A poche ore dalla decisione della Corte d’Appello di Torino di disporre la liberazione dell’iman Mohamed Shahin, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta su Facebook attaccando frontalmente la sentenza. Nel suo post ha ricordato che Shahin aveva definito l’attacco del 7 ottobre un atto di “resistenza”, aggiungendo: «che, dalle mie parti, significa giustificare, se non istigare, il terrorismo». E ha concluso chiedendo «come facciamo a difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa che va in questo senso viene sistematicamente annullata da alcuni giudici».
Questa dichiarazione è politicamente rivelatrice per almeno tre ragioni.
La prima riguarda la sostituzione del diritto con l’opinione. Meloni non contesta la decisione della Corte sul piano giuridico — non entra nel merito dell’assenza di pericolosità concreta e attuale, della mancanza di reati, dell’integrazione sociale dell’imam — ma oppone alla valutazione dei giudici un criterio soggettivo: “dalle mie parti”. Non conta ciò che è penalmente rilevante o costituzionalmente tutelato, ma ciò che il potere politico considera accettabile sul piano ideologico.
La seconda riguarda la confusione deliberata tra opinione politica e istigazione al terrorismo. Equiparare una lettura politica — per quanto discutibile — del 7 ottobre all’istigazione terroristica significa cancellare ogni distinzione tra analisi, giustificazione e incitamento. È un passaggio molto pericoloso, perché apre la strada alla punibilità amministrativa delle opinioni, aggirando il diritto penale e le sue garanzie. Non a caso, la Procura di Torino ha archiviato le denunce: non c’era reato. La Corte d’Appello ha preso atto di questo dato, non ha “annullato”.
La terza riguarda l’attacco diretto all’indipendenza della magistratura. Quando Meloni si chiede come sia possibile difendere la sicurezza “se ogni iniziativa viene annullata da alcuni giudici”, non sta descrivendo un problema tecnico-giuridico, ma sta mettendo in discussione il principio stesso del controllo giurisdizionale sull’azione dell’esecutivo. In uno Stato di diritto, i giudici esistono proprio per questo: verificare che le iniziative del governo rispettino la legge, i diritti fondamentali e la proporzionalità delle misure adottate. Se un decreto viene annullato perché privo di basi concrete, il problema non sono “alcuni giudici”, ma il decreto.
La dichiarazione della presidente del Consiglio conferma dunque ciò che il caso Shahin rende evidente: non siamo di fronte a un conflitto tra sicurezza e irresponsabilità giudiziaria, ma tra potere politico e limiti costituzionali. La Corte d’Appello non ha difeso un’opinione; ha difeso il principio secondo cui in Italia non si priva una persona della libertà — né la si espelle verso un Paese dove rischia la tortura — per ciò che pensa, se ciò che pensa non è un reato.
Ed è questo principio che la presidente del consiglio mette in discussione.
La Corte d’appello di Torino ha disposto la liberazione dell’imam torinese Mohamed Shahin, detenuto dal 24 novembre nel CPR (centro di permanenza per il rimpatrio) di Caltanissetta.
Chi è Mohamed Shahin
Mohamed Shahin guida da oltre un decennio la moschea torinese di via Saluzzo, la moschea Omar Ibn al-Khattab nel quartiere multiculturale di San Salvario. È in Italia da oltre vent’anni, lavoratore incensurato, e ha moglie e due figli di 9 e 12 anni nati in Italia.
Shahin è una figura centrale nel dialogo interreligioso di San Salvario, un quartiere dove convivono a pochi metri moschea, tempio valdese, chiesa cattolica e sinagoga. Da anni è promotore e presente in molteplici iniziative per la pace e per la rigenerazione del quartiere, tanto che il 16 ottobre 2025 i responsabili dei quattro luoghi di culto avevano firmato un documento comune per ribadire il reciproco impegno.
La comunità valdese ha sottolineato come la moschea di via Saluzzo sia sempre stata aperta e collaborativa, ospitando iniziative che hanno coinvolto tutte le comunità laiche e religiose. Shahin aveva anche organizzato incontri nella moschea insieme all’ANPI e al senatore PD Andrea Giorgis per diffondere la cultura costituzionale.
Shahin è un oppositore del regime di al-Sisi in Egitto. Era presente a piazza Rabaa nel 2013, dove il regime golpista di Al-Sisi ha massacrato centinaia di manifestanti, e da quella data non è più tornato in Egitto perché sa che verrebbe subito arrestato. Ha richiesto protezione internazionale proprio per questo motivo.
Le dichiarazioni contestate
Durante una manifestazione pro-Palestina del 9 ottobre 2025 a Torino, Shahin ha pronunciato una frase sul 7 ottobre 2023: “Personalmente sono d’accordo, non è stata una violazione e nemmeno una violenza“. In altri interventi pubblici aveva aggiunto che gli attacchi di Hamas del 7 ottobre furono un atto di resistenza dovuto ad anni di occupazione e decine di guerre, e che erano stati un tentativo dei palestinesi di svegliare il mondo perché prestasse attenzione alla loro causa. Il giorno dopo aveva contestualizzato quelle parole nel quadro dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi in corso da decenni. Dichiarazioni che aveva poi rettificato e che avevano portato a un comunicato congiunto con altre comunità religiose.
La deputata torinese di Fratelli d’Italia, Augusta Montaruli, l’11 ottobre ha chiesto al ministero dell’Interno di valutare i requisiti per la sua espulsione. Nel giro di un mese e mezzo è arrivato il decreto di espulsione firmato personalmente dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Le accuse nel decreto
Il decreto definisce Shahin come avente “un percorso di radicalizzazione religiosa”, “una ideologia fondamentalista di chiara matrice antisemita” e un ruolo “in ambienti dell’islam radicale”. Gli vengono contestati: le dichiarazioni sul 7 ottobre; una partecipazione a un blocco stradale durante una manifestazione pro-Palestina; incontri con due persone nel 2012 e 2018 (prima che queste si radicalizzassero).
Shahin è completamente incensurato. L’unica denuncia a suo carico (per il blocco stradale) è stata immediatamente archiviata dalla Procura di Torino. Ha vissuto in Italia per 21 anni, ha moglie e due figli nati qui, ha insegnato l’arabo nella scuola dell’esercito italiano, ed è stato protagonista del dialogo interreligioso.
Mohamed Shahin rischia l’espulsione verso un Paese dove potrebbe essere torturato o ucciso (essendo oppositore di al-Sisi e reduce dal massacro di Rabaa) per aver espresso un’opinione politica controversa durante una manifestazione, opinione poi rettificata e contestualizzata, senza aver mai commesso alcun reato.
Una opinione politica diffusa, non un’anomalia
La posizione espressa da Shahin – vedere il 7 ottobre come atto di resistenza all’occupazione piuttosto che come terrorismo – è effettivamente una delle letture politiche del conflitto, condivisa da molti nel movimento di solidarietà con la Palestina, inclusi intellettuali, attivisti per i diritti umani, e anche voci critiche israeliane.
Numerosi osservatori hanno inquadrato quegli eventi nel contesto di decenni di occupazione militare; il blocco di Gaza (definito da molte organizzazioni internazionali come una forma di punizione collettiva); l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania; la detenzione amministrativa di migliaia di palestinesi; la negazione dei diritti fondamentali del popolo palestinese.
Questa lettura può essere discussa, criticata, contestata – ma è una posizione politica legittima nel dibattito pubblico, non un’istigazione alla violenza o un reato. Come d’altra parte è una posizione politica legittima la giustificazione della reazione israeliana al 7 ottobre, che ha comportato l’uccisione di decine di migliaia di civili e la devastazione di Gaza. Se qualcuno la sostiene, non rischia di essere perseguito.
Il precedente inquietante
Quello che colpisce nella vicenda Shahin è la sproporzione della risposta governativa: un’opinione politica espressa in una manifestazione; nessun reato commesso (l’unica denuncia archiviata); un percorso ventennale di integrazione e dialogo; risultato: espulsione verso un Paese dove rischia tortura e morte.
Questo crea un precedente inquietante: se esprimere solidarietà con la causa palestinese nei termini usati da Shahin è sufficiente per l’espulsione, quale spazio rimane per il dissenso politico su questioni internazionali controverse?
La domanda centrale è: l’Italia deve espellere verso regimi oppressivi persone che esprimono opinioni politiche scomode ma non illegali? Soprattutto quando queste persone rischiano concretamente la vita nel Paese di destinazione?
Le motivazioni della Corte d’Appello
La Corte d’Appello ha accolto il ricorso degli avvocati di Shahin disponendo la cessazione immediata del trattenimento nel CPR. Le motivazioni principali sono:
L’assenza di pericolosità concreta e attuale; i giudici hanno escluso “la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità” per la sicurezza dello Stato o per l’ordine pubblico.
Il profilo biografico e sociale: la Corte ha sottolineato che Shahin è da 20 anni in Italia, dove sono nati e cresciuti i suoi due figli di 9 e 12 anni, ed è “completamente incensurato”.
I nuovi elementi probatori: tra i documenti presentati dalla difesa c’era l’archiviazione immediata, da parte della procura di Torino, di una denuncia per le frasi che Shahin aveva pronunciato lo scorso ottobre durante una manifestazione pro-Pal.
L’impegno per i valori costituzionali: secondo quanto riportato dai difensori, la Corte ha rilevato che la difesa ha dimostrato “un concreto e attivo impegno del trattenuto in ordine alla salvaguardia dei valori su cui si fonda l’ordinamento dello Stato italiano”.
In sostanza, la Corte d’Appello ha smontato completamente le accuse contenute nel decreto di espulsione di Piantedosi, che dipingeva Shahin come portatore di “ideologia fondamentalista e antisemita”; figura di “rilievo in ambienti dell’islam radicale”; minaccia “concreta, attuale e grave per la sicurezza dello Stato”
La Corte ha valutato che nessuna di queste accuse è suffragata da elementi concreti che giustifichino la privazione della libertà personale.
La situazione legale: complessa e precaria
La posizione di Shahin, seppur libero, resta estremamente complicata: gli è stato revocato il permesso di soggiorno, decisione su cui pende un ricorso al TAR di Torino, mentre la sua richiesta di asilo è attualmente pendente al tribunale di Caltanissetta.
In concreto, Shahin è stato liberato “come richiedente asilo” e gli è stato rilasciato un permesso di soggiorno provvisorio dalla Questura di Caltanissetta.
La difesa di Shahin ha presentato tre ricorsi paralleli: ricorso al TAR di Torino contro la revoca del permesso di soggiorno di lungo periodo; ricorso al TAR del Lazio contro il decreto di espulsione firmato da Piantedosi; richiesta di asilo politico pendente al tribunale di Caltanissetta.
Le prospettive per l’asilo politico
La richiesta di asilo ha una base solida: Shahin è un oppositore dichiarato del regime di al-Sisi; era presente a piazza Rabaa durante il massacro del 2013; non può tornare in Egitto perché rischierebbe arresto, torture e probabilmente la morte; l’Egitto è un regime autoritario noto per reprimere il dissenso con metodi violenti, anche se il governo italiano lo inserisce nella lista dei cosiddetti “Paesi sicuri”.
Tuttavia, c’è un precedente preoccupante: il 27 novembre il trattenimento era stato convalidato e la richiesta di asilo respinta dalla commissione territoriale di Siracusa, secondo la quale Shahin non corre nessun pericolo a tornare in Egitto. Questa decisione è stata però ribaltata dalla Corte d’Appello.
Il rischio di espulsione rimane: il decreto di espulsione del ministro Piantedosi è ancora valido; la revoca del permesso di soggiorno è confermata (in attesa del TAR); se i ricorsi venissero respinti, l’espulsione potrebbe essere eseguita.
In questo momento Shahin si trova in una situazione paradossale. È libero grazie alla decisione della Corte d’Appello che ha escluso la sua pericolosità. Ma è formalmente ancora destinato all’espulsione secondo il decreto Piantedosi. Ha un permesso provvisorio come richiedente asilo, ma la sua prima richiesta è già stata respinta
Le sue prospettive dipendono dall’esito dei ricorsi al TAR e dalla valutazione finale sulla richiesta di asilo. La Corte d’Appello ha riconosciuto la sua integrazione e l’assenza di pericolosità, ma questo non annulla automaticamente il decreto di espulsione ministeriale.
Liberato Shahin, l’imam di Torino. La decisione dei giudici. di Caterina Stamin La Stampa 15 dicembre 2025
Sull’arresto dell’imam di Torino di Sergio Velluto Un articolo del presidente del Concistoro della locale Chiesa valdese chiesavaldese.org, 3 dicembre 2025
Shanin per il tribunale è un nemico pubblico. Ma San Salvario sta con lui di Sara Tanveer, Mario Di Vito Il manifesto, 29 novembre 2025
L’arresto dell’imam di Torino Mohamed Shahin diventa caso nazionale: la rete cristiano-islamica scrive a Mattarella per il rilascio di Gabriele Farina Quotidiano Piemontese, 27 novembre 2025
Oggi, 14 dicembre 2025, un attacco terroristico a Bondi Beach, a Sydney, durante la celebrazione di Hanukkah, ha ucciso almeno 16 persone e ferito 40. Due uomini armati, forse tre, hanno aperto il fuoco dalla passerella pedonale che conduce alla spiaggia. Tra le vittime ci sono una bambina di 12 anni, il rabbino Eli Schlanger, e un sopravvissuto all’Olocausto di nome Alex Kleytman. Protagonista di un momento eroico, un uomo di 43 anni, Ahmed al Ahmed, che ha disarmato uno degli aggressori affrontandolo da dietro durante la sparatoria, nonostante sia stato colpito due volte. Il suo intervento ha scongiurato una strage ancora peggiore. È il secondo più grave attentato con armi da fuoco nella storia australiana, dopo il massacro di Port Arthur del 1996.
Gli aggressori
Uno degli attaccanti è stato ucciso dalla polizia. L’altro è stato identificato in via provvisoria come Naveed Akram, secondo funzionari delle forze dell’ordine statunitensi e australiani. Una patente di guida condivisa online mostra che Naveed Akram sarebbe nato nel 2001 il che lo renderebbe 24enne al momento dell’attacco. L’ASIO (Australian Security Intelligence Organisation) ha dichiarato che uno degli aggressori era noto alle autorità. Burgess dell’ASIO ha aggiunto che l’individuo era conosciuto, “ma non in una prospettiva di minaccia immediata”.
La polizia crede che possa essere stato coinvolto un terzo sospetto, ma invitano alla cautela mentre le indagini continuano. L’eroe Ahmed al Ahmed, il padre di 43 anni che ha disarmato uno degli attaccanti, è stato identificato come un proprietario di un’attività di frutta di Sutherland Shire, Sydney. Ha riportato ferite da arma da fuoco al braccio e alla mano ed è stato ricoverato in ospedale. Le indagini sono ancora in corso per determinare l’identità completa di tutti gli aggressori e i loro moventi.
Il momento dell’attacco
L’attacco è iniziato intorno alle 18:37 ora locale. I servizi di emergenza sono stati chiamati per la prima volta sulla scena alle 18:47. L’evento di Hanukkah era iniziato alle 17:00 ora locale. Testimoni hanno riferito che la sparatoria è durata circa 10 minuti. Un testimone cileno di 25 anni, Camilo Diaz, ha raccontato: “È stato scioccante. Sembrava 10 minuti di solo bang, bang, bang”. La BBC ha successivamente verificato un video di quasi 11 minuti ininterrotti, filmato da circa 50 metri di distanza, che inizia poco dopo l’incidente. La sparatoria è stata dichiarata attentato terroristico dalla polizia alle 21:36 ora locale, circa tre ore dopo l’inizio dell’attacco.
L’evento e il luogo dell’attentato
L’evento si è svolto al Bondi Park Playground, a Bondi Beach, NSW 2026, Australia. Bondi Beach è una delle spiagge più famose e frequentate di Sydney, una destinazione turistica molto popolare. Gli attaccanti hanno sparato da un ponte pedonale sopra l’evento, con una posizione sopraelevata che dominava l’area. Il nome dell’evento era “Chanukah by the Sea” (Hanukkah al Mare), organizzato dalla comunità Chabad of Bondi , insieme al Waverley Council (l’amministrazione locale). Era l’apertura della festa, iniziata alle 17, la prima serata di Hanukkah, la festa ebraica delle luci, con circa mille persone partecipanti.
L’evento includeva l’accensione di una menorah gigante, ciambelle gratuite, cibo kosher, presentazione video speciale, cinema 9D, fattoria didattica con animali, pittura del viso, laboratori di Hanukkah, kit menorah da portare a casa. Era un evento pubblico e gratuito, aperto alla comunità generale, non solo agli ebrei. Si trattava di un evento comunitario festoso e familiare, con video che mostravano una folla mista e festosa, con membri ortodossi visibilmente presenti che distribuivano cibo ai visitatori della spiaggia, inclusi ebrei e non ebrei. Chabad è noto per i suoi sforzi di divulgazione globale, e il festival di Hanukkah è una tradizione annuale per il movimento.
Il movente degli aggressori
Le autorità, incluso il Primo Ministro Anthony Albanese, hanno descritto l’attacco come deliberatamente mirato contro gli ebrei durante Hanukkah. Il commissario di polizia del New South Wales ha designato la sparatoria come attacco terroristico. Dopo il 7 ottobre 2023 (attacchi di Hamas a Israele) e durante la guerra di Gaza, i tassi di antisemitismo sono aumentati drasticamente in Australia. Gli attacchi antisemiti, inclusi aggressioni, vandalismo, minacce e intimidazioni, sono triplicati nel paese nell’anno successivo al 7 ottobre 2023. Nel 2024, sinagoghe e auto sono state incendiate, attività commerciali e case vandalizzate con graffiti, e ebrei attaccati a Sydney e Melbourne, dove vive l’85% della popolazione ebraica australiana. Un pastore di Bondi ha dichiarato che l’antisemitismo stava “fermentando” nei sobborghi orientali di Sydney e che era “costantemente circondato da graffiti antisemiti”.
Le polemiche sulla gestione dell’antisemitismo
Ci sono forti polemiche politiche riguardo la gestione dell’antisemitismo. Netanyahu ha affermato di aver avvertito il Primo Ministro australiano tre mesi prima che le sue politiche stavano “gettando olio sul fuoco dell’antisemitismo”, riferendosi all’annuncio dell’Australia di riconoscere lo stato palestinese. Netanyahu ha accusato il governo australiano di non aver fatto nulla per fermare la diffusione dell’antisemitismo. I leader ebrei avevano avvertito dell’odio diretto verso la comunità espresso attraverso graffiti e attacchi incendiari. L’Australian Jewish Association ha dichiarato che l’attacco tragico era “completamente prevedibile”.
Le misure di contrasto del governo
Nonostante critiche e accuse, negli ultimi due anni il governo di Anthony Albanese ha preso diverse iniziative per contrastare l’antisemitismo. La nomina di Jillian Segal come primo inviato speciale australiano per combattere l’antisemitismo. La creazione dell’operazione speciale AFP “Avalite” per reprimere antisemitismo, minacce, violenza e odio. Da quando è stata istituita, l’AFP ha ricevuto 124 segnalazioni, con 102 sotto indagine attiva. Il finanziamento di misure per la sicurezza fisica nelle scuole ebraiche, sinagoghe e centri comunitari. Lo stanziamento di 30 milioni di dollari australiani per la ricostruzione della sinagoga Adass Israel di Melbourne distrutta a dicembre 2024, oltre a 250.000 dollari per sostituire i rotoli della Torah danneggiati. L’introduzione di un sistema di “pagella universitaria” che potrebbe portare a tagli dei finanziamenti governativi alle università che non agiscono contro l’antisemitismo.
Motivazioni non ancora accertate
Tuttavia, la motivazione specifica degli attaccanti non è ancora accertata. Le autorità hanno classificato l’attacco come terrorismo antisemita basandosi sul target specifico (evento ebraico durante Hanukkah); Il momento scelto (prima sera di Hanukkah); le armi e dispositivi esplosivi utilizzati; il contesto di crescente antisemitismo. Ma, la motivazione ideologica precisa degli attaccanti (se religiosa, politica, legata al conflitto israelo-palestinese, al conflitto con l’Iran, o altro) non è stata ancora rivelata pubblicamente dalle autorità. Le indagini sono ancora in corso e l’aggressore fermato è in condizioni critiche in ospedale. Secondo la polizia, i due attentatori sarebbero padre e figlio. Sajid Akram, 50 anni, e Naveed Akram, 24 anni.
La giornalista ucraina Viktoriia Roshchyna è morta a 27 anni dopo un anno di detenzione in Russia. Il suo corpo, restituito durante uno scambio di prigionieri nel febbraio 2025, presentava segni evidenti di tortura: bruciature da elettroshock sui piedi, abrasioni sui fianchi e la testa, una costola fratturata, capelli rasati. L’osso ioide nel collo era spezzato, una lesione compatibile con lo strangolamento. Cervello, occhi e laringe erano stati rimossi, impedendo di accertare la causa esatta della morte.
Roshchyna era stata catturata nell’estate 2023 vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, durante la sua quarta missione nei territori occupati. Era l’unica giornalista ucraina disposta a oltrepassare la linea del fronte per documentare le condizioni sotto l’occupazione russa. Stava cercando i “black sites” dove i russi detenevano e torturavano civili ucraini.
Il sistema di detenzione
La Russia detiene circa 16.000 civili ucraini in 180 strutture diverse, secondo il Commissario per i diritti umani del parlamento ucraino. La maggioranza è detenuta senza accuse, senza accesso legale, senza diritto a lettere o visite. Le famiglie ricevono al massimo conferme laconiche che i loro cari sono detenuti “per essersi opposti all’operazione militare speciale”.
Un’inchiesta del Guardian e partner internazionali ha identificato torture sistematiche in 29 di queste strutture: 18 in Russia, 11 nei territori occupati. I metodi includono elettroshock, waterboarding, esecuzioni simulate, pestaggi ripetuti, umiliazioni. I detenuti riferiscono di razioni alimentari minime, assenza di cure mediche, divieto di parlare ucraino.
Taganrog: il centro più brutale
Il carcere Sizo-2 di Taganrog, sulla costa del Mar d’Azov, è emerso come il più famigerato della rete. Costruito per 400 detenuti russi, ha ospitato migliaia di prigionieri ucraini, militari e civili, sottoposti a torture organizzate.
La violenza iniziava già all’arrivo con il rituale della “reception”: prigionieri bendati e legati venivano picchiati da ogni guardia presente. Seguivano perquisizioni quotidiane violente e interrogatori negli edifici della tortura, dove ex detenuti hanno localizzato sale con sedia elettrica, vasche per il waterboarding, sbarre per appendere i prigionieri a testa in giù in posizione fetale.
Le razioni alimentari consistevano in quattro cucchiaiate e mezzo per pasto. I detenuti perdevano fino a 25 chili. L’intelligence ucraina ha registrato almeno 15 morti a Taganrog: uno durante un interrogatorio, quattro durante la “reception”, altri per mancanza di cure mediche.
Le guardie, membri delle unità speciali del servizio carcerario russo FSIN, operavano a rotazione mensile, indossavano passamontagna e usavano soprannomi: “lupo”, “sciamano”, “morte”. Gli interrogatori erano condotti dall’FSB, il servizio di sicurezza russo.
Fonti interne al sistema carcerario hanno riferito che nella primavera 2022 furono date direttive esplicite per usare violenza contro gli ucraini, senza documentazione o telecamere. Il messaggio era: “Fate quello che volete”.
Il caso Roshchyna
Dopo la cattura, Roshchyna fu portata ai “garage” di Melitopol, un black site dove subì elettroshock e accoltellamenti. Testimoni riferiscono che arrivò a Taganrog “piena di droghe sconosciute” e “iniziò a impazzire”. Smise di mangiare. Il suo peso scese a 30 chili. Restava raggomitolata in posizione fetale dietro la tenda del bagno.
A giugno fu portata in ospedale su una barella, sorvegliata da sei guardie mascherate. A luglio tornò al carcere con flebo al braccio, continuando a rifiutare cibo. Le autorità le preparavano pasti separati, le offrivano banane e dolci.
Ad agosto i suoi genitori ricevettero una telefonata: “Mi hanno promesso che sarò a casa a settembre. Vi amo”. L’8 settembre fu portata via dalla cella per lo scambio di prigionieri, ma non arrivò mai al punto di consegna. Un testimone riporta che un ufficiale disse: “La giornalista non è arrivata allo scambio. È colpa sua”.
Testimonianze indicano che Roshchyna fu trasferita al carcere Sizo-3 di Kizel, vicino agli Urali. Un soldato ucraino la vide sul treno: “Era magrissima, si reggeva a stento in piedi. Pelle gialla, capelli senza vita”. A Kizel i prigionieri dovevano chiedere permesso per bere, andare in bagno, sedersi. Roshchyna continuò lo sciopero della fame. Sopravvisse altri otto giorni.
Il 19 settembre 2024 morì. Il direttore del carcere di Taganrog, Aleksandr Shtoda, ha negato due volte che Roshchyna sia mai stata detenuta lì, dichiarando che “non è e non è mai stata nei database”.
L’appello per i negoziati di pace
Gruppi per i diritti umani, incluso il Centro per le Libertà Civili di Kiev (Nobel per la Pace 2022), chiedono che il rilascio dei civili ucraini detenuti sia condizione centrale per qualsiasi accordo di pace. Il dibattito sui negoziati promossi dall’amministrazione Trump si concentra su territori e garanzie di sicurezza, ignorando la dimensione umana.
Gli scambi di prigionieri, che nei primi mesi di guerra includevano civili, ora riguardano quasi esclusivamente militari. I familiari di 380 detenuti civili non vedono liberazioni da oltre un anno.
Oleksandra Matviichuk, direttrice del Centro per le Libertà Civili, avverte: “Quando vieni a conoscenza delle condizioni di detenzione e delle torture, è chiaro che alcune di queste persone non hanno alcuna possibilità di essere ancora vive quando il processo politico sarà terminato”.
Fonti
Russia’s ‘Ghost Detainees’: The Investigation That Cost Viktoriia Roshchyna Her Life Ukrainian journalist Viktoriia Roshchyna was pronounced dead in Russian captivity in October 2024, after being secretly held for months in Russian-occupied Ukraine and a Russian prison. In February 2025, her body was repatriated. Forbidden Stories investigated her detention and death, which came on the heels of a reporting trip to Zaporizhzhia aimed at telling the stories of Ukrainian civilians unlawfully held by Russia. By Phineas Rueckert with Tetiana Pryimachuk Forbidden Stories, April 29th, 2025
A person holds a framed photo of Viktoriia Roshchyna ‘Numerous signs of torture’: a Ukrainian journalist’s detention and death in Russian prison The Guardian, working with media partners, has tracked down first-hand accounts to reconstruct Viktoriia Roshchyna’s final months By Juliette Garside, Shaun Walker, Manisha Ganguly, Pjotr Sauer, Tetyana Nikolayenko, Anton Naumliuk and Artem Mazhulin The Guardian 29 Apr 2025
Russia Prison illustration Inside Taganrog: beatings, electrocution and starvation at prison where Ukrainians were tortured Russia is holding an estimated 16,000 civilians in arbitrary detention at 180 separate facilities. Taganrog was the most notorious. By Manisha Ganguly, Shaun Walker, Pjotr Sauer, Tetyana Nikolayenko, Anton Naumliuk, Artem Mazhulin and Lucy Swan The Guardian 30 Apr 2025
Outside of Taganrog prison. Release of Ukrainian prisoners in Russia key to any peace deal, rights groups say Kyiv-based Centre for Civil Liberties says tortured inmates bypassed amid focus on territory and security guarantees Shaun Walker in Kyiv The Guardian 1 May 2025
A framed photo of Viktoriia Roshchyna Vika: The journalist who exposed Russian “black sites”, then ended up in one Viktoriia Roshchyna was investigating Russia’s torture sites, then found herself inside one. Juliette Garside and Manisha Ganguly report Podcast 37:02 The Guardian 22 May 2025
Two hands hold up a black and white photograph of a woman ‘She was very, very thin’: witness tells of Ukrainian journalist’s final days in Russian prison Soldier’s account corroborates reports Viktoriia Roshchyna was taken to prison deep inside Russia, where it is believed she died Stas Kozliuk, Poline Tchoubar, Guillaume Vénétitay and Juliette Garside The Guardian 11 Dec 2025
La guerra scoppiata in Sudan nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Forze di Supporto Rapido (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo è diventata una guerra per procura. Il paese è terreno di scontro tra potenze regionali e globali che competono per risorse strategiche, posizioni militari sul Mar Rosso e influenza geopolitica. Al dicembre 2025, le stime parlano di decine di migliaia di morti – alcune analisi arrivano a 150.000 – oltre 12 milioni di sfollati e 25 milioni di persone a rischio fame.
La maggioranza degli attori sostiene le SAF, riconoscendone la legittimità istituzionale. Gli Emirati sono il principale sostenitore delle RSF. Questi attori potrebbero accordarsi per la pace, ma ciascuno privilegia i propri interessi strategici.
Washington guida il “Quad” – con Egitto, Arabia Saudita ed Emirati – il meccanismo più promettente per risolvere il conflitto. La dichiarazione del settembre 2025 ha impegnato i quattro paesi a cessare le ostilità e garantire l’accesso umanitario. Gli Stati Uniti hanno finanziato il 27% dell’appello ONU da 4,2 miliardi di dollari e organizzato colloqui indiretti nell’ottobre 2025, smentiti da Khartoum.
Hanno sanzionato le RSF per il genocidio in Darfur (gennaio 2025) e le SAF per l’ostruzione degli aiuti. Hanno spinto gli Emirati a fermare le forniture d’armi. Washington ha la maggiore capacità di influenza: controllo sulle sanzioni economiche, pressione diplomatica, peso sui donatori internazionali.
Ma l’impegno resta limitato. L’amministrazione Trump ha tagliato gli aiuti. Le priorità sono contenere l’instabilità regionale – in particolare lo Yemen – e contrastare l’influenza russo-iraniana. Il Sudan non è una crisi centrale. Le pressioni su Abu Dhabi restano inefficaci. Senza leadership decisa, il Quad resta paralizzato.
Emirati Arabi Uniti: l’attore più influente e più distruttivo
Abu Dhabi è il principale sostenitore delle RSF e ha il maggior potere decisionale dopo gli Stati Uniti. Fornisce armi, droni cinesi e supporto logistico via Ciad e Sudan del Sud. Le motivazioni: accesso alle miniere d’oro – la grande maggioranza delle riserve sudanesi, per sei miliardi di dollari l’anno contrabbandati – e rafforzamento dell’influenza nel Corno d’Africa, contro Egitto e Iran.
Nel 2025 gli Stati Uniti hanno sanzionato sette aziende emiratine per traffico di armi e oro. Il 9 dicembre Washington ha colpito una rete che reclutava ex militari colombiani per combattere con i paramilitari. Gli Emirati negano ogni coinvolgimento, ma le evidenze documentate sono sostanziali. Un caso alla Corte Internazionale per complicità nel genocidio in Darfur – respinto nell’ottobre 2025 per motivi procedurali – ha reso pubbliche le accuse. Ad aprile 2025, Foreign Affairs ha definito la strategia emiratina “guerra per procura”. In parallelo, Abu Dhabi ha versato 100 milioni in aiuti umanitari.
Il lobbying emiratino negli Stati Uniti mira a evitare sanzioni secondarie. Abu Dhabi ha investito 35 miliardi in Egitto nel 2024, anche per ridurre le forniture d’armi egiziane alle SAF. Gli Emirati potrebbero decidere la pace tagliando il sostegno alle RSF, ma non lo faranno finché il controllo dell’oro resta così redditizio.
Mosca opera tramite l’Africa Corps, riorganizzazione del gruppo Wagner. Il ruolo russo è complesso: ha mantenuto contatti con entrambe le fazioni in fasi diverse, ma il sostegno prevalente va alle SAF. L’interesse primario è controllare le miniere d’oro per finanziare la guerra in Ucraina. Il governo contrabbanda oro sudanese per aggirare le sanzioni europee.
Negozia per una base navale a Port Sudan, accesso al Mar Rosso e proiezione verso Medio Oriente e Africa orientale. Fornisce armi in cambio di concessioni minerarie e militari. Al Consiglio di Sicurezza ONU blocca le risoluzioni che limiterebbero il suo margine.
La Russia non usa la propria influenza per favorire la pace. I suoi interessi in risorse e proiezione militare prevalgono. Potrebbe fermare le forniture d’armi e sbloccare le risoluzioni ONU, ma non lo farà: il Sudan serve per evadere sanzioni globali e costruire infrastrutture militari nel Mar Rosso.
Teheran sostiene le SAF. L’interesse è duplice: una base navale a Port Sudan per supportare gli Houthi in Yemen e consolidare un’alleanza anti-occidentale. Fornisce droni e jet. Elementi del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie operano a Port Sudan, trasformando il Sudan in avamposto della proiezione iraniana nel Mar Rosso. Le relazioni con Burhan, restaurate nell’ottobre 2023, consolidano questo asse.
L’Iran non usa la propria influenza per favorire la pace. Usa il Sudan come hub anti-occidentale per supportare le operazioni in Yemen. Una stabilizzazione richiederebbe concessioni sul controllo del Mar Rosso, improbabili nella competizione strategica con Stati Uniti e Arabia Saudita.
Il Cairo sostiene le SAF per sicurezza nazionale. Circa due milioni di rifugiati sudanesi sono entrati in Egitto dall’inizio della guerra. Il governo fornisce armi e addestramento, pur negando ogni invio militare.
L’Egitto ha ospitato forum per attori civili sudanesi (luglio 2024) e partecipa alla mediazione del Quad. Preme per stabilità del confine, del bacino del Nilo e del Mar Rosso. Potrebbe condizionare le forniture d’armi e usare il peso diplomatico per forzare un cessate il fuoco, ma solo coordinandosi con Washington e convincendo gli Emirati a cambiare strategia – scenario improbabile data la rivalità tra Cairo e Abu Dhabi.
Riad, inizialmente neutrale, si è allineata con le SAF. Il controllo di Port Sudan è strategico per contenere lo Yemen e gestire le rotte del Mar Rosso. Ha ospitato i colloqui di Jeddah dal maggio 2023, falliti per mancanza di impegno. Mantiene investimenti economici in agricoltura e miniere.
Nel novembre 2025 Riad ha fatto pressioni su Trump per aumentare le spinte sugli Emirati, segnalando frustrazione crescente. L’Arabia Saudita vuole contenere l’influenza iraniana e russa e ha incentivi economici per favorire tregue, ma l’approccio è meno aggressivo di quello emiratino. Potrebbe usare peso diplomatico e investimenti come leva, ma solo coordinandosi con altri membri del Quad.
Ankara e Doha sostengono le SAF con droni, armi e finanziamenti. Per la Turchia si tratta di espandere l’influenza islamista e commerciale, ottenendo accesso al Mar Rosso. Il Qatar punta a consolidarsi come mediatore regionale, allineandosi con Egitto e Turchia.
Né Turchia né Qatar possono determinare la pace. Il Sudan non è priorità strategica per Ankara. Il Qatar fornisce sostegno ma senza ruolo decisionale.
Pechino mantiene neutralità formale ma sostiene economicamente le SAF. Gli investimenti cinesi in infrastrutture, petrolio e miniere precedono la guerra e vincolano la Cina a garantire stabilità del governo centrale. Ha inviato 1.250 tonnellate di aiuti alimentari (gennaio 2025) ed evacuato cittadini senza schierarsi.
L’impegno militare resta marginale. Le priorità sono gli investimenti della Belt and Road Initiative nelle infrastrutture del Mar Rosso. La Cina evita interventi diretti per non compromettere gli interessi commerciali. La non interferenza è pilastro della politica estera cinese.
L’Etiopia ha inizialmente favorito le RSF, per le dispute sul Nilo e i confini instabili con il Darfur. Ha ospitato conferenze di pace, spesso con gli Emirati (febbraio 2025). Il ruolo è marginale e condizionato dalle proprie crisi interne.
L’Eritrea sostiene logisticamente le SAF, fornendo supporto militare e corridoi per armi. La Libia di Khalifa Haftar è corridoio per armi e mercenari diretti alle RSF, tramite reti di traffico nel Sahel. Il Ciad, pur negando, permette l’uso dei suoi aeroporti per le forniture emiratine alle RSF. Il Sudan del Sud gioca su entrambi i fronti, offrendo logistica alle RSF mantenendo neutralità fragile.
Nessuno di questi attori ha potere decisionale sulla pace.
Ucraina: un sostegno simbolico
Kiev fornisce supporto limitato alle SAF per contrastare la presenza russa in Africa. È un impegno marginale, senza peso sul processo di pace.
ONU, Unione Africana, IGAD: pressione morale senza denti
Le organizzazioni multilaterali hanno adottato risoluzioni per il cessate il fuoco e condannato le violenze, in particolare l’assedio di El Fasher. Il Consiglio di Sicurezza ha tenuto briefing (ottobre 2025). L’Unione Africana e l’IGAD hanno lanciato iniziative di mediazione parallele.
Il problema è la mancanza di unità regionale e l’assenza di strumenti coercitivi. Le iniziative si sovrappongono – Jeddah, Cairo, Addis Abeba – senza coordinamento. Gli attori civili sudanesi vengono esclusi dai negoziati. Come avverte la Heinrich Böll Stiftung (ottobre 2025): “Una pace senza attori civili è destinata al fallimento”.
Potrebbero imporre sanzioni coordinate e creare meccanismi di accountability per crimini di guerra, ma la divisione tra membri – alcuni sostengono attivamente una delle parti – rende improbabile un’azione efficace.
Il nodo delle risorse e gli ostacoli strutturali
Dietro gli schieramenti c’è la competizione per l’oro sudanese. Le RSF controllano la grande maggioranza delle miniere – secondo alcune stime fino al 90% – e lo contrabbandano con l’aiuto di Emirati e Russia. L’economia informale dell’oro vale miliardi, con gli Emirati come hub principale per le esportazioni. Iran e Russia puntano al Mar Rosso per sfidare l’egemonia occidentale e aprire corridoi logistici.
Tre fattori bloccano ogni progresso. Primo: interessi contrapposti. Emirati ed Egitto competono per l’influenza regionale. Russia e Iran usano il Sudan per evadere sanzioni globali e costruire infrastrutture militari. Secondo: mancanza di unità. Il Quad è paralizzato – gli Emirati armano le RSF mentre partecipano ai colloqui di pace. Gli attori civili vengono esclusi dai tavoli negoziali. Terzo: crisi umanitaria ignorata. I donatori hanno coperto solo il 31% dell’appello ONU da 2,7 miliardi. La sofferenza della popolazione non basta per cambiare le priorità geopolitiche.
La pace possibile che nessuno vuole
Gli analisti dell’European Council on Foreign Relations ritengono che solo un “compromesso regionale” forzato dal Quad possa fermare il flusso di armi. Ma al dicembre 2025 la situazione è in stallo. Le alleanze si sono evolute, con diversi paesi che hanno mantenuto opzioni su entrambi i fronti adattando la propria influenza ai calcoli geopolitici. Come ha scritto Al Jazeera (novembre 2025): “Gli attori regionali devono spingere per pace e accountability, o il negoziato fallirà”.
La pace in Sudan è tecnicamente possibile. Il Quad e gli Emirati hanno la capacità di influenza necessaria per imporla. Ma richiederebbe un cambio di paradigma: passare dalla guerra per procura a una mediazione inclusiva con attori civili e meccanismi di accountability, come il processo alla Corte Internazionale per il genocidio in Darfur.
Alcune proposte circolano: una conferenza internazionale promossa dal Regno Unito (aprile 2025), pressioni dell’Unione Europea per un embargo sulle armi, sanzioni secondarie statunitensi sulle aziende emiratine coinvolte nel traffico. Ma nessuna ha prodotto risultati concreti.
Senza azione coordinata, il Sudan è destinato alla frammentazione territoriale e alla violenza endemica – una “Libia 2.0” con governi paralleli e conflitto permanente. Il Sudan è diventato laboratorio della competizione globale post-unipolare: un conflitto locale amplificato da interessi esterni che ne prolungano indefinitamente la durata. Finora, nessuno ha scelto di fermarlo.
Il Sudan è teatro di quella che l’ONU definisce “la peggiore crisi umanitaria del mondo”. In 32 mesi di guerra devastante, il paese ha registrato fino a 400.000 morti e quasi 13 milioni di sfollati, mentre nuove atrocità continuano ad emergere.
El-Fasher, una scena del crimine di massa
Sei settimane dopo la caduta di El-Fasher, capitale del Darfur Settentrionale, le immagini satellitari rivelano una città trasformata in quello che Nathaniel Raymond, direttore dello Yale Humanitarian Research Lab, definisce “un mattatoio”. La città, che aveva 1,5 milioni di abitanti prima della guerra dell’aprile 2023, oggi appare deserta: i mercati un tempo affollati sono ora abbandonati e ricoperti di vegetazione, il bestiame è stato portato via.
L’analisi satellitare mostra pile di corpi ammassati per le strade, in attesa di essere sepolti in fosse comuni o cremati in enormi fosse scavate di recente. Secondo un briefing riservato ricevuto dai parlamentari britannici, almeno 60.000 persone sarebbero state uccise nelle ultime tre settimane dal massacro. Sarah Champion, presidente della commissione per lo sviluppo internazionale dei Comuni, ha confermato questa stima come “il dato minimo”.
Circa 150.000 residenti di El-Fasher risultano scomparsi dalla caduta della città alle Forze di Supporto Rapido (RSF) il 26 ottobre, dopo un brutale assedio durato 500 giorni. Non si ritiene che abbiano lasciato la città, e nessun esperto è riuscito a spiegare dove si trovino. Alcune fonti riferiscono di centri di detenzione nella città, ma i numeri dei detenuti rimangono esigui rispetto alle decine di migliaia di dispersi.
Nonostante le promesse delle RSF di permettere l’accesso all’ONU per portare aiuti e investigare le atrocità, la città rimane sigillata anche agli investigatori per crimini di guerra. I convogli umanitari sono in attesa nelle città vicine, ma le RSF si rifiutano di dare garanzie di sicurezza. Gli esperti internazionali hanno dichiarato che la città è in carestia, con livelli “sbalorditivi” di malnutrizione tra coloro che sono riusciti a fuggire.
Il massacro di Kalogi e la nuova ondata di atrocità
Il 4 dicembre, nel Kordofan, un attacco con droni ha colpito un ospedale e un asilo a Kalogi, causando 114 morti, di cui 63 bambini. Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha denunciato che anche i soccorritori sono stati presi di mira mentre cercavano di trasportare i feriti.
Volker Türk, alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha espresso il timore di “una nuova ondata di atrocità”, riferendosi a casi di rappresaglie, detenzioni arbitrarie, rapimenti, violenze sessuali e reclutamento forzato di bambini. Il presidente dell’Unione Africana ha chiesto un cessate il fuoco immediato, sottolineando che oltre 20 milioni di sudanesi sono a rischio denutrizione con le strutture sanitarie al collasso.
La conquista strategica del petrolio
Lunedì scorso, le RSF hanno annunciato la conquista del giacimento petrolifero di Heglig, nel Kordofan Meridionale, il più grande del paese al confine con il Sud Sudan. L’esercito ha confermato il ritiro strategico per “proteggere gli impianti ed evitare un disastro ambientale”.
La perdita di Heglig rappresenta una sconfitta militare, economica e politica devastante per l’esercito sudanese: era l’ultima roccaforte nella provincia del Kordofan Occidentale, ora interamente sotto controllo paramilitare. Secondo gli analisti, l’offensiva mira a rompere l’arco difensivo dell’esercito attorno al Sudan centrale e preparare il terreno per un tentativo di riconquista delle principali città, tra cui Khartoum, riconquistata dall’esercito in primavera.
Le radici storiche del conflitto
Le RSF, ora al terzo anno di guerra civile contro le forze armate sudanesi, sono l’evoluzione delle milizie Janjaweed responsabili del genocidio in Darfur negli anni 2000. Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman (Ali Kushayb), ex comandante Janjaweed, è stato recentemente condannato dalla Corte Penale Internazionale a 20 anni per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi tra il 2003 e il 2004. Secondo il giudice, Kushayb partecipò direttamente al massacro delle comunità non arabe, ordinando di “non lasciare nessuno in vita”.
La Corte Penale Internazionale ha aperto un’inchiesta sulle violenze perpetrate dalle RSF a El-Fasher, mentre Amnesty International ha documentato un attacco RSF al campo sfollati di Zamzam, sette miglia a sud di El-Fasher, dove i paramilitari hanno preso ostaggi, distrutto moschee e scuole, chiedendo che vengano “investigati per crimini di guerra”.
Un conflitto senza via d’uscita
Nonostante le crescenti richieste internazionali di cessate il fuoco, entrambe le parti rimangono determinate a prevalere sul terreno. Gli esperti sui diritti umani ritengono che El-Fasher sia probabilmente il peggiore crimine di guerra della guerra civile sudanese, già caratterizzata da atrocità di massa e pulizia etnica. Con milioni di persone intrappolate senza cibo, acqua e cure mediche, il Sudan continua a sprofondare in una spirale di violenza apparentemente inarrestabile.
RSF massacres left Sudanese city ‘a slaughterhouse’, satellite images show Up to 150,000 residents of El Fasher are missing since North Darfur capital fell to paramilitary Rapid Support Forces The Guardian Mark Townsend Fri 5 Dec 2025
Sudan: UN chief condemns deadly strikes on children’s nursery, hospital UN News, 8 dicembre 2025
Dalla dichiarazione del cessate il fuoco a Gaza, il 10 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso più di 360 palestinesi, di cui 140 minorenni e 70 bambini. Questo significa una media di 7 palestinesi uccisi al giorno – un numero drasticamente ridotto rispetto ai 90 al giorno durante i due anni di guerra, ma che in qualsiasi altro contesto farebbe riconoscere un conflitto attivo. L’IDF continua a sparare a vista attorno alle sue posizioni e in prossimità della “linea gialla” che delimita la zona occupata.
Secondo l’accordo, Israele doveva occupare il 53% di Gaza, ma l’IDF ha esteso il controllo al 58%. La zona verde occupata da Israele contiene la maggior parte delle terre fertili ed è l’unica area dove sarà consentita la ricostruzione. La zona rossa, fatta di dune di sabbia costiera dove sono accalcati due milioni di palestinesi, rimarrebbe in rovina. Secondo i piani dell’esercito statunitense, questa divisione potrebbe essere a tempo indeterminato.
La proposta di Trump prevedeva, dopo lo scambio di ostaggi e prigionieri, il ritiro israeliano e l’arrivo di una forza internazionale di stabilizzazione. Tuttavia questa fase è rimasta nel vago. Israele non procederà finché Hamas non restituirà l’ultimo corpo degli ostaggi deceduti e non disarmerà completamente. Hamas ha restituito tutti i corpi tranne uno ed è disposta a cedere solo le armi offensive, ma non a Israele. Nessun paese è disposto a disarmare Hamas contro la sua volontà.
Israele e gli Stati Uniti prevedono solo “comunità alternative sicure” – campi recintati con unità prefabbricate o container, bagni e docce comunitari condivisi – invece della ricostruzione delle comunità palestinesi. I palestinesi sarebbero ipercontrollati per escludere chiunque abbia collegamenti con Hamas. Le organizzazioni umanitarie e i paesi europei si sono rifiutati di partecipare perché questi campi potrebbero violare il diritto internazionale e costituire uno strumento di sfollamento coercitivo.
Il progetto pilota pianificato per Rafah ospiterà solo 25.000 persone (l’1% della popolazione) e richiederà almeno sei mesi prima che i primi palestinesi possano trasferirsi, dopo la rimozione delle montagne di macerie disseminate di bombe inesplose.
I 2,2 milioni di palestinesi rimangono confinati nel 42% del loro territorio. Nove su dieci sono senza casa – i dati satellitari mostrano che l’81% delle abitazioni è stato distrutto o gravemente danneggiato. La maggior parte vive in tende vulnerabili all’inverno. A novembre, due forti acquazzoni hanno allagato i campi tendati (l’acqua proveniva anche dalle fosse fognarie traboccanti), spazzando via centinaia o migliaia di rifugi. Si è registrato un aumento significativo di diarrea acquosa acuta nei bambini.
Le consegne di aiuti sono aumentate da 91 a 133 camion al giorno, con meno saccheggi rispetto a prima. Tuttavia l’afflusso totale resta sotto la media prebellica di 600 camion al giorno, mentre i bisogni sono aumentati esponenzialmente. L’Unrwa, la più grande agenzia umanitaria, è stata bandita da Israele.
Stati europei e arabi hanno sostenuto le proposte di Trump per mantenere gli USA impegnati e dare legittimità al processo. Ma gli osservatori avvertono che senza progressi significativi nel processo di pace, la comunità internazionale rischia di rendersi complice nel mantenere i palestinesi in condizioni disumane, in violazione del diritto umanitario.
‘Bloodshed was supposed to stop’: no sign of normal life as Gaza’s killing and misery grind on Seham Tantesh in Gaza, Julian Borger and Emma Graham-Harrison in Jerusalem The Guardian, Sat 6 Dec 2025
Il 3 dicembre 2025, la Camera dei Deputati ha approvato la legge sul consenso informato per l’educazione sessuale nelle scuole, con i voti favorevoli dei partiti di centrodestra e il voto contrario delle opposizioni. La legge stabilisce il divieto dell’educazione sessuale nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole elementari. Mentre prevede che le scuole medie e superiori debbano ottenere il consenso informato preventivo dei genitori, o degli studenti se maggiorenni, prima di svolgere qualsiasi attività che tratti temi legati alla sessualità.
L’educazione sessuo-affettiva nelle scuole può dare benefici concreti. Aiuta i giovani a conoscere il proprio corpo e i cambiamenti della pubertà; fornisce informazioni corrette su contraccezione e malattie sessualmente trasmissibili; insegna il valore del consenso e del rispetto nelle relazioni. Può contribuire a contrastare stereotipi e discriminazioni, educare alle emozioni e proteggere dall’abuso. In un’epoca in cui i ragazzi accedono facilmente a contenuti online fuorvianti, la scuola può offrire un riferimento educativo affidabile.
Nei paesi dove si è introdotta l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, come Germania, Olanda, Svezia, tra gli adolescenti si sono ridotte le gravidanze indesiderate, la malattie sessuo-trasmissibili, sono aumentate le denunce di abusi e violenze, finalmente riconosciute come tali, si è ritardato l’esordio sessuale medio di alcuni mesi, è maturato un approccio più responsabile al sesso.
Eppure questo tema polarizza il dibattito politico. La sinistra la rivendica, la destra la ostacola o cerca di contenerla. Le ragioni sono diverse. I conservatori ritengono che certi argomenti debbano rimanere competenza esclusiva della famiglia, perché temono che la scuola possa trasmettere valori in contrasto con quelli familiari. Alcune posizioni conservatrici si legano a valori religiosi tradizionali sulla sessualità e i ruoli di genere. Particolarmente controversa è l’educazione sulle identità di genere e gli orientamenti sessuali: i conservatori temono possa confondere i giovani, i progressisti, invece, la considerano essenziale per l’inclusione. C’è disaccordo su cosa sia appropriato insegnare e a quale età.
Tuttavia, quando la sinistra afferma che contro la violenza non basta la repressione, serve anche la prevenzione, rischia di caricare l’educazione sessuo-affettiva di aspettative eccessive. La violenza non è solo mancanza di educazione. È un rapporto di potere radicato in strutture storiche e di sistema. Qualche ora di lezione a scuola difficilmente può smantellare dinamiche così profonde.
Una prevenzione efficace richiede qualcosa di molto più impegnativo: una lotta per riequilibrare i rapporti di potere tra i sessi. Significa politiche del lavoro che garantiscano autonomia economica alle donne, contrasto alle disparità salariali, redistribuzione del carico di cura, rappresentanza paritaria nei luoghi decisionali, decostruzione dei modelli culturali patriarcali. È un lavoro generazionale che attraversa l’economia, la politica, la cultura.
Investire con forza sulla prevenzione educativa può anche diventare, paradossalmente, un modo per evitare interventi più difficili, che implicano un conflitto più duro. Non contro la destra o contro l’integralismo cattolico, ma contro il privilegio maschile. È più facile dire “educhiamo i ragazzi” che affrontare e correggere i rapporti di potere tra i sessi nella società, nella sfera pubblica e nelle relazioni interpersonali. L’educazione è utile e può essere un tassello importante, specie se affronta esplicitamente le dinamiche di potere. Ma presentarla come la soluzione rischia di essere illusorio e deresponsabilizzante rispetto agli interventi strutturali necessari.
Nel post precedente abbiamo visto che il ddl Delrio, per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo, può minacciare la libertà di espressione perché assume la definizione dell’IHRA, la quale sovrappone antisemitismo e antisionismo. Adesso vediamo come il ddl Delrio si presti a un’operazione di politica interna.
La dinamica interna al PD
Il ddl è stato presentato dai senatori firmatari in modo del tutto autonomo, senza prima tentare di coinvolgere il gruppo del PD al Senato. Francesco Boccia, presidente dei senatori PD, ha dovuto chiarire pubblicamente che il ddl Delrio non è una iniziativa del partito, ma una iniziativa personale dei proponenti.
I firmatari appartengono tutti alla corrente “riformista” del PD: Delrio, Malpezzi, Alfieri, Bazoli, Casini, Rojc, Sensi, Verini, Zampa, Lorenzin, Lombardo. Sono gli ex renziani, che si oppongono alla segreteria di Elly Schlein e all’alleanza con il M5S e AVS, mentre sono favorevoli a un riposizionamento centrista del PD in alleanza con Renzi, Calenda, Marattin e in prospettiva anche con Forza Italia.
Lo scenario politico possibile
Proprio il capogruppo al Senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, ha presentato un ddl simile a quello di Delrio e si è detto disponibile a discuterne con lui, per approvare la legge entro il 27 gennaio, il Giorno della Memoria. Dal canto suo, Graziano Delrio, riguardo al pubblico disconoscimento di Francesco Boccia, ha dichiarato al Corriere della Sera: «Su questo punto non torno indietro. Sui diritti delle persone non si possono fare calcoli di partito» (…) «perché è indice di un clima che si respira non solo nella sinistra ma nel Paese».
Lo scenario che si profila è una legge controversa approvata con una maggioranza trasversale composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Italia Viva, Azione e i “riformisti” del PD, che lascia in minoranza PD, AVS e M5S. Sarebbe una spaccatura del Partito Democratico come quella già vissuta a marzo al Parlamento Europeo quando il piano ReArm Europe (un programma europeo di riarmo e rafforzamento dell’industria militare) ha avuto il consenso di dieci eurodeputati “riformisti”, nonostante il gruppo europarlamentare con Elly Schlein avesse deciso l’astensione.
La strategia dell’ala riformista
La mossa “riformista” sembra voler mettere in difficoltà Elly Schlein, proprio dopo che la segretaria del PD è uscita rafforzata dai risultati delle recenti elezioni regionali in Campania e Puglia, che hanno consolidato la linea del “campo largo”. Se il ddl non viene ritirato o modificato sostanzialmente, il PD di Elly Schlein si troverà davanti a tre alternative, tutte rischiose:
Votare contro o astenersi e subire l’accusa di essere contraria o tiepida sulla lotta all’antisemitismo, soprattutto se il voto avviene il 27 gennaio, Giorno della Memoria.
Votare a favore e alienarsi le simpatie della base del partito, del movimento in solidarietà con i palestinesi, degli alleati (M5S e AVS), degli intellettuali e di tutte le persone contrarie alla legge.
Lasciare libertà di coscienza e ritrovarsi il partito pubblicamente spaccato su un tema moralmente sensibile, mostrando debolezza e divisione interna.
Qualsiasi scelta faccia, rischia di essere perdente o comunque di esporsi a forti critiche.
L’Italia è un paese che conta poco nelle relazioni internazionali, senza idee chiare sui suoi interessi nazionali, di conseguenza con una linea di politica estera debole. Perciò, nella tradizione italiana, soprattutto dopo la cosiddetta Prima Repubblica, i temi di politica estera o di respiro globale sono usati in funzione dei posizionamenti di politica interna.
Il conflitto israelo-palestinese è particolarmente adatto a questo uso strumentale perché è emotivamente carico e divisivo; permette di usare accuse morali pesantissime (“antisemita”, “complice del genocidio”); tocca temi identitari profondi (memoria della Shoah, diritti umani, anticolonialismo); attrae consensi in settori specifici dell’elettorato: moderato e atlantista da un lato, sinistra umanitaria e antagonista dall’altro.
Così l’ala “riformista” del PD sta usando questo tema per marcare una differenza netta con Elly Schlein, la maggioranza del partito e con gli alleati M5S/AVS; costruire una propria credibilità presso l’elettorato moderato e atlantista; aprire spazi di collaborazione con il centro e il centrodestra moderato; rendere politicamente insostenibile l’alleanza con M5S e AVS su un conflitto lacerante; indebolire la segreteria Schlein e riposizionare il partito.
Le missioni in Israele e in Cisgiordania: la frattura del PD
Il ddl Delrio non è una iniziativa isolata della corrente “riformista”.
Il 2 dicembre 2025, Piero Fassino, deputato PD ed ex segretario dei DS, ha partecipato insieme a Paolo Formentini (Lega) e Andrea Orsini (Forza Italia) a una missione parlamentare istituzionale in Israele, promossa dal Gruppo di coordinamento del Protocollo di Cooperazione tra Knesset e Camera dei Deputati. Dal Parlamento israeliano, si è collegato in video a una conferenza stampa alla Camera italiana, organizzata dall’Unione Associazioni Italia-Israele, per un saluto e un aggiornamento sui colloqui in corso.
Fassino ha descritto Israele come “una società aperta, una società libera, una società democratica”, sottolineando che ha una dialettica democratica anche su “questi due anni” e le sue prospettive. Ma Fassino non ha menzionato Gaza e le critiche alle politiche del governo Netanyahu, focalizzandosi invece sulla necessità di “una relazione forte tra Italia e Israele” e sul rispetto delle “valutazioni diverse” sulle scelte governative israeliane.
La segretaria Elly Schlein, che solo poche settimane prima aveva criticato i rapporti militari Italia-Israele sotto il governo Meloni, non ha commentato, ma il responsabile Esteri Giuseppe Provenzano ha preso le distanze: “Non si trattava di una missione del Partito democratico”, precisando che le posizioni del PD rimangono “molto chiare, a partire dalla denuncia della torsione autoritaria ed estremista del governo Netanyahu”.
L’evento è stato quasi contemporaneo alla missione di Laura Boldrini (23-28 novembre 2025) in Cisgiordania, che ha guidato una delegazione parlamentare del Partito Democratico composta da sei membri: oltre a lei, Mauro Berruto, Ouidad Bakkali, Sara Ferrari, Valentina Ghio e Andrea Orlando. L’obiettivo era monitorare la situazione umanitaria nei Territori Palestinesi Occupati, con visite a luoghi come Gerusalemme Est, Gerico e altri siti.
Laura Boldrini ha riferito esperienze di “intimidazioni” e “soppressione di libertà” da parte delle autorità israeliane, inclusi interrogatori all’arrivo in aeroporto in Israele e blocchi ai checkpoint in Cisgiordania. Questo ha accentuato le divisioni nel PD: da un lato, l’ala più vicina a Schlein e Boldrini critica duramente Netanyahu (parlando di “pulizia etnica” e chiedendo la fine dei rapporti militari); dall’altro, figure come Fassino (legato a “Sinistra per Israele”) enfatizzano il dialogo istituzionale e la natura democratica di Israele, senza affrontare le accuse di violazioni dei diritti umani.
Due missioni con parlamentari dello stesso partito, nello stesso periodo, con messaggi completamente opposti. Il contestato ddl sull’antisemitismo a firma Delrio, che rischia di equiparare critiche a Israele a forme di odio, si inserisce in questo quadro di tensioni già evidenti e strutturali.
L’uso strumentale dell’antisemitismo
Se l’antisemitismo diventa uno strumento di lotta politica interna piuttosto che un problema da affrontare seriamente, il risultato sarà duplice: non si contrasterà efficacemente l’antisemitismo reale, e si avveleneranno ulteriormente i pozzi del dibattito pubblico.
La lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione dovrebbe unire le forze democratiche, non dividerle. Quando diventa un’arma per colpire gli avversari politici interni, perde la sua legittimità morale e diventa pura strumentalizzazione.
Questo è esattamente ciò che sta accadendo con il disegno di legge Delrio: una battaglia politica interna al centrosinistra mascherata da impegno contro l’antisemitismo, con il rischio concreto di una rottura definitiva consumata simbolicamente nel Giorno della Memoria.
Il 4 dicembre 2025 a Washington, i presidenti della Repubblica Democratica del Congo Félix Tshisekedi e del Ruanda Paul Kagame hanno firmato gli “Accordi di Washington per la Pace e la Prosperità” alla presenza del presidente Donald Trump. L’accordo rappresenta il tentativo di porre fine a un conflitto che devasta l’est del Congo da decenni e che affonda le sue radici nel genocidio ruandese del 1994.
Il conflitto
Il conflitto ha origine nel 1994, quando dopo il genocidio in Ruanda quasi 2 milioni di hutu fuggirono in Congo temendo rappresaglie. Da allora il Ruanda accusa questi rifugiati di aver partecipato al genocidio e sostiene che le loro milizie minacciano la popolazione tutsi ruandese. Per questo motivo il Ruanda supporta gli M23, il gruppo ribelle più potente tra gli oltre 100 che operano nella regione, anche se lo nega ufficialmente. Gli esperti dell’ONU hanno però documentato la presenza di 3.000-4.000 soldati ruandesi nell’est del Congo che combattono al fianco dei ribelli. Il governo congolese afferma che non ci può essere pace finché il Ruanda non ritirerà le sue truppe e il sostegno agli M23.
La guerra si è intensificata nel 2025, quando gli M23 hanno conquistato le principali città della regione, Goma e Bukavu, in un’avanzata senza precedenti. Questo ha aggravato una crisi umanitaria che era già tra le più gravi al mondo, con oltre 7 milioni di sfollati. A Goma, ora controllata dai ribelli, l’aeroporto internazionale è chiuso, i servizi bancari non hanno ripreso a funzionare e i residenti denunciano l’impennata dei prezzi dei beni di prima necessità e l’aumento dei crimini.
L’accordo
L’accordo firmato a Washington prevede un cessate il fuoco, il ritiro delle truppe ruandesi dalla RDC, la neutralizzazione delle milizie hutu e il rispetto dell’integrità territoriale di entrambi i paesi. Include anche un quadro per l’integrazione economica regionale che apre opportunità di investimento per le aziende americane in miniere e infrastrutture. Trump ha annunciato accordi bilaterali tra Stati Uniti, Congo e Ruanda per l’acquisto di minerali critici, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la dipendenza dalla Cina.
L’interesse americano per la regione è legato alle sue straordinarie ricchezze minerarie. L’est del Congo produce circa il 40% del coltan mondiale, un minerale da cui si estraggono tantalio e niobio, essenziali per telefoni cellulari, computer, motori aeronautici, componenti missilistici e sistemi GPS. La regione è anche il maggior produttore mondiale di cobalto, utilizzato nelle batterie al litio per veicoli elettrici, anche se le aziende cinesi controllano l’80% della sua produzione congolese. La Cina domina il mercato globale delle terre rare con quasi il 70% dell’estrazione mineraria mondiale e circa il 90% della lavorazione.
Gli interessi minerari
Trump non ha nascosto la dimensione economica dell’accordo. Durante la cerimonia ha dichiarato che le “più grandi aziende americane” andranno nei due paesi e che “tutti faranno molti soldi”. Ha descritto l’evento come un “grande giorno per il mondo” e si è attribuito il merito di aver risolto un conflitto di trent’anni, paragonandolo ad altri suoi successi diplomatici e ribadendo il suo interesse per il premio Nobel per la pace.
Tuttavia, la distanza tra la retorica diplomatica e la realtà sul terreno è enorme. Durante la cerimonia di firma, durata circa 50 minuti, Tshisekedi e Kagame non si sono stretti la mano e si sono a malapena guardati. Il giorno successivo alla firma, il 5 dicembre, sono ripresi gli scontri tra gli M23 e le forze governative congolesi, con accuse reciproche di violazioni. Gli analisti sottolineano che l’accordo non dovrebbe portare rapidamente alla pace, anche perché gli M23, attore centrale del conflitto, non sono firmatari diretti, ma solo coinvolti in colloqui paralleli in Qatar.
La situazione nelle miniere
Amani Chibalonza Edith, una residente di 32 anni di Goma, ha sintetizzato il sentimento della popolazione: “Siamo ancora in guerra. Non ci può essere pace finché le linee del fronte rimangono attive”. Gli scontri continuano nel Sud Kivu e in altre località, mentre entrambe le parti si accusano reciprocamente di violare i termini del cessate il fuoco concordato all’inizio dell’anno.
La situazione nelle miniere di Rubaya, nel territorio di Masisi, illustra bene il paradosso del Congo. Questo sito di estrazione artigianale del coltan è stato al centro dei combattimenti, passando più volte di mano tra governo e ribelli. Da oltre un anno è controllato dagli M23, che secondo un rapporto dell’ONU impongono tasse sul commercio mensile di 120 tonnellate di coltan, generando almeno 800.000 dollari al mese. Il minerale viene poi esportato in Ruanda, le cui esportazioni ufficiali di coltan sono raddoppiate da quando gli M23 hanno preso il controllo della miniera.
Jean Baptiste Bigirimana lavora nelle miniere di Rubaya da sette anni e guadagna 40 dollari al mese. “Non è abbastanza”, spiega. “I bambini hanno bisogno di vestiti, istruzione e cibo. Quando divido i soldi per vedere come prendermi cura dei miei figli, mi rendo conto che non bastano”. Non sa nemmeno dove finiscono i minerali che estrae. Nonostante l’eccezionale ricchezza mineraria del paese, oltre il 70% dei congolesi vive con meno di 2,15 dollari al giorno.
Estrazione e approvvigionamento
La catena di approvvigionamento del coltan è estremamente opaca. Dall’est del Congo viene acquistato da commercianti principalmente libanesi o cinesi, che lo vendono a esportatori in Ruanda. Questi ultimi lo spediscono negli Emirati Arabi Uniti o in Cina, dove viene raffinato in tantalio e niobio, per essere infine venduto ai paesi occidentali come metalli provenienti da Emirati o Cina, rendendo quasi impossibile tracciarne l’origine.
L’implementazione concreta di qualsiasi accordo minerario nell’est del Congo dovrà affrontare ostacoli enormi. A Rubaya tutta l’estrazione è attualmente manuale, mancano completamente le infrastrutture e bisognerebbe costruire persino le strade. Le aziende americane dovrebbero fare i conti con centinaia di migliaia di minatori e vari gruppi armati che dipendono dall’estrazione per la sopravvivenza. Come osserva Chatham House, trasformare un annuncio in progressi sostenibili richiederà di risolvere le profonde diffidenze tra Ruanda e RDC, oltre a problemi politici locali complessi legati all’accesso alla terra, all’identità, alle sfide di sicurezza e alla scarsità di risorse.
La contraddizione fondamentale
Bahati Moïse, un commerciante che rivende il coltan dalle miniere di Rubaya, sintetizza la contraddizione fondamentale: “Tutto il paese, tutto il mondo sa che i telefoni sono fatti con il coltan estratto qui, ma guardate la vita che viviamo. Non possiamo continuare così”.
La crisi è stata ulteriormente aggravata dai tagli ai finanziamenti americani che erano cruciali per il sostegno umanitario nella regione. L’accordo di Washington rappresenta un passo avanti rispetto ai precedenti tentativi falliti, ma la sua implementazione dipenderà dalle verifiche dell’ONU e dalle garanzie regionali. Leader africani come il presidente dell’Angola João Lourenço e il keniota William Ruto, presenti alla firma, l’hanno definita un “punto di svolta” ma fragile. Critici congolesi, inclusi oppositori e ONG, lo vedono come un accordo più simbolico che sostanziale, orientato agli interessi minerari americani piuttosto che alla pace immediata. Con gli scontri che continuano sul terreno e milioni di persone ancora sfollate, resta da vedere se questo accordo riuscirà dove tanti altri hanno fallito.
Trump praises Congo and Rwanda as they sign US-mediated peace deal By Aamer Madhani, Chinedu Asadu and Ruth Alonga APNews December 5, 2025 https://apnews.com
Congo’s coltan miners dig for world’s tech — and struggle regardless of who is in charge By David Yusufu Kibingila and Monika Pronczuk APNews, May 18, 2025 https://apnews.com