Categoria: Società

  • Il falso muove la ricerca del vero

    Il falso muove la ricerca del vero. Post-Verità e realtà parallela.

    Nella discussione sul post dedicato a No Other Land, nel tratto in cui diventa un flame, ho letto questa frase: “È vero che la discussione non dovrebbe mai trascendere. Però un interlocutore in evidente malafede risponderà negando anche l’evidenza”. Tuttavia, nel tempo della post-verità, è molto difficile distinguere una persona in malefede da una persona che vive in una realtà parallela.

    La frase sopra citata presuppone che esista un’evidenza oggettiva, condivisa e riconoscibile da chiunque sia in buona fede. Funzionava meglio in un’epoca in cui le fonti di informazione erano poche, relativamente omogenee e c’era ancora un minimo di terreno comune sui fatti basilari.

    Oggi invece le “evidenze” sono spesso mediate da algoritmi che mostrano a ognuno una versione diversa della realtà. Esistono intere comunità che vivono in ecosistemi informativi quasi stagni, con fonti proprie, fact-checker propri, esperti propri. Per loro, l’“evidenza” è davvero un’altra. La disinformazione professionale ha raggiunto livelli di sofisticazione tali che a volte è più conveniente e socialmente premiato “credere” alla versione alternativa. Molti negano fatti non perché siano cinici e in malafede, ma perché ammettere quei fatti farebbe crollare l’intero castello identitario su cui hanno costruito la propria visione del mondo. È un meccanismo psicologico (dissonanza cognitiva) più che una scelta morale.

    Come risultato abbiamo due fenomeni che dall’esterno appaiono identici. Persona A sa perfettamente che X è vero ma finge che sia falso per interesse, potere, trollaggio, appartenenza tribale, è la malafede classica. Persona B è sinceramente convinta che X sia falso perché da dieci anni legge solo fonti che lo dicono, è circondata da gente che lo ripete e ha sviluppato anticorpi emotivi contro chi dice il contrario, è la realtà parallela.

    Il comportamento pubblico è lo stesso: nega l’evidenza (la nostra evidenza). L’unica differenza è interiore e, nella stragrande maggioranza dei casi, inaccessibile a noi. Questo rende il flame praticamente inutile per “smascherare” la malafede: chi è in malafede riderà sotto i baffi, chi è in buona fede si sentirà aggredito e si radicalizzerà ulteriormente. Alla fine l’accusa di malafede è diventata solo un altro segno tribale, un modo per dire “sei dei loro, non dei nostri”.

    In pratica, oggi distinguere i due casi è possibile solo in rari casi: quando la persona cambia improvvisamente posizione appena cambia l’incentivo; quando c’è una registrazione privata in cui ammette di sapere la verità ma di doverla negare pubblicamente.

    Negli altri 99% dei flame online, si tratta solo della contrapposizione tra due persone che vivono in due film diversi, convinti che l’altro stia mentendo spudoratamente.

    Ad ogni modo, le persone che dicono il falso, o per malafede o perché vivono in una realtà falsata, danno comunque un contributo alla verità, perché inducono la controparte, almeno quella più costruttiva, a confutarli e a ricostruire una versione veritiera o quantomeno realistica. Infatti, le situazioni sulle quali nessuno mente o dice il falso, sono spesso ignorate anche nella loro verità. Sappiamo molte più cose sull’Ucraina e su Gaza, dove in tanti dicono il falso, che non sul Sudan o sul Congo, dove nessuno mente e tutti ignorano il vero.

    Per paradosso, la menzogna di massa (o la realtà parallela di massa) finisce per funzionare come un faro che attira attenzione, ricerca, contro-narrazione, fact-checking, reportage indipendente, archivi, testimonianze.

    Ucraina e Gaza sono iper-documentate non nonostante la quantità industriale di falsi, ma proprio grazie ad essa. Ogni fake smentito costringe qualcuno a produrre prove più solide, a scavare più a fondo, a tradurre documenti, a geolocalizzare video, a ricostruire cronologie minuto per minuto. Il risultato è che oggi abbiamo una quantità di dati verificabili (satellitari, OSINT, testimonianze incrociate) su quei due conflitti che probabilmente supera, in volume e dettaglio, qualunque guerra del Novecento.

    In Sudan e in Congo invece regna il silenzio informativo quasi totale. Non perché lì tutti dicano “la verità” (anche lì ci sono propaganda e narrazioni di parte), ma perché la menzogna non è abbastanza clamorosa, organizzata o polarizzante da scatenare la reazione globale. Nessuno ha interesse a investire risorse per smentire o confermare, quindi l’intero teatro rimane nell’ombra. Muoiono centinaia di migliaia di persone e il mondo sa poco o nulla, perché non c’è una “controparte” abbastanza motivata da illuminare il campo di battaglia con la propria contro-propaganda.

    In altre parole, la menzogna ad alto volume crea l’antidoto (la verifica ossessiva), la verità a basso volume non crea nulla, nemmeno se stessa. È un meccanismo perverso, ma reale. La post-verità, a volte, diventa il solo ambiente nel quale desideriamo cercare e documentare la verità.

  • La Flotilla e la memoria di Genova

    La Flotilla e la memoria di Genova

    Qualcuno ha paragonato la Global Sumud Flotilla del 2025 al movimento noglobal del 2001 con un’accusa odiosa: “oggi come allora cercano il morto”. Non contro chi uccide, ma contro chi si espone.

    Al G8 di Genova Berlusconi valutò di isolare i potenti in una nave al largo del porto, ma Bush jr respinse l’idea perché sarebbe sembrata un segno di debolezza. L’idea fu poi seguita negli anni successivi, organizzando il G8 in luoghi irraggiungibili. Ma nel 2001 prevalse ancora la prova di forza: una zona rossa nel cuore della città, blindata dalle forze dell’ordine.

    Con una pubblica “dichiarazione di guerra all’impero”, le tute bianche annunciarono che avrebbero cercato di violarla. Non si trattava di un atto violento, ma di un’azione simbolica, come già avvenuto in altre occasioni concordate con la polizia. L’idea aveva un senso: proporre una pratica non distruttiva a chi, giovane e arrabbiato, poteva essere tentato dalla violenza dei blocco nero.

    Personalmente ero contrario. Si camminava sul filo del rasoio di fronte a un governo inaffidabile, con dentro una componente che voleva la repressione. Gianfranco Fini sedeva nella “cabina di regia” delle forze dell’ordine, che si rivelarono “mal coordinate” ma spietate.

    Il movimento non voleva il morto. Una parte del governo e della sua opinione pubblica, sì. Il ministro dell’interno autorizzò a sparare. Sui giornali di destra e nei forum della prima internet si incitava all’uso delle armi.

    Il 20 luglio 2001 Carlo Giuliani fu ucciso. Centinaia di manifestanti pacifici furono pestati selvaggiamente, mentre i black bloc devastavano la città indisturbati.

    Non si trattò solo della gestione violenta di una immensa piazza. A bocce ferme successe altrettanto. La notte, alla scuola Diaz, pacifici manifestanti furono aggrediti nel sonno e pestati a sangue dalla polizia in quella che un poliziotto definì “una macelleria messicana”. I manifestanti arrestati furono torturati per giorni nella caserma di Bolzaneto.

    Il New York Times parlò della “più grande sospensione dei diritti civili in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale”. A 24 anni di distanza, la ferita è ancora aperta.

    La Flotilla si trova in una situazione paragonabile solo per un aspetto: anche oggi la controparte è inaffidabile. Netanyahu, in due anni, ha mostrato di poter oltrepassare ogni linea rossa: ha colpito civili palestinesi, giornalisti, operatori umanitari, funzionari ONU, persino stati sovrani.

    Non è un’ipotesi astratta. Il 31 maggio 2010, l’IDF abbordò la Freedom Flotilla diretta a Gaza: nove attivisti furono uccisi subito, un decimo morì dopo mesi di coma.

    Per questo, pur criticando le proposte di mediazione dell’Italia – che ignorano il diritto internazionale e tacciono sul blocco illegale di Gaza – non pretendo che la Flotilla vada fino in fondo. Capisco chi vuole proseguire e chi vuole ritirarsi.

    Hanno già fatto molto e potranno fare ancora tanto. Qualunque scelta compiano, la mia ammirazione e solidarietà rimane intatta.

  • L’amore non garantisce il rispetto

    L'amore non garantisce il rispetto

    A Salerno, un uomo ha strangolato una donna. Ha scritto ai genitori di aver fatto una “cavolata”. In un gruppo pubblico di Facebook, trentaduemila uomini hanno scambiato tra loro le foto intime di mogli e fidanzate. Al Policlinico Umberto I di Roma, di fronte ai colleghi, un operatore sanitario ha detto alla paziente in attesa di fare la tac: “Se vuoi togliere il reggiseno ci fai felici tutti”.

    Per un certo senso comune maschile, il primo caso è un delitto inaccettabile, e la lotta contro la violenza dovrebbe concentrarsi contro questi atti assassini. Il caso dei mariti guardoni è uno scandalo, quando viene scoperto, che merita un severo rimprovero, ma forse non la denuncia o la separazione, perché “in fondo è solo un gioco, una finzione”. Il caso della frase sul reggiseno, pare una battuta innocua: protestare e farlo in pubblico è una reazione esagerata e pesante.

    La gerarchia della gravità è corretta. Ma separare nettamente un caso dall’altro, senza riconoscere il minimo denominatore comune, finisce per disperdere le energie invece di concentrarle su qualcosa di preciso. Quel denominatore è la violenza sessista, dall’annientamento, all’oggettivazione, allo svilimento, con i suoi ingredienti: il senso proprietario, la cultura dello stupro, l’abuso di potere. Nell’insieme, la concezione della donna come cosa: che si può distruggere, scambiare, strapazzare. Non ci sarebbero il femminicidio, nella dimensione in cui esiste, con il vasto contorno di maltrattamento, se non poggiasse su una base culturale che svaluta la vita delle donne, tanto da ridurre l’atto di ucciderla a una “cavolata”. Espressione che ricorre, non di rado, nelle parole degli autori.

    Questa base culturale si esprime ogni giorno in violenze e molestie di grado diverso. Reagire a una battuta può sembrare sproporzionato se si guarda al singolo episodio. Ma ogni episodio è la goccia che cade in un vaso già colmo e traboccante. La “pesantezza” di quel vaso non è l’esagerazione delle donne: è la pervasiva e persistente esagerazione dei maschi, la realtà accumulata di una violenza quotidiana.

    Molti uomini ribattono: “Ma io amo le donne”. Persino chi è violento, molesto o guardone spesso dichiara di amare. E c’è discussione e contestazione sulla verità di questo amore. Comunque sia, l’amore non garantisce il rispetto. L’amore, da solo, non obbliga a trattare con cura, la cura la si vive come un dono, una concessione, che si può revocare e persino invertire quando l’oggetto amato non soddisfa più o addirittura si ribella. Io amo la mia bicicletta e la tratto bene, ma chissà come la tratterei se si rifiutasse di trasportarmi.

    Il punto decisivo non è l’amore, ma il rispetto interiorizzato. Quella barriera che ti impedisce di violare l’altra persona perché non potresti sfuggire alla tua stessa sanzione interiore. Per arrivarci servono l’educazione dei maschi al rispetto, alla parità, alla valorizzazione delle differenze. Ma soprattutto serve che cresca il potere e il prestigio sociale delle donne: proprio ciò a cui molti uomini resistono, anche con il femminicidio, la violenza e le molestie.

  • Non esiste una violenza femminile speculare alla violenza maschile

    Non esiste una violenza femminile uguale e speculare alla violenza maschile, pur se di dimensioni più piccole.

    A proposito degli sportelli per “uomini maltrattati” ho provato ad argomentare – insieme a molte altre e alcuni altri – che non esiste una violenza femminile uguale e speculare alla violenza maschile, pur se di dimensioni più piccole, come le donne sono più piccole degli uomini.

    Ma esiste solo una somma di casi individuali – neppure tanto frequenti – che, messi insieme, non fanno un sistema culturale e di relazioni di potere.

    Non esiste infatti, nessuna società, ideologia, religione, cultura, che insegni alle donne a dominare gli uomini, a fondare la propria identità su un tale dominio e a correggere con la violenza gli uomini ribelli.

    La prova evidente è che non esiste una violenza simbolica femminile sugli uomini, mentre esistono infinite manifestazioni di violenza simbolica maschile sulle donne.

    L’ultima la potete leggere sulla pagina fb della giornalista Rita Rapisardi che racconta di un gruppo pubblico su Facebook, intitolato “Mia moglie” con 32 mila iscritti, nel quale tanti uomini espongono al commento dei loro simili le foto delle proprie mogli, fidanzate, amiche, senza il loro consenso. In sostanza, un revenge porn di massa, tollerato dalla nostra piattaforma.

    Qualcosa di uguale e contrario al femminile è impossibile trovarlo.

  • Campi rom: la realtà oltre le semplificazioni

    Foto - Samuel Percy, scena rustica con accampamento nomadi

    Filippo Facci, in un recente articolo, sostiene che “ai genitori dei campi rom andrebbero tolti i figli” e che “Bruxelles” ci vieta di sgomberare le baraccopoli.

    Facciamo chiarezza.

    📌 Chi decide cosa – Non è Bruxelles. È il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa, a Strasburgo. Non vieta gli sgomberi: chiede solo che ci siano alternative abitative dignitose e non segreganti.

    📌 Perché molti rom vivono nei campi – Non “per scelta” del 97%, come scrive Facci. Dati recenti (UNAR, Ass. 21 Luglio, FRA) parlano di discriminazione abitativa, affitti negati, barriere burocratiche e povertà strutturale.

    📌 Scuola e minori – L’abbandono scolastico è alto, ma le cause sono complesse: precarietà, distanza, discriminazione. Non è solo una scelta dei genitori.

    📌 Criminalità e stereotipi – Sfruttamento minorile e illegalità esistono in casi documentati, ma non rappresentano tutta la comunità. Generalizzare equivale a diffondere pregiudizi.

    📌 Discriminazione – Facci la cita come marginale, ma le ricerche internazionali la indicano come fattore decisivo di esclusione.

    📌 Soluzioni – La rimozione forzata dei bambini è una misura estrema prevista solo in casi gravissimi. Gli standard internazionali puntano prima su sostegno familiare e inclusione.

    Conclusione: i problemi nei campi rom sono reali e gravi. Ma piegare i dati a una tesi che colpevolizza un intero gruppo etnico non li risolve. Servono politiche basate su fatti completi, non su semplificazioni.

    (Foto – Samuel Percy, scena rustica con accampamento nomadi)

  • Le faccine ridenti

    Faccine ridenti

    L’uso sarcastico delle faccine ridenti è ormai un gesto sbrigativo, irrispettoso, passivo-aggressivo, per esprimere il proprio dissenso nei confronti di un post o di un commento.

    Questo atteggiamento nega validità all’interlocutore, facendo passare il suo pensiero come ridicolo senza neanche discuterlo. Al tempo stesso evita di assumersi la responsabilità di una contro argomentazione o anche solo di una opinione contraria. E se l’altro si irrita, come lo si voleva far irritare, lo si può anche far passare per esagerato e permaloso, perché non sa accettare neppure una risata.

    L’abuso di queste scorciatoie comunicative rende ambigue le interazioni digitali e produce sfiducia nella loro utilità. Soprattutto, banalizza le discussioni, cosa veniale quando si tratta di sport o gossip, invece riprovevole quando si parla di guerre e catastrofi umanitarie, perché si perde il senso del tragico.

    Se anche si ritiene che il bersaglio sia molto negativo e proponga messaggi assurdi o in cattiva fede, la faccina sorridente rimane una reazione superficiale, che sfuma il confine tra la derisione e l’argomentazione. Non smonta e rimonta nulla e non è utile, anzi può confondere, i lettori “invisibili”, quelli che non partecipano al dibattito, ma leggendo provano a formarsi un’opinione.

    Per parte mia, non ho mai usato questo tipo di faccine e le ignoro quando le ricevo. Penso che Facebook farebbe bene ad abolirle. È vero che rappresentano un’emozione negativa reale, che in alcuni casi potrebbe meritare di essere rappresentata. Ma, le emozioni negative raramente vengono ben gestite, più spesso nel loro abuso non fanno altro che generare altre emozioni negative, in un continuo circolo vizioso.