• Fare come Mamdani

    Democratici socialisti d'America

    L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York ha allarmato moderati e conservatori. Qui in Italia, qualcuno già si domanda: adesso la sinistra vorrà fare come Mamdani? È vivamente sconsigliato, dicono. Sarebbe l’ennesima imitazione italiana di un modello straniero. La sinistra ha già voluto fare come Jospin, Tsipras, Zapatero, Corbyn — e non è andata bene.

    A dire il vero, il principale partito della sinistra italiana, prima il PDS/DS, poi il Partito Democratico, ha voluto fare soprattutto come Tony Blair, ancora mitizzato — anche dopo la sua caduta — dal Matteo Renzi presidente del Consiglio.

    D’altra parte, se un Paese fatica a esprimere modelli propri, è normale che s’ispiri a quelli stranieri. La destra italiana, del resto, non pensa forse di essere e di fare come Trump?

    I consiglieri moderati e conservatori che oggi sconsigliano di “fare come Mamdani”, magari in modo provocatorio e paradossale, hanno sempre dato lo questo consiglio alla sinistra italiana: smettila di combattere battaglie simboliche e crociate culturali; lascia perdere i diritti dei migranti e delle comunità LGBTQ+; non confinarti nelle enclave urbane benestanti (le ZTL); non gridare sempre al pericolo del fascismo; concentrati invece sui lavoratori, sul popolo delle periferie.

    Ebbene, Mamdani cos’altro ha fatto?

    Il programma con cui un democratico socialista di 34 anni, figlio di immigrati ugandesi, ha conquistato la guida della Grande Mela con il 51,2% dei voti è un distillato di pragmatismo classista. Ha messo in secondo piano le battaglie identitarie per focalizzarsi su ciò che brucia ai newyorchesi: l’affordability, il costo della vita che strangola lavoratori e poveri. Tra le priorità immediate spiccano il congelamento degli affitti per quasi un milione di appartamenti stabilizzati, la costruzione di 200.000 unità abitative accessibili in dieci anni, e un asilo universale gratuito da 6 settimane a 5 anni (costo stimato: 6 miliardi annui, finanziati con tasse sui ricchi e sulle corporation). Sui trasporti pubblici, ha promesso investimenti per renderli gratuiti o low-cost, legandoli a una rete più efficiente e sostenibile.

    Allora, perché non fare come Mamdani? Non significa copiare il suo programma in ogni dettaglio, ma tornare a essere — o diventare — il partito della giustizia sociale e dell’uguaglianza.

    L’elezione di Mamdani infastidisce anche una parte della sinistra più radicale, che lo giudica “non abbastanza socialista”, un “riformista” parte del sistema. È un riflesso ideologico che in Italia suona familiare, complice l’alone negativo che per decenni ha circondato parole come “socialismo” o “socialdemocrazia”, dopo le loro degenerazioni negli anni Ottanta. O la vecchia contrapposizione fra riformisti e rivoluzionari, quando i socialdemocratici si distinguevano dai comunisti per tattica, strategia e — poi — per schieramento geopolitico.

    Questa visione rigida non coglie la traiettoria politica di Mamdani e dei suoi compagni di generazione. Negli Stati Uniti, “socialista democratico” non è un tradimento del socialismo, ma un colpo di frusta a sinistra dentro un sistema che per decenni ha avuto il suo centro-sinistra nei democratici e il suo centro-destra nei repubblicani moderati. Quando Mamdani, Ocasio-Cortez o Sanders si definiscono socialisti, non stanno moderando i comunisti: stanno radicalizzando i liberali. Stanno spingendo il Partito Democratico — che per quarant’anni ha accettato il neoliberismo come dogma — verso politiche che in Europa sarebbero considerate socialdemocrazia di base: sanità pubblica, università gratuita, tassazione progressiva, diritto alla casa.

    Considerando la deriva liberaldemocratica dei grandi partiti della sinistra europea, il ritorno — o meglio, l’emergere — di un nuovo socialismo potrebbe fare molto bene anche all’Europa e all’Italia.

  • Domanda interessante giornalista licenziato

    Il giornalista freelance Gabriele Nunziati licenziato dall'Agenzia Nova

    Il 13 ottobre 2025, durante una conferenza stampa sulla situazione in Medio Oriente, Gabriele Nunziati ha rivolto alla portavoce della Commissione europea – rappresentante della vice-commissaria per gli Affari Esteri – una domanda precisa: «Avete ripetuto varie volte che la Russia deve pagare i danni di guerra in Ucraina. Perché i soldi per ricostruire Gaza non li mette Israele?».

    La portavoce Paula Pinho ha definito la domanda «molto interessante», ma ha dichiarato di non avere una risposta sul momento.

    Circa dieci giorni dopo, il 23 ottobre, l’Agenzia Nova ha comunicato a Gabriele Nunziati l’interruzione della collaborazione, motivandola con il fatto che la domanda fosse «tecnicamente sbagliata» e «assolutamente fuori luogo», poiché equiparava due conflitti diversi: la Russia, aggressore «non provocato» di uno Stato sovrano, e Israele, che avrebbe agito per «autodifesa» dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Secondo l’agenzia, le differenze «formali e sostanziali» tra i due casi rendevano la domanda impropria, e la mancata risposta di Pinho ne sarebbe stata la prova.

    Gabriele Nunziati ha respinto questa motivazione: se la domanda fosse stata davvero errata, ha osservato, la portavoce – esperta e abituata al contraddittorio – non l’avrebbe definita interessante, ma l’avrebbe corretta subito.

    Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG) ha espresso piena solidarietà al collega, affermando che «un giornalista non può essere licenziato per aver posto una domanda», e definendo l’episodio «un grave attacco alla libertà di informazione». Analoga la posizione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), che ha parlato di una «domanda scomoda» ma pienamente legittima.

    L’Agenzia Nova ha difeso la decisione, richiamandosi agli «standard professionali» dei collaboratori e alla necessità di distinguere correttamente tra conflitti diversi. La Commissione UE, da parte sua, ha evitato di commentare il licenziamento, ribadendo solo la distinzione giuridica: per l’Ucraina si invoca il principio di riparazione previsto dal diritto internazionale, mentre per Gaza non esiste un quadro simile contro Israele.

    In effetti, l’UE ha promosso un tribunale speciale per i danni causati dalla Russia (stimati in centinaia di miliardi di euro), ma non ha adottato misure analoghe contro Israele, benché l’ONU stimi in oltre 50 miliardi di dollari il costo della ricostruzione di Gaza. I critici vedono qui una chiara parzialità geopolitica, mentre i sostenitori della linea europea richiamano le differenze legali fra aggressione e autodifesa.

    Ma nel definire i due conflitti tutto dipende dal punto di vista che si assume. Se si guarda con gli occhi dell’Ucraina, la guerra inizia il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa. Se invece si adotta la prospettiva russa, il conflitto comincia con l’espansione della NATO a est, il «colpo di Stato» di Euromaidan, la discriminazione delle minoranze russofone del Donbass: l’invasione sarebbe allora una reazione difensiva. Tutti gli aggressori, del resto, si dicono in difesa.

    Lo stesso schema si ripete a Gaza. Israele rivendica il diritto alla difesa dopo il 7 ottobre 2023; i palestinesi vedono in quell’attacco la risposta a un assedio ventennale, all’occupazione, alla detenzione di migliaia di prigionieri e a una guerra a bassa intensità che, dal 2008 al 2023, ha ucciso 308 israeliani e 6.407 palestinesi.

    Si può anche tentare un terzo punto di vista, quello dell’osservatore esterno, che non si arruola né con gli uni né con gli altri ma cerca una coerenza di principi.

    E quei principi, nel diritto internazionale umanitario, sono inderogabili. Non si uccidono civili, non si bombardano scuole, ospedali, abitazioni. Non si affama una popolazione, non si distruggono le infrastrutture vitali, non si infligge una punizione collettiva. Chi lo fa, commette crimini di guerra e ne deve rispondere. Infatti, il primo ministro israeliano, proprio come il presidente russo, è sottoposto a mandato di cattura internazionale da parte della CPI.

    Da questo punto di vista, la domanda di Gabriele Nunziati era corretta anche tecnicamente: non chiedeva un’equiparazione politica o morale, ma una coerenza giuridica. Se vale il principio chi distrugge paga per la Russia, perché non per Israele quando viola le stesse norme? La portavoce Pinho l’ha definita «molto interessante» perché non poteva negare la logica del ragionamento – solo rinviare la risposta.

    Agenzia Nova non ha confutato il merito giuridico, ma ha scelto un terreno politico-editoriale: ha adottato un frame pro-UE e pro-Israele, punendo chi lo metteva in discussione. La domanda di Nunziati non era sbagliata: era insidiosa. Costringeva a scegliere tra coerenza e geopolitica. E l’agenzia ha scelto la seconda.

    Questo episodio interroga la qualità dell’informazione in Italia. È accaduto a un freelance di un’agenzia minore, ma domande come la sua non si sentono da giornalisti dell’Ansa, dei telegiornali, del Corriere della Sera, di Repubblica o La Stampa. Forse perché sono tutti così ben formati da evitare “errori tecnici”. O forse perché appartengono a un sistema in cui i principi geopolitici contano più di quelli del diritto internazionale umanitario — e spesso formazione e allineamento coincidono.

  • Il maccartismo liberal censura Angelo D’Orsi

    A Torino, una conferenza dello storico Angelo D’Orsi, intitolata “Russofobia, russofilia, verità” e prevista per il 12 novembre 2025 al Polo del ’900, è stata annullata dopo un intervento della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno (PD).

    L’incontro, organizzato dalla sezione torinese dell’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti), avrebbe dovuto ospitare D’Orsi come relatore principale, con un collegamento dal Donbass del giornalista Vincenzo Lorusso, autore di De russophobia (libro prefato da Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo). Tra gli invitati, anche Paolo Ferrero, ex ministro e dirigente di Rifondazione comunista.

    L’evento non aveva patrocini istituzionali ma si svolgeva in uno spazio pubblico, il Polo del ’900, finanziato in gran parte dal Comune di Torino. Un luogo simbolico della memoria antifascista, dove il pluralismo dovrebbe essere garantito.

    Le pressioni politiche

    La cancellazione è arrivata dopo un post su X del 7 novembre, in cui Picierno ha definito la conferenza “propaganda putiniana” e ha invitato il sindaco Stefano Lo Russo (anch’egli PD) a intervenire per impedirla.
    Poche ore dopo, l’evento è stato annullato. D’Orsi ha appreso la notizia non dagli organizzatori, ma proprio dal post della vicepresidente del Parlamento europeo, che ha poi esultato ringraziando “chi si è mobilitato a livello locale e nazionale”.

    Nessun atto formale del Comune è stato emesso, ma la tempistica suggerisce un’influenza informale: il Polo del ’900 ha ceduto alle pressioni politiche. La sezione torinese dell’ANPPIA è stata poi sconfessata dall’associazione nazionale, che ha preso le distanze dall’iniziativa.

    Picierno, in un nuovo post del 9 novembre, ha difeso la propria azione come una “tutela della democrazia dalle minacce ibride russe”, ricordando che il libro di Vincenzo Lorusso è legato a un’agenzia “finanziata dal Cremlino” e che D’Orsi “parla spesso in contesti russi”. Ha sottolineato inoltre che lo storico terrà un’altra conferenza al Polo pochi giorni dopo, “quindi non è censurato”.

    La replica di D’Orsi

    In un lungo comunicato dell’8 novembre, D’Orsi — professore emerito di Storia del pensiero politico, allievo di Norberto Bobbio e autore di oltre 50 libri su Gramsci, Gobetti e Ginzburg — ha denunciato il caso come “censura preventiva” e “atto indegno di una democrazia matura”.
    Ha ricordato i suoi 43 anni di docenza e il suo profilo di sinistra indipendente, respingendo ogni accusa di filoputinismo: «Si è deciso di impedire un dibattito, non di confutarlo».

    D’Orsi ha chiesto di scusarsi al Polo del ’900, al PD, al sindaco e alla direzione nazionale dell’ANPPIA, che — invece di difendere la libertà di parola — ha preferito isolare la sezione locale. Ha anche invocato un intervento del Ministero dell’Università, ricordando che “quando Emanuele Fiano è stato contestato per le sue posizioni su Israele, il governo si è espresso contro l’intolleranza, non contro la libertà di parola”.

    Le reazioni nel dibattito pubblico

    La vicenda ha diviso il mondo politico e culturale. Testate come Contropiano, Il Fatto Quotidiano, La Città Futura e Kulturjam parlano di “maccartismo in salsa liberal” o di “cannibalismo a sinistra”: un precedente pericoloso in cui la difesa della democrazia si trasforma in censura. Persino Pier Franco Quaglieni, liberale del Centro Pannunzio, ha offerto a D’Orsi una sede alternativa per tenere la conferenza “nel nome del pluralismo”.

    La giornalista Federica D’Alessio (Kritica) ha paragonato il caso D’Orsi a quello di Fiano: “Nel primo, si è reagito con censura preventiva; nel secondo, con dialogo e condanna delle contestazioni. La democrazia funziona solo nella seconda direzione.”

    Dal fronte opposto, Picierno ha replicato accusando chi difende l’evento (incluso Marco Travaglio) di “ribaltare la realtà e amplificare disinformazione russa”.

    Un caso che tocca nervi scoperti

    L’episodio arriva in un clima politico molto polarizzato sul conflitto ucraino. All’interno del PD, l’atlantismo di governo convive con una sinistra ancora critica verso la NATO e verso il ruolo dell’Europa nella guerra. In questo contesto, annullare un evento che prometteva un confronto sul concetto stesso di russofobia appare come un gesto di intolleranza ideologica più che di prudenza istituzionale.

    È vero che la presenza di Vincenzo Lorusso — autore legato a circuiti filorussi — poteva sollevare interrogativi legittimi; ma questo non giustifica un divieto preventivo, che finisce per trasformare il dibattito sulla Russia in un tabù.

    Come ha scritto Travaglio, “se chi critica la NATO non può parlare in un luogo pubblico, allora siamo già in Russia”.

    La linea sottile tra vigilanza e intolleranza

    Il caso D’Orsi mostra quanto fragile sia oggi la distinzione tra lotta alla disinformazione e controllo dell’opinione. Picierno invoca la “difesa della democrazia” da manipolazioni russe, ma nel farlo utilizza una logica simile a quella dei regimi che vogliono “proteggere la nazione” dal dissenso.

    Cancellare un evento senza contraddittorio non è proteggere la democrazia: è negarne il principio fondamentale, quello del libero confronto. Se l’obiettivo era contrastare eventuali falsità, la soluzione era partecipare al dibattito, non vietarlo.

    Il Polo del ’900, nato per custodire la memoria antifascista e la libertà di pensiero, non dovrebbe essere il luogo dove si decide chi può parlare e chi no, ma dove le idee si confrontano apertamente.

    Un precedente pericoloso

    L’annullamento della conferenza di D’Orsi rischia di diventare un precedente: la normalizzazione della censura “bene intenzionata”, esercitata non da apparati autoritari ma da esponenti democratici convinti di difendere la verità. È la versione aggiornata del maccartismo, traslata nell’Europa liberal del XXI secolo.

    Così, paradossalmente, si finisce per rafforzare proprio le narrative che si vorrebbero smentire: quella di un Occidente ipocrita, incapace di tollerare voci dissenzienti.

    In democrazia, anche la voce sgradita deve avere diritto di parola. Si può criticare D’Orsi, si può discutere di russofobia e russofilia, si può smontare ogni tesi — ma non si può impedire che venga espressa. Perché la libertà di pensiero, come ricordava Bobbio, “vale soprattutto per chi pensa diversamente da noi”.

    Il modo migliore per difendere la democrazia non è silenziare chi sbaglia, ma avere la forza di contraddirlo pubblicamente. La censura, anche quando nasce “per proteggere”, resta un passo verso ciò che si dice di voler combattere.

  • Carestia in Sudan: El Fasher e Kadugli muoiono di fame

    Carestia in Sudan a El Fasher e Kadugli

    Due città del Sudan, El Fasher e Kadugli, sono ufficialmente entrate in stato di carestia. Lo confermano FAO, WFP e UNICEF in un comunicato congiunto che fotografa la situazione a settembre 2025: le soglie di fame, malnutrizione e mortalità sono state superate. Si tratta di aree assediate, prive da mesi di rifornimenti e aiuti umanitari, dove la popolazione sopravvive in condizioni estreme.

    Secondo la classificazione dell’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), oltre 21 milioni di sudanesi – il 45% della popolazione – affrontano livelli gravi o acuti di insicurezza alimentare, e 375 mila persone si trovano nella fase più alta, quella di “catastrofe”. Nelle regioni in cui la violenza si è attenuata, come Khartoum, Al Jazirah e Sennar, si registra un lieve miglioramento: i mercati riaprono e alcune famiglie tornano a casa. Ma questi progressi restano fragili, mentre gran parte del Paese continua a vivere nel caos, con un’economia distrutta e servizi essenziali al collasso.

    Il Comitato di revisione della carestia (FRC) conferma che anche a Dilling, nel Kordofan meridionale, le condizioni potrebbero essere simili, ma la mancanza di dati impedisce una classificazione ufficiale. In totale, oltre venti aree del Darfur e del Kordofan sono considerate a rischio imminente di carestia.

    I dati sulla malnutrizione infantile sono devastanti: a El Fasher i tassi oscillano tra il 38 e il 75 per cento, a Kadugli raggiungono il 29. Le epidemie di colera, malaria e morbillo aggravano ulteriormente la situazione, in un contesto in cui i sistemi sanitari e idrici sono ormai collassati. “La combinazione mortale di fame, malattie e sfollamenti sta mettendo a rischio milioni di bambini”, avverte l’UNICEF.

    Il Programma Alimentare Mondiale riesce a raggiungere solo quattro milioni di persone al mese, spesso a prezzo di grandi rischi per gli operatori. “È ancora il conflitto a decidere chi mangia e chi no”, dichiara il direttore delle emergenze Ross Smith.

    La carestia è il riflesso diretto di una guerra civile che, dall’aprile 2023, devasta il Sudan. Il conflitto oppone le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale Abdel Fattah al-Burhan alle Forze di Supporto Rapido (RSF) guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. In due anni, la guerra ha distrutto città e villaggi, provocato milioni di sfollati e reso inaccessibili intere regioni agli aiuti umanitari.

    In Darfur e nel Kordofan, la fame non è solo una conseguenza della guerra: è una delle sue armi principali. Entrambi gli schieramenti hanno usato il blocco degli aiuti, gli assedi e la distruzione dei raccolti come strumenti per fiaccare le comunità civili e controllare il territorio. La carestia, in Sudan, non è il risultato di una calamità naturale, ma il prodotto deliberato di una guerra condotta contro i civili.


    Famine conditions confirmed in Sudan’s El Fasher and Kadugli as hunger and malnutrition ease where conflict subsides

    FAO, WFP and UNICEF warn of the highest levels of acute food insecurity and malnutrition in El Fasher and Kadugli; improvements seen where fighting has receded and services have resumed

    04/11/2025 Joint FAO/UNICEF/WFP News Release

    Sudan: Famine confirmed in El Fasher and Kadugli towns, 20 other areas at risk of Famine – (September 2025 – May 2026)

  • Zohran Mamdani, un socialista a New York

    Zohran Mamdani, un socialista a New York

    Dalla crisi fiscale dello Stato sociale negli anni Settanta e dal crollo dell’Urss e dei regimi dell’Europa orientale nel 1989-1991, il socialismo ha cessato di essere un’alternativa credibile al capitalismo. È diventato un’ideologia da archivio storico, appartenente all’Ottocento e al Novecento, senza più un futuro. Tanto che le sinistre europee, anche quando mantengono il nome di partito socialista, non evocano più il socialismo come orizzonte storico-politico, ma assumono un’identità liberaldemocratica e progressista.

    Eppure, dal 2016 — con la candidatura di Bernie Sanders alle primarie democratiche — e ancora di più dal 2018, con le elezioni di medio termine che portarono al Congresso circa un centinaio di rappresentanti dell’area dei Democratic Socialists of America, tra cui Alexandria Ocasio-Cortez, il socialismo è tornato a essere un’opzione della sinistra americana. Proprio nel Paese dove, anche quando il socialismo era forte altrove, era difficile perfino dirsi socialisti. Un percorso culminato nell’annunciata, eppure sorprendente, elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York, il 4 novembre 2025.

    Un giovane socialista musulmano

    Come se non bastasse, il neosindaco incarna altri due apparenti paradossi. È musulmano ed è stato eletto nella città delle Torri Gemelle, abbattute l’11 settembre 2001 da un attentato islamista ideato da Osama bin Laden. Una città che ospita la più grande comunità ebraica del mondo, al tempo della guerra di Gaza — del genocidio di Gaza — e che ha scelto un sindaco socialista apertamente filopalestinese: una posizione insolita per qualsiasi politico americano di rilievo, anche tra i democratici.

    Il secondo paradosso è anagrafico. Mamdani ha solo 34 anni, nessuna esperienza politico-amministrativa, e dovrà governare una delle città più grandi del pianeta, con un PIL paragonabile a quello dell’Italia. Nella competizione elettorale è riuscito a superare, fin dalle primarie democratiche, Andrew Cuomo, politico esperto e tre volte governatore dello Stato di New York.

    Nonostante — o forse proprio per — queste tre caratteristiche, la città ha scelto Zohran Mamdani. E lo ha fatto sfidando apertamente Donald Trump, che ha già inviato la Guardia nazionale in varie metropoli amministrate dai democratici e minacciato di tagliare i fondi federali a New York qualora il “comunista” Mamdani fosse stato eletto. Ma New York non ha avuto paura. Ha sancito che si può dare una possibilità a un candidato socialista — e al suo ambizioso programma sociale.


    Zohran Mamdani

    Il programma di Mamdani

    • Childcare universale e gratuito, dalle 6 settimane ai 5 anni, con “baby basket” per i nuovi genitori, per ridurre i costi proibitivi degli asili nido (fino a 26.000 dollari l’anno) e sostenere le famiglie.
    • Blocco degli affitti per circa un milione di appartamenti in regime di rent stabilization, per frenare gli aumenti e contrastare la crisi degli alloggi.
    • Autobus gratuiti e potenziamento della rete di corsie preferenziali, per ridurre il costo della vita e migliorare l’efficienza del trasporto pubblico.
    • Apertura di cinque supermercati municipali — uno per ogni distretto — per contrastare l’aumento dei prezzi del cibo e i food deserts.
    • Aumento delle tasse per i residenti più ricchi e per le grandi corporation, per finanziare i nuovi programmi sociali.

    Negli Stati Uniti, il socialismo torna a essere una possibilità reale: non come ideologia del passato, ma come risposta concreta alle diseguaglianze crescenti e al carovita che grava su milioni di cittadini.


    Un socialista a New York
    Internazionale, 24 ottobre 2025

  • La difesa non è sempre legittima

    La difesa non è sempre legittima

    A Grignano Polesine, una frazione di Rovigo, domenica 3 novembre un uomo di 68 anni ha sparato con una pistola regolarmente detenuta contro un gruppo di ladri entrati nella sua villetta, ferendone uno di striscio. L’episodio, in un Paese più evoluto, avrebbe aperto un’indagine per accertare la proporzionalità della reazione. Ma non in Italia, dove grazie alle nuove norme sulla legittima difesa — introdotte nel 2019 e rafforzate nel 2024 — il proprietario non risulta indagato.

    Oggi, Giorgia Meloni ha rivendicato la norma con un post: «La difesa è sempre legittima». Matteo Salvini ha rilanciato: «Un risultato della Lega, a tutela dei cittadini perbene». Entrambi semplificano: la legge non dice questo. Ma la loro frase sintetizza perfettamente lo spirito politico che l’ha ispirata — un messaggio di impunità preventiva per chi reagisce con le armi.

    La legittima difesa resta regolata dal Codice Penale, con i principi classici di “offesa attuale” e “proporzionalità”. Tuttavia, la riforma voluta dalla Lega nel 2019 (legge n. 36) e ampliata nel 2024 (Decreto Sicurezza Bis – D.L. n. 112/2024) ha introdotto una presunzione di legittimità per chi reagisce in casa o sul luogo di lavoro: non serve più dimostrare la proporzionalità se si agisce in “grave turbamento” o per difendere beni dalla violenza. In pratica, il principio della valutazione del giudice — previsto dall’articolo 111 della Costituzione — diventa quasi superfluo.

    È qui che la retorica della “difesa sempre legittima” mostra la sua pericolosità. Se il controllo giudiziario viene meno, anche una reazione sproporzionata rischia di essere coperta da un automatismo ideologico. Il diritto penale tende a trasformarsi in un diritto d’eccezione per chi possiede una casa e una pistola: i benestanti sono tutelati, i poveri no.

    Ma c’è di più. Se chi ruba sa che chi reagisce può sparare senza rischiare neppure di essere indagato, tenderà ad armarsi a sua volta. Il furto diventa rapina armata, la paura cresce, e la spirale della violenza si autoalimenta.

    La Convenzione europea dei diritti dell’uomo impone che l’uso della forza letale sia sempre proporzionato e necessario. La presunzione italiana, invece, rovescia l’ordine dei valori e mette la proprietà privata sopra il diritto alla vita.

    Non è giustizia: è il preludio al far west.

  • La riforma della giustizia Meloni-Nordio

    La riforma della giustizia Meloni-Nordio

    La riforma costituzionale della giustizia, approvata in via definitiva dal Senato il 30 ottobre con 112 voti favorevoli, segna uno spartiacque per la magistratura italiana. Modifica sette articoli della Costituzione (87, 102, 104, 105, 106, 107, 110) e introduce tre pilastri: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la nascita di due Consigli Superiori della Magistratura e la creazione di un’Alta Corte Disciplinare. Poiché non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi, la riforma sarà sottoposta a referendum confermativo nella primavera del 2026.

    Per Giorgia Meloni è «un traguardo storico per una giustizia più efficiente e vicina ai cittadini». Per Carlo Nordio è «la fine delle correnti e dei condizionamenti politici». È, in effetti, la realizzazione di un progetto che la destra italiana insegue da trent’anni: separare nettamente chi accusa da chi giudica e limitare il potere dei suoi organi di autogoverno. Per le opposizioni, invece, la riforma non risolve i problemi strutturali della giustizia: la lentezza dei processi, otto anni di durata media, la carenza di organico nell’amministrazione giudiziaria, il sovraffollamento delle carceri.

    La separazione delle carriere

    Il primo pilastro — la separazione delle carriere — obbliga i magistrati a scegliere all’ingresso in magistratura se diventare giudici o pubblici ministeri, senza più la possibilità di passare da una funzione all’altra. Il governo la presenta come garanzia di imparzialità: un giudice che non ha mai fatto il PM sarebbe più terzo, meno condizionato da un sistema di relazioni interne. I sostenitori parlano di una riforma che allinea l’Italia ai sistemi accusatori europei e statunitensi, dove l’accusa e la difesa si fronteggiano da posizioni paritarie davanti a un giudice arbitro.

    Per i critici, al contrario, la separazione definitiva trasforma il PM da magistrato “della legalità” a “avvocato dell’accusa”. Oggi il pubblico ministero deve cercare la verità anche a favore dell’imputato (art. 358 c.p.p.); domani, dicono i contrari, sarà una parte processuale più vulnerabile ai rapporti di forza economici e politici. Il procuratore Nicola Gratteri ha sintetizzato così la preoccupazione: «Rischiamo di processare solo i ladri di polli». Ma soprattutto, gli oppositori temono che, in una magistratura separata, il PM possa essere sottoposto all’esecutivo.

    Due CSM distinti

    Il secondo pilastro introduce due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. I membri togati non saranno più eletti ma sorteggiati tra magistrati con almeno dodici anni di anzianità. Per il governo, il sorteggio interrompe le logiche di corrente e restituisce credibilità a un’istituzione screditata dagli scandali. Per l’Associazione Nazionale Magistrati è invece una “lotteria incostituzionale” che abolisce la democrazia interna e apre la strada a due caste separate.

    L’Alta Corte Disciplinare

    Il terzo pilastro è l’Alta Corte Disciplinare, organo nuovo che sostituisce la sezione disciplinare del CSM. Sarà composta da quindici membri, sette togati sorteggiati e otto laici nominati dal Parlamento. L’obiettivo dichiarato è sottrarre la disciplina alle logiche corporative, ma le opposizioni temono un controllo politico sulle carriere e sulle sanzioni: un PM che indaga un potente potrebbe essere giudicato da un organo con maggioranza parlamentare.

    Gli schieramenti

    A favore della riforma sono i partiti della maggioranza di governo – Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, più Azione di Carlo Calenda e gli avvocati penalisti. Contrari sono i partiti di opposizione: Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra più l’Associazione Nazionale Magistrati. Italia Viva di Matteo Renzi si è astenuta.

    Il referendum confermativo

    Il referendum confermativo si terrà tra aprile e giugno 2026, senza quorum. I sondaggi iniziali (YouTrend, 3 novembre) indicano un vantaggio del Sì, al 56%. Nella campagna referendaria tenderanno a sovrapporsi il giudizio sul governo e il confronto di merito sul quesito della consultazione, anche perché la riforma è promossa da un governo che ha un rapporto poco sereno con la magistratura. La riforma tocca l’equilibrio tra i poteri dello Stato, ma tocca anche qualcosa di più profondo: l’idea di giustizia che un Paese sceglie per sé. Tra una promessa suggestiva di efficienza e il valore, più silenzioso ma essenziale, dell’indipendenza della magistratura. È su questa discriminante che le italiane e gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi.

  • Il Manifesto e Giorgia Meloni

    Il Manifesto e Giorgia Meloni

    Il Manifesto sta con Giorgia Meloni? La domanda è di Giuliana Sgrena, che si risponde di sì. Se non il giornale, sicuramente l’autore dell’editoriale di oggi, 01/11/2025: Andrea Colombo. L’autore nega, dice che era sarcastico.

    In effetti, l’articolo è scritto in modo arguto e ironico. Tuttavia, l’ironia si presta all’ambiguità. Può essere usata per accusare, difendere, criticare, comprendere.

    Considerato che a far da sfondo all’editoriale sono i cori fascisti a Parma nella sede dell’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia e l’imbarazzato silenzio di Giorgia Meloni, direi che in questo caso l’ironia è usata per sdrammatizzare. E questo sembra più favorevole che sfavorevole alla presidente del consiglio.

    Per valutare l’accusa di Giuliana Sgrena, possiamo leggere l’articolo di Andrea Colombo sulla base di due questioni.

    1) Nel confronto tra tutti i soggetti presi in giro nell’articolo, alla fine chi esce meglio?

    Giorgia Meloni risulta assai meglio del suo partito: il quale “di voti non ne porta: senza di lei veleggerebbe a stento intorno alla soglia di sbarramento. In compenso appena Meloni gira gli occhi, a qualcuno parte il braccio destro teso quando non si finisce addirittura con la foto ricordo in divisa nazi”.

    Inoltre, Meloni è migliore dei suoi alleati: “uno come Salvini non lo si può neppure silenziare come un fratellino qualsiasi e tocca svegliarsi ogni mattina col brivido di non sapere cosa gli uscirà di bocca”. Tajani è meno problematico, ma nell’articolo è rimosso.

    La “presidentissima” è pure meglio dell’opposizione: “inetta e parolaia com’è prega mattina e sera che dio gliela conservi”.

    Come se non bastasse, la nostra presidente del consiglio non sfigura neppure davanti alle ipocrite cancellerie europee: “dove un barcone carico di poveracci a picco te lo perdonano, ma una frase in odor di fascio o di razzismo giammai”.

    2) Alla fine, in tutto il paesaggio, Giorgia Meloni non è niente male. L’unica a salvarsi nel confronto è Arianna Meloni. E d’altra parte, seconda questione, la premier di male cosa fa?

    Alla peggio, è innocua. “Appena mette mano alla Carta, fosse pure per varare la nipotina di tutte le riforme contrabbandata per «traguardo storico», qualcuno salta su e punta l’indice. Fioccano le accuse di non sopportare lacci, lacciuoli e controlli di sorta”.

    La sua riforma è modesta (immagino sia la separazione delle carriere), lei ne esagera il valore, ma soprattutto sono esagerati e reattivi gli indici puntati contro.

    Il suo autoritarismo è un “progettino”. Non dipende dalla sua cultura reazionaria, è solo un effetto collaterale del quadro desolante e mediocre che la circonda. Se tutti intorno sono degli incompetenti, lei dovrà pure assumersi le sue responsabilità. La si può comprendere. Detto per scherzo.

    Ma quando diciamo o facciamo cose controverse, dirle o farle scherzando non è una rete di protezione?

    L’editoriale (sempre scherzando?) nota che la “bravata” dei giovani coristi di FdI capita proprio quando “la destra meloniana è impegnatissima a sfruttare la tragedia di Gaza per ripulirsi una volta per tutte il dna dall’increscioso incidente storico delle leggi razziali, rovesciando anzi l’infamante accusa di antisemitismo sugli avversari”.

    Qui, parlando sul serio, si potrebbe osservare che l’impegno della destra meloniana, al di là delle sue intenzioni, potrebbe essere valutato al contrario: il dna, invece di ripulirselo, se lo sporca di nuovo, perché per la seconda volta nella sua storia riesce a posizionarsi dalla parte di uno sterminio.

    In conclusione, l’articolo andava cestinato? Era sufficiente dargli la sua giusta collocazione nella pagina dei contributi o, al limite, come corsivo. L’editoriale esprime la linea del giornale. La linea deve essere chiara. Nei corsi di comunicazione insegnano: se volete trasmettere un messaggio chiaro, evitate di essere ironici.

  • La guerra invisibile in Sudan

    La guerra invisibile del Sudan

    La guerra in Sudan è la causa della più grave crisi umanitaria al mondo (Unhcr). Eppure è quasi assente nella copertura mediatica e nell’attenzione internazionale.

    Il conflitto sudanese, iniziato nell’aprile 2023, oppone l’esercito regolare (SAF) alle Forze di Supporto Rapido (RSF), un corpo paramilitare originariamente creato per reprimere le insurrezioni nel Darfur. L’ultimo episodio è la caduta di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, conquistata dalle RSF dopo diciotto mesi di assedio (ottobre 2025). La guerra ha prodotto esecuzioni sommarie, violenze sessuali, attacchi contro civili e ospedali, crimini etnici, tredici milioni di sfollati e carestia in diverse aree del paese. I servizi sanitari sono collassati.

    Lo squilibrio informativo rispetto ad altri conflitti è stato misurato. Secondo un’analisi della piattaforma Point-out, i gli organi d’informazione italiani dedicano in media trenta volte più spazio alla guerra in Ucraina e venti volte più a quella israelo-palestinese. In alcuni giorni, come il 24 febbraio 2024, la sproporzione ha toccato il rapporto di cento a uno (Info Data)

    Questo silenzio dipende anche da un pregiudizio razziale: consideriamo le guerre e le crisi umanitarie africane come un fatto naturale. Le vittime non ci somigliano — hanno la pelle scura, parlano lingue che non capiamo. L’Africa resta nel nostro immaginario il “Paese dei neri”. Le sue tragedie sono raccontate solo quando servono a confermare un cliché: guerre tribali, fame, salvataggi umanitari. Le crisi africane non sono percepite come eventi storici e politici, ma come fatalità ricorrenti, destinate a ripetersi.

    Le guerre africane non si prestano alle nostre narrazioni ideologiche. Nessuna delle fazioni in conflitto appartiene alla nostra “tribù”. La guerra sudanese nasce da una lotta di potere tra due generali già alleati in un golpe, il generale al-Burhan (SAF) e il generale Hemedti (RSF). Nessuno dei due incarna un fronte democratico o progressista, e la complessità del conflitto — con il coinvolgimento di potenze esterne come Egitto, Emirati, Iran e Russia — rende impossibile ridurlo alla dicotomia familiare di “buoni contro cattivi”.

    Non temiamo che dal Sudan possa scaturire una terza guerra mondiale. Il conflitto non tocca direttamente gli interessi strategici di Europa e Stati Uniti. L’Ucraina si trova ai confini dell’Unione Europea, Gaza al centro di una regione da sempre cruciale per la politica americana, per le risorse energetiche e le rotte di approvvigionamento. il Sudan, invece, appare lontano da tutto, irrilevante per le nostre economie e le nostre alleanze.

    Siamo già saturi, quasi assuefatti, dalla guerra in Ucraina e da quella di Gaza. Il nostro carico mentale e morale è esaurito. L’assenza di informazioni e di immagini, l’estrema difficoltà del giornalismo sul campo — oggetto di censura, minacce, arresti, uccisioni — ci impediscono di vedere e di sapere. La maggior parte dei giornali e delle radio sudanesi ha chiuso; per gli inviati stranieri, il rischio di essere imprigionati, torturati o uccisi è altissimo. Senza immagini, non c’è racconto. E senza racconto, non c’è percezione pubblica.

    L’oscuramento della guerra in Sudan ha le sue conseguenze. Il piano umanitario delle Nazioni Unite per il Sudan è finanziato solo al 12%: non ci sono abbastanza fondi per cibo, acqua, rifugi, medicine. Senza la pressione dell’opinione pubblica, i governi non agiscono. Anche la diplomazia internazionale resta immobile: nessun tavolo di pace, nessun cessate il fuoco, nessuna mediazione efficace. In questo modo, la guerra continua, invisibile.

  • Amare gli oppressi senza odiare gli oppressori

    Mezzi e fini. Amare gli oppressi senza odiare gli oppressori

    Al cuore di ogni azione politica ed etica vi è un principio semplice ma decisivo: la coerenza tra mezzi e fini. Non si costruisce la pace con la guerra, né si afferma la giustizia attraverso l’ingiustizia. Se chi si dice pacifista adotta un linguaggio bellicoso, appare incoerente; se un guerrafondaio parla con calma e misura, può sembrare la parte ragionevole, costretta all’estrema ratio. L’integrità di un messaggio dipende anche dai metodi di chi lo incarna.

    La contrapposizione frontale e l’atteggiamento offensivo hanno una funzione precisa: consolidare il fronte interno, dare identità e soddisfare l’ego collettivo. Ma non servono a convincere gli avversari, né ad attrarre gli indecisi, che ne restano contrariati o distanti. È una strategia di coesione, non di espansione. La propaganda bellica dell’altro ci appare assurda proprio perché non è rivolta a noi, ma al suo stesso campo.

    La contrapposizione può essere efficace quando si è più forti, o quando il conflitto può essere risolto con una spallata. Ma quando si è la parte più debole, e la trasformazione richiede tempo, la strategia deve basarsi sulla pazienza, sulla resilienza e sulla crescita. Il tempo diventa un’arma: mentre il forte deve sostenere il costo del conflitto, il debole può logorarlo, modificando lentamente i rapporti di forza.

    Per i movimenti fondati sulla solidarietà, la qualità essenziale è l’empatia. Ma anche questa deve essere misurata. Le vittime di un’oppressione hanno buone ragioni per odiare; chi solidarizza con loro, no. Un’immedesimazione totale può compromettere la lucidità di chi vuole essere utile. Il compito del solidale non è specchiare l’odio, ma offrire una prospettiva costruttiva: amare gli oppressi senza odiare gli oppressori, per contribuire alla giusta soluzione del conflitto e alla successiva convivenza.

    Agire coerentemente significa questo: combattere per un mondo nuovo con mezzi che già lo anticipano. Perché il fine è racchiuso nel cammino che si intraprende.