
Il governo Meloni ha decretato il divieto assoluto di indossare il burqa e il niqab all’interno degli istituti scolastici. Il divieto riguarda ogni indumento e accessorio che copra il viso. Chi viola la disposizione rischia una multa da 200 a 1.000 euro. Se a violarla è una studentessa minorenne, la multa è applicata ai genitori. L’obiettivo dichiarato è garantire la riconoscibilità reciproca come condizione per partecipare alla vita della comunità scolastica.
Il divieto fronteggia una realtà molto esigua. La rivista specializzata La tecnica della scuola ha stimato che a indossare il velo integrale siano 500 studentesse su 320mila classi scolastiche, una ogni 660 classi. Studentesse concentrate per lo più in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. I dati escludono l’uso del velo integrale tra le bambine delle scuole dell’infanzia o delle primarie.
Oltre alla multa, il decreto governativo prevede che la studentessa con il velo integrale sia esclusa dalla scuola. Finché non si scopre il volto non può più partecipare a nessuna attività scolastica, né alle lezioni, né a gite, laboratori, progetti pomeridiani. Le singole scuole dovranno adeguare i propri regolamenti interni e definire i passaggi successivi: note sul registro, sospensione, voto di condotta, incidenza sul computo delle ore di assenza qualora l’allontanamento si prolunghi nel tempo.
Siamo così in presenza di un paradosso. Da un lato, i promotori della norma e il governo sostengono che il divieto di indossare burqa e niqab affermi i valori della Costituzione, la parità di genere e la libertà delle ragazze: nella scuola pubblica nessuna imposizione patriarcale o comunitaria può nascondere l’identità di una studentessa, quindi lo Stato interviene per “emancipare” le ragazze da una potenziale costrizione familiare. Dall’altro, c’è il rischio dell’effetto boomerang, che vittimizza le ragazze due volte.
Se una studentessa è costretta dalla famiglia a indossare il velo integrale, punirla non la libera. Colpirla con le multe, che gravano sul bilancio familiare e acuiscono le tensioni in casa, ed escluderla dalle lezioni significa penalizzare il soggetto più debole. La ragazza si ritrova stretta tra l’imposizione dei genitori e l’esclusione da parte dello Stato. Il rischio è la dispersione scolastica. Di fronte a un divieto rigido, le famiglie più radicali potrebbero decidere di ritirare le figlie da scuola, segregandole in casa o privandole dell’istruzione.
Ancora una volta, secondo molte associazioni femministe, comprese attiviste di origine musulmana presenti in Italia, la politica legifera su cosa una donna possa o non possa indossare. Che sia l’imposizione del nucleo familiare a coprirsi o l’imposizione dello Stato a scoprirsi, il risultato non cambia: è negata l’autodeterminazione della ragazza. Se una ragazza indossa il velo integrale per imposizione familiare e comunitaria, escluderla dalla scuola significa togliere l’unico spazio protetto in cui quella ragazza potrebbe, nel tempo, maturare l’indipendenza culturale ed economica per ribellarsi. L’emancipazione non si ottiene per decreto con obblighi, divieti e sanzioni, ma attraverso l’istruzione e la socializzazione.
Le associazioni islamiche ricordano che burqa e niqab non sono precetti religiosi coranici universali, ma costumi culturali legati a specifiche interpretazioni tradizionali o geografiche. Tuttavia, giudicano controproducente l’impianto del decreto, perché rischia di radicalizzare la posizione delle famiglie più rigide. La proposta alternativa è la via dei patti di mediazione culturale e scolastica, secondo l’esempio di Monfalcone. La città ha una delle concentrazioni più alte d’Italia di popolazione di origine bengalese, legata storicamente ai cantieri Fincantieri, e una quota di popolazione musulmana attorno al 25%. Qui, all’Istituto Sandro Pertini, la preside Carmela Piraino ha gestito, insieme alle insegnanti e ai mediatori culturali, i rari casi di ragazze con il niqab attraverso accordi specifici. Le ragazze scoprivano il volto in una stanza appartata davanti a un’insegnante donna per il riconoscimento formale. I mediatori avviavano un dialogo continuo con la famiglia per spiegare l’importanza della socializzazione a viso scoperto in aula.
Senza forzature traumatiche o punizioni economiche, l’istituzione scolastica garantiva alle ragazze il diritto costituzionale all’istruzione, la socializzazione e la sicurezza. La scuola deve essere il luogo del compromesso educativo e dell’inclusione, non il tribunale che respinge chi ha più bisogno di essere integrato.
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