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  • L’attacco di Usa e Israele contro l’Iran

    L'attacco di Usa e Israele contro l'Iran

    L’attacco militare congiunto di Usa e Israele contro l’Iran può essere sostenuto per una ragione particolare: l’auspicabile caduta del regime degli Ayatollah e dei Pasdaran. Non a caso, è la giustificazione politica dell’attacco. La Repubblica Islamica è odiosa. Reprime nel sangue e nel carcere migliaia di oppositori e manifestanti. Precipita il paese nella più grave crisi economica, al netto delle sanzioni. Appoggia organizzazioni terroristiche, per la propria protezione, senza offrire alcuna prospettiva di liberazione ai popoli oppressi. A cominciare dal popolo palestinese, che per la dissennata strategia stragista di Hamas, è stato esposto allo sterminio di massa da parte dell’IDF. La caduta degli Ayatollah e dei Pasdaran in Iran vorrebbe dire, nella speranza, la fine della repressione interna, l’inizio di una nuova stabilità regionale, l’affermazione dell’emancipazione femminile. Tuttavia, anche mettendo da parte il giudizio sui leader attaccanti, esistono delle ragioni di ordine generale che giocano contro l’intervento.

    La prima è la ragione umanitaria. È molto difficile che l’aggressione militare israelo-americana all’Iran, un paese di 90 milioni di abitanti, possa essere chirurgica. Mirata a distruggere solo l’apparato del regime e della sua industria militare, senza colpire al tempo stesso la popolazione e le infrastrutture civili. Già questa mattina, un attacco aereo ha colpito la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran. Il bombardamento ha fatto decine di vittime tra le bambine. Altri missili sono caduti nelle aree residenziali di Teheran, nel quartiere di Narmak, provocando morti e feriti tra i civili.

    I costi umani della guerra israelo-americana contro l’Iran potrebbero diventare più pesanti della repressione interna e allo stesso tempo aggravare la repressione. Di fronte all’aggressione esterna, il regime può dichiarare lo stato di emergenza totale, sospendere ogni residuo diritto e utilizzare la “difesa della patria” come scusa per eliminare fisicamente i dissidenti sopravvissuti, etichettandoli come collaborazionisti del nemico. La sofferenza estrema (mancanza di elettricità, acqua, ospedali sovraccarichi e internet disconnessa) rischia di trasformare la rabbia dei cittadini verso gli Ayatollah in risentimento contro chi sgancia le bombe dal cielo, alienando proprio quelle persone che l’operazione dichiarava di voler “liberare”.

    In secondo luogo, gioca contro l’intervento una ragione politica. Le precedenti guerre in Medio Oriente depongono a sfavore. Dal 2003 al 2011, in Iraq, la rimozione di Saddam Hussein ha distrutto l’apparato statale, ma ha portato a un decennio di guerra civile settaria e alla nascita dell’ISIS. Nel 2011, in Libia, l’intervento NATO ha rimosso Gheddafi, ma ha lasciato il Paese frammentato tra milizie rivali, trasformandolo in un hub per il traffico di esseri umani e armi. Dal 2001 al 2021, in Afghanistan, vent’anni di occupazione e miliardi di dollari spesi, si sono risolti con il ritorno al potere dei Talebani e la fuga precipitosa degli eserciti Nato.

    A differenza di altri contesti, l’Iran ha una struttura di potere estremamente stratificata. Se i vertici del regime cadessero domani sotto i bombardamenti, non ci sarebbe un’opposizione unica e pronta a governare. Il rischio è una lotta intestina tra fazioni dei Pasdaran, minoranze etniche, resistenza nazionalista. Il collasso creerebbe un’onda d’urto in tutto il Medio Oriente. Milioni di persone si sposterebbero verso la Turchia e l’Europa, superando di gran lunga i numeri della crisi siriana. Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e la distruzione delle infrastrutture petrolifere iraniane potrebbero mandare l’economia globale in recessione.

    Infine, gioca contro l’intervento una ragione giuridica, che non è solo formale, ma ha significato per il mantenimento della pace nel mondo. L’ attacco di Usa e Israele contro l’Iran è un’aperta violazione del diritto internazionale. I precedenti interventi in Medio Oriente avevano tentato, anche solo ipocritamente, di costruire una copertura legale con il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la costruzione di una coalizione internazionale. Oggi, l’attacco all’Iran ignora sfacciatamente l’ONU e il diritto internazionale, dando così un ulteriore formidabile contributo alla destabilizzazione dell’ordine mondiale. Che di violazione in violazione, di guerra in guerra, può precipitare in un conflitto globale.

    Il conflitto in Ucraina, quello a Gaza e ora l’attacco all’Iran non sono più crisi isolate. L’Iran è un fornitore chiave di droni per la Russia; un attacco a Teheran è percepito da Mosca come un attacco indiretto ai propri interessi vitali. Si tratta di conflitti alimentati dalle stesse alleanze di interessi e dalle stesse contrapposizioni ideologiche e militari. La terza guerra mondiale a pezzi di cui parlava Francesco, man mano che si aggiungono altri pezzi, sempre più pesanti e coinvolgenti gli interessi delle grandi potenze, può finire per unificarsi in una sola grande guerra.

  • L’omicidio ICE di Alex Pretti a Minneapolis

    L'omicidio ICE di Alex Pretti a Minneapolis

    Come per Renee Nicole Good, nel dibattito sull’omicidio di Alex Jeffrey Pretti a Minneapolis il 24 gennaio 2026, durante un’operazione federale di controllo dell’immigrazione (Operation Metro Surge), si è rapidamente diffusa una narrazione che colpevolizza la vittima. Questa narrazione affianca e spesso rafforza la linea difensiva delle autorità federali, ma va oltre: sposta la responsabilità dagli agenti che hanno sparato al comportamento, alle scelte e persino all’identità di Pretti.

    Il primo argomento è la criminalizzazione preventiva. Esponenti dell’amministrazione e commentatori filo-governativi hanno descritto Alex Pretti come un soggetto violento, fino a definirlo un “terrorista domestico” o un uomo intenzionato a “massacrare” gli agenti. Questa accusa è circolata prima di qualsiasi accertamento e in aperto contrasto con i video disponibili. Ha una funzione precisa: trasformare l’uccisione in un atto di difesa necessaria, sottraendola a ogni valutazione sulla proporzionalità della forza.

    Il secondo argomento riguarda il possesso di un’arma legale. Pretti aveva un regolare porto d’armi. Non ha mai estratto la pistola. I video mostrano che teneva in mano un telefono e che un agente gli ha rimosso l’arma dalla fondina solo dopo averlo atterrato. Nonostante ciò, dirigenti federali e commentatori hanno sostenuto che “non si va armati a una protesta”, insinuando che il solo possesso renda legittimo l’uso della forza letale. Questo argomento ribalta un diritto costituzionale in una presunzione di colpevolezza. Non a caso, persino organizzazioni pro-armi lo hanno definito pericoloso e infondato.

    Il terzo argomento è la teoria della provocazione e della resistenza. Secondo questa lettura, Pretti “si è messo in mezzo”, “ha interferito”, “si è messo da solo in pericolo”. In realtà, le riprese e le testimonianze indicano che è intervenuto quando gli agenti hanno spinto a terra una donna, cercando di aiutarla e di filmare quanto stava accadendo. La narrazione ribalta il senso dell’azione: l’intervento civile diventa intralcio, l’aiuto diventa aggressione, l’osservazione diventa resistenza meritevole di punizione.

    Un quarto argomento è la responsabilità politica riflessa. Alcune figure pubbliche hanno attribuito la tragedia alla retorica dei leader locali o alla mancata collaborazione con il governo federale. Così Pretti viene ridotto a prodotto di un clima politico “incendiario”, una pedina irresponsabile più che un individuo con diritti e giudizio morale. Anche qui, la funzione è chiara: assolvere chi ha sparato e spostare la colpa altrove.

    A queste narrazioni si oppongono fatti concreti. I video mostrano che Pretti non brandiva alcuna arma. Testimoni oculari riferiscono che è stato colpito alle spalle mentre non rappresentava una minaccia immediata. Analisti di policing definiscono l’uso della forza letale ingiustificato. La famiglia respinge le accuse come menzogne e ricorda chi era Pretti: un infermiere di terapia intensiva, abituato a proteggere e curare, non ad aggredire.

    Il cuore del dibattito non riguarda solo il singolo caso. Riguarda un meccanismo ricorrente: quando lo Stato uccide, una parte del discorso pubblico processa la vittima. Ne scruta le scelte, i diritti esercitati, le presunte imprudenze, fino a costruire una colpa postuma. Nel caso di Alex Pretti, questo meccanismo entra in rotta di collisione con immagini, testimonianze e analisi indipendenti. Ed è lì che la questione diventa politica e morale: se aiutare una donna, filmare un abuso o portare legalmente un’arma bastano a “mettersi in pericolo”, allora il problema non è la vittima. È il potere che abusa delle sue prerogative, spara, uccide e poi chiede di essere creduto.

  • Iran: la rivolta tradita

    Iran: la rivolta tradita

    Un senso di cinismo e tradimento pervade il giudizio sull’atteggiamento occidentale, in particolare americano, nei confronti del popolo iraniano. Nella prima metà di gennaio, mentre la protesta nazionale si diffondeva in tutte le province dell’Iran con imponenti manifestazioni di massa, il presidente USA Donald Trump pubblicava una serie di post sul Truth Social. Per minacciare il regime degli Ayatollah e dei Pasdaran: se avessero sparato contro i manifestanti, gli USA sarebbero intervenuti in loro soccorso. E per incoraggiare il movimento a conquistare le istituzioni, perché gli aiuti stavano per arrivare. I manifestanti che speravano in un intervento militare e quelli che volevano solo un aiuto logistico-tecnologico devono averci creduto. Perché dopo l’attacco al Venezuela e il rapimento del suo dittatore, Nicolas Maduro, si è diffusa nel mondo l’idea che Trump fa quello che dice e va preso sul serio.

    Eppure, qualche motivo per dubitare c’era. Quando i giornalisti hanno incalzato Trump, obiettando ai suoi annunci che le uccisioni in Iran erano già in atto, il presidente ha minimizzato, attribuendo le morti alla calca dei manifestanti. E quando la risposta stragista del regime è diventata evidente, nonostante e in forza del blackout di Internet, Trump ha spostato l’obiettivo della minaccia, vincolando l’intervento all’esecuzione delle impiccagioni dei manifestanti arrestati. Per poi fare marcia indietro quando fonti molto importanti, non meglio precisate, gli avrebbero assicurato la sospensione delle esecuzioni. Trump ha ringraziato le autorità iraniane e si è vantato di aver salvato delle vite con la sola minaccia di intervenire.

    I motivi per cui Trump ha rinunciato a intervenire appartengono al campo delle ipotesi. Può essere che sia stato convinto dalla contrarietà di Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Russia. E persino di Israele, che avrebbe fatto un patto di non aggressione con l’Iran. Oppure, che non abbia trovato il modo di garantirsi una guerra lampo, un colpo ad effetto, qualcosa che equivalesse al sequestro di Maduro, come poteva essere l’uccisione di Alì Khamenei. Oppure, ancora, che le autorità iraniane abbiano promesso a Trump, oltre la sospensione delle impiccagioni, qualcosa di veramente interessante per lui, relativamente ai negoziati sul nucleare, la gestione dei giacimenti di gas e di petrolio. Abbiamo appena visto, proprio nel caso del Venezuela, che Trump usa la forza, non per cambiare i regimi, ma per addomesticarli, in modo che corrispondano ai suoi interessi.

    In questo piano, però, le opposizioni, le popolazioni in rivolta, funzionano come carne da macello. E non si tratta solo di un tragico episodio isolato, ma di una strategia consolidata. Il popolo iraniano è sceso in piazza, non perché sobillato, sebbene sia stato molto irresponsabilmente incoraggiato, ma per cause interne: la valuta ridotta a carta straccia, i prezzi proibitivi, l’acqua salmastra che esce dai rubinetti, i soldi buttati nelle perdenti imprese militari, la corruzione del regime. Cause interne, tuttavia, provocate anche dalle sanzioni occidentali.

    In particolare le sanzioni americane, decise proprio durante il primo mandato di Donald Trump, all’insegna della massima pressione. A cui ora si aggiungono i dazi del 25% contro tutti i paesi che commerciano con l’Iran. Scopo delle sanzioni è impoverire e destabilizzare lo stato, provocare un grave malcontento popolare, affinché il popolo stesso assuma l’iniziativa di ribellarsi e rovesciare il regime. Ma quando la rivolta finalmente esplode, l’America sanzionatrice cosa fa? Scrive post roboanti su Truth Social.

  • Renee Nicole Good uccisa dall’ICE a Minneapolis

    Renee Nicole Good uccisa dall'ICE a Minneapolis

    Esiste l’idea che, di fronte a un ordine della polizia o di agenti federali, la conformità assoluta sia l’unico modo per garantire la propria sicurezza. Ma proprio il caso di Renee Nicole Good mette in discussione questa semplice logica. Gli psicologi forensi e i legali della famiglia sostengono che Renee Good non stesse “resistendo” nel senso irregolare del termine, ma fosse in preda al panico. Gli agenti dell’ICE non sono poliziotti con la divisa, ma uomini mascherati con abbigliamento tattico-militare. I testimoni riferiscono che diversi agenti urlavano ordini diversi contemporaneamente, rendendo impossibile capire cosa fare per “mettersi in salvo”. Infatti, il SUV di Renee era messo di traverso e bloccava la strada. Quindi, un agente poteva ordinarle di spostarsi, mentre un altro le ordinava di fermarsi. Lei forse ha seguito l’ordine che le pareva più sensato: spostare l’auto per liberare il passaggio.

    Il punto legale centrale non è solo se Renee si sia fermata, ma se la sua decisione di muovere l’auto giustificasse una risposta mortale. Secondo le linee guida sull’uso della forza (spesso citate dai Democratici e dal Sindaco Frey), la forza letale è ammessa solo se c’è una minaccia immediata di morte per l’agente o altri. I video mostrano che l’auto si muoveva lentamente e che l’agente Ross aveva spazio per spostarsi lateralmente invece di sparare al parabrezza.

    Renee Good era una cittadina americana che non aveva commesso alcun reato. È accettabile che un’agenzia federale (l’ICE) utilizzi tattiche da zona di guerra in un quartiere residenziale contro civili che non sono l’obiettivo dell’operazione? Fino a che punto un cittadino deve mantenere la calma assoluta mentre uomini armati e mascherati cercano di scardinare la portiera della sua auto senza un mandato chiaro? L’ICE non è la polizia e neppure la polizia può essere “giudice, giuria ed esecutore” sul posto, specialmente quando la minaccia è minima o inesistente e la vittima è palesemente terrorizzata.

    Un video mostra un comportamento, non può mostrare uno stato d’animo. Una volta, ai confini tra la città e la campagna, mi ritrovai circondato da quattro, cinque cani randagi, che digrignavano i denti minacciosi. Avevo molta paura. Però, mi mostrai impassibile e continuai a camminare come se non ci fossero, ma ad ogni istante sentivo forte la tentazione della fuga. Arrivai a casa, sudando freddo. Un video non avrebbe potuto testimoniare la mia paura.

    Tornando al caso di Renee Nicole Good, molti psicologi del trauma intervenuti nel dibattito sostengono che la calma iniziale può essere una “reazione di dissociazione” o un tentativo fallito di allentare la tensione, seguito da un improvviso istinto di fuga quando l’agente ha cercato di rompere il finestrino.

    Invece, quello che il video ha potuto mostrare chiaramente è che la donna con la sua auto non ha rappresentato una minaccia per l’agente ICE. Come riportato nelle analisi tecniche (ad esempio dal New York Times), il fatto che l’agente sia rimasto in piedi, con un braccio teso a filmare e l’altro a sparare, dimostra che non c’é stato un impatto o comunque un impatto tale da giustificare l’uso letale della forza. L’auto si muoveva in una direzione che si allontanava dall’agente, non andava verso di lui.

    Una persona intelligente, circondata da agenti armati, si ferma, alza le mani e sta tranquilla? Forse, se gli è stato detto solo di fermarsi e non contemporaneamente di fermarsi, ma pure di andarsene. Oppure, si ferma e sta tranquilla, se ha fiducia che sarà trattata umanamente. Ma il comportamento degli agenti ICE è noto e abbiamo visto che alcuni di loro sono disposti a uccidere per nulla. Lei poteva temere di essere picchiata, violentata, trattenuta chissà dove e in quali condizioni. Ma, anche se non fosse stata intelligente o qualsiasi difetto avesse, questo non può giustificare l’improvvisazione in strada della pena di morte.

  • Attacco Usa al Venezuela. Italia a tappetino

    Attacco Usa al Venezuela. Italia a tappetino

    Sull’attacco militare Usa al Venezuela, Giorgia Meloni ha scritto che l’Italia non ha riconosciuto la vittoria elettorale di Maduro; pur ritenendo che ‘l’azione militare esterna non sia la strada per mettere fine ai regimi totalitari’, considera legittimo ‘un intervento difensivo contro attacchi ibridi’ da ‘entità statuali che alimentano il narcotraffico’. ‘Non è la strada’ significa non è opportuno; ‘legittimo’ significa è legale. Meloni copre Trump nel suo punto debole, la violazione del diritto internazionale, riqualificando l’attacco come autodifesa. Il Venezuela non è più uno stato sovrano aggredito, ma un’entità che minaccia la sicurezza americana. Così, il governo italiano ribadisce, oltre l’alleanza con gli Stati Uniti, anche il modo acritico e incondizionato d’interpretarla. In particolare con Donald Trump. Presidente Usa e leader mondiale delle destre di ogni paese. Sicuramente dell’Italia. La sovranista Giorgia Meloni dispone l’Italia, non come un ponte, ma come un tappetino del grande alleato.

    Rispetto a quella del governo italiano, qualsiasi altra posizione europea sembra migliore, ma non di molto. La UE, con Ursula Von Der Leyen e Kaja Kallas, esprime “profonda preoccupazione”. Chiede la de-escalation, il rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Ribadisce che Maduro non è il presidente legittimo del Venezuela, ma che qualsiasi transizione deve essere pacifica e democratica. La priorità dichiarata è la sicurezza dei cittadini europei in Venezuela. Una posizione critica, ma molto laterale. Come se il diritto internazionale non fosse già stato violato con i bombardamenti su Caracas e il rapimento di Maduro e di sua moglie, Cilia Flores. Perché Trump dovrebbe trattenersi se nessuno osa condannarlo? Più esplicite le condanne di Cina e Russia, ma anche molto di circostanza. Infatti, come se non bastasse, in conferenza stampa, Trump ha apertamente rivendicato di voler gestire il Venezuela e le sue risorse petrolifere.

    Da quando Donald Trump è tornato alla Casa bianca, gli Usa hanno sganciato bombe su tre paesi: l’Iran, la Nigeria, il Venezuela. Tutti e tre grandi produttori di petrolio. Per qualcuno, ciò nonostante, bisogna apprezzare l’effetto collaterale sperato: la conquista della libertà e della democrazia. Entrambe sotto attacco in America, per iniziativa dello stesso Trump. Come se libertà e democrazia potessero diffondersi e consolidarsi nel mondo, attraverso un sistema di relazioni non regolato dal diritto internazionale (e interno), ma dal rapporto crudo tra prede e predatori. In un mondo del genere, l’Italia è una preda che cerca di essere l’amica protetta di un predatore. Mentre l’Europa non sa bene cosa vuole essere, avendo la stazza del predatore, ma essendo frammentata in tante prede. Mentre azzanna il Venezuela, Trump già minaccia Colombia e Cuba. La sorte dei paesi latino-americani scrive anche quella dei vicini della Russia e della Cina.

  • Gaza a due mesi dal cessate il fuoco

    Gaza a due mesi dal cessate il fuoco

    Dalla dichiarazione del cessate il fuoco a Gaza, il 10 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso più di 360 palestinesi, di cui 140 minorenni e 70 bambini. Questo significa una media di 7 palestinesi uccisi al giorno – un numero drasticamente ridotto rispetto ai 90 al giorno durante i due anni di guerra, ma che in qualsiasi altro contesto farebbe riconoscere un conflitto attivo. L’IDF continua a sparare a vista attorno alle sue posizioni e in prossimità della “linea gialla” che delimita la zona occupata.

    Secondo l’accordo, Israele doveva occupare il 53% di Gaza, ma l’IDF ha esteso il controllo al 58%. La zona verde occupata da Israele contiene la maggior parte delle terre fertili ed è l’unica area dove sarà consentita la ricostruzione. La zona rossa, fatta di dune di sabbia costiera dove sono accalcati due milioni di palestinesi, rimarrebbe in rovina. Secondo i piani dell’esercito statunitense, questa divisione potrebbe essere a tempo indeterminato.

    La proposta di Trump prevedeva, dopo lo scambio di ostaggi e prigionieri, il ritiro israeliano e l’arrivo di una forza internazionale di stabilizzazione. Tuttavia questa fase è rimasta nel vago. Israele non procederà finché Hamas non restituirà l’ultimo corpo degli ostaggi deceduti e non disarmerà completamente. Hamas ha restituito tutti i corpi tranne uno ed è disposta a cedere solo le armi offensive, ma non a Israele. Nessun paese è disposto a disarmare Hamas contro la sua volontà.

    Israele e gli Stati Uniti prevedono solo “comunità alternative sicure” – campi recintati con unità prefabbricate o container, bagni e docce comunitari condivisi – invece della ricostruzione delle comunità palestinesi. I palestinesi sarebbero ipercontrollati per escludere chiunque abbia collegamenti con Hamas. Le organizzazioni umanitarie e i paesi europei si sono rifiutati di partecipare perché questi campi potrebbero violare il diritto internazionale e costituire uno strumento di sfollamento coercitivo.

    Il progetto pilota pianificato per Rafah ospiterà solo 25.000 persone (l’1% della popolazione) e richiederà almeno sei mesi prima che i primi palestinesi possano trasferirsi, dopo la rimozione delle montagne di macerie disseminate di bombe inesplose.

    I 2,2 milioni di palestinesi rimangono confinati nel 42% del loro territorio. Nove su dieci sono senza casa – i dati satellitari mostrano che l’81% delle abitazioni è stato distrutto o gravemente danneggiato. La maggior parte vive in tende vulnerabili all’inverno. A novembre, due forti acquazzoni hanno allagato i campi tendati (l’acqua proveniva anche dalle fosse fognarie traboccanti), spazzando via centinaia o migliaia di rifugi. Si è registrato un aumento significativo di diarrea acquosa acuta nei bambini.

    Le consegne di aiuti sono aumentate da 91 a 133 camion al giorno, con meno saccheggi rispetto a prima. Tuttavia l’afflusso totale resta sotto la media prebellica di 600 camion al giorno, mentre i bisogni sono aumentati esponenzialmente. L’Unrwa, la più grande agenzia umanitaria, è stata bandita da Israele.

    Stati europei e arabi hanno sostenuto le proposte di Trump per mantenere gli USA impegnati e dare legittimità al processo. Ma gli osservatori avvertono che senza progressi significativi nel processo di pace, la comunità internazionale rischia di rendersi complice nel mantenere i palestinesi in condizioni disumane, in violazione del diritto umanitario.


    ‘Bloodshed was supposed to stop’: no sign of normal life as Gaza’s killing and misery grind on
    Seham Tantesh in Gaza, Julian Borger and Emma Graham-Harrison in Jerusalem
    The Guardian, Sat 6 Dec 2025

  • Congo e Ruanda, la pace simbolica orientata agli interessi minerari americani

    Congo e Ruanda, la pace simbolica orientata agli interessi minerari americani

    Il 4 dicembre 2025 a Washington, i presidenti della Repubblica Democratica del Congo Félix Tshisekedi e del Ruanda Paul Kagame hanno firmato gli “Accordi di Washington per la Pace e la Prosperità” alla presenza del presidente Donald Trump. L’accordo rappresenta il tentativo di porre fine a un conflitto che devasta l’est del Congo da decenni e che affonda le sue radici nel genocidio ruandese del 1994.

    Il conflitto

    Il conflitto ha origine nel 1994, quando dopo il genocidio in Ruanda quasi 2 milioni di hutu fuggirono in Congo temendo rappresaglie. Da allora il Ruanda accusa questi rifugiati di aver partecipato al genocidio e sostiene che le loro milizie minacciano la popolazione tutsi ruandese. Per questo motivo il Ruanda supporta gli M23, il gruppo ribelle più potente tra gli oltre 100 che operano nella regione, anche se lo nega ufficialmente. Gli esperti dell’ONU hanno però documentato la presenza di 3.000-4.000 soldati ruandesi nell’est del Congo che combattono al fianco dei ribelli. Il governo congolese afferma che non ci può essere pace finché il Ruanda non ritirerà le sue truppe e il sostegno agli M23.

    La guerra si è intensificata nel 2025, quando gli M23 hanno conquistato le principali città della regione, Goma e Bukavu, in un’avanzata senza precedenti. Questo ha aggravato una crisi umanitaria che era già tra le più gravi al mondo, con oltre 7 milioni di sfollati. A Goma, ora controllata dai ribelli, l’aeroporto internazionale è chiuso, i servizi bancari non hanno ripreso a funzionare e i residenti denunciano l’impennata dei prezzi dei beni di prima necessità e l’aumento dei crimini.

    L’accordo

    L’accordo firmato a Washington prevede un cessate il fuoco, il ritiro delle truppe ruandesi dalla RDC, la neutralizzazione delle milizie hutu e il rispetto dell’integrità territoriale di entrambi i paesi. Include anche un quadro per l’integrazione economica regionale che apre opportunità di investimento per le aziende americane in miniere e infrastrutture. Trump ha annunciato accordi bilaterali tra Stati Uniti, Congo e Ruanda per l’acquisto di minerali critici, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la dipendenza dalla Cina.

    L’interesse americano per la regione è legato alle sue straordinarie ricchezze minerarie. L’est del Congo produce circa il 40% del coltan mondiale, un minerale da cui si estraggono tantalio e niobio, essenziali per telefoni cellulari, computer, motori aeronautici, componenti missilistici e sistemi GPS. La regione è anche il maggior produttore mondiale di cobalto, utilizzato nelle batterie al litio per veicoli elettrici, anche se le aziende cinesi controllano l’80% della sua produzione congolese. La Cina domina il mercato globale delle terre rare con quasi il 70% dell’estrazione mineraria mondiale e circa il 90% della lavorazione.

    Gli interessi minerari

    Trump non ha nascosto la dimensione economica dell’accordo. Durante la cerimonia ha dichiarato che le “più grandi aziende americane” andranno nei due paesi e che “tutti faranno molti soldi”. Ha descritto l’evento come un “grande giorno per il mondo” e si è attribuito il merito di aver risolto un conflitto di trent’anni, paragonandolo ad altri suoi successi diplomatici e ribadendo il suo interesse per il premio Nobel per la pace.

    Tuttavia, la distanza tra la retorica diplomatica e la realtà sul terreno è enorme. Durante la cerimonia di firma, durata circa 50 minuti, Tshisekedi e Kagame non si sono stretti la mano e si sono a malapena guardati. Il giorno successivo alla firma, il 5 dicembre, sono ripresi gli scontri tra gli M23 e le forze governative congolesi, con accuse reciproche di violazioni. Gli analisti sottolineano che l’accordo non dovrebbe portare rapidamente alla pace, anche perché gli M23, attore centrale del conflitto, non sono firmatari diretti, ma solo coinvolti in colloqui paralleli in Qatar.

    La situazione nelle miniere

    Amani Chibalonza Edith, una residente di 32 anni di Goma, ha sintetizzato il sentimento della popolazione: “Siamo ancora in guerra. Non ci può essere pace finché le linee del fronte rimangono attive”. Gli scontri continuano nel Sud Kivu e in altre località, mentre entrambe le parti si accusano reciprocamente di violare i termini del cessate il fuoco concordato all’inizio dell’anno.

    La situazione nelle miniere di Rubaya, nel territorio di Masisi, illustra bene il paradosso del Congo. Questo sito di estrazione artigianale del coltan è stato al centro dei combattimenti, passando più volte di mano tra governo e ribelli. Da oltre un anno è controllato dagli M23, che secondo un rapporto dell’ONU impongono tasse sul commercio mensile di 120 tonnellate di coltan, generando almeno 800.000 dollari al mese. Il minerale viene poi esportato in Ruanda, le cui esportazioni ufficiali di coltan sono raddoppiate da quando gli M23 hanno preso il controllo della miniera.

    Jean Baptiste Bigirimana lavora nelle miniere di Rubaya da sette anni e guadagna 40 dollari al mese. “Non è abbastanza”, spiega. “I bambini hanno bisogno di vestiti, istruzione e cibo. Quando divido i soldi per vedere come prendermi cura dei miei figli, mi rendo conto che non bastano”. Non sa nemmeno dove finiscono i minerali che estrae. Nonostante l’eccezionale ricchezza mineraria del paese, oltre il 70% dei congolesi vive con meno di 2,15 dollari al giorno.

    Estrazione e approvvigionamento

    La catena di approvvigionamento del coltan è estremamente opaca. Dall’est del Congo viene acquistato da commercianti principalmente libanesi o cinesi, che lo vendono a esportatori in Ruanda. Questi ultimi lo spediscono negli Emirati Arabi Uniti o in Cina, dove viene raffinato in tantalio e niobio, per essere infine venduto ai paesi occidentali come metalli provenienti da Emirati o Cina, rendendo quasi impossibile tracciarne l’origine.

    L’implementazione concreta di qualsiasi accordo minerario nell’est del Congo dovrà affrontare ostacoli enormi. A Rubaya tutta l’estrazione è attualmente manuale, mancano completamente le infrastrutture e bisognerebbe costruire persino le strade. Le aziende americane dovrebbero fare i conti con centinaia di migliaia di minatori e vari gruppi armati che dipendono dall’estrazione per la sopravvivenza. Come osserva Chatham House, trasformare un annuncio in progressi sostenibili richiederà di risolvere le profonde diffidenze tra Ruanda e RDC, oltre a problemi politici locali complessi legati all’accesso alla terra, all’identità, alle sfide di sicurezza e alla scarsità di risorse.

    La contraddizione fondamentale

    Bahati Moïse, un commerciante che rivende il coltan dalle miniere di Rubaya, sintetizza la contraddizione fondamentale: “Tutto il paese, tutto il mondo sa che i telefoni sono fatti con il coltan estratto qui, ma guardate la vita che viviamo. Non possiamo continuare così”.

    La crisi è stata ulteriormente aggravata dai tagli ai finanziamenti americani che erano cruciali per il sostegno umanitario nella regione. L’accordo di Washington rappresenta un passo avanti rispetto ai precedenti tentativi falliti, ma la sua implementazione dipenderà dalle verifiche dell’ONU e dalle garanzie regionali. Leader africani come il presidente dell’Angola João Lourenço e il keniota William Ruto, presenti alla firma, l’hanno definita un “punto di svolta” ma fragile. Critici congolesi, inclusi oppositori e ONG, lo vedono come un accordo più simbolico che sostanziale, orientato agli interessi minerari americani piuttosto che alla pace immediata. Con gli scontri che continuano sul terreno e milioni di persone ancora sfollate, resta da vedere se questo accordo riuscirà dove tanti altri hanno fallito.


    Trump praises Congo and Rwanda as they sign US-mediated peace deal
    By Aamer Madhani, Chinedu Asadu and Ruth Alonga
    APNews December 5, 2025 https://apnews.com

    Congo’s coltan miners dig for world’s tech — and struggle regardless of who is in charge
    By David Yusufu Kibingila and Monika Pronczuk
    APNews, May 18, 2025 https://apnews.com

  • Venezuela: Trump attacca per il petrolio, non per il narcotraffico

    Venezuela: Trump rovesciare Maduro per il petrolio, non per il narcotraffico

    L’escalation militare contro Maduro

    Donald Trump vuole rovesciare Nicolas Maduro? Molti indizi lo lasciano pensare. Da settembre, gli USA attaccano le imbarcazioni venezuelane. Attacchi che hanno ucciso 83 persone. Il 2 settembre gli USA hanno commesso un crimine di guerra con il doppio attacco a un naviglio, prima per affondarlo, poi per uccidere i sopravvissuti. Il ministro della guerra Hegseth avrebbe ordinato di ucciderli tutti (CNN). Ora, l’amministrazione americana annuncia la chiusura dello spazio aereo venezuelano e di voler dare il via ad attacchi sul territorio del Venezuela.

    Il 21 novembre, al telefono, Trump avrebbe imposto un ultimatum a Maduro: dimissioni in cambio di un salvacondotto per lui e la sua famiglia. Maduro ha rifiutato. La leader dell’opposizione Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace, sollecita l’intervento americano per rovesciare il regime. Ma una invasione di terra al momento è improbabile, perché rischierebbe di risolversi in un pantano. Però, una forte pressione militare via mare, cielo, e terra, con atti di sabotaggio e di terrorismo, per destabilizzare il regime sono molto probabili, anzi già in atto.

    La violazione del diritto internazionale

    Questa linea di condotta americana è in aperta violazione del diritto internazionale, perché per quanto sia contestabile il regime di Nicolas Maduro, il Venezuela rimane uno stato sovrano e nessun paese straniero, tanto meno gli USA, possono determinarne il sistema politico. La giustificazione americana di avere messo in atto una legittima difesa contro il narcotraffico non è valida, perché la legittima difesa si oppone a un attacco militare, non a fenomeni che si trattano con i metodi repressivi dedicati alla criminalità organizzata. Inoltre, proprio Trump ha graziato l’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández, che stava scontando una condanna a 45 anni in un carcere statunitense per aver aiutato i narcotrafficanti a trasferire cocaina negli USA.

    L’azione USA contro il Venezuela è unilaterale, si muove al di fuori degli organismi internazionali. Un’America che procede armata in America Latina, mette in una luce diversa la Russia che vuole reimporre con la forza la sua sfera d’influenza in Ucraina e nel cosiddetto mondo russo e pure la Cina, qualora invadesse Taiwan. Se però, il diritto internazionale è violato e marginalizzato, ciò non vuol dire che non si possa resistere, che non si possa criticare o condannare la violenza USA in nome del diritto. Possono farlo gli organismi delle Nazioni Unite, può farlo l’Unione Europea. Dovrebbe farlo il nostro governo. Magari, anche considerando di risolvere la lunga detenzione del nostro concittadino Alberto Trentini in un carcere venezuelano.

    La vera motivazione della guerra al Venezuela

    Rimane da capire una questione. Se il narcotraffico è un pretesto, perché Trump è interessato a rovesciare Maduro? Il presidente colombiano Gustavo Petro ha dichiarato alla CNN che “il petrolio è al centro della questione”, sottolineando che si tratta di “un affare di petrolio” e che “questa è la logica di Trump” (The Washington Post). Il Venezuela possiede 303 miliardi di barili di riserve accertate di petrolio, le più grandi del pianeta, superiori ai 267 miliardi dell’Arabia Saudita e pari a circa il 17% delle riserve mondiali. Una fetta consistente del mercato globale del petrolio non fa più riferimento al dollaro per gli scambi, ma allo yuan cinese, situazione che compromette molto il potere della moneta statunitense. L’obiettivo a lungo termine degli USA è riportare sotto il potere del dollaro l’intero mercato petrolifero, come la rete del petrodollaro era riuscita a fare dagli anni Settanta. (Aljazeera)

    La coerenza della strategia di Trump

    Il Venezuela rappresenta per gli USA un nodo strategico dove si intrecciano le alleanze tra Maduro, la Cina, la Russia e l’Iran. La Cina è oggi il principale creditore del Venezuela, che ripaga i debiti con migliaia di barili di petrolio al giorno, mentre la Russia ha investito ingenti somme diventando uno dei principali esportatori di armi. Si tratta di riaffermare il controllo sul “cortile di casa” americano in America Latina, impedendo che potenze rivali stabiliscano basi di influenza nell’emisfero occidentale. Si può allora capire come e perché Trump si mostri molto concessivo nei confronti di Russia e Cina riguardo Ucraina e Taiwan.

  • Ucraina, una guerra per tre conflitti

    Ucraina, una guerra per tre conflitti

    La guerra ucraina è composta da tre conflitti sovrapposti: la guerra tra gli indipendenti del Donbass e Kiev; la guerra tra Kiev e Mosca; la guerra tra Russia e Occidente. Le prime due sono combattute direttamente; la terza è combattuta indirettamente. Tutte si combattono sul territorio dell’Ucraina. Ma un accordo sulla sola Ucraina non risolve la guerra.

    Mosca non accetta un congelamento della linea del fronte, perché sta avanzando e perché il suo obiettivo iniziale era la conquista di tutta l’Ucraina per insediare a Kiev un governo filorusso. Kiev non accetta di cedere territori del Donbass che non ha ancora perso sul terreno, anzi rivendica il ripristino della piena sovranità su tutto il territorio ucraino nei confini del 1991 (compresa la Crimea).

    Gli Usa di Trump, a differenza degli Usa di Biden, si propongono come mediatori e non come alleati di Kiev. Ma la mediazione di Trump si limita a fare proposte sull’assetto dell’Ucraina, su quanta Ucraina concedere alla Russia. In questo modo, rischia di penalizzare l’Ucraina e il diritto internazionale, due argomenti sui quali Trump è poco sensibile, senza riuscire mai a ottenere non solo la pace, ma neppure la tregua. Se concede troppo, Kiev e gli europei non ci stanno; se concede troppo poco non ci sta Mosca.

    Una mediazione seria da parte americana dovrebbe affrontare il terzo livello del conflitto: quello tra la Russia e l’Occidente. Quindi, andare alle origini della guerra ucraina. Perché la Russia ha deciso l’invasione? Non solo per riappropriarsi dell’Ucraina, condizione che le consente di tornare a essere una grande potenza, ma anche per mettere in discussione l’ordine internazionale a guida americana, sorto dopo la caduta dell’Urss nel 1991 e messo in crisi dai fallimenti delle guerre americane in Medio Oriente, in ultimo dal ritiro americano dall’Afghanistan.

    Trump dovrebbe proporre a Putin (e al suo alleato cinese in procinto di attaccare Taiwan), non un assetto dell’Ucraina, ma un assetto del mondo. Non essendo Trump un democratico, la sua proposta si risolverebbe in un patto di spartizione delle aree d’influenza. Questo come europei potrebbe non piacerci, perché implicherebbe la spartizione della stessa Europa. Però, la via per la pace, potrebbe comunque passare per questa strada.

    Quale potrebbe essere la proposta di un presidente USA democratico? La Russia si ritira dall’Ucraina, da tutti i territori conquistati e con ciò si ripristina la sovranità nazionale ucraina e il diritto internazionale. L’Occidente allenta le sanzioni nella misura in cui la Russia partecipa alla ricostruzione e al risarcimento dei danni di guerra. L’Ucraina rimane neutrale o, al limite, aderisce all’Unione Europea. Le repubbliche del Donbass liberate dalla presenza russa possono avere uno statuto speciale di autonomia, come il nostro Trentino Alto Adige. Oppure, svolgere un referendum con veri osservatori internazionali, per decidere se rimanere in Ucraina o annettersi alla Federazione russa.

    La Nato si ritira gradualmente dall’Europa orientale e dai paesi scandinavi. A questo punto, tali paesi si sentirebbero esposti e indifesi. Ma la UE potrebbe rafforzare la sua integrazione militare e dotarsi di un dispositivo di mutua sicurezza simile all’articolo 5 della Nato. Ucraina farebbe parte integrante dell’alleanza europea.

    Se il ritiro della Nato dall’Europa orientale fosse ritenuto politicamente impraticabile, la Nato potrebbe almeno impegnarsi in modo formale a non espandersi ulteriormente. Putin ha criticato Gorbaciov per non aver preteso nel 1991 un impegno scritto da parte degli Usa a non espandere la Nato a Est, di essersi accontentato di una promessa verbale. Oggi, gli Usa potrebbero concedere a Putin una promessa formalizzata e firmata a non espandere la Nato in Ucraina e in Georgia.

    Un tale assetto internazionale, potrebbe salvaguardare gli interessi di tutte le parti in causa: la Russia, l’Ucraina, le autonomie del Donbass, l’Europa, gli Stati Uniti e ripristinare il diritto internazionale.

    A proposito di diritto internazionale, la CPI ha emesso un mandato di arresto per Putin nel marzo 2023, per il trasferimento forzato di bambini ucraini. La restituzione di questi bambini ai loro legittimi genitori deve essere parte di qualsiasi accordo di pace.

  • Trump, Bin Salman e la rimozione di Khashoggi

    Jamal Khashoggi

    La visita di MBS a Washington

    Mohammed bin Salman, principe ereditario e leader di fatto dell’Arabia Saudita, è arrivato a Washington il 18 novembre 2025 per un incontro ufficiale con Donald Trump alla Casa Bianca. Era la prima visita di questo livello dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi nel 2018, e l’accoglienza è stata sorprendentemente calorosa: Trump ha definito l’Arabia Saudita “un grande alleato”, e MBS è stato trattato con tutti gli onori riservati a un capo di stato, benché non lo sia. La delegazione saudita era imponente, con quasi tutti i ministri al seguito, e l’obiettivo era chiaro: rimettere in moto una partnership economica e di sicurezza che promette investimenti sauditi negli Stati Uniti fino a 1.000 miliardi di dollari, accordi militari (compresa la vendita degli F-35), cooperazione nell’intelligenza artificiale e nel nucleare civile.

    La domanda della giornalista della ABC

    Durante la parte pubblica dell’incontro, Rachel Scott, una giornalista di ABC News ha fatto la domanda che tutti si aspettavano: il ruolo di MBS nell’assassinio di Khashoggi. Citava implicitamente il rapporto della CIA del 2021, secondo cui il principe aveva “approvato” l’operazione. Prima ancora che MBS potesse rispondere, Trump lo ha difeso con vigore, negando la ricostruzione della CIA: «Il principe non ne sapeva nulla». Ha liquidato Khashoggi come “estremamente controverso” e ha aggiunto: «Sono cose che capitano». Poi ha rimproverato la giornalista per aver “messo in imbarazzo” l’ospite, definendo la domanda “insultante”.

    Trump ha esibito il suo stile: protezione totale del partner saudita, attacco preventivo alla stampa, negazione dei rapporti dei propri servizi di intelligence. Con un’amministrazione democratica un trattamento simile sarebbe stato impensabile. Biden, nel 2020, aveva promesso di trasformare il regime saudita in un “paria” per il caso Khashoggi, la guerra in Yemen e le violazioni dei diritti umani. Ha poi riallacciato i contatti per motivi energetici, culminati nel saluto del “pugno” nel 2022, ma senza mai concedere a MBS la piena normalizzazione. Con Trump, invece, i rapporti sono tornati ai livelli pre-2018: miliardi sul tavolo, nessun riferimento ai diritti umani, e priorità agli interessi reciproci — difesa, energia, contenimento dell’Iran.

    L’omicidio di Jamal Khashoggi

    Per capire la portata di questo reset, serve ricordare perché l’omicidio di Khashoggi rimane una ferita aperta. Jamal Khashoggi non era un oppositore radicale né un islamista marginale, ma un insider del sistema saudita: ex direttore di Al-Watan, ex consigliere dell’intelligence, amico del principe Turki al-Faisal. Dal 2017 aveva rotto con MBS, criticandone l’autoritarismo crescente, gli arresti di massa al Ritz-Carlton, la guerra in Yemen, il blocco del Qatar, la repressione degli attivisti. In esilio negli Stati Uniti, scriveva sul Washington Post ed era diventato la voce più autorevole e credibile del dissenso saudita in Occidente.

    Nel 2018, mentre MBS cercava di ripulire la propria immagine globale, Khashoggi stava lavorando con intellettuali arabi in esilio a un nuovo movimento, DAWN (Democracy for the Arab World Now), e a una serie di conferenze che avrebbero denunciato il regime. Secondo il rapporto ONU del 2019 e l’analisi della CIA, il principe lo considerava una minaccia politica ed esistenziale: troppo noto, troppo ascoltato, troppo vicino ai segreti del potere saudita.

    L’operazione per eliminarlo

    L’operazione per eliminarlo è stata pianificata con precisione chirurgica. Non potevano arrestarlo negli Stati Uniti né rapirlo senza provocare uno scandalo diplomatico. Ma Khashoggi aveva annunciato che il 2 ottobre 2018 sarebbe entrato nel consolato saudita a Istanbul per ottenere i documenti necessari al matrimonio con la fidanzata turca, Hatice Cengiz. Per la leadership saudita, era l’occasione perfetta: territorio extraterritoriale, un paese con rapporti già deteriorati, e un dissidente che si consegnava da solo.

    Quindici agenti furono inviati da Riyadh: tra loro Maher Abdulaziz Mutreb, ufficiale dei servizi e guardia del corpo personale di MBS; Salah al-Tubaigy, capo della medicina forense; e un sosia incaricato di uscire dall’edificio con gli abiti della vittima. Le ricostruzioni CIA e ONU indicano che l’operazione fu organizzata dal più stretto collaboratore di MBS, Saud al-Qahtani. L’audio registrato dai servizi turchi documenta soffocamento, smembramento, e il commento di Tubaigy — «metti la musica» — mentre prepara la sega ossea. Il corpo non è mai stato ritrovato.

    Le prove del coinvolgimento di MBS

    Le prove del coinvolgimento diretto del principe sono schiaccianti. Mutreb, durante l’operazione, telefonò ad al-Qahtani dicendo: «Dite al vostro capo che è fatto». Undici dei quindici agenti rispondevano direttamente alla sicurezza personale di MBS. La CIA concluse: «È estremamente improbabile che un’operazione di questa portata sia stata eseguita senza l’autorizzazione di Mohammed bin Salman».

    MBS voleva inviare un messaggio: nessun dissidente è fuori portata. Neanche in un consolato, neanche in un paese NATO, neanche se scrivi per il Washington Post. È questo il motivo per cui, ogni volta che il principe viaggia all’estero, il nome di Khashoggi ritorna come un’ombra. È la macchia indelebile sul suo percorso di “riformatore”.

    E a Washington, davanti alle telecamere, Trump ha cercato di farla svanire in una nuvola bianca che strideva con l’evidenza. Un tentativo di coprire il sangue con il borotalco.


    Wikipedia – Assassination of Jamal Khashoggi
    Una panoramica completa e cronologica dell’omicidio, inclusi i rapporti della CIA, l’indagine ONU e le reazioni internazionali. en.wikipedia.org

    BBC News – Jamal Khashoggi: All you need to know about Saudi journalist’s death
    Un riassunto chiaro e verificato dei fatti principali, dal contesto personale di Khashoggi alle conseguenze diplomatiche. www.bbc.com

    Al Jazeera – Timeline of the murder of journalist Jamal Khashoggi
    Una timeline dettagliata con focus sulle indagini, i rapporti di intelligence USA e le responsabilità attribuite a Mohammed bin Salman. www.aljazeera.com