Autore: Massimo Lizzi

  • Carestia in Sudan: El Fasher e Kadugli muoiono di fame

    Carestia in Sudan a El Fasher e Kadugli

    Due città del Sudan, El Fasher e Kadugli, sono ufficialmente entrate in stato di carestia. Lo confermano FAO, WFP e UNICEF in un comunicato congiunto che fotografa la situazione a settembre 2025: le soglie di fame, malnutrizione e mortalità sono state superate. Si tratta di aree assediate, prive da mesi di rifornimenti e aiuti umanitari, dove la popolazione sopravvive in condizioni estreme.

    Secondo la classificazione dell’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), oltre 21 milioni di sudanesi – il 45% della popolazione – affrontano livelli gravi o acuti di insicurezza alimentare, e 375 mila persone si trovano nella fase più alta, quella di “catastrofe”. Nelle regioni in cui la violenza si è attenuata, come Khartoum, Al Jazirah e Sennar, si registra un lieve miglioramento: i mercati riaprono e alcune famiglie tornano a casa. Ma questi progressi restano fragili, mentre gran parte del Paese continua a vivere nel caos, con un’economia distrutta e servizi essenziali al collasso.

    Il Comitato di revisione della carestia (FRC) conferma che anche a Dilling, nel Kordofan meridionale, le condizioni potrebbero essere simili, ma la mancanza di dati impedisce una classificazione ufficiale. In totale, oltre venti aree del Darfur e del Kordofan sono considerate a rischio imminente di carestia.

    I dati sulla malnutrizione infantile sono devastanti: a El Fasher i tassi oscillano tra il 38 e il 75 per cento, a Kadugli raggiungono il 29. Le epidemie di colera, malaria e morbillo aggravano ulteriormente la situazione, in un contesto in cui i sistemi sanitari e idrici sono ormai collassati. “La combinazione mortale di fame, malattie e sfollamenti sta mettendo a rischio milioni di bambini”, avverte l’UNICEF.

    Il Programma Alimentare Mondiale riesce a raggiungere solo quattro milioni di persone al mese, spesso a prezzo di grandi rischi per gli operatori. “È ancora il conflitto a decidere chi mangia e chi no”, dichiara il direttore delle emergenze Ross Smith.

    La carestia è il riflesso diretto di una guerra civile che, dall’aprile 2023, devasta il Sudan. Il conflitto oppone le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale Abdel Fattah al-Burhan alle Forze di Supporto Rapido (RSF) guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. In due anni, la guerra ha distrutto città e villaggi, provocato milioni di sfollati e reso inaccessibili intere regioni agli aiuti umanitari.

    In Darfur e nel Kordofan, la fame non è solo una conseguenza della guerra: è una delle sue armi principali. Entrambi gli schieramenti hanno usato il blocco degli aiuti, gli assedi e la distruzione dei raccolti come strumenti per fiaccare le comunità civili e controllare il territorio. La carestia, in Sudan, non è il risultato di una calamità naturale, ma il prodotto deliberato di una guerra condotta contro i civili.


    Famine conditions confirmed in Sudan’s El Fasher and Kadugli as hunger and malnutrition ease where conflict subsides

    FAO, WFP and UNICEF warn of the highest levels of acute food insecurity and malnutrition in El Fasher and Kadugli; improvements seen where fighting has receded and services have resumed

    04/11/2025 Joint FAO/UNICEF/WFP News Release

    Sudan: Famine confirmed in El Fasher and Kadugli towns, 20 other areas at risk of Famine – (September 2025 – May 2026)

  • Zohran Mamdani, un socialista a New York

    Zohran Mamdani, un socialista a New York

    Dalla crisi fiscale dello Stato sociale negli anni Settanta e dal crollo dell’Urss e dei regimi dell’Europa orientale nel 1989-1991, il socialismo ha cessato di essere un’alternativa credibile al capitalismo. È diventato un’ideologia da archivio storico, appartenente all’Ottocento e al Novecento, senza più un futuro. Tanto che le sinistre europee, anche quando mantengono il nome di partito socialista, non evocano più il socialismo come orizzonte storico-politico, ma assumono un’identità liberaldemocratica e progressista.

    Eppure, dal 2016 — con la candidatura di Bernie Sanders alle primarie democratiche — e ancora di più dal 2018, con le elezioni di medio termine che portarono al Congresso circa un centinaio di rappresentanti dell’area dei Democratic Socialists of America, tra cui Alexandria Ocasio-Cortez, il socialismo è tornato a essere un’opzione della sinistra americana. Proprio nel Paese dove, anche quando il socialismo era forte altrove, era difficile perfino dirsi socialisti. Un percorso culminato nell’annunciata, eppure sorprendente, elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York, il 4 novembre 2025.

    Un giovane socialista musulmano

    Come se non bastasse, il neosindaco incarna altri due apparenti paradossi. È musulmano ed è stato eletto nella città delle Torri Gemelle, abbattute l’11 settembre 2001 da un attentato islamista ideato da Osama bin Laden. Una città che ospita la più grande comunità ebraica del mondo, al tempo della guerra di Gaza — del genocidio di Gaza — e che ha scelto un sindaco socialista apertamente filopalestinese: una posizione insolita per qualsiasi politico americano di rilievo, anche tra i democratici.

    Il secondo paradosso è anagrafico. Mamdani ha solo 34 anni, nessuna esperienza politico-amministrativa, e dovrà governare una delle città più grandi del pianeta, con un PIL paragonabile a quello dell’Italia. Nella competizione elettorale è riuscito a superare, fin dalle primarie democratiche, Andrew Cuomo, politico esperto e tre volte governatore dello Stato di New York.

    Nonostante — o forse proprio per — queste tre caratteristiche, la città ha scelto Zohran Mamdani. E lo ha fatto sfidando apertamente Donald Trump, che ha già inviato la Guardia nazionale in varie metropoli amministrate dai democratici e minacciato di tagliare i fondi federali a New York qualora il “comunista” Mamdani fosse stato eletto. Ma New York non ha avuto paura. Ha sancito che si può dare una possibilità a un candidato socialista — e al suo ambizioso programma sociale.


    Zohran Mamdani

    Il programma di Mamdani

    • Childcare universale e gratuito, dalle 6 settimane ai 5 anni, con “baby basket” per i nuovi genitori, per ridurre i costi proibitivi degli asili nido (fino a 26.000 dollari l’anno) e sostenere le famiglie.
    • Blocco degli affitti per circa un milione di appartamenti in regime di rent stabilization, per frenare gli aumenti e contrastare la crisi degli alloggi.
    • Autobus gratuiti e potenziamento della rete di corsie preferenziali, per ridurre il costo della vita e migliorare l’efficienza del trasporto pubblico.
    • Apertura di cinque supermercati municipali — uno per ogni distretto — per contrastare l’aumento dei prezzi del cibo e i food deserts.
    • Aumento delle tasse per i residenti più ricchi e per le grandi corporation, per finanziare i nuovi programmi sociali.

    Negli Stati Uniti, il socialismo torna a essere una possibilità reale: non come ideologia del passato, ma come risposta concreta alle diseguaglianze crescenti e al carovita che grava su milioni di cittadini.


    Un socialista a New York
    Internazionale, 24 ottobre 2025

  • La difesa non è sempre legittima

    La difesa non è sempre legittima

    A Grignano Polesine, una frazione di Rovigo, domenica 3 novembre un uomo di 68 anni ha sparato con una pistola regolarmente detenuta contro un gruppo di ladri entrati nella sua villetta, ferendone uno di striscio. L’episodio, in un Paese più evoluto, avrebbe aperto un’indagine per accertare la proporzionalità della reazione. Ma non in Italia, dove grazie alle nuove norme sulla legittima difesa — introdotte nel 2019 e rafforzate nel 2024 — il proprietario non risulta indagato.

    Oggi, Giorgia Meloni ha rivendicato la norma con un post: «La difesa è sempre legittima». Matteo Salvini ha rilanciato: «Un risultato della Lega, a tutela dei cittadini perbene». Entrambi semplificano: la legge non dice questo. Ma la loro frase sintetizza perfettamente lo spirito politico che l’ha ispirata — un messaggio di impunità preventiva per chi reagisce con le armi.

    La legittima difesa resta regolata dal Codice Penale, con i principi classici di “offesa attuale” e “proporzionalità”. Tuttavia, la riforma voluta dalla Lega nel 2019 (legge n. 36) e ampliata nel 2024 (Decreto Sicurezza Bis – D.L. n. 112/2024) ha introdotto una presunzione di legittimità per chi reagisce in casa o sul luogo di lavoro: non serve più dimostrare la proporzionalità se si agisce in “grave turbamento” o per difendere beni dalla violenza. In pratica, il principio della valutazione del giudice — previsto dall’articolo 111 della Costituzione — diventa quasi superfluo.

    È qui che la retorica della “difesa sempre legittima” mostra la sua pericolosità. Se il controllo giudiziario viene meno, anche una reazione sproporzionata rischia di essere coperta da un automatismo ideologico. Il diritto penale tende a trasformarsi in un diritto d’eccezione per chi possiede una casa e una pistola: i benestanti sono tutelati, i poveri no.

    Ma c’è di più. Se chi ruba sa che chi reagisce può sparare senza rischiare neppure di essere indagato, tenderà ad armarsi a sua volta. Il furto diventa rapina armata, la paura cresce, e la spirale della violenza si autoalimenta.

    La Convenzione europea dei diritti dell’uomo impone che l’uso della forza letale sia sempre proporzionato e necessario. La presunzione italiana, invece, rovescia l’ordine dei valori e mette la proprietà privata sopra il diritto alla vita.

    Non è giustizia: è il preludio al far west.

  • La riforma della giustizia Meloni-Nordio

    La riforma della giustizia Meloni-Nordio

    La riforma costituzionale della giustizia, approvata in via definitiva dal Senato il 30 ottobre con 112 voti favorevoli, segna uno spartiacque per la magistratura italiana. Modifica sette articoli della Costituzione (87, 102, 104, 105, 106, 107, 110) e introduce tre pilastri: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la nascita di due Consigli Superiori della Magistratura e la creazione di un’Alta Corte Disciplinare. Poiché non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi, la riforma sarà sottoposta a referendum confermativo nella primavera del 2026.

    Per Giorgia Meloni è «un traguardo storico per una giustizia più efficiente e vicina ai cittadini». Per Carlo Nordio è «la fine delle correnti e dei condizionamenti politici». È, in effetti, la realizzazione di un progetto che la destra italiana insegue da trent’anni: separare nettamente chi accusa da chi giudica e limitare il potere dei suoi organi di autogoverno. Per le opposizioni, invece, la riforma non risolve i problemi strutturali della giustizia: la lentezza dei processi, otto anni di durata media, la carenza di organico nell’amministrazione giudiziaria, il sovraffollamento delle carceri.

    La separazione delle carriere

    Il primo pilastro — la separazione delle carriere — obbliga i magistrati a scegliere all’ingresso in magistratura se diventare giudici o pubblici ministeri, senza più la possibilità di passare da una funzione all’altra. Il governo la presenta come garanzia di imparzialità: un giudice che non ha mai fatto il PM sarebbe più terzo, meno condizionato da un sistema di relazioni interne. I sostenitori parlano di una riforma che allinea l’Italia ai sistemi accusatori europei e statunitensi, dove l’accusa e la difesa si fronteggiano da posizioni paritarie davanti a un giudice arbitro.

    Per i critici, al contrario, la separazione definitiva trasforma il PM da magistrato “della legalità” a “avvocato dell’accusa”. Oggi il pubblico ministero deve cercare la verità anche a favore dell’imputato (art. 358 c.p.p.); domani, dicono i contrari, sarà una parte processuale più vulnerabile ai rapporti di forza economici e politici. Il procuratore Nicola Gratteri ha sintetizzato così la preoccupazione: «Rischiamo di processare solo i ladri di polli». Ma soprattutto, gli oppositori temono che, in una magistratura separata, il PM possa essere sottoposto all’esecutivo.

    Due CSM distinti

    Il secondo pilastro introduce due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. I membri togati non saranno più eletti ma sorteggiati tra magistrati con almeno dodici anni di anzianità. Per il governo, il sorteggio interrompe le logiche di corrente e restituisce credibilità a un’istituzione screditata dagli scandali. Per l’Associazione Nazionale Magistrati è invece una “lotteria incostituzionale” che abolisce la democrazia interna e apre la strada a due caste separate.

    L’Alta Corte Disciplinare

    Il terzo pilastro è l’Alta Corte Disciplinare, organo nuovo che sostituisce la sezione disciplinare del CSM. Sarà composta da quindici membri, sette togati sorteggiati e otto laici nominati dal Parlamento. L’obiettivo dichiarato è sottrarre la disciplina alle logiche corporative, ma le opposizioni temono un controllo politico sulle carriere e sulle sanzioni: un PM che indaga un potente potrebbe essere giudicato da un organo con maggioranza parlamentare.

    Gli schieramenti

    A favore della riforma sono i partiti della maggioranza di governo – Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, più Azione di Carlo Calenda e gli avvocati penalisti. Contrari sono i partiti di opposizione: Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra più l’Associazione Nazionale Magistrati. Italia Viva di Matteo Renzi si è astenuta.

    Il referendum confermativo

    Il referendum confermativo si terrà tra aprile e giugno 2026, senza quorum. I sondaggi iniziali (YouTrend, 3 novembre) indicano un vantaggio del Sì, al 56%. Nella campagna referendaria tenderanno a sovrapporsi il giudizio sul governo e il confronto di merito sul quesito della consultazione, anche perché la riforma è promossa da un governo che ha un rapporto poco sereno con la magistratura. La riforma tocca l’equilibrio tra i poteri dello Stato, ma tocca anche qualcosa di più profondo: l’idea di giustizia che un Paese sceglie per sé. Tra una promessa suggestiva di efficienza e il valore, più silenzioso ma essenziale, dell’indipendenza della magistratura. È su questa discriminante che le italiane e gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi.

  • Il Manifesto e Giorgia Meloni

    Il Manifesto e Giorgia Meloni

    Il Manifesto sta con Giorgia Meloni? La domanda è di Giuliana Sgrena, che si risponde di sì. Se non il giornale, sicuramente l’autore dell’editoriale di oggi, 01/11/2025: Andrea Colombo. L’autore nega, dice che era sarcastico.

    In effetti, l’articolo è scritto in modo arguto e ironico. Tuttavia, l’ironia si presta all’ambiguità. Può essere usata per accusare, difendere, criticare, comprendere.

    Considerato che a far da sfondo all’editoriale sono i cori fascisti a Parma nella sede dell’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia e l’imbarazzato silenzio di Giorgia Meloni, direi che in questo caso l’ironia è usata per sdrammatizzare. E questo sembra più favorevole che sfavorevole alla presidente del consiglio.

    Per valutare l’accusa di Giuliana Sgrena, possiamo leggere l’articolo di Andrea Colombo sulla base di due questioni.

    1) Nel confronto tra tutti i soggetti presi in giro nell’articolo, alla fine chi esce meglio?

    Giorgia Meloni risulta assai meglio del suo partito: il quale “di voti non ne porta: senza di lei veleggerebbe a stento intorno alla soglia di sbarramento. In compenso appena Meloni gira gli occhi, a qualcuno parte il braccio destro teso quando non si finisce addirittura con la foto ricordo in divisa nazi”.

    Inoltre, Meloni è migliore dei suoi alleati: “uno come Salvini non lo si può neppure silenziare come un fratellino qualsiasi e tocca svegliarsi ogni mattina col brivido di non sapere cosa gli uscirà di bocca”. Tajani è meno problematico, ma nell’articolo è rimosso.

    La “presidentissima” è pure meglio dell’opposizione: “inetta e parolaia com’è prega mattina e sera che dio gliela conservi”.

    Come se non bastasse, la nostra presidente del consiglio non sfigura neppure davanti alle ipocrite cancellerie europee: “dove un barcone carico di poveracci a picco te lo perdonano, ma una frase in odor di fascio o di razzismo giammai”.

    2) Alla fine, in tutto il paesaggio, Giorgia Meloni non è niente male. L’unica a salvarsi nel confronto è Arianna Meloni. E d’altra parte, seconda questione, la premier di male cosa fa?

    Alla peggio, è innocua. “Appena mette mano alla Carta, fosse pure per varare la nipotina di tutte le riforme contrabbandata per «traguardo storico», qualcuno salta su e punta l’indice. Fioccano le accuse di non sopportare lacci, lacciuoli e controlli di sorta”.

    La sua riforma è modesta (immagino sia la separazione delle carriere), lei ne esagera il valore, ma soprattutto sono esagerati e reattivi gli indici puntati contro.

    Il suo autoritarismo è un “progettino”. Non dipende dalla sua cultura reazionaria, è solo un effetto collaterale del quadro desolante e mediocre che la circonda. Se tutti intorno sono degli incompetenti, lei dovrà pure assumersi le sue responsabilità. La si può comprendere. Detto per scherzo.

    Ma quando diciamo o facciamo cose controverse, dirle o farle scherzando non è una rete di protezione?

    L’editoriale (sempre scherzando?) nota che la “bravata” dei giovani coristi di FdI capita proprio quando “la destra meloniana è impegnatissima a sfruttare la tragedia di Gaza per ripulirsi una volta per tutte il dna dall’increscioso incidente storico delle leggi razziali, rovesciando anzi l’infamante accusa di antisemitismo sugli avversari”.

    Qui, parlando sul serio, si potrebbe osservare che l’impegno della destra meloniana, al di là delle sue intenzioni, potrebbe essere valutato al contrario: il dna, invece di ripulirselo, se lo sporca di nuovo, perché per la seconda volta nella sua storia riesce a posizionarsi dalla parte di uno sterminio.

    In conclusione, l’articolo andava cestinato? Era sufficiente dargli la sua giusta collocazione nella pagina dei contributi o, al limite, come corsivo. L’editoriale esprime la linea del giornale. La linea deve essere chiara. Nei corsi di comunicazione insegnano: se volete trasmettere un messaggio chiaro, evitate di essere ironici.

  • La guerra invisibile in Sudan

    La guerra invisibile del Sudan

    La guerra in Sudan è la causa della più grave crisi umanitaria al mondo (Unhcr). Eppure è quasi assente nella copertura mediatica e nell’attenzione internazionale.

    Il conflitto sudanese, iniziato nell’aprile 2023, oppone l’esercito regolare (SAF) alle Forze di Supporto Rapido (RSF), un corpo paramilitare originariamente creato per reprimere le insurrezioni nel Darfur. L’ultimo episodio è la caduta di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, conquistata dalle RSF dopo diciotto mesi di assedio (ottobre 2025). La guerra ha prodotto esecuzioni sommarie, violenze sessuali, attacchi contro civili e ospedali, crimini etnici, tredici milioni di sfollati e carestia in diverse aree del paese. I servizi sanitari sono collassati.

    Lo squilibrio informativo rispetto ad altri conflitti è stato misurato. Secondo un’analisi della piattaforma Point-out, i gli organi d’informazione italiani dedicano in media trenta volte più spazio alla guerra in Ucraina e venti volte più a quella israelo-palestinese. In alcuni giorni, come il 24 febbraio 2024, la sproporzione ha toccato il rapporto di cento a uno (Info Data)

    Questo silenzio dipende anche da un pregiudizio razziale: consideriamo le guerre e le crisi umanitarie africane come un fatto naturale. Le vittime non ci somigliano — hanno la pelle scura, parlano lingue che non capiamo. L’Africa resta nel nostro immaginario il “Paese dei neri”. Le sue tragedie sono raccontate solo quando servono a confermare un cliché: guerre tribali, fame, salvataggi umanitari. Le crisi africane non sono percepite come eventi storici e politici, ma come fatalità ricorrenti, destinate a ripetersi.

    Le guerre africane non si prestano alle nostre narrazioni ideologiche. Nessuna delle fazioni in conflitto appartiene alla nostra “tribù”. La guerra sudanese nasce da una lotta di potere tra due generali già alleati in un golpe, il generale al-Burhan (SAF) e il generale Hemedti (RSF). Nessuno dei due incarna un fronte democratico o progressista, e la complessità del conflitto — con il coinvolgimento di potenze esterne come Egitto, Emirati, Iran e Russia — rende impossibile ridurlo alla dicotomia familiare di “buoni contro cattivi”.

    Non temiamo che dal Sudan possa scaturire una terza guerra mondiale. Il conflitto non tocca direttamente gli interessi strategici di Europa e Stati Uniti. L’Ucraina si trova ai confini dell’Unione Europea, Gaza al centro di una regione da sempre cruciale per la politica americana, per le risorse energetiche e le rotte di approvvigionamento. il Sudan, invece, appare lontano da tutto, irrilevante per le nostre economie e le nostre alleanze.

    Siamo già saturi, quasi assuefatti, dalla guerra in Ucraina e da quella di Gaza. Il nostro carico mentale e morale è esaurito. L’assenza di informazioni e di immagini, l’estrema difficoltà del giornalismo sul campo — oggetto di censura, minacce, arresti, uccisioni — ci impediscono di vedere e di sapere. La maggior parte dei giornali e delle radio sudanesi ha chiuso; per gli inviati stranieri, il rischio di essere imprigionati, torturati o uccisi è altissimo. Senza immagini, non c’è racconto. E senza racconto, non c’è percezione pubblica.

    L’oscuramento della guerra in Sudan ha le sue conseguenze. Il piano umanitario delle Nazioni Unite per il Sudan è finanziato solo al 12%: non ci sono abbastanza fondi per cibo, acqua, rifugi, medicine. Senza la pressione dell’opinione pubblica, i governi non agiscono. Anche la diplomazia internazionale resta immobile: nessun tavolo di pace, nessun cessate il fuoco, nessuna mediazione efficace. In questo modo, la guerra continua, invisibile.

  • Amare gli oppressi senza odiare gli oppressori

    Mezzi e fini. Amare gli oppressi senza odiare gli oppressori

    Al cuore di ogni azione politica ed etica vi è un principio semplice ma decisivo: la coerenza tra mezzi e fini. Non si costruisce la pace con la guerra, né si afferma la giustizia attraverso l’ingiustizia. Se chi si dice pacifista adotta un linguaggio bellicoso, appare incoerente; se un guerrafondaio parla con calma e misura, può sembrare la parte ragionevole, costretta all’estrema ratio. L’integrità di un messaggio dipende anche dai metodi di chi lo incarna.

    La contrapposizione frontale e l’atteggiamento offensivo hanno una funzione precisa: consolidare il fronte interno, dare identità e soddisfare l’ego collettivo. Ma non servono a convincere gli avversari, né ad attrarre gli indecisi, che ne restano contrariati o distanti. È una strategia di coesione, non di espansione. La propaganda bellica dell’altro ci appare assurda proprio perché non è rivolta a noi, ma al suo stesso campo.

    La contrapposizione può essere efficace quando si è più forti, o quando il conflitto può essere risolto con una spallata. Ma quando si è la parte più debole, e la trasformazione richiede tempo, la strategia deve basarsi sulla pazienza, sulla resilienza e sulla crescita. Il tempo diventa un’arma: mentre il forte deve sostenere il costo del conflitto, il debole può logorarlo, modificando lentamente i rapporti di forza.

    Per i movimenti fondati sulla solidarietà, la qualità essenziale è l’empatia. Ma anche questa deve essere misurata. Le vittime di un’oppressione hanno buone ragioni per odiare; chi solidarizza con loro, no. Un’immedesimazione totale può compromettere la lucidità di chi vuole essere utile. Il compito del solidale non è specchiare l’odio, ma offrire una prospettiva costruttiva: amare gli oppressi senza odiare gli oppressori, per contribuire alla giusta soluzione del conflitto e alla successiva convivenza.

    Agire coerentemente significa questo: combattere per un mondo nuovo con mezzi che già lo anticipano. Perché il fine è racchiuso nel cammino che si intraprende.

  • La democrazia è a rischio quando l’estrema destra è al governo

    La democrazia è a rischio quando l'estrema destra è al governo

    Non è affatto sbagliato dire che la democrazia è a rischio quando l’estrema destra è al governo. Anche in assenza di un colpo di stato imminente, si diffonde la tossicità del dibattito pubblico e si intaccano la libertà di stampa, l’indipendenza della magistratura, la libera iniziativa delle opposizioni, dei sindacati, dei movimenti sociali.

    La democrazia non è semplicemente governo della maggioranza, ma un sistema di pesi e contrappesi che protegge i diritti di tutti, comprese le minoranze. Quando parliamo di “rischio per la democrazia”, facciamo riferimento proprio a quegli elementi che distinguono una democrazia liberale da un sistema maggioritario illiberale.

    L’idea che il vincitore delle elezioni “comandi” non è democratica: è una visione plebiscitaria, facilmente illiberale. Il potere non si concentra mai in un solo organo. L’esecutivo non comanda sul parlamento né sulla magistratura: i poteri si controllano e si bilanciano a vicenda. Nessuno, nemmeno il governo più votato, è al di sopra della legge.

    I diritti fondamentali — libertà di stampa, di assemblea, di opinione — non sono concessioni della maggioranza, ma limiti invalicabili alla sua volontà.

    Una democrazia sana richiede una società civile viva: sindacati liberi, media indipendenti, opposizioni che possano operare senza ostacoli. Questi corpi intermedi assicurano il controllo del potere e un dibattito pubblico informato.

    I governi di estrema destra tendono invece a una concezione plebiscitaria del potere: minano la divisione dei poteri e delegittimano chi esercita il proprio ruolo nel giornalismo, nella magistratura, nell’opposizione. Criminalizzano minoranze politiche, etniche e culturali; identificano il governo con la nazione, così che chi si oppone non è più un avversario politico, ma un nemico della patria. Un traditore. È il terreno di una guerra civile simbolica e psicologica.

    L’erosione dei principi democratici svuota lentamente il sistema dall’interno. Ma può anche accadere qualcosa che fa precipitare la situazione: un attentato, una guerra, una crisi economica, o il rifiuto della sconfitta elettorale. Sono momenti che non si annunciano. Per questo la denuncia dei rischi può apparire allarmistica finché non è troppo tardi per evitare l’autoritarismo.

  • I prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane

    I prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane

    Dopo lo scambio dei prigionieri del 13 ottobre 2025 — in cui Israele ha rilasciato circa duemila reclusi palestinesi in cambio di venti ostaggi israeliani detenuti da Hamas — il numero complessivo di palestinesi nelle carceri israeliane è sceso a circa 9.100–9.400 persone. Prima di questo accordo, a inizio ottobre, i detenuti erano circa 11.056, secondo le organizzazioni HaMoked e Mondoweiss, anche se le cifre possono variare per nuovi arresti, rilasci o decessi in custodia: almeno 77 palestinesi sono morti dal 7 ottobre 2023.

    Le prigioni e la geografia della detenzione

    I prigionieri palestinesi sono rinchiusi in diverse strutture del Servizio Penitenziario Israeliano, spesso lontane dai territori occupati, il che rende difficili le visite familiari. Tra le principali: Ofer vicino a Ramallah, usata per detenzioni amministrative e processi militari; Ktzi’ot nel Negev, una delle più grandi, che ospita migliaia di detenuti inclusi quelli da Gaza; Nafha, anch’essa nel Negev, nota per le condizioni severe; Megiddo nel nord, dove sono rinchiusi molti minori e prigionieri della Cisgiordania; Ramon per i casi di alto profilo; Damon, nel nord, dedicata soprattutto alle donne. A queste si aggiungono Gilboa, Ashkelon, Hasharon, Hadarim e la base militare di Sde Teiman, dove sono detenuti palestinesi di Gaza classificati come “combattenti illegali”.

    Composizione e profili dei detenuti

    La maggior parte dei prigionieri è composta da uomini adulti, che rappresentano il 95-98% del totale. Le donne sono tra 40 e 80, inclusa almeno una detenuta di Gaza, Siham Abu Salem. I minori, tra 200 e 300, vengono spesso arrestati per azioni come il lancio di pietre o la partecipazione a proteste, con detenzioni medie di 16-17 giorni.

    Circa il 25-30% dei detenuti da Gaza è considerato miliziano o affiliato a gruppi armati come Hamas o Jihad Islamica, mentre il 70-75% sono civili comuni, fermati per proteste, legami politici o senza accuse precise. In generale, il 40% degli uomini palestinesi sotto occupazione è passato almeno una volta per il carcere israeliano.

    Condanne e detenzioni amministrative

    Solo il 15-20% dei detenuti ha ricevuto una condanna vera e propria, con pene da pochi mesi all’ergastolo per reati di sicurezza giudicati da corti militari. Il 30-35% è in detenzione amministrativa, senza processo o accuse formali, basata su presunte prove segrete e rinnovabile ogni 3-6 mesi. Il resto è in attesa di giudizio o sotto indagine.

    La durata media della detenzione amministrativa è di un anno, ma può prolungarsi indefinitamente. Le condanne variano da 1-5 anni per casi minori a oltre 10 anni per i miliziani. I minori restano in media 16-17 giorni, mentre la durata complessiva di un ciclo di detenzione è di 1-2 anni, con casi estremi fino a 24 anni.

    Dal 1967, anno dell’occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, almeno un milione di palestinesi sono passati per le carceri israeliane — secondo Addameer e il Palestinian Prisoners’ Society — in quella che molte organizzazioni per i diritti umani definisce una forma di controllo sistematico dell’occupazione.

    Condizioni di vita e abusi documentati

    Le condizioni di detenzione sono drammaticamente peggiorate dopo il 7 ottobre 2023. Testimonianze e rapporti di Human Rights Watch, Amnesty International e B’Tselem descrivono abusi sistematici, sovraffollamento e privazioni: percosse, legature estreme, umiliazioni fisiche e verbali, esposizione a rumori assordanti per giorni, e — in casi documentati — stupri di gruppo e violenze sessuali, soprattutto nella base di Sde Teiman, definita da osservatori ONU un “campo di tortura”.

    Almeno 75 palestinesi, inclusi bambini e donne, sono morti in detenzione dal 2023, spesso per malnutrizione, torture o mancanza di cure mediche. Esperti ONU parlano di “crimini contro l’umanità”, denunciando un clima di impunità totale: le indagini israeliane sono rare e inefficaci, in violazione delle Convenzioni di Ginevra e della Convenzione contro la Tortura.

    Sovraffollamento e privazioni materiali

    Le carceri israeliane non sono più in grado di contenere i detenuti. Già prima del 2023, celle progettate per 5-6 persone ne ospitavano fino a 12; oggi, con oltre 9.000 palestinesi rinchiusi, il Servizio Penitenziario Israeliano ha dichiarato uno stato di emergenza. In strutture come Nafha, Ofer e Ktzi’ot, i detenuti dormono su materassi a terra in spazi inferiori ai 3 m² per persona, violando una sentenza della Corte Suprema israeliana del 2017.

    Le condizioni igieniche favoriscono malattie cutanee e respiratorie, mentre i trasferimenti improvvisi in campi temporanei peggiorano ulteriormente la situazione.

    Anche il cibo è diventato un mezzo di punizione. Dal 2023, le razioni si sono ridotte a tre cucchiai di riso o fagioli secchi al giorno, con pane e yogurt come colazione. La Corte Suprema israeliana, nel settembre 2025, ha riconosciuto che lo Stato viola il dovere legale di fornire tre pasti nutrienti quotidiani, ma le restrizioni imposte dal ministro Itamar Ben-Gvir restano in vigore, nonostante gli appelli dell’ONU.

    Assistenza legale e isolamento

    L’accesso alla difesa legale è gravemente limitato. Circa il 37% dei minori è detenuto senza accuse, e dal 2023 le visite degli avvocati sono sistematicamente ostacolate o annullate. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa non ha più accesso regolare alle carceri. Organizzazioni come HaMoked e Addameer offrono assistenza pro bono, ma subiscono restrizioni, divieti e accuse di “terrorismo”. L’ONU definisce questo isolamento una forma di punizione disumana.

    Figure simboliche della resistenza

    Tra i prigionieri più noti rimasti dopo lo scambio del 13 ottobre spiccano:

    • Marwan Barghouti, leader di Fatah e figura chiave delle due Intifade, condannato nel 2004 a cinque ergastoli.
    • Ahmed Saadat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), condannato nel 2008 a 30 anni per il suo coinvolgimento nell’assassinio del ministro israeliano Rehavam Zeevi.
    • Abdallah Al-Barghouti, militante di Hamas, condannato nel 2004 a 67 ergastoli.
    • Ibrahim Hamed, ex comandante di Hamas in Cisgiordania, con 54 ergastoli dal 2006.
    • Hassan Salama, di Gaza, con 48 ergastoli dal 1996.
    • Dr. Iyad Abu Safiya, medico e direttore dell’ospedale Al-Awda, detenuto senza accuse formali in via amministrativa.

    Queste figure, viste da Israele come terroristi, restano per molti palestinesi simboli di resistenza e leadership. Il loro rilascio dipenderà da futuri scambi di prigionieri o decisioni politiche, non da percorsi giudiziari ordinari.

    Reazioni e campagne internazionali

    I processi contro i principali detenuti palestinesi – tra cui Marwan Barghouti, Ahmed Saadat, Abdallah Al-Barghouti, Ibrahim Hamed e Hassan Salama – sono stati contestati da organizzazioni per i diritti umani per gravi violazioni delle garanzie processuali. Amnesty International, B’Tselem e Human Rights Watch denunciano l’uso sistematico di confessioni estorte sotto coercizione, l’assenza di prove materiali dirette e il ricorso a “prove segrete” non accessibili alla difesa. Nelle corti militari israeliane, dove il tasso di condanna dei palestinesi supera il 99%, i giudici sono ufficiali dell’esercito e i processi avvengono spesso a porte chiuse, senza pieno diritto alla difesa. Secondo l’ONU, questo sistema viola gli standard internazionali di equità e la Quarta Convenzione di Ginevra, che tutela i detenuti nei territori occupati. Israele sostiene che le corti militari siano necessarie per motivi di sicurezza, ma le indagini su abusi restano eccezionali e raramente efficaci.

    Diverse reti globali, come la Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network, il Collettivo Palestine Vaincra e Defence for Children International – Palestine, promuovono campagne per la liberazione dei detenuti, in particolare di Marwan Barghouti e dei minori. Amnesty International ha definito migliaia di prigionieri palestinesi “moneta di scambio” e chiede il rilascio immediato di chi è detenuto arbitrariamente. Human Rights Watch e l’Associazione per i Diritti Civili in Israele hanno ottenuto vittorie legali parziali, come la sentenza contro le restrizioni alimentari, ma le violazioni continuano.

  • Gli ostaggi israeliani potevano essere liberati prima e salvati tutti

    Il 13 ottobre 2025 Hamas ha liberato circa venti ostaggi israeliani, gli ultimi sopravvissuti tra oltre 250 catturati nell’attacco del 7 ottobre 2023. In cambio, Israele ha rilasciato quasi duemila prigionieri palestinesi, secondo l’accordo mediato dagli Stati Uniti con il coinvolgimento di Egitto, Qatar e Turchia. (Npr)

    Gli ostaggi, trattenuti per 738 giorni nei tunnel di Gaza, sono stati consegnati alla Croce Rossa e poi alle forze israeliane. Hamas ha accettato lo scambio sotto la pressione della distruzione di Gaza City; Israele, sotto quella delle proteste interne e delle pressioni internazionali, soprattutto quelle americane.

    L’intesa, firmata tra Israele e Hamas il 9 ottobre in Egitto, avvia una tregua che potrebbe chiudere due anni di devastazione. Ma apre una domanda: perché non è arrivata prima? Gli ostaggi israeliani potevano essere liberati molto prima — e potevano essere liberati tutti.

    Ottobre 2023 – Israele rifiuta l’offerta di Hamas

    Subito dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, Hamas propone la liberazione immediata di tutti i civili catturati in cambio dell’impegno israeliano a non invadere Gaza.

    L’offerta, trasmessa tra il 9 e il 10 ottobre tramite canali qatarioti, mirava a evitare l’offensiva terrestre. Il governo Netanyahu la respinse senza esitazioni, preferendo la distruzione di Hamas all’accordo. Il rifiuto, fu rivelato mesi dopo dall’ex portavoce del Forum delle Famiglie degli Ostaggi, Haim Rubinstein. (Times of Israel)

    Novembre 2023 – La tregua di sette giorni

    Tra il 24 novembre e il primo dicembre 2023, un accordo mediato da Qatar, Egitto e Stati Uniti consente a Hamas di liberare 105 ostaggi, in cambio di 240 prigionieri palestinesi. (ABC)

    Quando emergono dispute sulla liberazione di due soldatesse, che Hamas sostiene di non riuscire a localizzare, Israele accusa Hamas di violare l’intesa e riprende i bombardamenti.

    Maggio 2024 – Il piano Biden respinto

    Il 31 maggio 2024 Joe Biden presenta un piano in tre fasi: rilascio graduale di tutti gli ostaggi, ritiro israeliano da Gaza e ricostruzione del territorio. Hamas accetta, Israele rifiuta.

    Il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, leader dell’estrema destra di Otzma Yehudit, minaccia di dimissioni e di far cadere la coalizione se l’intesa passa, vantandosi poi pubblicamente di averla sabotata. Insieme a Bezalel Smotrich, Ben-Gvir impone veti nel gabinetto di sicurezza, ignorando l’urgenza umanitaria e le pressioni familiari degli ostaggi. Secondo resoconti israeliani, questo stallo causa la morte di sei ostaggi, uccisi in tunnel bombardati durante le operazioni militari riprese a Rafah e Khan Younis. (JPost)

    Netanyahu definisce l’accordo “inaccettabile” perché non prevede lo smantellamento completo di Hamas. Analisti come Charlie Herbert stimano che l’accordo avrebbe potuto liberare tutti i superstiti entro l’estate.

    Ottobre 2024 – L’accordo Baskin ignorato

    Un anno prima della liberazione finale, Hamas accetta integralmente un “Three Weeks Deal” proposto dal negoziatore israeliano Gershon Baskin: rilascio completo degli ostaggi in tre settimane, cessazione della guerra, cessione del controllo di Gaza a un governo civile tecnico. (Npr)

    Netanyahu rifiuta, temendo di apparire debole e di perdere il sostegno della destra. L’amministrazione Biden, già distratta dalle elezioni, non interviene. L’occasione si perde, e la guerra prosegue a Rafah e Jabalia.

    Gennaio–Marzo 2025 – La tregua interrotta

    Tra il 19 gennaio e il 2 marzo 2025 una tregua di 42 giorni, mediata da Egitto, Qatar e Stati Uniti, porta alla liberazione di 33 ostaggi e di mille prigionieri palestinesi.

    Alla fine della prima fase, Israele rifiuta di passare alla seconda, che avrebbe previsto la liberazione dei soldati e il ritiro totale delle truppe. Netanyahu esige la resa di Hamas, mentre l’amministrazione Trump appena insediata appoggia la linea dura. La guerra riprende con i bombardamenti su Gaza con un’intensità senza precedenti, proprio durante il primo giorno del Ramadan, un mese sacro per i musulmani, facendo subito un migliaio di vittime.

    Aprile 2025 – La tregua di cinque anni respinta

    Hamas propone una tregua di cinque anni, offrendo il rilascio di tutti i superstiti in cambio della fine delle ostilità e di garanzie per la ricostruzione di Gaza. (France24)

    Israele respinge la proposta come “inaccettabile” perché non prevede la demilitarizzazione di Hamas. Netanyahu, pressato dall’estrema destra, sceglie l’offensiva “Carri di Gedeone” invece del negoziato.

    Luglio 2025 – Il ritiro da Doha

    Verso la fine di luglio, un accordo, mediato dal palestinese-americano Bishara Bahbah, sembra imminente. Hamas accetta una tregua di 60 giorni e lo scambio di tutti i superstiti per migliaia di prigionieri palestinesi. (Newsweek)

    Ma Israele si ritira all’ultimo dalle trattative, preferendo rilanciare “Operation Gideon’s Chariots II”. Secondo i mediatori qatarioti, l’intesa avrebbe potuto chiudere la crisi ad agosto.

    Agosto–Settembre 2025 – Il sabotaggio di Doha

    Ad agosto, Hamas offre di liberare quindici ostaggi vivi in cambio di 800 prigionieri e una tregua di 45 giorni. Netanyahu rifiuta, pretendendo il rilascio di tutti, vivi e morti.

    Pochi giorni dopo, il 9 settembre, un raid israeliano su un quartiere di Doha tenta di uccidere la delegazione negoziale di Hamas, ma fallisce, uccide comunque cinque persone tra cui il figlio del negoziatore Khalil al-Hayya. Il Qatar denuncia “terrorismo di Stato”. L’attacco fa saltare i colloqui. (Il Post)

    Il modello che si ripete

    Le otto occasioni mancate per liberare gli ostaggi israeliani tra il 2023 e il 2025 seguono un modello chiaro: Israele privilegia la guerra o tregue brevi per recuperare ostaggi senza cedere sul proseguimento della guerra fino al raggiungimento dei suoi obiettivi, mentre Hamas cerca accordi che conducano a una pace definitiva, con scambio di prigionieri, ripresa degli aiuti e ritiro israeliano da Gaza.

    La responsabilità politica

    La colpa primaria della condizione degli ostaggi resta di Hamas che li ha rapiti. Ma la responsabilità politica di non aver privilegiato la loro liberazione ricade sul governo israeliano.

    Per due anni, il movimento delle famiglie degli ostaggi ha denunciato Netanyahu, accusandolo di anteporre la sopravvivenza della sua coalizione alle vite dei propri cittadini.

    La destra di Ben-Gvir e Smotrich ha imposto veti che hanno bloccato ogni intesa possibile.

    Così, mentre la guerra devastava Gaza e gli ostaggi morivano nei tunnel, la politica israeliana ha sacrificato i propri cittadini per un obiettivo irraggiungibile: la distruzione totale di Hamas. L’obiettivo ufficiale.