
La giornalista ucraina Viktoriia Roshchyna è morta a 27 anni dopo un anno di detenzione in Russia. Il suo corpo, restituito durante uno scambio di prigionieri nel febbraio 2025, presentava segni evidenti di tortura: bruciature da elettroshock sui piedi, abrasioni sui fianchi e la testa, una costola fratturata, capelli rasati. L’osso ioide nel collo era spezzato, una lesione compatibile con lo strangolamento. Cervello, occhi e laringe erano stati rimossi, impedendo di accertare la causa esatta della morte.
Roshchyna era stata catturata nell’estate 2023 vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, durante la sua quarta missione nei territori occupati. Era l’unica giornalista ucraina disposta a oltrepassare la linea del fronte per documentare le condizioni sotto l’occupazione russa. Stava cercando i “black sites” dove i russi detenevano e torturavano civili ucraini.
Il sistema di detenzione
La Russia detiene circa 16.000 civili ucraini in 180 strutture diverse, secondo il Commissario per i diritti umani del parlamento ucraino. La maggioranza è detenuta senza accuse, senza accesso legale, senza diritto a lettere o visite. Le famiglie ricevono al massimo conferme laconiche che i loro cari sono detenuti “per essersi opposti all’operazione militare speciale”.
Un’inchiesta del Guardian e partner internazionali ha identificato torture sistematiche in 29 di queste strutture: 18 in Russia, 11 nei territori occupati. I metodi includono elettroshock, waterboarding, esecuzioni simulate, pestaggi ripetuti, umiliazioni. I detenuti riferiscono di razioni alimentari minime, assenza di cure mediche, divieto di parlare ucraino.
Taganrog: il centro più brutale
Il carcere Sizo-2 di Taganrog, sulla costa del Mar d’Azov, è emerso come il più famigerato della rete. Costruito per 400 detenuti russi, ha ospitato migliaia di prigionieri ucraini, militari e civili, sottoposti a torture organizzate.
La violenza iniziava già all’arrivo con il rituale della “reception”: prigionieri bendati e legati venivano picchiati da ogni guardia presente. Seguivano perquisizioni quotidiane violente e interrogatori negli edifici della tortura, dove ex detenuti hanno localizzato sale con sedia elettrica, vasche per il waterboarding, sbarre per appendere i prigionieri a testa in giù in posizione fetale.
Le razioni alimentari consistevano in quattro cucchiaiate e mezzo per pasto. I detenuti perdevano fino a 25 chili. L’intelligence ucraina ha registrato almeno 15 morti a Taganrog: uno durante un interrogatorio, quattro durante la “reception”, altri per mancanza di cure mediche.
Le guardie, membri delle unità speciali del servizio carcerario russo FSIN, operavano a rotazione mensile, indossavano passamontagna e usavano soprannomi: “lupo”, “sciamano”, “morte”. Gli interrogatori erano condotti dall’FSB, il servizio di sicurezza russo.
Fonti interne al sistema carcerario hanno riferito che nella primavera 2022 furono date direttive esplicite per usare violenza contro gli ucraini, senza documentazione o telecamere. Il messaggio era: “Fate quello che volete”.
Il caso Roshchyna
Dopo la cattura, Roshchyna fu portata ai “garage” di Melitopol, un black site dove subì elettroshock e accoltellamenti. Testimoni riferiscono che arrivò a Taganrog “piena di droghe sconosciute” e “iniziò a impazzire”. Smise di mangiare. Il suo peso scese a 30 chili. Restava raggomitolata in posizione fetale dietro la tenda del bagno.
A giugno fu portata in ospedale su una barella, sorvegliata da sei guardie mascherate. A luglio tornò al carcere con flebo al braccio, continuando a rifiutare cibo. Le autorità le preparavano pasti separati, le offrivano banane e dolci.
Ad agosto i suoi genitori ricevettero una telefonata: “Mi hanno promesso che sarò a casa a settembre. Vi amo”. L’8 settembre fu portata via dalla cella per lo scambio di prigionieri, ma non arrivò mai al punto di consegna. Un testimone riporta che un ufficiale disse: “La giornalista non è arrivata allo scambio. È colpa sua”.
Testimonianze indicano che Roshchyna fu trasferita al carcere Sizo-3 di Kizel, vicino agli Urali. Un soldato ucraino la vide sul treno: “Era magrissima, si reggeva a stento in piedi. Pelle gialla, capelli senza vita”. A Kizel i prigionieri dovevano chiedere permesso per bere, andare in bagno, sedersi. Roshchyna continuò lo sciopero della fame. Sopravvisse altri otto giorni.
Il 19 settembre 2024 morì. Il direttore del carcere di Taganrog, Aleksandr Shtoda, ha negato due volte che Roshchyna sia mai stata detenuta lì, dichiarando che “non è e non è mai stata nei database”.
L’appello per i negoziati di pace
Gruppi per i diritti umani, incluso il Centro per le Libertà Civili di Kiev (Nobel per la Pace 2022), chiedono che il rilascio dei civili ucraini detenuti sia condizione centrale per qualsiasi accordo di pace. Il dibattito sui negoziati promossi dall’amministrazione Trump si concentra su territori e garanzie di sicurezza, ignorando la dimensione umana.
Gli scambi di prigionieri, che nei primi mesi di guerra includevano civili, ora riguardano quasi esclusivamente militari. I familiari di 380 detenuti civili non vedono liberazioni da oltre un anno.
Oleksandra Matviichuk, direttrice del Centro per le Libertà Civili, avverte: “Quando vieni a conoscenza delle condizioni di detenzione e delle torture, è chiaro che alcune di queste persone non hanno alcuna possibilità di essere ancora vive quando il processo politico sarà terminato”.
Fonti
Russia’s ‘Ghost Detainees’: The Investigation That Cost Viktoriia Roshchyna Her Life
Ukrainian journalist Viktoriia Roshchyna was pronounced dead in Russian captivity in October 2024, after being secretly held for months in Russian-occupied Ukraine and a Russian prison. In February 2025, her body was repatriated. Forbidden Stories investigated her detention and death, which came on the heels of a reporting trip to Zaporizhzhia aimed at telling the stories of Ukrainian civilians unlawfully held by Russia.
By Phineas Rueckert with Tetiana Pryimachuk
Forbidden Stories, April 29th, 2025
A person holds a framed photo of Viktoriia Roshchyna
‘Numerous signs of torture’: a Ukrainian journalist’s detention and death in Russian prison
The Guardian, working with media partners, has tracked down first-hand accounts to reconstruct Viktoriia Roshchyna’s final months
By Juliette Garside, Shaun Walker, Manisha Ganguly, Pjotr Sauer, Tetyana Nikolayenko, Anton Naumliuk and Artem Mazhulin
The Guardian 29 Apr 2025
Russia Prison illustration
Inside Taganrog: beatings, electrocution and starvation at prison where Ukrainians were tortured
Russia is holding an estimated 16,000 civilians in arbitrary detention at 180 separate facilities. Taganrog was the most notorious.
By Manisha Ganguly, Shaun Walker, Pjotr Sauer, Tetyana Nikolayenko, Anton Naumliuk, Artem Mazhulin and Lucy Swan
The Guardian 30 Apr 2025
Outside of Taganrog prison.
Release of Ukrainian prisoners in Russia key to any peace deal, rights groups say
Kyiv-based Centre for Civil Liberties says tortured inmates bypassed amid focus on territory and security guarantees
Shaun Walker in Kyiv
The Guardian 1 May 2025
A framed photo of Viktoriia Roshchyna
Vika: The journalist who exposed Russian “black sites”, then ended up in one
Viktoriia Roshchyna was investigating Russia’s torture sites, then found herself inside one. Juliette Garside and Manisha Ganguly report
Podcast 37:02
The Guardian 22 May 2025
Two hands hold up a black and white photograph of a woman
‘She was very, very thin’: witness tells of Ukrainian journalist’s final days in Russian prison
Soldier’s account corroborates reports Viktoriia Roshchyna was taken to prison deep inside Russia, where it is believed she died
Stas Kozliuk, Poline Tchoubar, Guillaume Vénétitay and Juliette Garside
The Guardian 11 Dec 2025






