Fonti principali: International Crisis Group, US State Department, Al Jazeera, Critical Threats Project

La guerra scoppiata in Sudan nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Forze di Supporto Rapido (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo è diventata una guerra per procura. Il paese è terreno di scontro tra potenze regionali e globali che competono per risorse strategiche, posizioni militari sul Mar Rosso e influenza geopolitica. Al dicembre 2025, le stime parlano di decine di migliaia di morti – alcune analisi arrivano a 150.000 – oltre 12 milioni di sfollati e 25 milioni di persone a rischio fame.
La maggioranza degli attori sostiene le SAF, riconoscendone la legittimità istituzionale. Gli Emirati sono il principale sostenitore delle RSF. Questi attori potrebbero accordarsi per la pace, ma ciascuno privilegia i propri interessi strategici.
Stati Uniti: il mediatore distratto
Fonte: International Crisis Group – All Eyes on the Quad
Washington guida il “Quad” – con Egitto, Arabia Saudita ed Emirati – il meccanismo più promettente per risolvere il conflitto. La dichiarazione del settembre 2025 ha impegnato i quattro paesi a cessare le ostilità e garantire l’accesso umanitario. Gli Stati Uniti hanno finanziato il 27% dell’appello ONU da 4,2 miliardi di dollari e organizzato colloqui indiretti nell’ottobre 2025, smentiti da Khartoum.
Hanno sanzionato le RSF per il genocidio in Darfur (gennaio 2025) e le SAF per l’ostruzione degli aiuti. Hanno spinto gli Emirati a fermare le forniture d’armi. Washington ha la maggiore capacità di influenza: controllo sulle sanzioni economiche, pressione diplomatica, peso sui donatori internazionali.
Ma l’impegno resta limitato. L’amministrazione Trump ha tagliato gli aiuti. Le priorità sono contenere l’instabilità regionale – in particolare lo Yemen – e contrastare l’influenza russo-iraniana. Il Sudan non è una crisi centrale. Le pressioni su Abu Dhabi restano inefficaci. Senza leadership decisa, il Quad resta paralizzato.
Emirati Arabi Uniti: l’attore più influente e più distruttivo
Fonte: US Senator Van Hollen – UAE Arming RSF
Abu Dhabi è il principale sostenitore delle RSF e ha il maggior potere decisionale dopo gli Stati Uniti. Fornisce armi, droni cinesi e supporto logistico via Ciad e Sudan del Sud. Le motivazioni: accesso alle miniere d’oro – la grande maggioranza delle riserve sudanesi, per sei miliardi di dollari l’anno contrabbandati – e rafforzamento dell’influenza nel Corno d’Africa, contro Egitto e Iran.
Nel 2025 gli Stati Uniti hanno sanzionato sette aziende emiratine per traffico di armi e oro. Il 9 dicembre Washington ha colpito una rete che reclutava ex militari colombiani per combattere con i paramilitari. Gli Emirati negano ogni coinvolgimento, ma le evidenze documentate sono sostanziali. Un caso alla Corte Internazionale per complicità nel genocidio in Darfur – respinto nell’ottobre 2025 per motivi procedurali – ha reso pubbliche le accuse. Ad aprile 2025, Foreign Affairs ha definito la strategia emiratina “guerra per procura”. In parallelo, Abu Dhabi ha versato 100 milioni in aiuti umanitari.
Il lobbying emiratino negli Stati Uniti mira a evitare sanzioni secondarie. Abu Dhabi ha investito 35 miliardi in Egitto nel 2024, anche per ridurre le forniture d’armi egiziane alle SAF. Gli Emirati potrebbero decidere la pace tagliando il sostegno alle RSF, ma non lo faranno finché il controllo dell’oro resta così redditizio.
Russia: oro e basi navali
Fonte: Transparency International Russia – Wagner’s Africa Gold Trade
Mosca opera tramite l’Africa Corps, riorganizzazione del gruppo Wagner. Il ruolo russo è complesso: ha mantenuto contatti con entrambe le fazioni in fasi diverse, ma il sostegno prevalente va alle SAF. L’interesse primario è controllare le miniere d’oro per finanziare la guerra in Ucraina. Il governo contrabbanda oro sudanese per aggirare le sanzioni europee.
Negozia per una base navale a Port Sudan, accesso al Mar Rosso e proiezione verso Medio Oriente e Africa orientale. Fornisce armi in cambio di concessioni minerarie e militari. Al Consiglio di Sicurezza ONU blocca le risoluzioni che limiterebbero il suo margine.
La Russia non usa la propria influenza per favorire la pace. I suoi interessi in risorse e proiezione militare prevalgono. Potrebbe fermare le forniture d’armi e sbloccare le risoluzioni ONU, ma non lo farà: il Sudan serve per evadere sanzioni globali e costruire infrastrutture militari nel Mar Rosso.
Iran: droni e proiezione regionale
Fonte: Critical Threats Project – Drones Over Sudan
Teheran sostiene le SAF. L’interesse è duplice: una base navale a Port Sudan per supportare gli Houthi in Yemen e consolidare un’alleanza anti-occidentale. Fornisce droni e jet. Elementi del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie operano a Port Sudan, trasformando il Sudan in avamposto della proiezione iraniana nel Mar Rosso. Le relazioni con Burhan, restaurate nell’ottobre 2023, consolidano questo asse.
L’Iran non usa la propria influenza per favorire la pace. Usa il Sudan come hub anti-occidentale per supportare le operazioni in Yemen. Una stabilizzazione richiederebbe concessioni sul controllo del Mar Rosso, improbabili nella competizione strategica con Stati Uniti e Arabia Saudita.
Egitto: stabilità del confine
Fonte: Middle East Eye – Egypt Boosts Support for SAF
Il Cairo sostiene le SAF per sicurezza nazionale. Circa due milioni di rifugiati sudanesi sono entrati in Egitto dall’inizio della guerra. Il governo fornisce armi e addestramento, pur negando ogni invio militare.
L’Egitto ha ospitato forum per attori civili sudanesi (luglio 2024) e partecipa alla mediazione del Quad. Preme per stabilità del confine, del bacino del Nilo e del Mar Rosso. Potrebbe condizionare le forniture d’armi e usare il peso diplomatico per forzare un cessate il fuoco, ma solo coordinandosi con Washington e convincendo gli Emirati a cambiare strategia – scenario improbabile data la rivalità tra Cairo e Abu Dhabi.
Arabia Saudita: controllo del Mar Rosso
Fonte: Sudan Tribune – Jeddah Process
Riad, inizialmente neutrale, si è allineata con le SAF. Il controllo di Port Sudan è strategico per contenere lo Yemen e gestire le rotte del Mar Rosso. Ha ospitato i colloqui di Jeddah dal maggio 2023, falliti per mancanza di impegno. Mantiene investimenti economici in agricoltura e miniere.
Nel novembre 2025 Riad ha fatto pressioni su Trump per aumentare le spinte sugli Emirati, segnalando frustrazione crescente. L’Arabia Saudita vuole contenere l’influenza iraniana e russa e ha incentivi economici per favorire tregue, ma l’approccio è meno aggressivo di quello emiratino. Potrebbe usare peso diplomatico e investimenti come leva, ma solo coordinandosi con altri membri del Quad.
Turchia e Qatar: l’asse islamista
Fonte: CNN – Sudan’s Foreign Influence
Ankara e Doha sostengono le SAF con droni, armi e finanziamenti. Per la Turchia si tratta di espandere l’influenza islamista e commerciale, ottenendo accesso al Mar Rosso. Il Qatar punta a consolidarsi come mediatore regionale, allineandosi con Egitto e Turchia.
Né Turchia né Qatar possono determinare la pace. Il Sudan non è priorità strategica per Ankara. Il Qatar fornisce sostegno ma senza ruolo decisionale.
Cina: investimenti senza armi
Fonte: European Union Agency for Asylum – Country Guidance Sudan
Pechino mantiene neutralità formale ma sostiene economicamente le SAF. Gli investimenti cinesi in infrastrutture, petrolio e miniere precedono la guerra e vincolano la Cina a garantire stabilità del governo centrale. Ha inviato 1.250 tonnellate di aiuti alimentari (gennaio 2025) ed evacuato cittadini senza schierarsi.
L’impegno militare resta marginale. Le priorità sono gli investimenti della Belt and Road Initiative nelle infrastrutture del Mar Rosso. La Cina evita interventi diretti per non compromettere gli interessi commerciali. La non interferenza è pilastro della politica estera cinese.
Africa orientale: confini porosi e ambiguità
Fonte: European Council on Foreign Relations – Russia in Africa
L’Etiopia ha inizialmente favorito le RSF, per le dispute sul Nilo e i confini instabili con il Darfur. Ha ospitato conferenze di pace, spesso con gli Emirati (febbraio 2025). Il ruolo è marginale e condizionato dalle proprie crisi interne.
L’Eritrea sostiene logisticamente le SAF, fornendo supporto militare e corridoi per armi. La Libia di Khalifa Haftar è corridoio per armi e mercenari diretti alle RSF, tramite reti di traffico nel Sahel. Il Ciad, pur negando, permette l’uso dei suoi aeroporti per le forniture emiratine alle RSF. Il Sudan del Sud gioca su entrambi i fronti, offrendo logistica alle RSF mantenendo neutralità fragile.
Nessuno di questi attori ha potere decisionale sulla pace.
Ucraina: un sostegno simbolico
Kiev fornisce supporto limitato alle SAF per contrastare la presenza russa in Africa. È un impegno marginale, senza peso sul processo di pace.
ONU, Unione Africana, IGAD: pressione morale senza denti
Fonte: African Union – QUAD Outcome on Sudan
Le organizzazioni multilaterali hanno adottato risoluzioni per il cessate il fuoco e condannato le violenze, in particolare l’assedio di El Fasher. Il Consiglio di Sicurezza ha tenuto briefing (ottobre 2025). L’Unione Africana e l’IGAD hanno lanciato iniziative di mediazione parallele.
Il problema è la mancanza di unità regionale e l’assenza di strumenti coercitivi. Le iniziative si sovrappongono – Jeddah, Cairo, Addis Abeba – senza coordinamento. Gli attori civili sudanesi vengono esclusi dai negoziati. Come avverte la Heinrich Böll Stiftung (ottobre 2025): “Una pace senza attori civili è destinata al fallimento”.
Potrebbero imporre sanzioni coordinate e creare meccanismi di accountability per crimini di guerra, ma la divisione tra membri – alcuni sostengono attivamente una delle parti – rende improbabile un’azione efficace.
Il nodo delle risorse e gli ostacoli strutturali
Dietro gli schieramenti c’è la competizione per l’oro sudanese. Le RSF controllano la grande maggioranza delle miniere – secondo alcune stime fino al 90% – e lo contrabbandano con l’aiuto di Emirati e Russia. L’economia informale dell’oro vale miliardi, con gli Emirati come hub principale per le esportazioni. Iran e Russia puntano al Mar Rosso per sfidare l’egemonia occidentale e aprire corridoi logistici.
Tre fattori bloccano ogni progresso. Primo: interessi contrapposti. Emirati ed Egitto competono per l’influenza regionale. Russia e Iran usano il Sudan per evadere sanzioni globali e costruire infrastrutture militari. Secondo: mancanza di unità. Il Quad è paralizzato – gli Emirati armano le RSF mentre partecipano ai colloqui di pace. Gli attori civili vengono esclusi dai tavoli negoziali. Terzo: crisi umanitaria ignorata. I donatori hanno coperto solo il 31% dell’appello ONU da 2,7 miliardi. La sofferenza della popolazione non basta per cambiare le priorità geopolitiche.
La pace possibile che nessuno vuole
Gli analisti dell’European Council on Foreign Relations ritengono che solo un “compromesso regionale” forzato dal Quad possa fermare il flusso di armi. Ma al dicembre 2025 la situazione è in stallo. Le alleanze si sono evolute, con diversi paesi che hanno mantenuto opzioni su entrambi i fronti adattando la propria influenza ai calcoli geopolitici. Come ha scritto Al Jazeera (novembre 2025): “Gli attori regionali devono spingere per pace e accountability, o il negoziato fallirà”.
La pace in Sudan è tecnicamente possibile. Il Quad e gli Emirati hanno la capacità di influenza necessaria per imporla. Ma richiederebbe un cambio di paradigma: passare dalla guerra per procura a una mediazione inclusiva con attori civili e meccanismi di accountability, come il processo alla Corte Internazionale per il genocidio in Darfur.
Alcune proposte circolano: una conferenza internazionale promossa dal Regno Unito (aprile 2025), pressioni dell’Unione Europea per un embargo sulle armi, sanzioni secondarie statunitensi sulle aziende emiratine coinvolte nel traffico. Ma nessuna ha prodotto risultati concreti.
Senza azione coordinata, il Sudan è destinato alla frammentazione territoriale e alla violenza endemica – una “Libia 2.0” con governi paralleli e conflitto permanente. Il Sudan è diventato laboratorio della competizione globale post-unipolare: un conflitto locale amplificato da interessi esterni che ne prolungano indefinitamente la durata. Finora, nessuno ha scelto di fermarlo.




