• Chiudere le frontiere ai migranti apre il mercato dei trafficanti

    Chiudere le frontiere ai migranti apre il mercato dei trafficanti

    Il governo italiano, il governo britannico e altri governi europei, giustificano le proprie politiche restrittive in materia di immigrazione con la volontà di combattere il traffico di esseri umani. Eppure, più i governi restringono gli accessi alle persone straniere, più il traffico di esseri umani prospera.

    Lo dimostra un rapporto del Mixed Migration Centre del Danish Refugee Council. Il rapporto si basa sulle interviste di 80 mila migranti e 458 trafficanti. Viene pubblicato ora, per influenzare le decisioni della riunione di funzionari statali a Bruxelles, in agenda la prossima settimana, su come combattere al meglio il traffico di esseri umani.

    Più di 50.000 migranti hanno dichiarato di aver fatto ricorso ai trafficanti. E molti di loro hanno collegato la decisione all’assenza di opportunità accessibili di migrazione legale. Molti trafficanti hanno detto che l’applicazione più severa delle leggi sta alimentando la domanda di viaggi irregolari.

    Una testimonianza calzante arriva dai 102 trafficanti intervistati sulla rotta del Mediterraneo centrale. Nonostante gli arrivi irregolari in Italia siano diminuiti nel 2024, il 44% dei trafficanti ha affermato che la domanda per i loro servizi è aumentata. In parte a causa delle misure più severe alle frontiere.

    Tra i trafficanti intervistati, il 57% ha dichiarato di aver aumentato le tariffe. E il 78% di loro ha collegato l’aumento dei prezzi al rischio maggiore corso a causa delle politiche migratorie più severe.

    Il 49% dei trafficanti ha ammesso di essere in contatto con funzionari quali guardie di frontiera, polizia o personale di detenzione. Il che suggerisce che i funzionari statali siano spesso complici delle operazioni di contrabbando.

    Nonostante le diffuse affermazioni secondo cui i trafficanti adescano le persone verso la migrazione irregolare, solo il 6% dei migranti intervistati ha dichiarato di essere stato influenzato dai trafficanti.

    Il rapporto ha anche analizzato chi era più propenso a ricorrere ai trafficanti. Scoprendo che coloro che fuggivano dall’insicurezza, dai conflitti e dalle limitazioni dei loro diritti e delle loro libertà vi ricorrevano più spesso. Così come coloro che intraprendevano viaggi più lunghi e pericolosi.

    I dati hanno chiarito che i trafficanti non sono la causa dell’immigrazione irregolare. Lo sono, invece, la mancanza di alternative sicure e legali.

    In Europa, gli attivisti denunciano da tempo che i politici stanno spingendo le persone verso i trafficanti, limitando i percorsi di migrazione legale come il ricongiungimento familiare. Quando i percorsi regolari si riducono, il ruolo dei trafficanti aumenta. Se i governi non affrontano il motivo per cui le persone si rivolgono ai trafficanti, finiscono per rafforzare le stesse reti che dichiarano di voler fermare.

    Come può accadere? Forse, i governi sono così stolti da non saperlo, da non cambiare politiche da quando lo hanno già saputo? Il fatto che il 49% dei trafficanti intervistati ammetta di essere in contatto con guardie di frontiera, polizia o personale dei centri di detenzione suggerisce che esiste una complicità strutturale, non occasionale. Se i governi volessero davvero smantellare queste reti, dovrebbero iniziare da questa corruzione interna – ma non sembra essere una priorità.

    La retorica del “combattere i trafficanti” serve come copertura moralmente accettabile per politiche che hanno come vero obiettivo quello di impedire l’arrivo dei migranti stessi. È molto più presentabile dire “stiamo proteggendo i migranti dai criminali” che “non vogliamo che arrivino migranti.” Di conseguenza, i risultati sono contraddittori rispetto alle dichiarazioni ufficiali. Il rapporto del Mixed Migration Centre del Danish Refugee Council svela la contraddizione.

    Il paradosso diventa ancora più cinico se visto da questa prospettiva: le politiche restrittive non sono un fallimento nella lotta ai trafficanti – sono efficaci nel loro vero scopo, che è scoraggiare e respingere i migranti, anche se questo significa rendere i viaggi più pericolosi e costosi. I trafficanti prosperano come effetto collaterale, ma questo sembra essere un prezzo accettabile per i governi.

  • Venezuela: Trump attacca per il petrolio, non per il narcotraffico

    Venezuela: Trump rovesciare Maduro per il petrolio, non per il narcotraffico

    L’escalation militare contro Maduro

    Donald Trump vuole rovesciare Nicolas Maduro? Molti indizi lo lasciano pensare. Da settembre, gli USA attaccano le imbarcazioni venezuelane. Attacchi che hanno ucciso 83 persone. Il 2 settembre gli USA hanno commesso un crimine di guerra con il doppio attacco a un naviglio, prima per affondarlo, poi per uccidere i sopravvissuti. Il ministro della guerra Hegseth avrebbe ordinato di ucciderli tutti (CNN). Ora, l’amministrazione americana annuncia la chiusura dello spazio aereo venezuelano e di voler dare il via ad attacchi sul territorio del Venezuela.

    Il 21 novembre, al telefono, Trump avrebbe imposto un ultimatum a Maduro: dimissioni in cambio di un salvacondotto per lui e la sua famiglia. Maduro ha rifiutato. La leader dell’opposizione Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace, sollecita l’intervento americano per rovesciare il regime. Ma una invasione di terra al momento è improbabile, perché rischierebbe di risolversi in un pantano. Però, una forte pressione militare via mare, cielo, e terra, con atti di sabotaggio e di terrorismo, per destabilizzare il regime sono molto probabili, anzi già in atto.

    La violazione del diritto internazionale

    Questa linea di condotta americana è in aperta violazione del diritto internazionale, perché per quanto sia contestabile il regime di Nicolas Maduro, il Venezuela rimane uno stato sovrano e nessun paese straniero, tanto meno gli USA, possono determinarne il sistema politico. La giustificazione americana di avere messo in atto una legittima difesa contro il narcotraffico non è valida, perché la legittima difesa si oppone a un attacco militare, non a fenomeni che si trattano con i metodi repressivi dedicati alla criminalità organizzata. Inoltre, proprio Trump ha graziato l’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández, che stava scontando una condanna a 45 anni in un carcere statunitense per aver aiutato i narcotrafficanti a trasferire cocaina negli USA.

    L’azione USA contro il Venezuela è unilaterale, si muove al di fuori degli organismi internazionali. Un’America che procede armata in America Latina, mette in una luce diversa la Russia che vuole reimporre con la forza la sua sfera d’influenza in Ucraina e nel cosiddetto mondo russo e pure la Cina, qualora invadesse Taiwan. Se però, il diritto internazionale è violato e marginalizzato, ciò non vuol dire che non si possa resistere, che non si possa criticare o condannare la violenza USA in nome del diritto. Possono farlo gli organismi delle Nazioni Unite, può farlo l’Unione Europea. Dovrebbe farlo il nostro governo. Magari, anche considerando di risolvere la lunga detenzione del nostro concittadino Alberto Trentini in un carcere venezuelano.

    La vera motivazione della guerra al Venezuela

    Rimane da capire una questione. Se il narcotraffico è un pretesto, perché Trump è interessato a rovesciare Maduro? Il presidente colombiano Gustavo Petro ha dichiarato alla CNN che “il petrolio è al centro della questione”, sottolineando che si tratta di “un affare di petrolio” e che “questa è la logica di Trump” (The Washington Post). Il Venezuela possiede 303 miliardi di barili di riserve accertate di petrolio, le più grandi del pianeta, superiori ai 267 miliardi dell’Arabia Saudita e pari a circa il 17% delle riserve mondiali. Una fetta consistente del mercato globale del petrolio non fa più riferimento al dollaro per gli scambi, ma allo yuan cinese, situazione che compromette molto il potere della moneta statunitense. L’obiettivo a lungo termine degli USA è riportare sotto il potere del dollaro l’intero mercato petrolifero, come la rete del petrodollaro era riuscita a fare dagli anni Settanta. (Aljazeera)

    La coerenza della strategia di Trump

    Il Venezuela rappresenta per gli USA un nodo strategico dove si intrecciano le alleanze tra Maduro, la Cina, la Russia e l’Iran. La Cina è oggi il principale creditore del Venezuela, che ripaga i debiti con migliaia di barili di petrolio al giorno, mentre la Russia ha investito ingenti somme diventando uno dei principali esportatori di armi. Si tratta di riaffermare il controllo sul “cortile di casa” americano in America Latina, impedendo che potenze rivali stabiliscano basi di influenza nell’emisfero occidentale. Si può allora capire come e perché Trump si mostri molto concessivo nei confronti di Russia e Cina riguardo Ucraina e Taiwan.

  • Alberto Trentini e Camilo Castro

    Alberto Trentini e Camilo Castro

    Alberto Trentini, un cooperante italiano di 46 anni originario di Venezia, è detenuto dal 15 novembre 2024 nel carcere El Rodeo I di Caracas, in Venezuela, senza accuse formali precise. Il governo italiano non è ancora riuscito a ottenere la sua liberazione. Al contrario, la Francia ha ottenuto la liberazione di Camilo Castro, un cittadino francese di 41 anni detenuto nello stesso carcere per quattro mesi (dal 26 giugno al 16 novembre 2025), anch’egli senza accuse chiare. Qual è la differenza?

    Né l’Italia, né la Francia riconoscono Nicolas Maduro come legittimo presidente del Venezuela dalle elezioni del 2019, in linea con la posizione dell’Unione Europea. L’Italia, tra i principali paesi europei, fu l’unica a non riconoscere Juan Guaidó come vincitore delle elezioni, scelta che teoricamente avrebbe potuto metterla in una posizione relativamente più agibile di fronte al regime venezuelano. Eppure, il nostro governo è quello che non ottiene nessun risultato nel fronteggiare la politica degli ostaggi praticata da Maduro.

    Parigi ha avviato presto contatti con Caracas, mediati da Brasile e Messico. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha espresso in più occasioni preoccupazione per iniziative militari statunitensi nella regione, un segnale politico probabilmente ben accolto a Caracas.

    Il governo italiano, invece, ha temporeggiato per mesi, sottovalutando l’urgenza della situazione. Non ha attivato canali efficaci con il regime venezuelano, né individuato mediatori terzi credibili. Solo recentemente è stato nominato un inviato speciale per i detenuti italiani in Venezuela, Luigi Vignali. L’Italia non ha compiuto nessun gesto diplomatico che potesse fungere da incentivo per Caracas. La strategia del silenzio, presentata come riservatezza, ha prodotto solo immobilismo.

    La liberazione di Camilo Castro dimostra che una diplomazia pragmatica funziona. La Francia, pur non riconoscendo Maduro, ha dialogato con Caracas tramite mediatori affidabili, ha agito con tempestività e ha mosso segnali politici percepibili dal regime. L’Italia, invece, si è trincerata dietro il disconoscimento formale di Maduro — una scelta che appare più politica che diplomatica — rinunciando a qualsiasi iniziativa pragmatica.

    A pagare il prezzo di queste inerzie c’è una persona: Alberto Trentini. Cooperante impegnato negli aiuti umanitari, è detenuto da oltre un anno nel carcere El Rodeo I.

    Il governo Meloni e il ministro Tajani, finora, hanno fallito. Non hanno attivato canali efficaci, non hanno cercato mediatori, non hanno costruito nessun incentivo diplomatico. Hanno lasciato passare i mesi, mentre la Francia otteneva risultati concreti. La nomina tardiva di un inviato speciale non cancella un anno di inerzia.

    Quanto dovranno ancora aspettare Alberto Trentini e la sua famiglia? E cosa impedisce all’Italia di adottare la stessa determinazione dimostrata dalla Francia? Se Parigi ha liberato Castro in quattro mesi, perché Roma non riesce a fare altrettanto dopo oltre un anno? La risposta non sta nelle condizioni di partenza – paradossalmente favorevoli all’Italia – ma nelle scelte politiche del governo italiano.

  • La violenza politica non è romantica

    Un articolo di Alessandro Ferretti invita a guardare la violenza nei cortei non come frutto di infiltrazioni o idiozie individuali, ma come espressione politica di persone reali, spesso ferite, arrabbiate o spinte da una razionalità alternativa. Il richiamo è utile contro le spiegazioni stereotipate. Ma la sua analisi, nel tentativo di superare una narrazione parziale, ne propone un’altra altrettanto parziale.

    Le infiltrazioni sono una pratica documentata delle polizie di molti Paesi, Italia compresa: dalle schedature preventive di Genova 2001, alle infiltrazioni No Tav, alle operazioni sotto copertura nei movimenti climatici. Che molti se ne servano in modo automatico o complottista non implica che la dinamica sia immaginaria.

    L’articolo presenta chi rompe vetrine o attacca obiettivi come un soggetto lacerato da anni di rabbia repressa, oppure animato da una razionalità militante. È una possibilità, ma non l’unica. Esistono altre motivazioni: performance di mascolinità, ricerca di status all’interno del gruppo; adrenalina e identità di piazza; conflittualità pre-politica o tribale; cultura del “corpo a corpo” elevata a rito identitario; volontà deliberata di sabotare la manifestazione altrui. Ridurre tutto alla sofferenza sociale o alla “razionalità altra” rischia di romanticizzare un fenomeno che ha anche componenti narcisistiche, settarie o apertamente distruttive.

    Il testo parla indistintamente di “violenza”: imbrattare una banca e colpire un manifestante, affrontare un cordone di polizia, bruciare un’auto, vandalizzare la redazione di un giornale, sono atti qualitativamente diversi, con implicazioni politiche diverse. Soprattutto è diversa la violenza spontanea dalla violenza organizzata di tipo squadristico. Trattare la violenza come un blocco uniforme non permette di comprenderne la natura e le dinamiche interne.

    L’articolo presenta implicitamente la violenza come conseguenza di un conflitto verticale: dall’alto la repressione, dal basso la reazione. Ma non è sempre così. Dentro i movimenti esistono forme di violenza orizzontale, cioè usate per silenziare dissensi interni, intimidire chi contesta certe tattiche o imporre una linea minoritaria come se fosse quella del movimento. La violenza non è solo espressione della disperazione o dello scontro col potere: può essere anche uno strumento di potere interno. Il fatto che un’azione abbia motivazioni psicologiche o sociali non implica che abbia senso politico.

    Molte azioni violente — perfino animate da sofferenza reale — finiscono per impedire la partecipazione di donne, anziani, famiglie, studenti; offrire ai media un pretesto per oscurare le ragioni della protesta; fornire alla polizia la legittimazione per irrigidire la repressione; fare spazio alla violenza di contro-movimenti reazionari; spaccare i movimenti in frazioni inconciliabili. Una parte della violenza nei cortei non è solo discutibile dal punto di vista etico: è controproducente dal punto di vista politico.

  • Ucraina, una guerra per tre conflitti

    Ucraina, una guerra per tre conflitti

    La guerra ucraina è composta da tre conflitti sovrapposti: la guerra tra gli indipendenti del Donbass e Kiev; la guerra tra Kiev e Mosca; la guerra tra Russia e Occidente. Le prime due sono combattute direttamente; la terza è combattuta indirettamente. Tutte si combattono sul territorio dell’Ucraina. Ma un accordo sulla sola Ucraina non risolve la guerra.

    Mosca non accetta un congelamento della linea del fronte, perché sta avanzando e perché il suo obiettivo iniziale era la conquista di tutta l’Ucraina per insediare a Kiev un governo filorusso. Kiev non accetta di cedere territori del Donbass che non ha ancora perso sul terreno, anzi rivendica il ripristino della piena sovranità su tutto il territorio ucraino nei confini del 1991 (compresa la Crimea).

    Gli Usa di Trump, a differenza degli Usa di Biden, si propongono come mediatori e non come alleati di Kiev. Ma la mediazione di Trump si limita a fare proposte sull’assetto dell’Ucraina, su quanta Ucraina concedere alla Russia. In questo modo, rischia di penalizzare l’Ucraina e il diritto internazionale, due argomenti sui quali Trump è poco sensibile, senza riuscire mai a ottenere non solo la pace, ma neppure la tregua. Se concede troppo, Kiev e gli europei non ci stanno; se concede troppo poco non ci sta Mosca.

    Una mediazione seria da parte americana dovrebbe affrontare il terzo livello del conflitto: quello tra la Russia e l’Occidente. Quindi, andare alle origini della guerra ucraina. Perché la Russia ha deciso l’invasione? Non solo per riappropriarsi dell’Ucraina, condizione che le consente di tornare a essere una grande potenza, ma anche per mettere in discussione l’ordine internazionale a guida americana, sorto dopo la caduta dell’Urss nel 1991 e messo in crisi dai fallimenti delle guerre americane in Medio Oriente, in ultimo dal ritiro americano dall’Afghanistan.

    Trump dovrebbe proporre a Putin (e al suo alleato cinese in procinto di attaccare Taiwan), non un assetto dell’Ucraina, ma un assetto del mondo. Non essendo Trump un democratico, la sua proposta si risolverebbe in un patto di spartizione delle aree d’influenza. Questo come europei potrebbe non piacerci, perché implicherebbe la spartizione della stessa Europa. Però, la via per la pace, potrebbe comunque passare per questa strada.

    Quale potrebbe essere la proposta di un presidente USA democratico? La Russia si ritira dall’Ucraina, da tutti i territori conquistati e con ciò si ripristina la sovranità nazionale ucraina e il diritto internazionale. L’Occidente allenta le sanzioni nella misura in cui la Russia partecipa alla ricostruzione e al risarcimento dei danni di guerra. L’Ucraina rimane neutrale o, al limite, aderisce all’Unione Europea. Le repubbliche del Donbass liberate dalla presenza russa possono avere uno statuto speciale di autonomia, come il nostro Trentino Alto Adige. Oppure, svolgere un referendum con veri osservatori internazionali, per decidere se rimanere in Ucraina o annettersi alla Federazione russa.

    La Nato si ritira gradualmente dall’Europa orientale e dai paesi scandinavi. A questo punto, tali paesi si sentirebbero esposti e indifesi. Ma la UE potrebbe rafforzare la sua integrazione militare e dotarsi di un dispositivo di mutua sicurezza simile all’articolo 5 della Nato. Ucraina farebbe parte integrante dell’alleanza europea.

    Se il ritiro della Nato dall’Europa orientale fosse ritenuto politicamente impraticabile, la Nato potrebbe almeno impegnarsi in modo formale a non espandersi ulteriormente. Putin ha criticato Gorbaciov per non aver preteso nel 1991 un impegno scritto da parte degli Usa a non espandere la Nato a Est, di essersi accontentato di una promessa verbale. Oggi, gli Usa potrebbero concedere a Putin una promessa formalizzata e firmata a non espandere la Nato in Ucraina e in Georgia.

    Un tale assetto internazionale, potrebbe salvaguardare gli interessi di tutte le parti in causa: la Russia, l’Ucraina, le autonomie del Donbass, l’Europa, gli Stati Uniti e ripristinare il diritto internazionale.

    A proposito di diritto internazionale, la CPI ha emesso un mandato di arresto per Putin nel marzo 2023, per il trasferimento forzato di bambini ucraini. La restituzione di questi bambini ai loro legittimi genitori deve essere parte di qualsiasi accordo di pace.

  • La proporzionalità demografica per misurare i conflitti

    La proporzionalità demografica per misurare i conflitti

    In proporzione demografica, il genocidio a Gaza è la più grave strage di civili del XXI secolo”. Questa affermazione provoca obiezioni che mirano a relativizzare la distruzione della popolazione palestinese, confrontandola con massacri “peggiori” avvenuti altrove. L’esempio adesso più citato è El-Fasher, nel Nord Darfur, dove nell’ottobre 2025 — secondo le stime indipendenti più alte — 10.000–30.000 persone sono state uccise in poche settimane su 260.000 residenti rimasti in città (3,85% – 11,5%), all’interno di un conflitto sudanese che dal 2023 ha fatto almeno 150.000–200.000 vittime. Ma la comparazione diversiva non rende la strage di Gaza meno grave.

    Anche perché il confronto proporzionale tra El-Fasher e Gaza è metodologicamente scorretto. I 260.000 abitanti di El-Fasher sono solo la popolazione rimasta dopo una fuga di massa: prima della caduta la città contava circa 1,1 milioni di persone. Gaza, invece, è un territorio ermeticamente chiuso: la popolazione non ha potuto sfollare. Confrontare proporzioni calcolate su popolazioni “residue” con proporzioni calcolate su popolazioni “intere” equivale a confrontare grandezze non compatibili.

    L’obiezione attacca allora il concetto stesso di “proporzione demografica”, rappresentandolo come un espediente escogitato per far sembrare più grandi massacri che, in termini assoluti, non primeggerebbero. Si ricorre al paragone caricaturale: «uccidere venti svizzeri sarebbe peggio che uccidere duecento cinesi». Ma nessuno usa la proporzione demografica per attribuire valore diverso alla vita umana. La proporzione serve a misurare l’impatto sistemico che una guerra ha su un gruppo umano. È per questo che uccidere il 3–5% dei gazawi (inclusi 30.000–40.000 bambini) in un’area di 365 km² rappresenta un evento di scala storica.

    Negli studi sui conflitti e nel diritto internazionale la proporzionalità demografica è un criterio fondamentale. Le principali istituzioni di monitoraggio — Uppsala Conflict Data Program, PRIO, ACLED, International Crisis Group, UNDP, OCHA — la impiegano per valutare tre dimensioni decisive:

    1. La distruzione relativa del gruppo colpito.
    Uccidere il 5% della popolazione di un territorio è un evento totalmente diverso dallo stesso numero assoluto distribuito su uno Stato cento volte più grande.

    2. La capacità di sopravvivenza e ricostruzione del gruppo.
    Una comunità piccola o confinata può non riprendersi mai da perdite anche limitate; una società ampia può assorbirle senza collasso strutturale.

    3. La natura sistemica o indiscriminata della violenza.
    Il numero assoluto non rivela se l’attacco era mirato, diffuso, totale. La proporzione, sì.

    Senza il dato proporzionale, conflitti radicalmente differenti diventano numericamente indistinguibili. La proporzione serve proprio a evitare questa cancellazione del contesto.

    Il diritto internazionale non stabilisce soglie aritmetiche, ma usa concetti che presuppongono una valutazione proporzionale:

    • Genocidio: distruzione di un gruppo “in tutto o in parte”.
    • Crimini contro l’umanità: attacco “diffuso o sistematico”.
    • Crimini di guerra: violazioni su larga scala contro persone protette.
    • Valutazioni umanitarie ONU: sempre in rapporto alla popolazione colpita.

    La proporzione è quindi incorporata in ogni definizione che distingue un reato individuale da un crimine collettivo.

    Nel caso di Gaza, la proporzionalità demografica aiuta a misurare quattro elementi:

    • la densità più alta del mondo;
    • la distruzione estesa del parco abitativo e sanitario;
    • il tasso straordinariamente alto di vittime civili, stimato tra l’83% e il 90%;
    • un totale di 186.000–220.000 morti (diretti e indiretti) su 2,3 milioni di abitanti, pari al 3–5% della popolazione in 14 mesi.

    Questi dati non dicono che Gaza soffre “più” di altri. Dicono che presenta una combinazione di fattori letali unica nel XXI secolo.

    Infine, c’è un punto che la maggior parte delle obiezioni evita. Quando si colloca Gaza nella stessa tabella comparativa degli yazidi a Sinjar (2014–2017), dei Rohingya in Myanmar (2017), dei non-arabi del Darfur (2023–2025) o dei tigrayani in Etiopia (2020–2022), si finisce inevitabilmente per collocare l’IDF — e lo Stato che lo dirige — nello stesso “cluster” dei principali perpetratori di violenza di massa contemporanea. Le caratteristiche che rendono Gaza un caso demograficamente anomalo — altissimo tasso di civili uccisi, distruzione totale delle infrastrutture vitali, impossibilità di fuga, uso della fame come arma — sono le stesse che, negli altri casi citati, hanno portato commissioni ONU e corti internazionali a parlare di crimini di guerra, crimini contro l’umanità o atti genocidari.

  • Il reato di opinione di Mohamed Shahin

    Il reato di opinione di Mohamed Shahin

    Mohamed Shahin, imam del quartiere San Salvario a Torino, è stato colpito da un decreto di espulsione “per motivi di sicurezza e prevenzione del terrorismo” firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. In Italia da quasi vent’anni, oppositore del regime egiziano di Abdel Fatah al-Sisi, Shahin è un punto di riferimento di una moschea nota per il dialogo interreligioso e le iniziative comuni con comunità cattoliche, valdesi e laiche. Vive a Torino con la moglie e due figli minori. Da settimane ha presentato domanda di asilo politico, dichiarando di temere persecuzioni e torture in caso di rimpatrio in Egitto.

    Il caso che oggi lo riguarda nasce da alcune frasi pronunciate il 9 ottobre 2023, durante una manifestazione pro-Palestina svoltasi due giorni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Shahin definì l’attacco “non una violenza, ma una reazione ad anni di oppressione”. Parole controverse, che suscitarono polemiche immediate. Nei giorni successivi le ha ritrattate, ribadendo la condanna della violenza “da ogni parte”, firmando un comunicato congiunto insieme a rappresentanti cattolici, valdesi, ebrei e musulmani.

    Nonostante ciò, il 25 novembre 2025 Piantedosi ha firmato un decreto di espulsione immediata: Shahin è stato arrestato, il permesso di soggiorno revocato, e trasferito al CPR di Caltanissetta. La magistratura ha convalidato il provvedimento, ignorando il principio — normalmente vincolante — secondo cui la domanda di asilo sospende le espulsioni.

    Il decreto ministeriale, in tre pagine, descrive Shahin come figura “di rilievo in ambienti dell’Islam radicale”, “messaggero di un’ideologia fondamentalista e antisemita”, vicino alla Fratellanza Musulmana e simpatizzante sui social di Ismail Haniyeh (Hamas) e Muhammad Morsi. Già nel 2023 gli era stata negata la cittadinanza per ragioni di sicurezza, e risulta monitorato da tempo dalla Questura e, con ogni probabilità, dai servizi. L’unico precedente penale è una denuncia per “blocco stradale” durante un corteo pro-Palestina a maggio 2025: non risultano né indagini né condanne per terrorismo, né per apologia.

    La destra di governo, con Fratelli d’Italia in testa (e in particolare la deputata torinese Augusta Montaruli), rivendica l’espulsione come un “successo” nella lotta contro il radicalismo islamico, sostenendo che Shahin abbia “inneggiato” al 7 ottobre. Per molti altri, però, l’atto è illegittimo e pericoloso. A Torino si è formata una mobilitazione trasversale: Anpi, Cgil, il vescovo Paolo Olivero, il pastore valdese Francesco Sciotto e centinaia di cittadini hanno chiesto al Presidente Mattarella di revocare il provvedimento. Pd, M5S e Avs accusano Piantedosi di aver violato il diritto d’asilo e la CEDU, mentre associazioni pro-Palestina ricordano che Shahin è stato un promotore costante della nonviolenza. Un eventuale ricorso al TAR o alla Corte Europea appare ormai probabile.

    Il punto politico-giuridico è semplice: Mohamed Shahin non è accusato di aver compiuto reati, né di prepararne. È accusato di aver espresso opinioni discutibili. E un reato di opinione — in uno Stato di diritto — non può trasformarsi in “minaccia grave e attuale alla sicurezza dello Stato”.

    Il criterio della simmetria chiarisce l’aberrazione: non espelliamo un cittadino israeliano residente in Italia che giustifichi i bombardamenti su Gaza o le violenze dei coloni; non espelliamo un profugo ucraino che giustifichi l’invasione della regione russa di Kursk; non espelliamo un cittadino russo che sostiene la “operazione militare speciale” di Putin. Sono — che ci piacciano o no — parole. E le parole, in democrazia, si contrastano con altre parole, non con misure amministrative che bypassano il diritto di difesa e il controllo giudiziario.

    Per questo, la vicenda di Shahin appare come un precedente inquietante: una misura straordinaria, modellata non su fatti ma su valutazioni politiche e percezioni ideologiche. E l’eventuale rimpatrio in Egitto — un Paese in cui oppositori, attivisti e semplici sospetti subiscono torture sistematiche — aggiunge una componente di rischio estremo che la CEDU vieta senza eccezioni.

    Per questi motivi, credo sia giusto chiedere che Mohamed Shahin sia liberato e possa tornare alla sua vita, alla sua famiglia e alla sua comunità. E credo sia necessario che l’Italia torni a essere coerente con ciò che afferma di essere: una democrazia che non punisce le opinioni, non discrimina per religione o origine, e non consegna un uomo alla tortura in nome della sicurezza.

  • Il bilancio delle vittime palestinesi di Gaza

    Il bilancio delle vittime palestinesi di Gaza

    Secondo il Ministero della Salute di Gaza — i cui dati sono ritenuti affidabili da ONU, WHO e OHCHR — il bilancio aggiornato delle vittime palestinesi è di circa 70.500 morti e 170.000 feriti. Studi indipendenti peer-reviewed (The Lancet; Max Planck Institute; Brown University – Costs of War Project, 2025) considerano però queste cifre molto sottostimate, poiché non includono i corpi non recuperati sotto le macerie né le morti indirette dovute a fame, malattie e collasso dei servizi sanitari. Le stime più solide collocano dunque i morti diretti tra 100.000 e 120.000 e il totale delle vittime (dirette + indirette) tra 186.000 e 220.000. Analisi condotte da OHCHR su campioni di cadaveri identificati indicano che l’83–90% delle vittime sono civili, in prevalenza donne, bambini e anziani.

    Le fonti israeliane e filoisraeliane contestano la validità del bilancio delle vittime palestinesi. Sostengono che il Ministero della Salute, essendo parte dell’amministrazione di Gaza, manipoli i dati mediante duplicazioni, inclusione di morti naturali o vittime di razzi palestinesi, e successive rimozioni di nomi. Inoltre, Israele afferma di aver ucciso circa 20.000 combattenti, sostenendo un rapporto civili–miliziani vicino a 1:1, presentato come uno dei più bassi nella storia della guerra urbana. Le vittime civili sarebbero inevitabili a causa dell’uso di “scudi umani” da parte di Hamas.

    Tali affermazioni non trovano riscontro nelle verifiche indipendenti. Storicamente, i dati del Ministero della Salute hanno mostrato discrepanze inferiori al 3% rispetto ai conteggi delle Nazioni Unite nei conflitti 2008–2021. Le rimozioni di nomi risultano essere correzioni amministrative, non prova di falsificazione. Un database interno dell’IDF, trapelato nell’agosto 2025, attribuisce a maggio 2025 solo 8.900 combattenti uccisi, implicando un tasso di civili pari all’83%. Stime indipendenti (Airwars, Uppsala Conflict Data Program) collocano il numero dei miliziani uccisi tra 12.000 e 17.000: comunque ben al di sotto delle affermazioni israeliane. Per OHCHR e Amnesty un tasso di vittime civili superiore all’80% è “insolitamente alto” e non spiegabile con la sola presenza di combattenti tra la popolazione.

    Questa discrepanza è confermata anche dal periodo successivo al cessate il fuoco del 9–10 ottobre 2025: secondo Al Jazeera e CBC, l’IDF ha ucciso 312–340 palestinesi e ferito 760–900, molti dei quali civili non coinvolti in combattimenti. Il 19 novembre si registrano 25 morti in un solo giorno (BBC), e in ottobre un attacco ha ucciso 11 membri della stessa famiglia (Guardian). L’IDF parla di “risposte a minacce”, ma rapporti ONU descrivono attacchi contro civili in zone protette, in contrasto con la narrativa israeliana della “precisione”.

    L’argomento secondo cui Gaza non mostrerebbe “fossi comuni” o “odore di cadaveri in decomposizione”, rilanciato anche da Il Riformista il 13 novembre 2025 (“La grande menzogna sull’ecatombe di Gaza”), è contraddetto dai rilievi internazionali. Sono state documentate fosse comuni attorno agli ospedali Al-Shifa e Nasser, con oltre 400 corpi riesumati tra aprile e maggio 2024, molti con segni di esecuzione extragiudiziale. Le Nazioni Unite stimano che 10.000–15.000 corpi siano ancora sotto le macerie e non recuperabili. Inoltre, la tradizione islamica prevede la sepoltura entro 24 ore, riducendo fortemente gli odori su larga scala; molte aree sono state ripulite per ragioni igieniche. L’argomento “no bodies, no deaths” è classificato da ISD Global e Wikipedia come disinformazione ricorrente.

    La convergenza tra fonti indipendenti, organizzazioni internazionali e perfino documenti interni dell’esercito israeliano suggerisce che le vittime civili superino ampiamente le 60.000 unità, mentre il bilancio complessivo — tra morti dirette e indirette — si colloca tra 186.000 e 220.000. Si tratta, in proporzione demografica, della più grave strage di civili del XXI secolo.


    Studio The Lancet su mortalità traumatica a Gaza (gennaio 2025): Analisi capture-recapture che stima 64.260 morti dirette nei primi 9 mesi (sottostima del 41% rispetto ai dati ufficiali), con 59% donne, bambini e anziani. Supporta le stime di 100.000-120.000 morti dirette.
    The Lancet – Traumatic injury mortality in the Gaza Strip

    Rapporto Guardian sul database IDF trapelato (agosto 2025): Rivela che solo 8.900 militanti uccisi su 53.000 totali a maggio 2025, implicando un 83% di civili. Confuta le stime IDF di 20.000 combattenti.
    The Guardian – Revealed: Israeli military’s own data indicates civilian death rate of 83%

    Rapporto OHCHR/ONU su genocidio e vittime civili (maggio 2025): Documenta oltre 52.535 morti (70% donne e bambini) e chiama per indagini su attacchi indiscriminati, confutando le giustificazioni di “scudi umani”.
    OHCHR – End unfolding genocide or watch it end life in Gaza

    Rapporto ONU su fosse comuni negli ospedali (aprile 2024): Descrive oltre 300 corpi recuperati da Nasser Hospital (molti con mani legate), confutando l’assenza di prove fisiche di massacri.
    UN News – Mass graves in Gaza show victims’ hands were tied

    Wikipedia – Propaganda in the Israeli–Palestinian conflict: Questa pagina elenca il trope “no bodies, no deaths” come esempio di disinformazione pro-Israele, usato per negare le vittime palestinesi asserendo l’assenza di prove fisiche come fosse comuni o corpi visibili.
    Wikipedia – Propaganda in the Israeli–Palestinian conflict

  • La solidarietà con la Palestina e con l’Ucraina

    Una domanda ricorrente al mondo pacifista, umanitario, democratico, di sinistra, chiede perché la mobilitazione in solidarietà con i palestinesi vittime della guerra israeliana a Gaza non veda lo stesso coinvolgimento emotivo nella solidarietà con gli ucraini vittime della guerra russa in Ucraina. Possiamo riconoscere che questo scarto è vero e che, in fondo, riguarda anche quelle aree politiche che, al contrario, sono solidali con l’Ucraina, ma non con i palestinesi, o addirittura sono solidali con Israele. Tuttavia, mentre la contraddizione morale altrui, dipende soprattutto da ragioni ideologico-geopolitiche, la nostra è più complicata. Provo a citare alcuni motivi che non valgono come giustificazioni, ma come spiegazioni plausibili.

    I palestinesi ci sembrano molto più disperati degli ucraini. La guerra in Ucraina è vista come un conflitto tra due stati sovrani. Per quanto la Russia sia lo stato più forte e aggressore, l’Ucraina dispone di uno stato, un governo autonomo, un esercito funzionante, frontiere aperte verso l’Europa. Le ostilità infliggono perdite a entrambe le parti. La guerra di Gaza, invece, è vista come un genocidio o come uno sterminio unilaterale. Un potente apparato militare, quello israeliano, che schiaccia una popolazione civile indifesa, quella palestinese, che non ha mezzi per reagire, né un luogo dove scappare. La situazione degli ucraini è molto dura, la situazione dei palestinesi è una catastrofe umanitaria.

    Gaza è un territorio minuscolo e densamente popolato: ogni bombardamento produce immagini strazianti di civili sepolti sotto le macerie, di case, scuole, ospedali distrutti. La guerra in Ucraina è spalmata su un fronte di migliaia di chilometri. Spesso è una guerra di trincea, di artiglieria a lungo raggio. Le immagini dei civili ucraini uccisi ci sono (Bucha, Mariupol), ma la quotidianità del fronte ucraino appare spesso come una guerra di soldati contro soldati, mentre quella di Gaza appare come una guerra di aviazione e carri armati contro donne e bambini, persone inermi.

    L’oppressione russa sull’Ucraina ci sembra un fatto recente, anche se ha i suoi precedenti storici, come la collettivizzazione forzata delle terre durante gli anni Trenta del Novecento. L’oppressione israeliana della Palestina è un fatto secolare. Io mi sono affacciato all’età adulta vedendo le immagini del massacro di Sabra e Chatila e oggi invecchio vedendo le immagini del genocidio di Gaza. In mezzo ho visto le immagini dell’occupazione, della colonizzazione, della repressione delle intifade e tante campagne militari che facevano un “uso sproporzionato della forza”.

    Negli ultimi anni, il paradigma per leggere il conflitto israelo-palestinese è passato dal “conflitto territoriale” al “colonialismo di insediamento”. Questa cornice equipara la lotta palestinese a quella dei nativi americani o alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica. La guerra russo-ucraina, invece, è vista come una guerra territoriale classica di stampo novecentesco (invasione di confini). La lotta al colonialismo e all’apartheid ha un richiamo morale ed emotivo molto più potente rispetto alla difesa della sovranità nazionale classica.

    Per gli ucraini, i nostri governi (italiano, europei, americano) hanno fatto tutto quello che potevano: accolto profughi, organizzata l’assistenza umanitaria, dato sostegno diplomatico, fornito armi, superato linee rosse, sanzionato Mosca, persino paventato la possibilità di entrare in guerra contro la Russia. Invece, per i palestinesi i nostri governi non hanno fatto nulla, anzi, hanno sostenuto Israele. Nella geopolitica occidentale il sostegno a Ucraina e Israele vanno insieme.

    I movimenti pacifisti compensano l’incoerenza dei loro governi, ma rischiano di riprodurla rovescio dando valore politico alla resistenza dei palestinesi, che avrebbe significato per tutti i popoli oppressi, senza darne alla resistenza ucraina, che avrebbe valore solo per se stessa, o nemmeno per se stessa, ma solo per la Nato e l’Occidente. L’Ucraina lotterebbe per cambiare la sua collocazione coloniale, non per liberarsi davvero.

    Lottare dalla parte dei palestinesi contro lo stato militarista di Israele e il sostegno militare dell’Occidente a Israele significa lottare per la pace in prospettiva e per il cessate il fuoco adesso. Lottare dalla parte dell’Ucraina contro l’invasore russo, con i governi occidentali proiettati contro la Russia, rischia di dare un aiuto involontario all’escalation, di autorizzare dal basso una guerra contro la Russia.

    Israele siamo noi, è il nostro avamposto in Medio Oriente, è l’unica democrazia circondata da dittature e monarchie arabe, è un paese occidentale. I crimini commessi da Israele sono i nostri crimini. Sono atti che ci chiamano in causa e ci fanno sentire in colpa. Storicamente, Israele è la soluzione che abbiamo trovato alla risoluzione della questione ebraica in Europa, è il modo in cui abbiamo scaricato sugli arabi le conseguenze del millenario antisemitismo europeo. La Russia, invece, non siamo noi, anzi il Cremlino è potenzialmente un nostro nemico, se commette crimini, ci dispiace, ma non ci turba.

    Queste ragioni, tuttavia, non significano che sia giusto avere a cuore solo un popolo e non l’altro. Entrambi vanno sostenuti nella loro lotta per la sopravvivenza, la dignità e l’indipendenza. Sapendo che, se gli interessi geopolitici e le letture ideologiche li mettono in opposizione, invece il diritto internazionale e umanitario li mette dalla stessa parte. E questa dovrebbe essere la bussola che, se non può decidere l’intensità dei nostri sentimenti, può comunque orientarci per farci stare dalla parte giusta.

  • La risoluzione Onu non conforme al diritto internazionale

    Francesca Albanese: La risoluzione Onu non conforme al diritto internazionale

    Il 19 novembre 2025, in una conferenza stampa al Parlamento Europeo, la relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha dichiarato che la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza – adottata due giorni prima a sostegno del Piano Trump per Gaza – “non è conforme al diritto internazionale”. Un’affermazione che può sembrare paradossale, ma che rimanda alla natura stratificata del sistema giuridico internazionale.

    Una risoluzione controversa

    La Risoluzione 2803, approvata il 17 novembre con 13 voti favorevoli e le astensioni di Russia e Cina, dà una veste legale al “Piano di pace per Gaza” negoziato da Stati Uniti e Israele e accettato da Hamas nella sua prima parte (tregua e scambio di prigionieri). Il piano prevede un cessate il fuoco permanente, un “Board of Peace” presieduto dagli Stati Uniti per la ricostruzione, una Forza Internazionale di Stabilizzazione per la sicurezza, un Comitato Palestinese per la governance quotidiana e un ritiro graduale delle truppe israeliane, subordinato alla smilitarizzazione della Striscia.

    L’Unione Europea, Israele, l’Autorità Palestinese e vari paesi arabi – Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania – hanno accolto la risoluzione come un passo verso la stabilizzazione. Ma la lettura proposta da Francesca Albanese rovescia questa narrativa: per lei il piano non solo ignora i requisiti legali minimi per una soluzione giusta, ma rischia di istituzionalizzare nuove forme di controllo esterno su Gaza.

    Il riferimento centrale: la pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia

    La critica non riguarda dettagli procedurali, ma il fondamento stesso della risoluzione. Albanese richiama l’opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia del 19 luglio 2024, che stabilisce una serie di obblighi immediati e non negoziabili per Israele: ritiro “immediato e incondizionato” da Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est; smantellamento delle colonie; cessazione dello sfruttamento delle risorse palestinesi; riparazioni per le violazioni commesse; garanzia del diritto al ritorno dei rifugiati.

    Questi obblighi, sostiene la relatrice, dovrebbero costituire “il punto di partenza” di qualsiasi iniziativa politica. La Risoluzione 2803, pur introducendo un cessate il fuoco, non incorpora nulla di tutto ciò: trasforma un obbligo giuridico di ritiro in un processo condizionato e non affronta i nodi strutturali dell’occupazione.

    La gerarchia normativa

    Come può una risoluzione ONU “violare” il diritto internazionale? Per Albanese le risoluzioni devono rispettare la Carta delle Nazioni Unite, le norme imperative di ius cogens e la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia. La gerarchia delle fonti è chiara: nessuna decisione del Consiglio di Sicurezza può derogare al diritto all’autodeterminazione, al divieto di annessione, al divieto di aggressione o a obblighi derivanti da valutazioni giurisdizionali già vincolanti. In questo senso, la risoluzione rischia di essere non soltanto politicamente controversa, ma giuridicamente debole.

    I punti critici individuati da Albanese

    Tre elementi sono, per lei, particolarmente problematici:

    1. Il ritiro condizionato delle truppe israeliane, in contrasto con l’obbligo di ritiro immediato sancito dalla CIJ.
    2. La creazione di un Board of Peace a guida statunitense e l’impiego di una forza internazionale, percepiti come meccanismi di controllo che riducono l’autonomia palestinese.
    3. L’assenza di misure su colonie, risorse naturali, diritto al ritorno, cioè sui pilastri del contenzioso giuridico internazionale.

    Ne emerge una struttura di governance che privilegia la sicurezza e gli interessi strategici degli attori esterni rispetto ai diritti del popolo palestinese, rischiando di consolidare uno status quo illegale mascherato da processo di pace.

    Il contesto politico e la posta in gioco

    La posizione di Albanese acquista peso anche per il contesto politico. Sanzionata dagli Stati Uniti per le sue prese di posizione e spesso al centro di polemiche, richiama l’ONU al rispetto delle sue stesse norme fondative. Il suo monito si inserisce in una lunga storia di processi di pace falliti perché disallineati dal diritto internazionale: dagli Accordi di Oslo in avanti.

    Una tregua tattica

    La Risoluzione 2803 può rappresentare un risultato tattico: ferma le ostilità, apre canali di assistenza, stabilisce un quadro di supervisione. Ma, nella lettura di Albanese, non affronta le radici del conflitto. Senza un riferimento esplicito agli obblighi già stabiliti dalla Corte Internazionale di Giustizia, il cessate il fuoco rischia di essere una tregua precaria, non l’inizio di una pace fondata sul diritto.

    La sua critica, in ultima analisi, non mira a delegittimare l’ONU, ma a ricordarne la missione: la pace non può sostituire la giustizia, né una soluzione politica può ignorare norme superiori che vincolano tutti gli Stati. Il diritto internazionale non è un optional negoziabile, ma il presupposto indispensabile per una soluzione che non riproduca le stesse asimmetrie di potere che hanno alimentato il conflitto per decenni.