• Il governo rinvia la stretta sulle pensioni

    Il ministro dell'economia Giancarlo Giorgetti ha litigato con il suo partito, la Lega di Matteo Salvini, intorno alla stretta sulle pensioni.

    Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha litigato con il suo partito, la Lega di Matteo Salvini, intorno alla stretta sulle pensioni. Giorgetti voleva ridurre i canali di uscita anticipata. Via quota 103 e opzione donna dal 2026. Allungare l’attesa tra maturazione dei requisiti e incasso dell’assegno. Penalizzare il riscatto degli anni di laurea per anticipare la pensione.

    Quasi una crisi di governo

    Il Ministro, custode dei conti pubblici, ha difeso il rigore finanziario per rispettare i parametri europei di rientro dal deficit entro il 2027, considerando le misure di anticipo pensionistico troppo costose, in combinazione con l’aumento delle spese militari.

    I vertici leghisti hanno accusato il “loro” ministro di aver ceduto troppo alla linea tecnocratica e hanno temuto che una stretta così netta sulle pensioni potesse alienare l’elettorato storico del Carroccio, da sempre paladino dell’abolizione della Legge Fornero.

    Si è arrivati a un punto di rottura tale che la Lega ha minacciato di non votare il provvedimento in Commissione Bilancio, uno strappo senza precedenti tra un partito e un proprio ministro di peso.

    Il rinvio della stretta sulle pensioni

    Il ritiro di una parte delle norme contestate ha evitato la crisi di governo. La stretta è stata congelata e rinviata. Confermata l’Ape sociale, uno dei pochi canali di uscita flessibile, ma sono abolite, quota 103, l’opzione donna e il cumulo tra previdenza privata e previdenza pubblica per anticipare la pensione.. Giorgetti è rimasto al suo posto. Ma il governo ha dovuto trovare coperture alternative: rimodulazioni del PNRR e nuove norme sull’iperammortamento.

    Salvini ha vinto parzialmente su Giorgetti. La Lega ha salvaguardato la bandiera sulle pensioni al costo di una manovra più fragile sulla tenuta dei conti pubblici a lungo termine. Tuttavia, in prospettiva il compromesso ha sacrificato il lavoro più duro con il taglio di 40 milioni di euro annui dal 2033 al fondo per le pensioni usuranti e il lavoro precoce, restringendo le finestre di uscita a chi ha versato almeno 12 mesi di contributi prima dei 19 anni.

    Due timer per una bomba a orologeria

    Giorgetti voleva disinnescare una bomba a orologeria che ha due timer diversi. Il conflitto tra spese militari e spesa sociale. L’inverno demografico e la sostenibilità dell’INPS.

    La spesa militare per il 2025 sarà di 32 miliardi di euro. Più 0,15% di PIL nel 2026, fino allo 0,50% nel 2028. Poiché, il Patto di stabilità europeo vieta nuovo debito, ogni euro destinato alla Difesa è un euro sottratto a sanità e pensioni.

    L’inverno demografico è il problema strutturale più grave. I contributi di chi lavora pagano le pensioni di chi è a riposo. Entro il 2030 la spesa pensionistica salirà al 17% del PIL. Se il numero di lavoratori diminuisce (perché nascono meno giovani) e quello dei pensionati aumenta (perché si vive più a lungo), il sistema crolla a meno che si vada in pensione più tardi (alzando l’età pensionabile); le pensioni siano più basse (ricalcolo contributivo); aumenti la produttività e tornino ad aumentare le nascite, ma sono processi lenti, comunque non alle viste in prospettiva.

    Rinviare è opportuno, perché le pensioni non sono solo pura ragioneria, riguardano le persone in carne e ossa: non si possono trattenere in fabbrica e in miniera ancora più a lungo gli ultrasessantenni. Ma rinviare moltiplica la pressione.

    Spostare la stretta sulle pensioni all’ultimo anno utile (il 2026-27) significa che il governo dovrà scrivere la manovra più difficile proprio mentre i partiti saranno impegnati a tappezzare le città di manifesti elettorali.

    Tre pilastri per una riforma

    Tre pilastri potrebbero stabilizzare il sistema. Ma ciascuno di essi si scontra con l’identità politica della destra al potere.

    Spese Militari vs Previdenza. Il governo ha scelto di dare priorità agli impegni internazionali (NATO). Per un governo che fa del “sovranismo” e della “difesa dei confini” una bandiera, aumentare la spesa militare è una scelta identitaria, pure corrispondente al desiderio dell’amministrazione Trump. Tuttavia, questo sottrae miliardi (si parla di un aumento di circa 2-3 miliardi l’anno per arrivare al target del 2%) che avrebbero potuto finanziare la flessibilità in uscita o aumentare le pensioni minime.

    Immigrazione come risorsa contributiva. Questo è il “tabù” per eccellenza. Il Governatore della Banca d’Italia e il Presidente dell’INPS lo dicono chiaro: senza un aumento della forza lavoro straniera, il sistema a ripartizione (dove chi lavora paga per chi è in pensione) crollerà. Nonostante il governo abbia approvato un “Decreto Flussi” che prevede circa 450.000 ingressi legali nel triennio 2023-2025 (e che continuerà nel 2026), i flussi in entrata sono insufficienti e la narrazione politica resta ostile. La Lega non può ammettere che il sistema pensionistico italiano “si regge sugli immigrati” senza perdere il consenso della sua base elettorale più xenofoba.

    Spostamento sulla fiscalità generale. Separare la previdenza (pagata con i contributi e legata al lavoro) dall’assistenza (pagata dalle tasse di tutti, per chi è in difficoltà). Se l’assistenza (invalidità, integrazioni al minimo, assegni sociali) uscisse dal bilancio INPS e finisse nel bilancio dello Stato, i conti della previdenza sarebbero molto più sani e “sostenibili”. Spostare tutto sulla fiscalità generale significa che per pagare le pensioni bisognerebbe recuperare l’evasione fiscale altissima e praticare una forma di tassazione progressiva, come prevede la Costituzione, per far contribuire ciascuno in forza delle sue disponibilità.


    Com’è cambiata alla fine la legge di bilancio
    Il Post, 21 dicembre 2025

    Alla fine il governo fa cassa sui lavori precoci e usuranti
    Roberto Ciccarelli, il manifesto 21 dicembre 2025

  • Gaza: finita la carestia, grave l’insicurezza alimentare

    Gaza: carestia finita, grave insicurezza alimentare

    L’analisi IPC (Integrated Food Security Phase Classification) di dicembre 2025 conferma che nessuna area di Gaza è attualmente classificata in stato di carestia, grazie al cessate il fuoco di ottobre e al miglioramento dell’accesso umanitario e commerciale. Tuttavia, i progressi sono estremamente fragili.

    1,6 milioni di persone (77% della popolazione) affrontano gravi livelli di insicurezza alimentare. Oltre 100.000 bambini e 37.000 donne incinte o in allattamento soffrono di malnutrizione acuta. Più di 730.000 persone sono state sfollate dopo il cessate il fuoco.

    Quattro governatorati (Gaza Nord, Governatorato di Gaza, Deir al-Balah e Khan Younis) restano classificati in fase di emergenza (fase 4 IPC) fino ad aprile 2026, con ampie carenze alimentari e rischio elevato di mortalità.

    Il 79% delle famiglie non può permettersi cibo o acqua potabile. Gli alimenti nutrienti, soprattutto proteici, restano scarsi e costosi. Nessun bambino raggiunge la diversità alimentare minima, due terzi consumano solo uno o due gruppi alimentari.

    Le infrastrutture sono distrutte: sistemi fognari danneggiati, approvvigionamento idrico inaffidabile, rifugi sovraffollati. Questo alimenta epidemie di infezioni respiratorie, diarrea e malattie cutanee, specialmente tra i bambini. Solo il 50% delle strutture sanitarie è parzialmente funzionante.

    FAO, UNICEF, WFP e OMS chiedono accesso umanitario e commerciale sostenuto, rimozione delle restrizioni sulle importazioni essenziali (inclusi input agricoli e forniture mediche), aumento immediato dei finanziamenti e riattivazione della produzione alimentare locale.

    Senza azioni decisive, la carestia può tornare rapidamente.


    Fonti

    Le Agenzie ONU accolgono con favore la notizia che la carestia è terminata nella Striscia di Gaza, ma avvertono che i fragili progressi potrebbero essere vanificati senza un sostegno maggiore e costante
    Unicef, 19 dicembre 2025

    UN agencies welcome news that famine has been pushed back in the Gaza Strip, but warn fragile gains could be reversed without increased and sustained support
    FAO, UNICEF, WFP and WHO say hunger, malnutrition, disease and the scale of agricultural destruction remain alarmingly high
    FAO, 19/12/2025

    Gaza Strip: Acute Food Insecurity Situation for 16 October – 30 November 2025 and Projection for 1 December 2025 – 15 April 2026
    IPC Analisys Portal, 19/12/2025

  • Green Deal annacquato, industria sospesa

    Green Deal annacquato, industria sospesa

    L’Europa ha mantenuto l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050 e il target intermedio del -55% di emissioni nette al 2030 rispetto al 1990. Nel 2024-2025, il Green Deal ha ottenuto progressi importanti, con le emissioni in calo del 2,5% nel 2024. Ciò nonostante, il divieto di vendita di nuove auto con motori a combustione interna (ICE) dal 2035 è stato annacquato: la Commissione ha proposto una riduzione del 90% delle emissioni medie (anziché il 100%), con meccanismi di compensazione (come l’uso di acciaio verde o e-fuels) che permettono ancora la vendita di veicoli a combustione o ibridi. Questa “flessibilità”, presentata come necessaria per salvaguardare l’occupazione, è una concessione alle lobby dell’auto di Germania e Italia.

    Questa nuova linea di “ambientalismo moderato” è figlia di crisi impreviste — pandemia, guerra in Ucraina, crisi energetica — che hanno spinto i governi a dare priorità alla tenuta immediata dell’industria. Tuttavia, questa prudenza rischia di aggravare il divario con la Cina: mentre l’Europa rallenta per proteggere il vecchio motore a combustione, Pechino consolida un vantaggio decennale sulla catena del valore delle batterie e del software, rendendo i nostri prodotti obsoleti prima ancora di essere venduti.

    L’economia non teme solo i costi, teme soprattutto l’incertezza. È questa la preoccupazione principale di ogni CEO e di ogni consumatore. Per le aziende, investire miliardi in nuove piattaforme richiede una direzione politica ferma per almeno 10-15 anni. Se la politica “apre brecce” continuamente negli indirizzi strategici, il rischio è che le imprese rimangano bloccate a metà del guado, con prodotti obsoleti per alcuni mercati e troppo costosi per altri. Per i consumatori, l’esitazione è speculare: chi acquista un’auto oggi si chiede se potrà circolare tra dieci anni o quale sarà il valore residuo del proprio usato a benzina. Questa incertezza blocca il mercato.

    Esiste una discrepanza tra il “tempo della politica” e il “tempo della natura”. La politica risponde ai cicli elettorali e alle pressioni industriali contingenti; il pragmatismo climatico risponde a leggi fisiche. Ignorare i limiti planetari per salvare i bilanci trimestrali è, tecnicamente, una scelta ideologica: l’ideologia del business as usual. Una politica davvero pragmatica dovrebbe attrezzarsi al cambiamento invece di provare a resistervi.

    L’ascesa di figure come Trump e il rafforzamento delle destre populiste in Europa hanno spostato l’asse del dibattito. Il Green Deal è passato da piano di modernizzazione economica a “tassa sui poveri” o imposizione delle élite. Il rischio è che la moderazione attuale non sia un punto di equilibrio, ma l’inizio di una retromarcia che lascerà l’Europa priva di una visione industriale propria, schiacciata tra il protezionismo americano e l’efficienza tecnologica cinese.

    Le giovani generazioni e la realtà dei disastri climatici, sempre più frequenti e onerosi, agiranno da “correttori” esterni. Allora si vedrà se la politica europea saprà guidare questa transizione o se si limiterà a subirla, pagando un prezzo sociale ed economico molto più alto a causa dei ritardi accumulati con le scelte “pragmatiche” di oggi.


    L’Ue cede ai costruttori d’auto. Avanti con il motore termico
    Andrea Valdambrini, il manifesto 17 dicembre 2025

    Il revisionismo climatico europeo
    Il filo rosso, 26 ottobre 2025

  • Lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino

    Lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino

    Lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino è preoccupante per diversi motivi.

    Lo sgombero immediato

    L’intervento è iniziato all’alba con perquisizioni nello stabile di corso Regina Margherita 47, occupato dal 1996, e in alcune abitazioni di militanti. Durante le perquisizioni, al terzo piano dell’edificio sono state trovate sei persone. Questo elemento è stato ritenuto una violazione del patto di collaborazione stipulato tra il Comune di Torino e gli attivisti nel gennaio 2024, rinnovato nel marzo 2025. Patto che prevedeva l’utilizzo del solo piano terra per motivi di sicurezza e l’avvio di un percorso di legalizzazione dello spazio. Il sindaco Stefano Lo Russo ha quindi dichiarato cessato l’accordo per il mancato rispetto delle condizioni. Subito dopo, lo stabile è stato sgomberato, gli ingressi murati, i collegamenti idrici interrotti e l’area presidiata da un imponente dispiegamento di forze dell’ordine, con rinforzi provenienti anche da altre regioni.

    La sequenza è lineare: perquisizione, accertamento della violazione, cessazione dell’accordo, sgombero. Ma l’immediatezza rende l’operazione anomala. In un ordinario percorso di legalizzazione, una violazione delle condizioni comporta una contestazione formale, la concessione di un termine per rimediare, eventualmente la sospensione o la decadenza dell’accordo, e solo in ultima istanza lo sgombero. Qui, invece, tutti i passaggi sono stati compressi in poche ore. Questo suggerisce che lo sgombero non sia stato una conseguenza contingente dell’esito della perquisizione, ma l’obiettivo voluto dell’operazione.

    Le modalità sproporzionate

    È interessante notare la posizione del Sindaco Lo Russo. Dichiarando cessato il patto “istantaneamente”, il Comune ha rinunciato alla sua funzione di mediatore politico, appiattendosi sulla linea d’ordine pubblico dettata dal Ministero dell’Interno. In un percorso di legalizzazione, la violazione di una clausola (dormire al piano superiore) solitamente apre una fase di contestazione, non la distruzione del patto stesso.

    Le modalità dell’intervento sono state sproporzionate. L’azione è avvenuta di prima mattina, con centinaia di agenti, blindati, scuole chiuse, strade bloccate, limitazioni alla viabilità e misure preventive nell’area circostante. Un dispositivo di questo tipo richiede giorni di pianificazione e non può essere organizzato in risposta estemporanea alla scoperta di sei persone che dormivano in uno stabile. La sproporzione tra il fatto contestato e il dispiegamento messo in campo è evidente e rafforza l’impressione di un’operazione predeterminata.

    L’uso dello strumento di polizia

    Le autorità collegano lo sgombero alle indagini sugli assalti avvenuti durante alcune manifestazioni pro-Palestina, tra cui l’attacco alla redazione de La Stampa del 28 novembre, e quelli alle OGR e alla sede di Leonardo. Tuttavia, questo nesso resta giuridicamente fragile. Gli atti vandalici e le condotte violente sono imputabili a individui specifici, che rispondono penalmente a titolo personale. Il principio di responsabilità penale individuale, sancito dall’articolo 27 della Costituzione, impone che siano le singole persone a essere indagate, processate ed eventualmente condannate per i reati commessi.

    Lo sgombero di uno spazio collettivo presuppone invece una responsabilità di tipo associativo, che può essere accertata solo attraverso un procedimento giudiziario, non anticipata con un provvedimento amministrativo. Anche qualora si ipotizzasse un reato associativo — ipotesi che allo stato non risulta formalmente contestata — questo dovrebbe essere dimostrato in sede processuale. Qui, al contrario, la sanzione collettiva precede l’accertamento, invertendo la sequenza delle garanzie.

    In questo senso, l’uso dello strumento amministrativo e di polizia diventa il surrogato di una sanzione penale, aggirando i tempi e le garanzie del processo. Non è un dettaglio secondario: è un precedente che riguarda non solo Askatasuna, ma qualsiasi spazio collettivo in trattativa con le istituzioni. Il che scoraggia i percorsi di regolarizzazione. Che incentivo c’è a negoziare se la prima violazione formale porta allo sgombero immediato?

    Il messaggio politico

    Lo sgombero assume inoltre una forte valenza politico-simbolica. Il tempismo, il carattere spettacolare dell’operazione e la comunicazione immediata del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi — “dallo Stato un segnale chiaro: non ci deve essere spazio per la violenza nel nostro Paese” — danno l’idea del messaggio politico: il governo di destra che “finalmente” sgombera uno storico centro sociale della sinistra antagonista, peraltro nel pieno di un ciclo di mobilitazioni pro-Palestina.

    Esistevano alternative allo sgombero: una sanzione intermedia, un avviso formale, la sospensione o rinegoziazione dell’accordo, l’attesa dell’esito delle indagini giudiziarie, o l’assegnazione di uno spazio alternativo. L’esistenza di queste opzioni è rilevante per valutare la proporzionalità dell’intervento. Il patto del gennaio 2024 prevedeva un percorso di regolarizzazione che poteva essere sospeso senza ricorrere immediatamente allo sgombero definitivo.

    Il casus belli

    Resta il dato oggettivo: la presenza delle sei persone costituiva una violazione degli accordi e ha fornito la base formale per l’azione. Ma questa legittimità formale funziona come un pretesto. Se fosse una guerra, sarebbe il casus belli. A rendere evidente la selettività dell’intervento è il confronto con altri casi. A Roma, lo stabile di via Napoleone III occupato da CasaPound è tale dal 2003, senza alcun accordo con il Comune, con sentenze definitive che ne attestano l’illegittimità e ne dispongono lo sgombero. Eppure, dopo oltre vent’anni, l’edificio è ancora occupato, con insegne esterne, attività pubbliche e una presenza politica riconoscibile, senza blitz all’alba né dispiegamenti straordinari di forze.

    Il contrasto è netto: Askatasuna, in percorso di regolarizzazione dal 2024, viene sgomberato immediatamente alla prima violazione; CasaPound, con un’occupazione illegale pluridecennale e senza alcun processo di legalizzazione, resta indisturbata. La legge viene applicata in modo diseguale a seconda dell’orientamento politico degli spazi occupati.

    La legalità selettiva

    La tolleranza o l’intolleranza verso le occupazioni non dipende quindi dalla legalità formale, ma dall’allineamento politico. Gli spazi della destra antagonista vengono sostanzialmente lasciati in pace; quelli della sinistra antagonista sono sgomberati alla prima occasione utile, con grande dispiegamento di forze e massima risonanza mediatica.

    Lo sgombero dell’Askatasuna non è solo la chiusura di un centro sociale, ma l’interruzione di servizi (anche informali) che quella struttura forniva (doposcuola, sportello per la casa, palestra popolare).Mentre lo Stato e il Comune rivendicano il ripristino dell’ordine, resta il vuoto sociale che queste istituzioni spesso non sono in grado di colmare, creando una contraddizione tra “legalità formale” e “bisogno sostanziale”.


    A Torino è stato sgomberato il centro sociale Askatasuna
    Il Post, 18 dicembre 2025

  • Come difendere la sicurezza stradale degli italiani

    Come difendere la sicurezza stradale degli italiani

    Il 16 dicembre 2025 due persone sono morte investite da mezzi pesanti in Liguria, a poche ore di distanza. A Savona Valentina Squillace, 22 anni, studentessa di Giurisprudenza all’Università di Genova, è stata travolta da un tir mentre attraversava la strada, sulle strisce pedonali con semaforo verde. Il camion l’ha agganciata e trascinata per decine di metri.

    La sera stessa, a Sampierdarena, a Genova, un altro pedone è stato investito da un autoarticolato nell’angolo cieco e trascinato per oltre un chilometro. La vittima è Elio Arlandi, 67 anni, musicista, tra i fondatori della storica band blues Big Fat Mama. È la quattordicesima vittima della strada a Genova nel 2025, la seconda in Liguria in 24 ore coinvolgente un mezzo pesante.

    Dopo questi incidenti Legambiente e Fiab hanno rilanciato richieste urgenti: sensori anti–angolo cieco obbligatori sui tir, migliore illuminazione degli attraversamenti, dossi rallentatori compatibili con i mezzi di soccorso, riduzione del traffico pesante in ambito urbano. Nelle città portuali come Genova e Savona il problema è strutturale: i camion diretti ai terminal attraversano quartieri densamente abitati, creando zone ad altissimo rischio per pedoni e ciclisti.

    La strage sulle strade italiane

    I dati nazionali confermano che non si tratta di episodi isolati. Nel 2024 in Italia si sono registrati 173.364 incidenti con 3.030 morti e 233.853 feriti. In media: 475 incidenti, 8,3 morti e 641 feriti al giorno. Rispetto al 2019, anno base per l’obiettivo europeo di dimezzare le vittime entro il 2030, la riduzione è stata solo del 4,5%. Il costo sociale supera i 18 miliardi di euro, quasi l’1% del PIL.

    La convivenza tra utenti vulnerabili e veicoli pesanti è il nodo principale della sicurezza stradale, soprattutto nelle aree urbane e portuali. Le infrastrutture obsolete contribuiscono a una quota rilevante degli incidenti, stimata tra il 20 e il 30%, e il 73% dei sinistri avviene in città.

    Il Piano nazionale per la sicurezza stradale

    Il Piano Nazionale per la Sicurezza Stradale, ispirato al modello Vision Zero promosso da UE e OMS, punta a ridurre drasticamente morti e feriti attraverso interventi strutturali: zone 30 nei quartieri residenziali e scolastici, manutenzione delle strade, migliore segnaletica, barriere di sicurezza, attraversamenti pedonali rialzati o illuminati, piste ciclabili realmente separate. Nelle città portuali, la priorità è la deviazione dei mezzi pesanti su tangenziali esterne. Tecnologie come sensori IoT, semafori intelligenti e sistemi di assistenza alla guida possono ridurre in modo significativo il rischio, soprattutto negli incroci più critici.

    Dal 2024 i sensori per l’angolo cieco sono obbligatori sui nuovi veicoli pesanti in UE e hanno dimostrato di ridurre fino al 70% gli incidenti laterali. Altri sistemi ADAS – frenata automatica, limitatori intelligenti di velocità, mantenimento di corsia – possono prevenire una quota rilevante degli incidenti, ma la diffusione sulle flotte esistenti procede lentamente.

    Rilevante il fattore umano: velocità eccessiva, distrazione e guida in stato alterato sono responsabili della maggior parte degli incidenti. Educazione, controlli e una diversa cultura della mobilità sono indispensabili, ma da sole non bastano senza un ripensamento degli spazi urbani.

    Meloni più sanzioni meno prevenzione

    La riforma del Codice della Strada varata dal governo Meloni ha puntato soprattutto sull’inasprimento delle sanzioni per le violazioni gravi: alcol, droga, uso del cellulare, eccesso di velocità. L’approccio è deterrente. Molto più debole e controverso è invece l’impegno sulle misure preventive: limiti di velocità più bassi e generalizzati, promozione del trasporto pubblico, sviluppo delle piste ciclabili, ampliamento delle aree pedonali, uso diffuso degli autovelox.

    Le “Città 30” sono ammesse ma complicate da procedure burocratiche aggiuntive. Il trasporto pubblico resta sottofinanziato. I fondi per le ciclabili urbane sono stati ridotti e le nuove regole rendono più difficile realizzarle. Le zone pedonali e le ZTL vedono limitata l’autonomia dei Comuni. Le nuove norme sugli autovelox restringono fortemente i controlli, soprattutto in ambito urbano. Lo scorso novembre, a Roma, il partito della presidente del consiglio aveva persino organizzato una sfilata di automobili contro le piste ciclabili.

    In sintesi, la sicurezza stradale continua a essere affrontata più come un problema di punizione che di prevenzione. Le morti di Savona e Genova mostrano che senza interventi strutturali – sulle infrastrutture, sul traffico pesante, sulla progettazione delle città – le sanzioni da sole non bastano. La riduzione delle vittime richiede scelte politiche nette, non solo dopo le tragedie.


    Sicurezza stradale e città sostenibili
    Tutta la città ne parla, 17 dicembre 2025

  • Islamofobia istituzionale

    Islamofobia istituzionale

    La frase all’origine dell’arresto di Mohamed Shahin — quella secondo cui il 7 ottobre sarebbe stato un atto di resistenza palestinese all’occupazione israeliana — è resa intollerabile, non solo per ciò che dice, ma soprattutto perché a dirla è stato un imam musulmano.

    Negli ultimi due anni, intellettuali, giornalisti e accademici occidentali hanno inquadrato il 7 ottobre nel contesto dell’occupazione israeliana. Alcuni hanno persino utilizzato il termine “resistenza”. Nell’ottobre 2023, oltre cento professori della Columbia University hanno firmato una lettera a difesa di studenti che avevano definito l’attacco una “risposta militare” a “decenni di violenza statale da parte di una potenza occupante”. John Mearsheimer ha parlato di un evento “non sorprendente” nel quadro dell’apartheid e dell’occupazione. In Francia e in altri paesi europei, commentatori e accademici hanno distinto — richiamando il diritto internazionale — tra resistenza armata contro un’occupazione e atti terroristici. Appelli firmati da migliaia di accademici a livello globale hanno collocato il 7 ottobre dentro una storia di “75 anni di occupazione”.

    Lo storico israeliano Ilan Pappé ha interpretato l’attacco di Hamas come parte di una lotta di liberazione palestinese, inserita in oltre un secolo di colonizzazione sionista. Judith Butler, filosofa americana, ha definito esplicitamente il 7 ottobre un “atto di resistenza armata”. In un intervento pubblico in Francia, nel marzo 2024, ha sostenuto che è “più onesto e storicamente corretto” interpretarlo in questo modo — una posizione ancora più netta di quella di Shahin.

    Tutte queste posizioni hanno alimentato polemiche, indignazione, critiche feroci. Ma nessuno è stato arrestato, schedato, indagato o espulso. Nessuna conseguenza legale o amministrativa. Quando le stesse idee sono espresse da un imam musulmano, diventano improvvisamente fondamentalismo religioso, incitamento al terrorismo, minaccia alla sicurezza nazionale. Se immaginassimo una simmetria inversa — posizioni filoisraeliane tollerate quando sostenute da non ebrei, ma criminalizzate quando espresse da ebrei — non avremmo difficoltà a riconoscere l’antisemitismo. Gli ebrei, come chiunque altro, devono poter esprimere liberamente le proprie opinioni politiche. Lo stesso principio dovrebbe valere per i musulmani.

    Shahin, peraltro, incarna esattamente ciò che si chiede ai musulmani “moderati”: integrazione, dialogo interreligioso, adesione ai valori costituzionali. Ha tradotto la Costituzione italiana in arabo, ha collaborato con le istituzioni, ha persino insegnato la lingua araba nella scuola dell’esercito. Tutto questo viene annullato nel momento in cui esprime un’opinione politica scomoda. Il messaggio implicito è chiaro: non basta l’integrazione sociale e culturale, occorre l’integrazione politica. Non basta condividere le regole democratiche; occorre allinearsi alle posizioni del governo su Israele e Palestina. Quando un imam perfettamente integrato come Shahin viene arrestato ed espulso per parole che altri pronunciano liberamente, il messaggio arriva chiaro a tutta la comunità musulmana: su certi temi, il vostro dissenso non è tollerato.

    Il decreto Piantedosi non punisce solo un’opinione. Punisce un’opinione pronunciata da un imam musulmano, applicando una griglia interpretativa securitaria che converte il dissenso politico in minaccia terroristica. Le accuse contenute nel provvedimento si fondano sull’identità dell’accusato: “percorso di radicalizzazione religiosa”, “ideologia fondamentalista di chiara matrice antisemita”, “ruolo in ambienti dell’islam radicale”. Ogni elemento viene ricondotto alla religione di Shahin.

    Non si tratta di un’anomalia solo italiana. In Francia, Germania e Regno Unito, le manifestazioni pro-Palestina vengono represse in modo selettivo, i partecipanti musulmani schedati, le organizzazioni islamiche sottoposte a controlli speciali. La medesima opinione politica è trattata come dissenso legittimo o come minaccia terroristica a seconda dell’identità religiosa di chi la esprime. È un’islamofobia che non si manifesta più solo come pregiudizio, ma come norma di sistema, incorporata nelle pratiche di polizia e nelle procedure amministrative. Un’islamofobia istituzionale.

    Mohamed Shahin può essere espulso verso tortura e morte per aver detto ciò che Judith Butler dice liberamente. Quando uno Stato applica la legge in modo diverso a seconda della religione di chi parla, non stiamo parlando di sicurezza. Stiamo parlando di discriminazione.

  • Mohamed Shahin, il diritto dalle parti di Giorgia Meloni

    Il diritto dalle parti di Giorgia Meloni

    A poche ore dalla decisione della Corte d’Appello di Torino di disporre la liberazione dell’iman Mohamed Shahin, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta su Facebook attaccando frontalmente la sentenza. Nel suo post ha ricordato che Shahin aveva definito l’attacco del 7 ottobre un atto di “resistenza”, aggiungendo: «che, dalle mie parti, significa giustificare, se non istigare, il terrorismo». E ha concluso chiedendo «come facciamo a difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa che va in questo senso viene sistematicamente annullata da alcuni giudici».

    Questa dichiarazione è politicamente rivelatrice per almeno tre ragioni.

    La prima riguarda la sostituzione del diritto con l’opinione. Meloni non contesta la decisione della Corte sul piano giuridico — non entra nel merito dell’assenza di pericolosità concreta e attuale, della mancanza di reati, dell’integrazione sociale dell’imam — ma oppone alla valutazione dei giudici un criterio soggettivo: “dalle mie parti”. Non conta ciò che è penalmente rilevante o costituzionalmente tutelato, ma ciò che il potere politico considera accettabile sul piano ideologico.

    La seconda riguarda la confusione deliberata tra opinione politica e istigazione al terrorismo. Equiparare una lettura politica — per quanto discutibile — del 7 ottobre all’istigazione terroristica significa cancellare ogni distinzione tra analisi, giustificazione e incitamento. È un passaggio molto pericoloso, perché apre la strada alla punibilità amministrativa delle opinioni, aggirando il diritto penale e le sue garanzie. Non a caso, la Procura di Torino ha archiviato le denunce: non c’era reato. La Corte d’Appello ha preso atto di questo dato, non ha “annullato”.

    La terza riguarda l’attacco diretto all’indipendenza della magistratura. Quando Meloni si chiede come sia possibile difendere la sicurezza “se ogni iniziativa viene annullata da alcuni giudici”, non sta descrivendo un problema tecnico-giuridico, ma sta mettendo in discussione il principio stesso del controllo giurisdizionale sull’azione dell’esecutivo. In uno Stato di diritto, i giudici esistono proprio per questo: verificare che le iniziative del governo rispettino la legge, i diritti fondamentali e la proporzionalità delle misure adottate. Se un decreto viene annullato perché privo di basi concrete, il problema non sono “alcuni giudici”, ma il decreto.

    La dichiarazione della presidente del Consiglio conferma dunque ciò che il caso Shahin rende evidente: non siamo di fronte a un conflitto tra sicurezza e irresponsabilità giudiziaria, ma tra potere politico e limiti costituzionali. La Corte d’Appello non ha difeso un’opinione; ha difeso il principio secondo cui in Italia non si priva una persona della libertà — né la si espelle verso un Paese dove rischia la tortura — per ciò che pensa, se ciò che pensa non è un reato.

    Ed è questo principio che la presidente del consiglio mette in discussione.

  • La Corte d’Appello di Torino libera Mohamed Shahin

    La Corte d'appello di Torino libera Mohamed Shahin

    La Corte d’appello di Torino ha disposto la liberazione dell’imam torinese Mohamed Shahin, detenuto dal 24 novembre nel CPR (centro di permanenza per il rimpatrio) di Caltanissetta.

    Chi è Mohamed Shahin

    Mohamed Shahin guida da oltre un decennio la moschea torinese di via Saluzzo, la moschea Omar Ibn al-Khattab nel quartiere multiculturale di San Salvario. È in Italia da oltre vent’anni, lavoratore incensurato, e ha moglie e due figli di 9 e 12 anni nati in Italia.

    Shahin è una figura centrale nel dialogo interreligioso di San Salvario, un quartiere dove convivono a pochi metri moschea, tempio valdese, chiesa cattolica e sinagoga. Da anni è promotore e presente in molteplici iniziative per la pace e per la rigenerazione del quartiere, tanto che il 16 ottobre 2025 i responsabili dei quattro luoghi di culto avevano firmato un documento comune per ribadire il reciproco impegno.

    La comunità valdese ha sottolineato come la moschea di via Saluzzo sia sempre stata aperta e collaborativa, ospitando iniziative che hanno coinvolto tutte le comunità laiche e religiose. Shahin aveva anche organizzato incontri nella moschea insieme all’ANPI e al senatore PD Andrea Giorgis per diffondere la cultura costituzionale.

    Shahin è un oppositore del regime di al-Sisi in Egitto. Era presente a piazza Rabaa nel 2013, dove il regime golpista di Al-Sisi ha massacrato centinaia di manifestanti, e da quella data non è più tornato in Egitto perché sa che verrebbe subito arrestato. Ha richiesto protezione internazionale proprio per questo motivo.

    Le dichiarazioni contestate

    Durante una manifestazione pro-Palestina del 9 ottobre 2025 a Torino, Shahin ha pronunciato una frase sul 7 ottobre 2023: “Personalmente sono d’accordo, non è stata una violazione e nemmeno una violenza“. In altri interventi pubblici aveva aggiunto che gli attacchi di Hamas del 7 ottobre furono un atto di resistenza dovuto ad anni di occupazione e decine di guerre, e che erano stati un tentativo dei palestinesi di svegliare il mondo perché prestasse attenzione alla loro causa. Il giorno dopo aveva contestualizzato quelle parole nel quadro dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi in corso da decenni. Dichiarazioni che aveva poi rettificato e che avevano portato a un comunicato congiunto con altre comunità religiose.

    La deputata torinese di Fratelli d’Italia, Augusta Montaruli, l’11 ottobre ha chiesto al ministero dell’Interno di valutare i requisiti per la sua espulsione. Nel giro di un mese e mezzo è arrivato il decreto di espulsione firmato personalmente dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

    Le accuse nel decreto

    Il decreto definisce Shahin come avente “un percorso di radicalizzazione religiosa”, “una ideologia fondamentalista di chiara matrice antisemita” e un ruolo “in ambienti dell’islam radicale”. Gli vengono contestati: le dichiarazioni sul 7 ottobre; una partecipazione a un blocco stradale durante una manifestazione pro-Palestina; incontri con due persone nel 2012 e 2018 (prima che queste si radicalizzassero).

    Shahin è completamente incensurato. L’unica denuncia a suo carico (per il blocco stradale) è stata immediatamente archiviata dalla Procura di Torino. Ha vissuto in Italia per 21 anni, ha moglie e due figli nati qui, ha insegnato l’arabo nella scuola dell’esercito italiano, ed è stato protagonista del dialogo interreligioso.

    Mohamed Shahin rischia l’espulsione verso un Paese dove potrebbe essere torturato o ucciso (essendo oppositore di al-Sisi e reduce dal massacro di Rabaa) per aver espresso un’opinione politica controversa durante una manifestazione, opinione poi rettificata e contestualizzata, senza aver mai commesso alcun reato.

    Una opinione politica diffusa, non un’anomalia

    La posizione espressa da Shahin – vedere il 7 ottobre come atto di resistenza all’occupazione piuttosto che come terrorismo – è effettivamente una delle letture politiche del conflitto, condivisa da molti nel movimento di solidarietà con la Palestina, inclusi intellettuali, attivisti per i diritti umani, e anche voci critiche israeliane.

    Numerosi osservatori hanno inquadrato quegli eventi nel contesto di decenni di occupazione militare; il blocco di Gaza (definito da molte organizzazioni internazionali come una forma di punizione collettiva); l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania; la detenzione amministrativa di migliaia di palestinesi; la negazione dei diritti fondamentali del popolo palestinese.

    Questa lettura può essere discussa, criticata, contestata – ma è una posizione politica legittima nel dibattito pubblico, non un’istigazione alla violenza o un reato. Come d’altra parte è una posizione politica legittima la giustificazione della reazione israeliana al 7 ottobre, che ha comportato l’uccisione di decine di migliaia di civili e la devastazione di Gaza. Se qualcuno la sostiene, non rischia di essere perseguito.

    Il precedente inquietante

    Quello che colpisce nella vicenda Shahin è la sproporzione della risposta governativa: un’opinione politica espressa in una manifestazione; nessun reato commesso (l’unica denuncia archiviata); un percorso ventennale di integrazione e dialogo; risultato: espulsione verso un Paese dove rischia tortura e morte.

    Questo crea un precedente inquietante: se esprimere solidarietà con la causa palestinese nei termini usati da Shahin è sufficiente per l’espulsione, quale spazio rimane per il dissenso politico su questioni internazionali controverse?

    La domanda centrale è: l’Italia deve espellere verso regimi oppressivi persone che esprimono opinioni politiche scomode ma non illegali? Soprattutto quando queste persone rischiano concretamente la vita nel Paese di destinazione?

    Le motivazioni della Corte d’Appello

    La Corte d’Appello ha accolto il ricorso degli avvocati di Shahin disponendo la cessazione immediata del trattenimento nel CPR. Le motivazioni principali sono:

    • L’assenza di pericolosità concreta e attuale; i giudici hanno escluso “la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità” per la sicurezza dello Stato o per l’ordine pubblico.
    • Il profilo biografico e sociale: la Corte ha sottolineato che Shahin è da 20 anni in Italia, dove sono nati e cresciuti i suoi due figli di 9 e 12 anni, ed è “completamente incensurato”.
    • I nuovi elementi probatori: tra i documenti presentati dalla difesa c’era l’archiviazione immediata, da parte della procura di Torino, di una denuncia per le frasi che Shahin aveva pronunciato lo scorso ottobre durante una manifestazione pro-Pal.
    • L’impegno per i valori costituzionali: secondo quanto riportato dai difensori, la Corte ha rilevato che la difesa ha dimostrato “un concreto e attivo impegno del trattenuto in ordine alla salvaguardia dei valori su cui si fonda l’ordinamento dello Stato italiano”.

    In sostanza, la Corte d’Appello ha smontato completamente le accuse contenute nel decreto di espulsione di Piantedosi, che dipingeva Shahin come portatore di “ideologia fondamentalista e antisemita”; figura di “rilievo in ambienti dell’islam radicale”; minaccia “concreta, attuale e grave per la sicurezza dello Stato”

    La Corte ha valutato che nessuna di queste accuse è suffragata da elementi concreti che giustifichino la privazione della libertà personale.

    La situazione legale: complessa e precaria

    La posizione di Shahin, seppur libero, resta estremamente complicata: gli è stato revocato il permesso di soggiorno, decisione su cui pende un ricorso al TAR di Torino, mentre la sua richiesta di asilo è attualmente pendente al tribunale di Caltanissetta.

    In concreto, Shahin è stato liberato “come richiedente asilo” e gli è stato rilasciato un permesso di soggiorno provvisorio dalla Questura di Caltanissetta.

    La difesa di Shahin ha presentato tre ricorsi paralleli: ricorso al TAR di Torino contro la revoca del permesso di soggiorno di lungo periodo; ricorso al TAR del Lazio contro il decreto di espulsione firmato da Piantedosi; richiesta di asilo politico pendente al tribunale di Caltanissetta.

    Le prospettive per l’asilo politico

    La richiesta di asilo ha una base solida: Shahin è un oppositore dichiarato del regime di al-Sisi; era presente a piazza Rabaa durante il massacro del 2013; non può tornare in Egitto perché rischierebbe arresto, torture e probabilmente la morte; l’Egitto è un regime autoritario noto per reprimere il dissenso con metodi violenti, anche se il governo italiano lo inserisce nella lista dei cosiddetti “Paesi sicuri”.

    Tuttavia, c’è un precedente preoccupante: il 27 novembre il trattenimento era stato convalidato e la richiesta di asilo respinta dalla commissione territoriale di Siracusa, secondo la quale Shahin non corre nessun pericolo a tornare in Egitto. Questa decisione è stata però ribaltata dalla Corte d’Appello.

    Il rischio di espulsione rimane: il decreto di espulsione del ministro Piantedosi è ancora valido; la revoca del permesso di soggiorno è confermata (in attesa del TAR); se i ricorsi venissero respinti, l’espulsione potrebbe essere eseguita.

    In questo momento Shahin si trova in una situazione paradossale. È libero grazie alla decisione della Corte d’Appello che ha escluso la sua pericolosità. Ma è formalmente ancora destinato all’espulsione secondo il decreto Piantedosi. Ha un permesso provvisorio come richiedente asilo, ma la sua prima richiesta è già stata respinta

    Le sue prospettive dipendono dall’esito dei ricorsi al TAR e dalla valutazione finale sulla richiesta di asilo. La Corte d’Appello ha riconosciuto la sua integrazione e l’assenza di pericolosità, ma questo non annulla automaticamente il decreto di espulsione ministeriale.


    Fonti

    Mohamed Shahin, il diritto dalle parti di Giorgia Meloni
    massimolizzi.it, 16 dicembre 2025

    Liberato Shahin, l’imam di Torino. La decisione dei giudici.
    di Caterina Stamin
    La Stampa 15 dicembre 2025

    Sull’arresto dell’imam di Torino
    di Sergio Velluto
    Un articolo del presidente del Concistoro della locale Chiesa valdese
    chiesavaldese.org, 3 dicembre 2025

    Shanin per il tribunale è un nemico pubblico. Ma San Salvario sta con lui
    di Sara Tanveer, Mario Di Vito
    Il manifesto, 29 novembre 2025

    L’arresto dell’imam di Torino Mohamed Shahin diventa caso nazionale: la rete cristiano-islamica scrive a Mattarella per il rilascio
    di Gabriele Farina
    Quotidiano Piemontese, 27 novembre 2025

  • L’attacco contro la festa ebraica di Hannukkah a Sidney

    L'attacco contro la festa ebraica di Hannukkah a Sidney

    Oggi, 14 dicembre 2025, un attacco terroristico a Bondi Beach, a Sydney, durante la celebrazione di Hanukkah, ha ucciso almeno 16 persone e ferito 40. Due uomini armati, forse tre, hanno aperto il fuoco dalla passerella pedonale che conduce alla spiaggia. Tra le vittime ci sono una bambina di 12 anni, il rabbino Eli Schlanger, e un sopravvissuto all’Olocausto di nome Alex Kleytman. Protagonista di un momento eroico, un uomo di 43 anni, Ahmed al Ahmed, che ha disarmato uno degli aggressori affrontandolo da dietro durante la sparatoria, nonostante sia stato colpito due volte. Il suo intervento ha scongiurato una strage ancora peggiore. È il secondo più grave attentato con armi da fuoco nella storia australiana, dopo il massacro di Port Arthur del 1996.

    Gli aggressori

    Uno degli attaccanti è stato ucciso dalla polizia. L’altro è stato identificato in via provvisoria come Naveed Akram, secondo funzionari delle forze dell’ordine statunitensi e australiani. Una patente di guida condivisa online mostra che Naveed Akram sarebbe nato nel 2001 il che lo renderebbe 24enne al momento dell’attacco. L’ASIO (Australian Security Intelligence Organisation) ha dichiarato che uno degli aggressori era noto alle autorità. Burgess dell’ASIO ha aggiunto che l’individuo era conosciuto, “ma non in una prospettiva di minaccia immediata”.

    La polizia crede che possa essere stato coinvolto un terzo sospetto, ma invitano alla cautela mentre le indagini continuano. L’eroe Ahmed al Ahmed, il padre di 43 anni che ha disarmato uno degli attaccanti, è stato identificato come un proprietario di un’attività di frutta di Sutherland Shire, Sydney. Ha riportato ferite da arma da fuoco al braccio e alla mano ed è stato ricoverato in ospedale. Le indagini sono ancora in corso per determinare l’identità completa di tutti gli aggressori e i loro moventi.

    Il momento dell’attacco

    L’attacco è iniziato intorno alle 18:37 ora locale. I servizi di emergenza sono stati chiamati per la prima volta sulla scena alle 18:47. L’evento di Hanukkah era iniziato alle 17:00 ora locale. Testimoni hanno riferito che la sparatoria è durata circa 10 minuti. Un testimone cileno di 25 anni, Camilo Diaz, ha raccontato: “È stato scioccante. Sembrava 10 minuti di solo bang, bang, bang”. La BBC ha successivamente verificato un video di quasi 11 minuti ininterrotti, filmato da circa 50 metri di distanza, che inizia poco dopo l’incidente. La sparatoria è stata dichiarata attentato terroristico dalla polizia alle 21:36 ora locale, circa tre ore dopo l’inizio dell’attacco.

    L’evento e il luogo dell’attentato

    L’evento si è svolto al Bondi Park Playground, a Bondi Beach, NSW 2026, Australia. Bondi Beach è una delle spiagge più famose e frequentate di Sydney, una destinazione turistica molto popolare. Gli attaccanti hanno sparato da un ponte pedonale sopra l’evento, con una posizione sopraelevata che dominava l’area. Il nome dell’evento era “Chanukah by the Sea” (Hanukkah al Mare), organizzato dalla comunità Chabad of Bondi , insieme al Waverley Council (l’amministrazione locale). Era l’apertura della festa, iniziata alle 17, la prima serata di Hanukkah, la festa ebraica delle luci, con circa mille persone partecipanti.

    L’evento includeva l’accensione di una menorah gigante, ciambelle gratuite, cibo kosher, presentazione video speciale, cinema 9D, fattoria didattica con animali, pittura del viso, laboratori di Hanukkah, kit menorah da portare a casa. Era un evento pubblico e gratuito, aperto alla comunità generale, non solo agli ebrei. Si trattava di un evento comunitario festoso e familiare, con video che mostravano una folla mista e festosa, con membri ortodossi visibilmente presenti che distribuivano cibo ai visitatori della spiaggia, inclusi ebrei e non ebrei. Chabad è noto per i suoi sforzi di divulgazione globale, e il festival di Hanukkah è una tradizione annuale per il movimento.

    Il movente degli aggressori

    Le autorità, incluso il Primo Ministro Anthony Albanese, hanno descritto l’attacco come deliberatamente mirato contro gli ebrei durante Hanukkah. Il commissario di polizia del New South Wales ha designato la sparatoria come attacco terroristico. Dopo il 7 ottobre 2023 (attacchi di Hamas a Israele) e durante la guerra di Gaza, i tassi di antisemitismo sono aumentati drasticamente in Australia. Gli attacchi antisemiti, inclusi aggressioni, vandalismo, minacce e intimidazioni, sono triplicati nel paese nell’anno successivo al 7 ottobre 2023. Nel 2024, sinagoghe e auto sono state incendiate, attività commerciali e case vandalizzate con graffiti, e ebrei attaccati a Sydney e Melbourne, dove vive l’85% della popolazione ebraica australiana. Un pastore di Bondi ha dichiarato che l’antisemitismo stava “fermentando” nei sobborghi orientali di Sydney e che era “costantemente circondato da graffiti antisemiti”.

    Le polemiche sulla gestione dell’antisemitismo

    Ci sono forti polemiche politiche riguardo la gestione dell’antisemitismo. Netanyahu ha affermato di aver avvertito il Primo Ministro australiano tre mesi prima che le sue politiche stavano “gettando olio sul fuoco dell’antisemitismo”, riferendosi all’annuncio dell’Australia di riconoscere lo stato palestinese. Netanyahu ha accusato il governo australiano di non aver fatto nulla per fermare la diffusione dell’antisemitismo. I leader ebrei avevano avvertito dell’odio diretto verso la comunità espresso attraverso graffiti e attacchi incendiari. L’Australian Jewish Association ha dichiarato che l’attacco tragico era “completamente prevedibile”.

    Le misure di contrasto del governo

    Nonostante critiche e accuse, negli ultimi due anni il governo di Anthony Albanese ha preso diverse iniziative per contrastare l’antisemitismo. La nomina di Jillian Segal come primo inviato speciale australiano per combattere l’antisemitismo. La creazione dell’operazione speciale AFP “Avalite” per reprimere antisemitismo, minacce, violenza e odio. Da quando è stata istituita, l’AFP ha ricevuto 124 segnalazioni, con 102 sotto indagine attiva. Il finanziamento di misure per la sicurezza fisica nelle scuole ebraiche, sinagoghe e centri comunitari. Lo stanziamento di 30 milioni di dollari australiani per la ricostruzione della sinagoga Adass Israel di Melbourne distrutta a dicembre 2024, oltre a 250.000 dollari per sostituire i rotoli della Torah danneggiati. L’introduzione di un sistema di “pagella universitaria” che potrebbe portare a tagli dei finanziamenti governativi alle università che non agiscono contro l’antisemitismo.

    Motivazioni non ancora accertate

    Tuttavia, la motivazione specifica degli attaccanti non è ancora accertata. Le autorità hanno classificato l’attacco come terrorismo antisemita basandosi sul target specifico (evento ebraico durante Hanukkah); Il momento scelto (prima sera di Hanukkah); le armi e dispositivi esplosivi utilizzati; il contesto di crescente antisemitismo. Ma, la motivazione ideologica precisa degli attaccanti (se religiosa, politica, legata al conflitto israelo-palestinese, al conflitto con l’Iran, o altro) non è stata ancora rivelata pubblicamente dalle autorità. Le indagini sono ancora in corso e l’aggressore fermato è in condizioni critiche in ospedale. Secondo la polizia, i due attentatori sarebbero padre e figlio. Sajid Akram, 50 anni, e Naveed Akram, 24 anni.

  • Viktoriia Roshchyna: tortura e morte nelle prigioni russe

    Viktoriia Roshchyna: tortura e morte nelle prigioni russe

    La giornalista ucraina Viktoriia Roshchyna è morta a 27 anni dopo un anno di detenzione in Russia. Il suo corpo, restituito durante uno scambio di prigionieri nel febbraio 2025, presentava segni evidenti di tortura: bruciature da elettroshock sui piedi, abrasioni sui fianchi e la testa, una costola fratturata, capelli rasati. L’osso ioide nel collo era spezzato, una lesione compatibile con lo strangolamento. Cervello, occhi e laringe erano stati rimossi, impedendo di accertare la causa esatta della morte.

    Roshchyna era stata catturata nell’estate 2023 vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, durante la sua quarta missione nei territori occupati. Era l’unica giornalista ucraina disposta a oltrepassare la linea del fronte per documentare le condizioni sotto l’occupazione russa. Stava cercando i “black sites” dove i russi detenevano e torturavano civili ucraini.

    Il sistema di detenzione

    La Russia detiene circa 16.000 civili ucraini in 180 strutture diverse, secondo il Commissario per i diritti umani del parlamento ucraino. La maggioranza è detenuta senza accuse, senza accesso legale, senza diritto a lettere o visite. Le famiglie ricevono al massimo conferme laconiche che i loro cari sono detenuti “per essersi opposti all’operazione militare speciale”.

    Un’inchiesta del Guardian e partner internazionali ha identificato torture sistematiche in 29 di queste strutture: 18 in Russia, 11 nei territori occupati. I metodi includono elettroshock, waterboarding, esecuzioni simulate, pestaggi ripetuti, umiliazioni. I detenuti riferiscono di razioni alimentari minime, assenza di cure mediche, divieto di parlare ucraino.

    Taganrog: il centro più brutale

    Il carcere Sizo-2 di Taganrog, sulla costa del Mar d’Azov, è emerso come il più famigerato della rete. Costruito per 400 detenuti russi, ha ospitato migliaia di prigionieri ucraini, militari e civili, sottoposti a torture organizzate.

    La violenza iniziava già all’arrivo con il rituale della “reception”: prigionieri bendati e legati venivano picchiati da ogni guardia presente. Seguivano perquisizioni quotidiane violente e interrogatori negli edifici della tortura, dove ex detenuti hanno localizzato sale con sedia elettrica, vasche per il waterboarding, sbarre per appendere i prigionieri a testa in giù in posizione fetale.

    Le razioni alimentari consistevano in quattro cucchiaiate e mezzo per pasto. I detenuti perdevano fino a 25 chili. L’intelligence ucraina ha registrato almeno 15 morti a Taganrog: uno durante un interrogatorio, quattro durante la “reception”, altri per mancanza di cure mediche.

    Le guardie, membri delle unità speciali del servizio carcerario russo FSIN, operavano a rotazione mensile, indossavano passamontagna e usavano soprannomi: “lupo”, “sciamano”, “morte”. Gli interrogatori erano condotti dall’FSB, il servizio di sicurezza russo.

    Fonti interne al sistema carcerario hanno riferito che nella primavera 2022 furono date direttive esplicite per usare violenza contro gli ucraini, senza documentazione o telecamere. Il messaggio era: “Fate quello che volete”.

    Il caso Roshchyna

    Dopo la cattura, Roshchyna fu portata ai “garage” di Melitopol, un black site dove subì elettroshock e accoltellamenti. Testimoni riferiscono che arrivò a Taganrog “piena di droghe sconosciute” e “iniziò a impazzire”. Smise di mangiare. Il suo peso scese a 30 chili. Restava raggomitolata in posizione fetale dietro la tenda del bagno.

    A giugno fu portata in ospedale su una barella, sorvegliata da sei guardie mascherate. A luglio tornò al carcere con flebo al braccio, continuando a rifiutare cibo. Le autorità le preparavano pasti separati, le offrivano banane e dolci.

    Ad agosto i suoi genitori ricevettero una telefonata: “Mi hanno promesso che sarò a casa a settembre. Vi amo”. L’8 settembre fu portata via dalla cella per lo scambio di prigionieri, ma non arrivò mai al punto di consegna. Un testimone riporta che un ufficiale disse: “La giornalista non è arrivata allo scambio. È colpa sua”.

    Testimonianze indicano che Roshchyna fu trasferita al carcere Sizo-3 di Kizel, vicino agli Urali. Un soldato ucraino la vide sul treno: “Era magrissima, si reggeva a stento in piedi. Pelle gialla, capelli senza vita”. A Kizel i prigionieri dovevano chiedere permesso per bere, andare in bagno, sedersi. Roshchyna continuò lo sciopero della fame. Sopravvisse altri otto giorni.

    Il 19 settembre 2024 morì. Il direttore del carcere di Taganrog, Aleksandr Shtoda, ha negato due volte che Roshchyna sia mai stata detenuta lì, dichiarando che “non è e non è mai stata nei database”.

    L’appello per i negoziati di pace

    Gruppi per i diritti umani, incluso il Centro per le Libertà Civili di Kiev (Nobel per la Pace 2022), chiedono che il rilascio dei civili ucraini detenuti sia condizione centrale per qualsiasi accordo di pace. Il dibattito sui negoziati promossi dall’amministrazione Trump si concentra su territori e garanzie di sicurezza, ignorando la dimensione umana.

    Gli scambi di prigionieri, che nei primi mesi di guerra includevano civili, ora riguardano quasi esclusivamente militari. I familiari di 380 detenuti civili non vedono liberazioni da oltre un anno.

    Oleksandra Matviichuk, direttrice del Centro per le Libertà Civili, avverte: “Quando vieni a conoscenza delle condizioni di detenzione e delle torture, è chiaro che alcune di queste persone non hanno alcuna possibilità di essere ancora vive quando il processo politico sarà terminato”.


    Fonti

    Russia’s ‘Ghost Detainees’: The Investigation That Cost Viktoriia Roshchyna Her Life
    Ukrainian journalist Viktoriia Roshchyna was pronounced dead in Russian captivity in October 2024, after being secretly held for months in Russian-occupied Ukraine and a Russian prison. In February 2025, her body was repatriated. Forbidden Stories investigated her detention and death, which came on the heels of a reporting trip to Zaporizhzhia aimed at telling the stories of Ukrainian civilians unlawfully held by Russia.
    By Phineas Rueckert with Tetiana Pryimachuk
    Forbidden Stories, April 29th, 2025

    A person holds a framed photo of Viktoriia Roshchyna
    ‘Numerous signs of torture’: a Ukrainian journalist’s detention and death in Russian prison
    The Guardian, working with media partners, has tracked down first-hand accounts to reconstruct Viktoriia Roshchyna’s final months
    By Juliette Garside, Shaun Walker, Manisha Ganguly, Pjotr Sauer, Tetyana Nikolayenko, Anton Naumliuk and Artem Mazhulin
    The Guardian 29 Apr 2025

    Russia Prison illustration
    Inside Taganrog: beatings, electrocution and starvation at prison where Ukrainians were tortured
    Russia is holding an estimated 16,000 civilians in arbitrary detention at 180 separate facilities. Taganrog was the most notorious.
    By Manisha Ganguly, Shaun Walker, Pjotr Sauer, Tetyana Nikolayenko, Anton Naumliuk, Artem Mazhulin and Lucy Swan
    The Guardian 30 Apr 2025

    Outside of Taganrog prison.
    Release of Ukrainian prisoners in Russia key to any peace deal, rights groups say
    Kyiv-based Centre for Civil Liberties says tortured inmates bypassed amid focus on territory and security guarantees
    Shaun Walker in Kyiv
    The Guardian 1 May 2025

    A framed photo of Viktoriia Roshchyna
    Vika: The journalist who exposed Russian “black sites”, then ended up in one
    Viktoriia Roshchyna was investigating Russia’s torture sites, then found herself inside one. Juliette Garside and Manisha Ganguly report
    Podcast 37:02
    The Guardian 22 May 2025

    Two hands hold up a black and white photograph of a woman
    ‘She was very, very thin’: witness tells of Ukrainian journalist’s final days in Russian prison
    Soldier’s account corroborates reports Viktoriia Roshchyna was taken to prison deep inside Russia, where it is believed she died
    Stas Kozliuk, Poline Tchoubar, Guillaume Vénétitay and Juliette Garside
    The Guardian 11 Dec 2025