Tag: Europa

  • Chiudere le frontiere ai migranti apre il mercato dei trafficanti

    Chiudere le frontiere ai migranti apre il mercato dei trafficanti

    Il governo italiano, il governo britannico e altri governi europei, giustificano le proprie politiche restrittive in materia di immigrazione con la volontà di combattere il traffico di esseri umani. Eppure, più i governi restringono gli accessi alle persone straniere, più il traffico di esseri umani prospera.

    Lo dimostra un rapporto del Mixed Migration Centre del Danish Refugee Council. Il rapporto si basa sulle interviste di 80 mila migranti e 458 trafficanti. Viene pubblicato ora, per influenzare le decisioni della riunione di funzionari statali a Bruxelles, in agenda la prossima settimana, su come combattere al meglio il traffico di esseri umani.

    Più di 50.000 migranti hanno dichiarato di aver fatto ricorso ai trafficanti. E molti di loro hanno collegato la decisione all’assenza di opportunità accessibili di migrazione legale. Molti trafficanti hanno detto che l’applicazione più severa delle leggi sta alimentando la domanda di viaggi irregolari.

    Una testimonianza calzante arriva dai 102 trafficanti intervistati sulla rotta del Mediterraneo centrale. Nonostante gli arrivi irregolari in Italia siano diminuiti nel 2024, il 44% dei trafficanti ha affermato che la domanda per i loro servizi è aumentata. In parte a causa delle misure più severe alle frontiere.

    Tra i trafficanti intervistati, il 57% ha dichiarato di aver aumentato le tariffe. E il 78% di loro ha collegato l’aumento dei prezzi al rischio maggiore corso a causa delle politiche migratorie più severe.

    Il 49% dei trafficanti ha ammesso di essere in contatto con funzionari quali guardie di frontiera, polizia o personale di detenzione. Il che suggerisce che i funzionari statali siano spesso complici delle operazioni di contrabbando.

    Nonostante le diffuse affermazioni secondo cui i trafficanti adescano le persone verso la migrazione irregolare, solo il 6% dei migranti intervistati ha dichiarato di essere stato influenzato dai trafficanti.

    Il rapporto ha anche analizzato chi era più propenso a ricorrere ai trafficanti. Scoprendo che coloro che fuggivano dall’insicurezza, dai conflitti e dalle limitazioni dei loro diritti e delle loro libertà vi ricorrevano più spesso. Così come coloro che intraprendevano viaggi più lunghi e pericolosi.

    I dati hanno chiarito che i trafficanti non sono la causa dell’immigrazione irregolare. Lo sono, invece, la mancanza di alternative sicure e legali.

    In Europa, gli attivisti denunciano da tempo che i politici stanno spingendo le persone verso i trafficanti, limitando i percorsi di migrazione legale come il ricongiungimento familiare. Quando i percorsi regolari si riducono, il ruolo dei trafficanti aumenta. Se i governi non affrontano il motivo per cui le persone si rivolgono ai trafficanti, finiscono per rafforzare le stesse reti che dichiarano di voler fermare.

    Come può accadere? Forse, i governi sono così stolti da non saperlo, da non cambiare politiche da quando lo hanno già saputo? Il fatto che il 49% dei trafficanti intervistati ammetta di essere in contatto con guardie di frontiera, polizia o personale dei centri di detenzione suggerisce che esiste una complicità strutturale, non occasionale. Se i governi volessero davvero smantellare queste reti, dovrebbero iniziare da questa corruzione interna – ma non sembra essere una priorità.

    La retorica del “combattere i trafficanti” serve come copertura moralmente accettabile per politiche che hanno come vero obiettivo quello di impedire l’arrivo dei migranti stessi. È molto più presentabile dire “stiamo proteggendo i migranti dai criminali” che “non vogliamo che arrivino migranti.” Di conseguenza, i risultati sono contraddittori rispetto alle dichiarazioni ufficiali. Il rapporto del Mixed Migration Centre del Danish Refugee Council svela la contraddizione.

    Il paradosso diventa ancora più cinico se visto da questa prospettiva: le politiche restrittive non sono un fallimento nella lotta ai trafficanti – sono efficaci nel loro vero scopo, che è scoraggiare e respingere i migranti, anche se questo significa rendere i viaggi più pericolosi e costosi. I trafficanti prosperano come effetto collaterale, ma questo sembra essere un prezzo accettabile per i governi.

  • Ucraina, una guerra per tre conflitti

    Ucraina, una guerra per tre conflitti

    La guerra ucraina è composta da tre conflitti sovrapposti: la guerra tra gli indipendenti del Donbass e Kiev; la guerra tra Kiev e Mosca; la guerra tra Russia e Occidente. Le prime due sono combattute direttamente; la terza è combattuta indirettamente. Tutte si combattono sul territorio dell’Ucraina. Ma un accordo sulla sola Ucraina non risolve la guerra.

    Mosca non accetta un congelamento della linea del fronte, perché sta avanzando e perché il suo obiettivo iniziale era la conquista di tutta l’Ucraina per insediare a Kiev un governo filorusso. Kiev non accetta di cedere territori del Donbass che non ha ancora perso sul terreno, anzi rivendica il ripristino della piena sovranità su tutto il territorio ucraino nei confini del 1991 (compresa la Crimea).

    Gli Usa di Trump, a differenza degli Usa di Biden, si propongono come mediatori e non come alleati di Kiev. Ma la mediazione di Trump si limita a fare proposte sull’assetto dell’Ucraina, su quanta Ucraina concedere alla Russia. In questo modo, rischia di penalizzare l’Ucraina e il diritto internazionale, due argomenti sui quali Trump è poco sensibile, senza riuscire mai a ottenere non solo la pace, ma neppure la tregua. Se concede troppo, Kiev e gli europei non ci stanno; se concede troppo poco non ci sta Mosca.

    Una mediazione seria da parte americana dovrebbe affrontare il terzo livello del conflitto: quello tra la Russia e l’Occidente. Quindi, andare alle origini della guerra ucraina. Perché la Russia ha deciso l’invasione? Non solo per riappropriarsi dell’Ucraina, condizione che le consente di tornare a essere una grande potenza, ma anche per mettere in discussione l’ordine internazionale a guida americana, sorto dopo la caduta dell’Urss nel 1991 e messo in crisi dai fallimenti delle guerre americane in Medio Oriente, in ultimo dal ritiro americano dall’Afghanistan.

    Trump dovrebbe proporre a Putin (e al suo alleato cinese in procinto di attaccare Taiwan), non un assetto dell’Ucraina, ma un assetto del mondo. Non essendo Trump un democratico, la sua proposta si risolverebbe in un patto di spartizione delle aree d’influenza. Questo come europei potrebbe non piacerci, perché implicherebbe la spartizione della stessa Europa. Però, la via per la pace, potrebbe comunque passare per questa strada.

    Quale potrebbe essere la proposta di un presidente USA democratico? La Russia si ritira dall’Ucraina, da tutti i territori conquistati e con ciò si ripristina la sovranità nazionale ucraina e il diritto internazionale. L’Occidente allenta le sanzioni nella misura in cui la Russia partecipa alla ricostruzione e al risarcimento dei danni di guerra. L’Ucraina rimane neutrale o, al limite, aderisce all’Unione Europea. Le repubbliche del Donbass liberate dalla presenza russa possono avere uno statuto speciale di autonomia, come il nostro Trentino Alto Adige. Oppure, svolgere un referendum con veri osservatori internazionali, per decidere se rimanere in Ucraina o annettersi alla Federazione russa.

    La Nato si ritira gradualmente dall’Europa orientale e dai paesi scandinavi. A questo punto, tali paesi si sentirebbero esposti e indifesi. Ma la UE potrebbe rafforzare la sua integrazione militare e dotarsi di un dispositivo di mutua sicurezza simile all’articolo 5 della Nato. Ucraina farebbe parte integrante dell’alleanza europea.

    Se il ritiro della Nato dall’Europa orientale fosse ritenuto politicamente impraticabile, la Nato potrebbe almeno impegnarsi in modo formale a non espandersi ulteriormente. Putin ha criticato Gorbaciov per non aver preteso nel 1991 un impegno scritto da parte degli Usa a non espandere la Nato a Est, di essersi accontentato di una promessa verbale. Oggi, gli Usa potrebbero concedere a Putin una promessa formalizzata e firmata a non espandere la Nato in Ucraina e in Georgia.

    Un tale assetto internazionale, potrebbe salvaguardare gli interessi di tutte le parti in causa: la Russia, l’Ucraina, le autonomie del Donbass, l’Europa, gli Stati Uniti e ripristinare il diritto internazionale.

    A proposito di diritto internazionale, la CPI ha emesso un mandato di arresto per Putin nel marzo 2023, per il trasferimento forzato di bambini ucraini. La restituzione di questi bambini ai loro legittimi genitori deve essere parte di qualsiasi accordo di pace.

  • Ilaria Salis, respinta la revoca dell’immunità

    Ilaria Salis, respinta la revoca dell'immunità
    Ilaria Salis

    Siamo tutti antifascisti. E siamo tutti contenti che il Parlamento europeo abbia respinto la revoca dell’immunità di Ilaria Salis richiesta dall’Ungheria. Revocarla avrebbe significato consegnarla a un sistema giudiziario autoritario, dove i diritti e le garanzie degli imputati sono ignorati e la pena è già scritta.

    Ilaria Salis è già stata detenuta in una cella di massima sicurezza, in condizioni sanitarie precarie: senza visite mediche, carta igienica, prodotti per l’igiene mestruale, cibo e acqua a sufficienza. Nella sua cella c’erano topi, scarafaggi, cimici. Un rapporto del Comitato ungherese di Helsinki per i diritti umani ha confermato che questa è la realtà delle carceri ungheresi. Durante le udienze, Salis è stata mostrata in aula con un guinzaglio al collo, mani e piedi legati.

    È rimasta in carcere dal febbraio 2023 in attesa di giudizio e, nei primi sei mesi, senza contatti con la famiglia. Le autorità ungheresi le hanno proposto di patteggiare per undici anni di pena. Dopo il rifiuto, rischiava fino a ventiquattro anni, come se avesse commesso un omicidio o un attentato terroristico.

    Tutto questo perché è accusata di aver aggredito militanti neonazisti durante la “Giornata dell’onore”, ricorrenza dell’estrema destra ungherese che celebra la resistenza di un battaglione nazista contro l’Armata Rossa. Ma nessuna delle presunte vittime l’ha denunciata o indicata come aggressore. Nelle immagini usate per incriminarla non è riconoscibile, e non è dimostrata alcuna affiliazione a gruppi estremisti.

    Perciò fu giusto candidarla al Parlamento europeo, e oggi è giusto che l’immunità resti in vigore. Tutto è bene ciò che finisce bene, ma resta un problema: la revoca è stata respinta per un solo voto, grazie al voto segreto. Il Partito Popolare europeo ha votato in maggioranza a favore, sostenendo che il presunto crimine sarebbe stato commesso prima dell’elezione: una giustificazione priva di senso giuridico e politico.

    Quasi metà dell’Europarlamento era pronta a consegnare una sua deputata a un paese dove lo Stato di diritto non esiste. E in questa metà c’erano non solo le destre radicali, ma anche il PPE, parte integrante della cosiddetta “maggioranza Ursula” con socialisti e liberali. C’è da chiedersi allora su quali valori si regga questa maggioranza, se tra essi non rientra più, nemmeno simbolicamente, la difesa dei diritti civili e dei diritti umani in Europa.

  • Sanzioni europee a Israele, l’UE mette un piede nell’acqua fredda

    Sanzioni europee a Israele, l'UE mette un piede nell'acqua fredda

    Sulle sanzioni europee a Israele, il giudizio della maggioranza dell’opinione pubblica è severo e, in gran parte, fondato. Le sanzioni arrivano dopo quasi due anni di guerra, decine di migliaia di morti palestinesi, una società devastata. Bruxelles si è mossa solo dopo le proteste in mezza Europa e il rapporto ONU che ha parlato di genocidio. Infatti, il pacchetto proposto è fragile: colpisce solo il 37% delle esportazioni israeliane, lasciando fuori settori cruciali come high-tech e difesa. L’impatto stimato – 227 milioni di euro l’anno – è irrisorio rispetto ai miliardi di aiuti statunitensi. Non c’è embargo sulle armi, non ci sono misure su tecnologia e cybersecurity, mentre le sanzioni personali contro i ministri estremisti Ben Gvir e Smotrich sono più simboliche che reali. In più, le divisioni interne all’UE rischiano di bloccare tutto: basta il veto di Orbán a rendere impossibili le misure individuali, mentre senza Italia o Germania non si raggiunge la maggioranza per quelle commerciali.

    La Spagna ha chiesto molto di più: sospensione dell’accordo di associazione con Israele, embargo totale sulle armi, sanzioni mirate ai leader israeliani responsabili delle violazioni. Una linea condivisa con Irlanda e Paesi Bassi, che rompe l’immobilismo europeo. La Commissione, invece, ha scelto la prudenza, temendo ritorsioni americane e proteggendo i propri interessi strategici. Resta il fatto che, a livello europeo, la posizione spagnola è minoritaria e incontra ostacoli enormi. Persino in patria il governo subisce critiche: le parole a Bruxelles non si sono ancora tradotte in atti concreti come lo stop unilaterale al commercio di armi.

    Il giudizio severo sulla proposta di sanzioni UE, per quanto fondato, rischia però di essere totale, senza non cogliere un barlume di positività: l’importanza del gesto politico nonostante la mancanza di una efficacia immediata. Perché se è vero che queste sanzioni non fermeranno la guerra, è altrettanto vero che segnano una rottura con anni di paralisi europea. Qualcosa di buono nelle proposte UE si può fare lo sforzo di vedere. Per la prima volta, l’UE riconosce formalmente che Israele viola l’articolo 2 dell’accordo di associazione, che impone il rispetto dei diritti umani. È un precedente giuridico importante, che in futuro potrà essere invocato per misure più dure. C’è poi il valore simbolico: l’Europa, pur tra mille contraddizioni, rompe un tabù e mette in discussione le relazioni privilegiate con Israele. Questo alimenta il dibattito pubblico, costringe governi riluttanti come Germania e Italia a esporsi, e legittima la pressione della società civile. Si tratta insomma di un primo passo timido e inefficace, che difficilmente cambierà la linea di Netanyahu. Ma la sua importanza sta altrove: nel creare un precedente, nell’aprire una discussione, nel mostrare che anche l’UE non può più restare immobile.

  • La Russia non si ferma a un distretto in più

    Lo sconfinamento della Russia in Polonia: l'analisi di Andrew Spannaus

    Il Messaggero ha ospitato un intervento di Andrew Spannaus, analista americano residente in Italia e vicino alle posizioni realiste. Il suo obiettivo è riportare il dibattito sulla Russia dentro coordinate più caute, dopo l’incidente dei droni russi sconfinati in Polonia e le reazioni europee. La tesi è semplice: Mosca non ha interesse a provocare un rafforzamento militare della Nato in Europa orientale, dunque va ridimensionata l’idea della volontà di un futuro attacco russo contro l’Europa.

    Spannaus invita a mettere in discussione due assunti che, a suo avviso, drammatizzano l’analisi europea. Il primo riguarda la lettura automatica di ogni azione russa come prova di una strategia aggressiva contro la NATO, per saggiarne le difese o per volerla attaccare in un prossimo futuro. La Russia, sostiene, vuole l’Ucraina ma fatica a controllarne più del 20%: lotta per qualche distretto in più, non per un’escalation oltre i confini ucraini. Inoltre, chiede da anni l’arretramento delle truppe atlantiche dall’Europa orientale: a che scopo, allora, provocare il loro rafforzamento?

    Il secondo assunto è quello della guerra ibrida permanente. Qui Spannaus richiama la “dottrina Gerasimov”, nata in realtà da un equivoco dell’analista britannico Mark Galeotti, che coniò l’espressione quasi per scherzo e poi la smentì. Nel suo articolo del 2013, il generale russo non teorizzava alcuna dottrina d’attacco, ma rifletteva su come difendersi dalle interferenze occidentali, comprese le “rivoluzioni colorate”.

    La conclusione dell’analista è che gli incidenti di confine, come quello dei droni in Polonia, vadano gestiti con freddezza e razionalità: difendere con fermezza gli alleati NATO sì, ma senza alzare i toni né offrire pretesti per abbandonare la via diplomatica, che resta ancora percorribile. Un richiamo alla prudenza che rievoca le lezioni della Guerra fredda, quando la consapevolezza della “distruzione mutua assicurata” frenò più volte l’escalation.

    Queste considerazioni hanno il loro valore. Spannaus ricorda che distinguere tra percezione e realtà è fondamentale per evitare automatismi bellici. E nello smontare la “dottrina Gerasimov” libera il dibattito da un mito persistente. La comparazione con la Guerra fredda, inoltre, sottolinea l’importanza della razionalità nella gestione della deterrenza.

    Tuttavia, i limiti sono evidenti. L’analisi riduce la strategia russa a una somma di rivendicazioni territoriali e di resistenze all’allargamento NATO, senza considerare la dimensione ideologica ed espansionista del progetto neo-imperiale di Putin. Nei discorsi dal 2021 in poi, Mosca ha rivendicato la “Novorossija”, delegittimando l’esistenza stessa dell’Ucraina come Stato sovrano.

    Anche sul piano della guerra ibrida, la sua lettura rischia di essere riduttiva. Che la “dottrina Gerasimov” sia un mito non significa che la Russia non pratichi tecniche ibride: disinformazione, cyberattacchi, sabotaggi, finanziamenti a partiti anti-UE, impiego di milizie mercenarie in Africa. Negare questa dimensione significa lasciare scoperto un campo dove Mosca ha investito risorse e capacità.

    L’argomento secondo cui Putin non avrebbe interesse a provocare la NATO poggia su una logica razionale, ma presuppone che il Cremlino operi sempre secondo un immediato calcolo costi-benefici. L’invasione del 2022 in Ucraina puntando dritto su Kiev, come pure il sostegno ad Assad in Siria, dimostra invece che Putin è pronto a scelte rischiose e costose, persino autolesioniste, quando sono in gioco obiettivi politici o simbolici. La Russia non è sempre guidata dal pragmatismo, e questo va messo in conto.

    C’è poi un altro aspetto che l’articolo non considera: la fragilità della NATO oggi. L’Alleanza non è più quella compatta del secolo scorso e neppure solo quella della precedente amministrazione Biden. L’appoggio americano all’Europa ormai non è scontato, e il 47° presidente degli Usa appare più incline a trattare Putin come un partner d’affari che come un nemico strategico. Parlare di deterrenza senza tener conto di questa variabile significa restare ancorati a uno schema passato.

    Infine, la prospettiva di Spannaus è centrata interamente su Mosca: non discute come i Paesi confinanti percepiscano la minaccia russa come esistenziale e reclamino garanzie più forti dall’Alleanza. Un elemento cruciale, perché l’unità europea si gioca proprio sulla capacità di rispondere a quelle paure.

    In sintesi, l’articolo di Spannaus è utile come antidoto all’allarmismo, ma rischia di sottovalutare la natura profonda e multidimensionale della minaccia russa, anche nelle sue stesse motivazioni difensive. Nelle politiche di potenza, spinte difensive ed espansioniste tendono a confondersi — basti pensare alle guerre israeliane in Medio Oriente. L’Europa ha sì bisogno di prudenza e di diplomazia, ma anche di una visione chiara della posta in gioco, che non si esaurisce in qualche distretto ucraino in più.