Autore: Massimo Lizzi

  • Alberto Trentini e Camilo Castro

    Alberto Trentini e Camilo Castro

    Alberto Trentini, un cooperante italiano di 46 anni originario di Venezia, è detenuto dal 15 novembre 2024 nel carcere El Rodeo I di Caracas, in Venezuela, senza accuse formali precise. Il governo italiano non è ancora riuscito a ottenere la sua liberazione. Al contrario, la Francia ha ottenuto la liberazione di Camilo Castro, un cittadino francese di 41 anni detenuto nello stesso carcere per quattro mesi (dal 26 giugno al 16 novembre 2025), anch’egli senza accuse chiare. Qual è la differenza?

    Né l’Italia, né la Francia riconoscono Nicolas Maduro come legittimo presidente del Venezuela dalle elezioni del 2019, in linea con la posizione dell’Unione Europea. L’Italia, tra i principali paesi europei, fu l’unica a non riconoscere Juan Guaidó come vincitore delle elezioni, scelta che teoricamente avrebbe potuto metterla in una posizione relativamente più agibile di fronte al regime venezuelano. Eppure, il nostro governo è quello che non ottiene nessun risultato nel fronteggiare la politica degli ostaggi praticata da Maduro.

    Parigi ha avviato presto contatti con Caracas, mediati da Brasile e Messico. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha espresso in più occasioni preoccupazione per iniziative militari statunitensi nella regione, un segnale politico probabilmente ben accolto a Caracas.

    Il governo italiano, invece, ha temporeggiato per mesi, sottovalutando l’urgenza della situazione. Non ha attivato canali efficaci con il regime venezuelano, né individuato mediatori terzi credibili. Solo recentemente è stato nominato un inviato speciale per i detenuti italiani in Venezuela, Luigi Vignali. L’Italia non ha compiuto nessun gesto diplomatico che potesse fungere da incentivo per Caracas. La strategia del silenzio, presentata come riservatezza, ha prodotto solo immobilismo.

    La liberazione di Camilo Castro dimostra che una diplomazia pragmatica funziona. La Francia, pur non riconoscendo Maduro, ha dialogato con Caracas tramite mediatori affidabili, ha agito con tempestività e ha mosso segnali politici percepibili dal regime. L’Italia, invece, si è trincerata dietro il disconoscimento formale di Maduro — una scelta che appare più politica che diplomatica — rinunciando a qualsiasi iniziativa pragmatica.

    A pagare il prezzo di queste inerzie c’è una persona: Alberto Trentini. Cooperante impegnato negli aiuti umanitari, è detenuto da oltre un anno nel carcere El Rodeo I.

    Il governo Meloni e il ministro Tajani, finora, hanno fallito. Non hanno attivato canali efficaci, non hanno cercato mediatori, non hanno costruito nessun incentivo diplomatico. Hanno lasciato passare i mesi, mentre la Francia otteneva risultati concreti. La nomina tardiva di un inviato speciale non cancella un anno di inerzia.

    Quanto dovranno ancora aspettare Alberto Trentini e la sua famiglia? E cosa impedisce all’Italia di adottare la stessa determinazione dimostrata dalla Francia? Se Parigi ha liberato Castro in quattro mesi, perché Roma non riesce a fare altrettanto dopo oltre un anno? La risposta non sta nelle condizioni di partenza – paradossalmente favorevoli all’Italia – ma nelle scelte politiche del governo italiano.

  • La violenza politica non è romantica

    Un articolo di Alessandro Ferretti invita a guardare la violenza nei cortei non come frutto di infiltrazioni o idiozie individuali, ma come espressione politica di persone reali, spesso ferite, arrabbiate o spinte da una razionalità alternativa. Il richiamo è utile contro le spiegazioni stereotipate. Ma la sua analisi, nel tentativo di superare una narrazione parziale, ne propone un’altra altrettanto parziale.

    Le infiltrazioni sono una pratica documentata delle polizie di molti Paesi, Italia compresa: dalle schedature preventive di Genova 2001, alle infiltrazioni No Tav, alle operazioni sotto copertura nei movimenti climatici. Che molti se ne servano in modo automatico o complottista non implica che la dinamica sia immaginaria.

    L’articolo presenta chi rompe vetrine o attacca obiettivi come un soggetto lacerato da anni di rabbia repressa, oppure animato da una razionalità militante. È una possibilità, ma non l’unica. Esistono altre motivazioni: performance di mascolinità, ricerca di status all’interno del gruppo; adrenalina e identità di piazza; conflittualità pre-politica o tribale; cultura del “corpo a corpo” elevata a rito identitario; volontà deliberata di sabotare la manifestazione altrui. Ridurre tutto alla sofferenza sociale o alla “razionalità altra” rischia di romanticizzare un fenomeno che ha anche componenti narcisistiche, settarie o apertamente distruttive.

    Il testo parla indistintamente di “violenza”: imbrattare una banca e colpire un manifestante, affrontare un cordone di polizia, bruciare un’auto, vandalizzare la redazione di un giornale, sono atti qualitativamente diversi, con implicazioni politiche diverse. Soprattutto è diversa la violenza spontanea dalla violenza organizzata di tipo squadristico. Trattare la violenza come un blocco uniforme non permette di comprenderne la natura e le dinamiche interne.

    L’articolo presenta implicitamente la violenza come conseguenza di un conflitto verticale: dall’alto la repressione, dal basso la reazione. Ma non è sempre così. Dentro i movimenti esistono forme di violenza orizzontale, cioè usate per silenziare dissensi interni, intimidire chi contesta certe tattiche o imporre una linea minoritaria come se fosse quella del movimento. La violenza non è solo espressione della disperazione o dello scontro col potere: può essere anche uno strumento di potere interno. Il fatto che un’azione abbia motivazioni psicologiche o sociali non implica che abbia senso politico.

    Molte azioni violente — perfino animate da sofferenza reale — finiscono per impedire la partecipazione di donne, anziani, famiglie, studenti; offrire ai media un pretesto per oscurare le ragioni della protesta; fornire alla polizia la legittimazione per irrigidire la repressione; fare spazio alla violenza di contro-movimenti reazionari; spaccare i movimenti in frazioni inconciliabili. Una parte della violenza nei cortei non è solo discutibile dal punto di vista etico: è controproducente dal punto di vista politico.

  • Ucraina, una guerra per tre conflitti

    Ucraina, una guerra per tre conflitti

    La guerra ucraina è composta da tre conflitti sovrapposti: la guerra tra gli indipendenti del Donbass e Kiev; la guerra tra Kiev e Mosca; la guerra tra Russia e Occidente. Le prime due sono combattute direttamente; la terza è combattuta indirettamente. Tutte si combattono sul territorio dell’Ucraina. Ma un accordo sulla sola Ucraina non risolve la guerra.

    Mosca non accetta un congelamento della linea del fronte, perché sta avanzando e perché il suo obiettivo iniziale era la conquista di tutta l’Ucraina per insediare a Kiev un governo filorusso. Kiev non accetta di cedere territori del Donbass che non ha ancora perso sul terreno, anzi rivendica il ripristino della piena sovranità su tutto il territorio ucraino nei confini del 1991 (compresa la Crimea).

    Gli Usa di Trump, a differenza degli Usa di Biden, si propongono come mediatori e non come alleati di Kiev. Ma la mediazione di Trump si limita a fare proposte sull’assetto dell’Ucraina, su quanta Ucraina concedere alla Russia. In questo modo, rischia di penalizzare l’Ucraina e il diritto internazionale, due argomenti sui quali Trump è poco sensibile, senza riuscire mai a ottenere non solo la pace, ma neppure la tregua. Se concede troppo, Kiev e gli europei non ci stanno; se concede troppo poco non ci sta Mosca.

    Una mediazione seria da parte americana dovrebbe affrontare il terzo livello del conflitto: quello tra la Russia e l’Occidente. Quindi, andare alle origini della guerra ucraina. Perché la Russia ha deciso l’invasione? Non solo per riappropriarsi dell’Ucraina, condizione che le consente di tornare a essere una grande potenza, ma anche per mettere in discussione l’ordine internazionale a guida americana, sorto dopo la caduta dell’Urss nel 1991 e messo in crisi dai fallimenti delle guerre americane in Medio Oriente, in ultimo dal ritiro americano dall’Afghanistan.

    Trump dovrebbe proporre a Putin (e al suo alleato cinese in procinto di attaccare Taiwan), non un assetto dell’Ucraina, ma un assetto del mondo. Non essendo Trump un democratico, la sua proposta si risolverebbe in un patto di spartizione delle aree d’influenza. Questo come europei potrebbe non piacerci, perché implicherebbe la spartizione della stessa Europa. Però, la via per la pace, potrebbe comunque passare per questa strada.

    Quale potrebbe essere la proposta di un presidente USA democratico? La Russia si ritira dall’Ucraina, da tutti i territori conquistati e con ciò si ripristina la sovranità nazionale ucraina e il diritto internazionale. L’Occidente allenta le sanzioni nella misura in cui la Russia partecipa alla ricostruzione e al risarcimento dei danni di guerra. L’Ucraina rimane neutrale o, al limite, aderisce all’Unione Europea. Le repubbliche del Donbass liberate dalla presenza russa possono avere uno statuto speciale di autonomia, come il nostro Trentino Alto Adige. Oppure, svolgere un referendum con veri osservatori internazionali, per decidere se rimanere in Ucraina o annettersi alla Federazione russa.

    La Nato si ritira gradualmente dall’Europa orientale e dai paesi scandinavi. A questo punto, tali paesi si sentirebbero esposti e indifesi. Ma la UE potrebbe rafforzare la sua integrazione militare e dotarsi di un dispositivo di mutua sicurezza simile all’articolo 5 della Nato. Ucraina farebbe parte integrante dell’alleanza europea.

    Se il ritiro della Nato dall’Europa orientale fosse ritenuto politicamente impraticabile, la Nato potrebbe almeno impegnarsi in modo formale a non espandersi ulteriormente. Putin ha criticato Gorbaciov per non aver preteso nel 1991 un impegno scritto da parte degli Usa a non espandere la Nato a Est, di essersi accontentato di una promessa verbale. Oggi, gli Usa potrebbero concedere a Putin una promessa formalizzata e firmata a non espandere la Nato in Ucraina e in Georgia.

    Un tale assetto internazionale, potrebbe salvaguardare gli interessi di tutte le parti in causa: la Russia, l’Ucraina, le autonomie del Donbass, l’Europa, gli Stati Uniti e ripristinare il diritto internazionale.

    A proposito di diritto internazionale, la CPI ha emesso un mandato di arresto per Putin nel marzo 2023, per il trasferimento forzato di bambini ucraini. La restituzione di questi bambini ai loro legittimi genitori deve essere parte di qualsiasi accordo di pace.

  • La proporzionalità demografica per misurare i conflitti

    La proporzionalità demografica per misurare i conflitti

    In proporzione demografica, il genocidio a Gaza è la più grave strage di civili del XXI secolo”. Questa affermazione provoca obiezioni che mirano a relativizzare la distruzione della popolazione palestinese, confrontandola con massacri “peggiori” avvenuti altrove. L’esempio adesso più citato è El-Fasher, nel Nord Darfur, dove nell’ottobre 2025 — secondo le stime indipendenti più alte — 10.000–30.000 persone sono state uccise in poche settimane su 260.000 residenti rimasti in città (3,85% – 11,5%), all’interno di un conflitto sudanese che dal 2023 ha fatto almeno 150.000–200.000 vittime. Ma la comparazione diversiva non rende la strage di Gaza meno grave.

    Anche perché il confronto proporzionale tra El-Fasher e Gaza è metodologicamente scorretto. I 260.000 abitanti di El-Fasher sono solo la popolazione rimasta dopo una fuga di massa: prima della caduta la città contava circa 1,1 milioni di persone. Gaza, invece, è un territorio ermeticamente chiuso: la popolazione non ha potuto sfollare. Confrontare proporzioni calcolate su popolazioni “residue” con proporzioni calcolate su popolazioni “intere” equivale a confrontare grandezze non compatibili.

    L’obiezione attacca allora il concetto stesso di “proporzione demografica”, rappresentandolo come un espediente escogitato per far sembrare più grandi massacri che, in termini assoluti, non primeggerebbero. Si ricorre al paragone caricaturale: «uccidere venti svizzeri sarebbe peggio che uccidere duecento cinesi». Ma nessuno usa la proporzione demografica per attribuire valore diverso alla vita umana. La proporzione serve a misurare l’impatto sistemico che una guerra ha su un gruppo umano. È per questo che uccidere il 3–5% dei gazawi (inclusi 30.000–40.000 bambini) in un’area di 365 km² rappresenta un evento di scala storica.

    Negli studi sui conflitti e nel diritto internazionale la proporzionalità demografica è un criterio fondamentale. Le principali istituzioni di monitoraggio — Uppsala Conflict Data Program, PRIO, ACLED, International Crisis Group, UNDP, OCHA — la impiegano per valutare tre dimensioni decisive:

    1. La distruzione relativa del gruppo colpito.
    Uccidere il 5% della popolazione di un territorio è un evento totalmente diverso dallo stesso numero assoluto distribuito su uno Stato cento volte più grande.

    2. La capacità di sopravvivenza e ricostruzione del gruppo.
    Una comunità piccola o confinata può non riprendersi mai da perdite anche limitate; una società ampia può assorbirle senza collasso strutturale.

    3. La natura sistemica o indiscriminata della violenza.
    Il numero assoluto non rivela se l’attacco era mirato, diffuso, totale. La proporzione, sì.

    Senza il dato proporzionale, conflitti radicalmente differenti diventano numericamente indistinguibili. La proporzione serve proprio a evitare questa cancellazione del contesto.

    Il diritto internazionale non stabilisce soglie aritmetiche, ma usa concetti che presuppongono una valutazione proporzionale:

    • Genocidio: distruzione di un gruppo “in tutto o in parte”.
    • Crimini contro l’umanità: attacco “diffuso o sistematico”.
    • Crimini di guerra: violazioni su larga scala contro persone protette.
    • Valutazioni umanitarie ONU: sempre in rapporto alla popolazione colpita.

    La proporzione è quindi incorporata in ogni definizione che distingue un reato individuale da un crimine collettivo.

    Nel caso di Gaza, la proporzionalità demografica aiuta a misurare quattro elementi:

    • la densità più alta del mondo;
    • la distruzione estesa del parco abitativo e sanitario;
    • il tasso straordinariamente alto di vittime civili, stimato tra l’83% e il 90%;
    • un totale di 186.000–220.000 morti (diretti e indiretti) su 2,3 milioni di abitanti, pari al 3–5% della popolazione in 14 mesi.

    Questi dati non dicono che Gaza soffre “più” di altri. Dicono che presenta una combinazione di fattori letali unica nel XXI secolo.

    Infine, c’è un punto che la maggior parte delle obiezioni evita. Quando si colloca Gaza nella stessa tabella comparativa degli yazidi a Sinjar (2014–2017), dei Rohingya in Myanmar (2017), dei non-arabi del Darfur (2023–2025) o dei tigrayani in Etiopia (2020–2022), si finisce inevitabilmente per collocare l’IDF — e lo Stato che lo dirige — nello stesso “cluster” dei principali perpetratori di violenza di massa contemporanea. Le caratteristiche che rendono Gaza un caso demograficamente anomalo — altissimo tasso di civili uccisi, distruzione totale delle infrastrutture vitali, impossibilità di fuga, uso della fame come arma — sono le stesse che, negli altri casi citati, hanno portato commissioni ONU e corti internazionali a parlare di crimini di guerra, crimini contro l’umanità o atti genocidari.

  • Il reato di opinione di Mohamed Shahin

    Il reato di opinione di Mohamed Shahin

    Mohamed Shahin, imam del quartiere San Salvario a Torino, è stato colpito da un decreto di espulsione “per motivi di sicurezza e prevenzione del terrorismo” firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. In Italia da quasi vent’anni, oppositore del regime egiziano di Abdel Fatah al-Sisi, Shahin è un punto di riferimento di una moschea nota per il dialogo interreligioso e le iniziative comuni con comunità cattoliche, valdesi e laiche. Vive a Torino con la moglie e due figli minori. Da settimane ha presentato domanda di asilo politico, dichiarando di temere persecuzioni e torture in caso di rimpatrio in Egitto.

    Il caso che oggi lo riguarda nasce da alcune frasi pronunciate il 9 ottobre 2023, durante una manifestazione pro-Palestina svoltasi due giorni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Shahin definì l’attacco “non una violenza, ma una reazione ad anni di oppressione”. Parole controverse, che suscitarono polemiche immediate. Nei giorni successivi le ha ritrattate, ribadendo la condanna della violenza “da ogni parte”, firmando un comunicato congiunto insieme a rappresentanti cattolici, valdesi, ebrei e musulmani.

    Nonostante ciò, il 25 novembre 2025 Piantedosi ha firmato un decreto di espulsione immediata: Shahin è stato arrestato, il permesso di soggiorno revocato, e trasferito al CPR di Caltanissetta. La magistratura ha convalidato il provvedimento, ignorando il principio — normalmente vincolante — secondo cui la domanda di asilo sospende le espulsioni.

    Il decreto ministeriale, in tre pagine, descrive Shahin come figura “di rilievo in ambienti dell’Islam radicale”, “messaggero di un’ideologia fondamentalista e antisemita”, vicino alla Fratellanza Musulmana e simpatizzante sui social di Ismail Haniyeh (Hamas) e Muhammad Morsi. Già nel 2023 gli era stata negata la cittadinanza per ragioni di sicurezza, e risulta monitorato da tempo dalla Questura e, con ogni probabilità, dai servizi. L’unico precedente penale è una denuncia per “blocco stradale” durante un corteo pro-Palestina a maggio 2025: non risultano né indagini né condanne per terrorismo, né per apologia.

    La destra di governo, con Fratelli d’Italia in testa (e in particolare la deputata torinese Augusta Montaruli), rivendica l’espulsione come un “successo” nella lotta contro il radicalismo islamico, sostenendo che Shahin abbia “inneggiato” al 7 ottobre. Per molti altri, però, l’atto è illegittimo e pericoloso. A Torino si è formata una mobilitazione trasversale: Anpi, Cgil, il vescovo Paolo Olivero, il pastore valdese Francesco Sciotto e centinaia di cittadini hanno chiesto al Presidente Mattarella di revocare il provvedimento. Pd, M5S e Avs accusano Piantedosi di aver violato il diritto d’asilo e la CEDU, mentre associazioni pro-Palestina ricordano che Shahin è stato un promotore costante della nonviolenza. Un eventuale ricorso al TAR o alla Corte Europea appare ormai probabile.

    Il punto politico-giuridico è semplice: Mohamed Shahin non è accusato di aver compiuto reati, né di prepararne. È accusato di aver espresso opinioni discutibili. E un reato di opinione — in uno Stato di diritto — non può trasformarsi in “minaccia grave e attuale alla sicurezza dello Stato”.

    Il criterio della simmetria chiarisce l’aberrazione: non espelliamo un cittadino israeliano residente in Italia che giustifichi i bombardamenti su Gaza o le violenze dei coloni; non espelliamo un profugo ucraino che giustifichi l’invasione della regione russa di Kursk; non espelliamo un cittadino russo che sostiene la “operazione militare speciale” di Putin. Sono — che ci piacciano o no — parole. E le parole, in democrazia, si contrastano con altre parole, non con misure amministrative che bypassano il diritto di difesa e il controllo giudiziario.

    Per questo, la vicenda di Shahin appare come un precedente inquietante: una misura straordinaria, modellata non su fatti ma su valutazioni politiche e percezioni ideologiche. E l’eventuale rimpatrio in Egitto — un Paese in cui oppositori, attivisti e semplici sospetti subiscono torture sistematiche — aggiunge una componente di rischio estremo che la CEDU vieta senza eccezioni.

    Per questi motivi, credo sia giusto chiedere che Mohamed Shahin sia liberato e possa tornare alla sua vita, alla sua famiglia e alla sua comunità. E credo sia necessario che l’Italia torni a essere coerente con ciò che afferma di essere: una democrazia che non punisce le opinioni, non discrimina per religione o origine, e non consegna un uomo alla tortura in nome della sicurezza.

  • Il bilancio delle vittime palestinesi di Gaza

    Il bilancio delle vittime palestinesi di Gaza

    Secondo il Ministero della Salute di Gaza — i cui dati sono ritenuti affidabili da ONU, WHO e OHCHR — il bilancio aggiornato delle vittime palestinesi è di circa 70.500 morti e 170.000 feriti. Studi indipendenti peer-reviewed (The Lancet; Max Planck Institute; Brown University – Costs of War Project, 2025) considerano però queste cifre molto sottostimate, poiché non includono i corpi non recuperati sotto le macerie né le morti indirette dovute a fame, malattie e collasso dei servizi sanitari. Le stime più solide collocano dunque i morti diretti tra 100.000 e 120.000 e il totale delle vittime (dirette + indirette) tra 186.000 e 220.000. Analisi condotte da OHCHR su campioni di cadaveri identificati indicano che l’83–90% delle vittime sono civili, in prevalenza donne, bambini e anziani.

    Le fonti israeliane e filoisraeliane contestano la validità del bilancio delle vittime palestinesi. Sostengono che il Ministero della Salute, essendo parte dell’amministrazione di Gaza, manipoli i dati mediante duplicazioni, inclusione di morti naturali o vittime di razzi palestinesi, e successive rimozioni di nomi. Inoltre, Israele afferma di aver ucciso circa 20.000 combattenti, sostenendo un rapporto civili–miliziani vicino a 1:1, presentato come uno dei più bassi nella storia della guerra urbana. Le vittime civili sarebbero inevitabili a causa dell’uso di “scudi umani” da parte di Hamas.

    Tali affermazioni non trovano riscontro nelle verifiche indipendenti. Storicamente, i dati del Ministero della Salute hanno mostrato discrepanze inferiori al 3% rispetto ai conteggi delle Nazioni Unite nei conflitti 2008–2021. Le rimozioni di nomi risultano essere correzioni amministrative, non prova di falsificazione. Un database interno dell’IDF, trapelato nell’agosto 2025, attribuisce a maggio 2025 solo 8.900 combattenti uccisi, implicando un tasso di civili pari all’83%. Stime indipendenti (Airwars, Uppsala Conflict Data Program) collocano il numero dei miliziani uccisi tra 12.000 e 17.000: comunque ben al di sotto delle affermazioni israeliane. Per OHCHR e Amnesty un tasso di vittime civili superiore all’80% è “insolitamente alto” e non spiegabile con la sola presenza di combattenti tra la popolazione.

    Questa discrepanza è confermata anche dal periodo successivo al cessate il fuoco del 9–10 ottobre 2025: secondo Al Jazeera e CBC, l’IDF ha ucciso 312–340 palestinesi e ferito 760–900, molti dei quali civili non coinvolti in combattimenti. Il 19 novembre si registrano 25 morti in un solo giorno (BBC), e in ottobre un attacco ha ucciso 11 membri della stessa famiglia (Guardian). L’IDF parla di “risposte a minacce”, ma rapporti ONU descrivono attacchi contro civili in zone protette, in contrasto con la narrativa israeliana della “precisione”.

    L’argomento secondo cui Gaza non mostrerebbe “fossi comuni” o “odore di cadaveri in decomposizione”, rilanciato anche da Il Riformista il 13 novembre 2025 (“La grande menzogna sull’ecatombe di Gaza”), è contraddetto dai rilievi internazionali. Sono state documentate fosse comuni attorno agli ospedali Al-Shifa e Nasser, con oltre 400 corpi riesumati tra aprile e maggio 2024, molti con segni di esecuzione extragiudiziale. Le Nazioni Unite stimano che 10.000–15.000 corpi siano ancora sotto le macerie e non recuperabili. Inoltre, la tradizione islamica prevede la sepoltura entro 24 ore, riducendo fortemente gli odori su larga scala; molte aree sono state ripulite per ragioni igieniche. L’argomento “no bodies, no deaths” è classificato da ISD Global e Wikipedia come disinformazione ricorrente.

    La convergenza tra fonti indipendenti, organizzazioni internazionali e perfino documenti interni dell’esercito israeliano suggerisce che le vittime civili superino ampiamente le 60.000 unità, mentre il bilancio complessivo — tra morti dirette e indirette — si colloca tra 186.000 e 220.000. Si tratta, in proporzione demografica, della più grave strage di civili del XXI secolo.


    Studio The Lancet su mortalità traumatica a Gaza (gennaio 2025): Analisi capture-recapture che stima 64.260 morti dirette nei primi 9 mesi (sottostima del 41% rispetto ai dati ufficiali), con 59% donne, bambini e anziani. Supporta le stime di 100.000-120.000 morti dirette.
    The Lancet – Traumatic injury mortality in the Gaza Strip

    Rapporto Guardian sul database IDF trapelato (agosto 2025): Rivela che solo 8.900 militanti uccisi su 53.000 totali a maggio 2025, implicando un 83% di civili. Confuta le stime IDF di 20.000 combattenti.
    The Guardian – Revealed: Israeli military’s own data indicates civilian death rate of 83%

    Rapporto OHCHR/ONU su genocidio e vittime civili (maggio 2025): Documenta oltre 52.535 morti (70% donne e bambini) e chiama per indagini su attacchi indiscriminati, confutando le giustificazioni di “scudi umani”.
    OHCHR – End unfolding genocide or watch it end life in Gaza

    Rapporto ONU su fosse comuni negli ospedali (aprile 2024): Descrive oltre 300 corpi recuperati da Nasser Hospital (molti con mani legate), confutando l’assenza di prove fisiche di massacri.
    UN News – Mass graves in Gaza show victims’ hands were tied

    Wikipedia – Propaganda in the Israeli–Palestinian conflict: Questa pagina elenca il trope “no bodies, no deaths” come esempio di disinformazione pro-Israele, usato per negare le vittime palestinesi asserendo l’assenza di prove fisiche come fosse comuni o corpi visibili.
    Wikipedia – Propaganda in the Israeli–Palestinian conflict

  • La solidarietà con la Palestina e con l’Ucraina

    Una domanda ricorrente al mondo pacifista, umanitario, democratico, di sinistra, chiede perché la mobilitazione in solidarietà con i palestinesi vittime della guerra israeliana a Gaza non veda lo stesso coinvolgimento emotivo nella solidarietà con gli ucraini vittime della guerra russa in Ucraina. Possiamo riconoscere che questo scarto è vero e che, in fondo, riguarda anche quelle aree politiche che, al contrario, sono solidali con l’Ucraina, ma non con i palestinesi, o addirittura sono solidali con Israele. Tuttavia, mentre la contraddizione morale altrui, dipende soprattutto da ragioni ideologico-geopolitiche, la nostra è più complicata. Provo a citare alcuni motivi che non valgono come giustificazioni, ma come spiegazioni plausibili.

    I palestinesi ci sembrano molto più disperati degli ucraini. La guerra in Ucraina è vista come un conflitto tra due stati sovrani. Per quanto la Russia sia lo stato più forte e aggressore, l’Ucraina dispone di uno stato, un governo autonomo, un esercito funzionante, frontiere aperte verso l’Europa. Le ostilità infliggono perdite a entrambe le parti. La guerra di Gaza, invece, è vista come un genocidio o come uno sterminio unilaterale. Un potente apparato militare, quello israeliano, che schiaccia una popolazione civile indifesa, quella palestinese, che non ha mezzi per reagire, né un luogo dove scappare. La situazione degli ucraini è molto dura, la situazione dei palestinesi è una catastrofe umanitaria.

    Gaza è un territorio minuscolo e densamente popolato: ogni bombardamento produce immagini strazianti di civili sepolti sotto le macerie, di case, scuole, ospedali distrutti. La guerra in Ucraina è spalmata su un fronte di migliaia di chilometri. Spesso è una guerra di trincea, di artiglieria a lungo raggio. Le immagini dei civili ucraini uccisi ci sono (Bucha, Mariupol), ma la quotidianità del fronte ucraino appare spesso come una guerra di soldati contro soldati, mentre quella di Gaza appare come una guerra di aviazione e carri armati contro donne e bambini, persone inermi.

    L’oppressione russa sull’Ucraina ci sembra un fatto recente, anche se ha i suoi precedenti storici, come la collettivizzazione forzata delle terre durante gli anni Trenta del Novecento. L’oppressione israeliana della Palestina è un fatto secolare. Io mi sono affacciato all’età adulta vedendo le immagini del massacro di Sabra e Chatila e oggi invecchio vedendo le immagini del genocidio di Gaza. In mezzo ho visto le immagini dell’occupazione, della colonizzazione, della repressione delle intifade e tante campagne militari che facevano un “uso sproporzionato della forza”.

    Negli ultimi anni, il paradigma per leggere il conflitto israelo-palestinese è passato dal “conflitto territoriale” al “colonialismo di insediamento”. Questa cornice equipara la lotta palestinese a quella dei nativi americani o alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica. La guerra russo-ucraina, invece, è vista come una guerra territoriale classica di stampo novecentesco (invasione di confini). La lotta al colonialismo e all’apartheid ha un richiamo morale ed emotivo molto più potente rispetto alla difesa della sovranità nazionale classica.

    Per gli ucraini, i nostri governi (italiano, europei, americano) hanno fatto tutto quello che potevano: accolto profughi, organizzata l’assistenza umanitaria, dato sostegno diplomatico, fornito armi, superato linee rosse, sanzionato Mosca, persino paventato la possibilità di entrare in guerra contro la Russia. Invece, per i palestinesi i nostri governi non hanno fatto nulla, anzi, hanno sostenuto Israele. Nella geopolitica occidentale il sostegno a Ucraina e Israele vanno insieme.

    I movimenti pacifisti compensano l’incoerenza dei loro governi, ma rischiano di riprodurla rovescio dando valore politico alla resistenza dei palestinesi, che avrebbe significato per tutti i popoli oppressi, senza darne alla resistenza ucraina, che avrebbe valore solo per se stessa, o nemmeno per se stessa, ma solo per la Nato e l’Occidente. L’Ucraina lotterebbe per cambiare la sua collocazione coloniale, non per liberarsi davvero.

    Lottare dalla parte dei palestinesi contro lo stato militarista di Israele e il sostegno militare dell’Occidente a Israele significa lottare per la pace in prospettiva e per il cessate il fuoco adesso. Lottare dalla parte dell’Ucraina contro l’invasore russo, con i governi occidentali proiettati contro la Russia, rischia di dare un aiuto involontario all’escalation, di autorizzare dal basso una guerra contro la Russia.

    Israele siamo noi, è il nostro avamposto in Medio Oriente, è l’unica democrazia circondata da dittature e monarchie arabe, è un paese occidentale. I crimini commessi da Israele sono i nostri crimini. Sono atti che ci chiamano in causa e ci fanno sentire in colpa. Storicamente, Israele è la soluzione che abbiamo trovato alla risoluzione della questione ebraica in Europa, è il modo in cui abbiamo scaricato sugli arabi le conseguenze del millenario antisemitismo europeo. La Russia, invece, non siamo noi, anzi il Cremlino è potenzialmente un nostro nemico, se commette crimini, ci dispiace, ma non ci turba.

    Queste ragioni, tuttavia, non significano che sia giusto avere a cuore solo un popolo e non l’altro. Entrambi vanno sostenuti nella loro lotta per la sopravvivenza, la dignità e l’indipendenza. Sapendo che, se gli interessi geopolitici e le letture ideologiche li mettono in opposizione, invece il diritto internazionale e umanitario li mette dalla stessa parte. E questa dovrebbe essere la bussola che, se non può decidere l’intensità dei nostri sentimenti, può comunque orientarci per farci stare dalla parte giusta.

  • La risoluzione Onu non conforme al diritto internazionale

    Francesca Albanese: La risoluzione Onu non conforme al diritto internazionale

    Il 19 novembre 2025, in una conferenza stampa al Parlamento Europeo, la relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha dichiarato che la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza – adottata due giorni prima a sostegno del Piano Trump per Gaza – “non è conforme al diritto internazionale”. Un’affermazione che può sembrare paradossale, ma che rimanda alla natura stratificata del sistema giuridico internazionale.

    Una risoluzione controversa

    La Risoluzione 2803, approvata il 17 novembre con 13 voti favorevoli e le astensioni di Russia e Cina, dà una veste legale al “Piano di pace per Gaza” negoziato da Stati Uniti e Israele e accettato da Hamas nella sua prima parte (tregua e scambio di prigionieri). Il piano prevede un cessate il fuoco permanente, un “Board of Peace” presieduto dagli Stati Uniti per la ricostruzione, una Forza Internazionale di Stabilizzazione per la sicurezza, un Comitato Palestinese per la governance quotidiana e un ritiro graduale delle truppe israeliane, subordinato alla smilitarizzazione della Striscia.

    L’Unione Europea, Israele, l’Autorità Palestinese e vari paesi arabi – Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania – hanno accolto la risoluzione come un passo verso la stabilizzazione. Ma la lettura proposta da Francesca Albanese rovescia questa narrativa: per lei il piano non solo ignora i requisiti legali minimi per una soluzione giusta, ma rischia di istituzionalizzare nuove forme di controllo esterno su Gaza.

    Il riferimento centrale: la pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia

    La critica non riguarda dettagli procedurali, ma il fondamento stesso della risoluzione. Albanese richiama l’opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia del 19 luglio 2024, che stabilisce una serie di obblighi immediati e non negoziabili per Israele: ritiro “immediato e incondizionato” da Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est; smantellamento delle colonie; cessazione dello sfruttamento delle risorse palestinesi; riparazioni per le violazioni commesse; garanzia del diritto al ritorno dei rifugiati.

    Questi obblighi, sostiene la relatrice, dovrebbero costituire “il punto di partenza” di qualsiasi iniziativa politica. La Risoluzione 2803, pur introducendo un cessate il fuoco, non incorpora nulla di tutto ciò: trasforma un obbligo giuridico di ritiro in un processo condizionato e non affronta i nodi strutturali dell’occupazione.

    La gerarchia normativa

    Come può una risoluzione ONU “violare” il diritto internazionale? Per Albanese le risoluzioni devono rispettare la Carta delle Nazioni Unite, le norme imperative di ius cogens e la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia. La gerarchia delle fonti è chiara: nessuna decisione del Consiglio di Sicurezza può derogare al diritto all’autodeterminazione, al divieto di annessione, al divieto di aggressione o a obblighi derivanti da valutazioni giurisdizionali già vincolanti. In questo senso, la risoluzione rischia di essere non soltanto politicamente controversa, ma giuridicamente debole.

    I punti critici individuati da Albanese

    Tre elementi sono, per lei, particolarmente problematici:

    1. Il ritiro condizionato delle truppe israeliane, in contrasto con l’obbligo di ritiro immediato sancito dalla CIJ.
    2. La creazione di un Board of Peace a guida statunitense e l’impiego di una forza internazionale, percepiti come meccanismi di controllo che riducono l’autonomia palestinese.
    3. L’assenza di misure su colonie, risorse naturali, diritto al ritorno, cioè sui pilastri del contenzioso giuridico internazionale.

    Ne emerge una struttura di governance che privilegia la sicurezza e gli interessi strategici degli attori esterni rispetto ai diritti del popolo palestinese, rischiando di consolidare uno status quo illegale mascherato da processo di pace.

    Il contesto politico e la posta in gioco

    La posizione di Albanese acquista peso anche per il contesto politico. Sanzionata dagli Stati Uniti per le sue prese di posizione e spesso al centro di polemiche, richiama l’ONU al rispetto delle sue stesse norme fondative. Il suo monito si inserisce in una lunga storia di processi di pace falliti perché disallineati dal diritto internazionale: dagli Accordi di Oslo in avanti.

    Una tregua tattica

    La Risoluzione 2803 può rappresentare un risultato tattico: ferma le ostilità, apre canali di assistenza, stabilisce un quadro di supervisione. Ma, nella lettura di Albanese, non affronta le radici del conflitto. Senza un riferimento esplicito agli obblighi già stabiliti dalla Corte Internazionale di Giustizia, il cessate il fuoco rischia di essere una tregua precaria, non l’inizio di una pace fondata sul diritto.

    La sua critica, in ultima analisi, non mira a delegittimare l’ONU, ma a ricordarne la missione: la pace non può sostituire la giustizia, né una soluzione politica può ignorare norme superiori che vincolano tutti gli Stati. Il diritto internazionale non è un optional negoziabile, ma il presupposto indispensabile per una soluzione che non riproduca le stesse asimmetrie di potere che hanno alimentato il conflitto per decenni.

  • La guerra del Mali

    La guerra del Mali

    Abbiamo più paura dei russi o degli jihadisti? C’è una guerra che sembra metterci di fronte a questa alternativa, la guerra in Mali. Una delle crisi più gravi dell’Africa contemporanea.

    Le radici del conflitto

    Il conflitto ha le sue radici nelle contraddizioni irrisolte dall’indipendenza dalla Francia nel 1960. Il paese è uno stato artificiale che racchiude realtà diverse: a sud, lungo le fertili valli del fiume Niger, vivono popolazioni sedentarie come i Bambara e i Dogon che hanno sempre controllato il potere politico ed economico. A nord si estende l’Azawad, un immenso deserto popolato dai Tuareg, pastori nomadi berberi che per decenni si sono sentiti cittadini di serie B nel proprio paese.

    Questa marginalizzazione sistematica del nord – mancanza di scuole, ospedali, strade, rappresentanza politica – ha generato quattro ribellioni tuareg. Ogni volta, accordi di pace venivano firmati e poi violati per corruzione e indifferenza del governo centrale. Nel 2011, quando il regime di Gheddafi in Libia è crollato, migliaia di combattenti tuareg che militavano nella sua guardia pretoriana sono tornati in Mali portando con sé arsenali di armi pesanti. Avevano accumulato abbastanza frustrazioni e competenze militari per tentare ancora una volta di strappare l’autonomia per l’Azawad.

    Il 17 gennaio 2012 il Mouvement National pour la Libération de l’Azawad (MNLA) ha attaccato una base militare a Ménaka, dando inizio all’attuale guerra civile. In pochi mesi i ribelli tuareg, alleati con gruppi jihadisti come Ansar Dine e al-Qaeda nel Maghreb Islamico, hanno conquistato le città storiche del nord: Kidal, Gao, Timbuctù. L’8 aprile 2012 hanno persino proclamato l’indipendenza dell’Azawad, uno stato che nessuno ha riconosciuto.

    La crisi si è aggravata quando l’esercito maliano, umiliato dalle sconfitte, ha rovesciato il presidente con un golpe il 22 marzo 2012. Il capitano Amadou Sanogo accusava il governo di incapacità nel fronteggiare i ribelli. Questo colpo di stato ha gettato il paese nel caos proprio mentre i jihadisti consolidavano il controllo del nord, imponendo una versione brutale della sharia e trasformando una ribellione etnica in una minaccia terroristica regionale.

    L’esplosione jihadista e l’intervento straniero

    Quello che i Tuareg non avevano previsto era che i loro alleati jihadisti li avrebbero traditi. Entro la fine del 2012, gruppi come Ansar Dine, guidata dal tuareg Iyad Ag Ghali convertito all’islamismo radicale, e la galassia di al-Qaeda avevano espulso il MNLA secolare e instaurato un regime teocratico nel nord. Quando nel gennaio 2013 le colonne jihadiste hanno iniziato a marciare verso sud minacciando Bamako, la Francia è intervenuta con l’Operazione Serval, dispiegando 4.500 soldati che in poche settimane hanno riconquistato le città del nord.

    Da quel momento, per quasi un decennio, la presenza internazionale – 5.000 soldati francesi dell’Operazione Barkhane, 15.000 caschi blu della missione ONU MINUSMA, forze del G5 Sahel – ha tenuto in piedi un fragile equilibrio. Nel 2015, è stato firmato ad Algeri l’accordo per la pace e la riconciliazione del Mali tra governo e ribelli tuareg, che prometteva autonomia e sviluppo per il nord, ma come i precedenti non è mai stato attuato.

    Intanto i gruppi jihadisti si sono evoluti e rafforzati. Nel 2017 è nato JNIM (Jama’at Nusrat al-Islam wa al-Muslimin), una coalizione che unisce diverse katibe affiliate ad al-Qaeda sotto la leadership di Iyad Ag Ghali. JNIM ha cambiato strategia: invece di controllare le città, si è infiltrato nelle campagne, sfruttando conflitti locali tra pastori Fulani e agricoltori Dogon, offrendo “giustizia” islamica dove lo stato era assente o predatorio. In parallelo, lo Stato Islamico ha imposto la sua provincia saheliana, IS-Sahel, nel modo più brutale e indiscriminato negli attacchi ai civili.

    La svolta è arrivata tra il 2020 e il 2021 con due nuovi golpe militari che hanno portato al potere il colonnello Assimi Goïta. La giunta ha accusato Francia e partner internazionali di fallimento nella lotta al terrorismo e di interferenza negli affari interni. Nel 2022 ha espulso l’ambasciatore francese, costretto al ritiro le forze di Barkhane e poi nel 2023 cacciato anche i caschi blu ONU. Al posto dei francesi sono arrivati mercenari russi: prima il gruppo Wagner, poi ribattezzato Africa Corps dopo la morte di Prigozhin, con circa 1.000-2.000 uomini che hanno portato elicotteri d’attacco e istruttori militari.

    Il regime militare e l’alleanza con i russi

    Il governo di Goïta si è autoproclamato garante della sovranità nazionale contro il “neo-colonialismo” occidentale. Ha sospeso la costituzione, posticipato ripetutamente le elezioni e nel luglio 2025 si è nominato presidente per un mandato a tempo indefinito. Insieme a Burkina Faso e Niger, anch’essi guidati da giunte militari nate da golpe, ha formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) e nel gennaio 2025 ha abbandonato la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), isolandosi ulteriormente dalla regione.

    L’alleanza con la Russia ha portato armi e supporto politico, ma anche un pesante costo umanitario. I mercenari russi e l’esercito maliano sono stati accusati di massacri indiscriminati di civili e sospettati di collaborare con i jihadisti. Il caso più emblematico è il massacro di Moura nel marzo 2022, dove operazioni congiunte hanno causato circa 500 morti tra civili, molti giustiziati in modo sommario. Human Rights Watch ha documentato altri episodi nel 2025: 31 civili uccisi in due villaggi della regione di Segou in ottobre, tra cui donne e bambini, con case bruciate. A novembre un drone militare ha colpito una tenda nel nord sterminando un’intera famiglia, in quello che potrebbe configurarsi come crimine di guerra.

    Questi abusi non solo violano i diritti umani, ma alimentano proprio quel ciclo di risentimento che i gruppi jihadisti sfruttano per reclutare miliziani. Comunità intere, soprattutto Fulani nel centro del paese, si trovano strette tra la brutalità dell’esercito e delle milizie etniche che li accusano di sostenere i terroristi, e la presenza dei jihadisti che promettono protezione e vendetta.

    L’assedio di Bamako: Il 2025 come anno cruciale

    Se gli anni precedenti avevano visto una lenta erosione del controllo governativo nelle aree rurali, il 2025 ha segnato la svolta. A settembre, JNIM ha lanciato un’offensiva strategica senza precedenti: non un attacco frontale sulla capitale, ma un assedio economico. Il gruppo ha imposto blocchi sulle principali rotte di approvvigionamento del carburante che dal Senegal e dalla Costa d’Avorio riforniscono Bamako, trasformando le autostrade in “trappole mortali” per gli autotrasportatori.

    L’effetto è stato devastante. Code chilometriche si sono formate davanti alle stazioni di servizio, i prezzi del carburante sono schizzati alle stelle, i generatori diesel sono diventati introvabili. La capitale ha vissuto blackout energetici prolungati. Le scuole sono state chiuse fino al 9 novembre perché studenti e insegnanti non potevano muoversi. La vita quotidiana si è paralizzata. Mentre JNIM stringeva la morsa con imboscate e attacchi coordinati che hanno ucciso centinaia di soldati, la popolazione di Bamako ha cominciato a sentire concretamente la guerra che per anni era sembrata lontana, confinata nel deserto del nord.

    Il gruppo jihadista ha dimostrato capacità militari e di intelligence impressionanti, sfruttando la conoscenza del territorio e la complicità di comunità rurali dove lo stato è visto come oppressore. Analisti internazionali hanno iniziato a parlare apertamente del rischio di collasso del governo. Governi occidentali – Stati Uniti, Australia, Germania, Italia – hanno ordinato ai propri cittadini di lasciare immediatamente il Mali. Il ministro degli Esteri maliano Abdoulaye Diop ha cercato di minimizzare, definendo “implausibile” una conquista di Bamako.

    A rendere tutto più sinistro sono arrivate le esecuzioni pubbliche. L’11 novembre, JNIM ha rapito e giustiziato Mariam Cissé, una ragazza di vent’anni che su TikTok aveva 100.000 follower. Il suo “crimine”? Aver pubblicato video a sostegno delle forze armate maliane. L’hanno uccisa a Tonka, una città dove l’esercito non ha nemmeno presenza. Il messaggio era chiaro: nessuno è al sicuro, nemmeno lontano dalle zone di combattimento. Il controllo di JNIM non è solo militare ma anche psicologico e sociale, attraverso una governance ombra che punisce i “collaborazionisti” e premia chi si sottomette.

    Gli attori del conflitto: un mosaico di violenza

    La guerra in Mali è diventata così complessa che è difficile distinguere chi combatte chi e perché. Da una parte c’è il governo militare di Goïta e le Forze Armate Maliane (FAMA), supportate dai mercenari russi dell’Africa Corps. Questi ultimi, guidati da Ivan Aleksandrovich Maslov, operano non solo come forza militare ma anche per garantire interessi economici russi nelle miniere d’oro del paese, che rappresentano una risorsa fondamentale in un’economia devastata.

    Contro di loro si muovono due galassie jihadiste. JNIM è la più potente e radicata: una coalizione che include la katiba Macina guidata da Amadou Kouffa, che ha trasformato conflitti locali tra Fulani e Dogon nel centro del paese in una guerra santa. JNIM pratica una forma di governance nelle aree sotto il suo controllo, applicando una versione della sharia che, per quanto dura, è spesso percepita come più prevedibile e meno corrotta della giustizia statale. Lo Stato Islamico nel Sahel è invece più frammentato e brutale, focalizzato su massacri indiscriminati e controllo delle rotte di traffico di armi, droga e oro nella regione del “Triangolo di Ferro” al confine tra Mali, Niger e Burkina Faso. Nel 2025 IS-Sahel ha condotto 326 attacchi contro civili, seminando terrore ma ottenendo meno sostegno popolare di JNIM.

    A complicare il quadro ci sono i gruppi separatisti tuareg. Il Front de Libération de l’Azawad (FLA), formato nel 2023, combatte per l’autonomia del nord e ha inflitto perdite significative a forze governative e russe, specialmente in zone vicine al confine algerino. La Coordination des Mouvements de l’Azawad (CMA), che aveva firmato l’Accordo di Algeri, è frammentata e oscilla tra collaborazione con il governo e alleanze tattiche con JNIM contro un nemico comune. Alcuni ex membri della CMA hanno persino raggiunto i ranghi jihadisti, delusi dai promessi mancati di autonomia.

    Poi ci sono le milizie etniche: gruppi di autodifesa come Dan Na Ambassagou (Dogon) e i cacciatori tradizionali Dozo (Bambara), spesso usati dall’esercito come proxy contro comunità Fulani accusate in blocco di sostegno ai jihadisti. Queste milizie hanno contribuito a centinaia di morti civili in massacri intercomunitari, alimentando ancora più odio e divisioni.

    Sul piano internazionale, la Russia è diventata l’attore dominante, fornendo armi e addestratori ma anche perseguendo interessi geopolitici – contrastare l’influenza occidentale – ed economici nelle miniere. La Francia, ritiratasi malvolentieri, mantiene interessi nell’uranio e nell’influenza regionale ma ha perso ogni capacità di azione diretta. Stati Uniti ed Unione Europea forniscono intelligence limitata ma hanno preso le distanze dalla giunta. L’Algeria cerca di mediare con i Tuareg per la stabilità alle sue frontiere meridionali. L’African Union e organizzazioni umanitarie come Human Rights Watch monitorano e denunciano abusi, ma con accesso limitato e scarsa capacità di influire sugli eventi.

    Il prezzo insostenibile della guerra

    I numeri della catastrofe maliana sono elevati. Dal 2012 il conflitto ha causato oltre 35.000 morti, di cui almeno 6.000 solo nel 2025. Ma le vittime dirette sono solo la punta dell’iceberg. Circa 600.000 persone sono sfollate interne, costrette a fuggire dalle proprie case per cercare sicurezza altrove nel paese. Altri 13.000 maliani sono rifugiati nei paesi vicini. In totale, tra sfollati interni e rifugiati, si parla di oltre 400.000 persone nel solo Mali, parte di una crisi regionale che nel Sahel conta 4 milioni di rifugiati, l’80% dei quali sono donne e bambini.

    La crisi umanitaria è devastante: 6,4 milioni di maliani – quasi un terzo della popolazione – necessitano di aiuti umanitari. Un milione e mezzo di persone si trovano in condizione di insicurezza alimentare acuta, con sacche di fame nel nord e nel centro dove i blocchi impediscono l’arrivo di cibo. Quasi tre milioni necessitano assistenza nutrizionale e un milione di bambini è a rischio malnutrizione acuta. Nel nord, nella regione di Ménaka, 80.000 bambini rischiano contemporaneamente fame e malattie trasmesse dall’acqua contaminata.

    Il sistema educativo è crollato: quasi 2.000 scuole sono chiuse per l’insicurezza, negando istruzione a centinaia di migliaia di bambini e creando una generazione perduta facilmente preda di reclutamento da parte di gruppi armati. Il sistema sanitario è al collasso, con epidemie di colera e malaria in aumento. L’economia formale è devastata: il blocco del carburante ha paralizzato commerci e trasporti, mentre il PIL pro capite rimane sotto i 900 dollari annui, con il 40% della popolazione sotto la soglia di povertà assoluta.

    Le risorse naturali, invece di essere benedizione, sono maledizione. L’80% dell’oro estratto proviene dalla regione di Kayes, ma le miniere sono spesso controllate da gruppi armati che le usano per finanziarsi. A novembre 2025 la compagnia canadese Barrick Gold ha dovuto negoziare col governo per liberare quattro dipendenti sequestrati e recuperare tre tonnellate di oro confiscate, ottenendo in cambio un’estensione decennale delle licenze estrattive. Le rotte di traffico di cocaina dal Sud America verso l’Europa attraversano il Sahel, e gruppi come IS-Sahel controllano questo commercio insieme ad armi e esseri umani.

    Sul piano ambientale, il Mali soffre gli effetti dei cambiamenti climatici. Siccità ricorrenti riducono pascoli e risorse idriche, scatenando conflitti tra pastori nomadi Fulani e agricoltori sedentari per terre e acqua. Questi scontri locali vengono poi strumentalizzati dai jihadisti che si presentano come protettori delle comunità emarginate. Nel 2025 paradossalmente anche inondazioni nel nord hanno aggravato la crisi, distruggendo raccolti e infrastrutture precarie.

    Perché nessuna soluzione funziona

    La guerra in Mali persiste perché le sue cause non sono mai state affrontate. La marginalizzazione storica del nord non è cambiata: gli accordi di pace vengono firmati sotto pressione internazionale ma mai implementati per mancanza di volontà politica e risorse. La corruzione pervade ogni livello dello stato, e i Tuareg continuano a non vedere riconosciute le loro aspirazioni. né lo sviluppo nelle loro regioni.

    I jihadisti prosperano proprio dove lo stato è assente, corrotto o brutale. JNIM offre una narrativa alternativa: giustizia islamica, protezione per i più deboli, vendetta contro oppressori. Recluta tra giovani Fulani che hanno visto le loro famiglie massacrate da milizie Dogon o soldati maliani. Finché l’esercito e i suoi alleati russi continueranno a compiere abusi indiscriminati, il bacino di reclutamento jihadista non si prosciugherà mai.

    I colpi di stato hanno peggiorato tutto. La giunta di Goïta ha centralizzato il potere, sospeso libertà democratiche, posticipato elezioni e si è isolata internazionalmente. L’abbandono dell’ECOWAS e la formazione dell’AES con Burkina Faso e Niger ha creato un blocco di stati fragili governati da militari, incapaci di cooperazione efficace contro nemici transnazionali. Le relazioni con l’Algeria sono tese dopo l’abbattimento di un drone maliano ad aprile, con chiusura reciproca degli spazi aerei.

    L’influenza russa, poi, è un’arma a doppio taglio. Mosca fornisce armi e supporto politico in chiave anti-occidentale, ma i mercenari dell’Africa Corps hanno mostrato limiti operativi contro la guerriglia jihadista e sono accusati di crimini di guerra. Nel 2025 sono stati documentati 434 morti civili attribuibili a operazioni russe. La Russia guadagna accesso all’oro e all’uranio, consolida la sua influenza geopolitica, ma questo non si traduce in stabilità per il Mali.

    Sul piano regionale, il Sahel è diventato l’epicentro del terrorismo globale: secondo dati del 2024, il 51% delle morti per terrorismo nel mondo avviene in questa regione. Gli attacchi sono transfrontalieri, con JNIM e IS-Sahel che operano indifferentemente tra Mali, Burkina Faso e Niger. La risposta frammentata degli stati dell’AES non basta, e l’assenza di forze internazionali lascia un vuoto che i jihadisti riempiono.

    Prospettive cupe

    Mentre il 2025 volge al termine, le prospettive per il Mali sono fosche. JNIM controlla ormai tra il 60% e il 70% del territorio rurale e ha dimostrato di poter paralizzare la capitale senza nemmeno attaccarla direttamente. Se l’assedio economico continuerà, Bamako potrebbe diventare una città isolata in un paese che non controlla più. Il rischio di collasso completo dello stato maliano non è più uno scenario remoto ma una possibilità concreta.

    Le soluzioni esistono sulla carta ma sembrano politicamente impossibili. Servirebbe un dialogo inclusivo che coinvolga tutte le parti – governo, Tuareg, forse persino rappresentanti di comunità che vivono sotto JNIM – per affrontare le radici del conflitto: autonomia reale per il nord, sviluppo economico equo, fine degli abusi contro civili. Sarebbe necessario smantellare le milizie etniche, riformare un esercito accusato di crimini di guerra, costruire istituzioni credibili che offrano giustizia e servizi. Occorrerebbe cooperazione regionale effettiva, non retorica, per affrontare minacce transnazionali.

    Ma la giunta di Goïta rifiuta compromessi, considerandoli debolezza. La guerra è presentata come battaglia esistenziale per la sovranità, non come crisi da risolvere politicamente. I Tuareg sono stanchi di promesse non mantenute. I jihadisti non hanno incentivo a negoziare quando stanno vincendo sul terreno. La comunità internazionale è divisa, con la Russia che sostiene il regime e l’Occidente che lo ha abbandonato, mentre nessuno sembra avere né la volontà né la capacità di investire davvero nella stabilizzazione del Sahel.

    Nel frattempo, il costo umano continua ad accumularsi. Ogni giorno porta notizie di imboscate, villaggi bruciati, bambini malnutriti, scuole chiuse. Mariam Cissé, la giovane influencer giustiziata da JNIM, è solo uno dei tanti nomi e volti di questa tragedia. La sua morte ricorda che in questa guerra non esistono zone sicure né neutralità possibile: si è con il governo, con i jihadisti, o si è bersagli di entrambi.

    La guerra del Mali è diventata uno di quei conflitti “silenziosi” che i media internazionali citano raramente, fagocitati da crisi più visibili altrove. Eppure il Mali rappresenta una delle sfide più complesse e pericolose del nostro tempo: un intreccio di estremismo religioso, tensioni etniche secolari, fallimento statale, interferenze geopolitiche e crisi climatica. È un monito su come conflitti irrisolti possano degenerare, e su come la comunità internazionale spesso preferisca guardare altrove finché non è troppo tardi.

    Dopo quasi quattordici anni di guerra, una cosa appare tristemente chiara: senza un cambiamento radicale di approccio, il Mali è destinato a rimanere intrappolato in questa spirale di violenza, con conseguenze devastanti non solo per i suoi cittadini ma per l’intera regione del Sahel e oltre. Perciò, dobbiamo chiederci fino a che punto il paese e i suoi abitanti potranno ancora resistere prima che il tessuto sociale ed economico si dissolva completamente.


    Mali War – Wikipedia
    Una panoramica completa e cronologica del conflitto, con aggiornamenti fino al 2025, inclusi eventi recenti come l’escalation jihadista e gli airstrikes. en.wikipedia.org

    Timeline of the Mali War – Wikipedia
    Una sequenza dettagliata degli eventi chiave dal 2012, con focus su ribellioni tuareg, colpi di stato e operazioni militari fino al settembre 2025. en.wikipedia.org

    Mali – Tuareg Rebellion, Islamist Insurgency, Sahel Conflict | Britannica
    Analisi storica del contesto pre-2012, inclusi il golpe e l’ascesa degli insurgenti, con enfasi sulle dinamiche etniche e regionali. www.britannica.com

    The roots of Mali’s conflict | Clingendael Institute
    Un report approfondito sulle cause (marginalizzazione nord-sud, ribellioni storiche) che precedono il 2012, con implicazioni per la crisi attuale. www.clingendael.org

    Mali | International Crisis Group
    Una serie di rapporti aggiornati sul conflitto dal 2012, con analisi su jihadisti, accordi di pace falliti e instabilità regionale nel 2025. www.crisisgroup.org

  • Distruggere i villaggi palestinesi per trasferire la popolazione

    Quando si discute di Masafer Yatta e delle demolizioni di case in Area C, è importante non perdere il filo del discorso: qui non stiamo dibattendo su Camp David 2000, né sulle aspettative disattese degli Accordi di Oslo, ma su una questione molto più semplice e di fondo: che cosa può e che cosa non può fare una potenza occupante secondo il diritto internazionale vigente. Perché è da questo punto che dipende tutto il resto.

    L’occupazione non è regolata da Oslo, ma dal diritto internazionale

    La tesi secondo cui “Oslo supera la Risoluzione 242/1967” è priva di fondamento giuridico.

    Gli accordi bilaterali non possono annullare obblighi internazionali preesistenti, soprattutto quando si tratta di norme cogenti come l’illiceità dell’annessione, il divieto di trasferimento di popolazione dell’occupante (IV Convenzione di Ginevra, art. 49.6) e il divieto di distruzione di proprietà private salvo necessità militare (art. 53). Questo vale per tutti gli Stati e per tutte le occupazioni, non solo per Israele.

    Oslo, inoltre, era esplicitamente interinale, doveva durare cinque anni e non pregiudicare lo status finale dei Territori Palestinesi. È logico e giuridicamente ovvio che un accordo temporaneo del 1995 non può essere usato nel 2025 per giustificare una situazione permanente.

    La stessa comunità internazionale — ONU, UE, ICJ, organizzazioni per i diritti umani israeliane e internazionali — considera infatti l’occupazione israeliana protratta oltre 57 anni come illegale nella misura in cui è diventata permanente.

    Dunque: l’idea che “Area C = legalità” è insostenibile. Area C era una misura provvisoria di amministrazione, non un riconoscimento internazionale di sovranità israeliana.

    Demolizioni “per mancanza di permesso”: un argomento che ignora la realtà

    Richiamare l’abusivismo edilizio senza considerare il sistema dei permessi significa descrivere una legalità puramente formale che serve a oscurare una illegalità sostanziale: tra il 2016 e il 2022 meno del 2% delle richieste palestinesi è stato approvato, mentre nello stesso periodo centinaia di piani regolatori degli insediamenti israeliani sono stati autorizzati.

    Un sistema che nega quasi totalmente il diritto a costruire a una popolazione occupata e lo concede ampiamente ai coloni dell’occupante non è uno “stato di diritto”, è una politica di ingegneria demografica. E infatti viene definita così da tutte le principali ONG israeliane (B’Tselem, Yesh Din, Peace Now).

    In questo contesto, parlare di “case abusive” equivale a dire che i palestinesi sono colpevoli di non estinguersi da soli.

    Camp David 2000: un’arma retorica fuori tema

    La narrazione secondo cui “Arafat ha rifiutato la pace” è stata smentita dagli stessi negoziatori israeliani e statunitensi (Shlomo Ben-Ami, Robert Malley, Charles Enderlin). L’“offerta del 94%” era in realtà un mosaico di cantoni non contigui, con il controllo israeliano su frontiere, spazio aereo, acqua, alture, e con Gerusalemme Est quasi interamente sotto sovranità israeliana. Non erano le basi per uno Stato sovrano.

    Ma anche ammesso che Camp David 2000 sia stato un treno perso — ipotesi su cui gli storici non concordano — resta un fatto incontestabile: niente di ciò giustifica legalmente demolizioni, evacuazioni e trasferimenti forzati nel 2025. Le norme sulla protezione della popolazione civile sotto occupazione non possono essere sospese perché un negoziato venticinque anni fa non è andato a buon fine.

    Un’occupazione permanente non può autodichiararsi legale

    L’argomento secondo cui “oggi sono ancora in vigore le misure previste da Oslo” è circolare: Israele controlla le aree, dunque la situazione è legale perché la controlla. Ma la legalità internazionale non si basa sul possesso di fatto, bensì sul principio che un’occupazione deve essere temporanea e finalizzata a uno status finale negoziato.

    Quando un’occupazione: dura da quasi sei decenni, trasferisce la propria popolazione nei territori, impedisce lo sviluppo della popolazione occupata, demolisce case, scuole e villaggi senza assoluta necessità militare, dichiara vaste aree come zone di tiro o riserve naturali per impedire la presenza palestinese, non è un’occupazione che “rispetta Oslo”: è un’occupazione che viola il diritto internazionale, e questo non può essere aggirato spostando la discussione su Arafat o sui “tre no” di Khartoum del 1967.

    La cornice centrale non cambia

    La realtà è che Masafer Yatta viene demolita perché Israele considera quel territorio destinato all’espansione degli insediamenti e alle zone militari, non perché applica un codice edilizio, che comunque non potrebbe applicare. Questo è ciò che mostra il documentario di No Other Land e questo è ciò che confermano decine di rapporti ufficiali.

    Spostare la conversazione sulle colpe storiche dei palestinesi, vere o presunte, non cambia la sostanza: una potenza occupante sta usando strumenti amministrativi, militari e urbanistici per rimuovere una popolazione nativa da un’area che desidera controllare senza di essa.

    È questo che è illegale. Ed è questo che un dibattito onesto dovrebbe riconoscere.