Il Manifesto e Giorgia Meloni

Il Manifesto e Giorgia Meloni

Il Manifesto sta con Giorgia Meloni? La domanda è di Giuliana Sgrena, che si risponde di sì. Se non il giornale, sicuramente l’autore dell’editoriale di oggi, 01/11/2025: Andrea Colombo. L’autore nega, dice che era sarcastico.

In effetti, l’articolo è scritto in modo arguto e ironico. Tuttavia, l’ironia si presta all’ambiguità. Può essere usata per accusare, difendere, criticare, comprendere.

Considerato che a far da sfondo all’editoriale sono i cori fascisti a Parma nella sede dell’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia e l’imbarazzato silenzio di Giorgia Meloni, direi che in questo caso l’ironia è usata per sdrammatizzare. E questo sembra più favorevole che sfavorevole alla presidente del consiglio.

Per valutare l’accusa di Giuliana Sgrena, possiamo leggere l’articolo di Andrea Colombo sulla base di due questioni.

1) Nel confronto tra tutti i soggetti presi in giro nell’articolo, alla fine chi esce meglio?

Giorgia Meloni risulta assai meglio del suo partito: il quale “di voti non ne porta: senza di lei veleggerebbe a stento intorno alla soglia di sbarramento. In compenso appena Meloni gira gli occhi, a qualcuno parte il braccio destro teso quando non si finisce addirittura con la foto ricordo in divisa nazi”.

Inoltre, Meloni è migliore dei suoi alleati: “uno come Salvini non lo si può neppure silenziare come un fratellino qualsiasi e tocca svegliarsi ogni mattina col brivido di non sapere cosa gli uscirà di bocca”. Tajani è meno problematico, ma nell’articolo è rimosso.

La “presidentissima” è pure meglio dell’opposizione: “inetta e parolaia com’è prega mattina e sera che dio gliela conservi”.

Come se non bastasse, la nostra presidente del consiglio non sfigura neppure davanti alle ipocrite cancellerie europee: “dove un barcone carico di poveracci a picco te lo perdonano, ma una frase in odor di fascio o di razzismo giammai”.

2) Alla fine, in tutto il paesaggio, Giorgia Meloni non è niente male. L’unica a salvarsi nel confronto è Arianna Meloni. E d’altra parte, seconda questione, la premier di male cosa fa?

Alla peggio, è innocua. “Appena mette mano alla Carta, fosse pure per varare la nipotina di tutte le riforme contrabbandata per «traguardo storico», qualcuno salta su e punta l’indice. Fioccano le accuse di non sopportare lacci, lacciuoli e controlli di sorta”.

La sua riforma è modesta (immagino sia la separazione delle carriere), lei ne esagera il valore, ma soprattutto sono esagerati e reattivi gli indici puntati contro.

Il suo autoritarismo è un “progettino”. Non dipende dalla sua cultura reazionaria, è solo un effetto collaterale del quadro desolante e mediocre che la circonda. Se tutti intorno sono degli incompetenti, lei dovrà pure assumersi le sue responsabilità. La si può comprendere. Detto per scherzo.

Ma quando diciamo o facciamo cose controverse, dirle o farle scherzando non è una rete di protezione?

L’editoriale (sempre scherzando?) nota che la “bravata” dei giovani coristi di FdI capita proprio quando “la destra meloniana è impegnatissima a sfruttare la tragedia di Gaza per ripulirsi una volta per tutte il dna dall’increscioso incidente storico delle leggi razziali, rovesciando anzi l’infamante accusa di antisemitismo sugli avversari”.

Qui, parlando sul serio, si potrebbe osservare che l’impegno della destra meloniana, al di là delle sue intenzioni, potrebbe essere valutato al contrario: il dna, invece di ripulirselo, se lo sporca di nuovo, perché per la seconda volta nella sua storia riesce a posizionarsi dalla parte di uno sterminio.

In conclusione, l’articolo andava cestinato? Era sufficiente dargli la sua giusta collocazione nella pagina dei contributi o, al limite, come corsivo. L’editoriale esprime la linea del giornale. La linea deve essere chiara. Nei corsi di comunicazione insegnano: se volete trasmettere un messaggio chiaro, evitate di essere ironici.

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