Mese: Aprile 2026

  • Israele: cosa è andato storto?

    Israele: cosa è andato storto? di Omer Bartov.

    Omer Bartov, storico israeliano della Shoah e docente alla Brown University, dove tiene un corso molto apprezzato sull’Olocausto e la Nakba, sostiene che il feroce attacco israeliano a Gaza costituisca un genocidio. Vive negli Usa da oltre trent’anni e la distanza dagli eventi gli ha permesso, dice, di vedere ciò che in Israele molti rifiutano di riconoscere. La sua presa di posizione, espressa in un saggio sul New York Times del 2025, gli è costata amicizie e rapporti personali.

    Nel nuovo libro, Israel: What Went Wrong? (Israele: cosa è andato storto?), presentato sul Guardian, Bartov ricostruisce la trasformazione del Paese. Da uno Stato che prometteva “piena uguaglianza di diritti” a un progetto segnato da colonialismo d’insediamento ed etnonazionalismo. La sua analisi nasce da una biografia intrecciata con la storia israeliana. Genitori sionisti, servizio militare in più fronti, una carriera accademica dedicata allo studio dei genocidi e della memoria della Shoah.

    Bartov denuncia l’uso politico dell’Olocausto, divenuto a suo giudizio una “enorme foglia di fico” che alimenta vittimismo, arroganza e autoassoluzione. Non minimizza gli orrori dello sterminio nazista, ma critica il modo in cui è stato impiegato per giustificare politiche oppressive. A suo avviso, il sionismo originario conteneva due anime: una liberatrice, volta a proteggere un popolo perseguitato, e una coloniale. Dopo il 1948, la scelta del nuovo stato di non adottare una costituzione, di non definire i confini e di non riconoscere i diritti dei palestinesi ha fatto prevalere la seconda.

    Pur rifiutando l’etichetta di “anti-sionista”, Bartov respinge con forza la versione di sionismo oggi dominante in Israele. Sa che la sua critica appare insufficiente a molti palestinesi e loro sostenitori, che leggono l’intera storia israeliana come un progetto che mirava fin dall’inizio alla eliminazione del popolo palestinese. Egli considera questa visione riduttiva, ma ammette che descrive ciò che il sionismo è diventato.

    Il libro dedica ampio spazio alla “colpa originaria” della fondazione di Israele: l’incapacità dei fondatori di tradurre in norme vincolanti i principi della dichiarazione d’indipendenza. Se David Ben-Gurion avesse scelto una costituzione e una carta dei diritti, sostiene Bartov, Israele avrebbe potuto evolvere in una democrazia liberale compiuta.

    Nonostante il quadro cupo, intravede una via d’uscita. Un modello di confederazione tra due Stati sovrani, israeliano e palestinese, con confini simili a quelli del 1967 e libertà di movimento reciproca. Un’idea oggi remota, mentre Gaza è ancora in macerie e la guerra continua. Ma che potrebbe diventare inevitabile se gli Usa riducessero il sostegno militare a Israele. L’opinione pubblica americana, sia democratica sia repubblicana, sta infatti diventando sempre meno filoisraeliana.

    Bartov osserva che denunciare l’antisemitismo ha perso efficacia. In parte perché l’influenza dei donatori filo-israeliani sulla politica statunitense, come la campagna di Israele per convincere gli Usa a dichiarare guerra all’Iran, è innegabile. In parte perché l’accusa di antisemitismo è diventata vuota, a causa della sua flagrante strumentalizzazione come “strumento per mettere a tacere le persone. Paradossalmente, scrive, lo stato di Israele, che voleva essere la risposta definitiva all’antisemitismo, è divenuto “la migliore scusa per gli antisemiti”, poiché la sua condotta allontana anche molti dei suoi storici alleati.

    Il prezzo personale per Bartov è alto. L’ultimo viaggio in Israele, nel 2024, lo ha turbato: la normalità quotidiana gli sembrava insostenibile mentre, a pochi chilometri, si consumava una tragedia. Molti amici si sono allontanati. Il libro uscirà in molte lingue, ma non in ebraico: gli editori israeliani non lo vogliono. Lo considerano un intellettuale che giudica da lontano, “in una stanza con l’aria condizionata”.

    Eppure, se il pubblico israeliano non è in grado di leggere Bartov, come può sperare di comprendere in Israele ciò che lui ha compreso così chiaramente negli Usa? Speriamo che il libro abbia presto una traduzione anche in italiano.


    What went wrong in Israel?
    A genocide scholar examines ‘what Zionism became’
    Aaron Gell – The Guardian, Tue 21 Apr 2026
    https://www.theguardian.com/

  • Sudan 2026: la crisi alimentare in cinque punti

    La crisi alimentare in Sudan

    Il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze Armate sudanesi e le Rapid Support Forces ha prodotto la più grande crisi umanitaria e di sfollamento del mondo. Nel 2026, 33,7 milioni di persone necessitano di assistenza, il numero più alto a livello globale, 3,3 milioni in più rispetto al 2025. Il 41% della popolazione soffre di insicurezza alimentare acuta; la carestia è confermata in più aree.

    Il ciclo della fame e la stagione dei raccolti a rischio. Da settembre 2025, la carestia è confermata a El Fasher, nel Darfur settentrionale, e a Kadugli, nel Kordofan meridionale. Oltre 4,2 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta, di cui 800.000 in forma grave. La stagione principale dei raccolti inizia a giugno: intervenire ora è l’unica via per evitare un ulteriore deterioramento.

    I finanziamenti si esauriscono. Il piano umanitario 2026 richiede 2,9 miliardi di dollari. Ad aprile 2026, è finanziato solo al 16,2%. La FAO necessita di 99 milioni di dollari per sostenere 1,5 milioni di famiglie: finora ha ricevuto soltanto 5 milioni dal governo italiano.

    La produzione agricola crolla. La FAO stima la produzione cerealicola per la stagione 2025/26 a 5,2 milioni di tonnellate: un calo del 22% rispetto al 2024 e del 19% sotto la media quinquennale. L’agricoltura impiega i due terzi della popolazione, ma infrastrutture, scorte e mercati sono stati distrutti o resi inaccessibili dal conflitto.

    Il bestiame è una risorsa vitale trascurata. Il settore zootecnico, stimato in 115 milioni di capi tra bovini, ovini, caprini e cammelli, ha subito danni enormi: epidemie, riduzione dei pascoli, crollo della copertura vaccinale. La FAO ha vaccinato 7,3 milioni di animali dall’inizio del conflitto, raggiungendo però solo circa il 6% del patrimonio zootecnico nazionale.

    La crisi rischia di essere dimenticata. Mentre altre emergenze monopolizzano l’attenzione internazionale, il Sudan scivola fuori dai radar. La FAO prevede di raggiungere 7,5 milioni di persone tra marzo e dicembre 2026 e chiede con urgenza 75 milioni di dollari per sostenere la produzione agricola e proteggere il settore prima che il conflitto vanifichi i progressi costruiti in generazioni.

    Il messaggio è semplice: ogni settimana di ritardo restringe la finestra per salvare la stagione agricola. L’assistenza all’agricoltura di emergenza è, secondo la FAO, lo strumento più efficiente e diretto disponibile, a condizione che i fondi arrivino.


    Five things you should know about Sudan’s food crisis
    Why Sudan’s agrifood system is under severe strain in 2026

    Jazirah State, Sudan.
    15/04/2026 Rome – www.fao.org

  • Marwan Barghouti, il prigioniero che Israele tortura e non vuole liberare

    Marwan Barghouti, il prigioniero che Israele tortura e non vuole liberare

    Marwan Barghouti sta a Nelson Mandela come i palestinesi oppressi dall’occupazione israeliana stanno ai neri sudafricani oppressi dall’Apartheid. È, infatti, da 24 anni il più famoso prigioniero palestinese nelle carceri israeliane. Il leader più popolare tra i palestinesi, l’unico capace di unire tutti i partiti del suo popolo nella lotta nazionale per la liberazione dall’occupazione israeliana.

    Il Mandela palestinese

    Barghouti fu arrestato dall’IDF a Ramallah nel 2002 e condannato da un tribunale israeliano nel 2004. Si era al culmine della seconda intifada, e l’IDF accusava il leader palestinese di aver ordinato attacchi che causarono la morte di civili israeliani. Ma il processo fu denunciato da Amnesty International e dall’Unione Interparlamentare per gravi irregolarità: confessioni di altri detenuti ottenute sotto coercizione, una prova chiave contenuta in un verbale di interrogatorio che Barghouti aveva rifiutato di firmare, e la violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta di processare nel proprio territorio persone prelevate da un territorio occupato. Un tribunale che giudica un parlamentare eletto di un popolo sotto occupazione non esercita giustizia neutrale.

    Nel 2002 Nelson Mandela, il primo presidente sudafricano eletto democraticamente dopo la fine dell’apartheid, disse al suo avvocato Khader Shkirat: “Quello che sta succedendo a Barghouti è esattamente quello che è successo a me. Il governo ha cercato di delegittimare l’African National Congress e la sua lotta armata mettendomi sotto processo”.

    Da uomo libero potrebbe essere il partner ideale per un accordo di pace e coesistenza israelo-palestinese, perché condivide la prospettiva due popoli, due stati. Per lo stesso motivo, i governi della destra israeliana continuano a tenerlo prigioniero, rifiutano di negoziarlo nelle trattative sugli scambi di prigionieri, e non solo.

    Le torture in carcere

    La sua famiglia e il suo avvocato affermano che Marwan Barghouti continua a essere vittima di abusi e violenze nelle carceri israeliane. Tre settimane fa, le guardie carcerarie sono entrate nella sua cella, nel carcere di Megiddo, e lo hanno costretto a terra, ripetutamente aggredito, aizzandogli contro un cane da guardia. È stato poi picchiato durante un trasferimento carcerario. Una settimana fa, nel carcere di Ganot, è stato pestato selvaggiamente e lasciato sanguinante per più di due ore, negandogli le cure mediche.

    Non sono episodi isolati. Da due anni e mezzo, ossia dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Marwan Barghouti è stato posto in isolamento, nonostante lui non abbia relazione con quell’atto terroristico, anzi abbia stigmatizzato il coinvolgimento di civili tra le vittime. In questo periodo è stato più volte aggredito e picchiato dalle guardie. Durante un pestaggio, gli hanno rotto quattro costole e provocato lesioni alla testa.

    Le visite dei familiari al carcere sono vietate e la famiglia teme per la sua vita, da quando ha ricevuto la notizia secondo cui è stato picchiato fino a perdere i sensi da otto guardie carcerarie israeliane. Alcuni ex detenuti rilasciati in seguito a un accordo di cessate il fuoco hanno fornito prove dell’aggressione.

    L’anno scorso, Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale e leader dell’estrema destra israeliana, ha condiviso un video sui social, in cui lo si vede apostrofare e umiliare Marwan Barghouti nella sua cella. Il leader palestinese, riapparso così in pubblico dopo tanti anni, è apparso invecchiato, dimagrito, emaciato, praticamente irriconoscibile.

    La condizione dei prigionieri palestinesi

    La condizione degli altri prigionieri palestinesi, se possibile, è ancora peggiore. Nell’insieme sono 9.560 persone, detenuti per “ragioni di sicurezza”. Tra questi, oltre 3.500 sono trattenuti in detenzione amministrativa, cioè imprigionati senza essere condannati e senza sapere di cosa sono accusati.
    Dal 7 ottobre 2023, le agenzie dell’ONU e le organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno segnalato un aumento delle denunce di abusi e violenze contro i prigionieri palestinesi. Tra cui, percosse sistematiche, violenze sessuali, fame e gravi negligenze mediche.

    Il Servizio penitenziario israeliano (IPS) nega le accuse. Afferma di non essere a conoscenza di nessun “incidente” di questo tipo e che, per quanto ne sa, atti simili non si verificano nelle sue strutture. Un suo comunicato dichiara che tutti i detenuti ricevono cure mediche in conformità con il giudizio professionale dei medici e nel rispetto delle linee guida del Ministero della Salute.

    Ma a settembre la Corte Suprema israeliana ha stabilito che le carceri israeliane non fornivano cibo a sufficienza ai detenuti palestinesi e ha ordinato il miglioramento delle condizioni di detenzione.

    Il silenzio dell’Europa

    Eppure le condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi, documentate dall’ONU e da numerose ONG, non trovano posto in nessuna dichiarazione, nessuna iniziativa dei governi europei né dell’Unione Europea. Dovrebbero invece accendere i riflettori su questa situazione: riconoscere i detenuti come prigionieri politici, arrestati nel contesto di un’occupazione militare; esigere che siano trattati nel rispetto dei diritti umani, come del resto dispone la stessa Corte Suprema israeliana; pretendere la liberazione di tutti coloro che sono detenuti senza condanna.

    E chiedere, in particolare, la liberazione di Marwan Barghouti: per ragioni umanitarie, perché un uomo di 66 anni viene aggredito, picchiato e lasciato sanguinante nelle celle israeliane. E per ragioni politiche, perché senza di lui una pace giusta tra israeliani e palestinesi è difficile da immaginare.


    Prominent Palestinian prisoner Marwan Barghouti assaulted three times in a month, family says
    Yolande Knell, Middle East correspondent, BBC, 15 Apr 2026
    https://www.bbc.com/

    Palestinian leader Marwan Barghouti facing ‘escalating abuse’ in Israeli jails
    ‘Palestine’s Mandela’ suffers three recent attacks including assault where prison guards set a dog on him, lawyer says
    Emma Graham-Harrison in Jerusalem Wed The Guardian 15 Apr 2026
    https://www.theguardian.com/

  • L’Ungheria ha scelto l’Europa: sconfitta la democrazia illiberale

    L'Ungheria ha scelto l'Europa: sconfitta la democrazia illiberale

    Possiamo essere contenti della sconfitta di Viktor Orban in Ungheria. Anche se i fascisti e qualche rossobruno ci dicono il contrario, perché il vincitore è di destra. C’è la controprova: entrambi sono delusi, perché il loro candidato preferito ha perso. Loro, come noi, sanno riconoscere che esistono destre diverse: sovranisti-populisti e liberal-conservatori; il partito dei patrioti e il partito popolare.

    La sconfitta di Orban è la sconfitta di tutti coloro che hanno fatto campagna elettorale per lui. Con un video, un intervento, una presenza attiva, da Trump e Vance a Netanyahu, passando per Meloni, Salvini, Le Pen, Abascal, Weidel. Insieme all’autocrate ungherese ha perso l’internazionale nera. Questo indica che altri risultati simili sono oggi più probabili. La sconfitta di Netanyahu nelle elezioni israeliane dell’ottobre 2026, quella di Trump nelle elezioni di midterm a novembre 2026 negli Stati Uniti, e quella di Meloni nel 2027 in Italia.

    Ciò che distingue la destra sovranista-populista non è l’estremismo dentro una continuità, che può scolorire fino ai più moderati. È il non riconoscersi nella democrazia liberale, la democrazia costituzionale. Questa destra quasi si stupisce quando viene accusata di essere antidemocratica. Perché pensa di sostenere la democrazia: non mette in discussione le elezioni, i parlamenti, il pluralismo dei partiti. Cioè, il principio democratico del potere della maggioranza. Anzi, gli attribuisce un valore assoluto.

    E proprio qui cominciano i guai, perché in una società democratica non esiste solo la maggioranza. Esistono le minoranze, le future generazioni, il rapporto con gli altri paesi. Nelle democrazie liberali, perciò, il potere della maggioranza è temperato dai principi costituzionali, dai diritti delle minoranze, dai trattati internazionali, dallo stato di diritto, nel quale anche chi esprime la volontà della maggioranza è sottoposto al primato della legge. I sovranisti-populisti al potere credono invece di essere essi stessi la legge. Questa non è un’accusa avversaria: lo stesso Orban, nel 2012, ha definito il suo sistema di governo “democrazia illiberale”.

    Sotto questo aspetto, la sconfitta di Orban non costituisce una fisiologica alternanza di governo, ma una transizione di regime. Non cambiano solo i ministri. Dovranno cambiare anche le principali figure istituzionali di garanzia e i principali dirigenti dello stato e della televisione pubblica, perché il Fidesz ha occupato tutti i gangli del potere, fondendo partito, governo e istituzioni.

    Per realizzare una transizione di regime pacifica, una figura di destra, un ex membro del regime, è più adatta di una chiara alternativa progressista, come potrebbero essere democratici, socialisti e verdi. Perché è più rassicurante per quell’elettorato che ha sostenuto Orban, ma oggi ne è deluso, persone anche tradizionaliste, che vogliono cambiare, ma senza saltare nel buio. Per loro, occorre non un rivoluzionario, ma un traghettatore. È lo stesso schema che ha funzionato nella transizione spagnola dopo Franco, e più di recente in Polonia con il ritorno di Tusk. In entrambi i casi, figure interne al sistema hanno reso possibile un passaggio che forze apertamente alternative avrebbero reso più traumatico.

    Peter Magyar ha proposto il limite dei due mandati per le cariche di governo. Non è un limite giusto in assoluto, ma nel contesto di certi paesi e in certi momenti storici può essere opportuno. L’eccessiva longevità di un governo, mentre dimostra il suo consenso popolare, diventa spesso causa di corruzione e degenerazione. E favorisce quella fusione tra partito e istituzioni che ha caratterizzato il regime di Orban. Il ricambio di personale politico e istituzionale è di per sé una cosa buona.

    Non sappiamo come si comporterà il vincitore: se presterà fede alle sue promesse di rendere di nuovo autonome le istituzioni, la magistratura, la stampa, di reintegrare l’Ungheria nell’Unione Europea, o se col tempo si trasformerà in un nuovo Orban, considerando il punto di partenza popolare e liberal-conservatore, che fu del Fidesz. Ma per ora l’Ungheria ha scelto l’Europa e lo stato di diritto. E questa scelta, compiuta con un’affluenza record di quasi l’ottanta per cento, è il fatto politico di maggior rilievo, per il quale possiamo essere molto contenti.

  • Razionamento energetico: se i governi non decidono, deciderà l’aumento dei prezzi

    Razionamento energetico. Se i governi non decidono, deciderà l'aumento dei prezzi

    A fronte della crisi energetica provocata dalla guerra israelo-americana contro l’Iran e dal blocco iraniano dello Stretto di Hormuz, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha raccomandato un piano d’azione immediato. Le stesse raccomandazioni sono state disposte dall’Unione Europea.

    Per limitare il consumo di greggio, i governi devono intervenire sulla mobilità. Abbassare i limiti in autostrada di almeno 10 km/h (risparmio stimato: 290.000 barili/giorno dalle auto e 140.000 dai camion). Estendere lo smart working fino a tre giorni a settimana per azzerare gli spostamenti non essenziali. Istituire domeniche senza auto, rendere gratuiti o economici i trasporti pubblici e incentivare la micro-mobilità (bici e camminata). Alternare l’uso delle auto tramite targhe alterne, potenziare il car sharing e evitare i voli in aereo laddove esista un’alternativa su ferrovia ad alta velocità. Per limitare il consumo di metano le linee sono altrettanto nette. Stop definitivo ai contratti con la Russia e sostituzione del gas con fonti rinnovabili o nucleare. Accelerare l’installazione di pompe di calore e regolare i termostati; ridurre il riscaldamento di solo 1°C garantirebbe un risparmio nazionale di circa 10 miliardi di metri cubi l’anno.

    Nonostante le indicazioni dell’AIE e della UE, i governi europei sembrano prigionieri dell’attendismo. La speranza che la guerra finisca presto, le scorte accumulate e il timore di contraccolpi elettorali frenano l’adozione di misure di austerity. I reduci dell’opposizione alle restrizioni in tempo di pandemia già sollecitano ribellioni contro quello che definiscono il prossimo “lockdown energetico”.

    Il nodo resta la gestione della crisi energetica. Se la guerra e il blocco di Hormuz dovessero perdurare, ciò che i governi non decideranno per decreto verrà imposto brutalmente dal mercato. In assenza di un piano statale di razionamento controllato, il prezzo del gas e il costo del barile aumenteranno a livelli insostenibili. Non servirà una legge per fermare le auto se la benzina toccherà i 4 euro al litro, sarà l’impossibilità finanziaria a svuotare le strade.

    La differenza, però, è l’equità. Un piano statale può proteggere i servizi essenziali (ospedali, scuole, fasce deboli). Il libero mercato, invece, garantisce il consumo solo a chi ha grandi disponibilità economiche, condannando il resto della popolazione a un taglio netto dei beni primari. Senza una transizione guidata, il rischio è quello di passare da una crisi energetica a un collasso sociale caotico e violento.

  • Il fermo di Rima Hassan e la torsione dello Stato di diritto

    Rima Hassan, eurodeputata di France Insoumise (Lfi) è stata messa in stato di fermo (garde à vue) con l’accusa di apologia di terrorismo. La custodia può durare fino a 48 ore. Il provvedimento è scattato dalla denuncia presentata a fine marzo da Matthias Renault, deputato del Rassemblement National, contro un tweet (poi cancellato) o un retweet, che riprendeva una frase di Kozo Okamoto, militante dell’Armata Rossa Giapponese responsabile dell’attentato all’aeroporto di Lod nel 1972 (26 morti). Nel messaggio si leggeva: “Finché ci sarà oppressione, la resistenza non sarà solo un diritto, ma un dovere”. Durante la perquisizione dell’eurodeputata sono state rinvenute nella sua borsa modiche quantità di Kat (foglie masticabili energizzanti) e CBD. Rima Hassan è nata apolide in un campo profughi palestinese in Siria, è una delle attiviste in solidarietà con la Palestina più in vista di Francia. Ha partecipato a due missioni della Freedom Flotilla nel tentativo di rompere l’assedio alla Striscia di Gaza.

    Il fermo dell’eurodeputata in Francia implica violare o forzare le regole che governano l’immunità parlamentare. I deputati del Parlamento europeo godono di due tipi di protezione. Nel territorio di ogni altro Stato membro sono esenti da ogni provvedimento di detenzione e da ogni procedimento giudiziario. Sul territorio nazionale nel proprio Stato godono delle stesse immunità riconosciute ai membri del Parlamento del loro Paese. Essendo Rima Hassan una cittadina francese in Francia, ad essa si applica il regime dei parlamentari francesi, regolato dall’Articolo 26 della Costituzione francese. In Francia, l’immunità riguarda l’irresponsabilità e l’inviolabilità. Un parlamentare non può essere perseguito per le opinioni o i voti espressi nell’esercizio delle sue funzioni. In questo caso, il tweet personale o il messaggio sui social network non è stato considerato dai giudici come un atto legato alle funzioni parlamentari. Nessun parlamentare può essere arrestato o privato della libertà per reati penali senza l’autorizzazione dell’ufficio di presidenza della propria camera, salvo il caso di condanna definitiva o la flagranza di reato. Per non chiedere la revoca dell’immunità al Parlamento Europeo prima di procedere al fermo, polizia e magistratura hanno considerato il retweet alla stregua di un “reato flagrante” o continuo.

    Invece, secondo il giurista Benjamin Morel, nel caso dell’eurodeputata Rima Hassan mancherebbero tutti i presupposti per il superamento dell’immunità. Non c’è la flagranza, il reato contestato riguarda un tweet pubblicato giorni prima e poi cancellato. Manca l’autorizzazione, il Parlamento Europeo non ha votato alcuna revoca dell’immunità per questo caso. Nessuna condanna, il procedimento è solo alle fasi iniziali. Per queste ragioni, i leader di France Insoumise (Lfi) sostengono che il fermo sia un atto di “polizia politica”. Le autorità hanno proceduto al fermo ignorando le procedure costituzionali per scopi mediatici o repressivi, contando sul fatto che l’accusa di “apologia di terrorismo” crea un clima di urgenza tale da giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, il superamento delle garanzie parlamentari.

    Oltre a violare l’immunità parlamentare, il fermo di Rima Hassan è criticato perché viola il principio di proporzionalità. La citazione in sé (“La resistenza è un dovere”) è una frase che, decontestualizzata, appartiene alla retorica di molti movimenti di liberazione o resistenza storica, inclusa quella francese. Tuttavia, la legge francese sull’apologia di terrorismo è diventata estremamente severa e soggettiva. Il reato non punisce solo l’istigazione a compiere atti violenti, ma anche il presentare sotto una luce favorevole un individuo o un’organizzazione che ha compiuto atti terroristici. Per la procura, citare Kozo Okamoto equivale a richiamare una figura legata a un massacro di civili, il che, secondo questa lettura, basta a configurare il reato. Però, lo strumento del fermo nasce per evitare che l’indagato inquini le prove; impedire che scappi; evitare che si accordi con dei complici. Nel caso di un tweet, o retweet, le prove sono digitali e già acquisite. Non c’è rischio di fuga per un’eurodeputata nota, né complici con cui accordarsi per nascondere un post già pubblico. L’uso del fermo di 48 ore per un reato d’opinione online appare così una pena anticipata o un atto intimidatorio, piuttosto che una necessità investigativa.

    Dal 7 ottobre 2023, la Francia ha adottato una linea di “tolleranza zero” sull’apologia di terrorismo, che si presta alla deriva autoritaria. Centinaia di persone (sindacalisti, attivisti, studenti) sono state fermate per post sui social o slogan durante le manifestazioni. Trattare un tweet come un “reato flagrante” per saltare il passaggio parlamentare della revoca dell’immunità è un artificio giuridico pericoloso. Se passa il principio che ogni post online è una “flagranza”, l’immunità parlamentare di fatto smette di esistere nell’era digitale.

    All’origine del fermo di Rima Hassan c’è la denuncia di Matthias Renault (Rassemblement National). Questa denuncia fa parte di una strategia. Il partito di Marine Le Pen ha ribaltato la sua immagine storica da movimento accusato di antisemitismo a “difensore” di Israele contro quello che definiscono “islamo-gauchisme”. Usare la magistratura per colpire gli avversari di La France Insoumise (LFI) permette loro di criminalizzare l’avversario politico e presentarsi, paradossalmente, come i garanti dell’ordine repubblicano. Sebbene la legge sull’apologia di terrorismo sia stata inasprita negli anni dai governi di centro post-2015, è vero che l’estrema destra ha spinto per interpretazioni sempre più restrittive.

    La maggioranza di Macron e la destra hanno votato norme che rendono l’apologia di terrorismo un reato quasi automatico per certe espressioni riguardanti il conflitto in Medio Oriente. Il sistema politico ha creato una legislazione d’emergenza che ora viene applicata come legislazione ordinaria, permettendo alle procure di agire con una velocità e una durezza inedite per i reati d’opinione. Il fatto che il sistema (polizia e magistratura) si presti è l’aspetto più inquietante per la tenuta democratica. In Francia, i pubblici ministeri sono legati gerarchicamente al Ministero della Giustizia. Una direttiva politica che chiede massima fermezza su “antisemitismo” e “apologia di terrorismo” si traduce in un aumento dei fermi e delle inchieste contro gli attivisti solidali con i palestinesi.

    Il rinvenimento di Kat e CBD nella borsa di Hassan (dettagli usati per screditare moralmente l’indagato) suggerisce una perquisizione meticolosa, tipica di quando si vuole trovare qualcosa per appesantire la posizione di un soggetto scomodo. La criminalizzazione del dissenso funziona per sovrapposizione: si colpisce l’attivismo solidale con i palestinesi, si usa l’accusa di antisemitismo per screditare chi critica Israele, e si piega la norma sull’apologia di terrorismo fino a farne uno strumento penale contro l’opinione. Quando la legge permette di equiparare la citazione di un personaggio storico controverso al terrorismo attivo, e quando il resto del sistema politico, il centro macroniano e la destra classica, accetta questa deriva per isolare la sinistra radicale, si verifica quella che molti giuristi definiscono una “torsione” dello Stato di diritto.