Tag: Sudan

  • Gli attori internazionali della guerra in Sudan

    Fonti principali: International Crisis Group, US State Department, Al Jazeera, Critical Threats Project

    La guerra scoppiata in Sudan nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Forze di Supporto Rapido (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo è diventata una guerra per procura. Il paese è terreno di scontro tra potenze regionali e globali che competono per risorse strategiche, posizioni militari sul Mar Rosso e influenza geopolitica. Al dicembre 2025, le stime parlano di decine di migliaia di morti – alcune analisi arrivano a 150.000 – oltre 12 milioni di sfollati e 25 milioni di persone a rischio fame.

    La maggioranza degli attori sostiene le SAF, riconoscendone la legittimità istituzionale. Gli Emirati sono il principale sostenitore delle RSF. Questi attori potrebbero accordarsi per la pace, ma ciascuno privilegia i propri interessi strategici.

    Stati Uniti: il mediatore distratto

    Fonte: International Crisis Group – All Eyes on the Quad

    Washington guida il “Quad” – con Egitto, Arabia Saudita ed Emirati – il meccanismo più promettente per risolvere il conflitto. La dichiarazione del settembre 2025 ha impegnato i quattro paesi a cessare le ostilità e garantire l’accesso umanitario. Gli Stati Uniti hanno finanziato il 27% dell’appello ONU da 4,2 miliardi di dollari e organizzato colloqui indiretti nell’ottobre 2025, smentiti da Khartoum.

    Hanno sanzionato le RSF per il genocidio in Darfur (gennaio 2025) e le SAF per l’ostruzione degli aiuti. Hanno spinto gli Emirati a fermare le forniture d’armi. Washington ha la maggiore capacità di influenza: controllo sulle sanzioni economiche, pressione diplomatica, peso sui donatori internazionali.

    Ma l’impegno resta limitato. L’amministrazione Trump ha tagliato gli aiuti. Le priorità sono contenere l’instabilità regionale – in particolare lo Yemen – e contrastare l’influenza russo-iraniana. Il Sudan non è una crisi centrale. Le pressioni su Abu Dhabi restano inefficaci. Senza leadership decisa, il Quad resta paralizzato.

    Emirati Arabi Uniti: l’attore più influente e più distruttivo

    Fonte: US Senator Van Hollen – UAE Arming RSF

    Abu Dhabi è il principale sostenitore delle RSF e ha il maggior potere decisionale dopo gli Stati Uniti. Fornisce armi, droni cinesi e supporto logistico via Ciad e Sudan del Sud. Le motivazioni: accesso alle miniere d’oro – la grande maggioranza delle riserve sudanesi, per sei miliardi di dollari l’anno contrabbandati – e rafforzamento dell’influenza nel Corno d’Africa, contro Egitto e Iran.

    Nel 2025 gli Stati Uniti hanno sanzionato sette aziende emiratine per traffico di armi e oro. Il 9 dicembre Washington ha colpito una rete che reclutava ex militari colombiani per combattere con i paramilitari. Gli Emirati negano ogni coinvolgimento, ma le evidenze documentate sono sostanziali. Un caso alla Corte Internazionale per complicità nel genocidio in Darfur – respinto nell’ottobre 2025 per motivi procedurali – ha reso pubbliche le accuse. Ad aprile 2025, Foreign Affairs ha definito la strategia emiratina “guerra per procura”. In parallelo, Abu Dhabi ha versato 100 milioni in aiuti umanitari.

    Il lobbying emiratino negli Stati Uniti mira a evitare sanzioni secondarie. Abu Dhabi ha investito 35 miliardi in Egitto nel 2024, anche per ridurre le forniture d’armi egiziane alle SAF. Gli Emirati potrebbero decidere la pace tagliando il sostegno alle RSF, ma non lo faranno finché il controllo dell’oro resta così redditizio.

    Russia: oro e basi navali

    Fonte: Transparency International Russia – Wagner’s Africa Gold Trade

    Mosca opera tramite l’Africa Corps, riorganizzazione del gruppo Wagner. Il ruolo russo è complesso: ha mantenuto contatti con entrambe le fazioni in fasi diverse, ma il sostegno prevalente va alle SAF. L’interesse primario è controllare le miniere d’oro per finanziare la guerra in Ucraina. Il governo contrabbanda oro sudanese per aggirare le sanzioni europee.

    Negozia per una base navale a Port Sudan, accesso al Mar Rosso e proiezione verso Medio Oriente e Africa orientale. Fornisce armi in cambio di concessioni minerarie e militari. Al Consiglio di Sicurezza ONU blocca le risoluzioni che limiterebbero il suo margine.

    La Russia non usa la propria influenza per favorire la pace. I suoi interessi in risorse e proiezione militare prevalgono. Potrebbe fermare le forniture d’armi e sbloccare le risoluzioni ONU, ma non lo farà: il Sudan serve per evadere sanzioni globali e costruire infrastrutture militari nel Mar Rosso.

    Iran: droni e proiezione regionale

    Fonte: Critical Threats Project – Drones Over Sudan

    Teheran sostiene le SAF. L’interesse è duplice: una base navale a Port Sudan per supportare gli Houthi in Yemen e consolidare un’alleanza anti-occidentale. Fornisce droni e jet. Elementi del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie operano a Port Sudan, trasformando il Sudan in avamposto della proiezione iraniana nel Mar Rosso. Le relazioni con Burhan, restaurate nell’ottobre 2023, consolidano questo asse.

    L’Iran non usa la propria influenza per favorire la pace. Usa il Sudan come hub anti-occidentale per supportare le operazioni in Yemen. Una stabilizzazione richiederebbe concessioni sul controllo del Mar Rosso, improbabili nella competizione strategica con Stati Uniti e Arabia Saudita.

    Egitto: stabilità del confine

    Fonte: Middle East Eye – Egypt Boosts Support for SAF

    Il Cairo sostiene le SAF per sicurezza nazionale. Circa due milioni di rifugiati sudanesi sono entrati in Egitto dall’inizio della guerra. Il governo fornisce armi e addestramento, pur negando ogni invio militare.

    L’Egitto ha ospitato forum per attori civili sudanesi (luglio 2024) e partecipa alla mediazione del Quad. Preme per stabilità del confine, del bacino del Nilo e del Mar Rosso. Potrebbe condizionare le forniture d’armi e usare il peso diplomatico per forzare un cessate il fuoco, ma solo coordinandosi con Washington e convincendo gli Emirati a cambiare strategia – scenario improbabile data la rivalità tra Cairo e Abu Dhabi.

    Arabia Saudita: controllo del Mar Rosso

    Fonte: Sudan Tribune – Jeddah Process

    Riad, inizialmente neutrale, si è allineata con le SAF. Il controllo di Port Sudan è strategico per contenere lo Yemen e gestire le rotte del Mar Rosso. Ha ospitato i colloqui di Jeddah dal maggio 2023, falliti per mancanza di impegno. Mantiene investimenti economici in agricoltura e miniere.

    Nel novembre 2025 Riad ha fatto pressioni su Trump per aumentare le spinte sugli Emirati, segnalando frustrazione crescente. L’Arabia Saudita vuole contenere l’influenza iraniana e russa e ha incentivi economici per favorire tregue, ma l’approccio è meno aggressivo di quello emiratino. Potrebbe usare peso diplomatico e investimenti come leva, ma solo coordinandosi con altri membri del Quad.

    Turchia e Qatar: l’asse islamista

    Fonte: CNN – Sudan’s Foreign Influence

    Ankara e Doha sostengono le SAF con droni, armi e finanziamenti. Per la Turchia si tratta di espandere l’influenza islamista e commerciale, ottenendo accesso al Mar Rosso. Il Qatar punta a consolidarsi come mediatore regionale, allineandosi con Egitto e Turchia.

    Né Turchia né Qatar possono determinare la pace. Il Sudan non è priorità strategica per Ankara. Il Qatar fornisce sostegno ma senza ruolo decisionale.

    Cina: investimenti senza armi

    Fonte: European Union Agency for Asylum – Country Guidance Sudan

    Pechino mantiene neutralità formale ma sostiene economicamente le SAF. Gli investimenti cinesi in infrastrutture, petrolio e miniere precedono la guerra e vincolano la Cina a garantire stabilità del governo centrale. Ha inviato 1.250 tonnellate di aiuti alimentari (gennaio 2025) ed evacuato cittadini senza schierarsi.

    L’impegno militare resta marginale. Le priorità sono gli investimenti della Belt and Road Initiative nelle infrastrutture del Mar Rosso. La Cina evita interventi diretti per non compromettere gli interessi commerciali. La non interferenza è pilastro della politica estera cinese.

    Africa orientale: confini porosi e ambiguità

    Fonte: European Council on Foreign Relations – Russia in Africa

    L’Etiopia ha inizialmente favorito le RSF, per le dispute sul Nilo e i confini instabili con il Darfur. Ha ospitato conferenze di pace, spesso con gli Emirati (febbraio 2025). Il ruolo è marginale e condizionato dalle proprie crisi interne.

    L’Eritrea sostiene logisticamente le SAF, fornendo supporto militare e corridoi per armi. La Libia di Khalifa Haftar è corridoio per armi e mercenari diretti alle RSF, tramite reti di traffico nel Sahel. Il Ciad, pur negando, permette l’uso dei suoi aeroporti per le forniture emiratine alle RSF. Il Sudan del Sud gioca su entrambi i fronti, offrendo logistica alle RSF mantenendo neutralità fragile.

    Nessuno di questi attori ha potere decisionale sulla pace.

    Ucraina: un sostegno simbolico

    Kiev fornisce supporto limitato alle SAF per contrastare la presenza russa in Africa. È un impegno marginale, senza peso sul processo di pace.

    ONU, Unione Africana, IGAD: pressione morale senza denti

    Fonte: African Union – QUAD Outcome on Sudan

    Le organizzazioni multilaterali hanno adottato risoluzioni per il cessate il fuoco e condannato le violenze, in particolare l’assedio di El Fasher. Il Consiglio di Sicurezza ha tenuto briefing (ottobre 2025). L’Unione Africana e l’IGAD hanno lanciato iniziative di mediazione parallele.

    Il problema è la mancanza di unità regionale e l’assenza di strumenti coercitivi. Le iniziative si sovrappongono – Jeddah, Cairo, Addis Abeba – senza coordinamento. Gli attori civili sudanesi vengono esclusi dai negoziati. Come avverte la Heinrich Böll Stiftung (ottobre 2025): “Una pace senza attori civili è destinata al fallimento”.

    Potrebbero imporre sanzioni coordinate e creare meccanismi di accountability per crimini di guerra, ma la divisione tra membri – alcuni sostengono attivamente una delle parti – rende improbabile un’azione efficace.

    Il nodo delle risorse e gli ostacoli strutturali

    Dietro gli schieramenti c’è la competizione per l’oro sudanese. Le RSF controllano la grande maggioranza delle miniere – secondo alcune stime fino al 90% – e lo contrabbandano con l’aiuto di Emirati e Russia. L’economia informale dell’oro vale miliardi, con gli Emirati come hub principale per le esportazioni. Iran e Russia puntano al Mar Rosso per sfidare l’egemonia occidentale e aprire corridoi logistici.

    Tre fattori bloccano ogni progresso. Primo: interessi contrapposti. Emirati ed Egitto competono per l’influenza regionale. Russia e Iran usano il Sudan per evadere sanzioni globali e costruire infrastrutture militari. Secondo: mancanza di unità. Il Quad è paralizzato – gli Emirati armano le RSF mentre partecipano ai colloqui di pace. Gli attori civili vengono esclusi dai tavoli negoziali. Terzo: crisi umanitaria ignorata. I donatori hanno coperto solo il 31% dell’appello ONU da 2,7 miliardi. La sofferenza della popolazione non basta per cambiare le priorità geopolitiche.

    La pace possibile che nessuno vuole

    Gli analisti dell’European Council on Foreign Relations ritengono che solo un “compromesso regionale” forzato dal Quad possa fermare il flusso di armi. Ma al dicembre 2025 la situazione è in stallo. Le alleanze si sono evolute, con diversi paesi che hanno mantenuto opzioni su entrambi i fronti adattando la propria influenza ai calcoli geopolitici. Come ha scritto Al Jazeera (novembre 2025): “Gli attori regionali devono spingere per pace e accountability, o il negoziato fallirà”.

    La pace in Sudan è tecnicamente possibile. Il Quad e gli Emirati hanno la capacità di influenza necessaria per imporla. Ma richiederebbe un cambio di paradigma: passare dalla guerra per procura a una mediazione inclusiva con attori civili e meccanismi di accountability, come il processo alla Corte Internazionale per il genocidio in Darfur.

    Alcune proposte circolano: una conferenza internazionale promossa dal Regno Unito (aprile 2025), pressioni dell’Unione Europea per un embargo sulle armi, sanzioni secondarie statunitensi sulle aziende emiratine coinvolte nel traffico. Ma nessuna ha prodotto risultati concreti.

    Senza azione coordinata, il Sudan è destinato alla frammentazione territoriale e alla violenza endemica – una “Libia 2.0” con governi paralleli e conflitto permanente. Il Sudan è diventato laboratorio della competizione globale post-unipolare: un conflitto locale amplificato da interessi esterni che ne prolungano indefinitamente la durata. Finora, nessuno ha scelto di fermarlo.

  • Sudan, il mattatoio di El Fasher, il massacro di Kalogi

    Sudan, il mattatoio di El-Fasher, la conquista dei giacimenti petroliferi

    Il Sudan è teatro di quella che l’ONU definisce “la peggiore crisi umanitaria del mondo”. In 32 mesi di guerra devastante, il paese ha registrato fino a 400.000 morti e quasi 13 milioni di sfollati, mentre nuove atrocità continuano ad emergere.

    El-Fasher, una scena del crimine di massa

    Sei settimane dopo la caduta di El-Fasher, capitale del Darfur Settentrionale, le immagini satellitari rivelano una città trasformata in quello che Nathaniel Raymond, direttore dello Yale Humanitarian Research Lab, definisce “un mattatoio”. La città, che aveva 1,5 milioni di abitanti prima della guerra dell’aprile 2023, oggi appare deserta: i mercati un tempo affollati sono ora abbandonati e ricoperti di vegetazione, il bestiame è stato portato via.

    L’analisi satellitare mostra pile di corpi ammassati per le strade, in attesa di essere sepolti in fosse comuni o cremati in enormi fosse scavate di recente. Secondo un briefing riservato ricevuto dai parlamentari britannici, almeno 60.000 persone sarebbero state uccise nelle ultime tre settimane dal massacro. Sarah Champion, presidente della commissione per lo sviluppo internazionale dei Comuni, ha confermato questa stima come “il dato minimo”.

    Circa 150.000 residenti di El-Fasher risultano scomparsi dalla caduta della città alle Forze di Supporto Rapido (RSF) il 26 ottobre, dopo un brutale assedio durato 500 giorni. Non si ritiene che abbiano lasciato la città, e nessun esperto è riuscito a spiegare dove si trovino. Alcune fonti riferiscono di centri di detenzione nella città, ma i numeri dei detenuti rimangono esigui rispetto alle decine di migliaia di dispersi.

    Nonostante le promesse delle RSF di permettere l’accesso all’ONU per portare aiuti e investigare le atrocità, la città rimane sigillata anche agli investigatori per crimini di guerra. I convogli umanitari sono in attesa nelle città vicine, ma le RSF si rifiutano di dare garanzie di sicurezza. Gli esperti internazionali hanno dichiarato che la città è in carestia, con livelli “sbalorditivi” di malnutrizione tra coloro che sono riusciti a fuggire.

    Il massacro di Kalogi e la nuova ondata di atrocità

    Il 4 dicembre, nel Kordofan, un attacco con droni ha colpito un ospedale e un asilo a Kalogi, causando 114 morti, di cui 63 bambini. Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha denunciato che anche i soccorritori sono stati presi di mira mentre cercavano di trasportare i feriti.

    Volker Türk, alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha espresso il timore di “una nuova ondata di atrocità”, riferendosi a casi di rappresaglie, detenzioni arbitrarie, rapimenti, violenze sessuali e reclutamento forzato di bambini. Il presidente dell’Unione Africana ha chiesto un cessate il fuoco immediato, sottolineando che oltre 20 milioni di sudanesi sono a rischio denutrizione con le strutture sanitarie al collasso.

    La conquista strategica del petrolio

    Lunedì scorso, le RSF hanno annunciato la conquista del giacimento petrolifero di Heglig, nel Kordofan Meridionale, il più grande del paese al confine con il Sud Sudan. L’esercito ha confermato il ritiro strategico per “proteggere gli impianti ed evitare un disastro ambientale”.

    La perdita di Heglig rappresenta una sconfitta militare, economica e politica devastante per l’esercito sudanese: era l’ultima roccaforte nella provincia del Kordofan Occidentale, ora interamente sotto controllo paramilitare. Secondo gli analisti, l’offensiva mira a rompere l’arco difensivo dell’esercito attorno al Sudan centrale e preparare il terreno per un tentativo di riconquista delle principali città, tra cui Khartoum, riconquistata dall’esercito in primavera.

    Le radici storiche del conflitto

    Le RSF, ora al terzo anno di guerra civile contro le forze armate sudanesi, sono l’evoluzione delle milizie Janjaweed responsabili del genocidio in Darfur negli anni 2000. Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman (Ali Kushayb), ex comandante Janjaweed, è stato recentemente condannato dalla Corte Penale Internazionale a 20 anni per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi tra il 2003 e il 2004. Secondo il giudice, Kushayb partecipò direttamente al massacro delle comunità non arabe, ordinando di “non lasciare nessuno in vita”.

    La Corte Penale Internazionale ha aperto un’inchiesta sulle violenze perpetrate dalle RSF a El-Fasher, mentre Amnesty International ha documentato un attacco RSF al campo sfollati di Zamzam, sette miglia a sud di El-Fasher, dove i paramilitari hanno preso ostaggi, distrutto moschee e scuole, chiedendo che vengano “investigati per crimini di guerra”.

    Un conflitto senza via d’uscita

    Nonostante le crescenti richieste internazionali di cessate il fuoco, entrambe le parti rimangono determinate a prevalere sul terreno. Gli esperti sui diritti umani ritengono che El-Fasher sia probabilmente il peggiore crimine di guerra della guerra civile sudanese, già caratterizzata da atrocità di massa e pulizia etnica. Con milioni di persone intrappolate senza cibo, acqua e cure mediche, il Sudan continua a sprofondare in una spirale di violenza apparentemente inarrestabile.


    Sudan: El Fasher survivors tell of deliberate RSF killings and sexual violence – new testimony
    Amnesty International, 25 novembre 2025

    RSF massacres left Sudanese city ‘a slaughterhouse’, satellite images show
    Up to 150,000 residents of El Fasher are missing since North Darfur capital fell to paramilitary Rapid Support Forces
    The Guardian Mark Townsend Fri 5 Dec 2025

    Sudan: UN chief condemns deadly strikes on children’s nursery, hospital
    UN News, 8 dicembre 2025

    Dopo «la strage dei bambini» le Rsf si prendono il petrolio
    il manifesto Stefano Mauro 10 dicembre 2025

  • La proporzionalità demografica per misurare i conflitti

    La proporzionalità demografica per misurare i conflitti

    In proporzione demografica, il genocidio a Gaza è la più grave strage di civili del XXI secolo”. Questa affermazione provoca obiezioni che mirano a relativizzare la distruzione della popolazione palestinese, confrontandola con massacri “peggiori” avvenuti altrove. L’esempio adesso più citato è El-Fasher, nel Nord Darfur, dove nell’ottobre 2025 — secondo le stime indipendenti più alte — 10.000–30.000 persone sono state uccise in poche settimane su 260.000 residenti rimasti in città (3,85% – 11,5%), all’interno di un conflitto sudanese che dal 2023 ha fatto almeno 150.000–200.000 vittime. Ma la comparazione diversiva non rende la strage di Gaza meno grave.

    Anche perché il confronto proporzionale tra El-Fasher e Gaza è metodologicamente scorretto. I 260.000 abitanti di El-Fasher sono solo la popolazione rimasta dopo una fuga di massa: prima della caduta la città contava circa 1,1 milioni di persone. Gaza, invece, è un territorio ermeticamente chiuso: la popolazione non ha potuto sfollare. Confrontare proporzioni calcolate su popolazioni “residue” con proporzioni calcolate su popolazioni “intere” equivale a confrontare grandezze non compatibili.

    L’obiezione attacca allora il concetto stesso di “proporzione demografica”, rappresentandolo come un espediente escogitato per far sembrare più grandi massacri che, in termini assoluti, non primeggerebbero. Si ricorre al paragone caricaturale: «uccidere venti svizzeri sarebbe peggio che uccidere duecento cinesi». Ma nessuno usa la proporzione demografica per attribuire valore diverso alla vita umana. La proporzione serve a misurare l’impatto sistemico che una guerra ha su un gruppo umano. È per questo che uccidere il 3–5% dei gazawi (inclusi 30.000–40.000 bambini) in un’area di 365 km² rappresenta un evento di scala storica.

    Negli studi sui conflitti e nel diritto internazionale la proporzionalità demografica è un criterio fondamentale. Le principali istituzioni di monitoraggio — Uppsala Conflict Data Program, PRIO, ACLED, International Crisis Group, UNDP, OCHA — la impiegano per valutare tre dimensioni decisive:

    1. La distruzione relativa del gruppo colpito.
    Uccidere il 5% della popolazione di un territorio è un evento totalmente diverso dallo stesso numero assoluto distribuito su uno Stato cento volte più grande.

    2. La capacità di sopravvivenza e ricostruzione del gruppo.
    Una comunità piccola o confinata può non riprendersi mai da perdite anche limitate; una società ampia può assorbirle senza collasso strutturale.

    3. La natura sistemica o indiscriminata della violenza.
    Il numero assoluto non rivela se l’attacco era mirato, diffuso, totale. La proporzione, sì.

    Senza il dato proporzionale, conflitti radicalmente differenti diventano numericamente indistinguibili. La proporzione serve proprio a evitare questa cancellazione del contesto.

    Il diritto internazionale non stabilisce soglie aritmetiche, ma usa concetti che presuppongono una valutazione proporzionale:

    • Genocidio: distruzione di un gruppo “in tutto o in parte”.
    • Crimini contro l’umanità: attacco “diffuso o sistematico”.
    • Crimini di guerra: violazioni su larga scala contro persone protette.
    • Valutazioni umanitarie ONU: sempre in rapporto alla popolazione colpita.

    La proporzione è quindi incorporata in ogni definizione che distingue un reato individuale da un crimine collettivo.

    Nel caso di Gaza, la proporzionalità demografica aiuta a misurare quattro elementi:

    • la densità più alta del mondo;
    • la distruzione estesa del parco abitativo e sanitario;
    • il tasso straordinariamente alto di vittime civili, stimato tra l’83% e il 90%;
    • un totale di 186.000–220.000 morti (diretti e indiretti) su 2,3 milioni di abitanti, pari al 3–5% della popolazione in 14 mesi.

    Questi dati non dicono che Gaza soffre “più” di altri. Dicono che presenta una combinazione di fattori letali unica nel XXI secolo.

    Infine, c’è un punto che la maggior parte delle obiezioni evita. Quando si colloca Gaza nella stessa tabella comparativa degli yazidi a Sinjar (2014–2017), dei Rohingya in Myanmar (2017), dei non-arabi del Darfur (2023–2025) o dei tigrayani in Etiopia (2020–2022), si finisce inevitabilmente per collocare l’IDF — e lo Stato che lo dirige — nello stesso “cluster” dei principali perpetratori di violenza di massa contemporanea. Le caratteristiche che rendono Gaza un caso demograficamente anomalo — altissimo tasso di civili uccisi, distruzione totale delle infrastrutture vitali, impossibilità di fuga, uso della fame come arma — sono le stesse che, negli altri casi citati, hanno portato commissioni ONU e corti internazionali a parlare di crimini di guerra, crimini contro l’umanità o atti genocidari.

  • La guerra civile in Sudan e la caduta di El Fasher

    La guerra civile in Sudan e la caduta di El Fasher

    La guerra civile in Sudan è una tragedia molto sottovalutata dall’attenzione internazionale, nonostante la sua scala devastante. Iniziata ad aprile 2023, oppone le Forze Armate Sudanese (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, alle Forze di Supporto Rapido (RSF), paramilitari comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti). I due leader, un tempo alleati nel colpo di stato del 2021 che ha interrotto la transizione democratica post-Bashir, ora si contendono il controllo assoluto del potere, con accuse reciproche di tradimento e ambizioni dittatoriali.

    Il contesto del conflitto

    La scintilla è stata la rivalità per l’integrazione delle RSF nell’esercito regolare, ma il conflitto ha radici profonde nelle tensioni etniche, tribali e nella gestione delle risorse, specialmente nel Darfur – regione già segnata dal genocidio degli anni 2000, in cui le RSF hanno origine dalle milizie Janjaweed. Oggi, la guerra ha causato oltre 150.000 morti, 12 milioni di sfollati interni e rifugiati (il 25% della popolazione), e ha distrutto infrastrutture essenziali come ospedali, scuole e sistemi idrici.

    La catastrofe umanitaria

    Si tratta di una “grande catastrofe umanitaria”. L’ONU stima che 25 milioni di sudanesi soffrano di insicurezza alimentare acuta, con carestie dichiarate in campi come Zamzam (vicino a El Fasher) già da agosto 2025. Nel Darfur, le RSF sono accusate di genocidio contro gruppi non arabi come i Masalit – gli USA lo hanno formalmente riconosciuto a gennaio 2025, con migliaia di morti in massacri come quelli a El Geneina. Rapporti ONU e di MSF descrivono stupri sistematici, rapimenti di bambini, e un “inferno” di fame e malattie: nel campo di Tawila, ad esempio, la malnutrizione ha raggiunto livelli “stupefacenti”, con operazioni di aiuto sull’orlo del collasso per mancanza di accesso e fondi (solo il 20% dei bisogni coperti).

    La caduta di El Fasher: una svolta cruciale

    La recente caduta di El Fasher, capitale del Nord Darfur, ha finalmente attirato un po’ più di riflettori. Dopo un assedio di 18 mesi (oltre 500 giorni), le RSF l’hanno conquistata il 26 ottobre 2025, ponendo fine all’ultimo bastione SAF nella regione. Questo segna un punto di non ritorno: le RSF controllano ora tutte le cinque capitali statali del Darfur, consolidando il loro dominio su un quarto del territorio sudanese e aprendo la strada a un possibile “partition” est-ovest del paese. Testimoni oculari, come una donna sfollata intervistata da Al Jazeera, descrivono esecuzioni sommarie davanti agli occhi dei familiari, con migliaia intrappolati o in fuga verso campi sovraccarichi come Tawila o Qarni, affrontando “l’inferno” di violenza etnica e fame.

    Le conseguenze immediate sono agghiaccianti: l’ONU denuncia “atrocità inimmaginabili”, con le RSF accusate di bruciare e seppellire corpi per occultare prove di massacri (fino a migliaia di morti). Donne e bambini sono particolarmente colpiti, con rapporti di stupri e abduzioni. Sul fronte militare, le RSF stanno spingendo verso est in Kordofan, catturando città come Bara e lanciando droni su Port Sudan (base SAF), mentre l’esercito resiste in enclave come Al-Khiwai. Un cessate il fuoco USA proposto a inizio novembre è stato accettato dalle RSF, ma l’SAF lo ha condizionato al ritiro dalle città – e la violenza continua.

    L’attenzione internazionale: un velo di silenzio

    Il conflitto rimane “sullo sfondo”. Conferenze come quella di Doha (novembre 2025) o Londra (prima metà dell’anno) hanno prodotto appelli, ma senza azioni concrete. Fattori geopolitici complicano tutto: le RSF ricevono armi dagli Emirati Arabi Uniti (con rotte via Ciad, come rivelato da rapporti ONU), mentre l’SAF è sostenuta da Egitto, Iran e Turchia. Il segretario ONU Guterres ha definito la situazione “fuori controllo”, paragonandola al genocidio darfuriano del 2003-2005, ma i fondi umanitari sono inadeguati. Voci come Radio Dabanga o attivisti sudanesi amplificano le storie di sfollati, ma il mainstream globale è distratto da altri teatri.

    Questa svolta a El Fasher potrebbe accelerare i negoziati – l’ICC sta raccogliendo prove per i processi – ma senza pressione internazionale (sanzioni, corridoi umanitari forzati), il rischio è una frammentazione permanente del Sudan, con Darfur come “capitale mondiale della sofferenza umana”. Ignorare questi conflitti, nella speranza che si estinguano da soli, non li risolve, li lascia degenerare con conseguenze imprevedibili per tutti.


    Rapporto ONU su aiuti e sfollati intrappolati: Un articolo di UN News del 15 novembre 2025 che descrive la fuga di quasi 100.000 persone da El Fasher e l’urgenza di accesso umanitario. news.un.org/en/

    Negoziati ONU con RSF per accesso a El Fasher: Un pezzo del New York Times del 18 novembre 2025 su un alto funzionario ONU che ha ottenuto promesse di aiuti e indagini su atrocità. www.nytimes.com

    Rischi di un nuovo assedio a El-Obeid: Un’analisi di Al Jazeera del 17 novembre 2025 sul redeploy RSF verso Kordofan e le paure di civili sfollati. www.aljazeera.com

    Rapporto OHCHR su esecuzioni sommarie e violazioni in El Fasher e Bara: Un comunicato ufficiale dell’ONU del 28 ottobre 2025 che documenta le atrocità iniziali delle RSF, inclusi video di esecuzioni e appelli per protezione civile. www.ohchr.org/en/

    Battaglie in Kordofan mentre l’esercito resiste all’avanzata RSF: Un articolo di Al Jazeera del 17 novembre 2025 sulle offensive RSF verso El-Obeid, con dettagli su danni da droni e spostamenti in Babnusa. www.aljazeera.com

  • Carestia in Sudan: El Fasher e Kadugli muoiono di fame

    Carestia in Sudan a El Fasher e Kadugli

    Due città del Sudan, El Fasher e Kadugli, sono ufficialmente entrate in stato di carestia. Lo confermano FAO, WFP e UNICEF in un comunicato congiunto che fotografa la situazione a settembre 2025: le soglie di fame, malnutrizione e mortalità sono state superate. Si tratta di aree assediate, prive da mesi di rifornimenti e aiuti umanitari, dove la popolazione sopravvive in condizioni estreme.

    Secondo la classificazione dell’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), oltre 21 milioni di sudanesi – il 45% della popolazione – affrontano livelli gravi o acuti di insicurezza alimentare, e 375 mila persone si trovano nella fase più alta, quella di “catastrofe”. Nelle regioni in cui la violenza si è attenuata, come Khartoum, Al Jazirah e Sennar, si registra un lieve miglioramento: i mercati riaprono e alcune famiglie tornano a casa. Ma questi progressi restano fragili, mentre gran parte del Paese continua a vivere nel caos, con un’economia distrutta e servizi essenziali al collasso.

    Il Comitato di revisione della carestia (FRC) conferma che anche a Dilling, nel Kordofan meridionale, le condizioni potrebbero essere simili, ma la mancanza di dati impedisce una classificazione ufficiale. In totale, oltre venti aree del Darfur e del Kordofan sono considerate a rischio imminente di carestia.

    I dati sulla malnutrizione infantile sono devastanti: a El Fasher i tassi oscillano tra il 38 e il 75 per cento, a Kadugli raggiungono il 29. Le epidemie di colera, malaria e morbillo aggravano ulteriormente la situazione, in un contesto in cui i sistemi sanitari e idrici sono ormai collassati. “La combinazione mortale di fame, malattie e sfollamenti sta mettendo a rischio milioni di bambini”, avverte l’UNICEF.

    Il Programma Alimentare Mondiale riesce a raggiungere solo quattro milioni di persone al mese, spesso a prezzo di grandi rischi per gli operatori. “È ancora il conflitto a decidere chi mangia e chi no”, dichiara il direttore delle emergenze Ross Smith.

    La carestia è il riflesso diretto di una guerra civile che, dall’aprile 2023, devasta il Sudan. Il conflitto oppone le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale Abdel Fattah al-Burhan alle Forze di Supporto Rapido (RSF) guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. In due anni, la guerra ha distrutto città e villaggi, provocato milioni di sfollati e reso inaccessibili intere regioni agli aiuti umanitari.

    In Darfur e nel Kordofan, la fame non è solo una conseguenza della guerra: è una delle sue armi principali. Entrambi gli schieramenti hanno usato il blocco degli aiuti, gli assedi e la distruzione dei raccolti come strumenti per fiaccare le comunità civili e controllare il territorio. La carestia, in Sudan, non è il risultato di una calamità naturale, ma il prodotto deliberato di una guerra condotta contro i civili.


    Famine conditions confirmed in Sudan’s El Fasher and Kadugli as hunger and malnutrition ease where conflict subsides

    FAO, WFP and UNICEF warn of the highest levels of acute food insecurity and malnutrition in El Fasher and Kadugli; improvements seen where fighting has receded and services have resumed

    04/11/2025 Joint FAO/UNICEF/WFP News Release

    Sudan: Famine confirmed in El Fasher and Kadugli towns, 20 other areas at risk of Famine – (September 2025 – May 2026)

  • La guerra invisibile in Sudan

    La guerra invisibile del Sudan

    La guerra in Sudan è la causa della più grave crisi umanitaria al mondo (Unhcr). Eppure è quasi assente nella copertura mediatica e nell’attenzione internazionale.

    Il conflitto sudanese, iniziato nell’aprile 2023, oppone l’esercito regolare (SAF) alle Forze di Supporto Rapido (RSF), un corpo paramilitare originariamente creato per reprimere le insurrezioni nel Darfur. L’ultimo episodio è la caduta di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, conquistata dalle RSF dopo diciotto mesi di assedio (ottobre 2025). La guerra ha prodotto esecuzioni sommarie, violenze sessuali, attacchi contro civili e ospedali, crimini etnici, tredici milioni di sfollati e carestia in diverse aree del paese. I servizi sanitari sono collassati.

    Lo squilibrio informativo rispetto ad altri conflitti è stato misurato. Secondo un’analisi della piattaforma Point-out, i gli organi d’informazione italiani dedicano in media trenta volte più spazio alla guerra in Ucraina e venti volte più a quella israelo-palestinese. In alcuni giorni, come il 24 febbraio 2024, la sproporzione ha toccato il rapporto di cento a uno (Info Data)

    Questo silenzio dipende anche da un pregiudizio razziale: consideriamo le guerre e le crisi umanitarie africane come un fatto naturale. Le vittime non ci somigliano — hanno la pelle scura, parlano lingue che non capiamo. L’Africa resta nel nostro immaginario il “Paese dei neri”. Le sue tragedie sono raccontate solo quando servono a confermare un cliché: guerre tribali, fame, salvataggi umanitari. Le crisi africane non sono percepite come eventi storici e politici, ma come fatalità ricorrenti, destinate a ripetersi.

    Le guerre africane non si prestano alle nostre narrazioni ideologiche. Nessuna delle fazioni in conflitto appartiene alla nostra “tribù”. La guerra sudanese nasce da una lotta di potere tra due generali già alleati in un golpe, il generale al-Burhan (SAF) e il generale Hemedti (RSF). Nessuno dei due incarna un fronte democratico o progressista, e la complessità del conflitto — con il coinvolgimento di potenze esterne come Egitto, Emirati, Iran e Russia — rende impossibile ridurlo alla dicotomia familiare di “buoni contro cattivi”.

    Non temiamo che dal Sudan possa scaturire una terza guerra mondiale. Il conflitto non tocca direttamente gli interessi strategici di Europa e Stati Uniti. L’Ucraina si trova ai confini dell’Unione Europea, Gaza al centro di una regione da sempre cruciale per la politica americana, per le risorse energetiche e le rotte di approvvigionamento. il Sudan, invece, appare lontano da tutto, irrilevante per le nostre economie e le nostre alleanze.

    Siamo già saturi, quasi assuefatti, dalla guerra in Ucraina e da quella di Gaza. Il nostro carico mentale e morale è esaurito. L’assenza di informazioni e di immagini, l’estrema difficoltà del giornalismo sul campo — oggetto di censura, minacce, arresti, uccisioni — ci impediscono di vedere e di sapere. La maggior parte dei giornali e delle radio sudanesi ha chiuso; per gli inviati stranieri, il rischio di essere imprigionati, torturati o uccisi è altissimo. Senza immagini, non c’è racconto. E senza racconto, non c’è percezione pubblica.

    L’oscuramento della guerra in Sudan ha le sue conseguenze. Il piano umanitario delle Nazioni Unite per il Sudan è finanziato solo al 12%: non ci sono abbastanza fondi per cibo, acqua, rifugi, medicine. Senza la pressione dell’opinione pubblica, i governi non agiscono. Anche la diplomazia internazionale resta immobile: nessun tavolo di pace, nessun cessate il fuoco, nessuna mediazione efficace. In questo modo, la guerra continua, invisibile.