Mese: Febbraio 2026

  • L’attacco di Usa e Israele contro l’Iran

    L'attacco di Usa e Israele contro l'Iran

    L’attacco militare congiunto di Usa e Israele contro l’Iran può essere sostenuto per una ragione particolare: l’auspicabile caduta del regime degli Ayatollah e dei Pasdaran. Non a caso, è la giustificazione politica dell’attacco. La Repubblica Islamica è odiosa. Reprime nel sangue e nel carcere migliaia di oppositori e manifestanti. Precipita il paese nella più grave crisi economica, al netto delle sanzioni. Appoggia organizzazioni terroristiche, per la propria protezione, senza offrire alcuna prospettiva di liberazione ai popoli oppressi. A cominciare dal popolo palestinese, che per la dissennata strategia stragista di Hamas, è stato esposto allo sterminio di massa da parte dell’IDF. La caduta degli Ayatollah e dei Pasdaran in Iran vorrebbe dire, nella speranza, la fine della repressione interna, l’inizio di una nuova stabilità regionale, l’affermazione dell’emancipazione femminile. Tuttavia, anche mettendo da parte il giudizio sui leader attaccanti, esistono delle ragioni di ordine generale che giocano contro l’intervento.

    La prima è la ragione umanitaria. È molto difficile che l’aggressione militare israelo-americana all’Iran, un paese di 90 milioni di abitanti, possa essere chirurgica. Mirata a distruggere solo l’apparato del regime e della sua industria militare, senza colpire al tempo stesso la popolazione e le infrastrutture civili. Già questa mattina, un attacco aereo ha colpito la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran. Il bombardamento ha fatto decine di vittime tra le bambine. Altri missili sono caduti nelle aree residenziali di Teheran, nel quartiere di Narmak, provocando morti e feriti tra i civili.

    I costi umani della guerra israelo-americana contro l’Iran potrebbero diventare più pesanti della repressione interna e allo stesso tempo aggravare la repressione. Di fronte all’aggressione esterna, il regime può dichiarare lo stato di emergenza totale, sospendere ogni residuo diritto e utilizzare la “difesa della patria” come scusa per eliminare fisicamente i dissidenti sopravvissuti, etichettandoli come collaborazionisti del nemico. La sofferenza estrema (mancanza di elettricità, acqua, ospedali sovraccarichi e internet disconnessa) rischia di trasformare la rabbia dei cittadini verso gli Ayatollah in risentimento contro chi sgancia le bombe dal cielo, alienando proprio quelle persone che l’operazione dichiarava di voler “liberare”.

    In secondo luogo, gioca contro l’intervento una ragione politica. Le precedenti guerre in Medio Oriente depongono a sfavore. Dal 2003 al 2011, in Iraq, la rimozione di Saddam Hussein ha distrutto l’apparato statale, ma ha portato a un decennio di guerra civile settaria e alla nascita dell’ISIS. Nel 2011, in Libia, l’intervento NATO ha rimosso Gheddafi, ma ha lasciato il Paese frammentato tra milizie rivali, trasformandolo in un hub per il traffico di esseri umani e armi. Dal 2001 al 2021, in Afghanistan, vent’anni di occupazione e miliardi di dollari spesi, si sono risolti con il ritorno al potere dei Talebani e la fuga precipitosa degli eserciti Nato.

    A differenza di altri contesti, l’Iran ha una struttura di potere estremamente stratificata. Se i vertici del regime cadessero domani sotto i bombardamenti, non ci sarebbe un’opposizione unica e pronta a governare. Il rischio è una lotta intestina tra fazioni dei Pasdaran, minoranze etniche, resistenza nazionalista. Il collasso creerebbe un’onda d’urto in tutto il Medio Oriente. Milioni di persone si sposterebbero verso la Turchia e l’Europa, superando di gran lunga i numeri della crisi siriana. Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e la distruzione delle infrastrutture petrolifere iraniane potrebbero mandare l’economia globale in recessione.

    Infine, gioca contro l’intervento una ragione giuridica, che non è solo formale, ma ha significato per il mantenimento della pace nel mondo. L’ attacco di Usa e Israele contro l’Iran è un’aperta violazione del diritto internazionale. I precedenti interventi in Medio Oriente avevano tentato, anche solo ipocritamente, di costruire una copertura legale con il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la costruzione di una coalizione internazionale. Oggi, l’attacco all’Iran ignora sfacciatamente l’ONU e il diritto internazionale, dando così un ulteriore formidabile contributo alla destabilizzazione dell’ordine mondiale. Che di violazione in violazione, di guerra in guerra, può precipitare in un conflitto globale.

    Il conflitto in Ucraina, quello a Gaza e ora l’attacco all’Iran non sono più crisi isolate. L’Iran è un fornitore chiave di droni per la Russia; un attacco a Teheran è percepito da Mosca come un attacco indiretto ai propri interessi vitali. Si tratta di conflitti alimentati dalle stesse alleanze di interessi e dalle stesse contrapposizioni ideologiche e militari. La terza guerra mondiale a pezzi di cui parlava Francesco, man mano che si aggiungono altri pezzi, sempre più pesanti e coinvolgenti gli interessi delle grandi potenze, può finire per unificarsi in una sola grande guerra.

  • Lo “strapotere” della magistratura

    Lo "strapotere" della magistratura

    Cosa è lo “strapotere della magistratura”? Una borsa voluminosa che di tanto in tanto compare nella retorica della destra e dei propagandisti del Si. Il suo contenuto è dato per scontato, senza mai essere mostrato. Per dimostrare lo “strapotere”, bisognerebbe provare che la magistratura agisca extra legem o per finalità politiche. Se invece agisce applicando leggi esistenti, allora il problema non è il “potere” dei giudici, ma la qualità delle leggi o la condotta del governo.

    Potrebbe trattarsi della supplenza giudiziaria al vuoto politico. La magistratura interviene su temi etici (fine vita, adozioni), ambientali (caso Ilva) o economici (il salario minimo) su cui il Parlamento non decide. Il giudice, nell’emettere la sentenza, crea la norma dove manca, diventando un legislatore di fatto. Ma se il Parlamento abdica al suo ruolo di legislazione, il cittadino ricorre al giudice per chiedere la tutela dei suoi diritti. Chiamare questo”strapotere della magistratura” significa colpevolizzare il giudice per l’inefficienza del legislatore.

    O forse potrebbe riguardare il potere selettivo nell’esercizio dell’obbligatorietà dell’azione penale. In teoria, il PM deve perseguire ogni reato. In pratica, con milioni di fascicoli, il PM decide cosa indagare e quando. Se un PM decide di aprire un’indagine su un cantiere strategico o su un assessore a tre giorni dalle elezioni, ha un potere di interdizione politica notevole. Ma, amministratori e grandi opere non meritano la priorità nel controllo di legalità? Andrebbero messi in una zona franca, in un Paese dove si vota una volta all’anno? Dove la criminalità organizzata controlla un quarto del territorio nazionale ed è infiltrata tanto nella politica, quanto nell’economia? Non è preoccupante lo strapotere delle mafie? L’alternativa, ossia che la politica decida le priorità, creerebbe una diseguaglianza di fronte alla legge. Il cittadino comune verrebbe perseguito “per default”, mentre il potente verrebbe perseguito solo se “politicamente opportuno”.

    Oppure potrebbe essere il “potere corporativo” dei giudici. Il consiglio superiore della magistratura (CSM) si è trasformato in un parlamentino diviso in correnti, un centro di potere autoreferenziale, che decide nomine e carriere. Invece, chi dovrebbe deciderle? L’esistenza del CSM non è un “privilegio di casta”, ma un dispositivo costituzionale di protezione. Se le carriere dei magistrati fossero influenzate dal Governo (come accade in altri Paesi), un giudice che indaga su un ministro saprebbe di andare incontro a un blocco della carriera o a un trasferimento punitivo. Il fatto che la magistratura decida autonomamente sulle proprie carriere è l’unico modo per garantire che il giudice sia “soggetto soltanto alla legge” (Art. 101 Cost.) e non al desiderio di compiacere il potente di turno per ottenere una promozione.

    Riguardo, le correnti, la magistratura italiana è frammentata. Le correnti (da quelle più conservatrici a quelle più progressiste) riflettono il pluralismo della società. Spesso sono in conflitto tra loro e questo mostra che la magistratura italiana non è un vero centro di potere unitario. Nel CSM non ci sono solo magistrati. Un terzo è eletto dal parlamento. Se c’è stata degenerazione correntizia, spartizione delle nomine, la politica vi ha partecipato. D’altra parte, il superamento delle correnti, in magistratura come in ogni ambito, comporta il rischio più grave del monolitismo: la corrente unica, quella del governo.

    Ma, torniamo allo “strapotere della magistratura”. Perché non viene spiegato? Forse, perché bisognerebbe ammettere che gran parte del potere dei giudici deriva da leggi scritte male o non scritte affatto dalla politica. Il cosiddetto ‘strapotere’ è spesso l’unica difesa del cittadino contro gli abusi della pubblica amministrazione; l’ unica tutela delle minoranze, si pensi ai migranti, alle aree politiche del dissenso, dagli abusi del governo. Sul piano dei diritti sociali e civili, ci sono ad esempio i figli delle coppie omogenitoriali o i lavoratori sfruttati che si rivolgono al potere giudiziario, perché non trovano ascolto nel potere esecutivo e legislativo. D’altronde, il personale politico della pubblica amministrazione e di governo si è mostrato negli anni troppo permeabile alla corruzione e ha dimostrato di avere un senso troppo debole della legalità: in questo contesto, indebolire chi deve vigilare non significa ‘riequilibrare i poteri’, ma spalancare le porte all’impunità.

    Un punto che spesso i sostenitori dello “strapotere” usano è che i magistrati “non pagano mai per i loro errori”. Si accusa la magistratura di irresponsabilità, ma si tace sul fatto che essa è l’unico potere che deve motivare ogni singola decisione per iscritto, esponendola a tre gradi di giudizio. Al contrario, il potere politico rivendica una ‘insindacabilità’ basata sul consenso elettorale che somiglia molto di più a un assegno in bianco. Per i magistrati, esistono già sanzioni disciplinari e forme di responsabilità civile, ma la politica punta a una responsabilità di tipo ‘politico’, che è l’esatto opposto dell’indipendenza: un giudice che risponde del merito delle sue decisioni a un organo esterno non è più un giudice libero, ma un funzionario timoroso.

    Se si definisce “strapotere” il controllo di legalità, si prepara il terreno culturale per dire che la legalità è un intralcio alla volontà popolare (rappresentata dal governo). È lo slittamento dalla Rule of Law (il governo della legge) alla Rule by Law (il governo tramite la legge, usata come strumento del potere). La democrazia non è il governo della maggioranza assoluta, ma il governo della maggioranza dentro i limiti della Costituzione. Senza il controllo di legalità, la democrazia degenera in autocrazia elettiva.

  • Il pubblico ministero sotto l’esecutivo con la separazione delle carriere

    Il pubblico ministero sotto l'esecutivo con la separazione delle carriere

    La separazione delle carriere in magistratura implica il rischio che il pubblico ministero finisca sotto il controllo dell’esecutivo. I sostenitori della riforma dicono che questa paura è infondata, perché nella riforma il controllo dell’esecutivo sul PM non c’è scritto. Eppure, la riforma parte dal presupposto che, con le carriere unificate, il giudice subisca una sudditanza psicologica nei confronti del PM. Ma, nelle leggi costituzionali e ordinarie vigenti, questa sudditanza non è scritta da nessuna parte. Quindi, si può temere una situazione anche se non è formalizzata per iscritto in una norma. Allora, vediamo come può succedere, con la separazione delle carriere, che il PM sia sottomesso all’esecutivo.

    Oggi il PM è parte dello stesso “ordine” del giudice. Questa appartenenza comune funziona da scudo: il PM gode della stessa indipendenza costituzionale del giudice. Una volta creato un corpo separato di “avvocati dell’accusa”, quel corpo diventa un’isola istituzionale. Nella storia del diritto comparato, un corpo di funzionari che esercita il potere punitivo dello Stato senza essere parte dell’ordine giudiziario tende a gravitare intorno al Ministero della Giustizia.

    Anche se la riforma prevede un CSM dedicato ai PM, l’esecutivo detiene il potere di spesa. Se il pubblico ministero non è più “protetto” dall’ombrello unitario della Magistratura, il Governo può influenzarne l’azione attraverso la distribuzione dei fondi, la logistica o l’organizzazione degli uffici. Chi decide quali procure potenziare e quali lasciare senza personale? In un sistema separato, la voce del Ministro della Giustizia su questi temi diventerebbe molto più pesante.

    Un PM in un corpo separato, senza il prestigio e l’autonomia simbolica della magistratura giudicante unificata, è più esposto a campagne mediatiche (“PM politicizzato”). Ha minor protezione dello status di “magistrato” tout court, è più vulnerabile a delegittimazioni pubbliche orchestrate.

    Se il PM non risponde più alla cultura della “giurisdizione” (condivisa con i giudici), a chi risponde delle sue scelte? In democrazia, un potere senza controllo è inammissibile. Se il PM non è “controllato” dalla cultura del giudice, si finirà per invocare un controllo democratico (ovvero politico). Il passaggio logico sarebbe: “Visto che il PM decide della libertà delle persone ma non è un giudice, deve rispondere delle sue linee guida al Parlamento (e quindi alla maggioranza di governo)”.

    In Italia, l’Articolo 112 della Costituzione stabilisce che il PM ha l’obbligo di esercitare l’azione penale. Con le carriere separate, la pressione per passare a un sistema di discrezionalità dell’azione penale (come negli USA o in Francia) aumenterebbe. Se il PM può scegliere cosa perseguire e cosa no, chi stabilisce le priorità? Inevitabilmente il governo, attraverso l’indicazione dei reati “prioritari” da colpire.

    In Francia il pubblico ministero è formalmente parte della magistratura, ma gerarchicamente subordinato al ministro della Giustizia. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte rilevato che il PM francese non è un’autorità giudiziaria indipendente dall’esecutivo ai fini della tutela delle libertà. Non è necessario copiare quel modello per avvicinarsi ad esso. Basta avviare una traiettoria che separi culturalmente e istituzionalmente il PM dal giudice e lo renda un “organo dell’accusa” distinto dall’ordine giudiziario.

    Se è legittimo temere una “sudditanza psicologica” del giudice verso il PM anche se non è scritta da nessuna parte, è altrettanto legittimo temere che la separazione delle carriere possa rendere il PM più permeabile all’influenza dell’esecutivo, anche se la riforma non lo dichiara. Le costituzioni non sono solo testi. Sono equilibri dinamici. E modificare un equilibrio può produrre effetti che non sono scritti, ma sono prevedibili. Il rischio non è necessariamente un “colpo di stato” normativo, ma un lento scivolamento burocratico: un PM solo, separato dal giudice, è un PM più debole e, di conseguenza, più influenzabile da chi detiene il potere politico ed economico.

  • No al pubblico ministero poliziotto

    No al pubblico ministero poliziotto

    Dal punto di vista del SI, la separazione delle carriere in magistratura darebbe luogo a un processo più equilibrato. Di fronte all’avvocato della difesa non ci sarebbero più un giudice e un pubblico ministero appartenenti allo stesso ordine giudiziario, quindi potenzialmente alleati. Ma un pubblico ministero trasformato nell’avvocato dell’accusa e un giudice finalmente terzo. Separati, oltreché nelle funzioni, anche nelle carriere.

    Partendo da questo punto di vista, dunque dal presunto difetto di equilibrio dell’attuale processo, ho osservato che la separazione delle carriere avrebbe, però, una conseguenza problematica: la divisione e quindi l’indebolimento del potere giudiziario di fronte al potere politico. Se da un lato vorrebbe determinare un maggiore equilibrio nel processo, dall’altro potrebbe determinare uno squilibrio nel rapporto tra i poteri dello stato. Tra i due rischi il più grave è il secondo. Perciò, nel post precedente ho titolato: Meglio una magistratura imperfetta, ma autonoma e indipendente.

    Tuttavia, il punto di vista del SI è discutibile. Non è detto che la sua idea di un maggior equilibrio nel processo darebbe luogo a un processo più giusto. Perché in un tale equilibrio, l’avvocato della difesa manterrebbe il suo ruolo: quello di cercare e far valere tutte le prove che possono scagionare l’imputato o attenuare il giudizio su di lui. Invece, cambierebbe il ruolo del pubblico ministero. Diventerebbe opposto e speculare a quello dell’avvocato della difesa. Ossia l’avvocato dell’accusa, intento a cercare e far valere tutte le prove che possono far condannare l’imputato o infliggergli la condanna più severa. Terzo e imparziale sarebbe il giudice, che dovrebbe valutare tra le versioni delle due parti.

    Quello che ne deriva è il classico processo all’americana. Dove la formalità dell’equilibrio processuale viene alterata dalla capacità dell’imputato di procurarsi e pagarsi il miglior avvocato.

    Il processo secondo il modello italiano è davvero peggio del modello americano? No. Il nostro pubblico ministero, pur rappresentando l’accusa, non è l’avvocato dell’accusa. È il magistrato requirente, responsabile delle indagini preliminari, con dovere d’imparzialità al pari del giudice. Il PM deve trovare tutti gli elementi utili all’indagine, comprese le prove a favore dell’indagato. Fino al punto di poterne proporre egli stesso il proscioglimento.

    Avere un pubblico ministero “giudice”, con la cultura giurisdizionale del giudice, che cerca la verità, vuol dire non avere un pubblico ministero “poliziotto” con una cultura repressiva, che cerca solo la vittoria. Se questo determina uno squilibrio, è a favore della difesa e non dell’accusa. È un elemento in più di garantismo.

    Infatti, è il governo delle destre, quello che introduce sempre nuovi reati e inasprisce le pene, ad accusare la magistratura italiana di mettergli i bastoni tra le ruote. È questo governo a proporre la separazione delle carriere, a chiedere di votare SI. Per mettere più facilmente in carcere immigrati “criminali” e manifestanti “violenti”.

    In definitiva, la possibile vittoria del NO al referendum salvaguarderebbe sia il miglior equilibrio nella divisione dei poteri, sia il miglior equilibrio nel processo.

  • Meglio una magistratura imperfetta, ma autonoma e indipendente

    Separazione delle carriere? Meglio una magistratura imperfetta, ma autonoma e indipendente

    Nelle campagne dei referendum costituzionali ricorre una polemica. Il Sì e il No si accusano specularmente di votare sul governo e non sul merito della riforma. L’accusa ha un fondo di verità, perché il giudizio sul governo è più semplice e immediato della valutazione di una riforma, che richiede analisi e competenza tecnica. Tuttavia, il fondo pretestuoso è più spesso, perché la riforma e il riformatore, in un dato contesto, sono parte dello stesso pacchetto. La separazione delle carriere in magistratura non è la stessa cosa se decisa da un ipotetico governo di sinistra guidato da Cesare Salvi o, come avviene, da un governo di destra guidato da Giorgia Meloni. E conta anche lo stato del Paese in cui deve realizzarsi la riforma.

    Il governo in carica, che vuole riformare la giustizia, è un governo in costante conflitto con la magistratura. Un governo che mette i giudici alla berlina di fronte all’opinione pubblica con l’accusa di sabotare le politiche migratorie e della sicurezza “volute dagli italiani”. La presidente del consiglio detta ai magistrati i capi di imputazione e si indigna per le scarcerazioni. I giornali fiancheggiatori del governo praticano una campagna sistematica di delegittimazione e denigrazione della magistratura. Se la destra mette le mani nelle leggi costituzionali e ordinarie che regolano l’ordine giudiziario, lo fa per sottomettere i giudici. Nel voto referendario, questo dato non può essere ignorato.

    Io sono comunque contrario alla separazione delle carriere. Perché, se anche il governo delle destre fosse bene intenzionato (e non lo è), i governi passano e prima o poi, il governo che vuole prevaricare la magistratura arriva. È fisiologico quando personalità di governo, amministratori regionali e locali finiscono sotto inchiesta. Cosa che avviene spesso, non perché la magistratura sia politicizzata, ma perché la corruzione politica e la criminalità organizzata sono fenomeni endemici nel nostro Paese. Riforma, governo e contesto nazionale, fanno parte tutti insieme del merito su cui si vota. Perché il risultato pratico è dato dalla combinazione di questi tre elementi e non solo da un testo scritto su carta bianca.

    Forse in astratto, un giudice separato dal pubblico ministero potrebbe migliorare l’imparzialità del processo e la terzietà del giudizio. Ma prima della separazione dei poteri in una istituzione, viene la separazione dei poteri tra le istituzioni. Il primo requisito della imparzialità dei processi e della terzietà di giudizio è l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Separarne le carriere significa indebolirla di fronte al potere politico, quindi indebolire la separazione dei poteri. Meglio una magistratura imperfetta, ma autonoma e indipendente.

  • L’autodifesa delle manifestazioni

    L'autodifesa delle manifestazioni

    In teoria, la Polizia di Stato e l’Arma dei Carabinieri agiscono come garanti neutrali dell’ordine pubblico. In pratica, dipendono gerarchicamente dal Ministero dell’Interno. Questo legame non è tecnico ma politico. Nella gestione della piazza, la polizia decide i percorsi, i tempi, i confini della manifestazione. Decide dove un corteo può passare e dove deve fermarsi. Decide, in ultima istanza, chi occupa lo spazio pubblico e a quali condizioni.

    Le tecniche di contenimento mostrano questa asimmetria di potere. L’uso di lacrimogeni e le cariche in spazi angusti non distinguono tra chi cerca lo scontro e chi manifesta pacificamente. Trasforma una folla eterogenea e pacifica in una massa in preda al panico. Produce caos e rende lo scontro più probabile. In questo modo, l’intervento della polizia non si limita a reagire agli eventi: spesso li genera o li aggrava.

    I grandi movimenti politici del Novecento avevano chiaro questo problema. Sindacati e partiti di massa non delegavano la sicurezza alla polizia. La gestivano internamente. Il servizio d’ordine non serviva a contrapporsi alle forze dell’ordine, ma a proteggere la manifestazione. Creava un cordone tra la massa pacifica e le frange violente o i provocatori. Isolava chi cercava lo scontro. Così rendeva evidente che un’eventuale carica non rispondeva a una necessità di difesa, ma a una scelta politica.

    Ormai da molti anni, le manifestazioni come quella del 31 gennaio a Torino mostrano cosa accade quando questa funzione viene meno. La presenza di sigle molto diverse, senza un coordinamento solido, impedisce una gestione condivisa della piazza. La fase più critica diventa quella dello scioglimento. Quando la struttura del corteo si dissolve, i gruppi più mobili e aggressivi trovano spazio. La massa pacifica si disperde senza protezione, le vie del corteo rimangono esposte sia ai vandalismi sia alla risposta indiscriminata delle forze dell’ordine.

    Una manifestazione che vuole raggiungere i suoi obiettivi deve autotutelarsi. Servono una comunicazione chiara, prima e durante il corteo; cordoni di protezione che difendano i partecipanti pacifici; una documentazione indipendente.

    Gli organizzatori possono:

    • dichiarare pubblicamente che ogni atto di violenza o vandalismo è estraneo agli obiettivi della mobilitazione;
    • utilizzare i militanti più esperti per presidiare i fianchi e la coda del corteo, segnalare o isolare chi adotta comportamenti incompatibili con la manifestazione;
    • predisporre team incaricati di filmare l’operato della polizia e dei gruppi violenti, per contrastare le ricostruzioni mediatiche e tutelarsi sul piano politico e legale.

    La gestione della piazza è un atto politico. Rinunciarvi significa cedere il controllo dell’ordine pubblico a chi ha interesse a delegittimare la protesta. In certi contesti, lasciare il monopolio della gestione al Ministero dell’Interno equivale ad accettare le regole del gioco di chi trae vantaggio dal fallimento della manifestazione.

  • Il partito dell’ordine pubblico alimenta il disordine sociale

    Il partito dell'ordine pubblico alimenta il disordine sociale

    Dal punto di vista reazionario o conservatore, i violenti della manifestazione di Torino per Askatasuna sono terroristi: nemici dello Stato. Pesci che nuotano nell’acqua dei centri sociali, dei cortei, dell’area antagonista. Da qui l’aut aut imposto alla sinistra: o li condanna e rompe ogni relazione con quell’area, oppure continua a coprirli politicamente. Questa impostazione non è sostenuta solo dal centrodestra, ma anche da figure che, pur collocandosi formalmente a sinistra, condividono la cultura politica della destra.

    La conseguenza pratica di questo schema è la repressione. I violenti vanno fermati in piazza, arrestati, processati e condannati. Fin qui può sembrare ovvio. Ma non basta: se quei violenti sono “pesci”, allora bisogna prosciugare l’acqua. I centri sociali vanno sgomberati, i cortei vietati o drasticamente limitati. L’antagonismo va criminalizzato insieme alla sinistra che continua a relazionarsi con esso.

    Il manganello come riflesso d’ordine rassicura una parte della società e fornisce un’identità politica a chi lo brandisce. Più immunità per i poliziotti, meno garanzie per chi trasgredisce. Il risultato, però, rischia di non essere una società più ordinata, ma una spirale di violenza e repressione. Lo sgombero di Askatasuna doveva essere la sanzione e la soluzione della violenza; ha invece prodotto una nuova occasione di guerriglia urbana.

    Se la violenza va repressa quando si manifesta, va anche prevenuta prima che accada, affrontata e risolta nelle sue cause sociali. Perché alcune persone protestano in modo violento? L’accusa di terrorismo presuppone un progetto politico di sovversione dell’ordinamento democratico. Ma non è verosimile che le frange estremiste dei centri sociali o i black bloc puntino alla conquista del potere. Più plausibilmente esprimono una rabbia irrazionale, che finisce per danneggiare la stessa causa dei movimenti sociali.

    La retorica deumanizzante dell’antiterrorismo serve a giustificare misure emergenziali, ma elude la realtà della disgregazione e del degrado sociale a cui molti centri sociali occupati tentano di dare una risposta. Relazionarsi con queste realtà non significa coprire politicamente la violenza, ma tentare la strada dell’integrazione.

    Per questo è sbagliato dare per scontato il fallimento del percorso di regolarizzazione avviato dall’amministrazione torinese con Askatasuna: lo sgombero è intervenuto mentre quell’esperimento era ancora in corso. È quanto accaduto anche a Milano con il Leoncavallo. In entrambe le città sono stati sgomberati centri sociali in trattativa con il Comune, come se il problema non fosse l’illegalità, ma la possibilità stessa di far rientrare quelle esperienze nella legalità. Come se, per il partito dell’ordine pubblico, fosse più utile mantenere l’antagonismo ai margini, come spauracchio e nemico necessario.

    P.s. Sui fatti di Torino suggerisco di leggere la testimonianza di Rita Rapisardi e il commento di Selvaggia Lucarelli.