Alberto Trentini un ostaggio politico dimenticato

Alberto Trentini un ostaggio politico dimenticato

Un anno fa, il 14 novembre 2024, Alberto Trentini – cooperante veneziano di 46 anni, in missione per Humanity & Inclusion – veniva arrestato a un posto di blocco mentre si spostava da Caracas a Guasdualito. Era arrivato in Venezuela da poche settimane. Da allora è detenuto senza accuse formali nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo I, alla periferia della capitale.

Per mesi è rimasto in isolamento totale nei reparti del controspionaggio militare (DGCIM). Nessun contatto con la famiglia, con un avvocato, con l’ambasciata italiana. Solo a settembre l’ambasciatore è riuscito a incontrarlo e a consegnargli lettere e medicinali per l’ipertensione. Da allora Trentini ha potuto fare tre brevi telefonate alla madre, Armanda Colusso. «Sto bene, ma sono stremato», le ha detto. È dimagrito e affaticato, anche se le autorità italiane lo descrivono in “buone condizioni fisiche”. El Rodeo I resta però un luogo segnato da sovraffollamento, scarsa igiene e violenze: la Commissione interamericana per i diritti umani definisce la sua detenzione un «rischio grave e irreparabile».

Il regime di Nicolás Maduro non ha mai chiarito i capi d’accusa. Circolano ipotesi di «cospirazione» e «terrorismo» basate su presunti messaggi WhatsApp in cui Trentini avrebbe espresso l’intenzione di lasciare l’ONG: una ricostruzione smentita dalla famiglia e dall’organizzazione. La verità è che Alberto è un ostaggio politico, trattenuto in una stagione di arresti strumentali dopo le contestate elezioni del luglio 2024. Decine di stranieri sono stati fermati per aumentare il margine negoziale del governo venezuelano. L’Italia, che non riconosce Maduro, è un bersaglio utile.

Cosa vuole Caracas? Tre cose: un riconoscimento politico; l’estradizione di Rafael Ramírez, ex ministro del petrolio e oppositore rifugiato in Italia; e possibili aperture economiche, dalle sanzioni ai crediti energetici.

Cosa è disposta a offrire Roma? Al momento, nulla di tutto questo. Il governo Meloni – con Antonio Tajani e l’inviato speciale Luigi Vignali – ha convocato i diplomatici venezuelani, attivato UE, G7 e CIDH, e garantito assistenza consolare. Ma non riconoscerà Maduro, né consegnerà Ramírez, né offrirà scambi politici o finanziari.

Si lavora invece su canali discreti: la Comunità di Sant’Egidio, che in passato ha facilitato il rilascio di altri italiani; contatti multilaterali; pressione umanitaria. Intanto la famiglia, l’avvocata Alessandra Ballerini e oltre 110.000 firme chiedono maggiore determinazione. «Non basta dire che ci stiamo lavorando. Bisogna riportarlo a casa», insiste la madre.

Oggi, a un anno dall’arresto, Alberto Trentini è ancora lì. L’Italia lo considera ufficialmente un prigioniero politico. Le trattative continuano nel silenzio forzato di ogni dossier sensibile. La pagina Facebook “Alberto Trentini Libero” resta il luogo dove il suo nome non viene lasciato cadere.

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