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  • Il nazionalismo degli altri. Note sulla vulgata filoisraeliana

    Israele, sionismo, genocidio, Erri De Luca.

    Prendo spunto dall’intervista di Erri De Luca al giornale israeliano di destra “Israel Hayom”, e tradotta dal giornale italiano di destra il Foglio, per mettere a fuoco alcuni argomenti della vulgata filoisraeliana.

    Israele ha il diritto di esistere?

    Sul piano pratico è un falso problema. Israele esiste dal 1948, è riconosciuto dalle Nazioni Unite, con l’eccezione di 29 stati membri della Lega Araba o dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC). A parte Iran e Corea del Nord, refrattari a Israele, gli stati arabi e musulmani subordinano il riconoscimento dello stato ebraico alla risoluzione della questione palestinese. Israele è uno stato potente, alleato degli Usa, la principale superpotenza globale.

    Sul piano giuridico, non esiste il diritto degli stati ad esistere, esiste il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il diritto di ogni popolo deve contemperarsi con quello degli altri popoli, specie nei territori dove i popoli sono mescolati. Così, il diritto non è solo principio, diventa pratica di mediazione e negoziato.

    Quando la reputazione di Israele è particolarmente sotto stress per le sue condotte politiche e militari, nel dibattito pubblico, insieme con l’accusa di antisemitismo, compare la domanda: “Israele ha diritto di esistere?”. La domanda è ambigua e manipolatoria. Se rispondiamo si, a cosa rispondiamo? A un diritto pari tra gli altri, o a un diritto primo sopra gli altri?

    Cosa significa essere sionisti?

    Intendere che “Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere in Palestina, chiunque veda due entità vivere fianco a fianco, è già sionista” è un artificio retorico. Arafat e l’Olp, firmando gli accordi di Oslo, sarebbero sionisti. E lo sarebbe la gran parte della sinistra europea che sostiene la soluzione dei due stati. Se oggi riconosciamo Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Kosovo, Montenegro e Macedonia, non vuol dire necessariamente che apprezziamo la disgregazione della Jugoslavia. Nel riconoscere la Cechia e la Slovacchia, non esprimiamo alcuna contrarietà alla Cecoslovacchia.

    Quello che le persone democratiche e civili desiderano è la coesistenza pacifica di israeliani e palestinesi, ma non esprimono un’adesione politico-ideologica a una particolare forma; l’accordo sull’assetto spetta ai due popoli. Personalmente, preferisco le forme di integrazione sovranazionali al primato degli stati nazionali, ancorché etnici e religiosi o alle piccole patrie. Tuttavia, se là dove gli stati nazionali sono la forma della coesistenza possibile, va bene.

    Il problema, però, è che il sionismo non è più definito da Israele nei confini del 1948, comunque edificato sulla Nakba, ma da Israele che valica e si espande oltre i confini del 1967, occupa e colonizza i residui territori palestinesi. Proprio questo sionismo, incarnato dal governo del Likud e dei suoi alleati estremisti, messianico-religiosi, è ostile alla soluzione dei due stati.

    A Gaza c’è un genocidio?

    Un argomento della negazione si basa su questo assunto: “Se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio di un popolo, aveva un bersaglio perfettamente immobile […] Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile rende questa accusa vuota”. La tesi è insoddisfacente.

    La Convenzione sul genocidio richiede di provare l’intento specifico di distruggere un gruppo. Gli ordini di evacuazione potrebbero provare il contrario. Ma la Corte Internazionale di Giustizia, che accoglie la plausibilità del genocidio, nelle sue ordinanze cautelari, non si è basata solo sugli sfollamenti, ma sul blocco di cibo, acqua e medicine, unito a un numero spropositato di vittime, alla distruzione delle infrastrutture civili, e a dichiarazioni pubbliche di governanti politici e alti ufficiali israeliani. L’accusa non è “vuota” solo perché l’esercito ha ordinato alla popolazione di spostarsi: lo spostamento forzato di massa in una zona senza infrastrutture, sotto assedio, può esso stesso costituire un atto genocidiario: infliggere deliberatamente condizioni di vita volte a distruggere un gruppo.

    Un genocidio non richiede lo sterminio totale in un colpo solo. Può avvenire per fasi, attraverso uccisioni dirette e la creazione di condizioni di vita invivibili. Il fatto che Israele non abbia ucciso tutti i palestinesi in un giorno non è una prova dell’assenza di genocidio, esattamente come i nazisti che spostavano gli ebrei nei ghetti prima di deportarli nei campi non dimostrava l’assenza di un piano di sterminio. Anche i tedeschi, dal 1939 al 1945, hanno spostato in massa gli ebrei, prima nei ghetti, poi nei campi, poi da un campo all’altro. In effetti, i negazionisti dell’Olocausto utilizzano e manipolano i fatti legati agli spostamenti geografici e alle deportazioni degli ebrei per sostenere una delle loro tesi fondamentali: che la “Soluzione Finale” di Adolf Hitler non fosse un piano di sterminio fisico, ma solo un piano di ricollocamento territoriale o di emigrazione forzata.

    Qual è il senso del 7 ottobre?

    L’attacco di Hamas del 7 ottobre è stato un atto terroristico, un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità, per la strage di civili e il rapimento di ostaggi. Con una sua logica politica, seppure distorta, in opposizione allo stillicidio dell’uccisione di migliaia di palestinesi, all’assedio di Gaza, all’occupazione della Cisgiordania, alla detenzione di migliaia di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, anche senza accuse. Il rapimento di civili e soldati è da decenni una strategia usata da Hamas e Hezbollah proprio per ottenere scambi di prigionieri, ed è visto come una forma di resistenza asimmetrica contro un esercito tecnologicamente superiore.

    Questo non lo giustifica, ma lo spiega politicamente. Presentarlo come qualcosa di eccezionalmente malvagio e fuori dalla storia, un atto di crudeltà pura e inspiegabile, è un modo per sottrarlo al dominio della politica e consegnarlo a quello del male metafisico, che per definizione non si può negoziare. Ma gli ostaggi sopravvissuti sono stati quasi tutti liberati mediante trattative e scambi di prigionieri.

    Solo lo “shock esterno” libera dalla tirannia?

    Qui la tesi sostiene che i popoli si liberano delle tirannie solo con la sconfitta militare totale, portando gli esempi della fine del fascismo in Italia, del franchismo in Spagna e della giunta militare in Argentina.

    In Italia, la caduta del fascismo avvenne prima con un colpo di Stato interno (25 luglio 1943) e poi con la Resistenza partigiana. La sconfitta militare dell’Italia fu una condizione necessaria ma non sufficiente. Furono la guerra civile contro la Repubblica di Salò e la Resistenza contro l’occupazione nazista a determinare la nuova identità repubblicana. Fosse dipeso dagli alleati, in particolare dagli inglesi, l’Italia liberata avrebbe potuto reggersi con un fascismo senza Mussolini. La transizione spagnola alla democrazia avvenne dopo la morte di Franco nel 1976, non per una sconfitta militare esterna, ma per un processo negoziato interno. L’esempio smentisce la tesi. In Argentina la giunta cadde dopo la sconfitta delle Falkland, che non colpì la popolazione civile. Ma fu un crollo di un regime militare, non di un’organizzazione politica-religiosa radicata nella popolazione come Hamas.

    Altri esempi di transizioni democratiche senza distruzione militare del paese sono la democratizzazione di Brasile; Cile; Corea del Sud; Taiwan, Indonesia. Non si tratta di eccezioni. Storicamente, le transizioni dalla dittatura alla democrazia sono avvenute molto più spesso in modo negoziato, pacifico o guidato dall’alto, che attraverso guerre civili distruttive o invasioni straniere.

    Applicare a Gaza gli esempi storici italiano e argentino è inquietante. “È quello che sta accadendo ora a Gaza, ed è l’unica possibilità di un vero cambiamento”. Equivale a dire che i palestinesi devono essere sconfitti militarmente in modo schiacciante per potersi “liberare” di Hamas. È un’argomentazione di stampo coloniale, “ti distruggo per il tuo bene”, che ignora il principio di autodeterminazione e l’effetto radicalizzante di una distruzione di tale portata. La storia della “War on Terror” dimostra che bombardare una popolazione non la “redime” da un’ideologia; spesso la spinge ulteriormente tra le sue braccia.

    L’asimmetria di fondo

    L’intervista di Erri De Luca, come le vulgate filoisraeliane, ruota intorno a una asimmetria di fondo: il nazionalismo israeliano è un soggetto storico normale, ha il diritto di difendersi e deve essere in ogni caso riconosciuto e legittimato. Il nazionalismo palestinese, invece, è un artificio patologico, da sconfiggere militarmente, a qualunque costo umano, per poter essere rieducato. Anzi, addomesticato.

  • Israele, il muro di ferro che non tiene

    Israele, il muro di ferro che non tiene

    La Flotilla non rappresenta una minaccia materiale per la marina israeliana, né ha la capacità reale di sfondare il blocco navale di Gaza. Infatti, è accusata dai suoi detrattori di essere inutile e propagandistica. Allora, perché gli abbordaggi violenti in acque internazionali, i sequestri dell’equipaggio, le deportazioni in Israele, i maltrattamenti, le torture? A cosa serve l’uso illegale e sproporzionato della forza contro una innocua iniziativa di disobbedienza civile?

    Una risposta la si può cercare nella politica interna israeliana dominata da una coalizione di partiti di estrema destra in concorrenza tra loro. Può aiutare un parallelo con l’Italia del 2018-19, quando l’allora ministro dell’interno Matteo Salvini si esibiva nella contrapposizione alle ONG e, in un paio di casi addirittura alle navi della Guardia costiera, impedendo lo sbarco a centinaia di profughi, sequestrati di fatto, con giustificazioni retorico-militari: la difesa dei confini nazionali. Il governo israeliano di estrema destra reprime la Flotilla, per mandare un segnale di fermezza e risolutezza alla parte peggiore o più impaurita della società israeliana, specie nell’anno delle elezioni politiche, in scadenza a ottobre 2026.

    La repressione è di per sé una strategia di comunicazione. Trattare degli attivisti come fossero criminali comunica la loro criminalizzazione: sono terroristi. Di conseguenza, lo schieramento di riflesso di quella parte dell’opinione pubblica interna e internazionale che riconosce l’autorità del più forte. La parte di opinione pubblica su cui punta il governo di Israele. Questa comunicazione vorrebbe essere deterrente nei confronti degli stessi attivisti della Flotilla, attuali e futuri. Se ci riproverete, su quelle navi non farete una gita umanitaria, finirete pestati e torturati in un carcere militare. La Flotilla, in effetti, vuole mostrare la brutalità del blocco israeliano di Gaza e Israele la mostra. Qualcuno dice: sanno a cosa vanno incontro. Vanno incontro alla realtà che i palestinesi vivono tutti i giorni e da cui non possono fuggire. La constatazione però ha un sottotesto normalizzante. Bisogna anche sapere che quella cosa a cui vanno incontro è inamissibile.

    La strategia della deterrenza israeliana, nella sua forza brutale, è politicamente debole. A ogni nuova spedizione, la Flotilla è più grande di prima. L’uso sproporzionato della forza non risolve il conflitto di Israele neppure con i suoi nemici militari. Per quanto l’IDF colpisca duro e distrugga tutto, Hamas ed Hezbollah continuano a combattere. Eppure, Israele insiste nella reazione distruttiva, anche se non è mai un punto e basta, ma sempre un punto e a capo. La deterrenza israeliana non è la deterrenza occidentale che persegue la pace permanente o la dissuazione definitiva.

    La strategia di deterrenza israeliana ha le sue le radici nella dottrina del “Muro di Ferro” teorizzata da Ze’ev Jabotinsky negli anni ’20 del Novecento e interiorizzata da tutti i governi successivi. Suo presupposto è che i nemici di Israele, che si tratti di stati o di movimenti asimmetrici, non accetteranno mai l’esistenza dello Stato ebraico. Di conseguenza, la pace o il compromesso politico sono considerati illusioni pericolose. L’unico modo per sopravvivere è costruire un “muro” di potenza militare così spaventoso e brutale da costringere il nemico, di volta in volta, a desistere temporaneamente per sfinimento. Israele non applica la forza per risolvere il conflitto, ma per gestirlo, una strategia che l’IDF a Gaza 2008-2014 ha cinicamente chiamato “tosare l’erba”. L’erba ricrescerà (la Flotilla tornerà, Hamas si riarmerà); l’obiettivo è solo comprare tempo tra un ciclo di violenza e l’altro.

    Quando la deterrenza fallisce, come è clamorosamente fallita con il tragico attacco del 7 ottobre o come fallisce politicamente con ogni nuova Flotilla, la leadership israeliana non deduce che la strategia sia sbagliata. Al contrario, deduce che non è stata applicata abbastanza forza. La risposta automatica del sistema è l’escalation. Se il nemico non ha paura, significa che dobbiamo distruggere di più, colpire più duramente, essere ancora più intransigenti per “ripristinare” quella paura. È un ciclo logico chiuso che si autoalimenta, dove il fallimento della forza diventa la giustificazione per usare ancora più forza.

    La Flotilla cresce? L’isolamento internazionale aumenta? Per i decisori israeliani, questi sono “costi collaterali” accettabili se paragonati a quello che considerano il pericolo supremo: mostrare vulnerabilità. Nella dura realtà del Medio Oriente, la leadership israeliana è convinta che qualsiasi concessione, lasciar passare una nave umanitaria, mostrare flessibilità nei blocchi, verrebbe interpretata da attori più pericolosi, l’Iran o le milizie sciite regionali, come un segno di debolezza. Israele preferisce essere condannato e isolato dal mondo, salvo gli Stati Uniti, per una reazione sproporzionata, piuttosto che essere percepito come “debole” dai suoi nemici esistenziali.

    Proporre una soluzione politica al conflitto, la fine dell’occupazione, la soluzione a due Stati, l’apertura reale di Gaza, richiederebbe un capitale politico e concessioni territoriali che l’elettorato israeliano, composto ormai anche da centinaia di migliaia di coloni, rifiuta categoricamente. L’uso sproporzionato della forza è una risposta facile per la politica interna. È immediata. Appaga il desiderio di sicurezza e vendetta dell’opinione pubblica nazionale. Permette ai leader, come Benjamin Netanyahu, Bezalel Smotrich, Itamar Ben-Gvir, di presentarsi come i duri difensori della nazione senza dover fare i conti con la complessità di un vero processo di pace. Israele insiste con qualcosa che non risolve il conflitto, perché ha rinunciato all’idea di poterlo risolvere. La violenza sproporzionata è diventata il fine, non il mezzo. Uno strumento di controllo permanente per mantenere uno status quo dove l’alternativa politica è considerata troppo rischiosa o ideologicamente inaccettabile.

    Come inaccettabile è un principio di realtà: lo “stato ebraico” è rifiutato perché si è fondato sull’espropriazione e sull’espulsione dei palestinesi. Una pratica tuttora in corso. La Nakba fu un crimine, ma i crimini fondativi degli stati tendono a consolidarsi quando smettono di produrre nuove vittime. Nel 1967, occupando i Territori Palestinesi, Israele ha invece riaperto e rilanciato la questione palestinese, trasformando un fatto compiuto in un processo attivo e permanente. Se Israele rinuncia a risolvere il conflitto, per limitarsi a gestirlo, rimane senza prospettiva. La sola mancanza di prospettiva genera violenza. La strategia del Muro di Ferro scarica sulle future generazioni israeliane un’eredità terribile, che potrebbe risolversi nel loro disastro.

    Lo stesso disastro che si è abbattuto e si abbatte sulle generazioni palestinesi. Ma finché si tratta di palestinesi, ignoriamo la forma dello stillicidio e ci preoccupiamo per la forma del grande massacro, ma di fatto non facciamo nulla, o peggio continuiamo a offire a Israele copertura diplomatica, accordi commerciali e relazioni di partnership. Dato che i corpi dei palestinesi non valgono, anche se la metà sono bambini, arriva la Flotilla a mettere in gioco i corpi degli europei, a mobilitare l’opinione pubblica europea, in modo che i governi europei, almeno per salvare la propria dignità, debbano dire e fare qualcosa.

  • Le intercettazioni israeliane della Global Sumud Flotilla sono illegali

    Le intercettazioni israeliane della Global Sumud Flotilla sono illegali

    Le intercettazioni israeliane della Global Sumud Flotilla in pieno giorno, al largo di Cipro, sono un fatto semplice da descrivere e difficile da giustificare. Navi civili, in acque internazionali, sono state abbordate da forze armate di uno Stato che non esercita alcuna giurisdizione su quel tratto di mare. Nel diritto internazionale, questo si chiama violazione della libertà di navigazione. Tutto il resto, blocchi, manuali, risoluzioni, affiliazioni politiche, viene dopo.

    Eppure Israele e i suoi sostenitori tentano di costruire una cornice giuridica che renda l’operazione non solo comprensibile, ma addirittura legittima. È un esercizio fragile, che si regge su tre puntelli: il Rapporto Palmer del 2011, il Manuale di Sanremo del 1994, e la presunta affiliazione della Flotilla a Hamas. Nessuno dei tre, preso sul serio, regge il peso che gli si vuole attribuire.

    Il Rapporto Palmer viene spesso citato come se fosse una sentenza dell’Aja. Non lo è. È un documento redatto da un panel nominato dal Segretario generale dell’ONU, senza mandato giudicante e senza valore vincolante. Lo stesso rapporto chiarisce che non attribuisce responsabilità legali e che le sue conclusioni sono frutto di un compromesso politico.

    Il suo giudizio sulla “legittimità” del blocco di Gaza è stato contestato dall’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, dalla Commissione d’inchiesta del Consiglio per i Diritti Umani, dal Comitato internazionale della Croce Rossa, da numerosi esperti di diritto internazionale. Tutti questi organismi hanno definito il blocco una forma di punizione collettiva, vietata dal diritto internazionale umanitario. Citare il Rapporto Palmer come fonte normativa significa ignorare la gerarchia delle fonti e la natura stessa del documento.

    Il Manuale di Sanremo è un testo di studio, non un trattato. Riassume il diritto consuetudinario applicabile ai conflitti navali, ma non crea obblighi. Anche assumendo, per ipotesi, che il blocco di Gaza sia legittimo, il Manuale impone condizioni precise: il blocco non può affamare la popolazione civile; deve permettere il passaggio degli aiuti essenziali; deve essere proporzionato; deve essere effettivo e non discriminatorio.

    La realtà documentata da ONU, Croce Rossa e ONG è opposta: gli aiuti vengono sistematicamente limitati, rallentati o respinti. Il blocco produce effetti devastanti sulla popolazione civile. È difficile conciliare tutto questo con i criteri di Sanremo.

    C’è poi un punto decisivo: anche un blocco legittimo non autorizza l’uso della forza in acque internazionali. L’intercettazione deve essere necessaria, proporzionata e legata a un rischio immediato. Abbordare una nave civile a centinaia di chilometri da Gaza non soddisfa nessuno di questi criteri.

    L’accusa secondo cui la Flotilla sarebbe “affiliata a Hamas” e la tesi che essa rappresenti un “successo propagandistico per Hamas” sono argomenti politici, non giuridici. Il diritto del mare non consente di fermare navi civili in acque internazionali sulla base di sospette simpatie politiche degli organizzatori, né sulla base di calcoli di opportunità strategica. La Global Sumud Flotilla è un’iniziativa internazionale, con partecipanti europei, parlamentari, attivisti e ONG. Anche se non lo fosse, il punto non cambierebbe: le opinioni politiche non autorizzano l’uso della forza contro civili.

    La Risoluzione 2803, adottata dal Consiglio di Sicurezza nel novembre 2025 all’indomani del cessate il fuoco a Gaza, nasce per dare legittimità al meccanismo di aiuti voluto dall’amministrazione Trump, il cosiddetto Board of Peace. Incoraggia l’uso di canali coordinati, ma non vieta missioni indipendenti, non conferisce a Israele poteri speciali e non modifica il diritto del mare. Soprattutto, non autorizza l’uso della forza contro navi civili. La Flotilla nasce proprio dal fallimento di quei canali “coordinati”, che la stessa risoluzione implicitamente riconosce come insufficienti.

    Anche ammettendo (senza concederle) tutte le premesse israeliane, blocco legittimo, organizzatori discutibili, canali ONU preferibili, resta un fatto che non si può aggirare: navi civili sono state abbordate con la forza in acque internazionali da uno Stato che non ha alcun titolo per farlo. È una violazione della libertà di navigazione. Una violazione del diritto internazionale. Un precedente pericoloso.

    L’abbordaggio in acque internazionali è già una violazione della libertà di navigazione. Ma ciò che è accaduto dopo è ancora più grave: la marina israeliana ha arrestato gli equipaggi della Flotilla, per essere deportati e detenuti in Israele. Le testimonianze degli attivisti arrestati nelle missioni precedenti, incluse quelle del settembre 2025 e di due settimane fa, oggetto di cause legali in corso, riferiscono di abusi fisici e psicologici.

    Israele esercita così poteri di polizia e di giurisdizione su civili stranieri che non si trovavano in territorio israeliano né in acque sotto il suo controllo. Effettua arresti extraterritoriali senza alcuna base giuridica riconosciuta. Procede a detenzioni come se quei civili fossero entrati illegalmente in Israele, quando in realtà sono stati portati in Israele contro la loro volontà. Nel diritto internazionale, questo configura una forma di sequestro extraterritoriale.

    L’arresto e la deportazione non sono quindi un effetto collaterale dell’abbordaggio: sono la prova che Israele ha esercitato un potere che non aveva, aggravando la violazione della libertà di navigazione con la violazione diretta dei diritti fondamentali delle persone coinvolte.

  • Il senso della Global Sumud Flotilla

    Il senso della Global Sumud Flotilla

    Giorgia Meloni ha condannato l’arrembaggio israeliano alla Global Sumud Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta e chiesto il rilascio immediato degli attivisti italiani fermati illegalmente. La posizione sorprende: nel settembre 2025 la stessa Meloni aveva definito la Flotilla irresponsabile e dannosa per le relazioni diplomatiche del suo governo con Israele.

    Durante la missione del 2025, la Flotilla era stata scortata per un lungo tratto dalla guardia costiera italiana, spagnola e turca. Questa volta la marina israeliana l’ha bloccata quasi subito, a mille chilometri da Gaza, in prossimità delle acque greche, dunque europee. L’Ue e i governi di Italia e Germania hanno condannato la violazione del diritto del mare e del diritto internazionale. Un atto di pirateria.

    Ciò nonostante, in serata, Meloni ha ribadito la sua posizione: non capisce il senso della Flotilla. L’argomento è sempre lo stesso: gli aiuti non raggiungono Gaza perché la marina israeliana li intercetta sistematicamente; meglio affidarsi ai canali ufficiali. I detrattori della Flotilla lo dicono senza mezzi termini: lo fate per propaganda, per mettervi in mostra, non per aiutare i palestinesi, e lo sapete anche voi, i vostri aiuti non arrivano a destinazione.

    L’argomento ignora i fatti. A Gaza è in corso una crisi umanitaria estrema: i palestinesi non riescono a nutrirsi, alcuni muoiono di fame, mancano medicine e strutture sanitarie. Non è un effetto collaterale della guerra, è una conseguenza diretta del blocco israeliano, che limita o impedisce l’ingresso degli aiuti anche durante la tregua, e blocca il passaggio alla fase 2, la ricostruzione.

    E i canali ufficiali non sono un’alternativa reale. Nell’agosto 2025 la ONG genovese Music for Peace aveva raccolto 240 quintali di cibo destinati a Gaza e li aveva inviati via terra attraverso la Giordania, seguendo tutte le procedure richieste. Al valico di Allenby, il COGAT israeliano ha negato l’ingresso: “non esiste un corridoio giordano”. Gli aiuti sono rimasti fermi sei mesi, finché la ONG non li ha distribuiti nei campi profughi in Giordania per evitare che deperissero. Sorte ignota, invece, per gli aiuti inviati dal governo italiano con l’operazione “Food for Gaza”, costata circa 30 milioni di euro. (Il Post)

    L’amministrazione americana, prima con Biden, ancora di più con Trump, copre questa politica. I governi europei da quasi tre anni assistono al genocidio dei palestinesi con indifferenza e impotenza: qualche dichiarazione critica, qualche riconoscimento simbolico dello Stato di Palestina, nessuna iniziativa capace di incidere. Israele resta membro associato dell’Ue e mantiene relazioni politiche, commerciali e militari con l’Europa, protette dal veto di Germania e Italia. Rispetto a Gaza, il governo italiano e i governi europei sono ancora più inutili della Flotilla, se non dannosi.

    Qui sta il senso della Global Sumud Flotilla. Non è solo un’operazione umanitaria: è un’operazione politica. Serve a rendere visibile ciò che i governi europei preferiscono ignorare: che Israele applica ai cittadini europei alcune delle stesse misure che applica ai palestinesi. Blocca la loro libertà di movimento, li sequestra, li trattiene contro la loro volontà, ne fa oggetto di soprusi e violenze. Serve a mobilitare l’opinione pubblica, la Flotilla di terra, e a ricordare che il genocidio dei palestinesi non è un fastidioso rumore di fondo: sono vite, non meno delle nostre.

    Così i governi europei, per salvare la faccia, devono prendere un’iniziativa, dire una parola chiara. Il rapporto tra Ue e Israele, e tra Europa e Stati Uniti, va sotto stress. Bene: è un rapporto complice, e deve costare. Sul lungo periodo, l’obiettivo è isolare Israele come fu isolato il Sudafrica, condizione necessaria per mettere fine all’Apartheid e oggi a un genocidio. Nell’immediato, una parziale apertura del blocco.

  • L’IDF ammette 70mila morti a Gaza

    L'IDF ammette 70mila morti a Gaza

    Fonti militari israeliane di alto livello hanno riconosciuto che il numero dei palestinesi uccisi a Gaza dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023, è vicino alle stime diffuse dal Ministero della Sanità di Gaza. La cifra si aggira intorno ai 70.000 morti, in linea con i dati aggiornati a fine gennaio 2026, che parlano di oltre 71.000 vittime. Non si tratta di un’ammissione ufficiale dell’IDF, ma di una valutazione interna emersa in briefing anonimi con i giornalisti e riportata da testate israeliane come Haaretz, Jerusalem Post, Times of Israel e Ynet.

    L’esercito israeliano precisa che quei numeri non costituiscono dati ufficiali che, nel caso, verrebbero diffusi solo attraverso canali formali. Tuttavia, per la prima volta, fonti della sicurezza israeliana hanno definito i dati del Ministero della sanità di Gaza “largamente accurati” per quanto riguarda le morti causate direttamente dal fuoco israeliano. Restano esclusi dal conteggio i dispersi sotto le macerie e le morti indirette dovute a fame, malattie e collasso del sistema sanitario.

    Israele contesta ancora la composizione delle vittime. Secondo l’IDF, tra 22.000 e 25.000 morti sarebbero combattenti di Hamas o di altri gruppi armati. L’esercito nega inoltre l’esistenza di morti per fame tra persone considerate “sane” e afferma di essere ancora al lavoro sulla distinzione tra civili e combattenti. Il riconoscimento del numero totale non implica quindi l’accettazione della narrativa palestinese né delle accuse di genocidio e carestia.

    Il cambiamento riguarda soprattutto la “guerra dei numeri”. Per oltre due anni Israele ha contestato l’attendibilità delle cifre diffuse dal Ministero della sanità di Gaza, accusandole di propaganda. Ora quella linea risulta sempre più difficile da sostenere, anche perché ONU, ONG internazionali e servizi di intelligence occidentali considerano da tempo quei dati sostanzialmente affidabili. Continuare a negarli avrebbe messo in discussione la credibilità stessa dell’intelligence israeliana.

    Accettare il totale consente all’IDF di spostare il terreno dello scontro comunicativo. Il dibattito non verte più su quanti siano i morti, ma su chi siano e perché siano morti. In questo modo Israele tenta di difendere la propria condotta militare, rivendicando l’eliminazione di una parte significativa delle forze di Hamas e riducendo il peso delle accuse di sproporzionalità davanti all’opinione pubblica e alle corti internazionali.

    La dichiarazione arriva dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, in una fase di operazioni limitate ma con procedimenti aperti presso la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale. In questo quadro, un riconoscimento parziale dei dati serve a mostrare trasparenza, prevenire accuse di occultamento e preparare una linea difensiva più solida sul piano legale e diplomatico.

    Non si tratta quindi di una confessione né di un atto di debolezza. È un riposizionamento tattico: ammettere ciò che non è più credibile negare per controllare meglio il resto della narrazione. La cifra complessiva delle vittime non è più il terreno dello scontro. Lo restano la classificazione dei morti, le responsabilità e le cause della catastrofe umanitaria in corso.

  • Gaza: finita la carestia, grave l’insicurezza alimentare

    Gaza: carestia finita, grave insicurezza alimentare

    L’analisi IPC (Integrated Food Security Phase Classification) di dicembre 2025 conferma che nessuna area di Gaza è attualmente classificata in stato di carestia, grazie al cessate il fuoco di ottobre e al miglioramento dell’accesso umanitario e commerciale. Tuttavia, i progressi sono estremamente fragili.

    1,6 milioni di persone (77% della popolazione) affrontano gravi livelli di insicurezza alimentare. Oltre 100.000 bambini e 37.000 donne incinte o in allattamento soffrono di malnutrizione acuta. Più di 730.000 persone sono state sfollate dopo il cessate il fuoco.

    Quattro governatorati (Gaza Nord, Governatorato di Gaza, Deir al-Balah e Khan Younis) restano classificati in fase di emergenza (fase 4 IPC) fino ad aprile 2026, con ampie carenze alimentari e rischio elevato di mortalità.

    Il 79% delle famiglie non può permettersi cibo o acqua potabile. Gli alimenti nutrienti, soprattutto proteici, restano scarsi e costosi. Nessun bambino raggiunge la diversità alimentare minima, due terzi consumano solo uno o due gruppi alimentari.

    Le infrastrutture sono distrutte: sistemi fognari danneggiati, approvvigionamento idrico inaffidabile, rifugi sovraffollati. Questo alimenta epidemie di infezioni respiratorie, diarrea e malattie cutanee, specialmente tra i bambini. Solo il 50% delle strutture sanitarie è parzialmente funzionante.

    FAO, UNICEF, WFP e OMS chiedono accesso umanitario e commerciale sostenuto, rimozione delle restrizioni sulle importazioni essenziali (inclusi input agricoli e forniture mediche), aumento immediato dei finanziamenti e riattivazione della produzione alimentare locale.

    Senza azioni decisive, la carestia può tornare rapidamente.


    Fonti

    Le Agenzie ONU accolgono con favore la notizia che la carestia è terminata nella Striscia di Gaza, ma avvertono che i fragili progressi potrebbero essere vanificati senza un sostegno maggiore e costante
    Unicef, 19 dicembre 2025

    UN agencies welcome news that famine has been pushed back in the Gaza Strip, but warn fragile gains could be reversed without increased and sustained support
    FAO, UNICEF, WFP and WHO say hunger, malnutrition, disease and the scale of agricultural destruction remain alarmingly high
    FAO, 19/12/2025

    Gaza Strip: Acute Food Insecurity Situation for 16 October – 30 November 2025 and Projection for 1 December 2025 – 15 April 2026
    IPC Analisys Portal, 19/12/2025

  • Gaza a due mesi dal cessate il fuoco

    Gaza a due mesi dal cessate il fuoco

    Dalla dichiarazione del cessate il fuoco a Gaza, il 10 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso più di 360 palestinesi, di cui 140 minorenni e 70 bambini. Questo significa una media di 7 palestinesi uccisi al giorno – un numero drasticamente ridotto rispetto ai 90 al giorno durante i due anni di guerra, ma che in qualsiasi altro contesto farebbe riconoscere un conflitto attivo. L’IDF continua a sparare a vista attorno alle sue posizioni e in prossimità della “linea gialla” che delimita la zona occupata.

    Secondo l’accordo, Israele doveva occupare il 53% di Gaza, ma l’IDF ha esteso il controllo al 58%. La zona verde occupata da Israele contiene la maggior parte delle terre fertili ed è l’unica area dove sarà consentita la ricostruzione. La zona rossa, fatta di dune di sabbia costiera dove sono accalcati due milioni di palestinesi, rimarrebbe in rovina. Secondo i piani dell’esercito statunitense, questa divisione potrebbe essere a tempo indeterminato.

    La proposta di Trump prevedeva, dopo lo scambio di ostaggi e prigionieri, il ritiro israeliano e l’arrivo di una forza internazionale di stabilizzazione. Tuttavia questa fase è rimasta nel vago. Israele non procederà finché Hamas non restituirà l’ultimo corpo degli ostaggi deceduti e non disarmerà completamente. Hamas ha restituito tutti i corpi tranne uno ed è disposta a cedere solo le armi offensive, ma non a Israele. Nessun paese è disposto a disarmare Hamas contro la sua volontà.

    Israele e gli Stati Uniti prevedono solo “comunità alternative sicure” – campi recintati con unità prefabbricate o container, bagni e docce comunitari condivisi – invece della ricostruzione delle comunità palestinesi. I palestinesi sarebbero ipercontrollati per escludere chiunque abbia collegamenti con Hamas. Le organizzazioni umanitarie e i paesi europei si sono rifiutati di partecipare perché questi campi potrebbero violare il diritto internazionale e costituire uno strumento di sfollamento coercitivo.

    Il progetto pilota pianificato per Rafah ospiterà solo 25.000 persone (l’1% della popolazione) e richiederà almeno sei mesi prima che i primi palestinesi possano trasferirsi, dopo la rimozione delle montagne di macerie disseminate di bombe inesplose.

    I 2,2 milioni di palestinesi rimangono confinati nel 42% del loro territorio. Nove su dieci sono senza casa – i dati satellitari mostrano che l’81% delle abitazioni è stato distrutto o gravemente danneggiato. La maggior parte vive in tende vulnerabili all’inverno. A novembre, due forti acquazzoni hanno allagato i campi tendati (l’acqua proveniva anche dalle fosse fognarie traboccanti), spazzando via centinaia o migliaia di rifugi. Si è registrato un aumento significativo di diarrea acquosa acuta nei bambini.

    Le consegne di aiuti sono aumentate da 91 a 133 camion al giorno, con meno saccheggi rispetto a prima. Tuttavia l’afflusso totale resta sotto la media prebellica di 600 camion al giorno, mentre i bisogni sono aumentati esponenzialmente. L’Unrwa, la più grande agenzia umanitaria, è stata bandita da Israele.

    Stati europei e arabi hanno sostenuto le proposte di Trump per mantenere gli USA impegnati e dare legittimità al processo. Ma gli osservatori avvertono che senza progressi significativi nel processo di pace, la comunità internazionale rischia di rendersi complice nel mantenere i palestinesi in condizioni disumane, in violazione del diritto umanitario.


    ‘Bloodshed was supposed to stop’: no sign of normal life as Gaza’s killing and misery grind on
    Seham Tantesh in Gaza, Julian Borger and Emma Graham-Harrison in Jerusalem
    The Guardian, Sat 6 Dec 2025

  • Il bilancio delle vittime palestinesi di Gaza

    Il bilancio delle vittime palestinesi di Gaza

    Secondo il Ministero della Salute di Gaza — i cui dati sono ritenuti affidabili da ONU, WHO e OHCHR — il bilancio aggiornato delle vittime palestinesi è di circa 70.500 morti e 170.000 feriti. Studi indipendenti peer-reviewed (The Lancet; Max Planck Institute; Brown University – Costs of War Project, 2025) considerano però queste cifre molto sottostimate, poiché non includono i corpi non recuperati sotto le macerie né le morti indirette dovute a fame, malattie e collasso dei servizi sanitari. Le stime più solide collocano dunque i morti diretti tra 100.000 e 120.000 e il totale delle vittime (dirette + indirette) tra 186.000 e 220.000. Analisi condotte da OHCHR su campioni di cadaveri identificati indicano che l’83–90% delle vittime sono civili, in prevalenza donne, bambini e anziani.

    Le fonti israeliane e filoisraeliane contestano la validità del bilancio delle vittime palestinesi. Sostengono che il Ministero della Salute, essendo parte dell’amministrazione di Gaza, manipoli i dati mediante duplicazioni, inclusione di morti naturali o vittime di razzi palestinesi, e successive rimozioni di nomi. Inoltre, Israele afferma di aver ucciso circa 20.000 combattenti, sostenendo un rapporto civili–miliziani vicino a 1:1, presentato come uno dei più bassi nella storia della guerra urbana. Le vittime civili sarebbero inevitabili a causa dell’uso di “scudi umani” da parte di Hamas.

    Tali affermazioni non trovano riscontro nelle verifiche indipendenti. Storicamente, i dati del Ministero della Salute hanno mostrato discrepanze inferiori al 3% rispetto ai conteggi delle Nazioni Unite nei conflitti 2008–2021. Le rimozioni di nomi risultano essere correzioni amministrative, non prova di falsificazione. Un database interno dell’IDF, trapelato nell’agosto 2025, attribuisce a maggio 2025 solo 8.900 combattenti uccisi, implicando un tasso di civili pari all’83%. Stime indipendenti (Airwars, Uppsala Conflict Data Program) collocano il numero dei miliziani uccisi tra 12.000 e 17.000: comunque ben al di sotto delle affermazioni israeliane. Per OHCHR e Amnesty un tasso di vittime civili superiore all’80% è “insolitamente alto” e non spiegabile con la sola presenza di combattenti tra la popolazione.

    Questa discrepanza è confermata anche dal periodo successivo al cessate il fuoco del 9–10 ottobre 2025: secondo Al Jazeera e CBC, l’IDF ha ucciso 312–340 palestinesi e ferito 760–900, molti dei quali civili non coinvolti in combattimenti. Il 19 novembre si registrano 25 morti in un solo giorno (BBC), e in ottobre un attacco ha ucciso 11 membri della stessa famiglia (Guardian). L’IDF parla di “risposte a minacce”, ma rapporti ONU descrivono attacchi contro civili in zone protette, in contrasto con la narrativa israeliana della “precisione”.

    L’argomento secondo cui Gaza non mostrerebbe “fossi comuni” o “odore di cadaveri in decomposizione”, rilanciato anche da Il Riformista il 13 novembre 2025 (“La grande menzogna sull’ecatombe di Gaza”), è contraddetto dai rilievi internazionali. Sono state documentate fosse comuni attorno agli ospedali Al-Shifa e Nasser, con oltre 400 corpi riesumati tra aprile e maggio 2024, molti con segni di esecuzione extragiudiziale. Le Nazioni Unite stimano che 10.000–15.000 corpi siano ancora sotto le macerie e non recuperabili. Inoltre, la tradizione islamica prevede la sepoltura entro 24 ore, riducendo fortemente gli odori su larga scala; molte aree sono state ripulite per ragioni igieniche. L’argomento “no bodies, no deaths” è classificato da ISD Global e Wikipedia come disinformazione ricorrente.

    La convergenza tra fonti indipendenti, organizzazioni internazionali e perfino documenti interni dell’esercito israeliano suggerisce che le vittime civili superino ampiamente le 60.000 unità, mentre il bilancio complessivo — tra morti dirette e indirette — si colloca tra 186.000 e 220.000. Si tratta, in proporzione demografica, della più grave strage di civili del XXI secolo.


    Studio The Lancet su mortalità traumatica a Gaza (gennaio 2025): Analisi capture-recapture che stima 64.260 morti dirette nei primi 9 mesi (sottostima del 41% rispetto ai dati ufficiali), con 59% donne, bambini e anziani. Supporta le stime di 100.000-120.000 morti dirette.
    The Lancet – Traumatic injury mortality in the Gaza Strip

    Rapporto Guardian sul database IDF trapelato (agosto 2025): Rivela che solo 8.900 militanti uccisi su 53.000 totali a maggio 2025, implicando un 83% di civili. Confuta le stime IDF di 20.000 combattenti.
    The Guardian – Revealed: Israeli military’s own data indicates civilian death rate of 83%

    Rapporto OHCHR/ONU su genocidio e vittime civili (maggio 2025): Documenta oltre 52.535 morti (70% donne e bambini) e chiama per indagini su attacchi indiscriminati, confutando le giustificazioni di “scudi umani”.
    OHCHR – End unfolding genocide or watch it end life in Gaza

    Rapporto ONU su fosse comuni negli ospedali (aprile 2024): Descrive oltre 300 corpi recuperati da Nasser Hospital (molti con mani legate), confutando l’assenza di prove fisiche di massacri.
    UN News – Mass graves in Gaza show victims’ hands were tied

    Wikipedia – Propaganda in the Israeli–Palestinian conflict: Questa pagina elenca il trope “no bodies, no deaths” come esempio di disinformazione pro-Israele, usato per negare le vittime palestinesi asserendo l’assenza di prove fisiche come fosse comuni o corpi visibili.
    Wikipedia – Propaganda in the Israeli–Palestinian conflict

  • La risoluzione Onu non conforme al diritto internazionale

    Francesca Albanese: La risoluzione Onu non conforme al diritto internazionale

    Il 19 novembre 2025, in una conferenza stampa al Parlamento Europeo, la relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha dichiarato che la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza – adottata due giorni prima a sostegno del Piano Trump per Gaza – “non è conforme al diritto internazionale”. Un’affermazione che può sembrare paradossale, ma che rimanda alla natura stratificata del sistema giuridico internazionale.

    Una risoluzione controversa

    La Risoluzione 2803, approvata il 17 novembre con 13 voti favorevoli e le astensioni di Russia e Cina, dà una veste legale al “Piano di pace per Gaza” negoziato da Stati Uniti e Israele e accettato da Hamas nella sua prima parte (tregua e scambio di prigionieri). Il piano prevede un cessate il fuoco permanente, un “Board of Peace” presieduto dagli Stati Uniti per la ricostruzione, una Forza Internazionale di Stabilizzazione per la sicurezza, un Comitato Palestinese per la governance quotidiana e un ritiro graduale delle truppe israeliane, subordinato alla smilitarizzazione della Striscia.

    L’Unione Europea, Israele, l’Autorità Palestinese e vari paesi arabi – Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania – hanno accolto la risoluzione come un passo verso la stabilizzazione. Ma la lettura proposta da Francesca Albanese rovescia questa narrativa: per lei il piano non solo ignora i requisiti legali minimi per una soluzione giusta, ma rischia di istituzionalizzare nuove forme di controllo esterno su Gaza.

    Il riferimento centrale: la pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia

    La critica non riguarda dettagli procedurali, ma il fondamento stesso della risoluzione. Albanese richiama l’opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia del 19 luglio 2024, che stabilisce una serie di obblighi immediati e non negoziabili per Israele: ritiro “immediato e incondizionato” da Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est; smantellamento delle colonie; cessazione dello sfruttamento delle risorse palestinesi; riparazioni per le violazioni commesse; garanzia del diritto al ritorno dei rifugiati.

    Questi obblighi, sostiene la relatrice, dovrebbero costituire “il punto di partenza” di qualsiasi iniziativa politica. La Risoluzione 2803, pur introducendo un cessate il fuoco, non incorpora nulla di tutto ciò: trasforma un obbligo giuridico di ritiro in un processo condizionato e non affronta i nodi strutturali dell’occupazione.

    La gerarchia normativa

    Come può una risoluzione ONU “violare” il diritto internazionale? Per Albanese le risoluzioni devono rispettare la Carta delle Nazioni Unite, le norme imperative di ius cogens e la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia. La gerarchia delle fonti è chiara: nessuna decisione del Consiglio di Sicurezza può derogare al diritto all’autodeterminazione, al divieto di annessione, al divieto di aggressione o a obblighi derivanti da valutazioni giurisdizionali già vincolanti. In questo senso, la risoluzione rischia di essere non soltanto politicamente controversa, ma giuridicamente debole.

    I punti critici individuati da Albanese

    Tre elementi sono, per lei, particolarmente problematici:

    1. Il ritiro condizionato delle truppe israeliane, in contrasto con l’obbligo di ritiro immediato sancito dalla CIJ.
    2. La creazione di un Board of Peace a guida statunitense e l’impiego di una forza internazionale, percepiti come meccanismi di controllo che riducono l’autonomia palestinese.
    3. L’assenza di misure su colonie, risorse naturali, diritto al ritorno, cioè sui pilastri del contenzioso giuridico internazionale.

    Ne emerge una struttura di governance che privilegia la sicurezza e gli interessi strategici degli attori esterni rispetto ai diritti del popolo palestinese, rischiando di consolidare uno status quo illegale mascherato da processo di pace.

    Il contesto politico e la posta in gioco

    La posizione di Albanese acquista peso anche per il contesto politico. Sanzionata dagli Stati Uniti per le sue prese di posizione e spesso al centro di polemiche, richiama l’ONU al rispetto delle sue stesse norme fondative. Il suo monito si inserisce in una lunga storia di processi di pace falliti perché disallineati dal diritto internazionale: dagli Accordi di Oslo in avanti.

    Una tregua tattica

    La Risoluzione 2803 può rappresentare un risultato tattico: ferma le ostilità, apre canali di assistenza, stabilisce un quadro di supervisione. Ma, nella lettura di Albanese, non affronta le radici del conflitto. Senza un riferimento esplicito agli obblighi già stabiliti dalla Corte Internazionale di Giustizia, il cessate il fuoco rischia di essere una tregua precaria, non l’inizio di una pace fondata sul diritto.

    La sua critica, in ultima analisi, non mira a delegittimare l’ONU, ma a ricordarne la missione: la pace non può sostituire la giustizia, né una soluzione politica può ignorare norme superiori che vincolano tutti gli Stati. Il diritto internazionale non è un optional negoziabile, ma il presupposto indispensabile per una soluzione che non riproduca le stesse asimmetrie di potere che hanno alimentato il conflitto per decenni.

  • Gli ostaggi israeliani potevano essere liberati prima e salvati tutti

    Il 13 ottobre 2025 Hamas ha liberato circa venti ostaggi israeliani, gli ultimi sopravvissuti tra oltre 250 catturati nell’attacco del 7 ottobre 2023. In cambio, Israele ha rilasciato quasi duemila prigionieri palestinesi, secondo l’accordo mediato dagli Stati Uniti con il coinvolgimento di Egitto, Qatar e Turchia. (Npr)

    Gli ostaggi, trattenuti per 738 giorni nei tunnel di Gaza, sono stati consegnati alla Croce Rossa e poi alle forze israeliane. Hamas ha accettato lo scambio sotto la pressione della distruzione di Gaza City; Israele, sotto quella delle proteste interne e delle pressioni internazionali, soprattutto quelle americane.

    L’intesa, firmata tra Israele e Hamas il 9 ottobre in Egitto, avvia una tregua che potrebbe chiudere due anni di devastazione. Ma apre una domanda: perché non è arrivata prima? Gli ostaggi israeliani potevano essere liberati molto prima — e potevano essere liberati tutti.

    Ottobre 2023 – Israele rifiuta l’offerta di Hamas

    Subito dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, Hamas propone la liberazione immediata di tutti i civili catturati in cambio dell’impegno israeliano a non invadere Gaza.

    L’offerta, trasmessa tra il 9 e il 10 ottobre tramite canali qatarioti, mirava a evitare l’offensiva terrestre. Il governo Netanyahu la respinse senza esitazioni, preferendo la distruzione di Hamas all’accordo. Il rifiuto, fu rivelato mesi dopo dall’ex portavoce del Forum delle Famiglie degli Ostaggi, Haim Rubinstein. (Times of Israel)

    Novembre 2023 – La tregua di sette giorni

    Tra il 24 novembre e il primo dicembre 2023, un accordo mediato da Qatar, Egitto e Stati Uniti consente a Hamas di liberare 105 ostaggi, in cambio di 240 prigionieri palestinesi. (ABC)

    Quando emergono dispute sulla liberazione di due soldatesse, che Hamas sostiene di non riuscire a localizzare, Israele accusa Hamas di violare l’intesa e riprende i bombardamenti.

    Maggio 2024 – Il piano Biden respinto

    Il 31 maggio 2024 Joe Biden presenta un piano in tre fasi: rilascio graduale di tutti gli ostaggi, ritiro israeliano da Gaza e ricostruzione del territorio. Hamas accetta, Israele rifiuta.

    Il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, leader dell’estrema destra di Otzma Yehudit, minaccia di dimissioni e di far cadere la coalizione se l’intesa passa, vantandosi poi pubblicamente di averla sabotata. Insieme a Bezalel Smotrich, Ben-Gvir impone veti nel gabinetto di sicurezza, ignorando l’urgenza umanitaria e le pressioni familiari degli ostaggi. Secondo resoconti israeliani, questo stallo causa la morte di sei ostaggi, uccisi in tunnel bombardati durante le operazioni militari riprese a Rafah e Khan Younis. (JPost)

    Netanyahu definisce l’accordo “inaccettabile” perché non prevede lo smantellamento completo di Hamas. Analisti come Charlie Herbert stimano che l’accordo avrebbe potuto liberare tutti i superstiti entro l’estate.

    Ottobre 2024 – L’accordo Baskin ignorato

    Un anno prima della liberazione finale, Hamas accetta integralmente un “Three Weeks Deal” proposto dal negoziatore israeliano Gershon Baskin: rilascio completo degli ostaggi in tre settimane, cessazione della guerra, cessione del controllo di Gaza a un governo civile tecnico. (Npr)

    Netanyahu rifiuta, temendo di apparire debole e di perdere il sostegno della destra. L’amministrazione Biden, già distratta dalle elezioni, non interviene. L’occasione si perde, e la guerra prosegue a Rafah e Jabalia.

    Gennaio–Marzo 2025 – La tregua interrotta

    Tra il 19 gennaio e il 2 marzo 2025 una tregua di 42 giorni, mediata da Egitto, Qatar e Stati Uniti, porta alla liberazione di 33 ostaggi e di mille prigionieri palestinesi.

    Alla fine della prima fase, Israele rifiuta di passare alla seconda, che avrebbe previsto la liberazione dei soldati e il ritiro totale delle truppe. Netanyahu esige la resa di Hamas, mentre l’amministrazione Trump appena insediata appoggia la linea dura. La guerra riprende con i bombardamenti su Gaza con un’intensità senza precedenti, proprio durante il primo giorno del Ramadan, un mese sacro per i musulmani, facendo subito un migliaio di vittime.

    Aprile 2025 – La tregua di cinque anni respinta

    Hamas propone una tregua di cinque anni, offrendo il rilascio di tutti i superstiti in cambio della fine delle ostilità e di garanzie per la ricostruzione di Gaza. (France24)

    Israele respinge la proposta come “inaccettabile” perché non prevede la demilitarizzazione di Hamas. Netanyahu, pressato dall’estrema destra, sceglie l’offensiva “Carri di Gedeone” invece del negoziato.

    Luglio 2025 – Il ritiro da Doha

    Verso la fine di luglio, un accordo, mediato dal palestinese-americano Bishara Bahbah, sembra imminente. Hamas accetta una tregua di 60 giorni e lo scambio di tutti i superstiti per migliaia di prigionieri palestinesi. (Newsweek)

    Ma Israele si ritira all’ultimo dalle trattative, preferendo rilanciare “Operation Gideon’s Chariots II”. Secondo i mediatori qatarioti, l’intesa avrebbe potuto chiudere la crisi ad agosto.

    Agosto–Settembre 2025 – Il sabotaggio di Doha

    Ad agosto, Hamas offre di liberare quindici ostaggi vivi in cambio di 800 prigionieri e una tregua di 45 giorni. Netanyahu rifiuta, pretendendo il rilascio di tutti, vivi e morti.

    Pochi giorni dopo, il 9 settembre, un raid israeliano su un quartiere di Doha tenta di uccidere la delegazione negoziale di Hamas, ma fallisce, uccide comunque cinque persone tra cui il figlio del negoziatore Khalil al-Hayya. Il Qatar denuncia “terrorismo di Stato”. L’attacco fa saltare i colloqui. (Il Post)

    Il modello che si ripete

    Le otto occasioni mancate per liberare gli ostaggi israeliani tra il 2023 e il 2025 seguono un modello chiaro: Israele privilegia la guerra o tregue brevi per recuperare ostaggi senza cedere sul proseguimento della guerra fino al raggiungimento dei suoi obiettivi, mentre Hamas cerca accordi che conducano a una pace definitiva, con scambio di prigionieri, ripresa degli aiuti e ritiro israeliano da Gaza.

    La responsabilità politica

    La colpa primaria della condizione degli ostaggi resta di Hamas che li ha rapiti. Ma la responsabilità politica di non aver privilegiato la loro liberazione ricade sul governo israeliano.

    Per due anni, il movimento delle famiglie degli ostaggi ha denunciato Netanyahu, accusandolo di anteporre la sopravvivenza della sua coalizione alle vite dei propri cittadini.

    La destra di Ben-Gvir e Smotrich ha imposto veti che hanno bloccato ogni intesa possibile.

    Così, mentre la guerra devastava Gaza e gli ostaggi morivano nei tunnel, la politica israeliana ha sacrificato i propri cittadini per un obiettivo irraggiungibile: la distruzione totale di Hamas. L’obiettivo ufficiale.