Il tetto agli stranieri in classe: da idea sensata ad arma di propaganda

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Il tetto agli stranieri in classe

Redistribuire gli studenti stranieri nelle classi può essere un’idea sensata, se serve a favorire l’integrazione e l’apprendimento dell’italiano. Del resto, dal 2010 esiste una circolare ministeriale che indica un limite del 30% di presenza straniera per classe.

Ma un’idea sensata può diventare un’arma di propaganda, come si è visto nel comizio con cui Giorgia Meloni ha chiuso Fenix, la festa della gioventù nazionale di Fratelli d’Italia. La presidente del Consiglio ha annunciato un provvedimento che fisserebbe per legge un tetto agli studenti stranieri per classe, imporrebbe ai genitori stranieri con figli in difficoltà linguistica di imparare l’italiano e vieterebbe burqa e niqab a scuola. Lo ha fatto con toni enfatici e aggressivi e con motivazioni per nulla didattiche: «Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano i bambini italiani perché sono diventati la minoranza». Ma nella scuola italiana chi è in minoranza è in un angolo? E il tetto vuole mantenere, o rimettere, in un angolo gli studenti di origine immigrata? Intervistato sull’argomento dal Corriere della Sera, il ministro dell’Istruzione, il leghista Valditara, ha detto di temere “la fuga dei bianchi”.

Una cosa è discutere la migliore organizzazione didattica e come aiutare l’apprendimento e l’integrazione di tutti. Altra cosa è contrapporre studenti italiani e stranieri per propaganda e concorrenza elettorale, col rischio che la divisione venga interiorizzata dai ragazzi stessi. Se le forze di estrema destra (Fratelli d’Italia, Lega, Futuro Nazionale) non riescono a rinunciare alle crociate etnico-identitarie, dovrebbero almeno smettere di praticarle sulla pelle dei bambini.

Le classi a maggioranza straniera, come l’uso del burqa e del niqab, sono un fenomeno raro e concentrato in alcune zone, che non giustifica né la necessità di una legge né tanto meno l’urgenza di un decreto. Dove esiste, non è necessariamente un problema: essere stranieri non significa non conoscere l’italiano, perché spesso si tratta di minori nati o cresciuti in Italia. Il criterio giusto è la competenza linguistica, non la cittadinanza, e la redistribuzione dovrebbe riguardare solo i bambini che parlano l’italiano con difficoltà.

La legge rischia di trasformare in norma tassativa e inderogabile ciò che le circolari indicano come semplice criterio organizzativo, lasciando a distretti e istituti l’autonomia di risolvere i problemi come ritengono meglio. Del resto, per applicare un tetto rigido non si potrebbe respingere l’iscrizione di un bambino straniero né assegnarlo a una scuola lontana da casa. Creare più classi e più plessi, invece, costerebbe più di quanto l’attuale governo sia disposto, o in grado, di spendere.

C’è infine un problema a monte. La forte concentrazione di studenti stranieri in certe scuole rispecchia quella dei quartieri e dei paesi in cui vivono. Prima ancora di agire sulle scuole bisognerebbe agire sulla distribuzione territoriale, organizzando un’accoglienza diffusa. È proprio quel sistema che la parte politica del ministro Valditara ha voluto smantellare fin dal 2018.

Commenti

Una risposta a “Il tetto agli stranieri in classe: da idea sensata ad arma di propaganda”

  1. […] La crisi scolastica francese riguarda anche l’Italia. Le cause della rabbia degli studenti francesi, classi sovraffollate, carenza di personale, edifici fatiscenti e un futuro incerto, sono le stesse che i sindacati italiani denunciano da anni, mentre l’azione del governo italiano è sbilanciata su misure di carattere securitario e identitario come il divieto del burqa il tetto agli stranieri. […]

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