intera popolazione mondiale è stata uccisa. Allo stesso modo, medici, soccorritori, volontari e attivisti che si mobilitano per aiutare un popolo compiono un’azione a beneficio di tutta l’umanità.
Secondo una convinzione filoisraeliana, Israele sarebbe il paese, lo stato più odiato di sempre. Altri stati hanno oppresso popoli e commesso gravi crimini, i francesi in Algeria, gli americani in Vietnam e in Iraq, ma nessuno è stato odiato come Israele. La prova è che a Israele si attribuiscono atrocità incredibili. Ne sarebbero responsabili tutti gli israeliani, tutti gli ebrei, da cui si pretende l’abiura. Per quale motivo? L’antisemitismo.
Non discuto la veridicità dell’affermazione, perché è inverificabile, non si può dimostrare, né confutare. Appartiene alla sfera delle convinzioni intime. O della propaganda retorica, quella che usa l’accusa indiscriminata di antisemitismo per chiudere il discorso. L’accetto come un dato di repertorio. Posso discutere la percezione. Perché un filoisraeliano sente che lo stato che gli sta a cuore sia il più odiato di tutti e di sempre.
L’affermazione ha una singolare implicazione: altri stati sono nati sulla eliminazione della popolazione locale, altri stati hanno fatto guerre, conquistato territori, commesso crimini, alla fine lo abbiamo accettato. Se lo rifiutiamo per Israele, commettiamo una discriminazione. Esisterebbe dunque un diritto all’ingiustizia, che andrebbe riconosciuto anche a Israele. Peraltro una “piccola” ingiustizia, se vista in prospettiva storica, come risarcimento di una ingiustizia molto più grande, le persecuzioni antiebraiche in Europa, i pogrom, l’Olocausto.
Questa impostazione dovrebbe mettere d’accordo gli oppressi e gli oppressori dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo europeo. Gli ebrei hanno il loro stato rifugio nella terra promessa, i persecutori degli ebrei non pagano nessun conto, lo scaricano sugli arabi-palestinesi. Se questi si rifiutano di pagarlo, noi proiettiamo su di loro il nostro antisemitismo storico.
Sembra un bell’affare, perché rifiutarlo, se abbiamo accettato la liquidazione delle popolazioni amerinde e aborigine e abbiamo digerito la repressione di algerini, vietnamiti e iracheni? Un motivo è che questo affare è tuttora in corso. Mentre altri hanno hanno edificato su distruzioni più grandi e commesso crimini più atroci, che in un modo o nell’altro si sono conclusi, il conflitto israelo-palestinese non si conclude mai. Proprio nel nostro presente ha raggiunto il suo picco più alto, forse superiore alla Nakba del 1948. Al tempo dei social e degli smartphone, sempre interconnessi, Gaza è il primo genocidio minuto per minuto.
Il vissuto contemporaneo è più forte della memoria. Posso accettare una distruzione finita, ormai irrimediabile, ma non posso accettare una distruzione in corso, finché ho la speranza di fermarla. Allo stesso modo vale la percezione dell’ostilità. Sentire l’odio presente sarà sempre una sensazione più forte del ricordo di qualsiasi odio passato, magari rielaborato in funzione del presente. Vale anche in positivo. L’amore più grande è sempre l’ultimo, quello che stai vivendo adesso.
Un’altra variabile della percezione dell’ostilità avversaria (e della solidarietà alleata) è il proprio livello di coinvolgimento identitario. Oggi, io sono comunista come 40-50 anni (ero già comunista a nove anni). Forse l’anticomunismo odierno è meno intenso rispetto a mezzo secolo fa. Tuttavia, quando mi capita di incontrarlo lo soffro molto meno. Non mi identifico più in un partito (il PCI) o in uno stato (l’Urss). Quando queste entità sono attaccate nella ricostruzione storica, nella memoria, o quando sono attaccato io stesso in quanto comunista, sento che la cosa mi coinvolge relativamente, non mi riguarda più personalmente. I coloni europei nei continenti del mondo, la Francia, la Gran Bretagna, gli Usa non sono mai stati forti datori di identità. Lo sono stati l’Urss e Israele, quest’ultimo continua a esserlo. Chi si identifica con questi stati avverte fortissimo il sentimento pubblico che li investe, specie se negativo.
Questi stati, la Francia, la Gran Bretagna, gli Usa, li conosciamo per il colonialismo e l’imperialismo. Ma li conosciamo anche per altre cose. Per il loro ruolo nella Seconda Guerra Mondiale, per le quotidiane relazioni internazionali, per la cultura, il cinema, la musica. Nel bene o nel male, li sentiamo familiari. Israele ci pare di conoscerlo soltanto per le sue guerre. Lo associamo all’occupazione, ai check-point, ai muri, alle rappresaglie sproporzionate, alla lotta al terrorismo, all’Iron Dome, alle invasioni, ai bombardamenti, alle vittime civili. Se sentiamo parlare di Israele è perché c’è una guerra.
Cosa penseremmo di una persona che conosciamo solo perché è sempre coinvolta in litigi e risse, rivendicando ogni volta di avere ragione? Magari ha delle ragioni, ma le attribuiremmo come minimo un difetto di competenza sociale. Se anche l’avversione nei suoi confronti non fosse superiore a quella rivolta ad altri, sarebbe l’unica cosa che avremmo da offrirle, quindi il suo peso specifico sarebbe avvertito come più grande.
La propaganda bellica attribuisce spesso al nemico atrocità esagerate o del tutto inventate. Al tempo stesso esagerazioni e invenzioni, sono usate per negare atrocità testimoniate dagli stessi soldati e documentate da fonti affidabili, giornali autorevoli, associazioni umanitarie, organismi internazionali. Non si possono mettere Haaretz, il New York Times, i report dell’ONU nello stesso sacco di un account anonimo o di un bollettino di propaganda. Peraltro, la demonizzazione è tanto subita quanto praticata. La stessa narrazione dell’attacco del 7 ottobre è stato fatto oggetto di dettagli raccapriccianti, ma non verificati, comunque funzionali a costruire un sentimento di cieca vendetta.
Ebrei, sionisti, israeliani, definizioni da distinguere sempre, sono chiamati in causa in una colpa collettiva? Quando succede è sbagliato, come lo è dall’11 settembre a scapito dei musulmani. Se ebrei, sionisti, israeliani, entrano nel conflitto politico, sostengono attivamente Israele, come è loro diritto, è chiaro che gli si può chiedere conto delle proprie posizioni. Ciò che chiederei ai più attivi di loro, non è di cambiare posizione, ma di stare nel dibattito senza simulare la guerra, senza esibire, ostentare cinismo. Magari, mostrare un po’ di empatia per la sofferenza dell’altro popolo, non dare l’impressione di disprezzarla, di riderci sopra. Completare la devastazione del territorio palestinese non è “finire il lavoro”. Se pensate che Israele sia odiato, che rimedio è rappresentare la sua causa con un tono odioso?
La Flotilla non rappresenta una minaccia materiale per la marina israeliana, né ha la capacità reale di sfondare il blocco navale di Gaza. Infatti, è accusata dai suoi detrattori di essere inutile e propagandistica. Allora, perché gli abbordaggi violenti in acque internazionali, i sequestri dell’equipaggio, le deportazioni in Israele, i maltrattamenti, le torture? A cosa serve l’uso illegale e sproporzionato della forza contro una innocua iniziativa di disobbedienza civile?
Una risposta la si può cercare nella politica interna israeliana dominata da una coalizione di partiti di estrema destra in concorrenza tra loro. Può aiutare un parallelo con l’Italia del 2018-19, quando l’allora ministro dell’interno Matteo Salvini si esibiva nella contrapposizione alle ONG e, in un paio di casi addirittura alle navi della Guardia costiera, impedendo lo sbarco a centinaia di profughi, sequestrati di fatto, con giustificazioni retorico-militari: la difesa dei confini nazionali. Il governo israeliano di estrema destra reprime la Flotilla, per mandare un segnale di fermezza e risolutezza alla parte peggiore o più impaurita della società israeliana, specie nell’anno delle elezioni politiche, in scadenza a ottobre 2026.
La repressione è di per sé una strategia di comunicazione. Trattare degli attivisti come fossero criminali comunica la loro criminalizzazione: sono terroristi. Di conseguenza, lo schieramento di riflesso di quella parte dell’opinione pubblica interna e internazionale che riconosce l’autorità del più forte. La parte di opinione pubblica su cui punta il governo di Israele. Questa comunicazione vorrebbe essere deterrente nei confronti degli stessi attivisti della Flotilla, attuali e futuri. Se ci riproverete, su quelle navi non farete una gita umanitaria, finirete pestati e torturati in un carcere militare. La Flotilla, in effetti, vuole mostrare la brutalità del blocco israeliano di Gaza e Israele la mostra. Qualcuno dice: sanno a cosa vanno incontro. Vanno incontro alla realtà che i palestinesi vivono tutti i giorni e da cui non possono fuggire. La constatazione però ha un sottotesto normalizzante. Bisogna anche sapere che quella cosa a cui vanno incontro è inamissibile.
La strategia della deterrenza israeliana, nella sua forza brutale, è politicamente debole. A ogni nuova spedizione, la Flotilla è più grande di prima. L’uso sproporzionato della forza non risolve il conflitto di Israele neppure con i suoi nemici militari. Per quanto l’IDF colpisca duro e distrugga tutto, Hamas ed Hezbollah continuano a combattere. Eppure, Israele insiste nella reazione distruttiva, anche se non è mai un punto e basta, ma sempre un punto e a capo. La deterrenza israeliana non è la deterrenza occidentale che persegue la pace permanente o la dissuazione definitiva.
La strategia di deterrenza israeliana ha le sue le radici nella dottrina del “Muro di Ferro” teorizzata da Ze’ev Jabotinsky negli anni ’20 del Novecento e interiorizzata da tutti i governi successivi. Suo presupposto è che i nemici di Israele, che si tratti di stati o di movimenti asimmetrici, non accetteranno mai l’esistenza dello Stato ebraico. Di conseguenza, la pace o il compromesso politico sono considerati illusioni pericolose. L’unico modo per sopravvivere è costruire un “muro” di potenza militare così spaventoso e brutale da costringere il nemico, di volta in volta, a desistere temporaneamente per sfinimento. Israele non applica la forza per risolvere il conflitto, ma per gestirlo, una strategia che l’IDF a Gaza 2008-2014 ha cinicamente chiamato “tosare l’erba”. L’erba ricrescerà (la Flotilla tornerà, Hamas si riarmerà); l’obiettivo è solo comprare tempo tra un ciclo di violenza e l’altro.
Quando la deterrenza fallisce, come è clamorosamente fallita con il tragico attacco del 7 ottobre o come fallisce politicamente con ogni nuova Flotilla, la leadership israeliana non deduce che la strategia sia sbagliata. Al contrario, deduce che non è stata applicata abbastanza forza. La risposta automatica del sistema è l’escalation. Se il nemico non ha paura, significa che dobbiamo distruggere di più, colpire più duramente, essere ancora più intransigenti per “ripristinare” quella paura. È un ciclo logico chiuso che si autoalimenta, dove il fallimento della forza diventa la giustificazione per usare ancora più forza.
La Flotilla cresce? L’isolamento internazionale aumenta? Per i decisori israeliani, questi sono “costi collaterali” accettabili se paragonati a quello che considerano il pericolo supremo: mostrare vulnerabilità. Nella dura realtà del Medio Oriente, la leadership israeliana è convinta che qualsiasi concessione, lasciar passare una nave umanitaria, mostrare flessibilità nei blocchi, verrebbe interpretata da attori più pericolosi, l’Iran o le milizie sciite regionali, come un segno di debolezza. Israele preferisce essere condannato e isolato dal mondo, salvo gli Stati Uniti, per una reazione sproporzionata, piuttosto che essere percepito come “debole” dai suoi nemici esistenziali.
Proporre una soluzione politica al conflitto, la fine dell’occupazione, la soluzione a due Stati, l’apertura reale di Gaza, richiederebbe un capitale politico e concessioni territoriali che l’elettorato israeliano, composto ormai anche da centinaia di migliaia di coloni, rifiuta categoricamente. L’uso sproporzionato della forza è una risposta facile per la politica interna. È immediata. Appaga il desiderio di sicurezza e vendetta dell’opinione pubblica nazionale. Permette ai leader, come Benjamin Netanyahu, Bezalel Smotrich, Itamar Ben-Gvir, di presentarsi come i duri difensori della nazione senza dover fare i conti con la complessità di un vero processo di pace. Israele insiste con qualcosa che non risolve il conflitto, perché ha rinunciato all’idea di poterlo risolvere. La violenza sproporzionata è diventata il fine, non il mezzo. Uno strumento di controllo permanente per mantenere uno status quo dove l’alternativa politica è considerata troppo rischiosa o ideologicamente inaccettabile.
Come inaccettabile è un principio di realtà: lo “stato ebraico” è rifiutato perché si è fondato sull’espropriazione e sull’espulsione dei palestinesi. Una pratica tuttora in corso. La Nakba fu un crimine, ma i crimini fondativi degli stati tendono a consolidarsi quando smettono di produrre nuove vittime. Nel 1967, occupando i Territori Palestinesi, Israele ha invece riaperto e rilanciato la questione palestinese, trasformando un fatto compiuto in un processo attivo e permanente. Se Israele rinuncia a risolvere il conflitto, per limitarsi a gestirlo, rimane senza prospettiva. La sola mancanza di prospettiva genera violenza. La strategia del Muro di Ferro scarica sulle future generazioni israeliane un’eredità terribile, che potrebbe risolversi nel loro disastro.
Lo stesso disastro che si è abbattuto e si abbatte sulle generazioni palestinesi. Ma finché si tratta di palestinesi, ignoriamo la forma dello stillicidio e ci preoccupiamo per la forma del grande massacro, ma di fatto non facciamo nulla, o peggio continuiamo a offire a Israele copertura diplomatica, accordi commerciali e relazioni di partnership. Dato che i corpi dei palestinesi non valgono, anche se la metà sono bambini, arriva la Flotilla a mettere in gioco i corpi degli europei, a mobilitare l’opinione pubblica europea, in modo che i governi europei, almeno per salvare la propria dignità, debbano dire e fare qualcosa.