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  • Meloni e Frederiksen, il post sui migranti e l’Europa cristiana

    Meloni e Frederiksen, il post sui migranti e l'Europa cristiana

    Giorgia Meloni e Mette Frederiksen propugnano la blindatura europea contro i migranti con un post congiunto. Una è di destra e guida l’Italia, l’altra è di sinistra e guida la Danimarca. Insieme, enfatizzano le proprie differenze per rappresentarsi come due donne leader pragmatiche, che oppongono un neutro “buon senso” all’ideologia. La loro alleanza non stupisce. Mette Frederiksen adotta una politica migratoria molto restrittiva dal 2015, da quando dirige i socialdemocratici danesi.

    Nella loro narrazione, i migranti sono solo un costo che pesa sui servizi pubblici. Anche se nella realtà i migranti, giovani in età lavorativa, sostengono il Welfare europeo. A fronte di una popolazione europea che invecchia, una forza lavoro autoctona che diminuisce, uno squilibrio tra pensionati e lavoratori attivi che si aggrava, i migranti sono una risorsa indispensabile per pagare le tasse e i contributi previdenziali, colmare le carenze di manodopera nella cura degli anziani, la sanità, l’agricoltura, l’edilizia e i servizi. Spesso sono proprio i migranti irregolari a non accedere ai servizi sociali, se non in modo limitato. Lavorano in nero o in settori informali e pagano comunque le tasse indirette come l’Iva. A volte versano i contributi previdenziali senza poi beneficiare delle corrispondenti prestazioni.

    Molti immigrati irregolari sono perciò contribuenti netti: danno allo Stato più di quanto ricevono. Numerosi studi di organizzazioni internazionali, OCSE, Commissione europea, Fondo Monetario Internazionale, mostrano che nel medio-lungo periodo l’impatto fiscale netto dell’immigrazione tende a essere positivo o neutro. Soprattutto quando i migranti sono integrati nel mercato del lavoro. Nei casi in cui i costi iniziali di accoglienza e integrazione sono rilevanti, ad esempio per i richiedenti asilo, essi sono poi compensati dai contributi lavorativi e fiscali. La “pressione sui servizi pubblici” evocata dalle due leader è spesso il frutto di tagli e sottofinanziamenti, non dell’immigrazione in sé. Scaricare la colpa sui migranti è un tipico meccanismo di capro espiatorio che nasconde le responsabilità dei governi.

    Meloni e Frederiksen passano disinvolte dal concetto di “immigrazione incontrollata” a quello di “immigrazione illegale”, per poi associarla a un aumento della criminalità. I “migranti illegali commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali”. Il passaggio tratta l’irregolarità come un reato intrinseco al migrante che varca i confini senza permesso. Reato che diventa il preludio necessario a reati più gravi. Pazienza se marginalizzazione, povertà, assenza di alternative e politiche di esclusione c’entrano ben più di qualcosa.

    L’illegalità del migrante è una costruzione giuridica deliberata. Il processo è circolare e perverso. Prima i governi xenofobi europei restringono i canali legali di ingresso, visti per lavoro, ricongiungimenti familiari effettivi, corridoi umanitari. Così, diventa impossibile per la stragrande maggioranza delle persone entrare in Europa senza violare le norme sull’immigrazione. Il risultato è una massa di persone che, per il solo fatto di essere entrate senza autorizzazione, sono “illegali”. I governi xenofobi usano questa “illegalità” amministrativa come prova della pericolosità sociale dei migranti e per giustificare ulteriori politiche repressive.

    Le due leader presentano l’espulsione, anche in deroga alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, come la “risposta concreta” che semplifica il fenomeno migratorio e la sua gestione a mera questione di ordine pubblico. L’orgoglio per aver “modificato gli equilibri nell’applicare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo” è un passaggio gravissimo. Significa: siamo riuscite a erodere le tutele giuridiche fondamentali per una categoria di persone, i cittadini stranieri. Ma la tutela dei diritti umani non dovrebbe essere soggetta a equilibri politici modificabili a colpi di maggioranza.

    Proporre “centri di rimpatrio in Paesi terzi” è “innovativo” solo nel linguaggio tecnocratico. È il tentativo di esternalizzare le frontiere e le proprie responsabilità legali e morali, creando zone di non-diritto dove la sorte delle persone viene affidata a regimi terzi, spesso autoritari, in cambio di denaro. Il meccanismo cerca di aggirare il principio di non respingimento, che vieta agli Stati di espellere, trasferire o rimandare una persona verso un paese dove rischierebbe la persecuzione, la tortura o altre gravi violazioni dei diritti umani.

    La coppia italo-danese compie un salto logico decisivo dall’immigrazione illegale ai “milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente” nei nostri paesi. Affermare “Il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei” è un avvertimento. Non si chiede solo di obbedire alla legge, ma di aderire a un modello valoriale definito in modo unilaterale e monolitico. Identificare i “valori europei” con il “patrimonio culturale cristiano” è una appropriazione identitaria volta a contrapporre ed escludere. L’Europa moderna, nata dall’Illuminismo, ha tra i suoi valori fondanti la laicità dello Stato, il pluralismo, la libertà di coscienza e di espressione, valori che sono stati spesso conquistati contro il connubio tra potere religioso e potere politico. Presentare il Cristianesimo come unico pilastro identitario è una scelta politica che emargina i cittadini europei di fede ebraica, musulmana, atea o agnostica o aderenti alle tradizioni laiche liberali e socialiste.

    L’intimazione, riferita a un astratto e generico cittadino immigrato, “non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo” è un espediente retorico. Suggerisce un’azione attiva e aggressiva da parte di una minoranza, l’imposizione della Sharia, il velo come atto di proselitismo, senza mai definirla, in modo da sollecitare una reazione difensiva e una richiesta di assimilazione totale. L’integrazione, in questa visione, non è uno scambio, ma un atto di sottomissione a un’identità monolitica predefinita.

    Il messaggio di Meloni e Frederiksen è un manifesto politico che parla di “protezione”, “sicurezza” e “valori”, intercettando e incentivando paure diffuse. Ma, la sua costruzione è intellettualmente disonesta e socialmente pericolosa. Mescola deliberatamente piani diversi, irregolarità, criminalità, differenza culturale, per creare un unico, indistinto “problema” la cui sola soluzione è un mix di pugno duro, esternalizzazione delle responsabilità e assimilazione forzata a una presunta identità cristiana. L’obiettivo non è la soluzione di problemi complessi, ma la costruzione di un consenso politico basato sulla paura e sulla definizione di un nemico esterno e interno facilmente identificabile.

    Anche a volerlo prendere sul serio, l’appello al “patrimonio culturale cristiano” non è un richiamo a un’etica, ma solo l’uso di un brand identitario svuotato del suo contenuto. Si proclamano dei valori mentre si mettono in pratica il loro esatto contrario. Se c’è un nucleo etico innegabile nel messaggio evangelico, esso ruota attorno all’’accoglienza dello straniero. “Ero straniero e mi avete ospitato” (Mt 25,35). L’identificazione di Cristo con il bisognoso, il carcerato, l’esule. Il comandamento dell’amore per il prossimo, senza distinzioni, esteso persino al nemico. La critica radicale all’ipocrisia di chi onora Dio con le labbra mentre il suo cuore è lontano dai sofferenti. La centralità della misericordia sul giudizio e sulla legge formale.

    Le pratiche rivendicate da Meloni e Frederiksen sono il contrario di questi principi. Non una diversa interpretazione, ma un rovesciamento. Il Dio che si fa ultimo tra gli ultimi è sostituito dal feticcio di un’identità culturale blindata. Il “patrimonio culturale cristiano” evocato è un guscio vuoto, usato come arma. Invece dell’insieme di valori che ispirano l’azione, accogliere, integrare, perdonare, rieducare, abbiamo un orpello da brandire contro un nemico, il musulmano, il migrante, per demarcare un “noi” esclusivo e difensivo. Un tradimento del Cristianesimo, ridotto a religione dell’ordine e della paura. Le due leader costruiscono un falso problema, l’illegale come criminale, e lo fanno indossando la maschera di una tradizione che, se presa sul serio, ne condannerebbe radicalmente ogni proposta. Questa doppia ipocrisia, giuridica ed etica, è il vero marchio di fabbrica della visione politica di Meloni e Frederiksen.

  • Il proprietario sceriffo, ariete della destra sovranista contro lo stato di diritto democratico liberale

    Legittima difesa

    La destra afferma che la difesa è sempre legittima. Dal 2006 agisce con la propaganda e con la legge per dilatare i confini della legittima difesa. Nel caso della destra sovranista al governo, il sostegno alla giustizia privata sembra contraddittorio, perché equivale a erodere il monopolio della violenza dello stato. In realtà, si tratta solo di una delega temporanea e selettiva.

    Nella visione di questa destra l’ordine viene prima della legge e l’ordine è gerarchia. Lo si vede bene nelle sue spiegazioni di tipo empatico. Lo stato di esasperazione di un gioielliere italiano (bianco) può portarlo a uccidere due rapinatori in fuga, anche se a noi non sembra più necessario. Lo stato di esasperazione di un facchino marocchino può portare la polizia a ucciderlo, con una manovra di immobilizzazione letale, anche se a noi sembra eccessivo.

    La difesa di una gioielleria da parte di un uomo adulto suo proprietario spiega l’uccisione di due rapinatori in fuga. La destra al governo promuove iniziative a sostegno del proprietario sceriffo. Critica la condanna a 14 anni, perché “sproporzionata”, anche se è la pena minima. Tenta di avviare l’istruttoria per la grazia, delegittimando in un colpo solo la Cassazione e il presidente della repubblica. Non può, e allora chiede la grazia al capo dello stato come quarto grado di giudizio. Abolisce per legge il risarcimento alle vittime se hanno subito un danno nel commettere un reato.

    La difesa di una sorella da parte di un ragazzo minorenne suo fratello, invece, non basta a spiegare l’uccisione di uno stalker che ha appena tentato un femminicidio, investendo la donna con l’auto. Qui, la destra al governo promuove iniziative, non a sostegno del ragazzo, ma prendendolo a pretesto per criminalizzare i minorenni e affermare per legge la loro imputabilità, rovesciando l’onere della prova sulla loro presunta capacità di intendere e di volere. Ossia, equiparando i minorenni ai maggiorenni.

    La destra sovranista tollera e persino incoraggia la giustizia fai da te, solo se il giustiziere è un maschio adulto proprietario minacciato da un elemento considerato marginale. Viceversa, il bracciante straniero sfruttato, maltrattato, sottopagato, stretto con i suoi simili in una catapecchia, è un criminale se si fa giustizia da solo contro il padrone che rifiuta di pagarlo. Quel bracciante neppure sente l’autorizzazione interiore a fare violenza al padrone. Al contrario, è il padrone che si autorizza a picchiarlo e finanche a ucciderlo se lui chiede di essere pagato. Come è successo ai quattro braccianti, tre afghani, un pachistano, bruciati vivi dai caporali ad Amendolara nel giugno 2026, dopo aver chiesto lo stipendio arretrato.

    La delega gerarchica alla violenza, tuttavia, è solo temporanea. Infatti, la destra sovranista al governo si comporta come un ibrido tra governo e opposizione. Non è solo una trovata demagogica per scaricare le proprie responsabilità. Questa destra si sente davvero ancora opposizione anche quando governa, perché possiede solo il potere esecutivo e legislativo, non tutto il potere. Così è nello stato di diritto democratico liberale, dove vige la separazione dei poteri. Il governo deve fare i conti con altri poteri: il presidente della repubblica, la magistratura, l’opposizione parlamentare, i corpi intermedi della società, i sindacati, le associazioni, la stampa.

    Delegare la giustizia privata a un ceto proprietario mette in discussione il monopolio della violenza, non dello stato autoritario illiberale ancora da farsi, ma dello stato democratico liberale costituito, che la destra sovranista vive come un territorio ostile anche quando lo governa. La giustizia privata del ceto proprietario aiuta la destra sovranista a scardinare le regole, le procedure, le garanzie dello stato di diritto democratico liberale, mettendo all’indice i magistrati, il presidente della repubblica, le opposizioni democratiche, la stampa indipendente. Tutti soggetti che stanno dalla parte dei “delinquenti” e contro i “cittadini onesti”.

    Se e quando lo scardinamento dello stato di diritto democratico e liberale sarà completato, insieme con l’occupazione di tutte le istituzioni da parte della destra sovranista, lo stato autoritario e illiberale sarà compiuto. Allora, la delega giustiziera al ceto proprietario verrà revocata, il monopolio della violenza dello stato sarà ripristinato.

  • L’Ungheria ha scelto l’Europa: sconfitta la democrazia illiberale

    L'Ungheria ha scelto l'Europa: sconfitta la democrazia illiberale

    Possiamo essere contenti della sconfitta di Viktor Orban in Ungheria. Anche se i fascisti e qualche rossobruno ci dicono il contrario, perché il vincitore è di destra. C’è la controprova: entrambi sono delusi, perché il loro candidato preferito ha perso. Loro, come noi, sanno riconoscere che esistono destre diverse: sovranisti-populisti e liberal-conservatori; il partito dei patrioti e il partito popolare.

    La sconfitta di Orban è la sconfitta di tutti coloro che hanno fatto campagna elettorale per lui. Con un video, un intervento, una presenza attiva, da Trump e Vance a Netanyahu, passando per Meloni, Salvini, Le Pen, Abascal, Weidel. Insieme all’autocrate ungherese ha perso l’internazionale nera. Questo indica che altri risultati simili sono oggi più probabili. La sconfitta di Netanyahu nelle elezioni israeliane dell’ottobre 2026, quella di Trump nelle elezioni di midterm a novembre 2026 negli Stati Uniti, e quella di Meloni nel 2027 in Italia.

    Ciò che distingue la destra sovranista-populista non è l’estremismo dentro una continuità, che può scolorire fino ai più moderati. È il non riconoscersi nella democrazia liberale, la democrazia costituzionale. Questa destra quasi si stupisce quando viene accusata di essere antidemocratica. Perché pensa di sostenere la democrazia: non mette in discussione le elezioni, i parlamenti, il pluralismo dei partiti. Cioè, il principio democratico del potere della maggioranza. Anzi, gli attribuisce un valore assoluto.

    E proprio qui cominciano i guai, perché in una società democratica non esiste solo la maggioranza. Esistono le minoranze, le future generazioni, il rapporto con gli altri paesi. Nelle democrazie liberali, perciò, il potere della maggioranza è temperato dai principi costituzionali, dai diritti delle minoranze, dai trattati internazionali, dallo stato di diritto, nel quale anche chi esprime la volontà della maggioranza è sottoposto al primato della legge. I sovranisti-populisti al potere credono invece di essere essi stessi la legge. Questa non è un’accusa avversaria: lo stesso Orban, nel 2012, ha definito il suo sistema di governo “democrazia illiberale”.

    Sotto questo aspetto, la sconfitta di Orban non costituisce una fisiologica alternanza di governo, ma una transizione di regime. Non cambiano solo i ministri. Dovranno cambiare anche le principali figure istituzionali di garanzia e i principali dirigenti dello stato e della televisione pubblica, perché il Fidesz ha occupato tutti i gangli del potere, fondendo partito, governo e istituzioni.

    Per realizzare una transizione di regime pacifica, una figura di destra, un ex membro del regime, è più adatta di una chiara alternativa progressista, come potrebbero essere democratici, socialisti e verdi. Perché è più rassicurante per quell’elettorato che ha sostenuto Orban, ma oggi ne è deluso, persone anche tradizionaliste, che vogliono cambiare, ma senza saltare nel buio. Per loro, occorre non un rivoluzionario, ma un traghettatore. È lo stesso schema che ha funzionato nella transizione spagnola dopo Franco, e più di recente in Polonia con il ritorno di Tusk. In entrambi i casi, figure interne al sistema hanno reso possibile un passaggio che forze apertamente alternative avrebbero reso più traumatico.

    Peter Magyar ha proposto il limite dei due mandati per le cariche di governo. Non è un limite giusto in assoluto, ma nel contesto di certi paesi e in certi momenti storici può essere opportuno. L’eccessiva longevità di un governo, mentre dimostra il suo consenso popolare, diventa spesso causa di corruzione e degenerazione. E favorisce quella fusione tra partito e istituzioni che ha caratterizzato il regime di Orban. Il ricambio di personale politico e istituzionale è di per sé una cosa buona.

    Non sappiamo come si comporterà il vincitore: se presterà fede alle sue promesse di rendere di nuovo autonome le istituzioni, la magistratura, la stampa, di reintegrare l’Ungheria nell’Unione Europea, o se col tempo si trasformerà in un nuovo Orban, considerando il punto di partenza popolare e liberal-conservatore, che fu del Fidesz. Ma per ora l’Ungheria ha scelto l’Europa e lo stato di diritto. E questa scelta, compiuta con un’affluenza record di quasi l’ottanta per cento, è il fatto politico di maggior rilievo, per il quale possiamo essere molto contenti.

  • Occidente più a destra nel 2025

    Occidente a destra nel 2025

    Nel 2025, l’Occidente si è spostato ancora più a destra. Negli Stati Uniti, Donald Trump è tornato alla Casa bianca nella versione più estrema di se stesso. In politica interna, ha minacciato e attaccato avversari, magistrati, i diritti delle minoranze, in particolare dei migranti. Nella politica estera, ha iniziato a smantellare le politiche ambientali, il multilateralismo, il libero commercio, l’assistenza umanitaria, la resistenza ucraina. Nell’Unione Europea, la rielezione di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione UE ha aperto alla collaborazione con partiti prima considerati “impresentabili”. In Germania, Francia, Austria e Portogallo, destra e estrema destra hanno ottenuto risultati elettorali storici, arrivando in alcuni casi a guidare governi o a influenzare l’agenda politica. In Germania, Alternative für Deutschland (AfD) è diventata il secondo partito, mentre in Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen continua a crescere e minare la stabilità politica tradizionale.

    Secondo gli analisti, l’Occidente spostato a destra è l’effetto combinato di questioni sociali, economiche e culturali. Le crisi economiche provocate da pandemia, crisi energetica, guerra ucraina, hanno accentuato le disuguaglianze e un declino reale o percepito. Da qui rabbia e sfiducia delle classi medie e popolari verso le istituzioni, con molti elettori spinti verso partiti che promettono protezione, identità e un ritorno a valori tradizionali. In molti paesi, la destra ha sfruttato la paura dello “straniero” e la nostalgia per un passato idealizzato, proponendosi come difensore della cultura nazionale contro la globalizzazione e dell’ordine sociale contro i migranti. Le estreme destre si sono date una immagine più moderata e normale, per presentarsi come alternative credibili. Mentre la sinistra, impegnata sui diritti civili, ha lasciato scoperta la protesta sociale. La comunicazione diretta semplificata, aggressiva e polarizzante dei social media, ha aiutato la destra a raggiungere ampi strati della popolazione.

    L’ascesa della destra può consolidarsi o essere transitoria. Crudele e incompetente alla prova del governo, la destra può aggravare i problemi e perdere il consenso. Ma non si può aspettare che fallisca. Occorre resistere e mettere al primo posto l’economia reale e la protezione sociale: potere d’acquisto, sicurezza del lavoro e della casa, sanità, istruzione, previdenza. Senza contrapporsi all’avversario, né imitarlo. Criticare i leader populisti, ma non offenderne gli elettori. Separare nel populismo il sociale dal politico. Quindi, difendere o rafforzare lo stato di diritto, la divisione dei poteri, la democrazia e le istituzioni. Anche con la riforma partecipativa dei partiti e la tutela dei diritti delle minoranze. Tessendo una narrativa diversa, una visione positiva e inclusiva dell’identità nazionale, che guardi al futuro e non a un passato idealizzato. Con il sostegno dell’alleanza di tutte le forze democratiche e progressiste.