
La guerra in Sudan è la causa della più grave crisi umanitaria al mondo (Unhcr). Eppure è quasi assente nella copertura mediatica e nell’attenzione internazionale.
Il conflitto sudanese, iniziato nell’aprile 2023, oppone l’esercito regolare (SAF) alle Forze di Supporto Rapido (RSF), un corpo paramilitare originariamente creato per reprimere le insurrezioni nel Darfur. L’ultimo episodio è la caduta di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, conquistata dalle RSF dopo diciotto mesi di assedio (ottobre 2025). La guerra ha prodotto esecuzioni sommarie, violenze sessuali, attacchi contro civili e ospedali, crimini etnici, tredici milioni di sfollati e carestia in diverse aree del paese. I servizi sanitari sono collassati.
Lo squilibrio informativo rispetto ad altri conflitti è stato misurato. Secondo un’analisi della piattaforma Point-out, i gli organi d’informazione italiani dedicano in media trenta volte più spazio alla guerra in Ucraina e venti volte più a quella israelo-palestinese. In alcuni giorni, come il 24 febbraio 2024, la sproporzione ha toccato il rapporto di cento a uno (Info Data)
Questo silenzio dipende anche da un pregiudizio razziale: consideriamo le guerre e le crisi umanitarie africane come un fatto naturale. Le vittime non ci somigliano — hanno la pelle scura, parlano lingue che non capiamo. L’Africa resta nel nostro immaginario il “Paese dei neri”. Le sue tragedie sono raccontate solo quando servono a confermare un cliché: guerre tribali, fame, salvataggi umanitari. Le crisi africane non sono percepite come eventi storici e politici, ma come fatalità ricorrenti, destinate a ripetersi.
Le guerre africane non si prestano alle nostre narrazioni ideologiche. Nessuna delle fazioni in conflitto appartiene alla nostra “tribù”. La guerra sudanese nasce da una lotta di potere tra due generali già alleati in un golpe, il generale al-Burhan (SAF) e il generale Hemedti (RSF). Nessuno dei due incarna un fronte democratico o progressista, e la complessità del conflitto — con il coinvolgimento di potenze esterne come Egitto, Emirati, Iran e Russia — rende impossibile ridurlo alla dicotomia familiare di “buoni contro cattivi”.
Non temiamo che dal Sudan possa scaturire una terza guerra mondiale. Il conflitto non tocca direttamente gli interessi strategici di Europa e Stati Uniti. L’Ucraina si trova ai confini dell’Unione Europea, Gaza al centro di una regione da sempre cruciale per la politica americana, per le risorse energetiche e le rotte di approvvigionamento. il Sudan, invece, appare lontano da tutto, irrilevante per le nostre economie e le nostre alleanze.
Siamo già saturi, quasi assuefatti, dalla guerra in Ucraina e da quella di Gaza. Il nostro carico mentale e morale è esaurito. L’assenza di informazioni e di immagini, l’estrema difficoltà del giornalismo sul campo — oggetto di censura, minacce, arresti, uccisioni — ci impediscono di vedere e di sapere. La maggior parte dei giornali e delle radio sudanesi ha chiuso; per gli inviati stranieri, il rischio di essere imprigionati, torturati o uccisi è altissimo. Senza immagini, non c’è racconto. E senza racconto, non c’è percezione pubblica.
L’oscuramento della guerra in Sudan ha le sue conseguenze. Il piano umanitario delle Nazioni Unite per il Sudan è finanziato solo al 12%: non ci sono abbastanza fondi per cibo, acqua, rifugi, medicine. Senza la pressione dell’opinione pubblica, i governi non agiscono. Anche la diplomazia internazionale resta immobile: nessun tavolo di pace, nessun cessate il fuoco, nessuna mediazione efficace. In questo modo, la guerra continua, invisibile.
Lascia un commento