Mese: Dicembre 2025

  • Chiudere le frontiere ai migranti apre il mercato dei trafficanti

    Chiudere le frontiere ai migranti apre il mercato dei trafficanti

    Il governo italiano, il governo britannico e altri governi europei, giustificano le proprie politiche restrittive in materia di immigrazione con la volontà di combattere il traffico di esseri umani. Eppure, più i governi restringono gli accessi alle persone straniere, più il traffico di esseri umani prospera.

    Lo dimostra un rapporto del Mixed Migration Centre del Danish Refugee Council. Il rapporto si basa sulle interviste di 80 mila migranti e 458 trafficanti. Viene pubblicato ora, per influenzare le decisioni della riunione di funzionari statali a Bruxelles, in agenda la prossima settimana, su come combattere al meglio il traffico di esseri umani.

    Più di 50.000 migranti hanno dichiarato di aver fatto ricorso ai trafficanti. E molti di loro hanno collegato la decisione all’assenza di opportunità accessibili di migrazione legale. Molti trafficanti hanno detto che l’applicazione più severa delle leggi sta alimentando la domanda di viaggi irregolari.

    Una testimonianza calzante arriva dai 102 trafficanti intervistati sulla rotta del Mediterraneo centrale. Nonostante gli arrivi irregolari in Italia siano diminuiti nel 2024, il 44% dei trafficanti ha affermato che la domanda per i loro servizi è aumentata. In parte a causa delle misure più severe alle frontiere.

    Tra i trafficanti intervistati, il 57% ha dichiarato di aver aumentato le tariffe. E il 78% di loro ha collegato l’aumento dei prezzi al rischio maggiore corso a causa delle politiche migratorie più severe.

    Il 49% dei trafficanti ha ammesso di essere in contatto con funzionari quali guardie di frontiera, polizia o personale di detenzione. Il che suggerisce che i funzionari statali siano spesso complici delle operazioni di contrabbando.

    Nonostante le diffuse affermazioni secondo cui i trafficanti adescano le persone verso la migrazione irregolare, solo il 6% dei migranti intervistati ha dichiarato di essere stato influenzato dai trafficanti.

    Il rapporto ha anche analizzato chi era più propenso a ricorrere ai trafficanti. Scoprendo che coloro che fuggivano dall’insicurezza, dai conflitti e dalle limitazioni dei loro diritti e delle loro libertà vi ricorrevano più spesso. Così come coloro che intraprendevano viaggi più lunghi e pericolosi.

    I dati hanno chiarito che i trafficanti non sono la causa dell’immigrazione irregolare. Lo sono, invece, la mancanza di alternative sicure e legali.

    In Europa, gli attivisti denunciano da tempo che i politici stanno spingendo le persone verso i trafficanti, limitando i percorsi di migrazione legale come il ricongiungimento familiare. Quando i percorsi regolari si riducono, il ruolo dei trafficanti aumenta. Se i governi non affrontano il motivo per cui le persone si rivolgono ai trafficanti, finiscono per rafforzare le stesse reti che dichiarano di voler fermare.

    Come può accadere? Forse, i governi sono così stolti da non saperlo, da non cambiare politiche da quando lo hanno già saputo? Il fatto che il 49% dei trafficanti intervistati ammetta di essere in contatto con guardie di frontiera, polizia o personale dei centri di detenzione suggerisce che esiste una complicità strutturale, non occasionale. Se i governi volessero davvero smantellare queste reti, dovrebbero iniziare da questa corruzione interna – ma non sembra essere una priorità.

    La retorica del “combattere i trafficanti” serve come copertura moralmente accettabile per politiche che hanno come vero obiettivo quello di impedire l’arrivo dei migranti stessi. È molto più presentabile dire “stiamo proteggendo i migranti dai criminali” che “non vogliamo che arrivino migranti.” Di conseguenza, i risultati sono contraddittori rispetto alle dichiarazioni ufficiali. Il rapporto del Mixed Migration Centre del Danish Refugee Council svela la contraddizione.

    Il paradosso diventa ancora più cinico se visto da questa prospettiva: le politiche restrittive non sono un fallimento nella lotta ai trafficanti – sono efficaci nel loro vero scopo, che è scoraggiare e respingere i migranti, anche se questo significa rendere i viaggi più pericolosi e costosi. I trafficanti prosperano come effetto collaterale, ma questo sembra essere un prezzo accettabile per i governi.

  • Venezuela: Trump attacca per il petrolio, non per il narcotraffico

    Venezuela: Trump rovesciare Maduro per il petrolio, non per il narcotraffico

    L’escalation militare contro Maduro

    Donald Trump vuole rovesciare Nicolas Maduro? Molti indizi lo lasciano pensare. Da settembre, gli USA attaccano le imbarcazioni venezuelane. Attacchi che hanno ucciso 83 persone. Il 2 settembre gli USA hanno commesso un crimine di guerra con il doppio attacco a un naviglio, prima per affondarlo, poi per uccidere i sopravvissuti. Il ministro della guerra Hegseth avrebbe ordinato di ucciderli tutti (CNN). Ora, l’amministrazione americana annuncia la chiusura dello spazio aereo venezuelano e di voler dare il via ad attacchi sul territorio del Venezuela.

    Il 21 novembre, al telefono, Trump avrebbe imposto un ultimatum a Maduro: dimissioni in cambio di un salvacondotto per lui e la sua famiglia. Maduro ha rifiutato. La leader dell’opposizione Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace, sollecita l’intervento americano per rovesciare il regime. Ma una invasione di terra al momento è improbabile, perché rischierebbe di risolversi in un pantano. Però, una forte pressione militare via mare, cielo, e terra, con atti di sabotaggio e di terrorismo, per destabilizzare il regime sono molto probabili, anzi già in atto.

    La violazione del diritto internazionale

    Questa linea di condotta americana è in aperta violazione del diritto internazionale, perché per quanto sia contestabile il regime di Nicolas Maduro, il Venezuela rimane uno stato sovrano e nessun paese straniero, tanto meno gli USA, possono determinarne il sistema politico. La giustificazione americana di avere messo in atto una legittima difesa contro il narcotraffico non è valida, perché la legittima difesa si oppone a un attacco militare, non a fenomeni che si trattano con i metodi repressivi dedicati alla criminalità organizzata. Inoltre, proprio Trump ha graziato l’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández, che stava scontando una condanna a 45 anni in un carcere statunitense per aver aiutato i narcotrafficanti a trasferire cocaina negli USA.

    L’azione USA contro il Venezuela è unilaterale, si muove al di fuori degli organismi internazionali. Un’America che procede armata in America Latina, mette in una luce diversa la Russia che vuole reimporre con la forza la sua sfera d’influenza in Ucraina e nel cosiddetto mondo russo e pure la Cina, qualora invadesse Taiwan. Se però, il diritto internazionale è violato e marginalizzato, ciò non vuol dire che non si possa resistere, che non si possa criticare o condannare la violenza USA in nome del diritto. Possono farlo gli organismi delle Nazioni Unite, può farlo l’Unione Europea. Dovrebbe farlo il nostro governo. Magari, anche considerando di risolvere la lunga detenzione del nostro concittadino Alberto Trentini in un carcere venezuelano.

    La vera motivazione della guerra al Venezuela

    Rimane da capire una questione. Se il narcotraffico è un pretesto, perché Trump è interessato a rovesciare Maduro? Il presidente colombiano Gustavo Petro ha dichiarato alla CNN che “il petrolio è al centro della questione”, sottolineando che si tratta di “un affare di petrolio” e che “questa è la logica di Trump” (The Washington Post). Il Venezuela possiede 303 miliardi di barili di riserve accertate di petrolio, le più grandi del pianeta, superiori ai 267 miliardi dell’Arabia Saudita e pari a circa il 17% delle riserve mondiali. Una fetta consistente del mercato globale del petrolio non fa più riferimento al dollaro per gli scambi, ma allo yuan cinese, situazione che compromette molto il potere della moneta statunitense. L’obiettivo a lungo termine degli USA è riportare sotto il potere del dollaro l’intero mercato petrolifero, come la rete del petrodollaro era riuscita a fare dagli anni Settanta. (Aljazeera)

    La coerenza della strategia di Trump

    Il Venezuela rappresenta per gli USA un nodo strategico dove si intrecciano le alleanze tra Maduro, la Cina, la Russia e l’Iran. La Cina è oggi il principale creditore del Venezuela, che ripaga i debiti con migliaia di barili di petrolio al giorno, mentre la Russia ha investito ingenti somme diventando uno dei principali esportatori di armi. Si tratta di riaffermare il controllo sul “cortile di casa” americano in America Latina, impedendo che potenze rivali stabiliscano basi di influenza nell’emisfero occidentale. Si può allora capire come e perché Trump si mostri molto concessivo nei confronti di Russia e Cina riguardo Ucraina e Taiwan.

  • Alberto Trentini e Camilo Castro

    Alberto Trentini e Camilo Castro

    Alberto Trentini, un cooperante italiano di 46 anni originario di Venezia, è detenuto dal 15 novembre 2024 nel carcere El Rodeo I di Caracas, in Venezuela, senza accuse formali precise. Il governo italiano non è ancora riuscito a ottenere la sua liberazione. Al contrario, la Francia ha ottenuto la liberazione di Camilo Castro, un cittadino francese di 41 anni detenuto nello stesso carcere per quattro mesi (dal 26 giugno al 16 novembre 2025), anch’egli senza accuse chiare. Qual è la differenza?

    Né l’Italia, né la Francia riconoscono Nicolas Maduro come legittimo presidente del Venezuela dalle elezioni del 2019, in linea con la posizione dell’Unione Europea. L’Italia, tra i principali paesi europei, fu l’unica a non riconoscere Juan Guaidó come vincitore delle elezioni, scelta che teoricamente avrebbe potuto metterla in una posizione relativamente più agibile di fronte al regime venezuelano. Eppure, il nostro governo è quello che non ottiene nessun risultato nel fronteggiare la politica degli ostaggi praticata da Maduro.

    Parigi ha avviato presto contatti con Caracas, mediati da Brasile e Messico. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha espresso in più occasioni preoccupazione per iniziative militari statunitensi nella regione, un segnale politico probabilmente ben accolto a Caracas.

    Il governo italiano, invece, ha temporeggiato per mesi, sottovalutando l’urgenza della situazione. Non ha attivato canali efficaci con il regime venezuelano, né individuato mediatori terzi credibili. Solo recentemente è stato nominato un inviato speciale per i detenuti italiani in Venezuela, Luigi Vignali. L’Italia non ha compiuto nessun gesto diplomatico che potesse fungere da incentivo per Caracas. La strategia del silenzio, presentata come riservatezza, ha prodotto solo immobilismo.

    La liberazione di Camilo Castro dimostra che una diplomazia pragmatica funziona. La Francia, pur non riconoscendo Maduro, ha dialogato con Caracas tramite mediatori affidabili, ha agito con tempestività e ha mosso segnali politici percepibili dal regime. L’Italia, invece, si è trincerata dietro il disconoscimento formale di Maduro — una scelta che appare più politica che diplomatica — rinunciando a qualsiasi iniziativa pragmatica.

    A pagare il prezzo di queste inerzie c’è una persona: Alberto Trentini. Cooperante impegnato negli aiuti umanitari, è detenuto da oltre un anno nel carcere El Rodeo I.

    Il governo Meloni e il ministro Tajani, finora, hanno fallito. Non hanno attivato canali efficaci, non hanno cercato mediatori, non hanno costruito nessun incentivo diplomatico. Hanno lasciato passare i mesi, mentre la Francia otteneva risultati concreti. La nomina tardiva di un inviato speciale non cancella un anno di inerzia.

    Quanto dovranno ancora aspettare Alberto Trentini e la sua famiglia? E cosa impedisce all’Italia di adottare la stessa determinazione dimostrata dalla Francia? Se Parigi ha liberato Castro in quattro mesi, perché Roma non riesce a fare altrettanto dopo oltre un anno? La risposta non sta nelle condizioni di partenza – paradossalmente favorevoli all’Italia – ma nelle scelte politiche del governo italiano.

  • La violenza politica non è romantica

    Un articolo di Alessandro Ferretti invita a guardare la violenza nei cortei non come frutto di infiltrazioni o idiozie individuali, ma come espressione politica di persone reali, spesso ferite, arrabbiate o spinte da una razionalità alternativa. Il richiamo è utile contro le spiegazioni stereotipate. Ma la sua analisi, nel tentativo di superare una narrazione parziale, ne propone un’altra altrettanto parziale.

    Le infiltrazioni sono una pratica documentata delle polizie di molti Paesi, Italia compresa: dalle schedature preventive di Genova 2001, alle infiltrazioni No Tav, alle operazioni sotto copertura nei movimenti climatici. Che molti se ne servano in modo automatico o complottista non implica che la dinamica sia immaginaria.

    L’articolo presenta chi rompe vetrine o attacca obiettivi come un soggetto lacerato da anni di rabbia repressa, oppure animato da una razionalità militante. È una possibilità, ma non l’unica. Esistono altre motivazioni: performance di mascolinità, ricerca di status all’interno del gruppo; adrenalina e identità di piazza; conflittualità pre-politica o tribale; cultura del “corpo a corpo” elevata a rito identitario; volontà deliberata di sabotare la manifestazione altrui. Ridurre tutto alla sofferenza sociale o alla “razionalità altra” rischia di romanticizzare un fenomeno che ha anche componenti narcisistiche, settarie o apertamente distruttive.

    Il testo parla indistintamente di “violenza”: imbrattare una banca e colpire un manifestante, affrontare un cordone di polizia, bruciare un’auto, vandalizzare la redazione di un giornale, sono atti qualitativamente diversi, con implicazioni politiche diverse. Soprattutto è diversa la violenza spontanea dalla violenza organizzata di tipo squadristico. Trattare la violenza come un blocco uniforme non permette di comprenderne la natura e le dinamiche interne.

    L’articolo presenta implicitamente la violenza come conseguenza di un conflitto verticale: dall’alto la repressione, dal basso la reazione. Ma non è sempre così. Dentro i movimenti esistono forme di violenza orizzontale, cioè usate per silenziare dissensi interni, intimidire chi contesta certe tattiche o imporre una linea minoritaria come se fosse quella del movimento. La violenza non è solo espressione della disperazione o dello scontro col potere: può essere anche uno strumento di potere interno. Il fatto che un’azione abbia motivazioni psicologiche o sociali non implica che abbia senso politico.

    Molte azioni violente — perfino animate da sofferenza reale — finiscono per impedire la partecipazione di donne, anziani, famiglie, studenti; offrire ai media un pretesto per oscurare le ragioni della protesta; fornire alla polizia la legittimazione per irrigidire la repressione; fare spazio alla violenza di contro-movimenti reazionari; spaccare i movimenti in frazioni inconciliabili. Una parte della violenza nei cortei non è solo discutibile dal punto di vista etico: è controproducente dal punto di vista politico.