L’inizio della pulizia etnica in Palestina

L'inizio della pulizia etnica in Palestina

La pulizia etnica in Palestina non inizia nel 1948, con le grandi espulsioni che i palestinesi chiamano Nakba. Inizia vent’anni prima, con l’acquisto di terre e la cacciata dei loro abitanti. È la tesi centrale di Ilan Pappé, storico israeliano, in un articolo pubblicato sul numero di maggio 2026 di Le Monde Diplomatique.

Negli anni Venti del Novecento, il movimento sionista cambia obiettivo. Non cerca più soltanto una terra sicura per gli ebrei perseguitati: punta alla colonizzazione della Palestina e all’esproprio della popolazione locale. Lo strumento è giuridico. Le riforme ottomane del XIX secolo avevano introdotto un regime fondiario che consentiva l’acquisto di terre statali da grandi proprietari assenteisti, spesso residenti a Beirut o altrove. I nuovi proprietari acquisivano con il terreno anche i diritti sugli abitanti. Le norme liberali del mandato britannico permettono al movimento sionista di comprare appezzamenti su larga scala e di ottenere dalle autorità coloniali i provvedimenti di espulsione necessari a cacciare le famiglie che quelle terre le coltivavano da generazioni.

Tra il 1921 e il 1925, l’American Zion Commonwealth acquista quasi 32.500 ettari dalla famiglia Sursock di Beirut. Nel 1929, il Fondo nazionale ebraico compra circa 3.000 ettari tra Haifa e Tel Aviv dagli eredi indebitati di un proprietario libanese. In entrambi i casi, i coloni sionisti cacciano con la forza gli agricoltori che vi abitano.

Pappé inserisce questo processo nella categoria del colonialismo di insediamento: una forma di colonizzazione il cui obiettivo non è sfruttare la popolazione locale, ma sostituirla. L’accademico australiano Patrick Wolfe, che ha studiato il caso australiano, ha sintetizzato questa logica con una formula: il colonialismo di insediamento punta a eliminare tutto quel che esisteva prima. Lo stesso schema si ripete in Palestina. I coloni costruiscono un mito, la terra deserta che fiorisce grazie ai pionieri, mentre i dirigenti sionisti, già dagli anni Venti, discutono privatamente di come trasferire la popolazione palestinese, passando dall’idea di un’emigrazione volontaria a quella di un trasferimento forzato.

Le espropriazioni degli anni Venti producono effetti a catena. I contadini palestinesi privati delle terre migrano verso le città, dove trovano ulteriore esclusione. I gruppi sionisti di ispirazione socialista promuovono il cosiddetto lavoro ebraico, riservando l’occupazione agricola alla sola popolazione ebraica. La frustrazione accumulata alimenta la rivolta del Buraq nel 1929 e, sullo sfondo delle bidonville di Haifa, la guerriglia guidata dall’imam Izz al-Din al-Qassam, ucciso dai britannici nel 1935. Al-Qassam, da cui prende nome l’ala militare di Hamas, è stato il primo a organizzare una resistenza armata contro il colonialismo britannico in Palestina. La sua morte innesca uno sciopero generale e motiva una nuova generazione di combattenti.

Pappé non racconta una storia remota. La logica del colonialismo di insediamento, scrive, è ancora operante. Finché la cultura dello Stato israeliano poggerà su quella logica, la coesistenza pacifica con i palestinesi resterà impossibile.

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