Tag: Iraq

  • Da Saddam a Maduro: la formula del “mondo un posto migliore senza il dittatore”

    Da Saddam a Maduro: la formula del mondo un posto migliore senza il dittatore

    Il Venezuela, o persino il mondo, è un posto migliore senza Maduro. Lo comunica Trump, lo dice Renzi, lo ripetono diversi commentatori. Una formula retorica usata per giustificare interventi militari controversi. Di fronte al Rapporto Chilcot, la usò Tony Blair: “Il mondo è un posto migliore senza Saddam Hussein.” Bush e Cheney lo ripeterono ogni volta che dovevano difendere l’invasione dell’Iraq. Obama ammise di non aver avuto un piano per la Libia, ma sostenne che “Il mondo è un posto migliore senza Gheddafi”. Concetto sintetizzato nel crudo “We came, we saw, he died” di Hillary Clinton. La stessa frase Obama la dedicò al capo di Al Qaeda ucciso in un blitz: “Il mondo è un posto più sicuro e migliore grazie alla morte di Osama bin Laden.”

    La formula ricorre spesso perché sposta l’attenzione dai mezzi illegali ai fini liberatori. Semplifica e chiude il dibattito. Perché nessuno può difendere un dittatore o un terrorista. Eppure, l’Iraq senza Saddam è sprofondato in una guerra settaria che ha generato terrorismo e centinaia di migliaia di morti. Oggi è una democrazia fragile e corrotta sotto l’influenza iraniana. La Libia di Gheddafi si è frantumata in due governi paralleli, milizie in guerra, infiltrazioni straniere, traffico di esseri umani, mercati di schiavi. Una fonte di instabilità permanente per l’Europa. L’Afghanistan senza i talebani è costato 241 mila morti e 8 mila miliardi di dollari. Nel 2021, i talebani sono tornati al potere. Il mondo senza bin Laden ha prodotto Al-Nusra e lo Stato Islamico.

    Il Venezuela corre gli stessi rischi. Se agli Stati Uniti interessano solo le risorse venezuelane, qualunque situazione gliele garantisca andrà bene. Il Venezuela diventerà un posto migliore per le compagnie petrolifere americane che possono tornare a estrarre nell’Orinoco. Migliore per Washington che elimina un alleato di Russia, Cina e Iran. Ma per il cittadino di Caracas questo non garantisce sicurezza, servizi o libertà. Un blitz illegale non produce istituzioni solide. Se il nuovo leader è percepito come un fantoccio americano, metà della popolazione lo vedrà come un usurpatore. Se il diritto internazionale crolla, il mondo diventa un luogo governato dai rapporti di forza. Senza legittimazione interna e rispetto della legalità internazionale, cambia solo il colore della tragedia venezuelana. Accettarlo come normale, significa rimanere in attesa del prossimo paese sulla lista. Questo è il mondo migliore che ci viene offerto.

  • La proporzionalità demografica per misurare i conflitti

    La proporzionalità demografica per misurare i conflitti

    In proporzione demografica, il genocidio a Gaza è la più grave strage di civili del XXI secolo”. Questa affermazione provoca obiezioni che mirano a relativizzare la distruzione della popolazione palestinese, confrontandola con massacri “peggiori” avvenuti altrove. L’esempio adesso più citato è El-Fasher, nel Nord Darfur, dove nell’ottobre 2025 — secondo le stime indipendenti più alte — 10.000–30.000 persone sono state uccise in poche settimane su 260.000 residenti rimasti in città (3,85% – 11,5%), all’interno di un conflitto sudanese che dal 2023 ha fatto almeno 150.000–200.000 vittime. Ma la comparazione diversiva non rende la strage di Gaza meno grave.

    Anche perché il confronto proporzionale tra El-Fasher e Gaza è metodologicamente scorretto. I 260.000 abitanti di El-Fasher sono solo la popolazione rimasta dopo una fuga di massa: prima della caduta la città contava circa 1,1 milioni di persone. Gaza, invece, è un territorio ermeticamente chiuso: la popolazione non ha potuto sfollare. Confrontare proporzioni calcolate su popolazioni “residue” con proporzioni calcolate su popolazioni “intere” equivale a confrontare grandezze non compatibili.

    L’obiezione attacca allora il concetto stesso di “proporzione demografica”, rappresentandolo come un espediente escogitato per far sembrare più grandi massacri che, in termini assoluti, non primeggerebbero. Si ricorre al paragone caricaturale: «uccidere venti svizzeri sarebbe peggio che uccidere duecento cinesi». Ma nessuno usa la proporzione demografica per attribuire valore diverso alla vita umana. La proporzione serve a misurare l’impatto sistemico che una guerra ha su un gruppo umano. È per questo che uccidere il 3–5% dei gazawi (inclusi 30.000–40.000 bambini) in un’area di 365 km² rappresenta un evento di scala storica.

    Negli studi sui conflitti e nel diritto internazionale la proporzionalità demografica è un criterio fondamentale. Le principali istituzioni di monitoraggio — Uppsala Conflict Data Program, PRIO, ACLED, International Crisis Group, UNDP, OCHA — la impiegano per valutare tre dimensioni decisive:

    1. La distruzione relativa del gruppo colpito.
    Uccidere il 5% della popolazione di un territorio è un evento totalmente diverso dallo stesso numero assoluto distribuito su uno Stato cento volte più grande.

    2. La capacità di sopravvivenza e ricostruzione del gruppo.
    Una comunità piccola o confinata può non riprendersi mai da perdite anche limitate; una società ampia può assorbirle senza collasso strutturale.

    3. La natura sistemica o indiscriminata della violenza.
    Il numero assoluto non rivela se l’attacco era mirato, diffuso, totale. La proporzione, sì.

    Senza il dato proporzionale, conflitti radicalmente differenti diventano numericamente indistinguibili. La proporzione serve proprio a evitare questa cancellazione del contesto.

    Il diritto internazionale non stabilisce soglie aritmetiche, ma usa concetti che presuppongono una valutazione proporzionale:

    • Genocidio: distruzione di un gruppo “in tutto o in parte”.
    • Crimini contro l’umanità: attacco “diffuso o sistematico”.
    • Crimini di guerra: violazioni su larga scala contro persone protette.
    • Valutazioni umanitarie ONU: sempre in rapporto alla popolazione colpita.

    La proporzione è quindi incorporata in ogni definizione che distingue un reato individuale da un crimine collettivo.

    Nel caso di Gaza, la proporzionalità demografica aiuta a misurare quattro elementi:

    • la densità più alta del mondo;
    • la distruzione estesa del parco abitativo e sanitario;
    • il tasso straordinariamente alto di vittime civili, stimato tra l’83% e il 90%;
    • un totale di 186.000–220.000 morti (diretti e indiretti) su 2,3 milioni di abitanti, pari al 3–5% della popolazione in 14 mesi.

    Questi dati non dicono che Gaza soffre “più” di altri. Dicono che presenta una combinazione di fattori letali unica nel XXI secolo.

    Infine, c’è un punto che la maggior parte delle obiezioni evita. Quando si colloca Gaza nella stessa tabella comparativa degli yazidi a Sinjar (2014–2017), dei Rohingya in Myanmar (2017), dei non-arabi del Darfur (2023–2025) o dei tigrayani in Etiopia (2020–2022), si finisce inevitabilmente per collocare l’IDF — e lo Stato che lo dirige — nello stesso “cluster” dei principali perpetratori di violenza di massa contemporanea. Le caratteristiche che rendono Gaza un caso demograficamente anomalo — altissimo tasso di civili uccisi, distruzione totale delle infrastrutture vitali, impossibilità di fuga, uso della fame come arma — sono le stesse che, negli altri casi citati, hanno portato commissioni ONU e corti internazionali a parlare di crimini di guerra, crimini contro l’umanità o atti genocidari.