Il reato di opinione di Mohamed Shahin

Il reato di opinione di Mohamed Shahin

Mohamed Shahin, imam del quartiere San Salvario a Torino, è stato colpito da un decreto di espulsione “per motivi di sicurezza e prevenzione del terrorismo” firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. In Italia da quasi vent’anni, oppositore del regime egiziano di Abdel Fatah al-Sisi, Shahin è un punto di riferimento di una moschea nota per il dialogo interreligioso e le iniziative comuni con comunità cattoliche, valdesi e laiche. Vive a Torino con la moglie e due figli minori. Da settimane ha presentato domanda di asilo politico, dichiarando di temere persecuzioni e torture in caso di rimpatrio in Egitto.

Il caso che oggi lo riguarda nasce da alcune frasi pronunciate il 9 ottobre 2023, durante una manifestazione pro-Palestina svoltasi due giorni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Shahin definì l’attacco “non una violenza, ma una reazione ad anni di oppressione”. Parole controverse, che suscitarono polemiche immediate. Nei giorni successivi le ha ritrattate, ribadendo la condanna della violenza “da ogni parte”, firmando un comunicato congiunto insieme a rappresentanti cattolici, valdesi, ebrei e musulmani.

Nonostante ciò, il 25 novembre 2025 Piantedosi ha firmato un decreto di espulsione immediata: Shahin è stato arrestato, il permesso di soggiorno revocato, e trasferito al CPR di Caltanissetta. La magistratura ha convalidato il provvedimento, ignorando il principio — normalmente vincolante — secondo cui la domanda di asilo sospende le espulsioni.

Il decreto ministeriale, in tre pagine, descrive Shahin come figura “di rilievo in ambienti dell’Islam radicale”, “messaggero di un’ideologia fondamentalista e antisemita”, vicino alla Fratellanza Musulmana e simpatizzante sui social di Ismail Haniyeh (Hamas) e Muhammad Morsi. Già nel 2023 gli era stata negata la cittadinanza per ragioni di sicurezza, e risulta monitorato da tempo dalla Questura e, con ogni probabilità, dai servizi. L’unico precedente penale è una denuncia per “blocco stradale” durante un corteo pro-Palestina a maggio 2025: non risultano né indagini né condanne per terrorismo, né per apologia.

La destra di governo, con Fratelli d’Italia in testa (e in particolare la deputata torinese Augusta Montaruli), rivendica l’espulsione come un “successo” nella lotta contro il radicalismo islamico, sostenendo che Shahin abbia “inneggiato” al 7 ottobre. Per molti altri, però, l’atto è illegittimo e pericoloso. A Torino si è formata una mobilitazione trasversale: Anpi, Cgil, il vescovo Paolo Olivero, il pastore valdese Francesco Sciotto e centinaia di cittadini hanno chiesto al Presidente Mattarella di revocare il provvedimento. Pd, M5S e Avs accusano Piantedosi di aver violato il diritto d’asilo e la CEDU, mentre associazioni pro-Palestina ricordano che Shahin è stato un promotore costante della nonviolenza. Un eventuale ricorso al TAR o alla Corte Europea appare ormai probabile.

Il punto politico-giuridico è semplice: Mohamed Shahin non è accusato di aver compiuto reati, né di prepararne. È accusato di aver espresso opinioni discutibili. E un reato di opinione — in uno Stato di diritto — non può trasformarsi in “minaccia grave e attuale alla sicurezza dello Stato”.

Il criterio della simmetria chiarisce l’aberrazione: non espelliamo un cittadino israeliano residente in Italia che giustifichi i bombardamenti su Gaza o le violenze dei coloni; non espelliamo un profugo ucraino che giustifichi l’invasione della regione russa di Kursk; non espelliamo un cittadino russo che sostiene la “operazione militare speciale” di Putin. Sono — che ci piacciano o no — parole. E le parole, in democrazia, si contrastano con altre parole, non con misure amministrative che bypassano il diritto di difesa e il controllo giudiziario.

Per questo, la vicenda di Shahin appare come un precedente inquietante: una misura straordinaria, modellata non su fatti ma su valutazioni politiche e percezioni ideologiche. E l’eventuale rimpatrio in Egitto — un Paese in cui oppositori, attivisti e semplici sospetti subiscono torture sistematiche — aggiunge una componente di rischio estremo che la CEDU vieta senza eccezioni.

Per questi motivi, credo sia giusto chiedere che Mohamed Shahin sia liberato e possa tornare alla sua vita, alla sua famiglia e alla sua comunità. E credo sia necessario che l’Italia torni a essere coerente con ciò che afferma di essere: una democrazia che non punisce le opinioni, non discrimina per religione o origine, e non consegna un uomo alla tortura in nome della sicurezza.

Commenti

Una risposta a “Il reato di opinione di Mohamed Shahin”

  1. Avatar Mario
    Mario

    Mi sembra che quello che ha detto il cosiddetto imam, visto le fragili menti cui si rivolge, sia molto grave, pericoloso e fuorviante. Le sue battaglie le può tranquillamente fare fuori dal paese che lo sta’, aime, ospitando e oltremodo tollerando, ben diversamente da come viene tollerata la diversità dal paese di origine. Benfatto Piantedosi e che tali atti vengano ripetuti verso tutti gli ospitati che non si integrano, perché il corano lo vieta, e che creano allarme sociale di cui non abbiamo per nulla bisogno.

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