Tag: Diritto

  • Il fermo di Rima Hassan e la torsione dello Stato di diritto

    Rima Hassan, eurodeputata di France Insoumise (Lfi) è stata messa in stato di fermo (garde à vue) con l’accusa di apologia di terrorismo. La custodia può durare fino a 48 ore. Il provvedimento è scattato dalla denuncia presentata a fine marzo da Matthias Renault, deputato del Rassemblement National, contro un tweet (poi cancellato) o un retweet, che riprendeva una frase di Kozo Okamoto, militante dell’Armata Rossa Giapponese responsabile dell’attentato all’aeroporto di Lod nel 1972 (26 morti). Nel messaggio si leggeva: “Finché ci sarà oppressione, la resistenza non sarà solo un diritto, ma un dovere”. Durante la perquisizione dell’eurodeputata sono state rinvenute nella sua borsa modiche quantità di Kat (foglie masticabili energizzanti) e CBD. Rima Hassan è nata apolide in un campo profughi palestinese in Siria, è una delle attiviste in solidarietà con la Palestina più in vista di Francia. Ha partecipato a due missioni della Freedom Flotilla nel tentativo di rompere l’assedio alla Striscia di Gaza.

    Il fermo dell’eurodeputata in Francia implica violare o forzare le regole che governano l’immunità parlamentare. I deputati del Parlamento europeo godono di due tipi di protezione. Nel territorio di ogni altro Stato membro sono esenti da ogni provvedimento di detenzione e da ogni procedimento giudiziario. Sul territorio nazionale nel proprio Stato godono delle stesse immunità riconosciute ai membri del Parlamento del loro Paese. Essendo Rima Hassan una cittadina francese in Francia, ad essa si applica il regime dei parlamentari francesi, regolato dall’Articolo 26 della Costituzione francese. In Francia, l’immunità riguarda l’irresponsabilità e l’inviolabilità. Un parlamentare non può essere perseguito per le opinioni o i voti espressi nell’esercizio delle sue funzioni. In questo caso, il tweet personale o il messaggio sui social network non è stato considerato dai giudici come un atto legato alle funzioni parlamentari. Nessun parlamentare può essere arrestato o privato della libertà per reati penali senza l’autorizzazione dell’ufficio di presidenza della propria camera, salvo il caso di condanna definitiva o la flagranza di reato. Per non chiedere la revoca dell’immunità al Parlamento Europeo prima di procedere al fermo, polizia e magistratura hanno considerato il retweet alla stregua di un “reato flagrante” o continuo.

    Invece, secondo il giurista Benjamin Morel, nel caso dell’eurodeputata Rima Hassan mancherebbero tutti i presupposti per il superamento dell’immunità. Non c’è la flagranza, il reato contestato riguarda un tweet pubblicato giorni prima e poi cancellato. Manca l’autorizzazione, il Parlamento Europeo non ha votato alcuna revoca dell’immunità per questo caso. Nessuna condanna, il procedimento è solo alle fasi iniziali. Per queste ragioni, i leader di France Insoumise (Lfi) sostengono che il fermo sia un atto di “polizia politica”. Le autorità hanno proceduto al fermo ignorando le procedure costituzionali per scopi mediatici o repressivi, contando sul fatto che l’accusa di “apologia di terrorismo” crea un clima di urgenza tale da giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, il superamento delle garanzie parlamentari.

    Oltre a violare l’immunità parlamentare, il fermo di Rima Hassan è criticato perché viola il principio di proporzionalità. La citazione in sé (“La resistenza è un dovere”) è una frase che, decontestualizzata, appartiene alla retorica di molti movimenti di liberazione o resistenza storica, inclusa quella francese. Tuttavia, la legge francese sull’apologia di terrorismo è diventata estremamente severa e soggettiva. Il reato non punisce solo l’istigazione a compiere atti violenti, ma anche il presentare sotto una luce favorevole un individuo o un’organizzazione che ha compiuto atti terroristici. Per la procura, citare Kozo Okamoto equivale a richiamare una figura legata a un massacro di civili, il che, secondo questa lettura, basta a configurare il reato. Però, lo strumento del fermo nasce per evitare che l’indagato inquini le prove; impedire che scappi; evitare che si accordi con dei complici. Nel caso di un tweet, o retweet, le prove sono digitali e già acquisite. Non c’è rischio di fuga per un’eurodeputata nota, né complici con cui accordarsi per nascondere un post già pubblico. L’uso del fermo di 48 ore per un reato d’opinione online appare così una pena anticipata o un atto intimidatorio, piuttosto che una necessità investigativa.

    Dal 7 ottobre 2023, la Francia ha adottato una linea di “tolleranza zero” sull’apologia di terrorismo, che si presta alla deriva autoritaria. Centinaia di persone (sindacalisti, attivisti, studenti) sono state fermate per post sui social o slogan durante le manifestazioni. Trattare un tweet come un “reato flagrante” per saltare il passaggio parlamentare della revoca dell’immunità è un artificio giuridico pericoloso. Se passa il principio che ogni post online è una “flagranza”, l’immunità parlamentare di fatto smette di esistere nell’era digitale.

    All’origine del fermo di Rima Hassan c’è la denuncia di Matthias Renault (Rassemblement National). Questa denuncia fa parte di una strategia. Il partito di Marine Le Pen ha ribaltato la sua immagine storica da movimento accusato di antisemitismo a “difensore” di Israele contro quello che definiscono “islamo-gauchisme”. Usare la magistratura per colpire gli avversari di La France Insoumise (LFI) permette loro di criminalizzare l’avversario politico e presentarsi, paradossalmente, come i garanti dell’ordine repubblicano. Sebbene la legge sull’apologia di terrorismo sia stata inasprita negli anni dai governi di centro post-2015, è vero che l’estrema destra ha spinto per interpretazioni sempre più restrittive.

    La maggioranza di Macron e la destra hanno votato norme che rendono l’apologia di terrorismo un reato quasi automatico per certe espressioni riguardanti il conflitto in Medio Oriente. Il sistema politico ha creato una legislazione d’emergenza che ora viene applicata come legislazione ordinaria, permettendo alle procure di agire con una velocità e una durezza inedite per i reati d’opinione. Il fatto che il sistema (polizia e magistratura) si presti è l’aspetto più inquietante per la tenuta democratica. In Francia, i pubblici ministeri sono legati gerarchicamente al Ministero della Giustizia. Una direttiva politica che chiede massima fermezza su “antisemitismo” e “apologia di terrorismo” si traduce in un aumento dei fermi e delle inchieste contro gli attivisti solidali con i palestinesi.

    Il rinvenimento di Kat e CBD nella borsa di Hassan (dettagli usati per screditare moralmente l’indagato) suggerisce una perquisizione meticolosa, tipica di quando si vuole trovare qualcosa per appesantire la posizione di un soggetto scomodo. La criminalizzazione del dissenso funziona per sovrapposizione: si colpisce l’attivismo solidale con i palestinesi, si usa l’accusa di antisemitismo per screditare chi critica Israele, e si piega la norma sull’apologia di terrorismo fino a farne uno strumento penale contro l’opinione. Quando la legge permette di equiparare la citazione di un personaggio storico controverso al terrorismo attivo, e quando il resto del sistema politico, il centro macroniano e la destra classica, accetta questa deriva per isolare la sinistra radicale, si verifica quella che molti giuristi definiscono una “torsione” dello Stato di diritto.

  • Islamofobia istituzionale

    Islamofobia istituzionale

    La frase all’origine dell’arresto di Mohamed Shahin — quella secondo cui il 7 ottobre sarebbe stato un atto di resistenza palestinese all’occupazione israeliana — è resa intollerabile, non solo per ciò che dice, ma soprattutto perché a dirla è stato un imam musulmano.

    Negli ultimi due anni, intellettuali, giornalisti e accademici occidentali hanno inquadrato il 7 ottobre nel contesto dell’occupazione israeliana. Alcuni hanno persino utilizzato il termine “resistenza”. Nell’ottobre 2023, oltre cento professori della Columbia University hanno firmato una lettera a difesa di studenti che avevano definito l’attacco una “risposta militare” a “decenni di violenza statale da parte di una potenza occupante”. John Mearsheimer ha parlato di un evento “non sorprendente” nel quadro dell’apartheid e dell’occupazione. In Francia e in altri paesi europei, commentatori e accademici hanno distinto — richiamando il diritto internazionale — tra resistenza armata contro un’occupazione e atti terroristici. Appelli firmati da migliaia di accademici a livello globale hanno collocato il 7 ottobre dentro una storia di “75 anni di occupazione”.

    Lo storico israeliano Ilan Pappé ha interpretato l’attacco di Hamas come parte di una lotta di liberazione palestinese, inserita in oltre un secolo di colonizzazione sionista. Judith Butler, filosofa americana, ha definito esplicitamente il 7 ottobre un “atto di resistenza armata”. In un intervento pubblico in Francia, nel marzo 2024, ha sostenuto che è “più onesto e storicamente corretto” interpretarlo in questo modo — una posizione ancora più netta di quella di Shahin.

    Tutte queste posizioni hanno alimentato polemiche, indignazione, critiche feroci. Ma nessuno è stato arrestato, schedato, indagato o espulso. Nessuna conseguenza legale o amministrativa. Quando le stesse idee sono espresse da un imam musulmano, diventano improvvisamente fondamentalismo religioso, incitamento al terrorismo, minaccia alla sicurezza nazionale. Se immaginassimo una simmetria inversa — posizioni filoisraeliane tollerate quando sostenute da non ebrei, ma criminalizzate quando espresse da ebrei — non avremmo difficoltà a riconoscere l’antisemitismo. Gli ebrei, come chiunque altro, devono poter esprimere liberamente le proprie opinioni politiche. Lo stesso principio dovrebbe valere per i musulmani.

    Shahin, peraltro, incarna esattamente ciò che si chiede ai musulmani “moderati”: integrazione, dialogo interreligioso, adesione ai valori costituzionali. Ha tradotto la Costituzione italiana in arabo, ha collaborato con le istituzioni, ha persino insegnato la lingua araba nella scuola dell’esercito. Tutto questo viene annullato nel momento in cui esprime un’opinione politica scomoda. Il messaggio implicito è chiaro: non basta l’integrazione sociale e culturale, occorre l’integrazione politica. Non basta condividere le regole democratiche; occorre allinearsi alle posizioni del governo su Israele e Palestina. Quando un imam perfettamente integrato come Shahin viene arrestato ed espulso per parole che altri pronunciano liberamente, il messaggio arriva chiaro a tutta la comunità musulmana: su certi temi, il vostro dissenso non è tollerato.

    Il decreto Piantedosi non punisce solo un’opinione. Punisce un’opinione pronunciata da un imam musulmano, applicando una griglia interpretativa securitaria che converte il dissenso politico in minaccia terroristica. Le accuse contenute nel provvedimento si fondano sull’identità dell’accusato: “percorso di radicalizzazione religiosa”, “ideologia fondamentalista di chiara matrice antisemita”, “ruolo in ambienti dell’islam radicale”. Ogni elemento viene ricondotto alla religione di Shahin.

    Non si tratta di un’anomalia solo italiana. In Francia, Germania e Regno Unito, le manifestazioni pro-Palestina vengono represse in modo selettivo, i partecipanti musulmani schedati, le organizzazioni islamiche sottoposte a controlli speciali. La medesima opinione politica è trattata come dissenso legittimo o come minaccia terroristica a seconda dell’identità religiosa di chi la esprime. È un’islamofobia che non si manifesta più solo come pregiudizio, ma come norma di sistema, incorporata nelle pratiche di polizia e nelle procedure amministrative. Un’islamofobia istituzionale.

    Mohamed Shahin può essere espulso verso tortura e morte per aver detto ciò che Judith Butler dice liberamente. Quando uno Stato applica la legge in modo diverso a seconda della religione di chi parla, non stiamo parlando di sicurezza. Stiamo parlando di discriminazione.

  • Mohamed Shahin, il diritto dalle parti di Giorgia Meloni

    Il diritto dalle parti di Giorgia Meloni

    A poche ore dalla decisione della Corte d’Appello di Torino di disporre la liberazione dell’iman Mohamed Shahin, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta su Facebook attaccando frontalmente la sentenza. Nel suo post ha ricordato che Shahin aveva definito l’attacco del 7 ottobre un atto di “resistenza”, aggiungendo: «che, dalle mie parti, significa giustificare, se non istigare, il terrorismo». E ha concluso chiedendo «come facciamo a difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa che va in questo senso viene sistematicamente annullata da alcuni giudici».

    Questa dichiarazione è politicamente rivelatrice per almeno tre ragioni.

    La prima riguarda la sostituzione del diritto con l’opinione. Meloni non contesta la decisione della Corte sul piano giuridico — non entra nel merito dell’assenza di pericolosità concreta e attuale, della mancanza di reati, dell’integrazione sociale dell’imam — ma oppone alla valutazione dei giudici un criterio soggettivo: “dalle mie parti”. Non conta ciò che è penalmente rilevante o costituzionalmente tutelato, ma ciò che il potere politico considera accettabile sul piano ideologico.

    La seconda riguarda la confusione deliberata tra opinione politica e istigazione al terrorismo. Equiparare una lettura politica — per quanto discutibile — del 7 ottobre all’istigazione terroristica significa cancellare ogni distinzione tra analisi, giustificazione e incitamento. È un passaggio molto pericoloso, perché apre la strada alla punibilità amministrativa delle opinioni, aggirando il diritto penale e le sue garanzie. Non a caso, la Procura di Torino ha archiviato le denunce: non c’era reato. La Corte d’Appello ha preso atto di questo dato, non ha “annullato”.

    La terza riguarda l’attacco diretto all’indipendenza della magistratura. Quando Meloni si chiede come sia possibile difendere la sicurezza “se ogni iniziativa viene annullata da alcuni giudici”, non sta descrivendo un problema tecnico-giuridico, ma sta mettendo in discussione il principio stesso del controllo giurisdizionale sull’azione dell’esecutivo. In uno Stato di diritto, i giudici esistono proprio per questo: verificare che le iniziative del governo rispettino la legge, i diritti fondamentali e la proporzionalità delle misure adottate. Se un decreto viene annullato perché privo di basi concrete, il problema non sono “alcuni giudici”, ma il decreto.

    La dichiarazione della presidente del Consiglio conferma dunque ciò che il caso Shahin rende evidente: non siamo di fronte a un conflitto tra sicurezza e irresponsabilità giudiziaria, ma tra potere politico e limiti costituzionali. La Corte d’Appello non ha difeso un’opinione; ha difeso il principio secondo cui in Italia non si priva una persona della libertà — né la si espelle verso un Paese dove rischia la tortura — per ciò che pensa, se ciò che pensa non è un reato.

    Ed è questo principio che la presidente del consiglio mette in discussione.

  • La Corte d’Appello di Torino libera Mohamed Shahin

    La Corte d'appello di Torino libera Mohamed Shahin

    La Corte d’appello di Torino ha disposto la liberazione dell’imam torinese Mohamed Shahin, detenuto dal 24 novembre nel CPR (centro di permanenza per il rimpatrio) di Caltanissetta.

    Chi è Mohamed Shahin

    Mohamed Shahin guida da oltre un decennio la moschea torinese di via Saluzzo, la moschea Omar Ibn al-Khattab nel quartiere multiculturale di San Salvario. È in Italia da oltre vent’anni, lavoratore incensurato, e ha moglie e due figli di 9 e 12 anni nati in Italia.

    Shahin è una figura centrale nel dialogo interreligioso di San Salvario, un quartiere dove convivono a pochi metri moschea, tempio valdese, chiesa cattolica e sinagoga. Da anni è promotore e presente in molteplici iniziative per la pace e per la rigenerazione del quartiere, tanto che il 16 ottobre 2025 i responsabili dei quattro luoghi di culto avevano firmato un documento comune per ribadire il reciproco impegno.

    La comunità valdese ha sottolineato come la moschea di via Saluzzo sia sempre stata aperta e collaborativa, ospitando iniziative che hanno coinvolto tutte le comunità laiche e religiose. Shahin aveva anche organizzato incontri nella moschea insieme all’ANPI e al senatore PD Andrea Giorgis per diffondere la cultura costituzionale.

    Shahin è un oppositore del regime di al-Sisi in Egitto. Era presente a piazza Rabaa nel 2013, dove il regime golpista di Al-Sisi ha massacrato centinaia di manifestanti, e da quella data non è più tornato in Egitto perché sa che verrebbe subito arrestato. Ha richiesto protezione internazionale proprio per questo motivo.

    Le dichiarazioni contestate

    Durante una manifestazione pro-Palestina del 9 ottobre 2025 a Torino, Shahin ha pronunciato una frase sul 7 ottobre 2023: “Personalmente sono d’accordo, non è stata una violazione e nemmeno una violenza“. In altri interventi pubblici aveva aggiunto che gli attacchi di Hamas del 7 ottobre furono un atto di resistenza dovuto ad anni di occupazione e decine di guerre, e che erano stati un tentativo dei palestinesi di svegliare il mondo perché prestasse attenzione alla loro causa. Il giorno dopo aveva contestualizzato quelle parole nel quadro dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi in corso da decenni. Dichiarazioni che aveva poi rettificato e che avevano portato a un comunicato congiunto con altre comunità religiose.

    La deputata torinese di Fratelli d’Italia, Augusta Montaruli, l’11 ottobre ha chiesto al ministero dell’Interno di valutare i requisiti per la sua espulsione. Nel giro di un mese e mezzo è arrivato il decreto di espulsione firmato personalmente dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

    Le accuse nel decreto

    Il decreto definisce Shahin come avente “un percorso di radicalizzazione religiosa”, “una ideologia fondamentalista di chiara matrice antisemita” e un ruolo “in ambienti dell’islam radicale”. Gli vengono contestati: le dichiarazioni sul 7 ottobre; una partecipazione a un blocco stradale durante una manifestazione pro-Palestina; incontri con due persone nel 2012 e 2018 (prima che queste si radicalizzassero).

    Shahin è completamente incensurato. L’unica denuncia a suo carico (per il blocco stradale) è stata immediatamente archiviata dalla Procura di Torino. Ha vissuto in Italia per 21 anni, ha moglie e due figli nati qui, ha insegnato l’arabo nella scuola dell’esercito italiano, ed è stato protagonista del dialogo interreligioso.

    Mohamed Shahin rischia l’espulsione verso un Paese dove potrebbe essere torturato o ucciso (essendo oppositore di al-Sisi e reduce dal massacro di Rabaa) per aver espresso un’opinione politica controversa durante una manifestazione, opinione poi rettificata e contestualizzata, senza aver mai commesso alcun reato.

    Una opinione politica diffusa, non un’anomalia

    La posizione espressa da Shahin – vedere il 7 ottobre come atto di resistenza all’occupazione piuttosto che come terrorismo – è effettivamente una delle letture politiche del conflitto, condivisa da molti nel movimento di solidarietà con la Palestina, inclusi intellettuali, attivisti per i diritti umani, e anche voci critiche israeliane.

    Numerosi osservatori hanno inquadrato quegli eventi nel contesto di decenni di occupazione militare; il blocco di Gaza (definito da molte organizzazioni internazionali come una forma di punizione collettiva); l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania; la detenzione amministrativa di migliaia di palestinesi; la negazione dei diritti fondamentali del popolo palestinese.

    Questa lettura può essere discussa, criticata, contestata – ma è una posizione politica legittima nel dibattito pubblico, non un’istigazione alla violenza o un reato. Come d’altra parte è una posizione politica legittima la giustificazione della reazione israeliana al 7 ottobre, che ha comportato l’uccisione di decine di migliaia di civili e la devastazione di Gaza. Se qualcuno la sostiene, non rischia di essere perseguito.

    Il precedente inquietante

    Quello che colpisce nella vicenda Shahin è la sproporzione della risposta governativa: un’opinione politica espressa in una manifestazione; nessun reato commesso (l’unica denuncia archiviata); un percorso ventennale di integrazione e dialogo; risultato: espulsione verso un Paese dove rischia tortura e morte.

    Questo crea un precedente inquietante: se esprimere solidarietà con la causa palestinese nei termini usati da Shahin è sufficiente per l’espulsione, quale spazio rimane per il dissenso politico su questioni internazionali controverse?

    La domanda centrale è: l’Italia deve espellere verso regimi oppressivi persone che esprimono opinioni politiche scomode ma non illegali? Soprattutto quando queste persone rischiano concretamente la vita nel Paese di destinazione?

    Le motivazioni della Corte d’Appello

    La Corte d’Appello ha accolto il ricorso degli avvocati di Shahin disponendo la cessazione immediata del trattenimento nel CPR. Le motivazioni principali sono:

    • L’assenza di pericolosità concreta e attuale; i giudici hanno escluso “la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità” per la sicurezza dello Stato o per l’ordine pubblico.
    • Il profilo biografico e sociale: la Corte ha sottolineato che Shahin è da 20 anni in Italia, dove sono nati e cresciuti i suoi due figli di 9 e 12 anni, ed è “completamente incensurato”.
    • I nuovi elementi probatori: tra i documenti presentati dalla difesa c’era l’archiviazione immediata, da parte della procura di Torino, di una denuncia per le frasi che Shahin aveva pronunciato lo scorso ottobre durante una manifestazione pro-Pal.
    • L’impegno per i valori costituzionali: secondo quanto riportato dai difensori, la Corte ha rilevato che la difesa ha dimostrato “un concreto e attivo impegno del trattenuto in ordine alla salvaguardia dei valori su cui si fonda l’ordinamento dello Stato italiano”.

    In sostanza, la Corte d’Appello ha smontato completamente le accuse contenute nel decreto di espulsione di Piantedosi, che dipingeva Shahin come portatore di “ideologia fondamentalista e antisemita”; figura di “rilievo in ambienti dell’islam radicale”; minaccia “concreta, attuale e grave per la sicurezza dello Stato”

    La Corte ha valutato che nessuna di queste accuse è suffragata da elementi concreti che giustifichino la privazione della libertà personale.

    La situazione legale: complessa e precaria

    La posizione di Shahin, seppur libero, resta estremamente complicata: gli è stato revocato il permesso di soggiorno, decisione su cui pende un ricorso al TAR di Torino, mentre la sua richiesta di asilo è attualmente pendente al tribunale di Caltanissetta.

    In concreto, Shahin è stato liberato “come richiedente asilo” e gli è stato rilasciato un permesso di soggiorno provvisorio dalla Questura di Caltanissetta.

    La difesa di Shahin ha presentato tre ricorsi paralleli: ricorso al TAR di Torino contro la revoca del permesso di soggiorno di lungo periodo; ricorso al TAR del Lazio contro il decreto di espulsione firmato da Piantedosi; richiesta di asilo politico pendente al tribunale di Caltanissetta.

    Le prospettive per l’asilo politico

    La richiesta di asilo ha una base solida: Shahin è un oppositore dichiarato del regime di al-Sisi; era presente a piazza Rabaa durante il massacro del 2013; non può tornare in Egitto perché rischierebbe arresto, torture e probabilmente la morte; l’Egitto è un regime autoritario noto per reprimere il dissenso con metodi violenti, anche se il governo italiano lo inserisce nella lista dei cosiddetti “Paesi sicuri”.

    Tuttavia, c’è un precedente preoccupante: il 27 novembre il trattenimento era stato convalidato e la richiesta di asilo respinta dalla commissione territoriale di Siracusa, secondo la quale Shahin non corre nessun pericolo a tornare in Egitto. Questa decisione è stata però ribaltata dalla Corte d’Appello.

    Il rischio di espulsione rimane: il decreto di espulsione del ministro Piantedosi è ancora valido; la revoca del permesso di soggiorno è confermata (in attesa del TAR); se i ricorsi venissero respinti, l’espulsione potrebbe essere eseguita.

    In questo momento Shahin si trova in una situazione paradossale. È libero grazie alla decisione della Corte d’Appello che ha escluso la sua pericolosità. Ma è formalmente ancora destinato all’espulsione secondo il decreto Piantedosi. Ha un permesso provvisorio come richiedente asilo, ma la sua prima richiesta è già stata respinta

    Le sue prospettive dipendono dall’esito dei ricorsi al TAR e dalla valutazione finale sulla richiesta di asilo. La Corte d’Appello ha riconosciuto la sua integrazione e l’assenza di pericolosità, ma questo non annulla automaticamente il decreto di espulsione ministeriale.


    Fonti

    Mohamed Shahin, il diritto dalle parti di Giorgia Meloni
    massimolizzi.it, 16 dicembre 2025

    Liberato Shahin, l’imam di Torino. La decisione dei giudici.
    di Caterina Stamin
    La Stampa 15 dicembre 2025

    Sull’arresto dell’imam di Torino
    di Sergio Velluto
    Un articolo del presidente del Concistoro della locale Chiesa valdese
    chiesavaldese.org, 3 dicembre 2025

    Shanin per il tribunale è un nemico pubblico. Ma San Salvario sta con lui
    di Sara Tanveer, Mario Di Vito
    Il manifesto, 29 novembre 2025

    L’arresto dell’imam di Torino Mohamed Shahin diventa caso nazionale: la rete cristiano-islamica scrive a Mattarella per il rilascio
    di Gabriele Farina
    Quotidiano Piemontese, 27 novembre 2025

  • Il reato di opinione di Mohamed Shahin

    Il reato di opinione di Mohamed Shahin

    Mohamed Shahin, imam del quartiere San Salvario a Torino, è stato colpito da un decreto di espulsione “per motivi di sicurezza e prevenzione del terrorismo” firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. In Italia da quasi vent’anni, oppositore del regime egiziano di Abdel Fatah al-Sisi, Shahin è un punto di riferimento di una moschea nota per il dialogo interreligioso e le iniziative comuni con comunità cattoliche, valdesi e laiche. Vive a Torino con la moglie e due figli minori. Da settimane ha presentato domanda di asilo politico, dichiarando di temere persecuzioni e torture in caso di rimpatrio in Egitto.

    Il caso che oggi lo riguarda nasce da alcune frasi pronunciate il 9 ottobre 2023, durante una manifestazione pro-Palestina svoltasi due giorni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Shahin definì l’attacco “non una violenza, ma una reazione ad anni di oppressione”. Parole controverse, che suscitarono polemiche immediate. Nei giorni successivi le ha ritrattate, ribadendo la condanna della violenza “da ogni parte”, firmando un comunicato congiunto insieme a rappresentanti cattolici, valdesi, ebrei e musulmani.

    Nonostante ciò, il 25 novembre 2025 Piantedosi ha firmato un decreto di espulsione immediata: Shahin è stato arrestato, il permesso di soggiorno revocato, e trasferito al CPR di Caltanissetta. La magistratura ha convalidato il provvedimento, ignorando il principio — normalmente vincolante — secondo cui la domanda di asilo sospende le espulsioni.

    Il decreto ministeriale, in tre pagine, descrive Shahin come figura “di rilievo in ambienti dell’Islam radicale”, “messaggero di un’ideologia fondamentalista e antisemita”, vicino alla Fratellanza Musulmana e simpatizzante sui social di Ismail Haniyeh (Hamas) e Muhammad Morsi. Già nel 2023 gli era stata negata la cittadinanza per ragioni di sicurezza, e risulta monitorato da tempo dalla Questura e, con ogni probabilità, dai servizi. L’unico precedente penale è una denuncia per “blocco stradale” durante un corteo pro-Palestina a maggio 2025: non risultano né indagini né condanne per terrorismo, né per apologia.

    La destra di governo, con Fratelli d’Italia in testa (e in particolare la deputata torinese Augusta Montaruli), rivendica l’espulsione come un “successo” nella lotta contro il radicalismo islamico, sostenendo che Shahin abbia “inneggiato” al 7 ottobre. Per molti altri, però, l’atto è illegittimo e pericoloso. A Torino si è formata una mobilitazione trasversale: Anpi, Cgil, il vescovo Paolo Olivero, il pastore valdese Francesco Sciotto e centinaia di cittadini hanno chiesto al Presidente Mattarella di revocare il provvedimento. Pd, M5S e Avs accusano Piantedosi di aver violato il diritto d’asilo e la CEDU, mentre associazioni pro-Palestina ricordano che Shahin è stato un promotore costante della nonviolenza. Un eventuale ricorso al TAR o alla Corte Europea appare ormai probabile.

    Il punto politico-giuridico è semplice: Mohamed Shahin non è accusato di aver compiuto reati, né di prepararne. È accusato di aver espresso opinioni discutibili. E un reato di opinione — in uno Stato di diritto — non può trasformarsi in “minaccia grave e attuale alla sicurezza dello Stato”.

    Il criterio della simmetria chiarisce l’aberrazione: non espelliamo un cittadino israeliano residente in Italia che giustifichi i bombardamenti su Gaza o le violenze dei coloni; non espelliamo un profugo ucraino che giustifichi l’invasione della regione russa di Kursk; non espelliamo un cittadino russo che sostiene la “operazione militare speciale” di Putin. Sono — che ci piacciano o no — parole. E le parole, in democrazia, si contrastano con altre parole, non con misure amministrative che bypassano il diritto di difesa e il controllo giudiziario.

    Per questo, la vicenda di Shahin appare come un precedente inquietante: una misura straordinaria, modellata non su fatti ma su valutazioni politiche e percezioni ideologiche. E l’eventuale rimpatrio in Egitto — un Paese in cui oppositori, attivisti e semplici sospetti subiscono torture sistematiche — aggiunge una componente di rischio estremo che la CEDU vieta senza eccezioni.

    Per questi motivi, credo sia giusto chiedere che Mohamed Shahin sia liberato e possa tornare alla sua vita, alla sua famiglia e alla sua comunità. E credo sia necessario che l’Italia torni a essere coerente con ciò che afferma di essere: una democrazia che non punisce le opinioni, non discrimina per religione o origine, e non consegna un uomo alla tortura in nome della sicurezza.