• La guerra del Mali

    La guerra del Mali

    Abbiamo più paura dei russi o degli jihadisti? C’è una guerra che sembra metterci di fronte a questa alternativa, la guerra in Mali. Una delle crisi più gravi dell’Africa contemporanea.

    Le radici del conflitto

    Il conflitto ha le sue radici nelle contraddizioni irrisolte dall’indipendenza dalla Francia nel 1960. Il paese è uno stato artificiale che racchiude realtà diverse: a sud, lungo le fertili valli del fiume Niger, vivono popolazioni sedentarie come i Bambara e i Dogon che hanno sempre controllato il potere politico ed economico. A nord si estende l’Azawad, un immenso deserto popolato dai Tuareg, pastori nomadi berberi che per decenni si sono sentiti cittadini di serie B nel proprio paese.

    Questa marginalizzazione sistematica del nord – mancanza di scuole, ospedali, strade, rappresentanza politica – ha generato quattro ribellioni tuareg. Ogni volta, accordi di pace venivano firmati e poi violati per corruzione e indifferenza del governo centrale. Nel 2011, quando il regime di Gheddafi in Libia è crollato, migliaia di combattenti tuareg che militavano nella sua guardia pretoriana sono tornati in Mali portando con sé arsenali di armi pesanti. Avevano accumulato abbastanza frustrazioni e competenze militari per tentare ancora una volta di strappare l’autonomia per l’Azawad.

    Il 17 gennaio 2012 il Mouvement National pour la Libération de l’Azawad (MNLA) ha attaccato una base militare a Ménaka, dando inizio all’attuale guerra civile. In pochi mesi i ribelli tuareg, alleati con gruppi jihadisti come Ansar Dine e al-Qaeda nel Maghreb Islamico, hanno conquistato le città storiche del nord: Kidal, Gao, Timbuctù. L’8 aprile 2012 hanno persino proclamato l’indipendenza dell’Azawad, uno stato che nessuno ha riconosciuto.

    La crisi si è aggravata quando l’esercito maliano, umiliato dalle sconfitte, ha rovesciato il presidente con un golpe il 22 marzo 2012. Il capitano Amadou Sanogo accusava il governo di incapacità nel fronteggiare i ribelli. Questo colpo di stato ha gettato il paese nel caos proprio mentre i jihadisti consolidavano il controllo del nord, imponendo una versione brutale della sharia e trasformando una ribellione etnica in una minaccia terroristica regionale.

    L’esplosione jihadista e l’intervento straniero

    Quello che i Tuareg non avevano previsto era che i loro alleati jihadisti li avrebbero traditi. Entro la fine del 2012, gruppi come Ansar Dine, guidata dal tuareg Iyad Ag Ghali convertito all’islamismo radicale, e la galassia di al-Qaeda avevano espulso il MNLA secolare e instaurato un regime teocratico nel nord. Quando nel gennaio 2013 le colonne jihadiste hanno iniziato a marciare verso sud minacciando Bamako, la Francia è intervenuta con l’Operazione Serval, dispiegando 4.500 soldati che in poche settimane hanno riconquistato le città del nord.

    Da quel momento, per quasi un decennio, la presenza internazionale – 5.000 soldati francesi dell’Operazione Barkhane, 15.000 caschi blu della missione ONU MINUSMA, forze del G5 Sahel – ha tenuto in piedi un fragile equilibrio. Nel 2015, è stato firmato ad Algeri l’accordo per la pace e la riconciliazione del Mali tra governo e ribelli tuareg, che prometteva autonomia e sviluppo per il nord, ma come i precedenti non è mai stato attuato.

    Intanto i gruppi jihadisti si sono evoluti e rafforzati. Nel 2017 è nato JNIM (Jama’at Nusrat al-Islam wa al-Muslimin), una coalizione che unisce diverse katibe affiliate ad al-Qaeda sotto la leadership di Iyad Ag Ghali. JNIM ha cambiato strategia: invece di controllare le città, si è infiltrato nelle campagne, sfruttando conflitti locali tra pastori Fulani e agricoltori Dogon, offrendo “giustizia” islamica dove lo stato era assente o predatorio. In parallelo, lo Stato Islamico ha imposto la sua provincia saheliana, IS-Sahel, nel modo più brutale e indiscriminato negli attacchi ai civili.

    La svolta è arrivata tra il 2020 e il 2021 con due nuovi golpe militari che hanno portato al potere il colonnello Assimi Goïta. La giunta ha accusato Francia e partner internazionali di fallimento nella lotta al terrorismo e di interferenza negli affari interni. Nel 2022 ha espulso l’ambasciatore francese, costretto al ritiro le forze di Barkhane e poi nel 2023 cacciato anche i caschi blu ONU. Al posto dei francesi sono arrivati mercenari russi: prima il gruppo Wagner, poi ribattezzato Africa Corps dopo la morte di Prigozhin, con circa 1.000-2.000 uomini che hanno portato elicotteri d’attacco e istruttori militari.

    Il regime militare e l’alleanza con i russi

    Il governo di Goïta si è autoproclamato garante della sovranità nazionale contro il “neo-colonialismo” occidentale. Ha sospeso la costituzione, posticipato ripetutamente le elezioni e nel luglio 2025 si è nominato presidente per un mandato a tempo indefinito. Insieme a Burkina Faso e Niger, anch’essi guidati da giunte militari nate da golpe, ha formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) e nel gennaio 2025 ha abbandonato la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), isolandosi ulteriormente dalla regione.

    L’alleanza con la Russia ha portato armi e supporto politico, ma anche un pesante costo umanitario. I mercenari russi e l’esercito maliano sono stati accusati di massacri indiscriminati di civili e sospettati di collaborare con i jihadisti. Il caso più emblematico è il massacro di Moura nel marzo 2022, dove operazioni congiunte hanno causato circa 500 morti tra civili, molti giustiziati in modo sommario. Human Rights Watch ha documentato altri episodi nel 2025: 31 civili uccisi in due villaggi della regione di Segou in ottobre, tra cui donne e bambini, con case bruciate. A novembre un drone militare ha colpito una tenda nel nord sterminando un’intera famiglia, in quello che potrebbe configurarsi come crimine di guerra.

    Questi abusi non solo violano i diritti umani, ma alimentano proprio quel ciclo di risentimento che i gruppi jihadisti sfruttano per reclutare miliziani. Comunità intere, soprattutto Fulani nel centro del paese, si trovano strette tra la brutalità dell’esercito e delle milizie etniche che li accusano di sostenere i terroristi, e la presenza dei jihadisti che promettono protezione e vendetta.

    L’assedio di Bamako: Il 2025 come anno cruciale

    Se gli anni precedenti avevano visto una lenta erosione del controllo governativo nelle aree rurali, il 2025 ha segnato la svolta. A settembre, JNIM ha lanciato un’offensiva strategica senza precedenti: non un attacco frontale sulla capitale, ma un assedio economico. Il gruppo ha imposto blocchi sulle principali rotte di approvvigionamento del carburante che dal Senegal e dalla Costa d’Avorio riforniscono Bamako, trasformando le autostrade in “trappole mortali” per gli autotrasportatori.

    L’effetto è stato devastante. Code chilometriche si sono formate davanti alle stazioni di servizio, i prezzi del carburante sono schizzati alle stelle, i generatori diesel sono diventati introvabili. La capitale ha vissuto blackout energetici prolungati. Le scuole sono state chiuse fino al 9 novembre perché studenti e insegnanti non potevano muoversi. La vita quotidiana si è paralizzata. Mentre JNIM stringeva la morsa con imboscate e attacchi coordinati che hanno ucciso centinaia di soldati, la popolazione di Bamako ha cominciato a sentire concretamente la guerra che per anni era sembrata lontana, confinata nel deserto del nord.

    Il gruppo jihadista ha dimostrato capacità militari e di intelligence impressionanti, sfruttando la conoscenza del territorio e la complicità di comunità rurali dove lo stato è visto come oppressore. Analisti internazionali hanno iniziato a parlare apertamente del rischio di collasso del governo. Governi occidentali – Stati Uniti, Australia, Germania, Italia – hanno ordinato ai propri cittadini di lasciare immediatamente il Mali. Il ministro degli Esteri maliano Abdoulaye Diop ha cercato di minimizzare, definendo “implausibile” una conquista di Bamako.

    A rendere tutto più sinistro sono arrivate le esecuzioni pubbliche. L’11 novembre, JNIM ha rapito e giustiziato Mariam Cissé, una ragazza di vent’anni che su TikTok aveva 100.000 follower. Il suo “crimine”? Aver pubblicato video a sostegno delle forze armate maliane. L’hanno uccisa a Tonka, una città dove l’esercito non ha nemmeno presenza. Il messaggio era chiaro: nessuno è al sicuro, nemmeno lontano dalle zone di combattimento. Il controllo di JNIM non è solo militare ma anche psicologico e sociale, attraverso una governance ombra che punisce i “collaborazionisti” e premia chi si sottomette.

    Gli attori del conflitto: un mosaico di violenza

    La guerra in Mali è diventata così complessa che è difficile distinguere chi combatte chi e perché. Da una parte c’è il governo militare di Goïta e le Forze Armate Maliane (FAMA), supportate dai mercenari russi dell’Africa Corps. Questi ultimi, guidati da Ivan Aleksandrovich Maslov, operano non solo come forza militare ma anche per garantire interessi economici russi nelle miniere d’oro del paese, che rappresentano una risorsa fondamentale in un’economia devastata.

    Contro di loro si muovono due galassie jihadiste. JNIM è la più potente e radicata: una coalizione che include la katiba Macina guidata da Amadou Kouffa, che ha trasformato conflitti locali tra Fulani e Dogon nel centro del paese in una guerra santa. JNIM pratica una forma di governance nelle aree sotto il suo controllo, applicando una versione della sharia che, per quanto dura, è spesso percepita come più prevedibile e meno corrotta della giustizia statale. Lo Stato Islamico nel Sahel è invece più frammentato e brutale, focalizzato su massacri indiscriminati e controllo delle rotte di traffico di armi, droga e oro nella regione del “Triangolo di Ferro” al confine tra Mali, Niger e Burkina Faso. Nel 2025 IS-Sahel ha condotto 326 attacchi contro civili, seminando terrore ma ottenendo meno sostegno popolare di JNIM.

    A complicare il quadro ci sono i gruppi separatisti tuareg. Il Front de Libération de l’Azawad (FLA), formato nel 2023, combatte per l’autonomia del nord e ha inflitto perdite significative a forze governative e russe, specialmente in zone vicine al confine algerino. La Coordination des Mouvements de l’Azawad (CMA), che aveva firmato l’Accordo di Algeri, è frammentata e oscilla tra collaborazione con il governo e alleanze tattiche con JNIM contro un nemico comune. Alcuni ex membri della CMA hanno persino raggiunto i ranghi jihadisti, delusi dai promessi mancati di autonomia.

    Poi ci sono le milizie etniche: gruppi di autodifesa come Dan Na Ambassagou (Dogon) e i cacciatori tradizionali Dozo (Bambara), spesso usati dall’esercito come proxy contro comunità Fulani accusate in blocco di sostegno ai jihadisti. Queste milizie hanno contribuito a centinaia di morti civili in massacri intercomunitari, alimentando ancora più odio e divisioni.

    Sul piano internazionale, la Russia è diventata l’attore dominante, fornendo armi e addestratori ma anche perseguendo interessi geopolitici – contrastare l’influenza occidentale – ed economici nelle miniere. La Francia, ritiratasi malvolentieri, mantiene interessi nell’uranio e nell’influenza regionale ma ha perso ogni capacità di azione diretta. Stati Uniti ed Unione Europea forniscono intelligence limitata ma hanno preso le distanze dalla giunta. L’Algeria cerca di mediare con i Tuareg per la stabilità alle sue frontiere meridionali. L’African Union e organizzazioni umanitarie come Human Rights Watch monitorano e denunciano abusi, ma con accesso limitato e scarsa capacità di influire sugli eventi.

    Il prezzo insostenibile della guerra

    I numeri della catastrofe maliana sono elevati. Dal 2012 il conflitto ha causato oltre 35.000 morti, di cui almeno 6.000 solo nel 2025. Ma le vittime dirette sono solo la punta dell’iceberg. Circa 600.000 persone sono sfollate interne, costrette a fuggire dalle proprie case per cercare sicurezza altrove nel paese. Altri 13.000 maliani sono rifugiati nei paesi vicini. In totale, tra sfollati interni e rifugiati, si parla di oltre 400.000 persone nel solo Mali, parte di una crisi regionale che nel Sahel conta 4 milioni di rifugiati, l’80% dei quali sono donne e bambini.

    La crisi umanitaria è devastante: 6,4 milioni di maliani – quasi un terzo della popolazione – necessitano di aiuti umanitari. Un milione e mezzo di persone si trovano in condizione di insicurezza alimentare acuta, con sacche di fame nel nord e nel centro dove i blocchi impediscono l’arrivo di cibo. Quasi tre milioni necessitano assistenza nutrizionale e un milione di bambini è a rischio malnutrizione acuta. Nel nord, nella regione di Ménaka, 80.000 bambini rischiano contemporaneamente fame e malattie trasmesse dall’acqua contaminata.

    Il sistema educativo è crollato: quasi 2.000 scuole sono chiuse per l’insicurezza, negando istruzione a centinaia di migliaia di bambini e creando una generazione perduta facilmente preda di reclutamento da parte di gruppi armati. Il sistema sanitario è al collasso, con epidemie di colera e malaria in aumento. L’economia formale è devastata: il blocco del carburante ha paralizzato commerci e trasporti, mentre il PIL pro capite rimane sotto i 900 dollari annui, con il 40% della popolazione sotto la soglia di povertà assoluta.

    Le risorse naturali, invece di essere benedizione, sono maledizione. L’80% dell’oro estratto proviene dalla regione di Kayes, ma le miniere sono spesso controllate da gruppi armati che le usano per finanziarsi. A novembre 2025 la compagnia canadese Barrick Gold ha dovuto negoziare col governo per liberare quattro dipendenti sequestrati e recuperare tre tonnellate di oro confiscate, ottenendo in cambio un’estensione decennale delle licenze estrattive. Le rotte di traffico di cocaina dal Sud America verso l’Europa attraversano il Sahel, e gruppi come IS-Sahel controllano questo commercio insieme ad armi e esseri umani.

    Sul piano ambientale, il Mali soffre gli effetti dei cambiamenti climatici. Siccità ricorrenti riducono pascoli e risorse idriche, scatenando conflitti tra pastori nomadi Fulani e agricoltori sedentari per terre e acqua. Questi scontri locali vengono poi strumentalizzati dai jihadisti che si presentano come protettori delle comunità emarginate. Nel 2025 paradossalmente anche inondazioni nel nord hanno aggravato la crisi, distruggendo raccolti e infrastrutture precarie.

    Perché nessuna soluzione funziona

    La guerra in Mali persiste perché le sue cause non sono mai state affrontate. La marginalizzazione storica del nord non è cambiata: gli accordi di pace vengono firmati sotto pressione internazionale ma mai implementati per mancanza di volontà politica e risorse. La corruzione pervade ogni livello dello stato, e i Tuareg continuano a non vedere riconosciute le loro aspirazioni. né lo sviluppo nelle loro regioni.

    I jihadisti prosperano proprio dove lo stato è assente, corrotto o brutale. JNIM offre una narrativa alternativa: giustizia islamica, protezione per i più deboli, vendetta contro oppressori. Recluta tra giovani Fulani che hanno visto le loro famiglie massacrate da milizie Dogon o soldati maliani. Finché l’esercito e i suoi alleati russi continueranno a compiere abusi indiscriminati, il bacino di reclutamento jihadista non si prosciugherà mai.

    I colpi di stato hanno peggiorato tutto. La giunta di Goïta ha centralizzato il potere, sospeso libertà democratiche, posticipato elezioni e si è isolata internazionalmente. L’abbandono dell’ECOWAS e la formazione dell’AES con Burkina Faso e Niger ha creato un blocco di stati fragili governati da militari, incapaci di cooperazione efficace contro nemici transnazionali. Le relazioni con l’Algeria sono tese dopo l’abbattimento di un drone maliano ad aprile, con chiusura reciproca degli spazi aerei.

    L’influenza russa, poi, è un’arma a doppio taglio. Mosca fornisce armi e supporto politico in chiave anti-occidentale, ma i mercenari dell’Africa Corps hanno mostrato limiti operativi contro la guerriglia jihadista e sono accusati di crimini di guerra. Nel 2025 sono stati documentati 434 morti civili attribuibili a operazioni russe. La Russia guadagna accesso all’oro e all’uranio, consolida la sua influenza geopolitica, ma questo non si traduce in stabilità per il Mali.

    Sul piano regionale, il Sahel è diventato l’epicentro del terrorismo globale: secondo dati del 2024, il 51% delle morti per terrorismo nel mondo avviene in questa regione. Gli attacchi sono transfrontalieri, con JNIM e IS-Sahel che operano indifferentemente tra Mali, Burkina Faso e Niger. La risposta frammentata degli stati dell’AES non basta, e l’assenza di forze internazionali lascia un vuoto che i jihadisti riempiono.

    Prospettive cupe

    Mentre il 2025 volge al termine, le prospettive per il Mali sono fosche. JNIM controlla ormai tra il 60% e il 70% del territorio rurale e ha dimostrato di poter paralizzare la capitale senza nemmeno attaccarla direttamente. Se l’assedio economico continuerà, Bamako potrebbe diventare una città isolata in un paese che non controlla più. Il rischio di collasso completo dello stato maliano non è più uno scenario remoto ma una possibilità concreta.

    Le soluzioni esistono sulla carta ma sembrano politicamente impossibili. Servirebbe un dialogo inclusivo che coinvolga tutte le parti – governo, Tuareg, forse persino rappresentanti di comunità che vivono sotto JNIM – per affrontare le radici del conflitto: autonomia reale per il nord, sviluppo economico equo, fine degli abusi contro civili. Sarebbe necessario smantellare le milizie etniche, riformare un esercito accusato di crimini di guerra, costruire istituzioni credibili che offrano giustizia e servizi. Occorrerebbe cooperazione regionale effettiva, non retorica, per affrontare minacce transnazionali.

    Ma la giunta di Goïta rifiuta compromessi, considerandoli debolezza. La guerra è presentata come battaglia esistenziale per la sovranità, non come crisi da risolvere politicamente. I Tuareg sono stanchi di promesse non mantenute. I jihadisti non hanno incentivo a negoziare quando stanno vincendo sul terreno. La comunità internazionale è divisa, con la Russia che sostiene il regime e l’Occidente che lo ha abbandonato, mentre nessuno sembra avere né la volontà né la capacità di investire davvero nella stabilizzazione del Sahel.

    Nel frattempo, il costo umano continua ad accumularsi. Ogni giorno porta notizie di imboscate, villaggi bruciati, bambini malnutriti, scuole chiuse. Mariam Cissé, la giovane influencer giustiziata da JNIM, è solo uno dei tanti nomi e volti di questa tragedia. La sua morte ricorda che in questa guerra non esistono zone sicure né neutralità possibile: si è con il governo, con i jihadisti, o si è bersagli di entrambi.

    La guerra del Mali è diventata uno di quei conflitti “silenziosi” che i media internazionali citano raramente, fagocitati da crisi più visibili altrove. Eppure il Mali rappresenta una delle sfide più complesse e pericolose del nostro tempo: un intreccio di estremismo religioso, tensioni etniche secolari, fallimento statale, interferenze geopolitiche e crisi climatica. È un monito su come conflitti irrisolti possano degenerare, e su come la comunità internazionale spesso preferisca guardare altrove finché non è troppo tardi.

    Dopo quasi quattordici anni di guerra, una cosa appare tristemente chiara: senza un cambiamento radicale di approccio, il Mali è destinato a rimanere intrappolato in questa spirale di violenza, con conseguenze devastanti non solo per i suoi cittadini ma per l’intera regione del Sahel e oltre. Perciò, dobbiamo chiederci fino a che punto il paese e i suoi abitanti potranno ancora resistere prima che il tessuto sociale ed economico si dissolva completamente.


    Mali War – Wikipedia
    Una panoramica completa e cronologica del conflitto, con aggiornamenti fino al 2025, inclusi eventi recenti come l’escalation jihadista e gli airstrikes. en.wikipedia.org

    Timeline of the Mali War – Wikipedia
    Una sequenza dettagliata degli eventi chiave dal 2012, con focus su ribellioni tuareg, colpi di stato e operazioni militari fino al settembre 2025. en.wikipedia.org

    Mali – Tuareg Rebellion, Islamist Insurgency, Sahel Conflict | Britannica
    Analisi storica del contesto pre-2012, inclusi il golpe e l’ascesa degli insurgenti, con enfasi sulle dinamiche etniche e regionali. www.britannica.com

    The roots of Mali’s conflict | Clingendael Institute
    Un report approfondito sulle cause (marginalizzazione nord-sud, ribellioni storiche) che precedono il 2012, con implicazioni per la crisi attuale. www.clingendael.org

    Mali | International Crisis Group
    Una serie di rapporti aggiornati sul conflitto dal 2012, con analisi su jihadisti, accordi di pace falliti e instabilità regionale nel 2025. www.crisisgroup.org

  • Distruggere i villaggi palestinesi per trasferire la popolazione

    Quando si discute di Masafer Yatta e delle demolizioni di case in Area C, è importante non perdere il filo del discorso: qui non stiamo dibattendo su Camp David 2000, né sulle aspettative disattese degli Accordi di Oslo, ma su una questione molto più semplice e di fondo: che cosa può e che cosa non può fare una potenza occupante secondo il diritto internazionale vigente. Perché è da questo punto che dipende tutto il resto.

    L’occupazione non è regolata da Oslo, ma dal diritto internazionale

    La tesi secondo cui “Oslo supera la Risoluzione 242/1967” è priva di fondamento giuridico.

    Gli accordi bilaterali non possono annullare obblighi internazionali preesistenti, soprattutto quando si tratta di norme cogenti come l’illiceità dell’annessione, il divieto di trasferimento di popolazione dell’occupante (IV Convenzione di Ginevra, art. 49.6) e il divieto di distruzione di proprietà private salvo necessità militare (art. 53). Questo vale per tutti gli Stati e per tutte le occupazioni, non solo per Israele.

    Oslo, inoltre, era esplicitamente interinale, doveva durare cinque anni e non pregiudicare lo status finale dei Territori Palestinesi. È logico e giuridicamente ovvio che un accordo temporaneo del 1995 non può essere usato nel 2025 per giustificare una situazione permanente.

    La stessa comunità internazionale — ONU, UE, ICJ, organizzazioni per i diritti umani israeliane e internazionali — considera infatti l’occupazione israeliana protratta oltre 57 anni come illegale nella misura in cui è diventata permanente.

    Dunque: l’idea che “Area C = legalità” è insostenibile. Area C era una misura provvisoria di amministrazione, non un riconoscimento internazionale di sovranità israeliana.

    Demolizioni “per mancanza di permesso”: un argomento che ignora la realtà

    Richiamare l’abusivismo edilizio senza considerare il sistema dei permessi significa descrivere una legalità puramente formale che serve a oscurare una illegalità sostanziale: tra il 2016 e il 2022 meno del 2% delle richieste palestinesi è stato approvato, mentre nello stesso periodo centinaia di piani regolatori degli insediamenti israeliani sono stati autorizzati.

    Un sistema che nega quasi totalmente il diritto a costruire a una popolazione occupata e lo concede ampiamente ai coloni dell’occupante non è uno “stato di diritto”, è una politica di ingegneria demografica. E infatti viene definita così da tutte le principali ONG israeliane (B’Tselem, Yesh Din, Peace Now).

    In questo contesto, parlare di “case abusive” equivale a dire che i palestinesi sono colpevoli di non estinguersi da soli.

    Camp David 2000: un’arma retorica fuori tema

    La narrazione secondo cui “Arafat ha rifiutato la pace” è stata smentita dagli stessi negoziatori israeliani e statunitensi (Shlomo Ben-Ami, Robert Malley, Charles Enderlin). L’“offerta del 94%” era in realtà un mosaico di cantoni non contigui, con il controllo israeliano su frontiere, spazio aereo, acqua, alture, e con Gerusalemme Est quasi interamente sotto sovranità israeliana. Non erano le basi per uno Stato sovrano.

    Ma anche ammesso che Camp David 2000 sia stato un treno perso — ipotesi su cui gli storici non concordano — resta un fatto incontestabile: niente di ciò giustifica legalmente demolizioni, evacuazioni e trasferimenti forzati nel 2025. Le norme sulla protezione della popolazione civile sotto occupazione non possono essere sospese perché un negoziato venticinque anni fa non è andato a buon fine.

    Un’occupazione permanente non può autodichiararsi legale

    L’argomento secondo cui “oggi sono ancora in vigore le misure previste da Oslo” è circolare: Israele controlla le aree, dunque la situazione è legale perché la controlla. Ma la legalità internazionale non si basa sul possesso di fatto, bensì sul principio che un’occupazione deve essere temporanea e finalizzata a uno status finale negoziato.

    Quando un’occupazione: dura da quasi sei decenni, trasferisce la propria popolazione nei territori, impedisce lo sviluppo della popolazione occupata, demolisce case, scuole e villaggi senza assoluta necessità militare, dichiara vaste aree come zone di tiro o riserve naturali per impedire la presenza palestinese, non è un’occupazione che “rispetta Oslo”: è un’occupazione che viola il diritto internazionale, e questo non può essere aggirato spostando la discussione su Arafat o sui “tre no” di Khartoum del 1967.

    La cornice centrale non cambia

    La realtà è che Masafer Yatta viene demolita perché Israele considera quel territorio destinato all’espansione degli insediamenti e alle zone militari, non perché applica un codice edilizio, che comunque non potrebbe applicare. Questo è ciò che mostra il documentario di No Other Land e questo è ciò che confermano decine di rapporti ufficiali.

    Spostare la conversazione sulle colpe storiche dei palestinesi, vere o presunte, non cambia la sostanza: una potenza occupante sta usando strumenti amministrativi, militari e urbanistici per rimuovere una popolazione nativa da un’area che desidera controllare senza di essa.

    È questo che è illegale. Ed è questo che un dibattito onesto dovrebbe riconoscere.

  • Trump, Bin Salman e la rimozione di Khashoggi

    Jamal Khashoggi

    La visita di MBS a Washington

    Mohammed bin Salman, principe ereditario e leader di fatto dell’Arabia Saudita, è arrivato a Washington il 18 novembre 2025 per un incontro ufficiale con Donald Trump alla Casa Bianca. Era la prima visita di questo livello dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi nel 2018, e l’accoglienza è stata sorprendentemente calorosa: Trump ha definito l’Arabia Saudita “un grande alleato”, e MBS è stato trattato con tutti gli onori riservati a un capo di stato, benché non lo sia. La delegazione saudita era imponente, con quasi tutti i ministri al seguito, e l’obiettivo era chiaro: rimettere in moto una partnership economica e di sicurezza che promette investimenti sauditi negli Stati Uniti fino a 1.000 miliardi di dollari, accordi militari (compresa la vendita degli F-35), cooperazione nell’intelligenza artificiale e nel nucleare civile.

    La domanda della giornalista della ABC

    Durante la parte pubblica dell’incontro, Rachel Scott, una giornalista di ABC News ha fatto la domanda che tutti si aspettavano: il ruolo di MBS nell’assassinio di Khashoggi. Citava implicitamente il rapporto della CIA del 2021, secondo cui il principe aveva “approvato” l’operazione. Prima ancora che MBS potesse rispondere, Trump lo ha difeso con vigore, negando la ricostruzione della CIA: «Il principe non ne sapeva nulla». Ha liquidato Khashoggi come “estremamente controverso” e ha aggiunto: «Sono cose che capitano». Poi ha rimproverato la giornalista per aver “messo in imbarazzo” l’ospite, definendo la domanda “insultante”.

    Trump ha esibito il suo stile: protezione totale del partner saudita, attacco preventivo alla stampa, negazione dei rapporti dei propri servizi di intelligence. Con un’amministrazione democratica un trattamento simile sarebbe stato impensabile. Biden, nel 2020, aveva promesso di trasformare il regime saudita in un “paria” per il caso Khashoggi, la guerra in Yemen e le violazioni dei diritti umani. Ha poi riallacciato i contatti per motivi energetici, culminati nel saluto del “pugno” nel 2022, ma senza mai concedere a MBS la piena normalizzazione. Con Trump, invece, i rapporti sono tornati ai livelli pre-2018: miliardi sul tavolo, nessun riferimento ai diritti umani, e priorità agli interessi reciproci — difesa, energia, contenimento dell’Iran.

    L’omicidio di Jamal Khashoggi

    Per capire la portata di questo reset, serve ricordare perché l’omicidio di Khashoggi rimane una ferita aperta. Jamal Khashoggi non era un oppositore radicale né un islamista marginale, ma un insider del sistema saudita: ex direttore di Al-Watan, ex consigliere dell’intelligence, amico del principe Turki al-Faisal. Dal 2017 aveva rotto con MBS, criticandone l’autoritarismo crescente, gli arresti di massa al Ritz-Carlton, la guerra in Yemen, il blocco del Qatar, la repressione degli attivisti. In esilio negli Stati Uniti, scriveva sul Washington Post ed era diventato la voce più autorevole e credibile del dissenso saudita in Occidente.

    Nel 2018, mentre MBS cercava di ripulire la propria immagine globale, Khashoggi stava lavorando con intellettuali arabi in esilio a un nuovo movimento, DAWN (Democracy for the Arab World Now), e a una serie di conferenze che avrebbero denunciato il regime. Secondo il rapporto ONU del 2019 e l’analisi della CIA, il principe lo considerava una minaccia politica ed esistenziale: troppo noto, troppo ascoltato, troppo vicino ai segreti del potere saudita.

    L’operazione per eliminarlo

    L’operazione per eliminarlo è stata pianificata con precisione chirurgica. Non potevano arrestarlo negli Stati Uniti né rapirlo senza provocare uno scandalo diplomatico. Ma Khashoggi aveva annunciato che il 2 ottobre 2018 sarebbe entrato nel consolato saudita a Istanbul per ottenere i documenti necessari al matrimonio con la fidanzata turca, Hatice Cengiz. Per la leadership saudita, era l’occasione perfetta: territorio extraterritoriale, un paese con rapporti già deteriorati, e un dissidente che si consegnava da solo.

    Quindici agenti furono inviati da Riyadh: tra loro Maher Abdulaziz Mutreb, ufficiale dei servizi e guardia del corpo personale di MBS; Salah al-Tubaigy, capo della medicina forense; e un sosia incaricato di uscire dall’edificio con gli abiti della vittima. Le ricostruzioni CIA e ONU indicano che l’operazione fu organizzata dal più stretto collaboratore di MBS, Saud al-Qahtani. L’audio registrato dai servizi turchi documenta soffocamento, smembramento, e il commento di Tubaigy — «metti la musica» — mentre prepara la sega ossea. Il corpo non è mai stato ritrovato.

    Le prove del coinvolgimento di MBS

    Le prove del coinvolgimento diretto del principe sono schiaccianti. Mutreb, durante l’operazione, telefonò ad al-Qahtani dicendo: «Dite al vostro capo che è fatto». Undici dei quindici agenti rispondevano direttamente alla sicurezza personale di MBS. La CIA concluse: «È estremamente improbabile che un’operazione di questa portata sia stata eseguita senza l’autorizzazione di Mohammed bin Salman».

    MBS voleva inviare un messaggio: nessun dissidente è fuori portata. Neanche in un consolato, neanche in un paese NATO, neanche se scrivi per il Washington Post. È questo il motivo per cui, ogni volta che il principe viaggia all’estero, il nome di Khashoggi ritorna come un’ombra. È la macchia indelebile sul suo percorso di “riformatore”.

    E a Washington, davanti alle telecamere, Trump ha cercato di farla svanire in una nuvola bianca che strideva con l’evidenza. Un tentativo di coprire il sangue con il borotalco.


    Wikipedia – Assassination of Jamal Khashoggi
    Una panoramica completa e cronologica dell’omicidio, inclusi i rapporti della CIA, l’indagine ONU e le reazioni internazionali. en.wikipedia.org

    BBC News – Jamal Khashoggi: All you need to know about Saudi journalist’s death
    Un riassunto chiaro e verificato dei fatti principali, dal contesto personale di Khashoggi alle conseguenze diplomatiche. www.bbc.com

    Al Jazeera – Timeline of the murder of journalist Jamal Khashoggi
    Una timeline dettagliata con focus sulle indagini, i rapporti di intelligence USA e le responsabilità attribuite a Mohammed bin Salman. www.aljazeera.com

  • Il falso muove la ricerca del vero

    Il falso muove la ricerca del vero. Post-Verità e realtà parallela.

    Nella discussione sul post dedicato a No Other Land, nel tratto in cui diventa un flame, ho letto questa frase: “È vero che la discussione non dovrebbe mai trascendere. Però un interlocutore in evidente malafede risponderà negando anche l’evidenza”. Tuttavia, nel tempo della post-verità, è molto difficile distinguere una persona in malefede da una persona che vive in una realtà parallela.

    La frase sopra citata presuppone che esista un’evidenza oggettiva, condivisa e riconoscibile da chiunque sia in buona fede. Funzionava meglio in un’epoca in cui le fonti di informazione erano poche, relativamente omogenee e c’era ancora un minimo di terreno comune sui fatti basilari.

    Oggi invece le “evidenze” sono spesso mediate da algoritmi che mostrano a ognuno una versione diversa della realtà. Esistono intere comunità che vivono in ecosistemi informativi quasi stagni, con fonti proprie, fact-checker propri, esperti propri. Per loro, l’“evidenza” è davvero un’altra. La disinformazione professionale ha raggiunto livelli di sofisticazione tali che a volte è più conveniente e socialmente premiato “credere” alla versione alternativa. Molti negano fatti non perché siano cinici e in malafede, ma perché ammettere quei fatti farebbe crollare l’intero castello identitario su cui hanno costruito la propria visione del mondo. È un meccanismo psicologico (dissonanza cognitiva) più che una scelta morale.

    Come risultato abbiamo due fenomeni che dall’esterno appaiono identici. Persona A sa perfettamente che X è vero ma finge che sia falso per interesse, potere, trollaggio, appartenenza tribale, è la malafede classica. Persona B è sinceramente convinta che X sia falso perché da dieci anni legge solo fonti che lo dicono, è circondata da gente che lo ripete e ha sviluppato anticorpi emotivi contro chi dice il contrario, è la realtà parallela.

    Il comportamento pubblico è lo stesso: nega l’evidenza (la nostra evidenza). L’unica differenza è interiore e, nella stragrande maggioranza dei casi, inaccessibile a noi. Questo rende il flame praticamente inutile per “smascherare” la malafede: chi è in malafede riderà sotto i baffi, chi è in buona fede si sentirà aggredito e si radicalizzerà ulteriormente. Alla fine l’accusa di malafede è diventata solo un altro segno tribale, un modo per dire “sei dei loro, non dei nostri”.

    In pratica, oggi distinguere i due casi è possibile solo in rari casi: quando la persona cambia improvvisamente posizione appena cambia l’incentivo; quando c’è una registrazione privata in cui ammette di sapere la verità ma di doverla negare pubblicamente.

    Negli altri 99% dei flame online, si tratta solo della contrapposizione tra due persone che vivono in due film diversi, convinti che l’altro stia mentendo spudoratamente.

    Ad ogni modo, le persone che dicono il falso, o per malafede o perché vivono in una realtà falsata, danno comunque un contributo alla verità, perché inducono la controparte, almeno quella più costruttiva, a confutarli e a ricostruire una versione veritiera o quantomeno realistica. Infatti, le situazioni sulle quali nessuno mente o dice il falso, sono spesso ignorate anche nella loro verità. Sappiamo molte più cose sull’Ucraina e su Gaza, dove in tanti dicono il falso, che non sul Sudan o sul Congo, dove nessuno mente e tutti ignorano il vero.

    Per paradosso, la menzogna di massa (o la realtà parallela di massa) finisce per funzionare come un faro che attira attenzione, ricerca, contro-narrazione, fact-checking, reportage indipendente, archivi, testimonianze.

    Ucraina e Gaza sono iper-documentate non nonostante la quantità industriale di falsi, ma proprio grazie ad essa. Ogni fake smentito costringe qualcuno a produrre prove più solide, a scavare più a fondo, a tradurre documenti, a geolocalizzare video, a ricostruire cronologie minuto per minuto. Il risultato è che oggi abbiamo una quantità di dati verificabili (satellitari, OSINT, testimonianze incrociate) su quei due conflitti che probabilmente supera, in volume e dettaglio, qualunque guerra del Novecento.

    In Sudan e in Congo invece regna il silenzio informativo quasi totale. Non perché lì tutti dicano “la verità” (anche lì ci sono propaganda e narrazioni di parte), ma perché la menzogna non è abbastanza clamorosa, organizzata o polarizzante da scatenare la reazione globale. Nessuno ha interesse a investire risorse per smentire o confermare, quindi l’intero teatro rimane nell’ombra. Muoiono centinaia di migliaia di persone e il mondo sa poco o nulla, perché non c’è una “controparte” abbastanza motivata da illuminare il campo di battaglia con la propria contro-propaganda.

    In altre parole, la menzogna ad alto volume crea l’antidoto (la verifica ossessiva), la verità a basso volume non crea nulla, nemmeno se stessa. È un meccanismo perverso, ma reale. La post-verità, a volte, diventa il solo ambiente nel quale desideriamo cercare e documentare la verità.

  • La guerra civile in Sudan e la caduta di El Fasher

    La guerra civile in Sudan e la caduta di El Fasher

    La guerra civile in Sudan è una tragedia molto sottovalutata dall’attenzione internazionale, nonostante la sua scala devastante. Iniziata ad aprile 2023, oppone le Forze Armate Sudanese (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, alle Forze di Supporto Rapido (RSF), paramilitari comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti). I due leader, un tempo alleati nel colpo di stato del 2021 che ha interrotto la transizione democratica post-Bashir, ora si contendono il controllo assoluto del potere, con accuse reciproche di tradimento e ambizioni dittatoriali.

    Il contesto del conflitto

    La scintilla è stata la rivalità per l’integrazione delle RSF nell’esercito regolare, ma il conflitto ha radici profonde nelle tensioni etniche, tribali e nella gestione delle risorse, specialmente nel Darfur – regione già segnata dal genocidio degli anni 2000, in cui le RSF hanno origine dalle milizie Janjaweed. Oggi, la guerra ha causato oltre 150.000 morti, 12 milioni di sfollati interni e rifugiati (il 25% della popolazione), e ha distrutto infrastrutture essenziali come ospedali, scuole e sistemi idrici.

    La catastrofe umanitaria

    Si tratta di una “grande catastrofe umanitaria”. L’ONU stima che 25 milioni di sudanesi soffrano di insicurezza alimentare acuta, con carestie dichiarate in campi come Zamzam (vicino a El Fasher) già da agosto 2025. Nel Darfur, le RSF sono accusate di genocidio contro gruppi non arabi come i Masalit – gli USA lo hanno formalmente riconosciuto a gennaio 2025, con migliaia di morti in massacri come quelli a El Geneina. Rapporti ONU e di MSF descrivono stupri sistematici, rapimenti di bambini, e un “inferno” di fame e malattie: nel campo di Tawila, ad esempio, la malnutrizione ha raggiunto livelli “stupefacenti”, con operazioni di aiuto sull’orlo del collasso per mancanza di accesso e fondi (solo il 20% dei bisogni coperti).

    La caduta di El Fasher: una svolta cruciale

    La recente caduta di El Fasher, capitale del Nord Darfur, ha finalmente attirato un po’ più di riflettori. Dopo un assedio di 18 mesi (oltre 500 giorni), le RSF l’hanno conquistata il 26 ottobre 2025, ponendo fine all’ultimo bastione SAF nella regione. Questo segna un punto di non ritorno: le RSF controllano ora tutte le cinque capitali statali del Darfur, consolidando il loro dominio su un quarto del territorio sudanese e aprendo la strada a un possibile “partition” est-ovest del paese. Testimoni oculari, come una donna sfollata intervistata da Al Jazeera, descrivono esecuzioni sommarie davanti agli occhi dei familiari, con migliaia intrappolati o in fuga verso campi sovraccarichi come Tawila o Qarni, affrontando “l’inferno” di violenza etnica e fame.

    Le conseguenze immediate sono agghiaccianti: l’ONU denuncia “atrocità inimmaginabili”, con le RSF accusate di bruciare e seppellire corpi per occultare prove di massacri (fino a migliaia di morti). Donne e bambini sono particolarmente colpiti, con rapporti di stupri e abduzioni. Sul fronte militare, le RSF stanno spingendo verso est in Kordofan, catturando città come Bara e lanciando droni su Port Sudan (base SAF), mentre l’esercito resiste in enclave come Al-Khiwai. Un cessate il fuoco USA proposto a inizio novembre è stato accettato dalle RSF, ma l’SAF lo ha condizionato al ritiro dalle città – e la violenza continua.

    L’attenzione internazionale: un velo di silenzio

    Il conflitto rimane “sullo sfondo”. Conferenze come quella di Doha (novembre 2025) o Londra (prima metà dell’anno) hanno prodotto appelli, ma senza azioni concrete. Fattori geopolitici complicano tutto: le RSF ricevono armi dagli Emirati Arabi Uniti (con rotte via Ciad, come rivelato da rapporti ONU), mentre l’SAF è sostenuta da Egitto, Iran e Turchia. Il segretario ONU Guterres ha definito la situazione “fuori controllo”, paragonandola al genocidio darfuriano del 2003-2005, ma i fondi umanitari sono inadeguati. Voci come Radio Dabanga o attivisti sudanesi amplificano le storie di sfollati, ma il mainstream globale è distratto da altri teatri.

    Questa svolta a El Fasher potrebbe accelerare i negoziati – l’ICC sta raccogliendo prove per i processi – ma senza pressione internazionale (sanzioni, corridoi umanitari forzati), il rischio è una frammentazione permanente del Sudan, con Darfur come “capitale mondiale della sofferenza umana”. Ignorare questi conflitti, nella speranza che si estinguano da soli, non li risolve, li lascia degenerare con conseguenze imprevedibili per tutti.


    Rapporto ONU su aiuti e sfollati intrappolati: Un articolo di UN News del 15 novembre 2025 che descrive la fuga di quasi 100.000 persone da El Fasher e l’urgenza di accesso umanitario. news.un.org/en/

    Negoziati ONU con RSF per accesso a El Fasher: Un pezzo del New York Times del 18 novembre 2025 su un alto funzionario ONU che ha ottenuto promesse di aiuti e indagini su atrocità. www.nytimes.com

    Rischi di un nuovo assedio a El-Obeid: Un’analisi di Al Jazeera del 17 novembre 2025 sul redeploy RSF verso Kordofan e le paure di civili sfollati. www.aljazeera.com

    Rapporto OHCHR su esecuzioni sommarie e violazioni in El Fasher e Bara: Un comunicato ufficiale dell’ONU del 28 ottobre 2025 che documenta le atrocità iniziali delle RSF, inclusi video di esecuzioni e appelli per protezione civile. www.ohchr.org/en/

    Battaglie in Kordofan mentre l’esercito resiste all’avanzata RSF: Un articolo di Al Jazeera del 17 novembre 2025 sulle offensive RSF verso El-Obeid, con dettagli su danni da droni e spostamenti in Babnusa. www.aljazeera.com

  • Il contesto di No Other Land

    Il contesto di No Other Land

    Il film documentario

    No Other Land è un film documentario del 2024 diretto, prodotto, scritto e montato da un collettivo israelo-palestinese formato da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor (che ha curato anche la fotografia) ed Hamdan Ballal. È stato premiato con l’Oscar al miglior documentario ai premi Oscar 2025. Girato nell’arco di cinque anni, dal 2019 al 2023, documenta gli sforzi di Basel Adra ed altri attivisti palestinesi di opporsi alla distruzione del loro villaggio natale di Masafer Yatta, situato nel governatorato di Hebron in Cisgiordania, da parte delle forze di difesa israeliane (IDF), che vogliono costruirci un poligono di tiro e zona d’addestramento militare. Il docufilm, trasmesso il 15 novembre 2025, su Rai 3, dopo molti rinvii è adesso disponibile su RaiPlay.

    La polemica sul contesto

    Sui social, alcune fonti filo-israeliane, mediante video reels, hanno attaccato “No Other Land” con l’accusa di essere un documentario di propaganda, che mostra scene strazianti di soldati israeliani che demoliscono case e scuole palestinesi, mentre donne e bambini protestano e cercano di resistere, senza però citare il contesto di questi avvenimenti. In verità, il docufilm espone una sua versione del contesto: l’esercito israeliano usa il pretesto del campo di addestramento militare, per impedire l’espansione degli insediamenti palestinesi e per sgomberare quelli esistenti, in un processo di lenta espulsione della popolazione nativa. Ma secondo i filo-israeliani, il contesto è semplicemente legale. Il villaggio di Masafer Yatta si trova nell’area C della Cisgiordania, assegnata all’amministrazione israeliana dagli accordi di Oslo II del 1995. Le case palestinesi sono state costruite abusivamente e perciò vengono demolite, come lo sarebbero quelle dei coloni israeliani.

    L’occupazione e la colonizzazione israeliana

    Questa ricostruzione del contesto è a sua volta omissiva. Il primo quadro di contesto da nominare è l’occupazione e la colonizzazione israeliana della Cisgiordania, ritenuta illegale dal diritto internazionale. La stragrande maggioranza degli Stati, dell’ONU, della Corte Internazionale di Giustizia (parere 2004 sul Muro) e delle principali organizzazioni per i diritti umani considera l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi (Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est) protratta oltre il 1967 come illegale nella misura in cui è diventata permanente e non temporanea. La Risoluzione 242 (1967) e successive (2334 del 2016, tra le tante) chiedono il ritiro israeliano dai Territori Palestinesi. La Quarta Convenzione di Ginevra (art. 49.6) vieta espressamente il trasferimento della popolazione dell’occupante nei territori occupati → gli insediamenti civili israeliani in Cisgiordania sono quindi considerati illegali dal diritto internazionale (posizione condivisa anche da UE, ONU, Amnesty, HRW, B’Tselem, e da molti giuristi israeliani di spicco).

    Oslo II: un regime interinale divenuto permanente

    L’accordo siglato dalle parti nel settembre 1995, noto anche come Oslo II, divideva la Cisgiordania a macchia di leopardo in tre tipi di zone: zona A, sotto il controllo palestinese; zona B, sotto il controllo congiunto israelo-palestinese; zona C, sotto il controllo israeliano. L’accordo, però, era interinale, doveva durare cinque anni (fino al 1999) e portare a un accordo finale sullo status permanente, che implicava il ritiro israeliano e la costituzione dello Stato palestinese. Ma, Israele non si è mai ritirato, anzi durante i cinque anni, ha ampliato la presenza dei coloni e, dopo il fallimento di Camp David/Taba, la Seconda Intifada, ha congelato il processo di pace. Usare quindi l’Area C di Oslo per giustificare una situazione permanente è giuridicamente troppo debole: è come prendere una misura “temporanea” di 30 anni fa e farla diventare definitiva.

    L’illegalità delle demolizioni

    Le demolizioni di case palestinesi in Cisgiordania da parte dell’esercito israeliano sono in ogni caso illegali. La Quarta Convenzione di Ginevra (art. 53) vieta la distruzione di proprietà private da parte della potenza occupante salvo assoluta necessità militare. Le demolizioni per “mancanza di permesso di costruzione” sono considerate punizioni collettive e violazioni gravi da quasi tutti gli organismi internazionali (Rapporti ONU, Corte Europea dei Diritti Umani, ICJ, Amnesty, HRW, anche da B’Tselem e Yesh Din israeliane). Israele è l’unico Stato al mondo che applica il proprio diritto urbanistico interno a una popolazione occupata che non ha cittadinanza né diritto di voto: non è una situazione giuridica accettabile.

    Tanto più che ai palestinesi sotto occupazione è sostanzialmente negata la possibilità di poter costruire “legalmente” le proprie case. I numeri sono impietosi (dati ufficiali israeliani e B’Tselem 2019-2024): Tra il 2016 e il 2022 sono state presentate circa 6.500 richieste di permessi di costruzione palestinesi in Area C. Ne sono state approvate meno del 2% (circa 100-120). Nello stesso periodo, i piani regolatori approvati per gli insediamenti israeliani sono stati centinaia. È quindi un sistema che di fatto impedisce quasi totalmente lo sviluppo palestinese mentre favorisce quello israeliano.

    La legge israeliana come strumento di dominio territoriale

    Questo è il motivo per cui ONG israeliane e internazionali parlano di “pianificazione discriminatoria” e di strumento per modificare la demografia. Molti osservatori (inclusi ex-primi ministri israeliani come Ehud Olmert ed Ehud Barak) parlano di “trasferimento silenzioso” o “spostamento forzato indiretto”. Le demolizioni, gli ordini di evacuazione, la revoca di permessi di soggiorno a Gerusalemme Est, la barriera di separazione che ha annesso de facto terreno, sono visti da molti come strumenti per ridurre la presenza palestinese e creare continuità territoriale israeliana.

    Se il contesto generale, l’occupazione e la colonizzazione israeliana dei Territori Palestinesi, è illegale, tutto ciò che ne deriva, tutto ciò che è commesso da Israele nei Territori Palestinesi, è illegale. La prima cosa abusiva in Cisgiordania è la legge israeliana. In nome della quale si cerca di dare copertura legale nei Territori Occupati ai crimini commessi da Israele contro la popolazione palestinese.

  • Roma, un ingorgo di automobili contro le piste ciclabili

    Roma, un ingorgo di auto contro le piste ciclabili

    Fratelli d’Italia aveva annunciato per oggi, 16 novembre 2025, una sfilata di automobili a Roma per denunciare la “mobilità al collasso” e contestare la politica della giunta democratica: più piste ciclabili, limiti ai veicoli inquinanti, e dal 2026 il limite di 30 km/h in tutta la ZTL del centro. La manifestazione, però, è fallita per eccesso di successo: erano previste cento auto, se ne sono presentate trecento. Farle sfilare avrebbe paralizzato il traffico. Paradossalmente, se fosse stato un corteo a piedi sarebbe fallito per scarso numero di partecipanti.

    Questo esito buffo mette in scena il problema reale: l’ingombro. Le auto sono troppe e troppo grandi per una città densa come Roma. Occupano 10–15 m² in movimento e enormi quantità di spazio pubblico quando sono parcheggiate. A Roma circolano 2,8 milioni di auto per 2,8 milioni di abitanti. Significa che lo spazio finisce prima ancora di muoversi. Così, il 70% della superficie pubblica del centro è dedicato alle auto, contro un 2–3% riservato alle biciclette.

    A questo si aggiunge il resto: le auto producono il 60–70% degli ossidi di azoto e un quarto delle PM10. Ogni anno provocano a Roma circa cento morti e ventimila feriti. La bici non è pericolosa: è l’auto a renderla tale, specie se pesa una tonnellata e viaggia a 50 km/h. Il limite dei 30 km/h riduce gli incidenti del 30% e l’inquinamento locale, ma senza alternative solide viene percepito come punitivo.

    Il punto è proprio questo: non difendere la libertà di usare l’auto, ma rendere conveniente tutto il resto. E invece FdI, che governa il Paese e guida l’opposizione in Campidoglio, ha tagliato i fondi per le metropolitane (-20% tra 2024 e 2025), ha bloccato gli incentivi per e-bike e cargo-bike e a Roma ha smantellato varie ciclabili “temporanee”. Poi organizza una carovana di auto per protestare contro il traffico che contribuisce a generare: un po’ come bruciare calorie in palestra mangiando un tiramisù.

    Altrove, però, le soluzioni funzionano. Parigi ha tolto 50.000 posti auto dal 2019 e creato 300 km di ciclabili protette: bici +50%, auto -20%. Barcellona ha ridisegnato interi quartieri in superblocks: traffico -25%, incidenti -40%. Vienna ha un abbonamento ai mezzi pubblici a 365 euro l’anno e il 60% degli spostamenti avviene senza auto. In Italia, invece, spostiamo fondi dalle metropolitane al Ponte sullo Stretto.

    Io uso la bicicletta per tutti i miei spostamenti: mi fa bene e mi mette di buon umore, ma nelle grandi città è spesso un esercizio di sopravvivenza. Il rischio di essere investiti, lo smog, la paura dei furti (15.000 l’anno nella capitale), la mancanza di parcheggi sicuri. E ora, con la normativa anti-ancoraggio a pali e ringhiere — giudicata legittima dalla Consulta — si rischiano multe salate anche quando non esiste alcuna alternativa. Gli standard europei prevedono un archetto ogni 50 metri: a Roma ne mancano quarantamila.

    Favorire mezzi pubblici e biciclette significa liberar loro lo spazio necessario: tram e autobus su corsie preferenziali vere, piste ciclabili continue, parcheggi custoditi. Chi vorrebbe lasciare l’auto spesso non lo fa perché la città lo scoraggia.

    La soluzione non è vietare l’auto, ma farle pagare il suo costo reale: congestion charge come a Londra, parcheggi tariffati e dinamici, zone 30 diffuse che riducono la velocità senza imporre divieti. Il fallimento della carovana di FdI è un simbolo: l’auto non è la via d’uscita dal traffico, è la causa del traffico. Ma finché la politica la difende come una libertà invece che come un costo collettivo, le città resteranno immobili, inquinate e pericolose.

  • Alberto Trentini un ostaggio politico dimenticato

    Alberto Trentini un ostaggio politico dimenticato

    Un anno fa, il 14 novembre 2024, Alberto Trentini – cooperante veneziano di 46 anni, in missione per Humanity & Inclusion – veniva arrestato a un posto di blocco mentre si spostava da Caracas a Guasdualito. Era arrivato in Venezuela da poche settimane. Da allora è detenuto senza accuse formali nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo I, alla periferia della capitale.

    Per mesi è rimasto in isolamento totale nei reparti del controspionaggio militare (DGCIM). Nessun contatto con la famiglia, con un avvocato, con l’ambasciata italiana. Solo a settembre l’ambasciatore è riuscito a incontrarlo e a consegnargli lettere e medicinali per l’ipertensione. Da allora Trentini ha potuto fare tre brevi telefonate alla madre, Armanda Colusso. «Sto bene, ma sono stremato», le ha detto. È dimagrito e affaticato, anche se le autorità italiane lo descrivono in “buone condizioni fisiche”. El Rodeo I resta però un luogo segnato da sovraffollamento, scarsa igiene e violenze: la Commissione interamericana per i diritti umani definisce la sua detenzione un «rischio grave e irreparabile».

    Il regime di Nicolás Maduro non ha mai chiarito i capi d’accusa. Circolano ipotesi di «cospirazione» e «terrorismo» basate su presunti messaggi WhatsApp in cui Trentini avrebbe espresso l’intenzione di lasciare l’ONG: una ricostruzione smentita dalla famiglia e dall’organizzazione. La verità è che Alberto è un ostaggio politico, trattenuto in una stagione di arresti strumentali dopo le contestate elezioni del luglio 2024. Decine di stranieri sono stati fermati per aumentare il margine negoziale del governo venezuelano. L’Italia, che non riconosce Maduro, è un bersaglio utile.

    Cosa vuole Caracas? Tre cose: un riconoscimento politico; l’estradizione di Rafael Ramírez, ex ministro del petrolio e oppositore rifugiato in Italia; e possibili aperture economiche, dalle sanzioni ai crediti energetici.

    Cosa è disposta a offrire Roma? Al momento, nulla di tutto questo. Il governo Meloni – con Antonio Tajani e l’inviato speciale Luigi Vignali – ha convocato i diplomatici venezuelani, attivato UE, G7 e CIDH, e garantito assistenza consolare. Ma non riconoscerà Maduro, né consegnerà Ramírez, né offrirà scambi politici o finanziari.

    Si lavora invece su canali discreti: la Comunità di Sant’Egidio, che in passato ha facilitato il rilascio di altri italiani; contatti multilaterali; pressione umanitaria. Intanto la famiglia, l’avvocata Alessandra Ballerini e oltre 110.000 firme chiedono maggiore determinazione. «Non basta dire che ci stiamo lavorando. Bisogna riportarlo a casa», insiste la madre.

    Oggi, a un anno dall’arresto, Alberto Trentini è ancora lì. L’Italia lo considera ufficialmente un prigioniero politico. Le trattative continuano nel silenzio forzato di ogni dossier sensibile. La pagina Facebook “Alberto Trentini Libero” resta il luogo dove il suo nome non viene lasciato cadere.

  • Senza libero consenso è violenza sessuale

    Accordo tra Elly Schlein e Giorgia Meloni: senza consenso libero e attuale il rapporto è violenza sessuale

    Il 12 novembre 2025, in Commissione Giustizia alla Camera, un emendamento bipartisan ha introdotto per la prima volta nel codice penale italiano il consenso libero e attuale come elemento decisivo per configurare il reato di violenza sessuale.

    Non serve più dimostrare violenza fisica, minaccia o abuso di autorità: basta che manchi un “sì” esplicito, volontario e revocabile in ogni momento. Chi compie atti sessuali senza questo consenso rischia da sei a dodici anni di reclusione.

    Rispetto alla norma del 1996, il cambiamento è radicale. Prima, la vittima doveva provare di aver resistito — un onere che portava a processi umilianti e a un tasso di condanna sotto il 7%. Oggi, il silenzio, la paralisi da terrore o la pressione psicologica valgono come assenza di consenso. Il centro si sposta dall’aggressione alla libertà della persona offesa.

    L’accordo è nato da un confronto diretto tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, che hanno messo da parte le divisioni politiche per un obiettivo comune: allineare l’Italia alla Convenzione di Istanbul, evitare una procedura d’infrazione europea e rispondere a una realtà in cui una donna su tre subisce violenza sessuale nella vita, ma solo una denuncia su dieci arriva in tribunale.

    L’emendamento è passato all’unanimità. Nessun voto contrario, né dalla maggioranza né dall’opposizione. Le relatrici Michela Di Biase (PD) e Carolina Varchi (FdI) lo hanno definito un cambiamento culturale: non più “perché non ti sei difesa?”, ma “hai chiesto e ottenuto un sì?”.

    Il testo approderà in Aula il 17 novembre e poi al Senato. Se confermato, entrerà in vigore entro il 2026. E segnerà la fine di una giustizia che, per troppi anni, ha chiesto alle vittime di difendersi invece di proteggerle.

  • Carestia in sedici paesi

    Carestia. Conflitti e violenza causano fame estrema in sei grandi crisi

    Una carestia annunciata

    La fame nel mondo non è più una catastrofe naturale, ma una catastrofe prevista e prevenibile. Lo afferma l’ultimo rapporto congiunto della FAO e del Programma alimentare mondiale (WFP), pubblicato l’11 novembre 2025, che individua sedici “punti caldi” – da Gaza al Sudan, dallo Yemen ad Haiti – dove l’insicurezza alimentare acuta sta precipitando verso livelli catastrofici.

    In sei di questi contesti – Haiti, Mali, Palestina, Sudan, Sud Sudan e Yemen – la popolazione rischia di entrare nella fase 5 dell’indice IPC, quella della carestia conclamata: fame estrema, malnutrizione, morte.

    Il rapporto copre il periodo novembre 2025 – maggio 2026 e parla di una finestra che si sta rapidamente chiudendo: il tempo per evitare una carestia di massa sta per scadere. A spingere milioni di persone verso la fame non è solo la scarsità di risorse, ma un intreccio di conflitti armati, crisi economiche, eventi climatici estremi e crollo dei finanziamenti umanitari. In 14 dei 16 paesi analizzati, il principale motore della fame è la guerra.

    La fame come arma

    In Sudan, dopo mesi di combattimenti in Darfur e Kordofan, la carestia è già stata dichiarata in diverse aree, con oltre 24 milioni di persone in grave insicurezza alimentare. A Gaza, l’assedio e la distruzione delle infrastrutture civili hanno prodotto la stessa condizione: la carestia, confermata nell’estate del 2025, si sta estendendo verso sud. In Yemen, dopo anni di guerra e collasso economico, più della metà della popolazione non riesce più a nutrirsi. E in Sud Sudan, Mali e Haiti, la violenza e l’instabilità interna aggravano una crisi cronica, tra alluvioni, inflazione e distruzione dei raccolti.

    “Il cibo è diventato un’arma di guerra”, scrive il rapporto, denunciando blocchi, assedi e restrizioni all’accesso degli aiuti umanitari.

    Crisi economica e clima

    Le guerre si intrecciano con una crisi economica globale: l’aumento del debito, l’inflazione a doppia cifra e le svalutazioni delle monete riducono il potere d’acquisto. In Sudan l’inflazione supera il 60%, in Nigeria continua da dieci anni, ad Haiti i prezzi del cibo sono aumentati del 34% in un solo anno.

    Anche il clima contribuisce alla spirale: siccità in Siria e Somalia, inondazioni in Bangladesh e Sud Sudan, uragani nei Caraibi. Il fenomeno La Niña, destinato a prolungarsi fino al 2026, aggraverà la frequenza di cicloni e carestie.

    Aiuti in caduta libera

    Il paradosso più drammatico è che tutto questo accade mentre i fondi internazionali si prosciugano. A fine ottobre 2025, erano stati raccolti solo 10,5 miliardi di dollari sui 29 necessari per assistere le popolazioni a rischio. Le conseguenze sono immediate: razioni dimezzate, programmi scolastici sospesi, cure per la malnutrizione interrotte, agricoltori senza semi né bestiame.

    “Siamo sull’orlo di una catastrofe della fame completamente evitabile”, ha dichiarato la direttrice del WFP, Cindy McCain. “Madri che saltano i pasti per far mangiare i figli, famiglie che vendono tutto ciò che hanno per sopravvivere.”

    Fame e responsabilità

    Il direttore generale della FAO, Qu Dongyu, ricorda che “la carestia è sempre prevedibile e prevenibile”, ma serve volontà politica, accesso umanitario e investimenti nella resilienza.

    L’anticipo delle azioni – agire prima che la fame esploda – è più efficace e meno costoso che intervenire quando la crisi è già conclamata. Eppure, come ammette il rapporto, il sistema umanitario continua a reagire troppo tardi: “La carestia è il fallimento del sistema umanitario.”

    Dietro i numeri, il messaggio è politico. La fame del 2025 non è una fatalità: è il prodotto di scelte umane, di guerre, assedi, tagli ai fondi, indifferenza diplomatica. E per questo, può ancora essere evitata.


    New FAO-WFP Report Warns of Shrinking Window to Prevent Millions More People Facing Acute Food Insecurity in 16 Hotspots
    https://www.fightfoodcrises.net https://www.fao.org

    New Hunger Hotspots 2025 report
    November 2025–May 2026 Report Highlights
    https://www.fightfoodcrises.net