Autore: Massimo Lizzi

  • Il falso muove la ricerca del vero

    Il falso muove la ricerca del vero. Post-Verità e realtà parallela.

    Nella discussione sul post dedicato a No Other Land, nel tratto in cui diventa un flame, ho letto questa frase: “È vero che la discussione non dovrebbe mai trascendere. Però un interlocutore in evidente malafede risponderà negando anche l’evidenza”. Tuttavia, nel tempo della post-verità, è molto difficile distinguere una persona in malefede da una persona che vive in una realtà parallela.

    La frase sopra citata presuppone che esista un’evidenza oggettiva, condivisa e riconoscibile da chiunque sia in buona fede. Funzionava meglio in un’epoca in cui le fonti di informazione erano poche, relativamente omogenee e c’era ancora un minimo di terreno comune sui fatti basilari.

    Oggi invece le “evidenze” sono spesso mediate da algoritmi che mostrano a ognuno una versione diversa della realtà. Esistono intere comunità che vivono in ecosistemi informativi quasi stagni, con fonti proprie, fact-checker propri, esperti propri. Per loro, l’“evidenza” è davvero un’altra. La disinformazione professionale ha raggiunto livelli di sofisticazione tali che a volte è più conveniente e socialmente premiato “credere” alla versione alternativa. Molti negano fatti non perché siano cinici e in malafede, ma perché ammettere quei fatti farebbe crollare l’intero castello identitario su cui hanno costruito la propria visione del mondo. È un meccanismo psicologico (dissonanza cognitiva) più che una scelta morale.

    Come risultato abbiamo due fenomeni che dall’esterno appaiono identici. Persona A sa perfettamente che X è vero ma finge che sia falso per interesse, potere, trollaggio, appartenenza tribale, è la malafede classica. Persona B è sinceramente convinta che X sia falso perché da dieci anni legge solo fonti che lo dicono, è circondata da gente che lo ripete e ha sviluppato anticorpi emotivi contro chi dice il contrario, è la realtà parallela.

    Il comportamento pubblico è lo stesso: nega l’evidenza (la nostra evidenza). L’unica differenza è interiore e, nella stragrande maggioranza dei casi, inaccessibile a noi. Questo rende il flame praticamente inutile per “smascherare” la malafede: chi è in malafede riderà sotto i baffi, chi è in buona fede si sentirà aggredito e si radicalizzerà ulteriormente. Alla fine l’accusa di malafede è diventata solo un altro segno tribale, un modo per dire “sei dei loro, non dei nostri”.

    In pratica, oggi distinguere i due casi è possibile solo in rari casi: quando la persona cambia improvvisamente posizione appena cambia l’incentivo; quando c’è una registrazione privata in cui ammette di sapere la verità ma di doverla negare pubblicamente.

    Negli altri 99% dei flame online, si tratta solo della contrapposizione tra due persone che vivono in due film diversi, convinti che l’altro stia mentendo spudoratamente.

    Ad ogni modo, le persone che dicono il falso, o per malafede o perché vivono in una realtà falsata, danno comunque un contributo alla verità, perché inducono la controparte, almeno quella più costruttiva, a confutarli e a ricostruire una versione veritiera o quantomeno realistica. Infatti, le situazioni sulle quali nessuno mente o dice il falso, sono spesso ignorate anche nella loro verità. Sappiamo molte più cose sull’Ucraina e su Gaza, dove in tanti dicono il falso, che non sul Sudan o sul Congo, dove nessuno mente e tutti ignorano il vero.

    Per paradosso, la menzogna di massa (o la realtà parallela di massa) finisce per funzionare come un faro che attira attenzione, ricerca, contro-narrazione, fact-checking, reportage indipendente, archivi, testimonianze.

    Ucraina e Gaza sono iper-documentate non nonostante la quantità industriale di falsi, ma proprio grazie ad essa. Ogni fake smentito costringe qualcuno a produrre prove più solide, a scavare più a fondo, a tradurre documenti, a geolocalizzare video, a ricostruire cronologie minuto per minuto. Il risultato è che oggi abbiamo una quantità di dati verificabili (satellitari, OSINT, testimonianze incrociate) su quei due conflitti che probabilmente supera, in volume e dettaglio, qualunque guerra del Novecento.

    In Sudan e in Congo invece regna il silenzio informativo quasi totale. Non perché lì tutti dicano “la verità” (anche lì ci sono propaganda e narrazioni di parte), ma perché la menzogna non è abbastanza clamorosa, organizzata o polarizzante da scatenare la reazione globale. Nessuno ha interesse a investire risorse per smentire o confermare, quindi l’intero teatro rimane nell’ombra. Muoiono centinaia di migliaia di persone e il mondo sa poco o nulla, perché non c’è una “controparte” abbastanza motivata da illuminare il campo di battaglia con la propria contro-propaganda.

    In altre parole, la menzogna ad alto volume crea l’antidoto (la verifica ossessiva), la verità a basso volume non crea nulla, nemmeno se stessa. È un meccanismo perverso, ma reale. La post-verità, a volte, diventa il solo ambiente nel quale desideriamo cercare e documentare la verità.

  • La guerra civile in Sudan e la caduta di El Fasher

    La guerra civile in Sudan e la caduta di El Fasher

    La guerra civile in Sudan è una tragedia molto sottovalutata dall’attenzione internazionale, nonostante la sua scala devastante. Iniziata ad aprile 2023, oppone le Forze Armate Sudanese (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, alle Forze di Supporto Rapido (RSF), paramilitari comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti). I due leader, un tempo alleati nel colpo di stato del 2021 che ha interrotto la transizione democratica post-Bashir, ora si contendono il controllo assoluto del potere, con accuse reciproche di tradimento e ambizioni dittatoriali.

    Il contesto del conflitto

    La scintilla è stata la rivalità per l’integrazione delle RSF nell’esercito regolare, ma il conflitto ha radici profonde nelle tensioni etniche, tribali e nella gestione delle risorse, specialmente nel Darfur – regione già segnata dal genocidio degli anni 2000, in cui le RSF hanno origine dalle milizie Janjaweed. Oggi, la guerra ha causato oltre 150.000 morti, 12 milioni di sfollati interni e rifugiati (il 25% della popolazione), e ha distrutto infrastrutture essenziali come ospedali, scuole e sistemi idrici.

    La catastrofe umanitaria

    Si tratta di una “grande catastrofe umanitaria”. L’ONU stima che 25 milioni di sudanesi soffrano di insicurezza alimentare acuta, con carestie dichiarate in campi come Zamzam (vicino a El Fasher) già da agosto 2025. Nel Darfur, le RSF sono accusate di genocidio contro gruppi non arabi come i Masalit – gli USA lo hanno formalmente riconosciuto a gennaio 2025, con migliaia di morti in massacri come quelli a El Geneina. Rapporti ONU e di MSF descrivono stupri sistematici, rapimenti di bambini, e un “inferno” di fame e malattie: nel campo di Tawila, ad esempio, la malnutrizione ha raggiunto livelli “stupefacenti”, con operazioni di aiuto sull’orlo del collasso per mancanza di accesso e fondi (solo il 20% dei bisogni coperti).

    La caduta di El Fasher: una svolta cruciale

    La recente caduta di El Fasher, capitale del Nord Darfur, ha finalmente attirato un po’ più di riflettori. Dopo un assedio di 18 mesi (oltre 500 giorni), le RSF l’hanno conquistata il 26 ottobre 2025, ponendo fine all’ultimo bastione SAF nella regione. Questo segna un punto di non ritorno: le RSF controllano ora tutte le cinque capitali statali del Darfur, consolidando il loro dominio su un quarto del territorio sudanese e aprendo la strada a un possibile “partition” est-ovest del paese. Testimoni oculari, come una donna sfollata intervistata da Al Jazeera, descrivono esecuzioni sommarie davanti agli occhi dei familiari, con migliaia intrappolati o in fuga verso campi sovraccarichi come Tawila o Qarni, affrontando “l’inferno” di violenza etnica e fame.

    Le conseguenze immediate sono agghiaccianti: l’ONU denuncia “atrocità inimmaginabili”, con le RSF accusate di bruciare e seppellire corpi per occultare prove di massacri (fino a migliaia di morti). Donne e bambini sono particolarmente colpiti, con rapporti di stupri e abduzioni. Sul fronte militare, le RSF stanno spingendo verso est in Kordofan, catturando città come Bara e lanciando droni su Port Sudan (base SAF), mentre l’esercito resiste in enclave come Al-Khiwai. Un cessate il fuoco USA proposto a inizio novembre è stato accettato dalle RSF, ma l’SAF lo ha condizionato al ritiro dalle città – e la violenza continua.

    L’attenzione internazionale: un velo di silenzio

    Il conflitto rimane “sullo sfondo”. Conferenze come quella di Doha (novembre 2025) o Londra (prima metà dell’anno) hanno prodotto appelli, ma senza azioni concrete. Fattori geopolitici complicano tutto: le RSF ricevono armi dagli Emirati Arabi Uniti (con rotte via Ciad, come rivelato da rapporti ONU), mentre l’SAF è sostenuta da Egitto, Iran e Turchia. Il segretario ONU Guterres ha definito la situazione “fuori controllo”, paragonandola al genocidio darfuriano del 2003-2005, ma i fondi umanitari sono inadeguati. Voci come Radio Dabanga o attivisti sudanesi amplificano le storie di sfollati, ma il mainstream globale è distratto da altri teatri.

    Questa svolta a El Fasher potrebbe accelerare i negoziati – l’ICC sta raccogliendo prove per i processi – ma senza pressione internazionale (sanzioni, corridoi umanitari forzati), il rischio è una frammentazione permanente del Sudan, con Darfur come “capitale mondiale della sofferenza umana”. Ignorare questi conflitti, nella speranza che si estinguano da soli, non li risolve, li lascia degenerare con conseguenze imprevedibili per tutti.


    Rapporto ONU su aiuti e sfollati intrappolati: Un articolo di UN News del 15 novembre 2025 che descrive la fuga di quasi 100.000 persone da El Fasher e l’urgenza di accesso umanitario. news.un.org/en/

    Negoziati ONU con RSF per accesso a El Fasher: Un pezzo del New York Times del 18 novembre 2025 su un alto funzionario ONU che ha ottenuto promesse di aiuti e indagini su atrocità. www.nytimes.com

    Rischi di un nuovo assedio a El-Obeid: Un’analisi di Al Jazeera del 17 novembre 2025 sul redeploy RSF verso Kordofan e le paure di civili sfollati. www.aljazeera.com

    Rapporto OHCHR su esecuzioni sommarie e violazioni in El Fasher e Bara: Un comunicato ufficiale dell’ONU del 28 ottobre 2025 che documenta le atrocità iniziali delle RSF, inclusi video di esecuzioni e appelli per protezione civile. www.ohchr.org/en/

    Battaglie in Kordofan mentre l’esercito resiste all’avanzata RSF: Un articolo di Al Jazeera del 17 novembre 2025 sulle offensive RSF verso El-Obeid, con dettagli su danni da droni e spostamenti in Babnusa. www.aljazeera.com

  • Il contesto di No Other Land

    Il contesto di No Other Land

    Il film documentario

    No Other Land è un film documentario del 2024 diretto, prodotto, scritto e montato da un collettivo israelo-palestinese formato da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor (che ha curato anche la fotografia) ed Hamdan Ballal. È stato premiato con l’Oscar al miglior documentario ai premi Oscar 2025. Girato nell’arco di cinque anni, dal 2019 al 2023, documenta gli sforzi di Basel Adra ed altri attivisti palestinesi di opporsi alla distruzione del loro villaggio natale di Masafer Yatta, situato nel governatorato di Hebron in Cisgiordania, da parte delle forze di difesa israeliane (IDF), che vogliono costruirci un poligono di tiro e zona d’addestramento militare. Il docufilm, trasmesso il 15 novembre 2025, su Rai 3, dopo molti rinvii è adesso disponibile su RaiPlay.

    La polemica sul contesto

    Sui social, alcune fonti filo-israeliane, mediante video reels, hanno attaccato “No Other Land” con l’accusa di essere un documentario di propaganda, che mostra scene strazianti di soldati israeliani che demoliscono case e scuole palestinesi, mentre donne e bambini protestano e cercano di resistere, senza però citare il contesto di questi avvenimenti. In verità, il docufilm espone una sua versione del contesto: l’esercito israeliano usa il pretesto del campo di addestramento militare, per impedire l’espansione degli insediamenti palestinesi e per sgomberare quelli esistenti, in un processo di lenta espulsione della popolazione nativa. Ma secondo i filo-israeliani, il contesto è semplicemente legale. Il villaggio di Masafer Yatta si trova nell’area C della Cisgiordania, assegnata all’amministrazione israeliana dagli accordi di Oslo II del 1995. Le case palestinesi sono state costruite abusivamente e perciò vengono demolite, come lo sarebbero quelle dei coloni israeliani.

    L’occupazione e la colonizzazione israeliana

    Questa ricostruzione del contesto è a sua volta omissiva. Il primo quadro di contesto da nominare è l’occupazione e la colonizzazione israeliana della Cisgiordania, ritenuta illegale dal diritto internazionale. La stragrande maggioranza degli Stati, dell’ONU, della Corte Internazionale di Giustizia (parere 2004 sul Muro) e delle principali organizzazioni per i diritti umani considera l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi (Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est) protratta oltre il 1967 come illegale nella misura in cui è diventata permanente e non temporanea. La Risoluzione 242 (1967) e successive (2334 del 2016, tra le tante) chiedono il ritiro israeliano dai Territori Palestinesi. La Quarta Convenzione di Ginevra (art. 49.6) vieta espressamente il trasferimento della popolazione dell’occupante nei territori occupati → gli insediamenti civili israeliani in Cisgiordania sono quindi considerati illegali dal diritto internazionale (posizione condivisa anche da UE, ONU, Amnesty, HRW, B’Tselem, e da molti giuristi israeliani di spicco).

    Oslo II: un regime interinale divenuto permanente

    L’accordo siglato dalle parti nel settembre 1995, noto anche come Oslo II, divideva la Cisgiordania a macchia di leopardo in tre tipi di zone: zona A, sotto il controllo palestinese; zona B, sotto il controllo congiunto israelo-palestinese; zona C, sotto il controllo israeliano. L’accordo, però, era interinale, doveva durare cinque anni (fino al 1999) e portare a un accordo finale sullo status permanente, che implicava il ritiro israeliano e la costituzione dello Stato palestinese. Ma, Israele non si è mai ritirato, anzi durante i cinque anni, ha ampliato la presenza dei coloni e, dopo il fallimento di Camp David/Taba, la Seconda Intifada, ha congelato il processo di pace. Usare quindi l’Area C di Oslo per giustificare una situazione permanente è giuridicamente troppo debole: è come prendere una misura “temporanea” di 30 anni fa e farla diventare definitiva.

    L’illegalità delle demolizioni

    Le demolizioni di case palestinesi in Cisgiordania da parte dell’esercito israeliano sono in ogni caso illegali. La Quarta Convenzione di Ginevra (art. 53) vieta la distruzione di proprietà private da parte della potenza occupante salvo assoluta necessità militare. Le demolizioni per “mancanza di permesso di costruzione” sono considerate punizioni collettive e violazioni gravi da quasi tutti gli organismi internazionali (Rapporti ONU, Corte Europea dei Diritti Umani, ICJ, Amnesty, HRW, anche da B’Tselem e Yesh Din israeliane). Israele è l’unico Stato al mondo che applica il proprio diritto urbanistico interno a una popolazione occupata che non ha cittadinanza né diritto di voto: non è una situazione giuridica accettabile.

    Tanto più che ai palestinesi sotto occupazione è sostanzialmente negata la possibilità di poter costruire “legalmente” le proprie case. I numeri sono impietosi (dati ufficiali israeliani e B’Tselem 2019-2024): Tra il 2016 e il 2022 sono state presentate circa 6.500 richieste di permessi di costruzione palestinesi in Area C. Ne sono state approvate meno del 2% (circa 100-120). Nello stesso periodo, i piani regolatori approvati per gli insediamenti israeliani sono stati centinaia. È quindi un sistema che di fatto impedisce quasi totalmente lo sviluppo palestinese mentre favorisce quello israeliano.

    La legge israeliana come strumento di dominio territoriale

    Questo è il motivo per cui ONG israeliane e internazionali parlano di “pianificazione discriminatoria” e di strumento per modificare la demografia. Molti osservatori (inclusi ex-primi ministri israeliani come Ehud Olmert ed Ehud Barak) parlano di “trasferimento silenzioso” o “spostamento forzato indiretto”. Le demolizioni, gli ordini di evacuazione, la revoca di permessi di soggiorno a Gerusalemme Est, la barriera di separazione che ha annesso de facto terreno, sono visti da molti come strumenti per ridurre la presenza palestinese e creare continuità territoriale israeliana.

    Se il contesto generale, l’occupazione e la colonizzazione israeliana dei Territori Palestinesi, è illegale, tutto ciò che ne deriva, tutto ciò che è commesso da Israele nei Territori Palestinesi, è illegale. La prima cosa abusiva in Cisgiordania è la legge israeliana. In nome della quale si cerca di dare copertura legale nei Territori Occupati ai crimini commessi da Israele contro la popolazione palestinese.

  • Roma, un ingorgo di automobili contro le piste ciclabili

    Roma, un ingorgo di auto contro le piste ciclabili

    Fratelli d’Italia aveva annunciato per oggi, 16 novembre 2025, una sfilata di automobili a Roma per denunciare la “mobilità al collasso” e contestare la politica della giunta democratica: più piste ciclabili, limiti ai veicoli inquinanti, e dal 2026 il limite di 30 km/h in tutta la ZTL del centro. La manifestazione, però, è fallita per eccesso di successo: erano previste cento auto, se ne sono presentate trecento. Farle sfilare avrebbe paralizzato il traffico. Paradossalmente, se fosse stato un corteo a piedi sarebbe fallito per scarso numero di partecipanti.

    Questo esito buffo mette in scena il problema reale: l’ingombro. Le auto sono troppe e troppo grandi per una città densa come Roma. Occupano 10–15 m² in movimento e enormi quantità di spazio pubblico quando sono parcheggiate. A Roma circolano 2,8 milioni di auto per 2,8 milioni di abitanti. Significa che lo spazio finisce prima ancora di muoversi. Così, il 70% della superficie pubblica del centro è dedicato alle auto, contro un 2–3% riservato alle biciclette.

    A questo si aggiunge il resto: le auto producono il 60–70% degli ossidi di azoto e un quarto delle PM10. Ogni anno provocano a Roma circa cento morti e ventimila feriti. La bici non è pericolosa: è l’auto a renderla tale, specie se pesa una tonnellata e viaggia a 50 km/h. Il limite dei 30 km/h riduce gli incidenti del 30% e l’inquinamento locale, ma senza alternative solide viene percepito come punitivo.

    Il punto è proprio questo: non difendere la libertà di usare l’auto, ma rendere conveniente tutto il resto. E invece FdI, che governa il Paese e guida l’opposizione in Campidoglio, ha tagliato i fondi per le metropolitane (-20% tra 2024 e 2025), ha bloccato gli incentivi per e-bike e cargo-bike e a Roma ha smantellato varie ciclabili “temporanee”. Poi organizza una carovana di auto per protestare contro il traffico che contribuisce a generare: un po’ come bruciare calorie in palestra mangiando un tiramisù.

    Altrove, però, le soluzioni funzionano. Parigi ha tolto 50.000 posti auto dal 2019 e creato 300 km di ciclabili protette: bici +50%, auto -20%. Barcellona ha ridisegnato interi quartieri in superblocks: traffico -25%, incidenti -40%. Vienna ha un abbonamento ai mezzi pubblici a 365 euro l’anno e il 60% degli spostamenti avviene senza auto. In Italia, invece, spostiamo fondi dalle metropolitane al Ponte sullo Stretto.

    Io uso la bicicletta per tutti i miei spostamenti: mi fa bene e mi mette di buon umore, ma nelle grandi città è spesso un esercizio di sopravvivenza. Il rischio di essere investiti, lo smog, la paura dei furti (15.000 l’anno nella capitale), la mancanza di parcheggi sicuri. E ora, con la normativa anti-ancoraggio a pali e ringhiere — giudicata legittima dalla Consulta — si rischiano multe salate anche quando non esiste alcuna alternativa. Gli standard europei prevedono un archetto ogni 50 metri: a Roma ne mancano quarantamila.

    Favorire mezzi pubblici e biciclette significa liberar loro lo spazio necessario: tram e autobus su corsie preferenziali vere, piste ciclabili continue, parcheggi custoditi. Chi vorrebbe lasciare l’auto spesso non lo fa perché la città lo scoraggia.

    La soluzione non è vietare l’auto, ma farle pagare il suo costo reale: congestion charge come a Londra, parcheggi tariffati e dinamici, zone 30 diffuse che riducono la velocità senza imporre divieti. Il fallimento della carovana di FdI è un simbolo: l’auto non è la via d’uscita dal traffico, è la causa del traffico. Ma finché la politica la difende come una libertà invece che come un costo collettivo, le città resteranno immobili, inquinate e pericolose.

  • Alberto Trentini un ostaggio politico dimenticato

    Alberto Trentini un ostaggio politico dimenticato

    Un anno fa, il 14 novembre 2024, Alberto Trentini – cooperante veneziano di 46 anni, in missione per Humanity & Inclusion – veniva arrestato a un posto di blocco mentre si spostava da Caracas a Guasdualito. Era arrivato in Venezuela da poche settimane. Da allora è detenuto senza accuse formali nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo I, alla periferia della capitale.

    Per mesi è rimasto in isolamento totale nei reparti del controspionaggio militare (DGCIM). Nessun contatto con la famiglia, con un avvocato, con l’ambasciata italiana. Solo a settembre l’ambasciatore è riuscito a incontrarlo e a consegnargli lettere e medicinali per l’ipertensione. Da allora Trentini ha potuto fare tre brevi telefonate alla madre, Armanda Colusso. «Sto bene, ma sono stremato», le ha detto. È dimagrito e affaticato, anche se le autorità italiane lo descrivono in “buone condizioni fisiche”. El Rodeo I resta però un luogo segnato da sovraffollamento, scarsa igiene e violenze: la Commissione interamericana per i diritti umani definisce la sua detenzione un «rischio grave e irreparabile».

    Il regime di Nicolás Maduro non ha mai chiarito i capi d’accusa. Circolano ipotesi di «cospirazione» e «terrorismo» basate su presunti messaggi WhatsApp in cui Trentini avrebbe espresso l’intenzione di lasciare l’ONG: una ricostruzione smentita dalla famiglia e dall’organizzazione. La verità è che Alberto è un ostaggio politico, trattenuto in una stagione di arresti strumentali dopo le contestate elezioni del luglio 2024. Decine di stranieri sono stati fermati per aumentare il margine negoziale del governo venezuelano. L’Italia, che non riconosce Maduro, è un bersaglio utile.

    Cosa vuole Caracas? Tre cose: un riconoscimento politico; l’estradizione di Rafael Ramírez, ex ministro del petrolio e oppositore rifugiato in Italia; e possibili aperture economiche, dalle sanzioni ai crediti energetici.

    Cosa è disposta a offrire Roma? Al momento, nulla di tutto questo. Il governo Meloni – con Antonio Tajani e l’inviato speciale Luigi Vignali – ha convocato i diplomatici venezuelani, attivato UE, G7 e CIDH, e garantito assistenza consolare. Ma non riconoscerà Maduro, né consegnerà Ramírez, né offrirà scambi politici o finanziari.

    Si lavora invece su canali discreti: la Comunità di Sant’Egidio, che in passato ha facilitato il rilascio di altri italiani; contatti multilaterali; pressione umanitaria. Intanto la famiglia, l’avvocata Alessandra Ballerini e oltre 110.000 firme chiedono maggiore determinazione. «Non basta dire che ci stiamo lavorando. Bisogna riportarlo a casa», insiste la madre.

    Oggi, a un anno dall’arresto, Alberto Trentini è ancora lì. L’Italia lo considera ufficialmente un prigioniero politico. Le trattative continuano nel silenzio forzato di ogni dossier sensibile. La pagina Facebook “Alberto Trentini Libero” resta il luogo dove il suo nome non viene lasciato cadere.

  • Senza libero consenso è violenza sessuale

    Accordo tra Elly Schlein e Giorgia Meloni: senza consenso libero e attuale il rapporto è violenza sessuale

    Il 12 novembre 2025, in Commissione Giustizia alla Camera, un emendamento bipartisan ha introdotto per la prima volta nel codice penale italiano il consenso libero e attuale come elemento decisivo per configurare il reato di violenza sessuale.

    Non serve più dimostrare violenza fisica, minaccia o abuso di autorità: basta che manchi un “sì” esplicito, volontario e revocabile in ogni momento. Chi compie atti sessuali senza questo consenso rischia da sei a dodici anni di reclusione.

    Rispetto alla norma del 1996, il cambiamento è radicale. Prima, la vittima doveva provare di aver resistito — un onere che portava a processi umilianti e a un tasso di condanna sotto il 7%. Oggi, il silenzio, la paralisi da terrore o la pressione psicologica valgono come assenza di consenso. Il centro si sposta dall’aggressione alla libertà della persona offesa.

    L’accordo è nato da un confronto diretto tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, che hanno messo da parte le divisioni politiche per un obiettivo comune: allineare l’Italia alla Convenzione di Istanbul, evitare una procedura d’infrazione europea e rispondere a una realtà in cui una donna su tre subisce violenza sessuale nella vita, ma solo una denuncia su dieci arriva in tribunale.

    L’emendamento è passato all’unanimità. Nessun voto contrario, né dalla maggioranza né dall’opposizione. Le relatrici Michela Di Biase (PD) e Carolina Varchi (FdI) lo hanno definito un cambiamento culturale: non più “perché non ti sei difesa?”, ma “hai chiesto e ottenuto un sì?”.

    Il testo approderà in Aula il 17 novembre e poi al Senato. Se confermato, entrerà in vigore entro il 2026. E segnerà la fine di una giustizia che, per troppi anni, ha chiesto alle vittime di difendersi invece di proteggerle.

  • Carestia in sedici paesi

    Carestia. Conflitti e violenza causano fame estrema in sei grandi crisi

    Una carestia annunciata

    La fame nel mondo non è più una catastrofe naturale, ma una catastrofe prevista e prevenibile. Lo afferma l’ultimo rapporto congiunto della FAO e del Programma alimentare mondiale (WFP), pubblicato l’11 novembre 2025, che individua sedici “punti caldi” – da Gaza al Sudan, dallo Yemen ad Haiti – dove l’insicurezza alimentare acuta sta precipitando verso livelli catastrofici.

    In sei di questi contesti – Haiti, Mali, Palestina, Sudan, Sud Sudan e Yemen – la popolazione rischia di entrare nella fase 5 dell’indice IPC, quella della carestia conclamata: fame estrema, malnutrizione, morte.

    Il rapporto copre il periodo novembre 2025 – maggio 2026 e parla di una finestra che si sta rapidamente chiudendo: il tempo per evitare una carestia di massa sta per scadere. A spingere milioni di persone verso la fame non è solo la scarsità di risorse, ma un intreccio di conflitti armati, crisi economiche, eventi climatici estremi e crollo dei finanziamenti umanitari. In 14 dei 16 paesi analizzati, il principale motore della fame è la guerra.

    La fame come arma

    In Sudan, dopo mesi di combattimenti in Darfur e Kordofan, la carestia è già stata dichiarata in diverse aree, con oltre 24 milioni di persone in grave insicurezza alimentare. A Gaza, l’assedio e la distruzione delle infrastrutture civili hanno prodotto la stessa condizione: la carestia, confermata nell’estate del 2025, si sta estendendo verso sud. In Yemen, dopo anni di guerra e collasso economico, più della metà della popolazione non riesce più a nutrirsi. E in Sud Sudan, Mali e Haiti, la violenza e l’instabilità interna aggravano una crisi cronica, tra alluvioni, inflazione e distruzione dei raccolti.

    “Il cibo è diventato un’arma di guerra”, scrive il rapporto, denunciando blocchi, assedi e restrizioni all’accesso degli aiuti umanitari.

    Crisi economica e clima

    Le guerre si intrecciano con una crisi economica globale: l’aumento del debito, l’inflazione a doppia cifra e le svalutazioni delle monete riducono il potere d’acquisto. In Sudan l’inflazione supera il 60%, in Nigeria continua da dieci anni, ad Haiti i prezzi del cibo sono aumentati del 34% in un solo anno.

    Anche il clima contribuisce alla spirale: siccità in Siria e Somalia, inondazioni in Bangladesh e Sud Sudan, uragani nei Caraibi. Il fenomeno La Niña, destinato a prolungarsi fino al 2026, aggraverà la frequenza di cicloni e carestie.

    Aiuti in caduta libera

    Il paradosso più drammatico è che tutto questo accade mentre i fondi internazionali si prosciugano. A fine ottobre 2025, erano stati raccolti solo 10,5 miliardi di dollari sui 29 necessari per assistere le popolazioni a rischio. Le conseguenze sono immediate: razioni dimezzate, programmi scolastici sospesi, cure per la malnutrizione interrotte, agricoltori senza semi né bestiame.

    “Siamo sull’orlo di una catastrofe della fame completamente evitabile”, ha dichiarato la direttrice del WFP, Cindy McCain. “Madri che saltano i pasti per far mangiare i figli, famiglie che vendono tutto ciò che hanno per sopravvivere.”

    Fame e responsabilità

    Il direttore generale della FAO, Qu Dongyu, ricorda che “la carestia è sempre prevedibile e prevenibile”, ma serve volontà politica, accesso umanitario e investimenti nella resilienza.

    L’anticipo delle azioni – agire prima che la fame esploda – è più efficace e meno costoso che intervenire quando la crisi è già conclamata. Eppure, come ammette il rapporto, il sistema umanitario continua a reagire troppo tardi: “La carestia è il fallimento del sistema umanitario.”

    Dietro i numeri, il messaggio è politico. La fame del 2025 non è una fatalità: è il prodotto di scelte umane, di guerre, assedi, tagli ai fondi, indifferenza diplomatica. E per questo, può ancora essere evitata.


    New FAO-WFP Report Warns of Shrinking Window to Prevent Millions More People Facing Acute Food Insecurity in 16 Hotspots
    https://www.fightfoodcrises.net https://www.fao.org

    New Hunger Hotspots 2025 report
    November 2025–May 2026 Report Highlights
    https://www.fightfoodcrises.net

  • Fare come Mamdani

    Democratici socialisti d'America

    L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York ha allarmato moderati e conservatori. Qui in Italia, qualcuno già si domanda: adesso la sinistra vorrà fare come Mamdani? È vivamente sconsigliato, dicono. Sarebbe l’ennesima imitazione italiana di un modello straniero. La sinistra ha già voluto fare come Jospin, Tsipras, Zapatero, Corbyn — e non è andata bene.

    A dire il vero, il principale partito della sinistra italiana, prima il PDS/DS, poi il Partito Democratico, ha voluto fare soprattutto come Tony Blair, ancora mitizzato — anche dopo la sua caduta — dal Matteo Renzi presidente del Consiglio.

    D’altra parte, se un Paese fatica a esprimere modelli propri, è normale che s’ispiri a quelli stranieri. La destra italiana, del resto, non pensa forse di essere e di fare come Trump?

    I consiglieri moderati e conservatori che oggi sconsigliano di “fare come Mamdani”, magari in modo provocatorio e paradossale, hanno sempre dato lo questo consiglio alla sinistra italiana: smettila di combattere battaglie simboliche e crociate culturali; lascia perdere i diritti dei migranti e delle comunità LGBTQ+; non confinarti nelle enclave urbane benestanti (le ZTL); non gridare sempre al pericolo del fascismo; concentrati invece sui lavoratori, sul popolo delle periferie.

    Ebbene, Mamdani cos’altro ha fatto?

    Il programma con cui un democratico socialista di 34 anni, figlio di immigrati ugandesi, ha conquistato la guida della Grande Mela con il 51,2% dei voti è un distillato di pragmatismo classista. Ha messo in secondo piano le battaglie identitarie per focalizzarsi su ciò che brucia ai newyorchesi: l’affordability, il costo della vita che strangola lavoratori e poveri. Tra le priorità immediate spiccano il congelamento degli affitti per quasi un milione di appartamenti stabilizzati, la costruzione di 200.000 unità abitative accessibili in dieci anni, e un asilo universale gratuito da 6 settimane a 5 anni (costo stimato: 6 miliardi annui, finanziati con tasse sui ricchi e sulle corporation). Sui trasporti pubblici, ha promesso investimenti per renderli gratuiti o low-cost, legandoli a una rete più efficiente e sostenibile.

    Allora, perché non fare come Mamdani? Non significa copiare il suo programma in ogni dettaglio, ma tornare a essere — o diventare — il partito della giustizia sociale e dell’uguaglianza.

    L’elezione di Mamdani infastidisce anche una parte della sinistra più radicale, che lo giudica “non abbastanza socialista”, un “riformista” parte del sistema. È un riflesso ideologico che in Italia suona familiare, complice l’alone negativo che per decenni ha circondato parole come “socialismo” o “socialdemocrazia”, dopo le loro degenerazioni negli anni Ottanta. O la vecchia contrapposizione fra riformisti e rivoluzionari, quando i socialdemocratici si distinguevano dai comunisti per tattica, strategia e — poi — per schieramento geopolitico.

    Questa visione rigida non coglie la traiettoria politica di Mamdani e dei suoi compagni di generazione. Negli Stati Uniti, “socialista democratico” non è un tradimento del socialismo, ma un colpo di frusta a sinistra dentro un sistema che per decenni ha avuto il suo centro-sinistra nei democratici e il suo centro-destra nei repubblicani moderati. Quando Mamdani, Ocasio-Cortez o Sanders si definiscono socialisti, non stanno moderando i comunisti: stanno radicalizzando i liberali. Stanno spingendo il Partito Democratico — che per quarant’anni ha accettato il neoliberismo come dogma — verso politiche che in Europa sarebbero considerate socialdemocrazia di base: sanità pubblica, università gratuita, tassazione progressiva, diritto alla casa.

    Considerando la deriva liberaldemocratica dei grandi partiti della sinistra europea, il ritorno — o meglio, l’emergere — di un nuovo socialismo potrebbe fare molto bene anche all’Europa e all’Italia.

  • Domanda interessante giornalista licenziato

    Il giornalista freelance Gabriele Nunziati licenziato dall'Agenzia Nova

    Il 13 ottobre 2025, durante una conferenza stampa sulla situazione in Medio Oriente, Gabriele Nunziati ha rivolto alla portavoce della Commissione europea – rappresentante della vice-commissaria per gli Affari Esteri – una domanda precisa: «Avete ripetuto varie volte che la Russia deve pagare i danni di guerra in Ucraina. Perché i soldi per ricostruire Gaza non li mette Israele?».

    La portavoce Paula Pinho ha definito la domanda «molto interessante», ma ha dichiarato di non avere una risposta sul momento.

    Circa dieci giorni dopo, il 23 ottobre, l’Agenzia Nova ha comunicato a Gabriele Nunziati l’interruzione della collaborazione, motivandola con il fatto che la domanda fosse «tecnicamente sbagliata» e «assolutamente fuori luogo», poiché equiparava due conflitti diversi: la Russia, aggressore «non provocato» di uno Stato sovrano, e Israele, che avrebbe agito per «autodifesa» dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Secondo l’agenzia, le differenze «formali e sostanziali» tra i due casi rendevano la domanda impropria, e la mancata risposta di Pinho ne sarebbe stata la prova.

    Gabriele Nunziati ha respinto questa motivazione: se la domanda fosse stata davvero errata, ha osservato, la portavoce – esperta e abituata al contraddittorio – non l’avrebbe definita interessante, ma l’avrebbe corretta subito.

    Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG) ha espresso piena solidarietà al collega, affermando che «un giornalista non può essere licenziato per aver posto una domanda», e definendo l’episodio «un grave attacco alla libertà di informazione». Analoga la posizione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), che ha parlato di una «domanda scomoda» ma pienamente legittima.

    L’Agenzia Nova ha difeso la decisione, richiamandosi agli «standard professionali» dei collaboratori e alla necessità di distinguere correttamente tra conflitti diversi. La Commissione UE, da parte sua, ha evitato di commentare il licenziamento, ribadendo solo la distinzione giuridica: per l’Ucraina si invoca il principio di riparazione previsto dal diritto internazionale, mentre per Gaza non esiste un quadro simile contro Israele.

    In effetti, l’UE ha promosso un tribunale speciale per i danni causati dalla Russia (stimati in centinaia di miliardi di euro), ma non ha adottato misure analoghe contro Israele, benché l’ONU stimi in oltre 50 miliardi di dollari il costo della ricostruzione di Gaza. I critici vedono qui una chiara parzialità geopolitica, mentre i sostenitori della linea europea richiamano le differenze legali fra aggressione e autodifesa.

    Ma nel definire i due conflitti tutto dipende dal punto di vista che si assume. Se si guarda con gli occhi dell’Ucraina, la guerra inizia il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa. Se invece si adotta la prospettiva russa, il conflitto comincia con l’espansione della NATO a est, il «colpo di Stato» di Euromaidan, la discriminazione delle minoranze russofone del Donbass: l’invasione sarebbe allora una reazione difensiva. Tutti gli aggressori, del resto, si dicono in difesa.

    Lo stesso schema si ripete a Gaza. Israele rivendica il diritto alla difesa dopo il 7 ottobre 2023; i palestinesi vedono in quell’attacco la risposta a un assedio ventennale, all’occupazione, alla detenzione di migliaia di prigionieri e a una guerra a bassa intensità che, dal 2008 al 2023, ha ucciso 308 israeliani e 6.407 palestinesi.

    Si può anche tentare un terzo punto di vista, quello dell’osservatore esterno, che non si arruola né con gli uni né con gli altri ma cerca una coerenza di principi.

    E quei principi, nel diritto internazionale umanitario, sono inderogabili. Non si uccidono civili, non si bombardano scuole, ospedali, abitazioni. Non si affama una popolazione, non si distruggono le infrastrutture vitali, non si infligge una punizione collettiva. Chi lo fa, commette crimini di guerra e ne deve rispondere. Infatti, il primo ministro israeliano, proprio come il presidente russo, è sottoposto a mandato di cattura internazionale da parte della CPI.

    Da questo punto di vista, la domanda di Gabriele Nunziati era corretta anche tecnicamente: non chiedeva un’equiparazione politica o morale, ma una coerenza giuridica. Se vale il principio chi distrugge paga per la Russia, perché non per Israele quando viola le stesse norme? La portavoce Pinho l’ha definita «molto interessante» perché non poteva negare la logica del ragionamento – solo rinviare la risposta.

    Agenzia Nova non ha confutato il merito giuridico, ma ha scelto un terreno politico-editoriale: ha adottato un frame pro-UE e pro-Israele, punendo chi lo metteva in discussione. La domanda di Nunziati non era sbagliata: era insidiosa. Costringeva a scegliere tra coerenza e geopolitica. E l’agenzia ha scelto la seconda.

    Questo episodio interroga la qualità dell’informazione in Italia. È accaduto a un freelance di un’agenzia minore, ma domande come la sua non si sentono da giornalisti dell’Ansa, dei telegiornali, del Corriere della Sera, di Repubblica o La Stampa. Forse perché sono tutti così ben formati da evitare “errori tecnici”. O forse perché appartengono a un sistema in cui i principi geopolitici contano più di quelli del diritto internazionale umanitario — e spesso formazione e allineamento coincidono.

  • Il maccartismo liberal censura Angelo D’Orsi

    A Torino, una conferenza dello storico Angelo D’Orsi, intitolata “Russofobia, russofilia, verità” e prevista per il 12 novembre 2025 al Polo del ’900, è stata annullata dopo un intervento della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno (PD).

    L’incontro, organizzato dalla sezione torinese dell’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti), avrebbe dovuto ospitare D’Orsi come relatore principale, con un collegamento dal Donbass del giornalista Vincenzo Lorusso, autore di De russophobia (libro prefato da Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo). Tra gli invitati, anche Paolo Ferrero, ex ministro e dirigente di Rifondazione comunista.

    L’evento non aveva patrocini istituzionali ma si svolgeva in uno spazio pubblico, il Polo del ’900, finanziato in gran parte dal Comune di Torino. Un luogo simbolico della memoria antifascista, dove il pluralismo dovrebbe essere garantito.

    Le pressioni politiche

    La cancellazione è arrivata dopo un post su X del 7 novembre, in cui Picierno ha definito la conferenza “propaganda putiniana” e ha invitato il sindaco Stefano Lo Russo (anch’egli PD) a intervenire per impedirla.
    Poche ore dopo, l’evento è stato annullato. D’Orsi ha appreso la notizia non dagli organizzatori, ma proprio dal post della vicepresidente del Parlamento europeo, che ha poi esultato ringraziando “chi si è mobilitato a livello locale e nazionale”.

    Nessun atto formale del Comune è stato emesso, ma la tempistica suggerisce un’influenza informale: il Polo del ’900 ha ceduto alle pressioni politiche. La sezione torinese dell’ANPPIA è stata poi sconfessata dall’associazione nazionale, che ha preso le distanze dall’iniziativa.

    Picierno, in un nuovo post del 9 novembre, ha difeso la propria azione come una “tutela della democrazia dalle minacce ibride russe”, ricordando che il libro di Vincenzo Lorusso è legato a un’agenzia “finanziata dal Cremlino” e che D’Orsi “parla spesso in contesti russi”. Ha sottolineato inoltre che lo storico terrà un’altra conferenza al Polo pochi giorni dopo, “quindi non è censurato”.

    La replica di D’Orsi

    In un lungo comunicato dell’8 novembre, D’Orsi — professore emerito di Storia del pensiero politico, allievo di Norberto Bobbio e autore di oltre 50 libri su Gramsci, Gobetti e Ginzburg — ha denunciato il caso come “censura preventiva” e “atto indegno di una democrazia matura”.
    Ha ricordato i suoi 43 anni di docenza e il suo profilo di sinistra indipendente, respingendo ogni accusa di filoputinismo: «Si è deciso di impedire un dibattito, non di confutarlo».

    D’Orsi ha chiesto di scusarsi al Polo del ’900, al PD, al sindaco e alla direzione nazionale dell’ANPPIA, che — invece di difendere la libertà di parola — ha preferito isolare la sezione locale. Ha anche invocato un intervento del Ministero dell’Università, ricordando che “quando Emanuele Fiano è stato contestato per le sue posizioni su Israele, il governo si è espresso contro l’intolleranza, non contro la libertà di parola”.

    Le reazioni nel dibattito pubblico

    La vicenda ha diviso il mondo politico e culturale. Testate come Contropiano, Il Fatto Quotidiano, La Città Futura e Kulturjam parlano di “maccartismo in salsa liberal” o di “cannibalismo a sinistra”: un precedente pericoloso in cui la difesa della democrazia si trasforma in censura. Persino Pier Franco Quaglieni, liberale del Centro Pannunzio, ha offerto a D’Orsi una sede alternativa per tenere la conferenza “nel nome del pluralismo”.

    La giornalista Federica D’Alessio (Kritica) ha paragonato il caso D’Orsi a quello di Fiano: “Nel primo, si è reagito con censura preventiva; nel secondo, con dialogo e condanna delle contestazioni. La democrazia funziona solo nella seconda direzione.”

    Dal fronte opposto, Picierno ha replicato accusando chi difende l’evento (incluso Marco Travaglio) di “ribaltare la realtà e amplificare disinformazione russa”.

    Un caso che tocca nervi scoperti

    L’episodio arriva in un clima politico molto polarizzato sul conflitto ucraino. All’interno del PD, l’atlantismo di governo convive con una sinistra ancora critica verso la NATO e verso il ruolo dell’Europa nella guerra. In questo contesto, annullare un evento che prometteva un confronto sul concetto stesso di russofobia appare come un gesto di intolleranza ideologica più che di prudenza istituzionale.

    È vero che la presenza di Vincenzo Lorusso — autore legato a circuiti filorussi — poteva sollevare interrogativi legittimi; ma questo non giustifica un divieto preventivo, che finisce per trasformare il dibattito sulla Russia in un tabù.

    Come ha scritto Travaglio, “se chi critica la NATO non può parlare in un luogo pubblico, allora siamo già in Russia”.

    La linea sottile tra vigilanza e intolleranza

    Il caso D’Orsi mostra quanto fragile sia oggi la distinzione tra lotta alla disinformazione e controllo dell’opinione. Picierno invoca la “difesa della democrazia” da manipolazioni russe, ma nel farlo utilizza una logica simile a quella dei regimi che vogliono “proteggere la nazione” dal dissenso.

    Cancellare un evento senza contraddittorio non è proteggere la democrazia: è negarne il principio fondamentale, quello del libero confronto. Se l’obiettivo era contrastare eventuali falsità, la soluzione era partecipare al dibattito, non vietarlo.

    Il Polo del ’900, nato per custodire la memoria antifascista e la libertà di pensiero, non dovrebbe essere il luogo dove si decide chi può parlare e chi no, ma dove le idee si confrontano apertamente.

    Un precedente pericoloso

    L’annullamento della conferenza di D’Orsi rischia di diventare un precedente: la normalizzazione della censura “bene intenzionata”, esercitata non da apparati autoritari ma da esponenti democratici convinti di difendere la verità. È la versione aggiornata del maccartismo, traslata nell’Europa liberal del XXI secolo.

    Così, paradossalmente, si finisce per rafforzare proprio le narrative che si vorrebbero smentire: quella di un Occidente ipocrita, incapace di tollerare voci dissenzienti.

    In democrazia, anche la voce sgradita deve avere diritto di parola. Si può criticare D’Orsi, si può discutere di russofobia e russofilia, si può smontare ogni tesi — ma non si può impedire che venga espressa. Perché la libertà di pensiero, come ricordava Bobbio, “vale soprattutto per chi pensa diversamente da noi”.

    Il modo migliore per difendere la democrazia non è silenziare chi sbaglia, ma avere la forza di contraddirlo pubblicamente. La censura, anche quando nasce “per proteggere”, resta un passo verso ciò che si dice di voler combattere.