Autore: Massimo Lizzi

  • Lo “strapotere” della magistratura

    Lo "strapotere" della magistratura

    Cosa è lo “strapotere della magistratura”? Una borsa voluminosa che di tanto in tanto compare nella retorica della destra e dei propagandisti del Si. Il suo contenuto è dato per scontato, senza mai essere mostrato. Per dimostrare lo “strapotere”, bisognerebbe provare che la magistratura agisca extra legem o per finalità politiche. Se invece agisce applicando leggi esistenti, allora il problema non è il “potere” dei giudici, ma la qualità delle leggi o la condotta del governo.

    Potrebbe trattarsi della supplenza giudiziaria al vuoto politico. La magistratura interviene su temi etici (fine vita, adozioni), ambientali (caso Ilva) o economici (il salario minimo) su cui il Parlamento non decide. Il giudice, nell’emettere la sentenza, crea la norma dove manca, diventando un legislatore di fatto. Ma se il Parlamento abdica al suo ruolo di legislazione, il cittadino ricorre al giudice per chiedere la tutela dei suoi diritti. Chiamare questo”strapotere della magistratura” significa colpevolizzare il giudice per l’inefficienza del legislatore.

    O forse potrebbe riguardare il potere selettivo nell’esercizio dell’obbligatorietà dell’azione penale. In teoria, il PM deve perseguire ogni reato. In pratica, con milioni di fascicoli, il PM decide cosa indagare e quando. Se un PM decide di aprire un’indagine su un cantiere strategico o su un assessore a tre giorni dalle elezioni, ha un potere di interdizione politica notevole. Ma, amministratori e grandi opere non meritano la priorità nel controllo di legalità? Andrebbero messi in una zona franca, in un Paese dove si vota una volta all’anno? Dove la criminalità organizzata controlla un quarto del territorio nazionale ed è infiltrata tanto nella politica, quanto nell’economia? Non è preoccupante lo strapotere delle mafie? L’alternativa, ossia che la politica decida le priorità, creerebbe una diseguaglianza di fronte alla legge. Il cittadino comune verrebbe perseguito “per default”, mentre il potente verrebbe perseguito solo se “politicamente opportuno”.

    Oppure potrebbe essere il “potere corporativo” dei giudici. Il consiglio superiore della magistratura (CSM) si è trasformato in un parlamentino diviso in correnti, un centro di potere autoreferenziale, che decide nomine e carriere. Invece, chi dovrebbe deciderle? L’esistenza del CSM non è un “privilegio di casta”, ma un dispositivo costituzionale di protezione. Se le carriere dei magistrati fossero influenzate dal Governo (come accade in altri Paesi), un giudice che indaga su un ministro saprebbe di andare incontro a un blocco della carriera o a un trasferimento punitivo. Il fatto che la magistratura decida autonomamente sulle proprie carriere è l’unico modo per garantire che il giudice sia “soggetto soltanto alla legge” (Art. 101 Cost.) e non al desiderio di compiacere il potente di turno per ottenere una promozione.

    Riguardo, le correnti, la magistratura italiana è frammentata. Le correnti (da quelle più conservatrici a quelle più progressiste) riflettono il pluralismo della società. Spesso sono in conflitto tra loro e questo mostra che la magistratura italiana non è un vero centro di potere unitario. Nel CSM non ci sono solo magistrati. Un terzo è eletto dal parlamento. Se c’è stata degenerazione correntizia, spartizione delle nomine, la politica vi ha partecipato. D’altra parte, il superamento delle correnti, in magistratura come in ogni ambito, comporta il rischio più grave del monolitismo: la corrente unica, quella del governo.

    Ma, torniamo allo “strapotere della magistratura”. Perché non viene spiegato? Forse, perché bisognerebbe ammettere che gran parte del potere dei giudici deriva da leggi scritte male o non scritte affatto dalla politica. Il cosiddetto ‘strapotere’ è spesso l’unica difesa del cittadino contro gli abusi della pubblica amministrazione; l’ unica tutela delle minoranze, si pensi ai migranti, alle aree politiche del dissenso, dagli abusi del governo. Sul piano dei diritti sociali e civili, ci sono ad esempio i figli delle coppie omogenitoriali o i lavoratori sfruttati che si rivolgono al potere giudiziario, perché non trovano ascolto nel potere esecutivo e legislativo. D’altronde, il personale politico della pubblica amministrazione e di governo si è mostrato negli anni troppo permeabile alla corruzione e ha dimostrato di avere un senso troppo debole della legalità: in questo contesto, indebolire chi deve vigilare non significa ‘riequilibrare i poteri’, ma spalancare le porte all’impunità.

    Un punto che spesso i sostenitori dello “strapotere” usano è che i magistrati “non pagano mai per i loro errori”. Si accusa la magistratura di irresponsabilità, ma si tace sul fatto che essa è l’unico potere che deve motivare ogni singola decisione per iscritto, esponendola a tre gradi di giudizio. Al contrario, il potere politico rivendica una ‘insindacabilità’ basata sul consenso elettorale che somiglia molto di più a un assegno in bianco. Per i magistrati, esistono già sanzioni disciplinari e forme di responsabilità civile, ma la politica punta a una responsabilità di tipo ‘politico’, che è l’esatto opposto dell’indipendenza: un giudice che risponde del merito delle sue decisioni a un organo esterno non è più un giudice libero, ma un funzionario timoroso.

    Se si definisce “strapotere” il controllo di legalità, si prepara il terreno culturale per dire che la legalità è un intralcio alla volontà popolare (rappresentata dal governo). È lo slittamento dalla Rule of Law (il governo della legge) alla Rule by Law (il governo tramite la legge, usata come strumento del potere). La democrazia non è il governo della maggioranza assoluta, ma il governo della maggioranza dentro i limiti della Costituzione. Senza il controllo di legalità, la democrazia degenera in autocrazia elettiva.

  • Il pubblico ministero sotto l’esecutivo con la separazione delle carriere

    Il pubblico ministero sotto l'esecutivo con la separazione delle carriere

    La separazione delle carriere in magistratura implica il rischio che il pubblico ministero finisca sotto il controllo dell’esecutivo. I sostenitori della riforma dicono che questa paura è infondata, perché nella riforma il controllo dell’esecutivo sul PM non c’è scritto. Eppure, la riforma parte dal presupposto che, con le carriere unificate, il giudice subisca una sudditanza psicologica nei confronti del PM. Ma, nelle leggi costituzionali e ordinarie vigenti, questa sudditanza non è scritta da nessuna parte. Quindi, si può temere una situazione anche se non è formalizzata per iscritto in una norma. Allora, vediamo come può succedere, con la separazione delle carriere, che il PM sia sottomesso all’esecutivo.

    Oggi il PM è parte dello stesso “ordine” del giudice. Questa appartenenza comune funziona da scudo: il PM gode della stessa indipendenza costituzionale del giudice. Una volta creato un corpo separato di “avvocati dell’accusa”, quel corpo diventa un’isola istituzionale. Nella storia del diritto comparato, un corpo di funzionari che esercita il potere punitivo dello Stato senza essere parte dell’ordine giudiziario tende a gravitare intorno al Ministero della Giustizia.

    Anche se la riforma prevede un CSM dedicato ai PM, l’esecutivo detiene il potere di spesa. Se il pubblico ministero non è più “protetto” dall’ombrello unitario della Magistratura, il Governo può influenzarne l’azione attraverso la distribuzione dei fondi, la logistica o l’organizzazione degli uffici. Chi decide quali procure potenziare e quali lasciare senza personale? In un sistema separato, la voce del Ministro della Giustizia su questi temi diventerebbe molto più pesante.

    Un PM in un corpo separato, senza il prestigio e l’autonomia simbolica della magistratura giudicante unificata, è più esposto a campagne mediatiche (“PM politicizzato”). Ha minor protezione dello status di “magistrato” tout court, è più vulnerabile a delegittimazioni pubbliche orchestrate.

    Se il PM non risponde più alla cultura della “giurisdizione” (condivisa con i giudici), a chi risponde delle sue scelte? In democrazia, un potere senza controllo è inammissibile. Se il PM non è “controllato” dalla cultura del giudice, si finirà per invocare un controllo democratico (ovvero politico). Il passaggio logico sarebbe: “Visto che il PM decide della libertà delle persone ma non è un giudice, deve rispondere delle sue linee guida al Parlamento (e quindi alla maggioranza di governo)”.

    In Italia, l’Articolo 112 della Costituzione stabilisce che il PM ha l’obbligo di esercitare l’azione penale. Con le carriere separate, la pressione per passare a un sistema di discrezionalità dell’azione penale (come negli USA o in Francia) aumenterebbe. Se il PM può scegliere cosa perseguire e cosa no, chi stabilisce le priorità? Inevitabilmente il governo, attraverso l’indicazione dei reati “prioritari” da colpire.

    In Francia il pubblico ministero è formalmente parte della magistratura, ma gerarchicamente subordinato al ministro della Giustizia. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte rilevato che il PM francese non è un’autorità giudiziaria indipendente dall’esecutivo ai fini della tutela delle libertà. Non è necessario copiare quel modello per avvicinarsi ad esso. Basta avviare una traiettoria che separi culturalmente e istituzionalmente il PM dal giudice e lo renda un “organo dell’accusa” distinto dall’ordine giudiziario.

    Se è legittimo temere una “sudditanza psicologica” del giudice verso il PM anche se non è scritta da nessuna parte, è altrettanto legittimo temere che la separazione delle carriere possa rendere il PM più permeabile all’influenza dell’esecutivo, anche se la riforma non lo dichiara. Le costituzioni non sono solo testi. Sono equilibri dinamici. E modificare un equilibrio può produrre effetti che non sono scritti, ma sono prevedibili. Il rischio non è necessariamente un “colpo di stato” normativo, ma un lento scivolamento burocratico: un PM solo, separato dal giudice, è un PM più debole e, di conseguenza, più influenzabile da chi detiene il potere politico ed economico.

  • No al pubblico ministero poliziotto

    No al pubblico ministero poliziotto

    Dal punto di vista del SI, la separazione delle carriere in magistratura darebbe luogo a un processo più equilibrato. Di fronte all’avvocato della difesa non ci sarebbero più un giudice e un pubblico ministero appartenenti allo stesso ordine giudiziario, quindi potenzialmente alleati. Ma un pubblico ministero trasformato nell’avvocato dell’accusa e un giudice finalmente terzo. Separati, oltreché nelle funzioni, anche nelle carriere.

    Partendo da questo punto di vista, dunque dal presunto difetto di equilibrio dell’attuale processo, ho osservato che la separazione delle carriere avrebbe, però, una conseguenza problematica: la divisione e quindi l’indebolimento del potere giudiziario di fronte al potere politico. Se da un lato vorrebbe determinare un maggiore equilibrio nel processo, dall’altro potrebbe determinare uno squilibrio nel rapporto tra i poteri dello stato. Tra i due rischi il più grave è il secondo. Perciò, nel post precedente ho titolato: Meglio una magistratura imperfetta, ma autonoma e indipendente.

    Tuttavia, il punto di vista del SI è discutibile. Non è detto che la sua idea di un maggior equilibrio nel processo darebbe luogo a un processo più giusto. Perché in un tale equilibrio, l’avvocato della difesa manterrebbe il suo ruolo: quello di cercare e far valere tutte le prove che possono scagionare l’imputato o attenuare il giudizio su di lui. Invece, cambierebbe il ruolo del pubblico ministero. Diventerebbe opposto e speculare a quello dell’avvocato della difesa. Ossia l’avvocato dell’accusa, intento a cercare e far valere tutte le prove che possono far condannare l’imputato o infliggergli la condanna più severa. Terzo e imparziale sarebbe il giudice, che dovrebbe valutare tra le versioni delle due parti.

    Quello che ne deriva è il classico processo all’americana. Dove la formalità dell’equilibrio processuale viene alterata dalla capacità dell’imputato di procurarsi e pagarsi il miglior avvocato.

    Il processo secondo il modello italiano è davvero peggio del modello americano? No. Il nostro pubblico ministero, pur rappresentando l’accusa, non è l’avvocato dell’accusa. È il magistrato requirente, responsabile delle indagini preliminari, con dovere d’imparzialità al pari del giudice. Il PM deve trovare tutti gli elementi utili all’indagine, comprese le prove a favore dell’indagato. Fino al punto di poterne proporre egli stesso il proscioglimento.

    Avere un pubblico ministero “giudice”, con la cultura giurisdizionale del giudice, che cerca la verità, vuol dire non avere un pubblico ministero “poliziotto” con una cultura repressiva, che cerca solo la vittoria. Se questo determina uno squilibrio, è a favore della difesa e non dell’accusa. È un elemento in più di garantismo.

    Infatti, è il governo delle destre, quello che introduce sempre nuovi reati e inasprisce le pene, ad accusare la magistratura italiana di mettergli i bastoni tra le ruote. È questo governo a proporre la separazione delle carriere, a chiedere di votare SI. Per mettere più facilmente in carcere immigrati “criminali” e manifestanti “violenti”.

    In definitiva, la possibile vittoria del NO al referendum salvaguarderebbe sia il miglior equilibrio nella divisione dei poteri, sia il miglior equilibrio nel processo.

  • Meglio una magistratura imperfetta, ma autonoma e indipendente

    Separazione delle carriere? Meglio una magistratura imperfetta, ma autonoma e indipendente

    Nelle campagne dei referendum costituzionali ricorre una polemica. Il Sì e il No si accusano specularmente di votare sul governo e non sul merito della riforma. L’accusa ha un fondo di verità, perché il giudizio sul governo è più semplice e immediato della valutazione di una riforma, che richiede analisi e competenza tecnica. Tuttavia, il fondo pretestuoso è più spesso, perché la riforma e il riformatore, in un dato contesto, sono parte dello stesso pacchetto. La separazione delle carriere in magistratura non è la stessa cosa se decisa da un ipotetico governo di sinistra guidato da Cesare Salvi o, come avviene, da un governo di destra guidato da Giorgia Meloni. E conta anche lo stato del Paese in cui deve realizzarsi la riforma.

    Il governo in carica, che vuole riformare la giustizia, è un governo in costante conflitto con la magistratura. Un governo che mette i giudici alla berlina di fronte all’opinione pubblica con l’accusa di sabotare le politiche migratorie e della sicurezza “volute dagli italiani”. La presidente del consiglio detta ai magistrati i capi di imputazione e si indigna per le scarcerazioni. I giornali fiancheggiatori del governo praticano una campagna sistematica di delegittimazione e denigrazione della magistratura. Se la destra mette le mani nelle leggi costituzionali e ordinarie che regolano l’ordine giudiziario, lo fa per sottomettere i giudici. Nel voto referendario, questo dato non può essere ignorato.

    Io sono comunque contrario alla separazione delle carriere. Perché, se anche il governo delle destre fosse bene intenzionato (e non lo è), i governi passano e prima o poi, il governo che vuole prevaricare la magistratura arriva. È fisiologico quando personalità di governo, amministratori regionali e locali finiscono sotto inchiesta. Cosa che avviene spesso, non perché la magistratura sia politicizzata, ma perché la corruzione politica e la criminalità organizzata sono fenomeni endemici nel nostro Paese. Riforma, governo e contesto nazionale, fanno parte tutti insieme del merito su cui si vota. Perché il risultato pratico è dato dalla combinazione di questi tre elementi e non solo da un testo scritto su carta bianca.

    Forse in astratto, un giudice separato dal pubblico ministero potrebbe migliorare l’imparzialità del processo e la terzietà del giudizio. Ma prima della separazione dei poteri in una istituzione, viene la separazione dei poteri tra le istituzioni. Il primo requisito della imparzialità dei processi e della terzietà di giudizio è l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Separarne le carriere significa indebolirla di fronte al potere politico, quindi indebolire la separazione dei poteri. Meglio una magistratura imperfetta, ma autonoma e indipendente.

  • L’autodifesa delle manifestazioni

    L'autodifesa delle manifestazioni

    In teoria, la Polizia di Stato e l’Arma dei Carabinieri agiscono come garanti neutrali dell’ordine pubblico. In pratica, dipendono gerarchicamente dal Ministero dell’Interno. Questo legame non è tecnico ma politico. Nella gestione della piazza, la polizia decide i percorsi, i tempi, i confini della manifestazione. Decide dove un corteo può passare e dove deve fermarsi. Decide, in ultima istanza, chi occupa lo spazio pubblico e a quali condizioni.

    Le tecniche di contenimento mostrano questa asimmetria di potere. L’uso di lacrimogeni e le cariche in spazi angusti non distinguono tra chi cerca lo scontro e chi manifesta pacificamente. Trasforma una folla eterogenea e pacifica in una massa in preda al panico. Produce caos e rende lo scontro più probabile. In questo modo, l’intervento della polizia non si limita a reagire agli eventi: spesso li genera o li aggrava.

    I grandi movimenti politici del Novecento avevano chiaro questo problema. Sindacati e partiti di massa non delegavano la sicurezza alla polizia. La gestivano internamente. Il servizio d’ordine non serviva a contrapporsi alle forze dell’ordine, ma a proteggere la manifestazione. Creava un cordone tra la massa pacifica e le frange violente o i provocatori. Isolava chi cercava lo scontro. Così rendeva evidente che un’eventuale carica non rispondeva a una necessità di difesa, ma a una scelta politica.

    Ormai da molti anni, le manifestazioni come quella del 31 gennaio a Torino mostrano cosa accade quando questa funzione viene meno. La presenza di sigle molto diverse, senza un coordinamento solido, impedisce una gestione condivisa della piazza. La fase più critica diventa quella dello scioglimento. Quando la struttura del corteo si dissolve, i gruppi più mobili e aggressivi trovano spazio. La massa pacifica si disperde senza protezione, le vie del corteo rimangono esposte sia ai vandalismi sia alla risposta indiscriminata delle forze dell’ordine.

    Una manifestazione che vuole raggiungere i suoi obiettivi deve autotutelarsi. Servono una comunicazione chiara, prima e durante il corteo; cordoni di protezione che difendano i partecipanti pacifici; una documentazione indipendente.

    Gli organizzatori possono:

    • dichiarare pubblicamente che ogni atto di violenza o vandalismo è estraneo agli obiettivi della mobilitazione;
    • utilizzare i militanti più esperti per presidiare i fianchi e la coda del corteo, segnalare o isolare chi adotta comportamenti incompatibili con la manifestazione;
    • predisporre team incaricati di filmare l’operato della polizia e dei gruppi violenti, per contrastare le ricostruzioni mediatiche e tutelarsi sul piano politico e legale.

    La gestione della piazza è un atto politico. Rinunciarvi significa cedere il controllo dell’ordine pubblico a chi ha interesse a delegittimare la protesta. In certi contesti, lasciare il monopolio della gestione al Ministero dell’Interno equivale ad accettare le regole del gioco di chi trae vantaggio dal fallimento della manifestazione.

  • Il partito dell’ordine pubblico alimenta il disordine sociale

    Il partito dell'ordine pubblico alimenta il disordine sociale

    Dal punto di vista reazionario o conservatore, i violenti della manifestazione di Torino per Askatasuna sono terroristi: nemici dello Stato. Pesci che nuotano nell’acqua dei centri sociali, dei cortei, dell’area antagonista. Da qui l’aut aut imposto alla sinistra: o li condanna e rompe ogni relazione con quell’area, oppure continua a coprirli politicamente. Questa impostazione non è sostenuta solo dal centrodestra, ma anche da figure che, pur collocandosi formalmente a sinistra, condividono la cultura politica della destra.

    La conseguenza pratica di questo schema è la repressione. I violenti vanno fermati in piazza, arrestati, processati e condannati. Fin qui può sembrare ovvio. Ma non basta: se quei violenti sono “pesci”, allora bisogna prosciugare l’acqua. I centri sociali vanno sgomberati, i cortei vietati o drasticamente limitati. L’antagonismo va criminalizzato insieme alla sinistra che continua a relazionarsi con esso.

    Il manganello come riflesso d’ordine rassicura una parte della società e fornisce un’identità politica a chi lo brandisce. Più immunità per i poliziotti, meno garanzie per chi trasgredisce. Il risultato, però, rischia di non essere una società più ordinata, ma una spirale di violenza e repressione. Lo sgombero di Askatasuna doveva essere la sanzione e la soluzione della violenza; ha invece prodotto una nuova occasione di guerriglia urbana.

    Se la violenza va repressa quando si manifesta, va anche prevenuta prima che accada, affrontata e risolta nelle sue cause sociali. Perché alcune persone protestano in modo violento? L’accusa di terrorismo presuppone un progetto politico di sovversione dell’ordinamento democratico. Ma non è verosimile che le frange estremiste dei centri sociali o i black bloc puntino alla conquista del potere. Più plausibilmente esprimono una rabbia irrazionale, che finisce per danneggiare la stessa causa dei movimenti sociali.

    La retorica deumanizzante dell’antiterrorismo serve a giustificare misure emergenziali, ma elude la realtà della disgregazione e del degrado sociale a cui molti centri sociali occupati tentano di dare una risposta. Relazionarsi con queste realtà non significa coprire politicamente la violenza, ma tentare la strada dell’integrazione.

    Per questo è sbagliato dare per scontato il fallimento del percorso di regolarizzazione avviato dall’amministrazione torinese con Askatasuna: lo sgombero è intervenuto mentre quell’esperimento era ancora in corso. È quanto accaduto anche a Milano con il Leoncavallo. In entrambe le città sono stati sgomberati centri sociali in trattativa con il Comune, come se il problema non fosse l’illegalità, ma la possibilità stessa di far rientrare quelle esperienze nella legalità. Come se, per il partito dell’ordine pubblico, fosse più utile mantenere l’antagonismo ai margini, come spauracchio e nemico necessario.

    P.s. Sui fatti di Torino suggerisco di leggere la testimonianza di Rita Rapisardi e il commento di Selvaggia Lucarelli.

  • L’IDF ammette 70mila morti a Gaza

    L'IDF ammette 70mila morti a Gaza

    Fonti militari israeliane di alto livello hanno riconosciuto che il numero dei palestinesi uccisi a Gaza dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023, è vicino alle stime diffuse dal Ministero della Sanità di Gaza. La cifra si aggira intorno ai 70.000 morti, in linea con i dati aggiornati a fine gennaio 2026, che parlano di oltre 71.000 vittime. Non si tratta di un’ammissione ufficiale dell’IDF, ma di una valutazione interna emersa in briefing anonimi con i giornalisti e riportata da testate israeliane come Haaretz, Jerusalem Post, Times of Israel e Ynet.

    L’esercito israeliano precisa che quei numeri non costituiscono dati ufficiali che, nel caso, verrebbero diffusi solo attraverso canali formali. Tuttavia, per la prima volta, fonti della sicurezza israeliana hanno definito i dati del Ministero della sanità di Gaza “largamente accurati” per quanto riguarda le morti causate direttamente dal fuoco israeliano. Restano esclusi dal conteggio i dispersi sotto le macerie e le morti indirette dovute a fame, malattie e collasso del sistema sanitario.

    Israele contesta ancora la composizione delle vittime. Secondo l’IDF, tra 22.000 e 25.000 morti sarebbero combattenti di Hamas o di altri gruppi armati. L’esercito nega inoltre l’esistenza di morti per fame tra persone considerate “sane” e afferma di essere ancora al lavoro sulla distinzione tra civili e combattenti. Il riconoscimento del numero totale non implica quindi l’accettazione della narrativa palestinese né delle accuse di genocidio e carestia.

    Il cambiamento riguarda soprattutto la “guerra dei numeri”. Per oltre due anni Israele ha contestato l’attendibilità delle cifre diffuse dal Ministero della sanità di Gaza, accusandole di propaganda. Ora quella linea risulta sempre più difficile da sostenere, anche perché ONU, ONG internazionali e servizi di intelligence occidentali considerano da tempo quei dati sostanzialmente affidabili. Continuare a negarli avrebbe messo in discussione la credibilità stessa dell’intelligence israeliana.

    Accettare il totale consente all’IDF di spostare il terreno dello scontro comunicativo. Il dibattito non verte più su quanti siano i morti, ma su chi siano e perché siano morti. In questo modo Israele tenta di difendere la propria condotta militare, rivendicando l’eliminazione di una parte significativa delle forze di Hamas e riducendo il peso delle accuse di sproporzionalità davanti all’opinione pubblica e alle corti internazionali.

    La dichiarazione arriva dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, in una fase di operazioni limitate ma con procedimenti aperti presso la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale. In questo quadro, un riconoscimento parziale dei dati serve a mostrare trasparenza, prevenire accuse di occultamento e preparare una linea difensiva più solida sul piano legale e diplomatico.

    Non si tratta quindi di una confessione né di un atto di debolezza. È un riposizionamento tattico: ammettere ciò che non è più credibile negare per controllare meglio il resto della narrazione. La cifra complessiva delle vittime non è più il terreno dello scontro. Lo restano la classificazione dei morti, le responsabilità e le cause della catastrofe umanitaria in corso.

  • L’omicidio ICE di Alex Pretti a Minneapolis

    L'omicidio ICE di Alex Pretti a Minneapolis

    Come per Renee Nicole Good, nel dibattito sull’omicidio di Alex Jeffrey Pretti a Minneapolis il 24 gennaio 2026, durante un’operazione federale di controllo dell’immigrazione (Operation Metro Surge), si è rapidamente diffusa una narrazione che colpevolizza la vittima. Questa narrazione affianca e spesso rafforza la linea difensiva delle autorità federali, ma va oltre: sposta la responsabilità dagli agenti che hanno sparato al comportamento, alle scelte e persino all’identità di Pretti.

    Il primo argomento è la criminalizzazione preventiva. Esponenti dell’amministrazione e commentatori filo-governativi hanno descritto Alex Pretti come un soggetto violento, fino a definirlo un “terrorista domestico” o un uomo intenzionato a “massacrare” gli agenti. Questa accusa è circolata prima di qualsiasi accertamento e in aperto contrasto con i video disponibili. Ha una funzione precisa: trasformare l’uccisione in un atto di difesa necessaria, sottraendola a ogni valutazione sulla proporzionalità della forza.

    Il secondo argomento riguarda il possesso di un’arma legale. Pretti aveva un regolare porto d’armi. Non ha mai estratto la pistola. I video mostrano che teneva in mano un telefono e che un agente gli ha rimosso l’arma dalla fondina solo dopo averlo atterrato. Nonostante ciò, dirigenti federali e commentatori hanno sostenuto che “non si va armati a una protesta”, insinuando che il solo possesso renda legittimo l’uso della forza letale. Questo argomento ribalta un diritto costituzionale in una presunzione di colpevolezza. Non a caso, persino organizzazioni pro-armi lo hanno definito pericoloso e infondato.

    Il terzo argomento è la teoria della provocazione e della resistenza. Secondo questa lettura, Pretti “si è messo in mezzo”, “ha interferito”, “si è messo da solo in pericolo”. In realtà, le riprese e le testimonianze indicano che è intervenuto quando gli agenti hanno spinto a terra una donna, cercando di aiutarla e di filmare quanto stava accadendo. La narrazione ribalta il senso dell’azione: l’intervento civile diventa intralcio, l’aiuto diventa aggressione, l’osservazione diventa resistenza meritevole di punizione.

    Un quarto argomento è la responsabilità politica riflessa. Alcune figure pubbliche hanno attribuito la tragedia alla retorica dei leader locali o alla mancata collaborazione con il governo federale. Così Pretti viene ridotto a prodotto di un clima politico “incendiario”, una pedina irresponsabile più che un individuo con diritti e giudizio morale. Anche qui, la funzione è chiara: assolvere chi ha sparato e spostare la colpa altrove.

    A queste narrazioni si oppongono fatti concreti. I video mostrano che Pretti non brandiva alcuna arma. Testimoni oculari riferiscono che è stato colpito alle spalle mentre non rappresentava una minaccia immediata. Analisti di policing definiscono l’uso della forza letale ingiustificato. La famiglia respinge le accuse come menzogne e ricorda chi era Pretti: un infermiere di terapia intensiva, abituato a proteggere e curare, non ad aggredire.

    Il cuore del dibattito non riguarda solo il singolo caso. Riguarda un meccanismo ricorrente: quando lo Stato uccide, una parte del discorso pubblico processa la vittima. Ne scruta le scelte, i diritti esercitati, le presunte imprudenze, fino a costruire una colpa postuma. Nel caso di Alex Pretti, questo meccanismo entra in rotta di collisione con immagini, testimonianze e analisi indipendenti. Ed è lì che la questione diventa politica e morale: se aiutare una donna, filmare un abuso o portare legalmente un’arma bastano a “mettersi in pericolo”, allora il problema non è la vittima. È il potere che abusa delle sue prerogative, spara, uccide e poi chiede di essere creduto.

  • Per la liberazione di Marwan Barghouti

    Fadwa Barghouti chiede la liberazione di Marwan Barghouti

    L’avvocata Fadwa Barghouti guida la campagna internazionale per la liberazione di suo marito Marwan Barghouti, il “Mandela palestinese”, e degli oltre diecimila prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane in condizioni disumane. Il 20 gennaio, al Cinema Adriano di Roma, introducendo il documentario Tomorrow’s Freedom sulla vita di Marwan Barghouti, Fadwa ha sottolineato come la libertà di suo marito sia un simbolo di unità e della possibile soluzione politica del conflitto israelo-palestinese.

    Sostenuta da Assopace Palestina, ANPI, ARCI e da forze politiche come PD e AVS, la campagna chiede, oltre alla liberazione dei prigionieri politici, il rispetto delle Convenzioni di Ginevra e la fine del regime di apartheid. Marwan Barghouti, in carcere dal 2002, sta scontando cinque ergastoli. Nonostante la detenzione, rimane una delle figure più popolari e autorevoli della politica palestinese. È considerato l’unico leader capace di unificare le diverse fazioni e sostiene una soluzione fondata sulla fine dell’occupazione e sulla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele.

    Sulla vicenda, Roberto Della Rocca ha voluto mettere “i puntini sulle i”. Il dirigente UCEI contesta a PD e AVS l’uso dell’espressione “prigioniero politico” riferita a Barghouti, poiché è stato condannato da un tribunale civile per omicidio e terrorismo in quanto leader dei Tanzim durante la Seconda Intifada. Definirlo tale, sostiene, equivarrebbe a considerare prigionieri politici anche i leader delle Brigate Rosse o dei NAR.

    Pur esprimendo un giudizio durissimo sul suo passato, Della Rocca riconosce però in Barghouti la figura politicamente decisiva per sbloccare il conflitto: un’alternativa laica ad Hamas, l’unico leader che vincerebbe eventuali elezioni palestinesi “con le mani legate dietro la schiena”. La sua analisi sposta così il piano dal “diritto alla scarcerazione”, che nega, alla “opportunità politica della liberazione” come strumento per rompere lo status quo.

    Questo realismo politico è apprezzabile. Ma se si vuole davvero mettere “i puntini sulle i”, occorre ricordare che Brigate Rosse e NAR agivano contro uno Stato di cui erano cittadini, titolari di diritti civili e politici. I palestinesi nei Territori Occupati, invece, vivono sotto giurisdizione militare israeliana, senza diritti di cittadinanza. In questo contesto la legalità non è un principio giuridico-democratico, ma l’espressione dei rapporti di forza.

    Un tribunale palestinese non ha alcun potere di processare un politico, un militare israeliano o un colono per le vittime di Gaza o della Cisgiordania. In questa asimmetria strutturale, i processi israeliani contro i leader palestinesi non sono atti di giustizia neutrale, ma forme di “giustizia del vincitore”, cioè repressione politica mascherata da procedura legale.

    Marwan Barghouti rifiutò infatti di riconoscere la legittimità del tribunale israeliano nel giudicare un cittadino palestinese, parlamentare eletto di un popolo sotto occupazione. Per questa ragione i suoi legali non presentarono prove a discarico né interrogarono i testimoni dell’accusa. Barghouti fu assolto per 33 capi di accusa per mancanza di prove dirette, e condannato per cinque omicidi non come esecutore materiale, ma in quanto ritenuto responsabile in qualità di leader politico–militare. Si tratta di una forma di responsabilità che, se applicata in modo coerente secondo i criteri del diritto internazionale, porrebbe questioni analoghe per qualsiasi catena di comando coinvolta in operazioni militari che abbiano prodotto uccisioni di civili. La sua applicazione selettiva, invece, conferma la natura politica del processo.

    Gran parte del procedimento si basava sulle confessioni di altri detenuti palestinesi. L’Unione Interparlamentare e numerose ONG hanno denunciato che tali testimonianze furono ottenute sotto coercizione fisica e psicologica, rendendole inammissibili secondo gli standard internazionali. Una delle “prove” centrali, prodotta dallo Shin Bet, era un verbale di interrogatorio che Barghouti si era rifiutato di firmare, contestandone il contenuto, ma che il tribunale ammise comunque. Inoltre, Barghouti fu prelevato dai Territori Occupati e processato in Israele. Amnesty International ha ricordato che la Quarta Convenzione di Ginevra vieta all’occupante di trasferire persone protette dal territorio occupato al proprio territorio per processarle. Il processo, celebrato dal tribunale di uno Stato di cui Barghouti non è cittadino e che occupa la sua terra, è dunque intrinsecamente politico.

    Le condizioni di detenzione sono nel frattempo drasticamente peggiorate. Nell’agosto 2025 è stato diffuso un video che mostra il ministro Ben Gvir mentre irrompe nella cella di Barghouti nel carcere di Ganot, minacciandolo pubblicamente. Sono state documentate ripetute aggressioni da parte delle guardie carcerarie. Nel marzo 2024 e nel settembre 2025 Barghouti è stato picchiato fino a perdere conoscenza. I legali parlano di costole incrinate, ossa rotte, ferite al volto e persino della mutilazione di una parte dell’orecchio.

    Dall’ottobre 2023 è stato trasferito più volte e tenuto in isolamento totale in diverse carceri. È detenuto in celle buie, privato di cure mediche, di cibo adeguato, di beni essenziali. La Croce Rossa e gli avvocati hanno incontrato gravi ostacoli nell’accesso. Questo trattamento non è solo una punizione individuale, ma il tentativo di spezzare il simbolo politico che Barghouti rappresenta per l’unità del popolo palestinese.

    La sua liberazione è dunque insieme una questione di diritto, poiché è stato condannato senza un giusto processo da un tribunale privo di giurisdizione; una questione umanitaria, per le condizioni di detenzione e tortura; e una questione politica, perché è l’unico leader in grado di unire i palestinesi e condurli a un accordo di pace con Israele.

  • Iran: la rivolta tradita

    Iran: la rivolta tradita

    Un senso di cinismo e tradimento pervade il giudizio sull’atteggiamento occidentale, in particolare americano, nei confronti del popolo iraniano. Nella prima metà di gennaio, mentre la protesta nazionale si diffondeva in tutte le province dell’Iran con imponenti manifestazioni di massa, il presidente USA Donald Trump pubblicava una serie di post sul Truth Social. Per minacciare il regime degli Ayatollah e dei Pasdaran: se avessero sparato contro i manifestanti, gli USA sarebbero intervenuti in loro soccorso. E per incoraggiare il movimento a conquistare le istituzioni, perché gli aiuti stavano per arrivare. I manifestanti che speravano in un intervento militare e quelli che volevano solo un aiuto logistico-tecnologico devono averci creduto. Perché dopo l’attacco al Venezuela e il rapimento del suo dittatore, Nicolas Maduro, si è diffusa nel mondo l’idea che Trump fa quello che dice e va preso sul serio.

    Eppure, qualche motivo per dubitare c’era. Quando i giornalisti hanno incalzato Trump, obiettando ai suoi annunci che le uccisioni in Iran erano già in atto, il presidente ha minimizzato, attribuendo le morti alla calca dei manifestanti. E quando la risposta stragista del regime è diventata evidente, nonostante e in forza del blackout di Internet, Trump ha spostato l’obiettivo della minaccia, vincolando l’intervento all’esecuzione delle impiccagioni dei manifestanti arrestati. Per poi fare marcia indietro quando fonti molto importanti, non meglio precisate, gli avrebbero assicurato la sospensione delle esecuzioni. Trump ha ringraziato le autorità iraniane e si è vantato di aver salvato delle vite con la sola minaccia di intervenire.

    I motivi per cui Trump ha rinunciato a intervenire appartengono al campo delle ipotesi. Può essere che sia stato convinto dalla contrarietà di Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Russia. E persino di Israele, che avrebbe fatto un patto di non aggressione con l’Iran. Oppure, che non abbia trovato il modo di garantirsi una guerra lampo, un colpo ad effetto, qualcosa che equivalesse al sequestro di Maduro, come poteva essere l’uccisione di Alì Khamenei. Oppure, ancora, che le autorità iraniane abbiano promesso a Trump, oltre la sospensione delle impiccagioni, qualcosa di veramente interessante per lui, relativamente ai negoziati sul nucleare, la gestione dei giacimenti di gas e di petrolio. Abbiamo appena visto, proprio nel caso del Venezuela, che Trump usa la forza, non per cambiare i regimi, ma per addomesticarli, in modo che corrispondano ai suoi interessi.

    In questo piano, però, le opposizioni, le popolazioni in rivolta, funzionano come carne da macello. E non si tratta solo di un tragico episodio isolato, ma di una strategia consolidata. Il popolo iraniano è sceso in piazza, non perché sobillato, sebbene sia stato molto irresponsabilmente incoraggiato, ma per cause interne: la valuta ridotta a carta straccia, i prezzi proibitivi, l’acqua salmastra che esce dai rubinetti, i soldi buttati nelle perdenti imprese militari, la corruzione del regime. Cause interne, tuttavia, provocate anche dalle sanzioni occidentali.

    In particolare le sanzioni americane, decise proprio durante il primo mandato di Donald Trump, all’insegna della massima pressione. A cui ora si aggiungono i dazi del 25% contro tutti i paesi che commerciano con l’Iran. Scopo delle sanzioni è impoverire e destabilizzare lo stato, provocare un grave malcontento popolare, affinché il popolo stesso assuma l’iniziativa di ribellarsi e rovesciare il regime. Ma quando la rivolta finalmente esplode, l’America sanzionatrice cosa fa? Scrive post roboanti su Truth Social.