
Mentre a Washington si celebrava un accordo definito “storico” e persino “miracoloso”, nell’est della Repubblica Democratica del Congo la guerra continuava — e si intensificava. La distanza tra la retorica diplomatica e la realtà sul terreno appare oggi abissale. Nel Sud Kivu e in altre province orientali del Paese è in corso una rapida escalation delle violenze, che smentisce nei fatti gli “Accordi di Washington per la Pace e la Prosperità”, firmati il 4 dicembre dai presidenti della RDC e del Ruanda alla presenza di Donald Trump.
Dal 1° dicembre, gli scontri armati hanno costretto oltre 500.000 persone ad abbandonare le proprie case, più di 100.000 delle quali bambini nel solo Sud Kivu. Le agenzie umanitarie avvertono che il numero degli sfollati è destinato a crescere ulteriormente, man mano che la violenza si estende e le vie di fuga si chiudono.
Bilancio delle vittime
Dal 2 dicembre sono state uccise centinaia di persone. Si registrano gravi violazioni contro i bambini: quattro studenti uccisi, sei feriti e almeno sette scuole attaccate, con edifici parzialmente o totalmente distrutti.
Le squadre di monitoraggio dell’UNHCR segnalano uccisioni, rapimenti e incendi di abitazioni. I minori in fuga affrontano rischi estremi: separazione dalle famiglie, esposizione diretta alla violenza armata, sfruttamento, violenza di genere e gravi traumi psicosociali.
Sfollamenti oltre confine
Tra il 6 e l’11 dicembre oltre 50.000 persone sono fuggite in Burundi, quasi la metà bambini. Le autorità stimano che il numero reale sia sensibilmente più alto, poiché le operazioni di registrazione sono ancora in corso.
Molti arrivano con ferite non curate; numerosi sono i bambini non accompagnati o separati dai familiari, mentre molte donne risultano esposte a rischi particolarmente elevati di violenza e sfruttamento.
Contesto del conflitto
Secondo l’UNHCR, nell’est della Repubblica Democratica del Congo operano oltre 100 gruppi armati. Nelle ultime settimane i combattimenti tra l’esercito congolese e il gruppo M23 nel Nord Kivu hanno provocato la fuga di oltre 450.000 persone nei territori di Rutshuru e Masisi.
Il ridispiegamento delle truppe governative ha aperto vuoti di potere in Ituri e nel Nord Kivu, rapidamente occupati da milizie che conducono attacchi coordinati contro le comunità civili.
Questa violenza non è episodica né accidentale. Si inserisce in un contesto di insicurezza strutturale, assenza di istituzioni statali e competizione armata per il controllo del territorio. Oltre 5,6 milioni di persone risultano oggi sfollate all’interno del Paese. Le principali vie di comunicazione sono spesso interrotte, rendendo impossibile la consegna regolare degli aiuti umanitari e aggravando ulteriormente le condizioni di sopravvivenza delle popolazioni colpite.
Gli accordi di pace e la posta in gioco
Il 4 dicembre, a Washington, il presidente Trump ha mediato un accordo tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda, presentandolo come la fine di oltre trent’anni di conflitto. L’intesa prevede la cessazione delle ostilità, il rispetto dell’integrità territoriale congolese, il ritiro delle truppe ruandesi e lo smantellamento delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR).
Ma l’accordo nasce con una lacuna decisiva: non coinvolge direttamente l’M23, il principale attore armato sul terreno, che secondo l’ONU e Washington riceve sostegno dal Ruanda — accusa respinta da Kigali. L’M23 partecipa a negoziati separati mediati dal Qatar a Doha, confermando la frammentazione del processo di pace.
Soprattutto, l’accordo si inserisce in una cornice economica esplicita. Washington punta a garantirsi l’accesso alle immense risorse minerarie dell’est del Congo — cobalto, rame, litio, manganese e tantalio — materiali strategici per l’industria elettronica, i veicoli elettrici e le tecnologie “verdi”. In questo quadro, la stabilità promessa è subordinata alla sicurezza degli approvvigionamenti, più che alla protezione delle popolazioni civili.
Scetticismo sull’efficacia dell’intesa
La società civile congolese e numerosi analisti esprimono un profondo scetticismo. Il premio Nobel per la pace Denis Mukwege ha definito l’accordo “non un accordo di pace”, ma una resa che legittima una “logica estrattivista neocoloniale”. Negli ultimi dieci anni sono stati firmati almeno cinque accordi, tutti sistematicamente disattesi.
Il governo congolese e l’M23 si accusano reciprocamente di violare il cessate il fuoco, e i combattimenti sono ripresi già il giorno successivo alla firma dell’intesa di Washington. Ancora una volta, la pace proclamata nelle sedi diplomatiche non ha retto alla prova del terreno, dove il controllo delle risorse continua a coincidere con il controllo delle armi.
UNHCR e UNICEF chiedono con la massima fermezza l’immediata cessazione delle violenze, il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, la protezione dei civili e degli operatori umanitari, e che i responsabili delle violazioni siano assicurati alla giustizia. Le agenzie ONU stanno collaborando con le autorità nazionali e i partner locali per mobilitare una risposta umanitaria urgente, incentrata sui bambini, e per rafforzare l’assistenza non appena le condizioni di sicurezza lo consentiranno.
L’escalation di violenza nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo aggrava la crisi umanitaria in Burundi
Unhcr, 19 dicembre 2025
Rep.Dem. del Congo: oltre 500 mila persone – di cui oltre 100 mila bambini, sfollati a causa delle violenze
Unicef, 15 dicembre 2025
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