Dalla dichiarazione del cessate il fuoco a Gaza, il 10 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso più di 360 palestinesi, di cui 140 minorenni e 70 bambini. Questo significa una media di 7 palestinesi uccisi al giorno – un numero drasticamente ridotto rispetto ai 90 al giorno durante i due anni di guerra, ma che in qualsiasi altro contesto farebbe riconoscere un conflitto attivo. L’IDF continua a sparare a vista attorno alle sue posizioni e in prossimità della “linea gialla” che delimita la zona occupata.
Secondo l’accordo, Israele doveva occupare il 53% di Gaza, ma l’IDF ha esteso il controllo al 58%. La zona verde occupata da Israele contiene la maggior parte delle terre fertili ed è l’unica area dove sarà consentita la ricostruzione. La zona rossa, fatta di dune di sabbia costiera dove sono accalcati due milioni di palestinesi, rimarrebbe in rovina. Secondo i piani dell’esercito statunitense, questa divisione potrebbe essere a tempo indeterminato.
La proposta di Trump prevedeva, dopo lo scambio di ostaggi e prigionieri, il ritiro israeliano e l’arrivo di una forza internazionale di stabilizzazione. Tuttavia questa fase è rimasta nel vago. Israele non procederà finché Hamas non restituirà l’ultimo corpo degli ostaggi deceduti e non disarmerà completamente. Hamas ha restituito tutti i corpi tranne uno ed è disposta a cedere solo le armi offensive, ma non a Israele. Nessun paese è disposto a disarmare Hamas contro la sua volontà.
Israele e gli Stati Uniti prevedono solo “comunità alternative sicure” – campi recintati con unità prefabbricate o container, bagni e docce comunitari condivisi – invece della ricostruzione delle comunità palestinesi. I palestinesi sarebbero ipercontrollati per escludere chiunque abbia collegamenti con Hamas. Le organizzazioni umanitarie e i paesi europei si sono rifiutati di partecipare perché questi campi potrebbero violare il diritto internazionale e costituire uno strumento di sfollamento coercitivo.
Il progetto pilota pianificato per Rafah ospiterà solo 25.000 persone (l’1% della popolazione) e richiederà almeno sei mesi prima che i primi palestinesi possano trasferirsi, dopo la rimozione delle montagne di macerie disseminate di bombe inesplose.
I 2,2 milioni di palestinesi rimangono confinati nel 42% del loro territorio. Nove su dieci sono senza casa – i dati satellitari mostrano che l’81% delle abitazioni è stato distrutto o gravemente danneggiato. La maggior parte vive in tende vulnerabili all’inverno. A novembre, due forti acquazzoni hanno allagato i campi tendati (l’acqua proveniva anche dalle fosse fognarie traboccanti), spazzando via centinaia o migliaia di rifugi. Si è registrato un aumento significativo di diarrea acquosa acuta nei bambini.
Le consegne di aiuti sono aumentate da 91 a 133 camion al giorno, con meno saccheggi rispetto a prima. Tuttavia l’afflusso totale resta sotto la media prebellica di 600 camion al giorno, mentre i bisogni sono aumentati esponenzialmente. L’Unrwa, la più grande agenzia umanitaria, è stata bandita da Israele.
Stati europei e arabi hanno sostenuto le proposte di Trump per mantenere gli USA impegnati e dare legittimità al processo. Ma gli osservatori avvertono che senza progressi significativi nel processo di pace, la comunità internazionale rischia di rendersi complice nel mantenere i palestinesi in condizioni disumane, in violazione del diritto umanitario.
‘Bloodshed was supposed to stop’: no sign of normal life as Gaza’s killing and misery grind on Seham Tantesh in Gaza, Julian Borger and Emma Graham-Harrison in Jerusalem The Guardian, Sat 6 Dec 2025
Il 4 dicembre 2025 a Washington, i presidenti della Repubblica Democratica del Congo Félix Tshisekedi e del Ruanda Paul Kagame hanno firmato gli “Accordi di Washington per la Pace e la Prosperità” alla presenza del presidente Donald Trump. L’accordo rappresenta il tentativo di porre fine a un conflitto che devasta l’est del Congo da decenni e che affonda le sue radici nel genocidio ruandese del 1994.
Il conflitto
Il conflitto ha origine nel 1994, quando dopo il genocidio in Ruanda quasi 2 milioni di hutu fuggirono in Congo temendo rappresaglie. Da allora il Ruanda accusa questi rifugiati di aver partecipato al genocidio e sostiene che le loro milizie minacciano la popolazione tutsi ruandese. Per questo motivo il Ruanda supporta gli M23, il gruppo ribelle più potente tra gli oltre 100 che operano nella regione, anche se lo nega ufficialmente. Gli esperti dell’ONU hanno però documentato la presenza di 3.000-4.000 soldati ruandesi nell’est del Congo che combattono al fianco dei ribelli. Il governo congolese afferma che non ci può essere pace finché il Ruanda non ritirerà le sue truppe e il sostegno agli M23.
La guerra si è intensificata nel 2025, quando gli M23 hanno conquistato le principali città della regione, Goma e Bukavu, in un’avanzata senza precedenti. Questo ha aggravato una crisi umanitaria che era già tra le più gravi al mondo, con oltre 7 milioni di sfollati. A Goma, ora controllata dai ribelli, l’aeroporto internazionale è chiuso, i servizi bancari non hanno ripreso a funzionare e i residenti denunciano l’impennata dei prezzi dei beni di prima necessità e l’aumento dei crimini.
L’accordo
L’accordo firmato a Washington prevede un cessate il fuoco, il ritiro delle truppe ruandesi dalla RDC, la neutralizzazione delle milizie hutu e il rispetto dell’integrità territoriale di entrambi i paesi. Include anche un quadro per l’integrazione economica regionale che apre opportunità di investimento per le aziende americane in miniere e infrastrutture. Trump ha annunciato accordi bilaterali tra Stati Uniti, Congo e Ruanda per l’acquisto di minerali critici, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la dipendenza dalla Cina.
L’interesse americano per la regione è legato alle sue straordinarie ricchezze minerarie. L’est del Congo produce circa il 40% del coltan mondiale, un minerale da cui si estraggono tantalio e niobio, essenziali per telefoni cellulari, computer, motori aeronautici, componenti missilistici e sistemi GPS. La regione è anche il maggior produttore mondiale di cobalto, utilizzato nelle batterie al litio per veicoli elettrici, anche se le aziende cinesi controllano l’80% della sua produzione congolese. La Cina domina il mercato globale delle terre rare con quasi il 70% dell’estrazione mineraria mondiale e circa il 90% della lavorazione.
Gli interessi minerari
Trump non ha nascosto la dimensione economica dell’accordo. Durante la cerimonia ha dichiarato che le “più grandi aziende americane” andranno nei due paesi e che “tutti faranno molti soldi”. Ha descritto l’evento come un “grande giorno per il mondo” e si è attribuito il merito di aver risolto un conflitto di trent’anni, paragonandolo ad altri suoi successi diplomatici e ribadendo il suo interesse per il premio Nobel per la pace.
Tuttavia, la distanza tra la retorica diplomatica e la realtà sul terreno è enorme. Durante la cerimonia di firma, durata circa 50 minuti, Tshisekedi e Kagame non si sono stretti la mano e si sono a malapena guardati. Il giorno successivo alla firma, il 5 dicembre, sono ripresi gli scontri tra gli M23 e le forze governative congolesi, con accuse reciproche di violazioni. Gli analisti sottolineano che l’accordo non dovrebbe portare rapidamente alla pace, anche perché gli M23, attore centrale del conflitto, non sono firmatari diretti, ma solo coinvolti in colloqui paralleli in Qatar.
La situazione nelle miniere
Amani Chibalonza Edith, una residente di 32 anni di Goma, ha sintetizzato il sentimento della popolazione: “Siamo ancora in guerra. Non ci può essere pace finché le linee del fronte rimangono attive”. Gli scontri continuano nel Sud Kivu e in altre località, mentre entrambe le parti si accusano reciprocamente di violare i termini del cessate il fuoco concordato all’inizio dell’anno.
La situazione nelle miniere di Rubaya, nel territorio di Masisi, illustra bene il paradosso del Congo. Questo sito di estrazione artigianale del coltan è stato al centro dei combattimenti, passando più volte di mano tra governo e ribelli. Da oltre un anno è controllato dagli M23, che secondo un rapporto dell’ONU impongono tasse sul commercio mensile di 120 tonnellate di coltan, generando almeno 800.000 dollari al mese. Il minerale viene poi esportato in Ruanda, le cui esportazioni ufficiali di coltan sono raddoppiate da quando gli M23 hanno preso il controllo della miniera.
Jean Baptiste Bigirimana lavora nelle miniere di Rubaya da sette anni e guadagna 40 dollari al mese. “Non è abbastanza”, spiega. “I bambini hanno bisogno di vestiti, istruzione e cibo. Quando divido i soldi per vedere come prendermi cura dei miei figli, mi rendo conto che non bastano”. Non sa nemmeno dove finiscono i minerali che estrae. Nonostante l’eccezionale ricchezza mineraria del paese, oltre il 70% dei congolesi vive con meno di 2,15 dollari al giorno.
Estrazione e approvvigionamento
La catena di approvvigionamento del coltan è estremamente opaca. Dall’est del Congo viene acquistato da commercianti principalmente libanesi o cinesi, che lo vendono a esportatori in Ruanda. Questi ultimi lo spediscono negli Emirati Arabi Uniti o in Cina, dove viene raffinato in tantalio e niobio, per essere infine venduto ai paesi occidentali come metalli provenienti da Emirati o Cina, rendendo quasi impossibile tracciarne l’origine.
L’implementazione concreta di qualsiasi accordo minerario nell’est del Congo dovrà affrontare ostacoli enormi. A Rubaya tutta l’estrazione è attualmente manuale, mancano completamente le infrastrutture e bisognerebbe costruire persino le strade. Le aziende americane dovrebbero fare i conti con centinaia di migliaia di minatori e vari gruppi armati che dipendono dall’estrazione per la sopravvivenza. Come osserva Chatham House, trasformare un annuncio in progressi sostenibili richiederà di risolvere le profonde diffidenze tra Ruanda e RDC, oltre a problemi politici locali complessi legati all’accesso alla terra, all’identità, alle sfide di sicurezza e alla scarsità di risorse.
La contraddizione fondamentale
Bahati Moïse, un commerciante che rivende il coltan dalle miniere di Rubaya, sintetizza la contraddizione fondamentale: “Tutto il paese, tutto il mondo sa che i telefoni sono fatti con il coltan estratto qui, ma guardate la vita che viviamo. Non possiamo continuare così”.
La crisi è stata ulteriormente aggravata dai tagli ai finanziamenti americani che erano cruciali per il sostegno umanitario nella regione. L’accordo di Washington rappresenta un passo avanti rispetto ai precedenti tentativi falliti, ma la sua implementazione dipenderà dalle verifiche dell’ONU e dalle garanzie regionali. Leader africani come il presidente dell’Angola João Lourenço e il keniota William Ruto, presenti alla firma, l’hanno definita un “punto di svolta” ma fragile. Critici congolesi, inclusi oppositori e ONG, lo vedono come un accordo più simbolico che sostanziale, orientato agli interessi minerari americani piuttosto che alla pace immediata. Con gli scontri che continuano sul terreno e milioni di persone ancora sfollate, resta da vedere se questo accordo riuscirà dove tanti altri hanno fallito.
Trump praises Congo and Rwanda as they sign US-mediated peace deal By Aamer Madhani, Chinedu Asadu and Ruth Alonga APNews December 5, 2025 https://apnews.com
Congo’s coltan miners dig for world’s tech — and struggle regardless of who is in charge By David Yusufu Kibingila and Monika Pronczuk APNews, May 18, 2025 https://apnews.com
Donald Trump vuole rovesciare Nicolas Maduro? Molti indizi lo lasciano pensare. Da settembre, gli USA attaccano le imbarcazioni venezuelane. Attacchi che hanno ucciso 83 persone. Il 2 settembre gli USA hanno commesso un crimine di guerra con il doppio attacco a un naviglio, prima per affondarlo, poi per uccidere i sopravvissuti. Il ministro della guerra Hegseth avrebbe ordinato di ucciderli tutti (CNN). Ora, l’amministrazione americana annuncia la chiusura dello spazio aereo venezuelano e di voler dare il via ad attacchi sul territorio del Venezuela.
Il 21 novembre, al telefono, Trump avrebbe imposto un ultimatum a Maduro: dimissioni in cambio di un salvacondotto per lui e la sua famiglia. Maduro ha rifiutato. La leader dell’opposizione Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace, sollecita l’intervento americano per rovesciare il regime. Ma una invasione di terra al momento è improbabile, perché rischierebbe di risolversi in un pantano. Però, una forte pressione militare via mare, cielo, e terra, con atti di sabotaggio e di terrorismo, per destabilizzare il regime sono molto probabili, anzi già in atto.
La violazione del diritto internazionale
Questa linea di condotta americana è in aperta violazione del diritto internazionale, perché per quanto sia contestabile il regime di Nicolas Maduro, il Venezuela rimane uno stato sovrano e nessun paese straniero, tanto meno gli USA, possono determinarne il sistema politico. La giustificazione americana di avere messo in atto una legittima difesa contro il narcotraffico non è valida, perché la legittima difesa si oppone a un attacco militare, non a fenomeni che si trattano con i metodi repressivi dedicati alla criminalità organizzata. Inoltre, proprio Trump ha graziato l’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández, che stava scontando una condanna a 45 anni in un carcere statunitense per aver aiutato i narcotrafficanti a trasferire cocaina negli USA.
L’azione USA contro il Venezuela è unilaterale, si muove al di fuori degli organismi internazionali. Un’America che procede armata in America Latina, mette in una luce diversa la Russia che vuole reimporre con la forza la sua sfera d’influenza in Ucraina e nel cosiddetto mondo russo e pure la Cina, qualora invadesse Taiwan. Se però, il diritto internazionale è violato e marginalizzato, ciò non vuol dire che non si possa resistere, che non si possa criticare o condannare la violenza USA in nome del diritto. Possono farlo gli organismi delle Nazioni Unite, può farlo l’Unione Europea. Dovrebbe farlo il nostro governo. Magari, anche considerando di risolvere la lunga detenzione del nostro concittadino Alberto Trentini in un carcere venezuelano.
La vera motivazione della guerra al Venezuela
Rimane da capire una questione. Se il narcotraffico è un pretesto, perché Trump è interessato a rovesciare Maduro? Il presidente colombiano Gustavo Petro ha dichiarato alla CNN che “il petrolio è al centro della questione”, sottolineando che si tratta di “un affare di petrolio” e che “questa è la logica di Trump” (The Washington Post). Il Venezuela possiede 303 miliardi di barili di riserve accertate di petrolio, le più grandi del pianeta, superiori ai 267 miliardi dell’Arabia Saudita e pari a circa il 17% delle riserve mondiali. Una fetta consistente del mercato globale del petrolio non fa più riferimento al dollaro per gli scambi, ma allo yuan cinese, situazione che compromette molto il potere della moneta statunitense. L’obiettivo a lungo termine degli USA è riportare sotto il potere del dollaro l’intero mercato petrolifero, come la rete del petrodollaro era riuscita a fare dagli anni Settanta. (Aljazeera)
La coerenza della strategia di Trump
Il Venezuela rappresenta per gli USA un nodo strategico dove si intrecciano le alleanze tra Maduro, la Cina, la Russia e l’Iran. La Cina è oggi il principale creditore del Venezuela, che ripaga i debiti con migliaia di barili di petrolio al giorno, mentre la Russia ha investito ingenti somme diventando uno dei principali esportatori di armi. Si tratta di riaffermare il controllo sul “cortile di casa” americano in America Latina, impedendo che potenze rivali stabiliscano basi di influenza nell’emisfero occidentale. Si può allora capire come e perché Trump si mostri molto concessivo nei confronti di Russia e Cina riguardo Ucraina e Taiwan.
La guerra ucraina è composta da tre conflitti sovrapposti: la guerra tra gli indipendenti del Donbass e Kiev; la guerra tra Kiev e Mosca; la guerra tra Russia e Occidente. Le prime due sono combattute direttamente; la terza è combattuta indirettamente. Tutte si combattono sul territorio dell’Ucraina. Ma un accordo sulla sola Ucraina non risolve la guerra.
Mosca non accetta un congelamento della linea del fronte, perché sta avanzando e perché il suo obiettivo iniziale era la conquista di tutta l’Ucraina per insediare a Kiev un governo filorusso. Kiev non accetta di cedere territori del Donbass che non ha ancora perso sul terreno, anzi rivendica il ripristino della piena sovranità su tutto il territorio ucraino nei confini del 1991 (compresa la Crimea).
Gli Usa di Trump, a differenza degli Usa di Biden, si propongono come mediatori e non come alleati di Kiev. Ma la mediazione di Trump si limita a fare proposte sull’assetto dell’Ucraina, su quanta Ucraina concedere alla Russia. In questo modo, rischia di penalizzare l’Ucraina e il diritto internazionale, due argomenti sui quali Trump è poco sensibile, senza riuscire mai a ottenere non solo la pace, ma neppure la tregua. Se concede troppo, Kiev e gli europei non ci stanno; se concede troppo poco non ci sta Mosca.
Una mediazione seria da parte americana dovrebbe affrontare il terzo livello del conflitto: quello tra la Russia e l’Occidente. Quindi, andare alle origini della guerra ucraina. Perché la Russia ha deciso l’invasione? Non solo per riappropriarsi dell’Ucraina, condizione che le consente di tornare a essere una grande potenza, ma anche per mettere in discussione l’ordine internazionale a guida americana, sorto dopo la caduta dell’Urss nel 1991 e messo in crisi dai fallimenti delle guerre americane in Medio Oriente, in ultimo dal ritiro americano dall’Afghanistan.
Trump dovrebbe proporre a Putin (e al suo alleato cinese in procinto di attaccare Taiwan), non un assetto dell’Ucraina, ma un assetto del mondo. Non essendo Trump un democratico, la sua proposta si risolverebbe in un patto di spartizione delle aree d’influenza. Questo come europei potrebbe non piacerci, perché implicherebbe la spartizione della stessa Europa. Però, la via per la pace, potrebbe comunque passare per questa strada.
Quale potrebbe essere la proposta di un presidente USA democratico? La Russia si ritira dall’Ucraina, da tutti i territori conquistati e con ciò si ripristina la sovranità nazionale ucraina e il diritto internazionale. L’Occidente allenta le sanzioni nella misura in cui la Russia partecipa alla ricostruzione e al risarcimento dei danni di guerra. L’Ucraina rimane neutrale o, al limite, aderisce all’Unione Europea. Le repubbliche del Donbass liberate dalla presenza russa possono avere uno statuto speciale di autonomia, come il nostro Trentino Alto Adige. Oppure, svolgere un referendum con veri osservatori internazionali, per decidere se rimanere in Ucraina o annettersi alla Federazione russa.
La Nato si ritira gradualmente dall’Europa orientale e dai paesi scandinavi. A questo punto, tali paesi si sentirebbero esposti e indifesi. Ma la UE potrebbe rafforzare la sua integrazione militare e dotarsi di un dispositivo di mutua sicurezza simile all’articolo 5 della Nato. Ucraina farebbe parte integrante dell’alleanza europea.
Se il ritiro della Nato dall’Europa orientale fosse ritenuto politicamente impraticabile, la Nato potrebbe almeno impegnarsi in modo formale a non espandersi ulteriormente. Putin ha criticato Gorbaciov per non aver preteso nel 1991 un impegno scritto da parte degli Usa a non espandere la Nato a Est, di essersi accontentato di una promessa verbale. Oggi, gli Usa potrebbero concedere a Putin una promessa formalizzata e firmata a non espandere la Nato in Ucraina e in Georgia.
Un tale assetto internazionale, potrebbe salvaguardare gli interessi di tutte le parti in causa: la Russia, l’Ucraina, le autonomie del Donbass, l’Europa, gli Stati Uniti e ripristinare il diritto internazionale.
A proposito di diritto internazionale, la CPI ha emesso un mandato di arresto per Putin nel marzo 2023, per il trasferimento forzato di bambini ucraini. La restituzione di questi bambini ai loro legittimi genitori deve essere parte di qualsiasi accordo di pace.
Mohammed bin Salman, principe ereditario e leader di fatto dell’Arabia Saudita, è arrivato a Washington il 18 novembre 2025 per un incontro ufficiale con Donald Trump alla Casa Bianca. Era la prima visita di questo livello dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi nel 2018, e l’accoglienza è stata sorprendentemente calorosa: Trump ha definito l’Arabia Saudita “un grande alleato”, e MBS è stato trattato con tutti gli onori riservati a un capo di stato, benché non lo sia. La delegazione saudita era imponente, con quasi tutti i ministri al seguito, e l’obiettivo era chiaro: rimettere in moto una partnership economica e di sicurezza che promette investimenti sauditi negli Stati Uniti fino a 1.000 miliardi di dollari, accordi militari (compresa la vendita degli F-35), cooperazione nell’intelligenza artificiale e nel nucleare civile.
La domanda della giornalista della ABC
Durante la parte pubblica dell’incontro, Rachel Scott, una giornalista di ABC News ha fatto la domanda che tutti si aspettavano: il ruolo di MBS nell’assassinio di Khashoggi. Citava implicitamente il rapporto della CIA del 2021, secondo cui il principe aveva “approvato” l’operazione. Prima ancora che MBS potesse rispondere, Trump lo ha difeso con vigore, negando la ricostruzione della CIA: «Il principe non ne sapeva nulla». Ha liquidato Khashoggi come “estremamente controverso” e ha aggiunto: «Sono cose che capitano». Poi ha rimproverato la giornalista per aver “messo in imbarazzo” l’ospite, definendo la domanda “insultante”.
Trump ha esibito il suo stile: protezione totale del partner saudita, attacco preventivo alla stampa, negazione dei rapporti dei propri servizi di intelligence. Con un’amministrazione democratica un trattamento simile sarebbe stato impensabile. Biden, nel 2020, aveva promesso di trasformare il regime saudita in un “paria” per il caso Khashoggi, la guerra in Yemen e le violazioni dei diritti umani. Ha poi riallacciato i contatti per motivi energetici, culminati nel saluto del “pugno” nel 2022, ma senza mai concedere a MBS la piena normalizzazione. Con Trump, invece, i rapporti sono tornati ai livelli pre-2018: miliardi sul tavolo, nessun riferimento ai diritti umani, e priorità agli interessi reciproci — difesa, energia, contenimento dell’Iran.
L’omicidio di Jamal Khashoggi
Per capire la portata di questo reset, serve ricordare perché l’omicidio di Khashoggi rimane una ferita aperta. Jamal Khashoggi non era un oppositore radicale né un islamista marginale, ma un insider del sistema saudita: ex direttore di Al-Watan, ex consigliere dell’intelligence, amico del principe Turki al-Faisal. Dal 2017 aveva rotto con MBS, criticandone l’autoritarismo crescente, gli arresti di massa al Ritz-Carlton, la guerra in Yemen, il blocco del Qatar, la repressione degli attivisti. In esilio negli Stati Uniti, scriveva sul Washington Post ed era diventato la voce più autorevole e credibile del dissenso saudita in Occidente.
Nel 2018, mentre MBS cercava di ripulire la propria immagine globale, Khashoggi stava lavorando con intellettuali arabi in esilio a un nuovo movimento, DAWN (Democracy for the Arab World Now), e a una serie di conferenze che avrebbero denunciato il regime. Secondo il rapporto ONU del 2019 e l’analisi della CIA, il principe lo considerava una minaccia politica ed esistenziale: troppo noto, troppo ascoltato, troppo vicino ai segreti del potere saudita.
L’operazione per eliminarlo
L’operazione per eliminarlo è stata pianificata con precisione chirurgica. Non potevano arrestarlo negli Stati Uniti né rapirlo senza provocare uno scandalo diplomatico. Ma Khashoggi aveva annunciato che il 2 ottobre 2018 sarebbe entrato nel consolato saudita a Istanbul per ottenere i documenti necessari al matrimonio con la fidanzata turca, Hatice Cengiz. Per la leadership saudita, era l’occasione perfetta: territorio extraterritoriale, un paese con rapporti già deteriorati, e un dissidente che si consegnava da solo.
Quindici agenti furono inviati da Riyadh: tra loro Maher Abdulaziz Mutreb, ufficiale dei servizi e guardia del corpo personale di MBS; Salah al-Tubaigy, capo della medicina forense; e un sosia incaricato di uscire dall’edificio con gli abiti della vittima. Le ricostruzioni CIA e ONU indicano che l’operazione fu organizzata dal più stretto collaboratore di MBS, Saud al-Qahtani. L’audio registrato dai servizi turchi documenta soffocamento, smembramento, e il commento di Tubaigy — «metti la musica» — mentre prepara la sega ossea. Il corpo non è mai stato ritrovato.
Le prove del coinvolgimento di MBS
Le prove del coinvolgimento diretto del principe sono schiaccianti. Mutreb, durante l’operazione, telefonò ad al-Qahtani dicendo: «Dite al vostro capo che è fatto». Undici dei quindici agenti rispondevano direttamente alla sicurezza personale di MBS. La CIA concluse: «È estremamente improbabile che un’operazione di questa portata sia stata eseguita senza l’autorizzazione di Mohammed bin Salman».
MBS voleva inviare un messaggio: nessun dissidente è fuori portata. Neanche in un consolato, neanche in un paese NATO, neanche se scrivi per il Washington Post. È questo il motivo per cui, ogni volta che il principe viaggia all’estero, il nome di Khashoggi ritorna come un’ombra. È la macchia indelebile sul suo percorso di “riformatore”.
E a Washington, davanti alle telecamere, Trump ha cercato di farla svanire in una nuvola bianca che strideva con l’evidenza. Un tentativo di coprire il sangue con il borotalco.
Wikipedia – Assassination of Jamal Khashoggi Una panoramica completa e cronologica dell’omicidio, inclusi i rapporti della CIA, l’indagine ONU e le reazioni internazionali. en.wikipedia.org
BBC News – Jamal Khashoggi: All you need to know about Saudi journalist’s death Un riassunto chiaro e verificato dei fatti principali, dal contesto personale di Khashoggi alle conseguenze diplomatiche. www.bbc.com
Al Jazeera – Timeline of the murder of journalist Jamal Khashoggi Una timeline dettagliata con focus sulle indagini, i rapporti di intelligence USA e le responsabilità attribuite a Mohammed bin Salman. www.aljazeera.com
Dalla crisi fiscale dello Stato sociale negli anni Settanta e dal crollo dell’Urss e dei regimi dell’Europa orientale nel 1989-1991, il socialismo ha cessato di essere un’alternativa credibile al capitalismo. È diventato un’ideologia da archivio storico, appartenente all’Ottocento e al Novecento, senza più un futuro. Tanto che le sinistre europee, anche quando mantengono il nome di partito socialista, non evocano più il socialismo come orizzonte storico-politico, ma assumono un’identità liberaldemocratica e progressista.
Eppure, dal 2016 — con la candidatura di Bernie Sanders alle primarie democratiche — e ancora di più dal 2018, con le elezioni di medio termine che portarono al Congresso circa un centinaio di rappresentanti dell’area dei Democratic Socialists of America, tra cui Alexandria Ocasio-Cortez, il socialismo è tornato a essere un’opzione della sinistra americana. Proprio nel Paese dove, anche quando il socialismo era forte altrove, era difficile perfino dirsi socialisti. Un percorso culminato nell’annunciata, eppure sorprendente, elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York, il 4 novembre 2025.
Un giovane socialista musulmano
Come se non bastasse, il neosindaco incarna altri due apparenti paradossi. È musulmano ed è stato eletto nella città delle Torri Gemelle, abbattute l’11 settembre 2001 da un attentato islamista ideato da Osama bin Laden. Una città che ospita la più grande comunità ebraica del mondo, al tempo della guerra di Gaza — del genocidio di Gaza — e che ha scelto un sindaco socialista apertamente filopalestinese: una posizione insolita per qualsiasi politico americano di rilievo, anche tra i democratici.
Il secondo paradosso è anagrafico. Mamdani ha solo 34 anni, nessuna esperienza politico-amministrativa, e dovrà governare una delle città più grandi del pianeta, con un PIL paragonabile a quello dell’Italia. Nella competizione elettorale è riuscito a superare, fin dalle primarie democratiche, Andrew Cuomo, politico esperto e tre volte governatore dello Stato di New York.
Nonostante — o forse proprio per — queste tre caratteristiche, la città ha scelto Zohran Mamdani. E lo ha fatto sfidando apertamente Donald Trump, che ha già inviato la Guardia nazionale in varie metropoli amministrate dai democratici e minacciato di tagliare i fondi federali a New York qualora il “comunista” Mamdani fosse stato eletto. Ma New York non ha avuto paura. Ha sancito che si può dare una possibilità a un candidato socialista — e al suo ambizioso programma sociale.
Il programma di Mamdani
Childcare universale e gratuito, dalle 6 settimane ai 5 anni, con “baby basket” per i nuovi genitori, per ridurre i costi proibitivi degli asili nido (fino a 26.000 dollari l’anno) e sostenere le famiglie.
Blocco degli affitti per circa un milione di appartamenti in regime di rent stabilization, per frenare gli aumenti e contrastare la crisi degli alloggi.
Autobus gratuiti e potenziamento della rete di corsie preferenziali, per ridurre il costo della vita e migliorare l’efficienza del trasporto pubblico.
Apertura di cinque supermercati municipali — uno per ogni distretto — per contrastare l’aumento dei prezzi del cibo e i food deserts.
Aumento delle tasse per i residenti più ricchi e per le grandi corporation, per finanziare i nuovi programmi sociali.
Negli Stati Uniti, il socialismo torna a essere una possibilità reale: non come ideologia del passato, ma come risposta concreta alle diseguaglianze crescenti e al carovita che grava su milioni di cittadini.
Visto da destra, il “piano di pace Trump” per Gaza — che ha imposto a Israele e Hamas un cessate il fuoco duraturo, con la mediazione di Egitto e Qatar — è diventato un pretesto per attaccare la sinistra.
Secondo la narrazione governativa, la sinistra non sarebbe contenta che la pace a Gaza sia stata imposta proprio da Trump. Né sopporterebbe che il merito vada al presidente americano invece che alle manifestazioni, alla Flotilla, a Greta Thunberg o a Francesca Albanese. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha riassunto così il concetto: «La sinistra è più fondamentalista di Hamas».
Sorprende che un governo stabile e longevo senta il bisogno di polemizzare in modo così sguaiato con l’opposizione. Ma entriamo nel merito.
Al momento è stata concordata soltanto la prima fase del piano, quella che prevede la fine dei combattimenti, lo scambio di ostaggi e prigionieri e un ritiro parziale dell’esercito israeliano dalla Striscia. Le prossime fasi, che riguarderanno il futuro politico della Striscia di Gaza, il completamento del ritiro israeliano e la smilitarizzazione di Hamas, sono più complicate e potrebbero fallire più facilmente.
Ci dispiace che il cessate il fuoco lo stia imponendo Trump?
Non poteva essere diverso. Abbiamo sempre saputo che solo gli Stati Uniti hanno il potere di fermare Israele. Intervistato all’inizio della guerra di Gaza, l’ex ministro degli Esteri israeliano Shlomo Ben-Ami rispose alla domanda “Quando finirà?” con una frase lapidaria: «Dipende da quando si chiuderà la finestra che l’America ci concede».
In alcuni momenti era sembrato che Joe Biden quella finestra volesse chiuderla. Per esempio nel maggio 2024, quando l’IDF si apprestava a distruggere Rafah, ma Netanyahu diede comunque il via all’operazione. Biden era però in una condizione particolare, segnata da limiti di salute e di consenso. Con un nuovo presidente, che fosse Harris o Trump, era inevitabile che, questione di tempo, la finestra si richiudesse.
Eppure anche con Trump, inizialmente, si è ripetuto lo stesso schema: aveva realizzato un cessate il fuoco il giorno prima dell’insediamento, il 19 gennaio, ma Netanyahu lo ha rotto il 18 marzo; stava trattando con l’Iran a giugno, ma Netanyahu ha attaccato l’Iran; stava negoziando di nuovo una tregua con Hamas ad agosto, ma Netanyahu ha tentato di uccidere la delegazione di Hamas, senza riuscirci, colpendo perfino Doha, alleato strategico degli Stati Uniti. Quel fallimento ha segnato l’inizio della fine: lì si è chiusa davvero la finestra americana.
E finalmente.
Perché se il cessate il fuoco regge, finisce il calvario degli ostaggi e il grande strazio quotidiano delle vittime innocenti, dei feriti, degli affamati, dei lutti e delle distruzioni. Si interrompe il genocidio — o la marcia verso l’espulsione forzata dei palestinesi. Come si fa a non esserne contenti? E come non vedere che con la fine dei bombardamenti finisce anche il piccolo strazio morale di chi, in questi due anni, ha negato o giustificato l’orrore di Gaza?
Non deve stupire che il protagonista sia Trump. Non è la prima volta che negli Stati Uniti la pace arriva da leader conservatori o reazionari. Nixon e Kissinger avviarono il dialogo con la Cina di Mao, si ritirarono dal Vietnam e promossero la distensione con l’Urss. Reagan fu l’interlocutore della pace di Gorbaciov. In Israele, Sharon ritirò i coloni da Gaza — per congelare il processo di pace, ma i laburisti non fecero nemmeno quello.
Questi leader, proprio perché di destra, possono permettersi atti di pragmatismo senza temere accuse di debolezza o tradimento da parte dell’opposizione. Per lo stesso motivo, Trump può imporre a Gaza una pace sbilanciata a favore di Israele, ma non può farlo in Ucraina a favore della Russia: lì l’opposizione democratica e l’Europa lo accuserebbero di arrendersi a Putin. E già lo fanno.
Non per questo vanno svalutati altri fattori. Le grandi manifestazioni, la Flotilla, la popolarità di figure come Greta Thunberg o Francesca Albanese sono il termometro di un orientamento dell’opinione pubblica che cresce in intensità contro la guerra. E di questo, i governi europei e lo stesso presidente americano tengono conto.
Hamas ha fatto bene ad accettare il piano Trump: per urgenti ragioni umanitarie e per la responsabilità del 7 ottobre. E noi facciamo bene a essere felici di quel sì.
Ma noi non siamo Hamas. Non dobbiamo comportarci come una delle parti in causa. Siamo cittadini europei. Dobbiamo apprezzare la fine dei massacri, la liberazione degli ostaggi e, insieme, criticare le insufficienze e gli squilibri di un piano che, se non apre una prospettiva di giustizia, resterà soltanto una tregua — anche molto breve.
Spero che Hamas accetti il piano Trump. Non perché lo consideri giusto o equilibrato, ma perché contiene una parte umanitaria che da sola basterebbe a giustificarne l’adesione: cessate il fuoco immediato, liberazione degli ostaggi entro 72 ore, scarcerazione di 1700 prigionieri palestinesi, ripresa degli aiuti dell’ONU, ricostruzione delle reti idriche ed elettriche, degli ospedali e delle attività commerciali distrutte.
Rilevante anche la rinuncia alla deportazione forzata: i civili palestinesi potrebbero lasciare la Striscia se lo volessero, ma non sarebbero obbligati. Occorrerebbe però specificare che a chiunque scelga di partire spetterebbe sempre il diritto al ritorno.
Il nodo più controverso riguarda il futuro governo di Gaza: una “commissione palestinese tecnocratica e apolitica” sotto la supervisione di un “Consiglio della Pace” guidato da Trump e delegato a Tony Blair. In sostanza, un protettorato anglo-americano. Restano inoltre indefiniti i tempi del ritiro israeliano e l’estensione della zona cuscinetto.
Il disarmo di Hamas potrebbe essere positivo per i civili, ma resta una misura imposta dall’esterno. E l’intera proposta ha la forma di un ultimatum: a Hamas sono concessi solo pochi giorni per accettare una resa quasi incondizionata, senza margini di negoziazione, sotto la minaccia di lasciare Israele libero di “finire il lavoro”.
Se mi mettessi nei panni di Hamas, accetterei lo stesso. Sarebbe una sconfitta formalizzata, ma non necessariamente la fine. Le ideologie non muoiono uccise dalle armi: se sopravvivono le cause che le hanno generate, possono trasformarsi e rinascere. Dopo il 1945 il nazifascismo fu schiacciato da una grande alleanza antifascista. Eppure minoranze nostalgiche si riorganizzarono, fecero ancora danni e oggi sono tornate al governo in Italia, si candidano in Germania, hanno un peso rilevante in molti paesi occidentali. Forse sono persino al governo negli Stati Uniti e in Russia. Perché Hamas non dovrebbe avere un futuro, magari in forme diverse, politiche o clandestine?
Nessuna vittoria militare basta, da sola, a risolvere un conflitto politico.
Sull’omicidio di Charlie Kirk, attivista e influencer della destra statunitense, valgono più di ogni altra cosa le parole del socialista Bernie Sanders, esponente dell’opposizione democratica.
«Nonostante fossi in forte disaccordo con lui su quasi tutti i temi, Kirk era un comunicatore e un organizzatore molto efficace, coraggioso nel confrontarsi pubblicamente. Esprimo le mie condoglianze alla famiglia di Kirk e condanno con forza la violenza politica. La libertà e la democrazia non possono basarsi sull’assassinio di funzionari pubblici, sull’intimidazione o sulla violenza contro chi esprime opinioni politiche. L’omicidio di Kirk riflette una pericolosa escalation della violenza politica che mette a rischio la vita pubblica e scoraggia la partecipazione civile. L’essenza della democrazia è la possibilità di avere punti di vista diversi e discuterli senza paura di essere aggrediti o uccisi».
Le parole di Sanders non possono che risuonare in chi crede nella democrazia e nel socialismo.
Di tutt’altro tenore le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, che ben più di un oppositore dovrebbe tendere all’unità del Paese. Donald Trump ha accusato la “sinistra radicale” di essere responsabile, o almeno di aver creato un clima favorevole all’omicidio di Kirk. Pur non conoscendo identità o movente dell’assassino al momento delle sue dichiarazioni, ha sostenuto che la sinistra demonizza figure come Kirk paragonandole a nazisti e criminali, e che questa retorica alimenta terrorismo e violenza. Ha promesso azioni contro le organizzazioni “colpevoli” di fomentare odio, ignorando al tempo stesso le vittime di matrice opposta.
In Italia Giorgia Meloni ha seguito la stessa linea. Ha reso omaggio a Kirk, definendolo un giovane coraggioso, ma poi ha puntato il dito contro una presunta cultura della sinistra italiana che minimizzerebbe la violenza politica. Ha evocato “falsi maestri in giacca e cravatta” che giustificherebbero l’omicidio, accusando indirettamente l’opposizione di alimentare il clima di odio.
Eppure, Tyler Robinson, sospettato come autore del delitto, non corrisponde al profilo di un attivista di sinistra. Ventiduenne dello Utah, cresciuto in una famiglia Maga e mormona, istruito all’uso delle armi dal padre, studente brillante, senza precedenti penali e con un interesse recente e discontinuo per la politica: il suo profilo contrasta con l’etichetta di “antifascista militante” che la destra ha cercato di appiccicargli.
La strumentalizzazione dell’omicidio di Kirk da parte di Trump e Meloni appare dunque molto forzata. Ma il problema della violenza politica resta reale. Negli Stati Uniti ha già colpito sia repubblicani sia democratici: l’assassinio della parlamentare Melissa Hortman e di suo marito, l’attentato incendiario contro il governatore Josh Shapiro, l’attacco a Donald Trump durante la campagna elettorale. Nel solo 2025 si sono contati circa 150 attacchi di matrice politica, quasi il doppio dell’anno precedente.
Il rischio è che la polarizzazione e la violenza politica degenerino in una guerra civile. La differenza rispetto alle situazioni di violenza politica del passato è che i leader oggi al potere, invece di ricomporre l’unità nazionale, cavalcano la divisione. Alimentano la psicologia della guerra – “noi contro loro” – trasformando il confronto democratico in una lotta esistenziale.
A questa logica occorre sottrarsi. Non bisogna offrire pretesti né lasciarsi trascinare nel gioco della provocazione. La difesa della democrazia passa anche da un linguaggio pubblico responsabile, capace di mantenere aperto lo spazio del confronto civile e di riconoscere nell’avversario non un nemico da abbattere, ma un interlocutore con cui disputarsi il futuro della comunità.