Tag: Gaza

  • Gaza a due mesi dal cessate il fuoco

    Gaza a due mesi dal cessate il fuoco

    Dalla dichiarazione del cessate il fuoco a Gaza, il 10 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso più di 360 palestinesi, di cui 140 minorenni e 70 bambini. Questo significa una media di 7 palestinesi uccisi al giorno – un numero drasticamente ridotto rispetto ai 90 al giorno durante i due anni di guerra, ma che in qualsiasi altro contesto farebbe riconoscere un conflitto attivo. L’IDF continua a sparare a vista attorno alle sue posizioni e in prossimità della “linea gialla” che delimita la zona occupata.

    Secondo l’accordo, Israele doveva occupare il 53% di Gaza, ma l’IDF ha esteso il controllo al 58%. La zona verde occupata da Israele contiene la maggior parte delle terre fertili ed è l’unica area dove sarà consentita la ricostruzione. La zona rossa, fatta di dune di sabbia costiera dove sono accalcati due milioni di palestinesi, rimarrebbe in rovina. Secondo i piani dell’esercito statunitense, questa divisione potrebbe essere a tempo indeterminato.

    La proposta di Trump prevedeva, dopo lo scambio di ostaggi e prigionieri, il ritiro israeliano e l’arrivo di una forza internazionale di stabilizzazione. Tuttavia questa fase è rimasta nel vago. Israele non procederà finché Hamas non restituirà l’ultimo corpo degli ostaggi deceduti e non disarmerà completamente. Hamas ha restituito tutti i corpi tranne uno ed è disposta a cedere solo le armi offensive, ma non a Israele. Nessun paese è disposto a disarmare Hamas contro la sua volontà.

    Israele e gli Stati Uniti prevedono solo “comunità alternative sicure” – campi recintati con unità prefabbricate o container, bagni e docce comunitari condivisi – invece della ricostruzione delle comunità palestinesi. I palestinesi sarebbero ipercontrollati per escludere chiunque abbia collegamenti con Hamas. Le organizzazioni umanitarie e i paesi europei si sono rifiutati di partecipare perché questi campi potrebbero violare il diritto internazionale e costituire uno strumento di sfollamento coercitivo.

    Il progetto pilota pianificato per Rafah ospiterà solo 25.000 persone (l’1% della popolazione) e richiederà almeno sei mesi prima che i primi palestinesi possano trasferirsi, dopo la rimozione delle montagne di macerie disseminate di bombe inesplose.

    I 2,2 milioni di palestinesi rimangono confinati nel 42% del loro territorio. Nove su dieci sono senza casa – i dati satellitari mostrano che l’81% delle abitazioni è stato distrutto o gravemente danneggiato. La maggior parte vive in tende vulnerabili all’inverno. A novembre, due forti acquazzoni hanno allagato i campi tendati (l’acqua proveniva anche dalle fosse fognarie traboccanti), spazzando via centinaia o migliaia di rifugi. Si è registrato un aumento significativo di diarrea acquosa acuta nei bambini.

    Le consegne di aiuti sono aumentate da 91 a 133 camion al giorno, con meno saccheggi rispetto a prima. Tuttavia l’afflusso totale resta sotto la media prebellica di 600 camion al giorno, mentre i bisogni sono aumentati esponenzialmente. L’Unrwa, la più grande agenzia umanitaria, è stata bandita da Israele.

    Stati europei e arabi hanno sostenuto le proposte di Trump per mantenere gli USA impegnati e dare legittimità al processo. Ma gli osservatori avvertono che senza progressi significativi nel processo di pace, la comunità internazionale rischia di rendersi complice nel mantenere i palestinesi in condizioni disumane, in violazione del diritto umanitario.


    ‘Bloodshed was supposed to stop’: no sign of normal life as Gaza’s killing and misery grind on
    Seham Tantesh in Gaza, Julian Borger and Emma Graham-Harrison in Jerusalem
    The Guardian, Sat 6 Dec 2025

  • Il bilancio delle vittime palestinesi di Gaza

    Il bilancio delle vittime palestinesi di Gaza

    Secondo il Ministero della Salute di Gaza — i cui dati sono ritenuti affidabili da ONU, WHO e OHCHR — il bilancio aggiornato delle vittime palestinesi è di circa 70.500 morti e 170.000 feriti. Studi indipendenti peer-reviewed (The Lancet; Max Planck Institute; Brown University – Costs of War Project, 2025) considerano però queste cifre molto sottostimate, poiché non includono i corpi non recuperati sotto le macerie né le morti indirette dovute a fame, malattie e collasso dei servizi sanitari. Le stime più solide collocano dunque i morti diretti tra 100.000 e 120.000 e il totale delle vittime (dirette + indirette) tra 186.000 e 220.000. Analisi condotte da OHCHR su campioni di cadaveri identificati indicano che l’83–90% delle vittime sono civili, in prevalenza donne, bambini e anziani.

    Le fonti israeliane e filoisraeliane contestano la validità del bilancio delle vittime palestinesi. Sostengono che il Ministero della Salute, essendo parte dell’amministrazione di Gaza, manipoli i dati mediante duplicazioni, inclusione di morti naturali o vittime di razzi palestinesi, e successive rimozioni di nomi. Inoltre, Israele afferma di aver ucciso circa 20.000 combattenti, sostenendo un rapporto civili–miliziani vicino a 1:1, presentato come uno dei più bassi nella storia della guerra urbana. Le vittime civili sarebbero inevitabili a causa dell’uso di “scudi umani” da parte di Hamas.

    Tali affermazioni non trovano riscontro nelle verifiche indipendenti. Storicamente, i dati del Ministero della Salute hanno mostrato discrepanze inferiori al 3% rispetto ai conteggi delle Nazioni Unite nei conflitti 2008–2021. Le rimozioni di nomi risultano essere correzioni amministrative, non prova di falsificazione. Un database interno dell’IDF, trapelato nell’agosto 2025, attribuisce a maggio 2025 solo 8.900 combattenti uccisi, implicando un tasso di civili pari all’83%. Stime indipendenti (Airwars, Uppsala Conflict Data Program) collocano il numero dei miliziani uccisi tra 12.000 e 17.000: comunque ben al di sotto delle affermazioni israeliane. Per OHCHR e Amnesty un tasso di vittime civili superiore all’80% è “insolitamente alto” e non spiegabile con la sola presenza di combattenti tra la popolazione.

    Questa discrepanza è confermata anche dal periodo successivo al cessate il fuoco del 9–10 ottobre 2025: secondo Al Jazeera e CBC, l’IDF ha ucciso 312–340 palestinesi e ferito 760–900, molti dei quali civili non coinvolti in combattimenti. Il 19 novembre si registrano 25 morti in un solo giorno (BBC), e in ottobre un attacco ha ucciso 11 membri della stessa famiglia (Guardian). L’IDF parla di “risposte a minacce”, ma rapporti ONU descrivono attacchi contro civili in zone protette, in contrasto con la narrativa israeliana della “precisione”.

    L’argomento secondo cui Gaza non mostrerebbe “fossi comuni” o “odore di cadaveri in decomposizione”, rilanciato anche da Il Riformista il 13 novembre 2025 (“La grande menzogna sull’ecatombe di Gaza”), è contraddetto dai rilievi internazionali. Sono state documentate fosse comuni attorno agli ospedali Al-Shifa e Nasser, con oltre 400 corpi riesumati tra aprile e maggio 2024, molti con segni di esecuzione extragiudiziale. Le Nazioni Unite stimano che 10.000–15.000 corpi siano ancora sotto le macerie e non recuperabili. Inoltre, la tradizione islamica prevede la sepoltura entro 24 ore, riducendo fortemente gli odori su larga scala; molte aree sono state ripulite per ragioni igieniche. L’argomento “no bodies, no deaths” è classificato da ISD Global e Wikipedia come disinformazione ricorrente.

    La convergenza tra fonti indipendenti, organizzazioni internazionali e perfino documenti interni dell’esercito israeliano suggerisce che le vittime civili superino ampiamente le 60.000 unità, mentre il bilancio complessivo — tra morti dirette e indirette — si colloca tra 186.000 e 220.000. Si tratta, in proporzione demografica, della più grave strage di civili del XXI secolo.


    Studio The Lancet su mortalità traumatica a Gaza (gennaio 2025): Analisi capture-recapture che stima 64.260 morti dirette nei primi 9 mesi (sottostima del 41% rispetto ai dati ufficiali), con 59% donne, bambini e anziani. Supporta le stime di 100.000-120.000 morti dirette.
    The Lancet – Traumatic injury mortality in the Gaza Strip

    Rapporto Guardian sul database IDF trapelato (agosto 2025): Rivela che solo 8.900 militanti uccisi su 53.000 totali a maggio 2025, implicando un 83% di civili. Confuta le stime IDF di 20.000 combattenti.
    The Guardian – Revealed: Israeli military’s own data indicates civilian death rate of 83%

    Rapporto OHCHR/ONU su genocidio e vittime civili (maggio 2025): Documenta oltre 52.535 morti (70% donne e bambini) e chiama per indagini su attacchi indiscriminati, confutando le giustificazioni di “scudi umani”.
    OHCHR – End unfolding genocide or watch it end life in Gaza

    Rapporto ONU su fosse comuni negli ospedali (aprile 2024): Descrive oltre 300 corpi recuperati da Nasser Hospital (molti con mani legate), confutando l’assenza di prove fisiche di massacri.
    UN News – Mass graves in Gaza show victims’ hands were tied

    Wikipedia – Propaganda in the Israeli–Palestinian conflict: Questa pagina elenca il trope “no bodies, no deaths” come esempio di disinformazione pro-Israele, usato per negare le vittime palestinesi asserendo l’assenza di prove fisiche come fosse comuni o corpi visibili.
    Wikipedia – Propaganda in the Israeli–Palestinian conflict

  • La risoluzione Onu non conforme al diritto internazionale

    Francesca Albanese: La risoluzione Onu non conforme al diritto internazionale

    Il 19 novembre 2025, in una conferenza stampa al Parlamento Europeo, la relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha dichiarato che la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza – adottata due giorni prima a sostegno del Piano Trump per Gaza – “non è conforme al diritto internazionale”. Un’affermazione che può sembrare paradossale, ma che rimanda alla natura stratificata del sistema giuridico internazionale.

    Una risoluzione controversa

    La Risoluzione 2803, approvata il 17 novembre con 13 voti favorevoli e le astensioni di Russia e Cina, dà una veste legale al “Piano di pace per Gaza” negoziato da Stati Uniti e Israele e accettato da Hamas nella sua prima parte (tregua e scambio di prigionieri). Il piano prevede un cessate il fuoco permanente, un “Board of Peace” presieduto dagli Stati Uniti per la ricostruzione, una Forza Internazionale di Stabilizzazione per la sicurezza, un Comitato Palestinese per la governance quotidiana e un ritiro graduale delle truppe israeliane, subordinato alla smilitarizzazione della Striscia.

    L’Unione Europea, Israele, l’Autorità Palestinese e vari paesi arabi – Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania – hanno accolto la risoluzione come un passo verso la stabilizzazione. Ma la lettura proposta da Francesca Albanese rovescia questa narrativa: per lei il piano non solo ignora i requisiti legali minimi per una soluzione giusta, ma rischia di istituzionalizzare nuove forme di controllo esterno su Gaza.

    Il riferimento centrale: la pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia

    La critica non riguarda dettagli procedurali, ma il fondamento stesso della risoluzione. Albanese richiama l’opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia del 19 luglio 2024, che stabilisce una serie di obblighi immediati e non negoziabili per Israele: ritiro “immediato e incondizionato” da Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est; smantellamento delle colonie; cessazione dello sfruttamento delle risorse palestinesi; riparazioni per le violazioni commesse; garanzia del diritto al ritorno dei rifugiati.

    Questi obblighi, sostiene la relatrice, dovrebbero costituire “il punto di partenza” di qualsiasi iniziativa politica. La Risoluzione 2803, pur introducendo un cessate il fuoco, non incorpora nulla di tutto ciò: trasforma un obbligo giuridico di ritiro in un processo condizionato e non affronta i nodi strutturali dell’occupazione.

    La gerarchia normativa

    Come può una risoluzione ONU “violare” il diritto internazionale? Per Albanese le risoluzioni devono rispettare la Carta delle Nazioni Unite, le norme imperative di ius cogens e la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia. La gerarchia delle fonti è chiara: nessuna decisione del Consiglio di Sicurezza può derogare al diritto all’autodeterminazione, al divieto di annessione, al divieto di aggressione o a obblighi derivanti da valutazioni giurisdizionali già vincolanti. In questo senso, la risoluzione rischia di essere non soltanto politicamente controversa, ma giuridicamente debole.

    I punti critici individuati da Albanese

    Tre elementi sono, per lei, particolarmente problematici:

    1. Il ritiro condizionato delle truppe israeliane, in contrasto con l’obbligo di ritiro immediato sancito dalla CIJ.
    2. La creazione di un Board of Peace a guida statunitense e l’impiego di una forza internazionale, percepiti come meccanismi di controllo che riducono l’autonomia palestinese.
    3. L’assenza di misure su colonie, risorse naturali, diritto al ritorno, cioè sui pilastri del contenzioso giuridico internazionale.

    Ne emerge una struttura di governance che privilegia la sicurezza e gli interessi strategici degli attori esterni rispetto ai diritti del popolo palestinese, rischiando di consolidare uno status quo illegale mascherato da processo di pace.

    Il contesto politico e la posta in gioco

    La posizione di Albanese acquista peso anche per il contesto politico. Sanzionata dagli Stati Uniti per le sue prese di posizione e spesso al centro di polemiche, richiama l’ONU al rispetto delle sue stesse norme fondative. Il suo monito si inserisce in una lunga storia di processi di pace falliti perché disallineati dal diritto internazionale: dagli Accordi di Oslo in avanti.

    Una tregua tattica

    La Risoluzione 2803 può rappresentare un risultato tattico: ferma le ostilità, apre canali di assistenza, stabilisce un quadro di supervisione. Ma, nella lettura di Albanese, non affronta le radici del conflitto. Senza un riferimento esplicito agli obblighi già stabiliti dalla Corte Internazionale di Giustizia, il cessate il fuoco rischia di essere una tregua precaria, non l’inizio di una pace fondata sul diritto.

    La sua critica, in ultima analisi, non mira a delegittimare l’ONU, ma a ricordarne la missione: la pace non può sostituire la giustizia, né una soluzione politica può ignorare norme superiori che vincolano tutti gli Stati. Il diritto internazionale non è un optional negoziabile, ma il presupposto indispensabile per una soluzione che non riproduca le stesse asimmetrie di potere che hanno alimentato il conflitto per decenni.

  • Gli ostaggi israeliani potevano essere liberati prima e salvati tutti

    Il 13 ottobre 2025 Hamas ha liberato circa venti ostaggi israeliani, gli ultimi sopravvissuti tra oltre 250 catturati nell’attacco del 7 ottobre 2023. In cambio, Israele ha rilasciato quasi duemila prigionieri palestinesi, secondo l’accordo mediato dagli Stati Uniti con il coinvolgimento di Egitto, Qatar e Turchia. (Npr)

    Gli ostaggi, trattenuti per 738 giorni nei tunnel di Gaza, sono stati consegnati alla Croce Rossa e poi alle forze israeliane. Hamas ha accettato lo scambio sotto la pressione della distruzione di Gaza City; Israele, sotto quella delle proteste interne e delle pressioni internazionali, soprattutto quelle americane.

    L’intesa, firmata tra Israele e Hamas il 9 ottobre in Egitto, avvia una tregua che potrebbe chiudere due anni di devastazione. Ma apre una domanda: perché non è arrivata prima? Gli ostaggi israeliani potevano essere liberati molto prima — e potevano essere liberati tutti.

    Ottobre 2023 – Israele rifiuta l’offerta di Hamas

    Subito dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, Hamas propone la liberazione immediata di tutti i civili catturati in cambio dell’impegno israeliano a non invadere Gaza.

    L’offerta, trasmessa tra il 9 e il 10 ottobre tramite canali qatarioti, mirava a evitare l’offensiva terrestre. Il governo Netanyahu la respinse senza esitazioni, preferendo la distruzione di Hamas all’accordo. Il rifiuto, fu rivelato mesi dopo dall’ex portavoce del Forum delle Famiglie degli Ostaggi, Haim Rubinstein. (Times of Israel)

    Novembre 2023 – La tregua di sette giorni

    Tra il 24 novembre e il primo dicembre 2023, un accordo mediato da Qatar, Egitto e Stati Uniti consente a Hamas di liberare 105 ostaggi, in cambio di 240 prigionieri palestinesi. (ABC)

    Quando emergono dispute sulla liberazione di due soldatesse, che Hamas sostiene di non riuscire a localizzare, Israele accusa Hamas di violare l’intesa e riprende i bombardamenti.

    Maggio 2024 – Il piano Biden respinto

    Il 31 maggio 2024 Joe Biden presenta un piano in tre fasi: rilascio graduale di tutti gli ostaggi, ritiro israeliano da Gaza e ricostruzione del territorio. Hamas accetta, Israele rifiuta.

    Il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, leader dell’estrema destra di Otzma Yehudit, minaccia di dimissioni e di far cadere la coalizione se l’intesa passa, vantandosi poi pubblicamente di averla sabotata. Insieme a Bezalel Smotrich, Ben-Gvir impone veti nel gabinetto di sicurezza, ignorando l’urgenza umanitaria e le pressioni familiari degli ostaggi. Secondo resoconti israeliani, questo stallo causa la morte di sei ostaggi, uccisi in tunnel bombardati durante le operazioni militari riprese a Rafah e Khan Younis. (JPost)

    Netanyahu definisce l’accordo “inaccettabile” perché non prevede lo smantellamento completo di Hamas. Analisti come Charlie Herbert stimano che l’accordo avrebbe potuto liberare tutti i superstiti entro l’estate.

    Ottobre 2024 – L’accordo Baskin ignorato

    Un anno prima della liberazione finale, Hamas accetta integralmente un “Three Weeks Deal” proposto dal negoziatore israeliano Gershon Baskin: rilascio completo degli ostaggi in tre settimane, cessazione della guerra, cessione del controllo di Gaza a un governo civile tecnico. (Npr)

    Netanyahu rifiuta, temendo di apparire debole e di perdere il sostegno della destra. L’amministrazione Biden, già distratta dalle elezioni, non interviene. L’occasione si perde, e la guerra prosegue a Rafah e Jabalia.

    Gennaio–Marzo 2025 – La tregua interrotta

    Tra il 19 gennaio e il 2 marzo 2025 una tregua di 42 giorni, mediata da Egitto, Qatar e Stati Uniti, porta alla liberazione di 33 ostaggi e di mille prigionieri palestinesi.

    Alla fine della prima fase, Israele rifiuta di passare alla seconda, che avrebbe previsto la liberazione dei soldati e il ritiro totale delle truppe. Netanyahu esige la resa di Hamas, mentre l’amministrazione Trump appena insediata appoggia la linea dura. La guerra riprende con i bombardamenti su Gaza con un’intensità senza precedenti, proprio durante il primo giorno del Ramadan, un mese sacro per i musulmani, facendo subito un migliaio di vittime.

    Aprile 2025 – La tregua di cinque anni respinta

    Hamas propone una tregua di cinque anni, offrendo il rilascio di tutti i superstiti in cambio della fine delle ostilità e di garanzie per la ricostruzione di Gaza. (France24)

    Israele respinge la proposta come “inaccettabile” perché non prevede la demilitarizzazione di Hamas. Netanyahu, pressato dall’estrema destra, sceglie l’offensiva “Carri di Gedeone” invece del negoziato.

    Luglio 2025 – Il ritiro da Doha

    Verso la fine di luglio, un accordo, mediato dal palestinese-americano Bishara Bahbah, sembra imminente. Hamas accetta una tregua di 60 giorni e lo scambio di tutti i superstiti per migliaia di prigionieri palestinesi. (Newsweek)

    Ma Israele si ritira all’ultimo dalle trattative, preferendo rilanciare “Operation Gideon’s Chariots II”. Secondo i mediatori qatarioti, l’intesa avrebbe potuto chiudere la crisi ad agosto.

    Agosto–Settembre 2025 – Il sabotaggio di Doha

    Ad agosto, Hamas offre di liberare quindici ostaggi vivi in cambio di 800 prigionieri e una tregua di 45 giorni. Netanyahu rifiuta, pretendendo il rilascio di tutti, vivi e morti.

    Pochi giorni dopo, il 9 settembre, un raid israeliano su un quartiere di Doha tenta di uccidere la delegazione negoziale di Hamas, ma fallisce, uccide comunque cinque persone tra cui il figlio del negoziatore Khalil al-Hayya. Il Qatar denuncia “terrorismo di Stato”. L’attacco fa saltare i colloqui. (Il Post)

    Il modello che si ripete

    Le otto occasioni mancate per liberare gli ostaggi israeliani tra il 2023 e il 2025 seguono un modello chiaro: Israele privilegia la guerra o tregue brevi per recuperare ostaggi senza cedere sul proseguimento della guerra fino al raggiungimento dei suoi obiettivi, mentre Hamas cerca accordi che conducano a una pace definitiva, con scambio di prigionieri, ripresa degli aiuti e ritiro israeliano da Gaza.

    La responsabilità politica

    La colpa primaria della condizione degli ostaggi resta di Hamas che li ha rapiti. Ma la responsabilità politica di non aver privilegiato la loro liberazione ricade sul governo israeliano.

    Per due anni, il movimento delle famiglie degli ostaggi ha denunciato Netanyahu, accusandolo di anteporre la sopravvivenza della sua coalizione alle vite dei propri cittadini.

    La destra di Ben-Gvir e Smotrich ha imposto veti che hanno bloccato ogni intesa possibile.

    Così, mentre la guerra devastava Gaza e gli ostaggi morivano nei tunnel, la politica israeliana ha sacrificato i propri cittadini per un obiettivo irraggiungibile: la distruzione totale di Hamas. L’obiettivo ufficiale.

  • Il blocco navale israeliano di Gaza

    Il blocco navale israeliano di Gaza

    Da diciassette anni i due milioni di abitanti di Gaza vivono senza poter uscire dal loro territorio, senza poter commerciare liberamente e, da oltre due anni, senza nemmeno poter navigare. Il mare, che dovrebbe essere una via d’uscita, è diventato una barriera. Per Israele, il blocco navale serve a impedire il traffico di armi verso Hamas; per molti osservatori internazionali, è una forma di punizione collettiva che viola il diritto umanitario. La discussione non riguarda solo se il blocco sia legale, ma cosa significhi considerare “legale” una politica che affama un intero popolo.

    Palmer, un verdetto controverso

    La base giuridica del blocco risale al 2011, quando un gruppo d’inchiesta delle Nazioni Unite – la cosiddetta commissione Palmer, istituita dopo l’assalto israeliano alla flottiglia Mavi Marmara – concluse che il blocco navale imposto da Israele era “legittimo”.

    Secondo il rapporto, Israele aveva il diritto di difendersi dal lancio di razzi provenienti da Gaza e, applicando il Manuale di San Remo sul diritto della guerra marittima, poteva limitare l’accesso al mare per motivi di sicurezza. Il panel considerava inoltre che Israele non occupasse più Gaza, poiché si era ritirato dal territorio nel 2005.

    Ma quella definizione di “non occupazione” è sempre stata contestata. Israele continua a controllare lo spazio aereo, i confini terrestri e le acque territoriali della Striscia. L’Egitto collabora al blocco dal lato sud, ma il controllo effettivo rimane israeliano.

    Per questo, già nel 2011, il Comitato internazionale della Croce Rossa e diverse agenzie dell’ONU avevano definito il blocco una punizione collettiva vietata dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra. L’ONU stimava allora che il 70% della popolazione dipendesse dagli aiuti alimentari. Oggi la percentuale sfiora il 100%.

    La contraddizione di fondo è che una misura nata come difensiva è diventata un sistema di controllo totale. E la distanza tra legalità formale e legittimità morale si è allargata di anno in anno.

    Dopo il 7 ottobre 2023

    L’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 ha riaperto una fase ancora più dura dell’assedio. Pochi giorni dopo, il ministro della Difesa Yoav Gallant annunciò: “Niente elettricità, niente cibo, niente carburante”. Da allora il blocco è diventato totale, non solo navale ma anche terrestre. Israele afferma di voler impedire il ritorno al potere di Hamas, ma il risultato è stato la distruzione quasi completa della Striscia di Gaza.

    A metà 2025, secondo i dati delle agenzie ONU, oltre 90% della popolazione soffre di insicurezza alimentare estrema. Il Programma alimentare mondiale parla apertamente di carestia indotta. Le epidemie si diffondono per la mancanza di acqua potabile, i sistemi sanitari sono collassati, e le poche navi che cercano di portare aiuti umanitari vengono respinte o sequestrate in mare aperto.

    Per Israele il blocco resta una misura militare legittima. Ma nel diritto internazionale umanitario il principio di proporzionalità vieta di colpire la popolazione civile per raggiungere obiettivi militari.

    Nel marzo 2024, una relazione del Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha definito il blocco “una forma di persecuzione sistematica” che “contribuisce a creare le condizioni di un possibile genocidio”.

    Amnesty International e Human Rights Watch hanno espresso la stessa valutazione: la fame non è più una conseguenza della guerra, ma un suo strumento deliberato.

    La pesca impedita

    Fino al 2007, prima del blocco, la pesca era una delle principali fonti di reddito di Gaza. Oltre diecimila pescatori garantivano quasi quattromila tonnellate di pesce all’anno.

    Con l’inizio del blocco israeliano, le zone di pesca sono state ridotte progressivamente da venti a tre miglia nautiche, poi vietate del tutto dopo il 2023.

    Secondo il sindacato locale, nel 2025 più del 90% dei pescherecci è distrutto o inservibile, e almeno quindici pescatori sono stati uccisi dalla marina israeliana.

    Chi prova a salpare rischia di essere colpito o arrestato. Anche le imbarcazioni che trasportano aiuti vengono intercettate prima di raggiungere le acque di Gaza.

    Il mare, un tempo spazio di lavoro e libertà, è diventato il simbolo dell’assedio. È la frontiera che si può guardare ma non attraversare, la promessa di un altrove irraggiungibile.

    Il blocco navale, formalmente difensivo, ha finito per trasformarsi in un meccanismo di isolamento totale: nessuno entra, nessuno esce, nemmeno per pescare.

    Una zona grigia giuridica

    Il caso di Gaza mostra quanto fragile possa essere la linea che separa la giustificazione della sicurezza dalla punizione collettiva. Il Rapporto Palmer, che nel 2011 sembrava stabilire un equilibrio tra diritto alla difesa e tutela dei civili, oggi appare come il punto d’origine di una zona grigia giuridica in cui tutto è consentito in nome della sicurezza.

    Ma il diritto internazionale nasce proprio per limitare il potere degli Stati in guerra, non per giustificarlo.

    Nel lessico legale, il blocco di Gaza continua a essere “discutibile ma non illegale”. Nella realtà, è diventato la negazione stessa del diritto alla vita.

    Le navi che cercano di portare aiuti vengono fermate; i pescatori vengono uccisi; il mare resta vietato.

    È la dimostrazione che la legalità, da sola, non basta a salvare lo spirito della legge, e che un popolo può essere affamato anche dentro le regole.

    Dal diritto del mare alla guerra navale: perché le navi dirette a Gaza vengono fermate in acque internazionali

    La posizione ufficiale israeliana sulla legalità dell’intercettazione di navi dirette a Gaza si fonda sulla distinzione tra il diritto del mare in tempo di pace e quello in tempo di guerra. Secondo Israele, la Global Sumud Flotilla – il convoglio umanitario intercettato a ottobre 2025 – rientra nella seconda categoria.

    Israele richiama il Manuale di San Remo (1994), che regola la condotta dei conflitti armati in mare e consente il blocco navale di un territorio nemico, purché “efficace” e notificato alla comunità internazionale. In base a questo principio, sostiene che una nave diretta a Gaza possa essere fermata anche in acque internazionali se “intende violare” il blocco, in vigore dal 2009. È la logica con cui le unità della marina israeliana hanno abbordato la Flotilla a circa 70 miglia dalla costa, ben oltre le acque territoriali.

    Le organizzazioni umanitarie e la maggior parte dei giuristi contestano questa interpretazione, appellandosi alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS, Montego Bay 1982). La Convenzione tutela la libertà di navigazione in alto mare e ammette l’abbordaggio di navi straniere solo in casi specifici – come pirateria o tratta di esseri umani – non per “intenti presunti”. Per molti esperti, il blocco israeliano viola l’articolo 87 dell’UNCLOS e costituisce una forma di punizione collettiva, vietata dall’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra.

    La cautela europea

    Nel mezzo di questa disputa legale si inserisce la cautela europea. Le fregate Alpino (italiana) e Furor (spagnola) hanno scortato la flotilla solo fino a circa 150 miglia da Gaza, poi si sono fermate. Roma e Madrid hanno parlato di “monitoraggio umanitario”, ma hanno evitato di entrare nella zona di interdizione israeliana per non rischiare incidenti con un paese alleato. È il limite della politica europea: sostenere gli aiuti umanitari, senza mettere in discussione il blocco. Lo stesso ha fatto la Turchia.

    Il risultato è un mare chiuso: Israele rivendica la legalità del blocco, ma a Gaza continua a essere negato il diritto più elementare, quello alla sopravvivenza.

  • Freedom la seconda Flotilla

    Freedom la seconda Flotilla

    La seconda Flotilla diretta a Gaza, organizzata dalla Freedom Flotilla Coalition (FFC), ha tentato in modo coordinato di sfidare il blocco navale israeliano, per portare aiuti umanitari e dare visibilità alla crisi alimentare e sanitaria nella Striscia. È partita con obiettivi chiari: consegnare cibo, medicinali e attrezzature mediche, e documentare la catastrofe umanitaria causata da due anni di guerra e assedio totale. Ma, come la precedente, le è stato impedito di arrivare a destinazione.

    Il convoglio principale, composto da una decina di imbarcazioni e circa 70 attivisti, è salpato dal porto di San Giovanni Li Cuti, a Catania (Sicilia), il 27 settembre 2025, dopo un ritardo tecnico. In totale, la Freedom Flotilla comprendeva circa 150 volontari da 25 paesi, a bordo di nove navi tra cui la Conscience, dedicata a giornalisti e operatori sanitari. L’iniziativa si è però trovata a operare in un momento di particolare saturazione mediatica: si è sovrapposta alla Global Sumud Flotilla, lanciata a fine agosto dai porti di Spagna, Italia, Grecia e Tunisia con oltre 50 barche e la partecipazione di Greta Thunberg, e ha coinciso con l’annuncio del cosiddetto “piano di pace Trump”, che ha monopolizzato la scena diplomatica.

    Il risultato è stato un’azione meno visibile, ma non meno significativa.

    L’intercettazione in acque internazionali

    L’IDF ha intercettato la seconda flottiglia l’8 ottobre 2025, a circa 120 miglia nautiche da Gaza, in acque internazionali. Le forze israeliane hanno disturbato le comunicazioni radio, poi hanno abbordato almeno due navi del convoglio, sequestrando l’intero equipaggio e i suoi beni. Tutti gli attivisti sono stati trasferiti forzatamente verso il porto israeliano di Ashdod. L’operazione è stata descritta dagli organizzatori come un “attacco violento” e una “violazione del diritto internazionale”, in continuità con quanto avvenuto pochi giorni prima contro la Sumud.

    Le nove imbarcazioni risultano tuttora sequestrate. Gli aiuti umanitari – stimati in centinaia di migliaia di dollari, tra cibo, forniture mediche e attrezzature – sono stati confiscati. In base a precedenti simili, parte del carico potrebbe essere stata redistribuita tramite canali israeliani o agenzie ONU, ma senza consegna diretta a Gaza. Il resto, secondo la FFC, è probabilmente distrutto o trattenuto.

    Abusi e detenzioni

    Dopo l’intercettazione, i 145 volontari – tra cui medici, infermieri, giornalisti e parlamentari – sono stati arrestati, detenuti e interrogati in Israele. Tutti erano disarmati e impegnati in attività umanitarie.

    Secondo le testimonianze raccolte da Adalah – The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel e dalla Freedom Flotilla Coalition, gli attivisti hanno subito abusi fisici e psicologici sistematici durante l’abbordaggio e la detenzione, tra l’8 e il 12 ottobre 2025.

    Durante l’intercettazione, molti sono stati colpiti, strattonati per i capelli o costretti a inginocchiarsi per ore sotto il sole, con le mani legate dietro la schiena. Diversi riferiscono di essere stati insultati o umiliati, costretti a ripetere frasi di fedeltà a Israele o denigrazione dei propri paesi d’origine.

    Nei centri di detenzione di Ktzi’ot e Shikma, gli abusi sono proseguiti: condizioni disumane, accesso limitato ad acqua e cibo, assenza di assistenza legale per almeno 20 persone, e interrogatori con minacce di detenzione indefinita. Alcuni attivisti – tra cui Huwaida Arraf, palestinese-americana, Zohar Chamberlain Regev, israelo-tedesca, e Omer Sharir, israeliano – hanno reagito con uno sciopero della fame.

    Particolarmente grave l’episodio che coinvolge la deputata europea Mélissa Camara, di origine africana, che ha subito insulti razzisti e violenze verbali. Nove cittadini francesi, tra cui Isaline Choury, 82 anni, sono stati costretti a firmare documenti falsi ammettendo un “ingresso illegale in Israele” per evitare la detenzione prolungata.

    Entro il 12 ottobre, tutti i volontari sono stati liberati senza accuse formali e deportati, principalmente verso Giordania e Turchia. Nessuno risulta oggi in stato di fermo o in condizioni critiche, ma molti hanno descritto l’esperienza come traumatica. Le ONG coinvolte parlano di violazioni dei diritti umani e del diritto marittimo internazionale, e denunciano l’impunità sistemica concessa a Israele per atti simili.

    Ondata dopo ondata

    Nonostante l’intercettazione e gli abusi, la Freedom Flotilla Coalition ha annunciato che le missioni continueranno. Le definisce “wave upon wave”, ondata dopo ondata, per sottolineare una strategia di persistenza nonviolenta contro il blocco di Gaza.

    Dal 2008 la FFC organizza missioni navali con volontari civili. Tra il 2023 e il 2025 ha già lanciato iniziative come Break the Siege, Handala e la Sumud Flotilla, tutte intercettate, ma decisive nel mantenere viva l’attenzione internazionale. Gli attivisti ripetono che “ogni missione fallita è un successo morale”, perché riaccende la consapevolezza dell’assedio e costringe l’opinione pubblica mondiale a guardare verso Gaza.

    Gli organizzatori della Sumud, alleati con la FFC, hanno promesso di “continuare a navigare finché Gaza non sarà libera”. È una determinazione che non si ferma davanti ai sequestri, alle detenzioni o ai maltrattamenti, e che oggi – dopo due flottiglie intercettate in meno di dieci giorni – appare come la forma più visibile di disobbedienza civile internazionale contro l’assedio.

  • La pace di Trump per Gaza va bene ma non basta

    La pace di Trump per Gaza adesso va bene ma non basta

    Visto da destra, il “piano di pace Trump” per Gaza — che ha imposto a Israele e Hamas un cessate il fuoco duraturo, con la mediazione di Egitto e Qatar — è diventato un pretesto per attaccare la sinistra.

    Secondo la narrazione governativa, la sinistra non sarebbe contenta che la pace a Gaza sia stata imposta proprio da Trump. Né sopporterebbe che il merito vada al presidente americano invece che alle manifestazioni, alla Flotilla, a Greta Thunberg o a Francesca Albanese. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha riassunto così il concetto: «La sinistra è più fondamentalista di Hamas».

    Sorprende che un governo stabile e longevo senta il bisogno di polemizzare in modo così sguaiato con l’opposizione. Ma entriamo nel merito.

    Al momento è stata concordata soltanto la prima fase del piano, quella che prevede la fine dei combattimenti, lo scambio di ostaggi e prigionieri e un ritiro parziale dell’esercito israeliano dalla Striscia. Le prossime fasi, che riguarderanno il futuro politico della Striscia di Gaza, il completamento del ritiro israeliano e la smilitarizzazione di Hamas, sono più complicate e potrebbero fallire più facilmente.

    Ci dispiace che il cessate il fuoco lo stia imponendo Trump?

    Non poteva essere diverso. Abbiamo sempre saputo che solo gli Stati Uniti hanno il potere di fermare Israele. Intervistato all’inizio della guerra di Gaza, l’ex ministro degli Esteri israeliano Shlomo Ben-Ami rispose alla domanda “Quando finirà?” con una frase lapidaria: «Dipende da quando si chiuderà la finestra che l’America ci concede».

    In alcuni momenti era sembrato che Joe Biden quella finestra volesse chiuderla. Per esempio nel maggio 2024, quando l’IDF si apprestava a distruggere Rafah, ma Netanyahu diede comunque il via all’operazione. Biden era però in una condizione particolare, segnata da limiti di salute e di consenso. Con un nuovo presidente, che fosse Harris o Trump, era inevitabile che, questione di tempo, la finestra si richiudesse.

    Eppure anche con Trump, inizialmente, si è ripetuto lo stesso schema: aveva realizzato un cessate il fuoco il giorno prima dell’insediamento, il 19 gennaio, ma Netanyahu lo ha rotto il 18 marzo; stava trattando con l’Iran a giugno, ma Netanyahu ha attaccato l’Iran; stava negoziando di nuovo una tregua con Hamas ad agosto, ma Netanyahu ha tentato di uccidere la delegazione di Hamas, senza riuscirci, colpendo perfino Doha, alleato strategico degli Stati Uniti. Quel fallimento ha segnato l’inizio della fine: lì si è chiusa davvero la finestra americana.

    E finalmente.

    Perché se il cessate il fuoco regge, finisce il calvario degli ostaggi e il grande strazio quotidiano delle vittime innocenti, dei feriti, degli affamati, dei lutti e delle distruzioni. Si interrompe il genocidio — o la marcia verso l’espulsione forzata dei palestinesi. Come si fa a non esserne contenti? E come non vedere che con la fine dei bombardamenti finisce anche il piccolo strazio morale di chi, in questi due anni, ha negato o giustificato l’orrore di Gaza?

    Non deve stupire che il protagonista sia Trump. Non è la prima volta che negli Stati Uniti la pace arriva da leader conservatori o reazionari. Nixon e Kissinger avviarono il dialogo con la Cina di Mao, si ritirarono dal Vietnam e promossero la distensione con l’Urss. Reagan fu l’interlocutore della pace di Gorbaciov. In Israele, Sharon ritirò i coloni da Gaza — per congelare il processo di pace, ma i laburisti non fecero nemmeno quello.

    Questi leader, proprio perché di destra, possono permettersi atti di pragmatismo senza temere accuse di debolezza o tradimento da parte dell’opposizione. Per lo stesso motivo, Trump può imporre a Gaza una pace sbilanciata a favore di Israele, ma non può farlo in Ucraina a favore della Russia: lì l’opposizione democratica e l’Europa lo accuserebbero di arrendersi a Putin. E già lo fanno.

    Non per questo vanno svalutati altri fattori. Le grandi manifestazioni, la Flotilla, la popolarità di figure come Greta Thunberg o Francesca Albanese sono il termometro di un orientamento dell’opinione pubblica che cresce in intensità contro la guerra. E di questo, i governi europei e lo stesso presidente americano tengono conto.

    Hamas ha fatto bene ad accettare il piano Trump: per urgenti ragioni umanitarie e per la responsabilità del 7 ottobre. E noi facciamo bene a essere felici di quel sì.

    Ma noi non siamo Hamas. Non dobbiamo comportarci come una delle parti in causa. Siamo cittadini europei. Dobbiamo apprezzare la fine dei massacri, la liberazione degli ostaggi e, insieme, criticare le insufficienze e gli squilibri di un piano che, se non apre una prospettiva di giustizia, resterà soltanto una tregua — anche molto breve.

  • Negare la carestia a Gaza con le foto della festa

    Alcuni commentatori filoisraeliani, come Marco Taradash, utilizzano le immagini dei palestinesi di Gaza che festeggiano il cessate il fuoco per negare la carestia nella Striscia. È un’operazione fuorviante, che ignora i criteri oggettivi e le valutazioni ufficiali della situazione.

    La carestia non è definita dall’aspetto di singoli individui ridotti a scheletri, ma da criteri precisi e misurabili stabiliti dall’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), il sistema internazionale di riferimento.

    La Fase 5 (Catastrofe/Carestia) viene dichiarata quando sono soddisfatte simultaneamente tre soglie:

    • almeno il 20% della popolazione soffre un’estrema mancanza di cibo;
    • almeno il 30% dei bambini presenta malnutrizione acuta (sindrome da deperimento);
    • si registrano almeno due morti ogni 10.000 persone, o quattro ogni 10.000 bambini, al giorno, per fame o per la combinazione di fame e malattia.

    Le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, come WFP e UNICEF, hanno ripetutamente messo in guardia sul rischio imminente di carestia in alcune aree di Gaza — in particolare nel nord — e hanno confermato livelli di insicurezza alimentare acuta (Fase 4 – Emergenza) e tassi di malnutrizione infantile oltre le soglie storiche. Le cause principali sono la limitazione all’accesso degli aiuti umanitari, del cibo, dell’acqua potabile e dei servizi sanitari. I report indicano decine di migliaia di bambini colpiti da malnutrizione acuta.

    L’aspetto fisico di una persona, soprattutto se adulta o precedentemente in buona salute, non è un indicatore affidabile della condizione alimentare di un’intera popolazione.

    La malnutrizione acuta colpisce più rapidamente e gravemente i bambini piccoli. La fame agisce in modo graduale: provoca prima carenze nutrizionali, poi debolezza immunitaria, e solo nel tempo e in condizioni estreme il deperimento visibile e la morte. La fame non si vede subito, ma uccide comunque.

    La situazione alimentare è molto più grave nel nord della Striscia, dove l’accesso agli aiuti resta difficilissimo, e varia sensibilmente tra aree, famiglie e individui.

    Dopo l’assalto e l’occupazione militare di Gaza City — che ha persino comportato la chiusura del “bar della Nutella”, diventato un simbolo dei negazionisti — l’attenzione mediatica sulla carestia è diminuita. Ma le valutazioni ufficiali delle organizzazioni internazionali non sono cambiate.

    L’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha confermato ufficialmente la condizione di carestia (Fase 5) in almeno un’area della Striscia di Gaza, il governatorato di Gaza. È la prima carestia mai dichiarata in Medio Oriente.

    La classificazione, pubblicata nell’agosto 2025, certifica che le soglie critiche — estrema privazione alimentare, malnutrizione acuta elevata e mortalità legata alla fame — sono state raggiunte.

    Oltre mezzo milione di persone, circa la metà bambini, vive oggi in condizioni di carestia conclamata (Fase 5). Più di 54.600 bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta o severa, con un rischio elevatissimo di malattie e morte.

    Le cause sono note e documentate: il blocco degli aiuti, la distruzione dei servizi essenziali, gli sfollamenti continui.

    La restrizione (solo parzialmente attenuata) all’ingresso e alla distribuzione degli aiuti umanitari, il collasso del sistema sanitario e dei servizi idrici e igienici, insieme alla fame, aumentano il rischio di epidemie e aggravano ulteriormente la malnutrizione.

    Le immagini dei festeggiamenti a Gaza — diffuse il 9 e 10 ottobre 2025 dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas — sono reali: mostrano folle in festa a Nuseirat, Deir al-Balah e Gaza City, con bambini che corrono, fuochi d’artificio e bandiere palestinesi.

    Ma rappresentano solo una parte della popolazione: gruppi urbani in aree accessibili, non i 2,3 milioni di abitanti (di cui 1,9 milioni sfollati). Chi festeggia può aver ricevuto aiuti recenti o conservato riserve; altrove, soprattutto nei campi profughi del nord, la fame continua.

    Usare le immagini di un gruppo di persone per negare una crisi alimentare complessa e documentata da organizzazioni internazionali significa sostituire l’analisi con l’aneddoto, la realtà con l’apparenza.

  • Francesca Albanese e Liliana Segre

    Francesca Albanese e Liliana Segre

    Sul genocidio di Gaza, la differenza sostanziale tra Francesca Albanese e Liliana Segre consiste in questo.

    Francesca Albanese si misura con la definizione giuridica di genocidio. Quella stabilita il 9 dicembre 1948 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, redatta con il contributo di Raphael Lemkin.

    L’articolo II della Convenzione definisce il genocidio come uno dei seguenti atti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso:

    (a) uccisione di membri del gruppo;
    (b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
    (c) il sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica totale o parziale;
    (d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
    (e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

    Sulla base di questa definizione, è possibile chiedersi quale di questi atti non rientri nelle azioni militari israeliane a Gaza. I negatori del genocidio, infatti, non contestano i fatti, ma l’“intenzione”: è su questo punto che concentrano le loro argomentazioni.

    Liliana Segre, testimone della Shoah e senatrice a vita, pur riconoscendo la gravità dell’offensiva israeliana – che definisce in termini di crimini di guerra e crimini contro l’umanità – rifiuta il termine genocidio, perché fa riferimento a una definizione più estrema e personale del concetto.

    Secondo Segre, i due elementi essenziali del genocidio sono:

    • la pianificazione dell’eliminazione totale, almeno nelle intenzioni, di un gruppo etnico o sociale;
    • l’assenza di un rapporto funzionale con una guerra: il genocidio non è un effetto collaterale di un conflitto, ma un fine in sé.

    Chi ha ragione? Sul piano giuridico, Francesca Albanese: la Corte internazionale di giustizia si fonda sulla definizione dell’ONU.
    Sul piano politico e storico, però, ogni definizione resta legittima. Liliana Segre può sostenere la sua, che identifica il genocidio con la Shoah — di cui è testimone diretta —, anche se non può essere considerata un’autorità assoluta nel decidere cosa sia o non sia un genocidio.

    Agli eredi politici delle leggi razziali e dei repubblichini di Salò — oggi pronti a strumentalizzare Liliana Segre per negare il genocidio di Gaza — va ricordato che la senatrice, nella sua intervista a Repubblica del 2 agosto 2025, ha dichiarato:

    “Quando si affama una popolazione il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Vederlo fare da Israele è straziante.”

    E già nel colloquio con il Corriere della Sera del 5 maggio 2025 aveva aggiunto:

    “Trovo mostruoso il fanatismo teocratico e sanguinario di Hamas (…). Ma sento anche una profonda repulsione verso il governo di Benjamin Netanyahu e verso la destra estremista, iper-nazionalista e con componenti fascistoidi e razziste al potere oggi in Israele (…). La guerra a Gaza ha avuto connotati di ferocia inaccettabili e non è stata condotta secondo i principi umanitari e di rispetto del diritto internazionale che dovrebbero guidare Israele.”

  • Gli abusi sugli attivisti della Flotilla

    Gli abusi sugli attivisti della Flotilla

    Gli attivisti della Global Sumud Flotilla, un convoglio umanitario internazionale partito per rompere il blocco navale israeliano su Gaza e consegnare aiuti alla popolazione, sono stati intercettati dalle forze israeliane in acque internazionali, sequestrati e detenuti per diversi giorni in Israele prima di essere espulsi.

    Le testimonianze degli abusi

    Dopo il rilascio, diversi attivisti hanno denunciato trattamenti duri e umilianti da parte delle autorità israeliane: abusi fisici, privazioni e umiliazioni psicologiche.

    L’attivista climatica svedese Greta Thunberg è stata rinchiusa in una cella infestata da cimici, con cibo e acqua insufficienti che hanno causato disidratazione e eruzioni cutanee sospette. È stata costretta a rimanere seduta a lungo su superfici dure, trascinata per i capelli e spinta a tenere e baciare una bandiera israeliana per scatti propagandistici.

    Tra gli italiani, Cesare Tofani ha parlato di un trattamento “terribile”, con molestie da parte di esercito e polizia. Saverio Tommasi ha denunciato il rifiuto di medicine e un trattamento “come scimmie”, con scherni e umiliazioni. Paolo De Montis ha descritto ore in ginocchio su un furgone con mani legate dietro la schiena, schiaffi e minacce con cani e puntatori laser. Lorenzo D’Agostino ha segnalato furti di beni personali e denaro.

    Le sorelle malesi Heliza e Hazwani Helmi hanno definito il trattamento “brutale e crudele”: tre giorni senza cibo, acqua bevuta dal water, malati ignorati.

    Attivisti svizzeri e spagnoli hanno denunciato percosse, privazione del sonno, reclusione in gabbie e insulti, con giornalisti come Carlos de Barron e Nestor Prieto costretti a firmare dichiarazioni in ebraico senza traduzione né assistenza consolare. Anche attivisti australiani hanno parlato di “trattamenti degradanti”, con torsione delle braccia e offese razziste.

    La risposta israeliana

    Il Ministero degli Esteri israeliano ha definito le accuse “menzogne sfacciate”, sostenendo che i diritti dei detenuti siano stati pienamente rispettati e che nessuno abbia presentato reclami formali durante la detenzione.

    Diversamente, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha espresso orgoglio per il trattamento severo, definendo gli attivisti “sostenitori del terrorismo” che meritavano di essere trattati “come i prigionieri di Ketziot”.

    La reazione dei sostenitori di Israele

    Le reazioni pro-Israele sono state prevalentemente difensive e minimizzanti. Le testimonianze di abusi sono state derise o liquidate come propaganda, mentre l’attenzione è stata spostata sulla legittimità dell’intercettazione e sui presunti legami con Hamas.

    In questa logica, i maltrattamenti sono percepiti come “normali” o “minimali”, una risposta proporzionata a chi “sapeva a cosa andava incontro”. È una doppia negazione: le accuse sarebbero false, ma anche vere e irrilevanti.

    Una strategia che serve a preservare l’immagine di Israele, screditando le voci critiche e normalizzando l’abuso come componente della sicurezza.

    Cosa dice il diritto internazionale

    Il diritto internazionale non ammette deroghe simili, nemmeno in contesti di conflitto.

    Le Convenzioni di Ginevra (IV, 1949) e i Protocolli aggiuntivi impongono il rispetto della dignità dei civili detenuti: accesso a cibo, acqua, cure e divieto assoluto di trattamenti degradanti.

    La Convenzione contro la Tortura (1984) e il Patto sui Diritti Civili e Politici (1966) vietano anche privazioni “minime” se inflitte deliberatamente, come il cibo scarso o le celle insalubri.

    L’intercettazione di navi umanitarie disarmate in acque internazionali può violare la libertà di navigazione (UNCLOS, 1982). E sebbene il Palmer Report del 2011 abbia ritenuto legale il blocco israeliano in astratto, l’uso della forza contro civili umanitari resta ingiustificato.

    Organizzazioni come Amnesty International e FIDH hanno definito l’abbordaggio della Global Sumud Flotilla “illegale” e “intimidatorio”. Per l’ICRC, un’azione simile non è giustificabile dall’articolo 51 della Carta ONU se non esiste minaccia armata immediata.

    Nel complesso, i trattamenti descritti configurano violazioni multiple del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, anche se Israele le nega.

    Il comportamento del governo italiano

    Il governo Meloni ha mantenuto una posizione passiva e allineata con Israele, limitandosi all’assistenza consolare di base per i circa 20-30 cittadini italiani a bordo, tra cui quattro parlamentari.

    Meloni ha pubblicamente definito gli attivisti “irresponsabili”. La marina italiana ha interrotto il tracciamento della Flotilla a 150 miglia da Gaza, ancora in acque internazionali. Il rimpatrio degli italiani è avvenuto grazie a un aereo turco, non su iniziativa del governo italiano, lasciando chi non poteva pagarsi il viaggio in una situazione di rischio prolungato.

    È stata una gestione coerente con la linea di pieno allineamento a Israele, anche a costo di abbandonare cittadini italiani in condizioni di abuso.

    La tutela dal basso

    La protezione più tangibile è arrivata dalla società civile, l’equipaggio di terra.

    Dalla sera di mercoledì 1° ottobre, subito dopo l’intercettazione, si sono accese proteste spontanee in molte città italiane, culminate nello sciopero generale del 3 ottobre e nella manifestazione nazionale a Roma del 4 ottobre, con oltre un milione di partecipanti.

    Sindacati come CGIL, USB, CUB e SGB, insieme a movimenti pro-Palestina e opposizioni politiche, hanno costruito una rete di pressione che ha accelerato le liberazioni e amplificato il caso a livello internazionale.

    Lo sciopero ha costretto il governo a reagire pubblicamente: Salvini ha denunciato la “guerra politica”, mentre Schlein e Conte hanno accusato Roma di complicità. Le conferenze stampa dei parlamentari liberati e la copertura dei media hanno trasformato la vicenda in un simbolo politico e morale, rilanciato da vignette e slogan come “I did it my wave”.

    Non ha fermato l’intercettazione né avviato indagini ONU, ma ha riempito il vuoto lasciato dalle istituzioni, offrendo tutela attraverso visibilità, solidarietà e mobilitazione.