
Quando si discute di Masafer Yatta e delle demolizioni di case in Area C, è importante non perdere il filo del discorso: qui non stiamo dibattendo su Camp David 2000, né sulle aspettative disattese degli Accordi di Oslo, ma su una questione molto più semplice e di fondo: che cosa può e che cosa non può fare una potenza occupante secondo il diritto internazionale vigente. Perché è da questo punto che dipende tutto il resto.
L’occupazione non è regolata da Oslo, ma dal diritto internazionale
La tesi secondo cui “Oslo supera la Risoluzione 242/1967” è priva di fondamento giuridico.
Gli accordi bilaterali non possono annullare obblighi internazionali preesistenti, soprattutto quando si tratta di norme cogenti come l’illiceità dell’annessione, il divieto di trasferimento di popolazione dell’occupante (IV Convenzione di Ginevra, art. 49.6) e il divieto di distruzione di proprietà private salvo necessità militare (art. 53). Questo vale per tutti gli Stati e per tutte le occupazioni, non solo per Israele.
Oslo, inoltre, era esplicitamente interinale, doveva durare cinque anni e non pregiudicare lo status finale dei Territori Palestinesi. È logico e giuridicamente ovvio che un accordo temporaneo del 1995 non può essere usato nel 2025 per giustificare una situazione permanente.
La stessa comunità internazionale — ONU, UE, ICJ, organizzazioni per i diritti umani israeliane e internazionali — considera infatti l’occupazione israeliana protratta oltre 57 anni come illegale nella misura in cui è diventata permanente.
Dunque: l’idea che “Area C = legalità” è insostenibile. Area C era una misura provvisoria di amministrazione, non un riconoscimento internazionale di sovranità israeliana.
Demolizioni “per mancanza di permesso”: un argomento che ignora la realtà
Richiamare l’abusivismo edilizio senza considerare il sistema dei permessi significa descrivere una legalità puramente formale che serve a oscurare una illegalità sostanziale: tra il 2016 e il 2022 meno del 2% delle richieste palestinesi è stato approvato, mentre nello stesso periodo centinaia di piani regolatori degli insediamenti israeliani sono stati autorizzati.
Un sistema che nega quasi totalmente il diritto a costruire a una popolazione occupata e lo concede ampiamente ai coloni dell’occupante non è uno “stato di diritto”, è una politica di ingegneria demografica. E infatti viene definita così da tutte le principali ONG israeliane (B’Tselem, Yesh Din, Peace Now).
In questo contesto, parlare di “case abusive” equivale a dire che i palestinesi sono colpevoli di non estinguersi da soli.
Camp David 2000: un’arma retorica fuori tema
La narrazione secondo cui “Arafat ha rifiutato la pace” è stata smentita dagli stessi negoziatori israeliani e statunitensi (Shlomo Ben-Ami, Robert Malley, Charles Enderlin). L’“offerta del 94%” era in realtà un mosaico di cantoni non contigui, con il controllo israeliano su frontiere, spazio aereo, acqua, alture, e con Gerusalemme Est quasi interamente sotto sovranità israeliana. Non erano le basi per uno Stato sovrano.
Ma anche ammesso che Camp David 2000 sia stato un treno perso — ipotesi su cui gli storici non concordano — resta un fatto incontestabile: niente di ciò giustifica legalmente demolizioni, evacuazioni e trasferimenti forzati nel 2025. Le norme sulla protezione della popolazione civile sotto occupazione non possono essere sospese perché un negoziato venticinque anni fa non è andato a buon fine.
Un’occupazione permanente non può autodichiararsi legale
L’argomento secondo cui “oggi sono ancora in vigore le misure previste da Oslo” è circolare: Israele controlla le aree, dunque la situazione è legale perché la controlla. Ma la legalità internazionale non si basa sul possesso di fatto, bensì sul principio che un’occupazione deve essere temporanea e finalizzata a uno status finale negoziato.
Quando un’occupazione: dura da quasi sei decenni, trasferisce la propria popolazione nei territori, impedisce lo sviluppo della popolazione occupata, demolisce case, scuole e villaggi senza assoluta necessità militare, dichiara vaste aree come zone di tiro o riserve naturali per impedire la presenza palestinese, non è un’occupazione che “rispetta Oslo”: è un’occupazione che viola il diritto internazionale, e questo non può essere aggirato spostando la discussione su Arafat o sui “tre no” di Khartoum del 1967.
La cornice centrale non cambia
La realtà è che Masafer Yatta viene demolita perché Israele considera quel territorio destinato all’espansione degli insediamenti e alle zone militari, non perché applica un codice edilizio, che comunque non potrebbe applicare. Questo è ciò che mostra il documentario di No Other Land e questo è ciò che confermano decine di rapporti ufficiali.
Spostare la conversazione sulle colpe storiche dei palestinesi, vere o presunte, non cambia la sostanza: una potenza occupante sta usando strumenti amministrativi, militari e urbanistici per rimuovere una popolazione nativa da un’area che desidera controllare senza di essa.
È questo che è illegale. Ed è questo che un dibattito onesto dovrebbe riconoscere.
